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Pongo e Das

25 Gennaio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo

Pongo e DasPongo e DasPongo e Das

 

Sfido qualsiasi nonno stia plasmando il Didò insieme al nipote a non chiamarlo Pongo.

Il Pongo era un tipo di plastilina della Adica Pongo, in voga ai miei tempi. Era come l’attuale Didò, colorato e morbido, facile da modellare, delizia di tutti i bambini.

Poi c’era il Das, (acronimo del suo produttore Dario Sala che lo brevettò nel 1962), maggiormente ambito se eri più grandicello. Consisteva in un blocco pastoso e compatto di argilla grigia, simile alla creta, che non necessitava di cottura in forno, proprio come quella modellata dagli scultori veri, e potevi farci cose da grandi, persino un vero vaso (come quello della mitica scena di Ghost per capirci). E c’era anche il Vernidas, una vernice da stenderci sopra per vetrificarlo e farlo brillare.

Mia madre mi diceva sempre di usarne poco “se no si seccava”, ed io, dispiaciuta e frustrata, mi limitavo fino a che, ahimè, la pasta seccava davvero senza che ne avessi potuto usufruire. E bisognava stare attenti, perché al minimo forellino della confezione si prosciugava davvero tutto e diventava inservibile.

In seguito si è saputo che il Das conteneva amianto, che tutti noi bimbi degli anni sessanta lo abbiamo maneggiato inconsapevoli e beati, ma vuoi mettere il piacere di usare gli strumenti appositi per tagliare il blocco e cercare di modellarlo? Vuoi mettere aprire la confezione e sentirsi fra le mani quel bel pezzo di creta che si appiccicava al palmo e ti lasciava le mani ruvide e secche? Vuoi mettere le infinite possibilità che si aprivano, nonostante la mia scarsissima manualità? Vuoi mettere la gioia di provare a colorare l’informe manufatto con gli acquerelli e, infine, lucidare il tutto col prodigioso (per quei tempi ingenui e romantici) Vernidas?

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Radio Blog: #caseeditrici Tic Edizioni

24 Gennaio 2019 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #case editrici

 

 
"Tic Edizioni è una casa editrice indipendente, anche dalla sua stessa volontà".
 
Oggi su Radio Blog conosciamo il mondo magico, colorato e "magnetico" mondo di Tic Edizioni .
 
Per saperne di più : www.ticedizioni.com
Buon ascolto!
 
A cura di Chiara Pugliese
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Solitudine e isolamento

23 Gennaio 2019 , Scritto da Luca lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca

 

 

 
 
 
Continuo a sostenere di non soffrire di soliTUdine, ma che è l'isolaMEnto a farmi soffrire, facendomi sentire confinato su di un'ISOLA, facendo sentire LAME dentro di me, facendomi sentire arrivato all'AMEN di un Requiem Aeternam dedicatomi da qualcuno, facendomi esternare un LAMENTO.
     La soliTUdine è, per me, una transustanziazione, in positivo, (che mi arricchisce) dell'isolaMEnto, negativo (che m'impoverisce).
     Subisco, da fuori, l'isolaMEnto e, per evitare di soffrire, dentro, cerco di transustanziare l'isolaMEnto subìto (che impoverisce me, ma anche e soprattutto, chi me lo fa subire) in soliTUdine vissuta e condivisa.
     Cerco di offrire la mia soliTUdine vissuta, condividendola sui Social Networks, indipendentemente dall'assenza o presenza di reciprocità, con l'obiettivo di cercare di evitare di soffrire d'isolaMEnto subìto a causa di chi (soprattutto, compaesani) mi fa capire di essere disponibile a stabilire contatti, ad instaurare rapporti con me, unicamente, attraverso i Social Networks.
     Mi arrivano, talvolta, cose belle attraverso la condivisione sui Social Networks da parte di miei compaesani e sono contento poiché la parola detta, faccia a faccia, vola, mentre quella scritta, a distanza, rimane.
     Ma mi arriverebbero, talvolta, cose belle anche attraverso la condivisione fisica, faccia a faccia, che mi aiuterebbero ad uscire dal mio mutismo e dal mio monosillabismo, se, soltanto, fisicamente, davanti a me ci fossero esseri umani più coraggiosi nell'affrontare la battaglia, la sfida del contatto, del rapporto fisico (e non sto parlando di sesso), della condivisione, faccia a faccia (non su di uno schermo) con me.
 
          Luca Lapi luca.lapi@alice.it
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La divina Patty

22 Gennaio 2019 , Scritto da Nando Con tag #nando, #personaggi da conoscere, #musica

 

 

 

 

SEMBRA UNA STATUA, SEMBRA UN QUADRO, SEMBRA L'AMANTE DI UN GERARCA FASCISTA. Cosi la dipingeva Herbert Pagani. "È la mala sorte, è la vendicatrice della sua razza, è l'Eva del serpente. Badate alle sue labbra sinuose, al sorriso aizzante, ai lampi d'ira, alla croce uncinata delle braccia aperte" aggiungeva Marco Ramperti.

Nicoletta Strambelli, che da piccola passeggiava tra le calli di Venezia, mano nella mano con un vecchio poeta dal nome EZRA POUND, non era ancora Patty Pravo. Quel nome lo inventò per lei Alberico Crocetta, l'ex marò della X Mas che nel 1965 apri a roma il Piper e Nicoletta ne diventò la" Ragazza".

L'ultima Divina che io amo follemente. Le sue canzoni mi tengono spesso compagnia. Ieratica, il modo di muovere le mani, la sua soave immoralità, ne fanno un'artista unica e fuori dal tempo. Dell'interpretazione di Tripoli 69, la canzone scritta per lei da Paolo Conte dobbiamo ringraziare gli Dei. Solitaria, colta, con molti quotidiani sotto il braccio. Sempre con un gran quantità di libri che l'accompagnano nei suoi viaggi, ne fanno un'assoluta rarità tra i cantanti italiani. Un monumento vivente, un'icona per la mia generazione e non solo. LA DIVINA.

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FORZA BOLOGNA

21 Gennaio 2019 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #le suggestioni di franca, #come ervamo, #sport

 

 

 

 

Serie A, è appena ricominciato il girone di ritorno dopo la sosta per le feste e ricominciano le polemiche, ma non tutto il calcio è malato. Io vado contro corrente e ammetto di avere una visione romantica dello stadio e delle partite domenicali che forse non è più attuale. Lo sport, le discipline sportive non sono solo violenza, arbitraggi pilotati, cori razzisti, corruzione e ciarpame, anche da una partita di calcio c'è da imparare etica e rigore, sportività, appunto, e lo stadio può diventare scuola di vita.

Non tutta la colpa è da imputare ai tifosi se la nostra società è malata, lo stadio, a mio avviso, riflette solo quanto nel complesso siamo diventati. I valori di amicizia e sana competizione stanno scomparendo ovunque, nella scuola, nel mondo del lavoro, per strada, dove prevalgono invidia, maleducazione, cattiveria e prevaricazione.

Io ho un bellissimo ricordo dello stadio di Bologna, dove la squadra del cuore di mio padre giocò il campionato che la portò alla vittoria del suo ultimo scudetto nel lontano 1964. Era l'Inter l'avversaria diretta e lo spareggio finale si giocava a Roma, in campo neutro. Mio padre, mentre io gli saltellavo intorno, non staccava l'orecchio dalla radiolina a transistor per seguire la partita. A vittoria avvenuta, il giorno dei festeggiamenti, col babbo che mi teneva per mano, mentre la folla festante applaudiva Pascutti, Bulgarelli, Perani, Haller, Fogli e tutti gli altri, avvolta da un tripudio di bandiere rossoblu, mi sono sentita orgogliosa della vittoria della mia squadra e di appartenere alla mia città. Per mio padre il calcio era stato uno svago importante, l'unico di pochi momenti, durante la lunga prigionia nei campi inglesi in Africa, e in quei brevi tornei calciava orgoglioso il suo pallone raffazzonato con quattro stracci, pensando a due mondiali appena vinti dall'Italia nel 1934 e nel 1938 alla faccia dei boriosi aguzzini che gli passavano una pagnotta e una borraccia d'acqua a settimana. Il babbo era tifoso del Bologna e la partita dell'ultima vittoria fu anche l'ultima della sua vita. In autunno un incidente stradale lo strappò a noi, alle sue passioni, mai più stadio, mai più feste, mai più insieme a ridere e piangere e io, seppur piccina, raccolsi il testimone ideale del suo tifo sportivo, di felice condivisione, per quel calcio per quella squadra, la squadra del cuore.

Ho tifato Bologna per tutta la vita, nello stesso identico modo, seguendolo con rassegnazione nei periodi più bui, in serie B, nei lunghi anni di militanza in serie cadetta e poi ,con leggeri entusiasmi, l'ho visto risalire dalla C alla B, poi di nuovo nel girone delle grandi, ma sempre fra gli ultimi in classifica, soffrendo, zoppicando, ma quanta fede, quanta costanza nei suoi tifosi ogni domenica.

Il mio amore per la squadra della mia città non mi ha impedito di crescere, studiare, leggere, lavorare, vivere e amare la mia famiglia, di condurre una vita sana con sani valori. Mio fratello ha portato il figlio allo stadio fin da quando era piccolo e insieme hanno seguito il nostro Bologna, spesso anche in trasferta, nelle sue avventure e disavventure. Anche lui, come il babbo, sapeva trasmettere la stessa passione. Negli ultimi anni hanno vestito, sempre insieme, la casacca dello stewart e in tribuna qualche volta hanno fatto accomodare anche me e la mia famiglia accanto ai tifosi VIP come Lucio Dalla, Gianni Morandi, Andrea Mingardi e una domenica, quando, con grande campanilistico orgoglio, battemmo il Milan, vicino a noi era arrivato da Milano anche Diego Abatantuono per seguire la sua squadra.

Lo spirito è sempre stato lo stesso, grandi gioie per piccole soddisfazioni. Anche mia madre tifava Bologna, ormai anziana, la domenica si sedeva in prima fila sulla sua poltrona e seguiva la partita in televisione, era un momento di unità in famiglia e si rideva quando gridava al nostro Bologna “avanti miei brocchi fategliela vedere!”

Ancora oggi seguo la mia squadra, senza patemi d'animo, e soffro per i pochi risultati che ottiene, ma soffro di più nel vedere che gli stadi sono diventati per i giovani non luogo di incontro, ma scenari di guerra, campi di battaglia: spranghe, botte, coltelli e violenza. Morire per una partita di pallone è davvero un'assurdità. Che il calcio sia diventato la valvola di sfogo di una società che nulla riesce a trasmettere è lo scenario più triste a cui si possa assistere. L'amor patrio, l'inno di Mameli cantato a squarciagola solo se gioca la nazionale di calcio non sono un bel esempio per i nostri ragazzi e non ci si deve meravigliare dei risultati che ne conseguono.

Mancano valori di unità e aggregazione alla base della nostra società e, quando nascono, succede in maniera sbagliata. Così si instaurano fortissimi legami nei gruppi degli “ultras”, cresce, in una sorta di comportamento tribale, il desiderio di protezione dei membri da coloro che vengono considerati i “nemici”, che, a seconda delle circostanze, possono essere altri gruppi di tifosi o le forze dell'ordine. Il comportamento di base di queste “bande” si estende, ben visibile, anche ad altri ambiti, come quello politico ad esempio, poiché è proprio questa intensa coesione fra simili la molla che fa scattare il comportamento delinquenziale.

Questa è la mia concezione, questa la mia storia. È forse tramontata per sempre la mia poetica visione delle partite di calcio e dello stadio come ancora oggi dovrebbe essere, un luogo di divertimento, un momento di condivisione per famiglie, dove si apprende che, come nella vita, a volte si vince e altre si perde, quando si perde a lungo ci si fortifica e più grande sarà la gioia della vittoria, si impara a combattere con onore, con onestà, con determinazione, preparandosi fisicamente e psicologicamente all'incontro (mai allo scontro) della vittoria o della salvezza.

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Andrea Legnani, "L'edera e l'olmo"

20 Gennaio 2019 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni

 

 

 

 

L'edera e l'olmo

Andrea Legnani

Frammenti di vetro editore

 

Andrea Legnani, un amico di Facebook, sapendo del mio amore per la lettura, ha voluto farmi un regalo e, qualche giorno fa, nella posta ho trovato, graditissima sorpresa, il libro che ha scritto L'edera e l'olmo. Ho iniziato subito a leggere, mossa, inizialmente, debbo essere sincera, da grande curiosità, poi, via via, sono stata assorbita dalla lettura che si presenta leggera, avvincente e di facile comprensione.

La trama si snoda nei secoli che vanno tra la fine del 1300 e la fine del 1900, ruotando intorno a una tenuta, “la Carradora” situata nell'imolese. Indirettamente collegati dagli eventi e dal destino tanti fatti e tanti personaggi si sono succeduti in quelle terre dove, all'inizio della narrazione, si racconta che, per dare sepoltura a una neonata, frutto del peccato di una suora, un vescovo volle piantare alcuni semi di olmo. Nel trascorrere dei secoli la pianta crebbe e divenne un gigante ombroso, al cospetto del quale passarono signori e briganti, pellegrini e santi. Intorno al tronco dell'olmo prese a crescere una pianta di edera che lo avvinghiava e che viveva con lui in perfetta simbiosi, assistendo al trascorrere delle stagioni, del tempo e degli avvenimenti, ora luttuosi ora festosi.

Sono stata particolarmente colpita dalla narrazione storica, trattandosi di episodi, situazioni drammatiche, vendette, avvicendamenti di proprietà e circostanze fortuite avvenuti nella mia terra, nella zona di Imola, poco lontano da dove sono nata e cresciuta. 
Per farla breve, con l'olmo ormai grande e imponente si identificava la zona, la casa stessa, che mi è diventata, nel corso della lettura, quasi familiare, fino a scoprire alla fine, in un vero coup de théâtre, che lo stesso autore vi aveva vissuto e soggiornato da bambino quando la proprietaria era diventata la nonna. 
Interessanti gli eventi storici, tutti comprovati da documentazioni reperite presso gli archivi della curia Vescovile, immortali le vicende che hanno accompagnato la tenuta, che nei secoli fu convento di clausura, residenza signorile e anche stazione di posta. Nel finale la leggenda che vive oltre ogni tempo, unici spettatori Edera e Olmo, torna a svelare il mistero di una morte irrisolta. 
Delizioso davvero questo libro che si è rivelato avvincente e mi ha tenuto sveglia qualche sera, nonostante la stanchezza, per il desiderio di portare a termine la piacevole lettura e scoprire, con non poca commozione, che in fondo i veri protagonisti di tutta la storia non sono i personaggi più o meno famosi avvicendatisi sulla scena nel corso dei secoli, ma Edera e Olmo avvinti l'una all'altro, silenziosi spettatori sempre presenti fino alla fine, quando entrambi muoiono, una uccisa da un contadino ignorante e l'altro subito dopo, di solitudine. 
Andrea, complimenti e grazie davvero.

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Click clack

19 Gennaio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo

Click clack

 

Anni settanta, estate, la mia terrazza sui tetti dove camminavano torme di gatti che mia nonna sfamava a furia di pane e pollo.  Le gru del cantiere in controluce, l’odore di mare che, anche se da lì non si vedeva, era proprio dietro l’angolo.

E le palline click clack sempre in mano da mattina a sera. Click clack click clack… sbattute su e giù per farle rimbalzare in cima e in fondo al cerchio. Click clack click clack taaaa… L’ultimo rumore era quello che facevano percuotendo il polso, procurandoci un dolore incredibile che tutti noi ragazzi sopportavamo stoicamente. Erano ferite sul campo di cui andavamo orgogliosi, si narrava anche di ricoveri per fratture, addirittura di morti.

Il rumore delle palline si sentiva ovunque, ci giocavano tutti, ci provavano persino i genitori, scuotendo però la testa, dicendoci “attento che ti fai male”.

Ma noi niente, imperterriti, click clack, click clak, senza sentire il caldo, le zanzare o il richiamo del mare, preda notte e dì di un gioco ossessivo, alienante e surreale che ci aveva, chissà come, stregati tutti.

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Radio Blog: intervista a Michelangelo Iossa

18 Gennaio 2019 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #interviste

 

 

Beatlesiani di tutta Italia, sabato 19 gennaio a Roma alle ore 18:30, in Via Pietro della Valle 13 C, il Circolo letterario Bel-Ami vi invita alla serata “LOVE. Beatles e la Rivoluzione delle parole” con Michelangelo Iossa, oggi ai microfoni di Radio Blog.

Una piacevole conversazione dove ci parla del suo percorso professionale e del suo ultimo libro Love - Le canzoni d'Amore dei Beatles - Graus Edizioni.

All You Need Is Love. : Non c'è niente che non si possa fare... basta che ci sia l'amore.

Buon ascolto!

 

A cura di Chiara Pugliese

Musica: Bensound
Per contattarci: radioblog2017@gmail.com

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I biscotti al Plasmon

17 Gennaio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #come eravamo, #televisione

 

Che delusione scoprire che l’uomo della pubblicità Plasmon degli anni sessanta, lo statuario semidio che incideva su un capitello il marchio dei biscotti - al secolo Fioravante Palestrini - è diventato un criminale trafficante di droga, con vent’anni di carcere scontati in Egitto. Per me resterà sempre giovane, scultoreo e bello, legato a quelle scatole di cartone rossiccio che contenevano i famosi biscotti.

Avevano un sapore un po’ incerto ma si scioglievano come burro in quei tè che a volte mamma mi preparava nei bui e corti pomeriggi d’inverno. Lei parlava con mia nonna, entrambe sedute sul divano, io guardavo Giocagiò in televisione. E il sapore del tè si mescolava con quello dell’immancabile raffreddore che mi accompagnava per tutto l’inverno, con la sensazione del fazzoletto stretto in mano, dei giochi con cui mi trastullavo. Ricordo in particolare un cartoncino contenente delle piccolissime siepi coi fiori di plastica. Per me diventavano giardini, foreste, giungle.

Una bambina sempre sola, sempre raggomitolata sul divano a leggere, capace di svilupparsi una fantasia febbrile e fervida che l’avrebbe accompagnata – e forse sostenuta – per tutta la vita.

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Le bacche nere del gelso

16 Gennaio 2019 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Bacco era un dio molto potente, ma non tutti amavano le sue feste rumorose e sfrenate ...

Minia, re della Beozia, aveva tre figlie. Erano giovani, belle e rispettose degli dèi, ma non sopportavano le danze, il vino e il clamore; così, quando nella città si festeggiava Bacco, esse stavano lontane dalla folla e lavoravano al telaio. Sedevano tranquille nella loro casa fresca e quieta, l’una accanto all’altra: la prima rendeva soffice la lana, la seconda torceva il filo e l’ultima tesseva.

La grande stanza dove lavoravano si affacciava sul giardino: le tre sorelle ascoltavano il cinguettio degli uccelli, respiravano l’aria profumata. Fuori, per le strade, le loro compagne cantavano e danzavano al suono dei tamburelli, con la testa cinta di ghirlande di fiori; le tre sorelle tessevano in silenzio e si sentivano felici. Spesso, quando la luce del giorno diventava più dolce e la fatica del lavoro si faceva sentire, ciascuna, a turno, raccontava una storia. Allora la stanchezza scompariva e il tempo passava veloce, perché quelle favole erano così belle, che spesso gli uccelli del giardino smettevano di cantare, per ascoltarle.

Re Minia amava molto queste figlie ed era in pena per loro: venerava Bacco, ma sapeva quanto fosse vendicativo con chi gli mancava di rispetto, e temeva la sua ira; così, ogni volta che in città si festeggiava il dio del vino, il padre, con tenerezza, esortava le tre fanciulle:

 

- Prendete tamburelli e fiaccole, mie care figlie! Sciogliete i capelli e adornateli di rose! Ascoltate, dalla strada giungono le voci delle vostre compagne: andate con loro, partecipate alla festa! Bacco è un dio potente, e io tremo per voi ... –

 

- Non chiederci questo, padre - rispondevano le sorelle - Non facciamo del male a nessuno: lavoriamo e raccontiamo favole, quale dio può volere la nostra rovina? -

 

Anche quella volta la città era adorna di fiaccole e risuonava di canti e di musica assordante. Come sempre, re Minia cercava di persuadere le figlie a lasciare il telaio e a scendere nelle strade, ma invano ...

 

- Scaccia i tuoi timori, caro padre! Senti come è fresca la sera e quieta la casa! Siedi vicino a noi, riposa, e ascolta questa bella storia - dissero le sorelle, e la più grande cominciò a raccontare:

«Nella lontana terra di Babilonia vivevano due giovani bellissimi, lui si chiamava Piramo, lei Tisbe. Abitavano in case vicine, così si conobbero e divennero amici.

Col tempo quell’amicizia si trasformò in un amore profondo e sicuramente sarebbero divenuti marito e moglie, se i loro genitori non fossero stati nemici.

Le famiglie si odiavano e fra loro correvano solo sgarbi e male parole; ma questo rancore non riusciva a distruggere l’affetto dei due giovani, che anzi cresceva ogni giorno di più, come un grande albero con radici profonde.

Il muro che divideva le loro case era solcato da una sottile fessura. Piramo e Tisbe la usavano per parlarsi: attraverso quel piccolo spiraglio, si confidavano i loro pensieri e si dicevano parole d’amore; spesso rimanevano in silenzio e ascoltavano il battito dei loro cuori ... Era bello poter essere vicini almeno in quel modo, ma non poteva bastare per sempre.

Così un giorno i due innamorati stabilirono di incontrarsi di nascosto.

 

- Aspetteremo la notte e poi usciremo di casa in silenzio: nessuno ci vedrà - disse Piramo.

- Sì! - rispose la fanciulla, senza esitare - Ci troveremo in aperta campagna, sotto il grande albero di gelso. Mi piace quell’albero: ha le bacche bianche e lucenti e cresce vicino a una fonte. È un luogo bellissimo per il nostro incontro! -

 

Tisbe aveva paura del buio e della notte, ma in quel momento non ricordava i suoi timori ...

I giovani innamorati attesero con ansia il calore della sera: sembrava che il sole non volesse mai andarsene, quel giorno! Finalmente il grande astro luminoso scese nel mare e dal mare emerse la notte …

Piano piano senza farsi sentire, Tisbe si alzò dai letto dove fingeva di dormire, si coprì i capelli con un velo (a Piramo piacevano tanto i suoi capelli, e la rugiada della notte non doveva sciuparli!); poi aprì la porta e usci nelle tenebre.

Il cielo, le strade, le case, tutto era scuro, minaccioso. Tisbe si sentì tremare le ginocchia e una gran paura la invase. Allora si mise a correre e corse, corse senza fermarsi mai, senza guardarsi in torno, finché non giunse al grande gelso; lì, sfinita, si rannicchiò ai piedi dell’albero, in attesa di Piramo.

Ed ecco, una leonessa con il muso rosso di sangue si avvicina alla fonte: ha da poco divorato un bue e ora vuole dissetarsi.

Tisbe la vede al lume della luna: è una belva enorme, forte, selvaggia! La fanciulla, terrorizzata, si alza di scatto e cerca riparo; scorge una grotta: corre a rifugiarsi e rimane nascosta in quella cavità oscura. Al buio, sente solo i battiti del suo cuore ...

Nella fuga, il velo le è caduto a terra. La leonessa, che dopo aver bevuto sta tornando nel bosco, lo vede e comincia a lacerarlo: le sue fauci sporche di sangue tingono di rosso la stoffa sottile. Poi la belva scompare e tutto torna quieto e silenzioso.

Intanto Piramo giunge alla fonte: vede nella polvere le impronte della leonessa e vicino il velo di Tisbe, macchiato di sangue!

 

- È colpa mia se sei morta! - grida disperato - Io ti ho spinto a uscire di casa e ad affrontare i pericoli della notte ... E non ero qui, a difenderti, quando avevi bisogno di aiuto! -

Il giovane raccoglie il velo e lo copre di baci, poi prende il pugnale che porta sempre con sé e sussurra fra le lacrime:

 -Ti ho lasciata sola nella campagna buia ma sarò sempre con te nel regno delle tenebre -

Così dicendo, si conficca la lama nel petto e cade a terra, morente.

Il sangue schizza in alto e bagna le foglie del gelso; anche le radici bevono quel giovane sangue e tingono di rosso i frutti dell’albero.

Ed ecco, Tisbe, ancora impaurita, esce dalla grotta e torna sotto il gelso per incontrare il suo innamorato. Che strano: le bacche hanno cambiato colore!

 

- Forse ho sbagliato, non è questa la pianta ... - pensa la fanciulla.

Mentre è nel dubbio, si guarda intorno … Poco lontano c’è un corpo morente, steso in una pozza di sangue!

Subito Tisbe lo riconosce, si slancia su di lui, lo abbraccia, piange, bacia quel viso che si fa gelido.

All’improvviso vede il velo stracciato, il pugnale e capisce ciò che è accaduto:

 

- Ti sei ucciso per stare sempre con me e io non voglio lasciarti: neppure la morte potrà spezzare l’amore che ci ha uniti! Perciò chiedo, come ultima preghiera, che i nostri genitori ci facciano riposare in un’unica tomba. E tu, albero, fai che i tuoi frutti rossi divengano scuri e siano sempre a lutto, in. ricordo di questo grande dolore! -

E dopo aver detto tali parole, senza esitare Tisbe si trafigge il petto col pugnale, ancora caldo del sangue del suo innamorato.

La triste preghiera, però, raggiunge gli dèi e tocca il cuore dei genitori: ora il colore delle bacche di gelso è nero e i due giovani riposano in un’unica tomba».

 

 

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