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La siringa, il pavone e la dea Iside

17 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, Storie della Tessaglia

 

La notizia della trasformazione di Dafne si diffuse per tut­ta la Tessaglia e i fiumi di quella regione si recarono dal padre di lei, Peneo. In realtà, non sapevano se consolarlo o congra­tularsi con lui: certo, aveva perduto la figlia, ma ora Dafne era diventata l’albero di Apollo, un dio grande e potente!

Comunque i fiumi accorsero alle falde del monte Pidno, dove viveva Peneo: mancava solo l’Inaco che, chiuso nel fon­do della sua grotta, piangeva disperato la scomparsa della fi­glia Io. Da giorni non sapeva più niente di lei; l’aveva cercata a lungo invano, e ora temeva il peggio...

Giove aveva visto Io che usciva dalla casa di suo padre e le aveva detto:- Sei una fanciulla bellissima, degna del re dell'Olimpo: beato chi ti sposerà!- Poi, indicandole il bosco ombroso, aveva aggiunto: - Perché non ti riposi fra quegli alberi freschi? Fa tanto caldo e il sole è alto nel cielo ... Non temere di incontrare le be­stie feroci, stai tranquilla: tu sei protetta da un grande dio ... da me, Giove in persona, che governa il cielo e scaglia i suoi terribili fulmini!

Io, spaventata e affascinata insieme, entrò nel bosco e Giove avvolse quel luogo in una fitta nebbia ...

Sua moglie Giunone, dall’alto dell’Olimpo, volse per caso lo sguardo verso la Terra e si accorse con meraviglia che la nebbia avvolgeva una vasta zona in un buio notturno. Capì che, in pieno giorno, quella nebbia non era naturale e si guar­dò intorno per cercare il marito: conosceva bene la sua passio­ne per le avventure amorose! In cielo non lo trovò. "Se non sbaglio, mi ha tradito un’altra volta!" pensò fra sé; e, mentre scendeva velocemente dall’Olimpo, ordinò alle nebbie di dissolversi.

Giove, prevedendo l’arrivo della moglie, aveva trasforma­to Io in una giovenca dal manto lucente. Anche così Io era bel­lissima; i suoi grandi occhi neri, però, erano pieni di tristezza e di sgomento ...

Giunone finse di non aver capito la verità, lodò la bellezza della giovenca e pregò Giove di regalargliela.

Il re dell'Olimpo è nei guai: che cosa deve fare? Se conse­gna la sua innamorata, si comporta in modo crudele, se non la consegna, scatena i sospetti della sua consorte: come si può negare a una moglie, a una regina, una semplice giovenca ... se è veramente solo una giovenca?

Così la dea ebbe in dono la sua rivale e, perché Giove non gliela portasse via di nascosto, la fece sorvegliare da Argo.

Ar­go era un essere mostruoso: aveva la testa coperta da cento oc­chi che dormivano a turno, due per volta, mentre gli altri ri­manevano aperti e continuavano a vigilare. Non perdeva mai di vista la povera Io; di giorno la faceva pascolare e di notte la chiudeva nella stalla, con un pesante giogo intorno al collo.

La fanciulla infelice brucava le foglie degli alberi e beveva l’acqua fangosa. Ogni tanto cercava di lamentarsi, ma dalla bocca uscivano solo muggiti e a quel suono subito taceva, spaventata dalla sua voce.

Un giorno andò a bere sulle rive del fiume, dove aveva gio­cato tante volte: quando vide il muso e le lunghe corna riflesse nell’acqua, si allontanò subito, terrorizzata e sbigottita ...

Anche il padre e le sorelle erano venuti a passeggiare sul fiume e Io si mise a seguirli sempre più da vicino ...

È cosi bella e mansueta quella giovenca! Il vecchio re l’accarezza, poi co­glie delle erbe e gliele porge: la giovenca lecca le mani del pa­dre, le riempie di baci e di lacrime. Vorrebbe parlare, dire chi è, raccontare la sua triste storia, ma come? Infine, con le zampe, traccia sulla sabbia delle parole che rivelano la verità! Allora il padre e le sorelle capiscono cosa è accaduto e piango­no disperatamente, abbracciando la giovenca bianca come la neve ... Ma Argo strappa Io a quell’abbraccio disperato e la spinge verso i monti; poi, dall’alto della cima, si mette di nuo­vo in guardia e scruta senza tregua da ogni lato.

Giove, però, non poteva più sopportare che Io soffrisse tanto; così chiamò Mercurio, suo figlio, e gli ordinò di uccide­re Argo.

Mercurio era un dio vivace e intelligente. Gli piaceva scherzare e passare il tempo in allegria, ma era sempre dispo­nibile a dare una mano a chi si trovava nei guai. Non sopporta­va i prepotenti e quando si trattava di dar loro una lezione sap­eva essere molto severo ... Amava moltissimo i viaggi, perciò Giove gli aveva regalato un paio di sandali alati, un bastone magico che dava il sonno e lo aveva nominato suo messaggero: così Mercurio faceva la spola fra il cielo e la Terra per far co­noscere agli uomini la volontà di suo padre.

Era fidato, veloce e aveva una gran parlantina: quando vo­leva convincere qualcuno, era capace di chiacchierare per ore e di raccontare splendide storie con una voce così delicata e suadente che era impossibile resistergli.

Anche quella volta Mercurio ascoltò con attenzione l’or­dine di suo padre Giove; poi, senza perdere tempo, mise ai piedi i sandali alati, prese il bastone che dava il sonno e scese in volo dall’Olimpo.

Era proprio contento di quell’incarico! Argo non gli piaceva affatto, così orrendo e senza pietà, mentre aveva una gran simpatia per Io: anche trasformata in giovenca continuava a essere molto bella ...

Quando giunse sulla Terra, si tolse subito i sandali alati, per non dare nell'occhio; conservò invece il bastone magico e finse di essere un pastore che guidava il suo gregge al suono di uno strano strumento fatto di canne.

Argo, sempre di vedetta sulla cima del monte, lo vide arri­vare da lontano e rimase affascinato da quella musica così par­ticolare.

Il giovane pastore veniva avanti ballando, seguito dalle sue pecore bianche. Aveva un'aria allegra e spensierata ...

"Cosa posso temere da lui?" pensò Argo "È un ragaz­zino e io sono un gigante, ha solo un bastone sottile mentre io ho cento occhi e braccia possenti! E poi, mi piacerebbe tanto sentire ancora le sue canzoni ..."

Così, quando il pastore fu più vicino, gli disse: -Perché non vieni a sederti all’ombra, insieme a me? È un bel posto per riposare! -

Mercurio sedette e subito iniziò a raccontare storie e a suonare dolcemente.

Il giorno passava e gli occhi di Argo si facevano pesanti per il sonno... Ma egli resisteva, non voleva chiuderli e, per svegliarsi, chiese chi aveva inventato quello strumento misterioso. Allora Mercurio cominciò a raccontare:

- Sui monti dell'Arcadia viveva una bellissima fanciulla di nome Siringa, Molti déi e divinità dei boschi ne erano inna­morati, ma lei adorava Diana e non voleva sentir parlare dell’amore. Vestiva come Diana e si distingueva da lei solo per l’arco di legno: quello della dea era tutto d’oro! -

Gli occhi di Argo cominciavano a chiudersi e Mercurio continuava a raccontare:

-Un giorno Pan, il dio dei pastori, le dichiarò il suo amore. La fanciulla rimase

 sconvolta alla vista del suo innamorato: aveva la barba caprina, gli zoccoli al posto dei piedi e due cor­na appuntite in mezzo alla fronte ... Terrorizzata, cominciò a fuggire; ma il fiume Ladone, amico di Pan, la raggiunse con le sue acque e frenò la corsa.

- Aiutatemi divinità dei monti, amici fedeli, trasforma­temi! - gridò Siringa, mentre il dio ormai le era accanto …

Così Pan si trovo fra le mani un ciuffo di canne palustri!

Sconsolato, Pan sospirò e l’aria, vibrando dentro le canne, produsse un suono sottile, simile a un lamento. Pan rimase in­cantato da quella musica dolce e nuova.

 

- In questo modo potrò continuare a stare con te! - disse; e con la cera unì insieme alcune canne di lunghezza diversa. Era nato un nuovo strumento, che ebbe il nome della fan­ciulla: Siringa! -

 

Mercurio raccontava, raccontava ... E alla fine tutti gli oc­chi di Argo si velarono e si chiusero.

Quando lo vede cedere, il dio smette di narrare, rende il sonno ancora più pesante toc­candogli le palpebre con la verga magica e, con una falce, taglia la terribile testa.

Ora tutti gli occhi di Argo sono spenti ... Giunone li prende e li pone sulla coda del pavone, animale a lei sacro: da allora quelle piume sono adorne di occhi lucenti!

Poi, piena d’ira, la dea manda un tafano a punzecchiare la giovenca:

 

- Tormentala, non darle tregua! Costringila a fuggire per tutto il mondo e fa’ che  non possa fermarsi mai!

 

Così Io si mette a correre senza posa, piena di terrore, finché non giunge al flume Nilo e si getta per terra, ormai pri­va di forze; poi solleva il muso verso l’alto e piange, rivolgen­do al cielo muggiti e gemiti disperati ... Giove allora abbraccia la moglie e le chiede perdono:

 

- Non far soffrire ancora quella povera fanciulla: ti giuro che non avrò più niente a che fare con lei!-

 

A tali parole la dea si calma ed ecco, Io riprende l’aspetto di una volta: le setole cadono dal corpo, le corna spariscono, l’occhio diviene più piccolo, il muso si ritira, le mani e le braccia compaiono di nuovo, mentre lo zoccolo si divide in cinque dita ...

È tornata una fanciulla: solo la sua pelle è rimasta can­dida, come il manto della giovenca.

Ora, in Egitto, è Iside, una dea famosissima che ha la te­sta adorna di splendide corna lucenti ...

 

 

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Il Bibliopride 2018 a Cori

16 Settembre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi

 

 

 

 

Domenica 23 Settembre, dalle ore 17:00, presso la Biblioteca comunale “Elio Filippo Accrocca”, in Vicolo Macari, si terrà un appuntamento speciale di “Cervelli in scena”. I presenti potranno inoltre visitare la mostra fotografica collettiva allestita per l’occasione e partecipare al focus group in programma.

 

 

 

Anche quest’anno la Biblioteca civica di Cori (LT) “Elio Filippo Accrocca”, aderisce al Bibliopride, la giornata nazionale delle biblioteche promossa dall’A.I.B. (Associazione Italiana Biblioteche) e giunta alla sua settima edizione, su iniziativa dell’Associazione culturale “Arcadia”, con il patrocinio del Comune di Cori e la collaborazione dell’Associazione culturale “Amici del Museo della Città e del Territorio di Cori”.

Per l’occasione, domenica 23 Settembre, dalle ore 17:00, in Vicolo Macari, si terrà un appuntamento speciale di “Cervelli in scena”, la rassegna pensata per conoscere e valorizzare la ricchezza culturale prodotta attraverso le tesi di laurea e di dottorato, e proporla in modo scientificamente accurato ma comprensibile a tutti. Gli autori dei lavori proposti hanno modo di esprimersi in un contesto intimo ed informale, seppur in presenza di voci esperte.

Si parlerà dei nuovi modelli di biblioteca e delle loro ripercussioni nei territori con Chiara Faggiolani, docente di Metodologie di analisi e gestione dei servizi bibliotecari dell’Università La Sapienza di Roma; Roberta Montepeloso, bibliotecaria e ricercatrice; le bibliotecarie di Cori, Chiara Teodori ed Egizia Cecchi. Quest’ultima presenterà la sua tesi di diploma di specializzazione “Immaginare la biblioteca pubblica: analisi della costruzione di un’idea”.

Inoltre sarà possibile visitare la mostra collettiva allestita con le fotografie scattate in biblioteca ed esposte in modo da creare una narrazione per immagini, alla quale i presenti, insieme, daranno un titolo. Infine prenderà avvio un percorso di indagine tramite lo svolgimento di un focus group condotto dalle specialiste coinvolte nella giornata per approfondire, scoprire e comprendere la realtà della biblioteca di Cori.

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Radioblog: "Ciak, si legge" di Dario Pontuale

15 Settembre 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #interviste

 

 

 
 
E dopo la lunga pausa estiva Radioblog torna con un libro insolito, istruttivo e appassionante, Ciak, si legge! di Dario Pontuale.
Con questo testo lo scrittore vuol farci avvicinare ai grandi classici della letteratura mondiale, quei libri di cui  più o meno tutti abbiamo almeno sentito parlare, ma che non è scontato che tutti abbiamo letto o conosciamo così bene. Così andiamo alla scoperta di Pavese, Conrad, Flaubert, Harper Lee e dei loro capolavori più amati e conosciuti, passando dal libro alle pellicole che su questi grandi romanzi sono stati realizzati. Oggi vi facciamo ascoltare un estratto di questo originale romanzo facendovi viaggiare nella storia de Il Vecchio e il mare di Ernest Hemingway, buon ascolto!
 
Per contattarci: radioblog2017@gmail.com
Illustrazioni a cura di Eva Pratesi : www.geographicnovel.com
 

 

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Narrare e leggere "belle storie"

14 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #cultura, #educazione, #miti e leggende

 

 

 

 

 

Poiché non si può parlare di lettura senza parlare di libri, inizierò col raccontare qualcosa che ha a che fare con uno dei miei autori preferiti, Robert Louis Stevenson... Come è noto, nel 1889, a trentanove anni, Stevenson si trasferisce con la famiglia nelle isole Samoa, dove rimarrà fino al termine della sua breve e intensa vita. In questi anni di permanenza, Stevenson si meriterà dagli indigeni il nome di “Tusitala”, cioè “colui che racconta belle storie”, in particolare quelle della tradizione della Scozia, di cui era originaria la sua famiglia. Scrive Stevenson nel suo libro-diario “Nei mari del Sud”:

 

Quando volevo cercare qualche particolare di un costume selvaggio o di una credenza superstiziosa, frugavo indietro nella storia dei miei padri e ripescavo qualche tratto di eguale barbarie: Michael Scott, la testa di Derwentwater, la seconda vista, lo Spirito delle acque, ciascuno di questi ho trovato che funzionava come esca; la testa del toro nero di Sterling mi ha procurato la leggenda di Rahero; e ciò che sapevo dei Cluny Macpherson o degli Appin Stewart mi permise di conoscere i Tevas di Tahiti e mi aiutò a capirli. L’indigeno non si vergognava più, il suo senso di fratellanza cresceva e le sue labbra si aprivano”. (1)

 

Stevenson è orgoglioso di saper comunicare con queste persone con questi “ascoltatori e  narratori di storie”,(2) come egli li chiama. Così descrive una serata di veglia trascorsa in compagnia di uno straordinario narratore delle isole Paumotu: “Stretti intorno alla lampada serale, col sottofondo della risacca, pendevamo dalle sue labbra, emozionati” (3). Un intero capitolo di “Nei mari del Sud” è dedicato alla “storie cimiteriali” raccontate da costui, storie che venivano narrate durante le veglie funebri per esorcizzare la paura della morte e per consolare.(4)

Il 3 dicembre 1894, Robert Louis Stevenson si spegneva all’improvviso, colpito da emorragia cerebrale. Il suo biografo, Graham Balfour, racconta puntualmente la solenne cerimonia funebre: i capi indigeni, grati allo scrittore per essersi opposto alla colonizzazione americana e tedesca delle Samoa, aprirono in poche ore una strada nella foresta perché Stevenson, com’era suo desiderio, potesse essere sepolto sulla cima del monte Vea, “alto sui litorali bianco e celesti dell’isola di Upolu”, ai piedi del quale aveva costruito la sua casa, “una casa grande, e con un  grande e inutile caminetto di pietra, e un’ampia veranda affacciata sul panorama” (5)

Certo, Stevenson si guadagnò la riconoscenza degli indigeni per essersi opposto alla colonizzazione tedesca ed americana delle isole Samoa, ma si può di certo pensare, e mi piace pensare, che è anche al fascino delle storie da lui raccontate che deve gli onori che gli indigeni gli tributarono seppellendolo in cima a quel monte. Non sappiamo quanto le sue storie fossero comprese nel loro profondo significato, se la loro struttura fosse evidente, se i personaggi fossero individuati nelle loro caratteristiche, e francamente questo non è  affatto importante; ciò che conta è il fascino che quelle storie emanavano, la suggestione, la magia: sono questi i fili invisibili che hanno incatenato gli abitanti delle Samoa, così diversi per cultura, lingua, tradizioni, visione del mondo, ad un grande scrittore dalla strana vita proveniente dall’altro capo del mondo, e lui a loro; e ciò che ha reso possibile questo legame è stata proprio la narrazione, l’incanto della parola, della voce umana.

Stevenson quindi, fornisce “indicazioni didattiche” molto utili a chi vuol sperimentare nuovi modi per motivare alla lettura: un ambiente caratterizzato dalla piacevolezza, dall’intimità e dalla presenza della voce umana, la gratuità del raccontare, l’amore che il narratore nutre per le sue storie, la narrazione che veicola la letteratura e in genere l’insegnamento...

Queste indicazioni le ritroviamo anche in Daniel Pennac, autore contemporaneo di romanzi per adulti come Il paradiso degli orchi, La fata carabina, La prosivendola e di Signori bambini. Pennac, in Come un romanzo, un saggio piacevolissimo e molto stimolante che appunto si legge  come un racconto, affronta il problema della disaffezione alla lettura nei giovani e indaga sul perché il libro si stia sempre di più trasformando in una “muraglia” che ci separa dai nostri figli e dai nostri allievi.

Nel saggio Pennac parte dalla sua esperienza di genitore di un ragazzo che non ama leggere e ripercorre all’indietro le tappe che hanno portato il figlio a questa disaffezione, un “male” che colpisce anche gli alunni del liceo parigino dove l’autore insegna francese. Così inizia il suo libro:

 

“Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo “amare”... il verbo “sognare”... Naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: “Amami!”, “Sogna!” “Leggi!”... Risultato? Niente.”(6)

 

Questa avversione alla lettura, continua Pennac, diventa una muraglia perché è veramente inconcepibile per noi, soprattutto “...se apparteniamo a una generazione, a un’epoca, a un ambiente, a una famiglia dove la tendenza era piuttosto quella di impedirci di leggere. ‘Ma smettila di leggere, insomma, ti rovinerai gli occhi!... Spegni la luce! E’ tardi!... Leggere a quei tempi era un atto sovversivo. Alla scoperta del romanzo si univa l’eccitazione di disobbedire alla famiglia. Duplice incanto! Oh, il ricordo di quelle ore di lettura rubate sotto le coperte alla luce di una torcia elettrica!”(7). Dopo aver riflettuto su se stesso bambino, Pennac riflette su se stesso genitore:

 

“Siamo giusti: non abbiamo pensato subito di imporgli la lettura come dovere. All’inizio abbiamo pensato subito al suo piacere. I suoi primi anni ci hanno messo in uno stato di grazia e l’assoluto stupore dinanzi a questa nuova vita ci ha conferito una sorta di genialità. Per lui siamo diventati narratori. Dal primo sbocciare in lui del linguaggio abbiamo incominciato a raccontargli delle storie. Era un talento che ignoravamo di avere... Se invece non abbiamo avuto questo talento, se gli abbiamo raccontato le storie di altri, e anche piuttosto male, cercando le parole, storpiando i nomi propri, confondendo gli episodi... poco importa. E se anche non abbiamo raccontato affatto, se ci siamo limitati a leggere a voce alta, eravamo il suo romanziere, il narratore unico grazie al quale ogni sera lui si infilava nel pigiama del sogno prima di scomparire sotto le lenzuola della notte. O meglio, eravamo il Libro. Ricordatevi di quell’intimità così ineguagliabile. Come ci piaceva spaventarlo per il puro piacere di consolarlo! E lui, come chiedeva quello spavento! Già così poco credulone, eppure tutto tremante di paura. Un vero lettore, insomma... Che pedagoghi eravamo, quando non ci curavamo della pedagogia!” (8)

 

Anche Pennac, quindi, ci invita a creare ambienti “caldi”, leggere per il piacere di farlo, e soprattutto a narrare, legando quindi strettamente lettura e narrazione.

La narrazione, infatti, “è una delle forme di discorso più diffuse e più potenti della comunicazione umana”(9) Fra le sue straordinarie caratteristiche ha quella di ordinare in sequenza gli eventi, di renderli lineari, di collegarli logicamente, ma anche di elaborare ciò che esula dalla norma, “l’elemento insolito”, e quindi di dargli significato. La curiosità del bambino verso il nuovo, l’inusuale, il divergente, che diventa nell’adulto desiderio di conoscenza, amore per la ricerca e la scoperta, potrebbe avere qui le sue radici. La narrazione infatti investe fin dall’inizio la vita dell’uomo: i concetti di bene e di male, i valori, i comportamenti, i canoni estetici ecc., vengono trasmessi al bambino attraverso racconti ed egli, a sua volta, per rapportarsi al mondo, impara a raccontare attraverso suoni, gesti, parole, frasi che l’adulto trasforma in storie, in comunicazione. Il meccanismo della narrazione è così connaturato all’uomo che i bambini comprendono le storie ancora prima di aver appreso a parlare ed avanza l’ipotesi che “la struttura della grammatica umana potrebbe aver avuto origine da una pulsione protolinguistica a narrare.”(10)

Narrare quindi, e narrare belle storie” a casa e a scuola, creando ambienti gradevoli dove il clima sia quello descritto da un altro dei miei autori preferiti, Italo Calvino, nella prefazione al suo libro “Se una notte d’inverno un viaggiatore”:Mettetevi comodi...”

La lentezza, la piacevolezza, la gratuità: modi di essere spesso sconosciuti a scuola. Ci sono i programmi da finire, le verifiche da fare, e poi le aule sono disadorne, i banchi rotti, la luce fredda... Chi di noi, anche se appassionato lettore, amerebbe immergersi nel suo libro in un ambiente simile? Allora, per prima cosa, creiamo con i ragazzi un luogo nuovo, “nostro”, dove stare bene. Se nella scuola c’è uno spazio che nessuno utilizza, si può trasformare in un luogo magico, dove perdersi nelle storie (“Siate maghe!” raccomanda Pennac alle bibliotecarie, e l’invito potrebbe di certo estendersi a tutte le insegnanti, “e i libri voleranno direttamente dagli scaffali alle mani del lettore”) (11). Si può trasformare, ad esempio, in una sala oscurabile, quasi buia, dove gli alunni stanno seduti su tappeti o stuoie; si chiede loro di rilassarsi come desiderano; l’insegnante legge in modo lento ed espressivo, illuminata da un faretto; al termine della lettura si rimane per un poco in silenzio (Pennac suggerisce di non uscire bruscamente dalle storie...), poi l’insegnante invita gli alunni a sedersi in cerchio, all’indiana, e, senza accendere la luce, chiede loro come sono stati, se sono riusciti a concentrarsi, se c’è un’immagine che li ha particolarmente colpiti, se questa immagine suscita in loro ricordi personali o di altre storie; nelle risposte si segue l’ordine del cerchio, ma nessuno è obbligato a parlare... Se lo spazio non c’è, si può trasformare la propria classe: ognuno porta da casa un cuscino, da conservare insieme a quelli dei compagni dentro un grande sacco “parcheggiato” in un angolo della classe insieme ad una stuoia o ad un tappeto, e quando è il momento opportuno, si stendono stuoie e tappeti, il sacco si apre, le finestre si chiudono un poco, l’insegnante si siede in mezzo ai ragazzi, apre il libro e... comincia il viaggio nelle storie!

Come avrete notato in questi piacevoli luoghi si legge ad alta voce. Insieme alla narrazione, questo tipo di lettura è un altro “mezzo magico” troppo spesso trascurato. “Il leggere con forte motivazione e partecipazione emotiva, e quindi con gioia e gratificazione personale, è la vera decisiva pratica che deve mirare a promuovere una valida educazione alla lettura” (12), e la lettura ad alta voce, contrariamente a quanto spesso si ritiene, stimola il desiderio di leggere attraverso il suono, il ritmo ed anche la gestualità. Questi preziosi strumenti della comunicazione, che non vengono utilizzati nella lettura, facilitano la comprensione del testo e lo rendono più piacevole arricchendolo di quella “teatralità” che rende tanto accattivanti i mass-media:

La narrazione non può essere senza voce”, scrive Bruner.(13)

Infatti “...leggere significa stabilire una relazione attraverso il tatto, la vista, l’udito (le stesse parole risuonano). Si legge con tutto il corpo... Le parole, il modo in cui si succedono, le ripetizioni, la loro musica, il loro corpo affascinano. E il piacere viene leggendo, inspiegabile e desiderabile” (14); e nella lettura, “la voce della madre, del padre (del maestro, del professore) ha una funzione insostituibile... per la promozione del libro da mero oggetto di carta stampata a ‘medium’ affettuoso, a momento della vita” (15)

James Joyce a chi lo accusava di scrivere opere troppo complesse, rispondeva che tutti sarebbero stati in grado di capirle se fossero state lette ad alta voce.

Quindi, attrezzare luoghi “caldi” dove narrare e leggere ad alta voce “Belle Storie”. Ma che cosa s’intende per “belle storie”? Quali racconti, quali libri possono essere definiti tali e quindi proposti perché possano catturare alla lettura?

Fra i dieci diritti del lettore elencati da Pennac nel suo già citato saggio, c’è anche quello di “leggere qualsiasi cosa” (16), sia i “buoni” che i “cattivi” romanzi, perché, come quelle del Signore, le vie della lettura sono infinite ed alla fine, se non si è stati demonizzati e repressi, arriva il momento in cui “al romanzo chiediamo qualcosa di più della soddisfazione immediata ed esclusiva delle nostre sensazioni”, e le buone letture  hanno la meglio sulla letteratura “usa e getta” che “si limita a riprodurre all’infinito gli stessi tipi di racconti, che fabbrica stereotipi a catena, fa commercio di buoni sentimenti e sensazioni forti, prende al volo tutti i pretesti offerti dall’attualità per sfornare una narrativa di circostanza...” (17)

Se questo è vero, esistono comunque “belle storie”, più capaci di altre di affascinare e quindi di motivare alla lettura? Italo Calvino aveva un’opinione in proposito. Nel suo libro “Perché leggere i classici” (il titolo è da leggersi come un’affermazione, e non come un interrogativo...) egli dà 14 definizioni di che cosa è un classico; ve ne propongo alcune fra quelle più significative per me:

“i classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale...

... i classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti...

... il classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire...

... il TUO classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui...

... si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati...

...le letture in gioventù possono essere poco proficue, per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l’uso, inesperienza della vita. Possono essere (magari nello stesso tempo) formative nel senso che danno una forma alle esperienze future, fornendo modelli, contenitori, termini di paragone, schemi di classificazione, scale di valori, paradigmi di bellezza: tutte cose che continuano a operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco o nulla. Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l’origine. C’è una particolare forza nell’opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme... Naturalmente  questo avviene quando un classico “funziona” come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Tranne a scuola: la scuola deve farti conoscere bene o male un certo numero di classici tra i quali (o in riferimento ai quali) tu potrai in seguito riconoscere i “tuoi” classici. La scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare una scelta...” (18)

Forse, tenendo conto di tutto questo, la classicità, la lettura dei classici, come elemento di identità culturale ma anche di apertura alle altre culture, come motivazione al leggere, chiave di accesso allo scrivere, stimolo al narrare, come contributo alla formazione della persona, potrebbe essere un elemento di continuità della scuola dell’obbligo. Se lavorare in continuità nella scuola significa soprattutto eliminare i “disturbi” che impediscono la progressiva formazione e crescita culturale e personale dell’alunno, quale disturbo più grande ci può essere della disaffezione alla lettura? Per tutte le caratteristiche che Calvino ci ha elencato, i classici possono essere considerati fra gli “apprendimenti significativi”, cioè quegli apprendimenti che rimangono nella memoria, sui quali è possibile saldare altre conoscenze e che motivano ad altri apprendimenti.

Scrive Pennac: “In argot (19) francese leggere si dice ‘ligoter’, che vuole anche dire ‘incatenare’. Nel linguaggio figurato un grosso libro è un ‘mattone’. Sciogliete quelle catene e il mattone diventerà una nuvola.”

La lettura dei classici, "facilitando” la riconciliazione fra i nostri ragazzi ed i libri, può contribuire forse a tale magia.

Ma quali classici si devono privilegiare nella scuola dell'obbligo? A mio parere, i racconti tradizionali, cioè le fiabe, le favole, i miti, le saghe e le leggende epiche, devono avere un ruolo fondamentale. Perché? Perché sono storie che “hanno una storia”, che vengono da lontano, che “hanno viaggiato attraverso il mondo e si sono colorate qua e là di sfumature, riferimenti, chiaroscuri attinti cammin facendo” (20); sono storie nate dalla narrazione, dalla tradizione orale (perciò si prestano ad essere narrate, raccontate) e sono divenute poi letteratura (perciò si prestano ad essere lette, indagate nella loro struttura, “ricalcate” per dar vita ad altre storie).

Questi racconti sono anche patrimonio della nostra cultura ed una identità culturale forte è importante proprio nel momento in cui ci si apre all’Europa e si incontrano, cosa che sarà sempre più frequente, altre culture. Non dimentichiamo fra l’altro che oggi le trame ed i motivi di questi classici sono conosciute dai ragazzi attraverso il cinema e la televisione. Ciò rappresenta un vantaggio per l’insegnante che può contare, contrariamente a quanto avviene quando si affrontano altri generi, su un repertorio a cui può fare riferimento.

Oltre a motivare, i racconti tradizionali servono a “leggere la realtà”: il linguaggio della pubblicità, dei giornali, dei mass-media in genere fa continuo riferimento ai classici (l’Odissea dei profughi, il governo è in un dedalo, è fra Scilla e Cariddi, quel ministro è più ricco di Mida, il delitto della Circe della Versilia ecc.); come pure la pittura e l’arte di tutti i paesi ed in particolare del nostro Rinascimento.

Spesso i grandi classici giungono nelle mani dei ragazzi attraverso riscritture e riduzioni. Molti si chiedono: è opportuna questa procedura? Non è forse lesiva della personalità dell’autore? Non è fuorviante per il lettore che crede di leggere il testo di un autore mentre in realtà legge l’interpretazione che di quel testo ha dato un altro?

A questi interrogativi, alcuni rispondono di sì, e si schierano nettamente contro le riduzioni e le riscritture; altri sostengono che dipende: dalla riduzione, dalla riscrittura, dal testo “trattato”. Ci sono storie che i bambini amano, che possono accendere in loro immaginazione e fare “da esca”, come diceva Stevenson, ad altre storie. I miti della classicità e le leggende epiche ne sono un esempio. Ma per un alunno della scuola dell’obbligo leggere in versione integrale le Metamorfosi di Ovidio, l’Asino d’oro di Apuleio, la Saga dei Nibelunghi, la Canzone di Orlando, il Cantare del Cid è impossibile e penso rappresenterebbe un deterrente infallibile verso qualsiasi desiderio futuro a proseguire nella conoscenza. Però queste storie ai ragazzi piacciono, e molto. Allora ben vengano le riduzioni e le riscritture, fondate però su una profonda conoscenza dei testi che permetta di rispettare le caratteristiche dell’opera e di raccontarla con un linguaggio capace di suscitare emozioni e di stimolare l’immaginazione.

Accanto a tanti denigratori delle riscritture, mi piace citare un autorevolissimo difensore dei classici a misura di bambino, Elia Canetti, che, a proposito delle sue prime esperienze di lettore, racconta:

 

Andavo già a scuola da qualche mese, quando accadde una cosa solenne ed eccitante che determinò tutta la mia successiva esistenza. Mio padre mi portò un libro. Mi accompagnò da solo nella stanza sul retro dove dormivamo noi bambini e me lo spiegò. Era le ‘Mille e una notte’ in un’edizione adatta alla mia età... Lui stesso mi lesse ad alta voce una storia: altrettanto belle sarebbero state tutte le altre. Dovevo cercare di leggerle da solo e poi la sera raccontargliele. Quando avessi finito quel libro, me ne avrebbe portato un altro... Mi gettai subito su quel libro meraviglioso e ogni sera avevo qualcosa da raccontargli. Lui mantenne la promessa, ogni volta c’era un libro nuovo... Era una collana di libri per bambini... Che collana stupenda e impareggiabile! Non ce n’è mai stata un’altra simile. I titoli li ricordo tutti. Dopo Le Mille e una notte vennero le fiabe dei Grimm, Robinson Crusoe, i viaggi di Gulliver, i racconti tratti da Shakespeare, Don Chisciotte, Dante, Guglielmo Tell. Mi domando come fosse possibile ridurre il poema per renderlo adatto ai bambini. Ogni volume aveva parecchie illustrazioni a colori che però non mi piacevano, erano molto più belle le storie (ecco un prezioso suggerimento per chi produce testi, antologie ecc troppo carichi di immagini e abbellimenti in genere...); non so se nemmeno oggi sarei in grado di riconoscere quelle figure. Sarebbe facile dimostrare che quasi tutto ciò di cui più tardi si è nutrita la mia esistenza era già contenuto in quei libri, i libri che io lessi per amore di mio padre nel mio settimo anno di vita. Dei personaggi che poi non mi avrebbero più abbandonato mancava soltanto Ulisse”(21)

Buone riduzioni, unite all’intimità ed alla voce paterna, hanno guidato questo bambino verso altissime mete; forse possiamo sperare in qualcosa di positivo anche per i nostri ragazzi.... Da Canetti ci viene anche un altro prezioso suggerimento: è bene ripensare a che cosa ci ha spinto ad essere lettori appassionati e poi, nel nostro caso, insegnanti appassionati perché questi due aspetti non possono essere disgiunti: 1989 “l’insegnante ... trasmette, per vie soprattutto indirette, il piacere da lui vissuto di leggere, ...‘contagia’ l’alunno  col suo amore della lettura” (22)

Un ultimo accenno alle rivisitazioni dei testi. Italo Calvino, per “giustificare” i suoi interventi sulle fiabe da lui raccolte, racconta di essersi fatto forte di un proverbio toscano: “la novella nun è bella se sopra nun ci si rappella”, cioè “la novella vale per quel che su di essa tesse e ritesse ogni volta chi la racconta, per quel tanto di nuovo che ci s’aggiunge di bocca in bocca” (23). Credo che questo possa valere per gli altri racconti tradizionali anch’essi figli della tradizione orale. Infatti è passando di bocca in bocca, di generazione in generazione, che i racconti tradizionali si sono sviluppati e arricchiti, sono mutati nei particolari perché cambiavano gli interessi e le caratteristiche di chi ascoltava; i temi centrali invece, i messaggi universali che questi racconti volevano trasmettere sono rimasti costanti nel tempo e sono giunti fino a noi. Rileggendo e raccontando con voce nuova antiche storie non si fa altro che camminare nella strada che esse percorrono da millenni e continuarne la trasformazione, per contribuire alla continua rinascita del mondo dell’immaginario.

 

 

(1)R.L.Stevenson, Nei mari del Sud, Mondadori, 1994

(2)R.L.Stevenson, Op.cit.

(3)R.L.Stevenson, Op.cit.

(4)La funzione “terapeutica” della narrazione viene utilizzata anche da Tilde Giani Gallino in Il fascino dell’immaginario, SEI, 1988, un libro che insegna ad usare l’immaginazione per dialogare con il proprio inconscio.

(5) R. L. Stevenson, Lettera al dottor Hyde, a cura di A.Bigongiali, Sellerio 1994

(6) D.Pennac, Come un romanzo, Garzanti, 1992

(7) D.Pennac, Op.cit.

(8) D.pennac, Op.cit.

(9) J.Bruner,“La ricerca del significato”, Boringhieri 1992

(10) J.Bruner, Op.cit.

(11) D.Pennac, Op.cit.

(12) F.Cambi-G.Cives, Il bambino e la lettura, ETS, 1997

(13) J.Bruner, Op.cit.

(14) Lionel Bellenger, Saper leggere, Editori Riuniti, 1980

(15) G.Rodari, Nove modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura, in Scuola e fantasia, Editori Riuniti, 1992.

(16) D.Pennac, Op.cit.

(17) R.Valentino Merletti, Leggere ad alta voce, Mondadori, 1996

(18) I.Calvino, Perché leggere i classici, Mondadori,1991

(19) argot: è il gergo dei malviventi parigini

(20) D.Demetrio, Agenda interculturale, Meltemi, 1990

(21) E.Canetti, La lingua salvata, Adelphi, 1991

(22) Maria Luisa Altieri Biagi, in  R. Cardarello- A. Chiantera (a cura di), Leggere prima di leggere. Infanzia e cultura scritta, La Nuova Italia, 1989

(23) I.Calvino, Fiabe italiane, Einaudi, 1988

 

 

 

 

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Arte al bar: BANKSY "La Madonna con la pistola" di piazza Gerolomini

13 Settembre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #arte, #arte al bar

"La Madonna con la pistola" di Bansky e l'omaggio di Walter Fest "La Madonna con la pistola" di Bansky e l'omaggio di Walter Fest

"La Madonna con la pistola" di Bansky e l'omaggio di Walter Fest

 

Eccoci, amici della signoradeifiltri, uno dei miglior blog cultural pop, per un nuovo appuntamento artistico di strada. 

Proprio per questo mio modo estemporaneo di parlare di arte on the road, oggi descriveremo l'opera di un artista velato da un alone di mistero, attraverso il quale si è reso celebre come elemento di spicco della street art. 

Vi descriverò la Madonna con la pistola, opera di Bansky, a quanto pare l'unica realizzata in Italia, precisamente a Napoli.
Banksy è un artista dai mille volti perché in realtà non ne ha neanche uno, voglio dire che esiste ma non si vede, eppure appare su muri e luoghi di tutto il mondo, messaggia ad arte e, come un fulmine, spunta fuori come un tweet, come un wuozap, come un msg, lasciando segni e segnali artistici, ma anche spunti di riflessione. Forse la sua forza è proprio quella di non apparire, magari è questo il vero senso dell'arte, quello di non apparire ma di far gioire e riflettere.
Ma oggi tutti sono allo stadio, qualcuno alla sagra della ciliegia, altri a spasso con il cane, Bice e Alice come al solito, a rapporto con i gatti, gli studenti sul muretto e perciò, amici lettori, essendo rimasto solo, parlerò di Banksy con il mio amico barista Gianni, anche perché sia io che lui abbiamo già avuto la fortuna di un incontro del terzo tipo con l'artista.

 

- Gianni, vogliamo raccontare ai nostri lettori come è andata con Banksy l'ultima volta che lo abbiamo incontrato?
 

- Certo, è stata un'occasione unica, talmente unica che nessuno ci crederà.
 

- Vabbè, proviamoci, ho con me la registrazione audio di quell'incontro.
 

- Sentiamola... lo vuoi un caffè al marron glace?
 

- Mmh... non ci sarebbe uno spuntino al panetton?
 

- Ho capito, ti porto tutte e due, dai, inizia che arrivo.
 

Questa è la registrazione audio della diretta effettuata il giorno 16 insieme all'artista Banksy che ci ha fornito il resoconto della realizzazione di questa Madonna con la pistola.


ON AIR
 

- Signore e signori, sto aspettando Banksy, dovrebbe arrivare a momenti, nel nostro ultimo contatto telefonico ci siamo accordati che, per riconoscerci, faremo entrambi come "parola d'ordine" il gesto delle corna e, quando gli ho chiesto perché proprio quello, mi ha risposto che lo aveva imparato a Napoli.

Quì al bar siamo tutti in febbrile attesa, passiamo ai raggi X gli avventori, tutti si muovono ma nessuno alza il braccio per il fatidico gesto. Eccolo, forse è lui, entra un capellone dinoccolato, no prende un gelato. Forse ora è lui, barba, aria da intellettuale, sguardo vanesio, flop, chiede una bomba alla crema con un cappuccino. Questa volta ci siamo, alto, magro, calzoni strappati sporchi di vernice, si siede, accavalla le gambe aprendo un giornale sportivo, disdetta, chiede un panino con la mortadella... è da un'ora che siamo qua, sta tardando all'appuntamento, manco fosse uno di noi. Ma ecco che un signore molto distinto sulla cinquantina, profumato alla francese, giacca e cravatta, scarpe lucide a specchio, ci fissa negli occhi, ci fa le corna e, con estrema sicurezza, si avvicina. Signore e signori Bansky è qui da noi in persona!

- Benvenuto fra di noi, sig. Banksy.

 

- Grazie a voi per avermi invitato.
 

Lo ammetto, è stato un vero colpo di fortuna, mi sono fatto raccomandare da Totonno Squagliarella, un amico napoletano di Gianni il barista.
 

- Signor Banksy, le dispiace se parliamo in romanesco?
 

- Of course, boy, perché no?
 

- Mòrto bene.
 

- Ah, me dispiace, quanno è successo?
 

- Ma cchè!?
 

- E' morto Bene
 

-Ma noo, Banksy, hai capito male, mòrto bene nel senzo dialettale, molto bene, và tutto bene!!!
 

- Vabbè.
 

- Signor Banksy, se potemo dà der "tu"?
 

- Manco me lo devi chiede, ma sbrigamose che devo pjà er treno pè Forcella (noto quartiere di Napoli).
 

- Senti n'pò, ma nun te sei stufato de rimanè nell'anonimato? Nun vai mai sulli giornali, né te vedemo mai n'tv, nun strilli mai ai talk show!
 

- Ma che stai a dìì, me sto a divertì come n'matto, semo io e l'amici mia, giramo er monno, vivemo ner mistero, nisuno ce rompe li...(bip)... semo libberi, capisci er significato, totalmente libberi!
 

- Banksy, ma nun cori er rischio che nisuno te capisce?
 

- Ma che te posso dìì, l'arte è na cosa che dà piacere, poi ognuno la pò capì come je pare.
 

- Banksy, ce racconti come t'è venuta l'idea de diventà n'writer?
 

- Ve la dico n'confidenza, me riccomanno accqua n'bocca!
 

- Tranquillo, saremo come li pesci rossi.
 

- Rossi?
 

- Sarebbe mejo pure n'pò gialli ma lassamo perde.
 

- Vabbè, stateme a sentì come è annata la faccenda, tutto è nato perché m'ero stancato de dipinge, nisuno me pagava, la critica me snobbava, er gallerista nun me telefonava e così pè nun cascà nella malinconia scelsi de cambià vita, ho lassato tele e pennelli e n'cominciato a girà er monno alla ricerca de na bona ispirazione, finché n'ber giorno ho ricevuto l'illuminazione. Me trovavo a spasso pe li vicoli de Napoli quanno, attirato da n'aroma forte, so entrato dentro a na pasticceria. Na bella mora dietro ar banco me fece magnà no babà, poi n'artro e n'artro ancora, 16 alla fine ne mannai giù, poi sempre la bella me disse: "La vulite assaggià nu poco e' pastiera?" Nun l'avessi mai fatto, me ne diede n'chilo e mezzo e pe finì n'bellezza Armando me fece pure tre caffè!!! Escì dar locale che stavo n'estasi, camminai, camminai felice e soddisfatto, e così, n'preda alla felicità, chiesi n'prestito a n'regazzino la bomboletta cò la quale stava a vernicià la bicicletta, pe nun sporcà dar fornaro me feci dà n'cartone, che ad arte ritagliai pè usallo come stencil, ero felice davanti a n'muro bianco de fianco a l'edicola cò la Madonna e er bambinello n'braccio. Su quer muro grezzo arifeci la Madonna a modo mio e fu così che lassai er pennello pe sta nova forma d'arte illuminata dalli lampioni delle strade.

- Banksy, daje, parlace ancora de st'opera fatta sur muro napoletano.

Stateme a sentì, l'arte è na cosa semplice, basta n'muro, n'segno, na sfumatura e poi lassà n'messaggio, l'arte è pe tutti, nisuno escluso, deve esse come l'aria che respiri, l'arte è nella vita stessa e nun ne poi fa a meno, si la levi rimane er nulla, certo devi esse rispettoso, un muro voto lo devi rende bello, nun poi esse 'gnorante e vòrgare. La vedi stà Madonna? E' stato n'segno de dorcezza ar popolo che tutti i giorni passa pe le strade, questa è la filosofia mia, insieme a peace&love ce vole pure la dolcezza, tutto er monno dovrebbe esse dòrce come nu babà. 

Finita l'opera sur muro de Napoli, nisuno se ne accorse, solo na vecchiarella me calò da na finestra n'cestino cò na cordicella e me disse: "Signurè, la vulite na sigaretta?" 
"Veramente preferirei un pò di dolcezza" risposi, allora la vecchiarella calò dei biscotti fatti a mano e mezzo fiasco de vino rosso e da allora diventai n'writer, giro de qua, de là, quanno vedo n'muro voto me pja l'ispirazione e l'arte trova casa n'mezzo alla strada.

 

- Signor Banksy, "Peace & love" va bene, ma allora perché la pistola sopra la testa della Madonna?
 

- Ma allora sei de coccio! La pistola l'ho messa lì proprio n'direzzione de la Madonna, quella vera e venerata dai napoletani, giusto ad indicare la direzzione della fede, cioè er birbante la finisce de esse violento e riprende la giusta via, tutti abbiamo una mamma anche i birbaccioni e chi cjà mamma nun trema nun lo sapevi?
 

- Banksy, mi sembra che er discorzo nun fà una piega. 
 

- Appunto, l'arte e l'amore vincono sulla violenza e sull'ignoranza.
 

E' a questo punto che Banksy interruppe la sua conversazione. Bice e Alice amanti dei gatti, che erano rimaste in ascolto ma noi non ce ne eravamo accorti, esclamarono in coro ..."Sì, però se non se la pianta di disegnare i topi, uno di questi giorni gli sguinzagliamo tutti i nostri gatti ,eh!"
 

Banksy rise come un matto, s'infilò sulle spalle un mantello nero di lamè che non si sa da dove era uscito fuori e, con un "puff", entrò in una nuvoletta bianca che sembrava dipinta a mano, sparendo come un sogno dalla nostra vista, fine della registrazione.
 

- Gianni, che ne dici?
 

- Dico che non te ne sei accorto e hai spinto sul registratore "Reset".
 

- E adesso?
 

- Ti dovrei dire quello che ha risposto la sora Lella a Carlo Verdone, hai cancellato le prove dell'incontro con Banksy e adesso te la pìì n'der cu...
 

- Vabbè, però teniamo sempre la fantasia!!
 

- La fantasia? Boh? Se lo dici tu!
 

- Sai la prossima volta con la fantasia dove ce ne andiamo?
 

- Dove andiamo?
 

- In Giappone....
 

- Ma in Giappone come faremo senza caffè, berremo solo il sakè?
 

- Tranquillo, portati una scorta di fantasia e vedrai che non rimarrai senza il tuo caffè.
 

Amici lettori della signoradeifiltri, preparatevi ad allacciare le cinture di sicurezza della vostra fantasia, la prossima volta andremo ad incontrare una famosissima opera di un grande artista Giapponese. Io e Gianni il barista vi ringraziamo, vi salutiamo e vi aspettiamo per la prossima puntata dell'arte al bar.

«L'opera di Banksy in fondo a Park Street affascina molto mio figlio di cinque anni e ci passiamo davanti quando andiamo a scuola e al ritorno. Ha tante domande, soprattutto che iniziano con la parola 'perché...?' [...] La mia opinione è che l'arte di strada ha la capacità di suscitare una reazione in tutti noi, indipendentemente dall'età.»
 

Paul Goghi

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Una vecchia che balla

12 Settembre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

 

Mi faceva veramente molta fatica fotografare i vestiti e caricarli sul blog, per questo ho interrotto i post sull’argomento “nuovi acquisti nel guardaroba”. Ma la moda, insieme a tante altre cose, rimane uno dei miei interessi, quindi da oggi ne parlerò senza fotografie. Ne parlerò come se parlassi a me stessa, cosa che, in effetti, faccio sempre mentre scrivo.

L’altro giorno la mia nipotina di cinque anni mi guarda scuotendo la testa: “Una vecchia che si mette i jeans”, dice. Ebbene sì, che piaccia o no alle nuove leve, metterò i jeans fino all’ultimo dei miei giorni, specialmente quelli elasticizzati che sono tanto comodi e modellano anche un po’ le trippe debordanti.

Sì, perché, dall’ultimo post di moda, ho guadagnato altri chili, in questa escalation che non finisce mai. Ora mi sento molto elefantessa gonfia, balena spiaggiata. Comprare vestiti è ormai un gesto compulsivo, non me li vedo neppure addosso, evito lo specchio come la peste.

Anche perché sono sempre di corsa. “Eh, ma tu non lavori più, quindi non hai niente da fare” mi dicono. Io sospiro e sto zitta. Una casa, un marito, un cane, quattro gatti (anche i felini si moltiplicano come i chili), due nipoti, una mamma anziana, le lezioni di agility dog, la palestra, un blog collettivo e la scrittura. Infatti, niente.

Allora, i jeans. Quest’anno usano carinissimi, con ricami sul fondo o bande laterali, con applicazioni e gli immancabili strappi. Con una scarpa giusta e una camicetta un po’ lunga sarete a posto giorno e sera. Non vi sovraccaricate di monili se i calzoni sono già lavorati, scegliete forme adatte al vostro corpo, vestitevi con una taglia in più, in modo scivolato e morbido, non comprate pantaloni skinny o slim bensì regular.

Ah, ho saputo che il blu sarà il colore dell’inverno e sarà chic abbinarlo al nero che lo illumina e lo raffina. A bientôt.

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Nato ieri

11 Settembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

 

 

 

 

 

Sei nato ieri,

dovevi essere bello e forte

resti un sogno nei miei pensieri

sei stato un regalo della morte.

Il tuo sguardo assente,

il tuo dolce sorriso

sono per me luna tagliente

senza eguali in nessun viso.

Dolori come spilli puntati

piovono in testa

vita che scorre con sogni svuotati

e la realtà ci calpesta.

Sei gioia, sei semplicità,

sei orgoglio e umiltà

sei vivo, sei spento,

sei oro e sei argento

sei vanità piegata, sei vita accettata.

 

Pensieri per Giulio – Stelle, Soli e Lune è un libro pubblicato da Edit@ Casa Libraria in Taranto e rappresenta il cimento letterario collettivo, dedicato alla poesia, alla narrativa e alla fotografia, in memoria del piccolo Giulio Romano Valentini. Tema del concorso è stata una raccolta di pensieri che narrano la bellezza ma anche le problematicità del mondo dell'infanzia e della disabilità.

Questa la pagina Fb dedicata al piccolo Giulio Romano.

 

Ricordiamo che tutto il ricavato sarà devoluto all'ONLUS "Il Porto dei Piccoli", che opera negli ospedali pediatrici e nei reparti di pediatria di molte città italiane, tra cui il Gaslini di Genova. Chi fosse interessato all'acquisto contatti la nostra redazione che provvederà a girare la richiesta agli autori. 

 

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L'alloro

10 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, Storie della Tessaglia

 

Febo Apollo, figlio di Giove, era il dio della musica e della poesia. Spesso, accompagnandosi con la cetra, cantava splendide storie che facevano dimenticare ogni dolore a chi aveva la fortuna di ascoltarle. Possedeva un bellissimo arco d’argento ed era orgoglioso della sua mira infallibile, troppo orgoglioso ...

Anche Cupido, il dio dell’Amore, possedeva un arco. Cupido era un bambino bellissimo e aveva costruito questo arco da solo, con legno di frassino, perciò ne andava molto fiero. Certo, il suo arco non era d’argento come quello di Apollo, ma poteva scagliare frecce d’oro o di piombo che avevano straordinari poteri e raggiungevano sempre il bersaglio: chi veniva colpito dalle frecce d’oro, si innamorava; chi veniva colpito da quelle di piombo non riusciva ad amare. Cupido era molto potente! Gli altri dèi, però, non lo prendevano sul serio perché era solo un bambino e questo lo mandava su tutte le furie.

Un giorno Febo aveva visto il piccolo dio mentre tentava di piegare l’arco per allacciare la corda ai due estremi.

- Cosa vuoi fare, tu, un fanciullo, con armi così grandi? - gli aveva detto - Questa è roba per me, che ho una mira infallibile e so colpire al volo belve e nemici! Fai pure i tuoi giochi da ragazzino e non tentare di imitarmi!

Il dio dell’amore gli rispose:

- Il tuo arco può trafiggere tutti, caro Apollo, ma il mio può trafiggere te ... –

Così dicendo, si alzò veloce nell’aria e trasse dalla faretra una freccia d’oro e una freccia di piombo: con quest’ultima Cupido trafisse Dafne, figlia di Peneo, fiume della Tessaglia; con l’altra colpì Apollo, trapassandolo fino al midollo.

Subito Febo si innamorò, mentre la fanciulla non voleva neppure sentire la parola «amore»: desiderava stare nel fitto dei boschi, a caccia di animali selvatici, con i capelli scarmigliati, trattenuti solo da una fascia. Molti, in passato, l’avevano chiesta in sposa, ma Dafne non voleva saperne: amava solo la sua foresta. Spesso il padre le diceva:

-  Figlia mia, scegli un marito, dammi dei nipoti!-

Ma lei lo abbracciava teneramente e lo pregava di lasciarla sola e libera, come la dea Diana.

Il padre, alla fine, si era rassegnato: se la sua Dafne non voleva sposarsi, non poteva certo costringerla ... Ma Apollo non si dava pace, era troppo innamorato! La seguiva ovunque, la spiava ... Guardava i capelli che le scendevano in disordine sulle spalle e pensava: «Come sarebbero belli, se li pettinassi!»

Gli occhi di Dafne erano per lui come stelle luminose; le dita, le mani, le braccia, tutto di lei gli sembrava bellissimo ...

La fanciulla invece lo sfuggiva e non si curava del suo innamorato. Un giorno Apollo la sorprese mentre riposava a¬l’ombra di un grande albero.

«Finalmente potrò dirle quello che ho nel cuore» pensò il dio, pieno di speranza.

Però non osava avvicinarsi, non voleva spaventarla: quegli occhi stupendi che si riempivano di terrore alla sua vista, lo facevano tanto soffrire ...

- Dafne ... - chiamò con un filo di voce, da lontano.

Sentendo pronunciare il suo nome, la figlia di Peneo si svegliò, si guardò intorno ... Da dietro una siepe Apollo le sorrideva, emozionato e tremante ...

Subito la fanciulla balzò in piedi e si mise a correre, più svelta del vento; correva, correva e non si fermava alle parole del dio:

- Ti prego Dafne, fermati! Non voglio farti del male, aspetta! Ho paura che tu cada, che i rovi ti graffino le gambe, che ti faccia male per colpa mia ... Corri più adagio, non fuggire!  Sai, io non sono un semplice pastore, sono i1 signore della terra di Delfi: Giove è mio padre! Rivelo agli uomini il futuro e so suonare la cetra. Io ho inventato la medicina e conosco i segreti delle erbe, ma non c’è erba che guarisca dall’amore! Le mie frecce sono infallibili ma una, più potente delle mie, mi ha ferito al cuore e nessuna medicina può aiutarmi ...

Avrebbe voluto dire tante altre cose, ma Dafne continuava a fuggire impaurita, lasciandolo con il discorso a metà. La paura la rendeva ancora più bella: il vento lieve le mandava indietro i capelli e agitava la veste leggera ...

Ma il dio è più veloce, non le dà tregua e infine è alle sue spalle ... Dafne non ha più forze, è pallida, disperata ...

- Aiutami padre! – dice - Se voi fiumi avete qualche potere, trasformatemi, fate scomparire il mio corpo che è troppo piaciuto ...

Ha appena finito la sua preghiera, che una grande stanchezza la invade, il petto delicato si fascia di una corteccia sottile, i capelli diventano fronde, le braccia si trasformano in rami; il piede, prima così veloce, è trattenuto da profonde radici; il volto si copre di foglie, lucenti come i suoi occhi.

Ma anche così Febo è innamorato e stringe fra le sue braccia i rami, bacia il legno, che però cerca di sfuggire ai suoi baci ... Allora dice:

Se non puoi essere la mia sposa, sarai il mio albero: ti porterò sempre sui capelli e sulla cetra, adornerai il trionfo dei condottieri vittoriosi. E come i miei capelli rimangono eternamente giovani, così tu avrai le foglie sempre verdi e sarai eternamente bella.

Poi Febo tacque. L’alloro fece cenno con i rami appena nati e agitò la cima come per dire di sì col capo.

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Ritrovarsi e Corax

9 Settembre 2018 , Scritto da Luca Valentini Con tag #luca valentini, #poesia

 

 

 

Ritrovarsi

 

Portami lontano e ci ritroveremo

indicami un infante e ci ritroveremo

annulla anche il mio respiro e ci ritroveremo.

 

Non la cenere, non una foto

non un albero, non la fonte d'oggi

forse le stelle, solo all'alba:

 

ritrovarti nel bisogno altrui

ritrovarti nell'ingiustizia umana

ritrovarti nell'abbandono della vita.

 

Che gli Dei non ridiano a tuo padre

la normalità prima di te

la serenità sterile prima di te:

 

ciò che brucia di dolore

può ancora essere ardore di nascita

Amore paterno per il mondo

 

….di una voce che non possa urlare

potrei morirne!

 

Corax

 

Fai ciò che devi,

finché il pettirosso verrà a salutarti

all'alba ed al meriggio:

 

presto per te

arriverà la notte

e verrà a salutarti il corvo

ed allora ciò che è diviso

non lo sarà più.

 

Pensieri per Giulio – Stelle, Soli e Lune è un libro pubblicato da Edit@ Casa Libraria in Taranto e rappresenta il cimento letterario collettivo, dedicato alla poesia, alla narrativa e alla fotografia, in memoria del piccolo Giulio Romano Valentini. Tema del concorso è stata una raccolta di pensieri che narrano la bellezza ma anche le problematicità del mondo dell'infanzia e della disabilità.

Questa la pagina Fb dedicata al piccolo Giulio Romano.

 

Ricordiamo che tutto il ricavato sarà devoluto all'ONLUS "Il Porto dei Piccoli", che opera negli ospedali pediatrici e nei reparti di pediatria di molte città italiane, tra cui il Gaslini di Genova. Chi fosse interessato all'acquisto contatti la nostra redazione che provvederà a girare la richiesta agli autori. 

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Mio figlio è un marziano

8 Settembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

 

 

 

 

 

Pensieri per Giulio – Stelle, Soli e Lune è un libro pubblicato da Edit@ Casa Libraria in Taranto e rappresenta il cimento letterario collettivo, dedicato alla poesia, alla narrativa e alla fotografia, in memoria del piccolo Giulio Romano Valentini. Tema del concorso è stata una raccolta di pensieri che narrano la bellezza ma anche le problematicità del mondo dell'infanzia e della disabilità.

 

"In codesto libro" dicono i genitori, "pertanto, è nostra intenzione narrare quella dimensione altra, fatta di vera sofferenza ma anche di reale altruismo, di dolore ma anche di autentica bellezza,  che grazie a nostro figlio e la sua eroica esistenza abbiamo potuto sperimentare...

Ai Mani e al Genio invitto di Giulio Romano, dalla neve di dicembre al sole radiante di marzo!

I genitori Marcella e Luca

 

Questa la pagina Fb dedicata al piccolo Giulio Romano.

 

Ricordiamo che tutto il ricavato sarà devoluto all'ONLUS "Il Porto dei Piccoli", che opera negli ospedali pediatrici e nei reparti di pediatria di molte città italiane, tra cui il Gaslini di Genova. Chi fosse interessato all'acquisto contatti la nostra redazione che provvederà a girare la richiesta agli autori. 

Da questo libro sono tratti alcuni testi che presenteremo a partire da oggi.

 

 

Cominciamo con "Mio figlio è un marziano" di Franca Poli

 

 

Mi sta fissando da oltre un'ora, ha gli occhi tristi e pieni di lacrime. Non riesco a catturare i pensieri che gli attraversano la mente, ma so per certo che mi ama. Mi accompagna ogni giorno ovunque, a fare ginnastica, dalla logopedista, a lezione di pet terapy, tutte attività che a volte salterei volentieri,  ma lo faccio contento, come togliergli quel sorriso dalle labbra quando mi guarda? "

 

Mio figlio è nato, come tutti gli altri bambini, dopo un'attesa piena di aspettative, i sogni, il nome da scegliere, la cameretta da preparare. Il parto fu lungo e difficile, ma lui si affacciò alla vita con grande forza

, con un coraggio che il medico definì da leone e scampò a quello che pareva essere il destino di una morte precoce. Pochi momenti dopo la nascita gli fu diagnostica un'ipotonia muscolare e da lì iniziò il calvario per la ricerca di una diagnosi precisa che ancora oggi non abbiamo. Lo hanno visitato i migliori medici specialisti, abbiamo soggiornato nelle cliniche più all'avanguardia, lo hanno ispezionato, girato, testato come una cavia da laboratorio senza un risultato preciso. Non hanno stabilito che fosse affetto da una malattia specifica identificata: il bambino “ha un ritardo” questa la sentenza dei medici.

Noi volevamo una cura ad ogni costo, non riuscivamo a credere che sarebbe stato “diverso” e ci illudemmo a lungo che si fossero sbagliati, che sicuramente il nostro piccolo eroe avrebbe stupito tutti coi suoi progressi. Ci vuole del tempo per accettare la realtà, per sopportare che sia toccato a te, ci vuole forza, ci vuole amore e spesso non basta. Noi siamo l'equipaggio di una scialuppa di carta che a volte affonda in un mare di lacrime, stringendo fra le mani una valigia di sogni.

Un anno, quando gli altri bambini si alzano in piedi, il nostro piccolo eroe non riusciva ancora a stare seduto, due anni, quando i bambini ridono, motteggiano, lui sbavava soltanto, senza profferire parola. C'era un tale chiasso dentro di me, urla di disperazione, sentimenti inespressi di rifiuto, di angoscia e di rabbia. Poi piano piano imparai a fare silenzio e provai ad ascoltare il suo silenzio, così iniziai ad accettarlo, a comprenderlo.

Si fa fatica a capire il perché, eppure in quello sguardo assente, votato all'infinito, io, avvicinandomi, coglievo sprazzi di luce, lampi di complice intesa. E quando, convinto che fossero  soltanto mie sensazioni, stavo per lasciare la manina inerme, mi sentivo stringere delicatamente il dito. Furono queste piccole, piccolissime, cose a darmi la forza di andare avanti, di guardare al futuro con lui. Non c'era più ambiguità nel nostro silenzio, ma stupore, conoscenza e speranza.

Ho ridimensionato i miei sogni, mio figlio non sarebbe mai diventato un avvocato, un ingegnere informatico e nemmeno uno spazzino comunale, ma vive e mi guarda, di giorno in giorno si rende partecipe, a modo suo, alla vita, una vita in rodaggio. E sorride sempre, ecco questa è la dote di mio figlio che molti genitori mi invidiano: un sorriso semplice, aperto, inatteso, sincero, buono, da sembrare che sia lui a darmi coraggio per  affrontare la giornata,  accompagnandomi per mano verso l'incerto.

Oggi Riccardo cammina, o meglio si muove, un po' storto con le manine che gli penzolano dai polsi,  trascinando i piedini, farfuglia parole incomprensibili, butta gli occhi al cielo quando vuole qualcosa e sbava in continuazione, ma è una gioia continua averlo con noi, ci allieta con piccoli progressi e ci fa ridere. Sì, ridere liberamente, come non avremmo fatto se da lui ci aspettassimo continue conferme.  Lo accompagno ovunque, ogni giorno, a svolgere tutte le attività che i medici consigliano per aiutarne  lo sviluppo psicofisico. Lui mi sorride, paziente, e a volte ho l'impressione che voglia solo compiacermi.

Mio figlio è un marziano, un giorno aprirà lo scafandro che lo avvolge, che gli inibisce di muoversi con agio sulla terra e volerà libero da dove è venuto, da quel posto speciale che lo ha reso unico.

 

“Papà oggi scrive di me, mi guarda e sorride, non posso dirgli che vorrei essere  migliore di così, che vorrei vederlo sempre felice, che lo amo con tutta la forza di cui sono capace, che sento una luce, un calore dentro che mi aiuta a muovermi ogni volta che lui mi guarda ."

 

Mio figlio è un marziano
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