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Il punto della situazione

16 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Ma quanto accaduto continuava a riaffiorare nella mente del figlio di Pyotr e nei suoi sogni.

Avevano portato Deia in uno dei palazzoni sotterranei, dove l'avevano nascosta. In seguito sarebbe stata spostata per allontanarsi ulteriormente dal luogo della sparizione, dalla zona dello stradio.

Finalmente gli era stato spiegato quel che era accaduto e perché si doveva nascondere. Lui era dubbioso. Ma c'era un'altra questione che abbisognava di spiegazioni. La Torre Mobile. Era qualcosa che aveva fantasticato da piccolo. E ora era realtà, una realtà pressoché identica a quella visualizzata dalla sua fantasia infantile. Interrogò Naziale al riguardo. Naziale lo guardava furbescamente, dicendogli, davvero non lo sai? Davvero non lo capisci? È opera di Pyotr, è opera di tuo padre. È una sua invenzione. Stupore. Naziale e suo padre erano piuttosto amici, nonostante ciò che si gli attribuiva politicamente, che era agli antipodi delle posizioni Condivisioniste di Pyotr. I due infatti usavano scherzare al riguardo dicendo che erano la dimostrazione che, come si diceva, gli opposti estremismi si incontravano, e facevano pure amicizia.

L'intera rivelazione lo aveva esterrefatto. Quelle che aveva considerato fantasie, dunque, erano forse ricordi reali – e lui aveva già viaggiato in quelle confortevoli e occulte stanzette verticali – in uno spazio materialmente rimosso dalla realtà immediata – uno spazio che nascondeva e proteggeva.

Quali altri segreti si nascondevano tra le sue memorie?

Aveva parlato anche con Miss Inoculo, per quanto fosse una distrazione guardarla. Ella odiava le farmaceutiche interplanetarie. E non aveva fiducia nelle Inoculazioni coercitive. Le definiva frutto di interessi e compromessi economici. Gli fece vedere e ascoltare il filmato del suo exploit sul palco del Gran Ballo, registrato con la sua videocamera cerebrale – che, notoriamente, immortalava ciò che il soggetto percepiva direttamente attraverso i propri sensi.

Lei e Babbo erano aiutati da una clandestina organizzazione di ribelli. Probabilmente i notiziari avrebbero censurato le sue critiche alla CSK, e l'avrebbero trasformata in una folle terrorista, tagliando e cucendo a piacimento l'intervento. Ma le persone connesse durante la diretta, e quelle presenti, avevano sentito tutto. Le altre sarebbero state raggiunte attraverso la messa in rete del filmato, innestandosi direttamente nel circuito delle informazioni video-oculari. Dovevano fomentare e compattare una massa critica che avrebbe potuto ribellarsi al Fascismo Farmaceutico.

Forti del motto “la scienza non è democratica” le autorità avevano messo a tacere qualsiasi tipo di dissenso: non solo quelle del cittadino comune, ma anche le critiche e i quesiti argomentati da membri della comunità scientifica. La risposta a una osservazione tecnica non diventava una replica ragionata: si manifestava attraverso lo screditare e il radiare scienziati e medici non allineati supinamente.

Ma lei si era convinta quando era molto, molto più giovane. Quando era bambina, solo una sirenetta. Durante un'epidemia, la CSK era intervenuta fornendo degli Inoculi. Quegli Inoculi erano sperimentali. Quattordici piccoli non solo non furono curati dalla loro inoculazione: ma ne furono uccisi. Furono usati come animali da laboratorio. Uno di loro era il suo migliore amico.

 

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Giuliana Giuliani, "Per le strade"

15 Aprile 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Per le strade

Giuliana Giuliani

Amazon

 

Per le strade, di Giuliana Giuliani, non è propriamente un libro, quanto, piuttosto, “un’installazione artistica”, di quelle dove si sfrutta il  rumore del vento che passa fra gli oggetti o i colori delle cose di tutti i giorni. Già il formato, in A4 e con un carattere molto grande, è insolito.

Anche il titolo ricorda l’idea di “arte di strada”. Il contenuto di questo romanzo (poesia? racconto?) è multisensoriale. Fa appello alla vista d’immagini plastiche e colorate, all’udito di parole musicali, collegate fra loro da un filo invisibile. È scritto molto bene, non si può negare, ma è poco comprensibile e lascia un po’ interdetti. Un ermetismo voluto e compiaciuto, questo della Giuliani, la quale ha studiato filosofia e si è sempre occupata, fra le altre cose, di teatro.

Ina e Lea hanno strade personali da percorrere, Ina ha un incarico, deve consegnare una “pietra”, che ci ricorda, per vaga associazione, la “pietra di entrata” del romanzo Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki. Lei cerca il suo scopo osservando, collegando, cercando corrispondenze, chiacchierando con le persone. Ognuno ha, filosoficamente parlando, un modo diverso di comprendere la realtà e cerca di farlo con gli strumenti che possiede. Poi c’è Lea che è, appunto, un’artista di strada che incontra un musicista, Yeshe. Tutti insieme danno vita a una festa intorno a una fontana, un luogo colorato e gioioso, libero e aperto a ogni interpretazione e sviluppo.

Lo scopo da raggiungere sembra essere quindi la libertà, intesa come svincolo da ogni costrizione, ma anche come libertà d’espressione umana e artistica. E pure emancipazione dal dolore, proprio e altrui. Quante volte, senza nemmeno rendercene conto, ci troviamo appesantiti dalla sofferenza degli altri? Lea riesce a far cadere queste piccole sfere di “piombo” dal suo corpo, aprendosi a un un mondo festoso. Ma è una sensazione rara. La maggior parte di noi vive “in una vaga assenza di sapore”, “alla ricerca di intensità provate chissà quando”. Ed è forse proprio questo ricordo di passione perduta a farci sentire privi di qualcosa d’essenziale.

Probabilmente questi personaggi, un po’ hippy e New Age, sfruttano la meditazione trascendentale, che li  fa entrare in empatia con l’universo e il mondo circostante, portandoli ad assaporare le vibrazioni e la bellezza del cosmo, sgelando quel senso di solitudine che opprime gran parte di noi. Si arriva, così, a capire di essere parte di un tutto, e non soli al mondo.

In tutto il mondo c’era gente che lavorava in gruppo, provava spettacoli, costruiva case, cucinava in ristoranti. In ogni gruppo le persone giravano una intorno all’altra, tracciavano orbite, ogni gruppo era un atomo”. (Pag. 86)

Niente di concreto in ciò che viene descritto ma, forse, nemmeno di onirico. È più una sorta di  realismo non magico ma poetico, una prosa- poesia egocentrica e che ben poco si cura di catturare l’interesse del lettore.

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Panoramiche e Indugi temporali: nonna verso il buco nero

14 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

La Città Sotterranea si era sviluppata per rispondere alle esigenze di accasamento della sovrappopolazione, fattesi progressivamente più pressanti, fino a diventare insostenibili attorno al Qualche Tempo Dopo Skywalker – quando iniziarono gli scavi per i nuovi alloggi inviscerati nelle tenebre. Tanto era più o meno buio anche in superficie. Quindi furono creati questi formicai umani, e le persone vi furono sepolte come insetti. Inoltre, essendo i grattacieli scavati nelle profondità della crosta, non potevano crollare a terra. Erano già a terra. O meglio, sotto.

I vantaggi erano innegabili.

Si era quindi esteso questo intreccio di ramificazioni, tunnel, arterie, gallerie che costituivano un sistema circolatorio inabissato, che collegavano gli agglomerati abitativi o si aprivano in zone più vaste, delle specie di piazze coperte. Tutto era stato colorato a strisce vivide per rendere più allegra la claustrofobia. Ma i colori sbiadivano. Qua e là si potevano incontrare bambini che giocavano a palla. La facevano rimbalzare contro le pareti dei tunnel e la riprendevano al volo, meccanicamente, con sguardo spento, sotto le luci ipnotiche. Sembravano spettri. Alcuni indossavano delle t shirt con la scritta: “Sono ricco dentro, ed è questo l'importante!” e l'immagine di Oliver Twist vestito di stracci, ma stracci molto colorati. Ogni tanto si rompevano le tubature fognarie della Città di Sopra, e piovevano feci.

 

Era passato del tempo da quel giorno. Erano state fatte e dette cose. Era rimasto distratto

da altre circostanze. Era un periodo particolarmente lugubre, insidiato da presagi oscuri.

La nonna, colei che preparava pic nic nello spazio, non era più lei. Ora era ospite fissa di una Stazione Orbitante Geriatrica, fuori dall'atmosfera terrestre, affinché i residenti non venissero urtati dalla Vita Reale.

Era stato da lei, con Madre, proprio oggi. A quanto pare era definitivamente peggiorata, non era solo un momento dovuto al rovesciamento tra sonno e veglia.

Pigolava, squittiva, neniava, lamentava con un ululato acuto e lontano come quello di una banshee persa nella nebbia, in un bosco lontano, molto lontano e triste. Fissava prevalentemente per terra, e non aveva luce negli occhi, solo una quasi secolare stanchezza e sonnolenza. La Madre aveva iniziato a piangere lì, in mezzo al corridoio, tentando subito di ricomporsi – mentre lui teneva le mani alla nonna, lasciando che la madre si proteggesse dietro l'infermiera. Nonna aveva fatto un altro passo lontano da loro, e prima o poi sarebbe sparita del tutto. Un'altra si apprestava a mordere la polvere, come diceva qualcuno, in una traduzione forse troppo letterale di una nota canzone dell'antichità. In un certo senso era rimasto presso la nonna perché il motivo della afflizione materna era il suo stato. Quindi, se lui rimaneva vicino a nonna, anche madre stava meglio. Pensava a cosa servisse tenere la mano o le mani di qualcuno – lo si faceva perché non si sapeva che altro fare. Ma aveva un senso, a ben vedere, come per un bambino che ha paura ad attraversare la strada, e sente il conforto di una presenza. Sua nonna stava sempre più per camminare dove non si tocca, e loro erano una presenza in quell'esperienza, esperienza che affrontava con una mente già degenerata, ma il suo nucleo emotivo non era distrutto, sentiva ancora – per quanto oggi quasi non reagisse a loro, con quello sguardo che sembrava gravato dall'intero peso della fatica di una vita, costretto e impilato sulla di lei schiena, sul di lei cervello, sulle palpebre – solo ogni tanto riconosceva con gli occhi il loro esistere. Tentava anche di dire qualcosa. Raramente si discerneva un vocabolo comprensibile. Sorprendentemente, sottoponendole il solito libretto elettronico di proverbi plutoniani scritti in grande, accompagnati da colorate e umoristiche illustrazioni, la si sentiva effettivamente, nel garbuglio degli strani suoni che emetteva, strascicare brandelli di frasi corrispondenti a quanto scritto – ciò quantomeno la distraeva per un po'. Il pupazzetto festivo di un pulcino di lana che le porsero, le ispirò il portarlo ripetutamente alle labbra per baciarlo. La portarono presso la vetrata della camera, affinché guardasse un po' fuori. Si aprirono spiragli di luce artificiale. Si chiedevano quale fosse, quel palazzo là in fondo, imponente e rovinato. Non riuscivano ad orientarsi. Straordinariamente, attraverso la solita coltre di fuliggine, uno spiraglio di sole giunse, filtrato, fino a loro. Una flebile striscia illuminava le mani di sua madre strette a quelle di nonna, sul grembo di quest'ultima.

 

Continua...

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Il buon vecchio quesito

13 Aprile 2019 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #poesia

 

 

 

L’ironia è il coraggio della tua disperazione (ma anche, se vogliamo, di quella in genere) e ti dà forza necessaria a seguire i tuoi incubi (i tuoi incubi vari) fino al quesito (il buon vecchio quesito) che dice di notte: 《Per caso la morte è l’autoironia della vita?》.

 

Pietro Pancamo

(pietro.pancamo@alice.it)

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Transizione verso Mondi Sotterranei

12 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

«Presto, se tenete a voi!» incalzò Babbo Naziale, e li indusse a seguirlo, trafelatamente.

Sui pavimenti si notavano lunghe strisce colorate. Vi era un mezzo variopinto.

Salirono a bordo, e il vecchio avviò a tutta velocità, nel contempo premendo un pulsante che aprì una botola sul tettuccio. La botola aveva scoperto un quadrato buio, insondabile.

«Infilatevi lì – e niente lamentele: o devo prendervi a calci per farvi entrare?».

«Perché dovrei andare nel tettuccio, e per di più mentre stai andando a tutta velocità? Mi sa che le ultime rotelle rimaste ti sono finalmente rotolate via. E in ogni caso, cosa stiamo facendo?».

«Metti dentro la testa e fammi sapere» ghignò lui ridacchiando sconnessamente.

Perplesso, esitante, ma incuriosito, il figlio di Pyotr eseguì, mentre Miss Inoculo li guardava ancora  ansimante.

Da sopra il tettuccio, la sua bocca, inserita nell'apposita testa, esclamò cose confuse.

Nel quadrato cieco sparirono le mani, le quali issarono il resto del corpo, a sua volta inghiottito da quel nero lucido da cui non trapelavano forme o luce. Infine una mano esitante perforò quel buio in direzione di Miss Inoculo.

«Accontentiamo il vecchio. Vieni su, è piuttosto interessante qui sopra» le gridò, reso audace dall'adrenalina. Lei si aggrappò, e si spinse su, mentre Naziale guidava per vie sotterranee dai pavimenti lucidi e psichedelici.

Era un angolino confortevole. Una stanzetta dotata di moquette, poltroncine con cuscini, mobiletti con oggetti. Vi erano arrivati percorrendo una breve rampa di scala, sul cui pianerottolo d'intermezzo era posto un portaombrelli di ottone. Tutto ciò era inconcepibilmente sopra il mezzo su cui stavano viaggiando, invisibile dall'esterno, materialmente inesistente per ogni ostacolo.

Miss Inoculo si sedette e lo guardò in silenzio con aria stanca e grave. Poi proferì un «grazie».

«Non c'è di che, non c'è di che» rispose il figlio di Pyotr. Rifletté un momento.

«Quindi, non ti abbiamo rapito? Bene. È già una buona cosa. Mi sento un po' sollevato. Stavo sospettando di essermi messo nei guai, per colpa del vecchio demente».

«No, non mi avete rapito» sorrise lei. «Mi avete sottratto alle grinfie imperiali. E ora cominceranno a cercarci ovunque».

In quel momento, i corridoi sotterranei cominciarono a pulsare di una luce rossa, accompagnata da una sirena d'allarme.

«Oh, tutto qui» rispose Crispin, deglutendo rumorosamente.

E, in effetti, sentirono il rombo del bolide sottovolante sfumare, il movimento cessare, le sirene aumentare. Babbo Naziale era stato fermato da qualche pattuglia della Città Sotterranea.

«STOP. Fornisca documento d'identità, patente, libretto di circolazione, passaporto, certificato Inoculare, diploma di maturità e licenza elementare» intimò lo Psicopoliziotto.

«Ma certo, certo, mi lasci il tempo di cercarli, sa, son vecchio, non ricordo dove metto le cose» gli sorrise paffutamente il rubicondo e anziano negazionista. Si frugò attentamente addosso, svuotò svariati cruscotti, e infine consegnò al rappresentante delle forze dell'ordine una catasta di carte, papiri e documenti.

«Ecco, ecco qui. Per completezza ho aggiunto anche delle lastre intestinali e la mia autobiografia non autorizzata» spiegò il vecchietto ammiccando festivamente.

«Noto, noto. Lei ha dei bellissimi intestini» concesse il tutore della legge, grattandosi pensosamente il mento, ammirato. «Chi è il suo intestinologo di fiducia? Per caso il dottor Crasso? Sa è da anni che cerco di risolvere i miei problemi di colon irritabile con diverticolosi incrociata. Ah, ma che dico, lei mi distrae»

«Oh, mi scusi, mi scusi» proferì Naziale, tenendosi le guance con le mani, fingendo costernazione.

«Beh, nel Bolide Sottovolante c'è senz'altro solo lei» continuò l'altro, infilando nel contempo la testa attraverso il finestrino con notevole invadenza. «Sa, è successa una cosa grave. Una bella ragazza è fuggita»

«È terribile!» reagì il signore biancobarbuto al volante. «Se le belle ragazze fuggono, rimangono solo le brutte. Ciò non va bene.»

«È quello che dico anch'io, caro cittadino nell'ultimo segmento della sua esistenza. Ma in questo caso la situazione è ancora più grave. Ha insultato pubblicamente i Fondamenti della nostra Civiltà. Ed è pure famosa. Ma potrà vedere tutto all'Ipnogiornale, che le inculcherà i concetti base a cui dovrà attenersi per essere a norma di legge. Vedrà che scandalo. Sicuro di non aver visto nessuna? Sospettano sia scappata qui sotto.»

«No, mi spiace, agente» si contrì l'interlocutore nell'abitacolo.

«Tenga gli occhi aperti, e non esiti ad avvertirci» rispose l'essere in divisa, accennando un saluto con la testa, mentre le mani erano impegnate a riversare nel Bolide le tonnellate di documenti fornitigli da Naziale. Che sgommò via.

Il poliziotto lo seguì con lo sguardo. Non vedeva alcuna persona sul tettuccio.

 

Continua...

 

 

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Il viaggio di Marta

11 Aprile 2019 , Scritto da Costantino Delfo Con tag #costantino delfo, #racconto

 

 

 

 

La busta della lettera, di un colore marrone, è sgualcita. Le immagini dei tre francobolli rappresentano un Buddha seduto, una montagna innevata e un serpente. Il mio nome e l’indirizzo sono scritti con la sua calligrafia. È di Marta. Marta era sparita.

Katmandu, 18 Maggio 1968

Caro Mario,

ti sarai chiesto dov’ero finita. Non ci crederai sono in Nepal! A Katmandu! Scusami se non ti ho reso partecipe della mia decisione. È stato tutto improvviso come un fulmine e sono partita. Da tempo volevo farlo e gli ultimi avvenimenti della mia vita hanno risolto il problema. Il viaggio è stato davvero bello. Avventuroso! Ma ce l’abbiamo fatta. Siamo in tanti, tutti giovani. Lui si chiama Karl, è un crucco. È il mio amore. Non capisce un cazzo ma ora sta migliorando. Lo amo! Stiamo davvero bene insieme. Qui però le scarpe è meglio tenerle su. Se no te le rubano. Quei pochi, qui molti, soldi li ho cuciti nell’orlo della sottana. Ma anche lì è poco sicuro. Bisognerebbe girare nudi. Alcuni lo fanno. Li ho visti! Le donne no. Girano avvolte in drappi colorati. Va be’. Comunque qui la vita costa davvero poco. Con un po’ di rupie ti compri la felicità e l’erba te la tirano dietro! E tu come stai? Non ho telefono. Scrivimi! L’indirizzo è quello sulla busta. Un bacio.

Marta

 

Marta la matta. Marta la hippy. Era vestita quasi sempre con ampie, lunghe gonne tutte colorate. Ricordo i suoi folti capelli castani e gli occhi pareva sempre che ti scrutassero, curiosi. Faceva il terzo anno di Medicina ed io Lettere. Quell’ultimo giorno mi accarezzò la guancia. «Ciao», sussurrò e quella fu l’ultima volta che la vidi. Per quei lunghi mesi Marta continuò a essere scomparsa e non potevo farci niente. Non sapevo nulla di lei. Ma la lettera mi riempì di ammirazione per lei,  per il suo viaggio. Marta ce l’aveva fatta. Arrivò poi un’altra lettera di Marta.

Katmandu, 28 Dicembre 1969

Caro Mario,

Karl è morto. Adesso sono sola. Sono stata lasciata alla deriva. Sono così prostrata che non riesco nemmeno a piangere. Karl era andato con gli amici a comprare un podi erba in un villaggio vicino. «Dai, proviamo la bianca», avevano detto. Morti, lui e Giò. Li hanno portati a casa su un carretto e li abbiamo bruciati. Parto. Se sto qui mi sembra di impazzire. Ho ancora un podi soldi. Vado. Mi chiuderò in un monastero. Ritroverò me stessa. Scrivimi.

Marta

 

Le scrissi. Le dissi che sarei andato. Sarei anch’io partito per il grande viaggio. Non era vero, cercavo scuse. Mi mancava l’energia d’afferrare quella occasione, quel viaggio che sembrava a portata di mano. Arrivò il 1972. Arrivò la terza lettera di Marta.

Lhasa, 15 Maggio 1972

Caro Mario,

sono in Tibet! Vicino a Lhasa. Da non crederci. Sto bene. Al monastero, qui a Lhasa, non mi hanno voluta, le donne non sono ammesse. Ho trovato un posto bellissimo tra queste montagne. Dista un giorno da Lhasa. È la pace che avevo sempre cercato. La casa è incredibile! Sono solo quattro pietre addossate alla roccia della montagna con una lamiera per tetto. Tumur viene ogni settimana a portami viveri, carbone e anche legna. Gli ho comprato un mulo. Tumur è un uomo molto gentile e ci capiamo, a segni. Di giorno, col sole, vago tra le montagne. La sera fa freddo, accendo il fuoco tra le pietre, scaldo il cibo, mangio e poi mi rifugio nella montagna, in una piccola grotta. Un bacio, caro Mario.

Tua Marta

 

Quella lettera mi procurò sollievo. Avevo ormai rinunciato al viaggio e sapere che lei stava bene era un balsamo, alleviava la mia codardia. Insegnavo l’italiano e il latino al liceo, mi chiamavano professore. Immaginavo Marta in una grotta tra le montagne dell’Himalaya. A Dicembre del ’73 arrivò l’ultima lettera di Marta.

Lhasa, 7 Dicembre 1973

Caro Mario,

se e quando riceverai questa lettera io non ci sarò più. Tumur mi aiuta e voleva portarmi a Lhasa con il mulo. Ho detto di no. Preferisco stare qui racchiusa dentro la mia montagna, ora però non manca molto. Quando succederà Tumur chiuderà per sempre la grotta e ti spedirà questa mia ultima lettera. Non ho più paura. Un bagliore immenso illumina la via di quest’ultimo mio viaggio. A Dio, Mario.

Tua Marta Temprandi

 

La pioggia picchiava sui vetri, lavava il dolore. Baciai la sua lettera. Quell’ultima lettera conteneva il suo cognome. Andai alla segreteria della Università. Giuseppe, il vecchio segretario, era ancora lì, dietro il vetro separatore. «Ohè, professore! Allora?» disse. «Ciao Giuseppe. Ho bisogno di un favore.» Gli allungai il biglietto su cui avevo scritto nome, cognome, facoltà e anno. «Dove abita?» gli chiesi. «Maaario, medicina è di sopra, su per le scale!» Feci la faccia implorante. Uscì e si avviò per la scalinata. Tornò dopo dieci minuti. «Marta Temprandi. Sette, dodici, millenovecentoquarantasette. Terzo anno. Via Ghisleri 28. Mi devi una birra.» Ero già alla porta quando mi gridò: «Fuori corso. Tutti trenta!» Era un vecchio palazzo,  sulla destra c’era una porta a vetri col portiere nel mezzo. «Scusi abita qui la famiglia Temprandi?» chiesi. «Chi è lei?» mi interrogò. «Sono un amico di Marta, studiavamo insieme.» risposi. «Ah, la Marta, brava ragazza! Sempre allegra, mi salutava sempre. Me la ricordo. Son passati più di cinque anni, ormai. Pensi che ha accudito la madre fino alla fine. Un brutto male! Poi se n’è andata, non l’ho più vista».

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La torre mobile

10 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Un buco. Un bel buco. In cui sopprimersi. In cui comprimersi. In cui deprimersi.

Un buco che contenesse la sua voragine. Un buco nel battiscopa per scappare dalle stanze del mondo, in cui si sentiva rincorso dalla realtà, con una scopa in mano. Un portale, un varco, un tunnel sotto il campo di concentramento dell'ordine e della disciplina, dell'implacabile, del riflesso, del compromesso. Ricordava quando da piccolo, durante lunghi, noiosi e interminabili viaggi in macchina, sognava che si aprisse una botola sul tettuccio dell'auto, da cui potesse evadere in una torre, disposta su innumerevoli piani, invisibile e intangibile per il resto del mondo, che quindi permettesse comunque al mezzo di passare sotto a ponti, attraverso gallerie, di lasciare fili elettrici e telefonici intatti. Visualizzava come saliva le scale, incrociava un portaombrelli su una sorta di pianerottolo, sbucava in una stretta stanzetta dotata di comfort, moquette e passatempi, quando si stancava si arrampicava alla successiva – e il viaggio continuava senza di lui, svagato nella sua torre mobile, fin ad arrivare alla meta, senza accorgersene. Era una sua fantasticheria. Volume e forma interni che non corrispondevano a quelli esterni. Sarebbe stata una grande innovazione. Aveva questa immagine di un covo scavato dentro un cartellone pubblicitario, dotato di stanze e ampiezze impensabilmente, impossibilmente contenute in quel modesto spessore. Un labirinto in una scatola, un castello in un cassetto. Un altro progetto poteva essere svitare il collo, alzare le ancore, ritirare le scalette, e soffiare aria calda nella testa fino a sollevarla come un pallone aerostatico, lontana dal corpo, lontana dal mondo.

Babbo Naziale l'aveva arruolato per mettere in ordine il suo orrido e polveroso appartamento.

Vi si recò. Incontrò i soliti drappelli di gente dal viso appeso ai lampioni, sotto alla fuliggine del cielo. Uno, bocca spalancata e sguardo verso l'alto, sembrava perdere una bava lungo il mento.

La banda di luce li informava delle solite cose: che il leader della Seul del Nord era pazzo, una minaccia per l'universo, e doveva essere bombardato. La settimana dopo sarebbe toccato di nuovo a quello della NovoVodka. Quella successiva a quello della NeoPersia. E così via, passando in rassegna psicopatologica tutti gli avversari, a seconda del momento, o agglomerandoli in un'unica e alleata minaccia che prima o poi sarebbe occorso contrastare, giacché l'universalcrazia e l'incolumità dell'innocente cittadino eran senz'altro sotto minaccia a causa loro. Erano storie che venivano utilizzate e riciclate nel tempo, senza troppa fantasia e indubbiamente senza vergogna. Erano già state sfruttate in precedenza per invadere e attaccare l'Urik, il Talebanistan e innumerevoli altri nazioni, mondi, pianeti e galassie. Ma non importava, ogni volta la gente ci cadeva smemoratamente, perché stavolta era senz'altro vero, avevamo imparato dagli errori del passato e dai falsi pretesti, gli stessi Divulgatori Informativi si erano corretti, ora eravamo più consapevoli della differenza tra propaganda e realtà, ed eravamo realmente minacciati, e conseguentemente realmente caricati della responsabilità di confrontare il Male. Qualche anno dopo, come al solito, avrebbero cominciato a trapelare le infondatezze, le bugie, le distorsioni, le macchinazioni. Ma, ogni volta, il martellare informativo era così insistente, urgente e convinto, che gli accadimenti e le ombre che si addensavano sulla civiltà stavolta dovevano per forza essere reali, e dovevano per forza essere affrontate, combattute – neutralizzate con conquiste e invasioni. In luoghi usualmente, quanto coincidentalmente, ricchi di materie prime e preziosi.

Stava spolverando un alambicco incastrato in un grammofono collegato con un lettore DVD connesso con un vetusto tostapane, reperti di un mondo ormai dimenticato, dagli usi confusi – quando irruppe nella stanza Babbo Naziale, concitato e agitato agitato agitato agitato agitato agitato, in breve esa-gitato, che lo ghermì per il braccio esclamando:

«Ah bene, sei qui, dunque, sbrigati, dobbiamo andare!»

«Sei stato morso dal ragno della demenza? Voglio dire, di nuovo? Ho appena iniziato a pulire.»

«Pulire, chi se ne importa, gli acari sono i miei animali da compagnia – vieni via, non sei qui per questo.»

Si lasciò stancamente trascinare dal vecchio misteriosamente ringalluzzito. Forse aveva trovato qualche aliena di Phobos pronta ad offrirgli qualcosa di molto privato in cambio di un matrimonio di convenienza. Babbo Naziale lo strattonò in una specie di buio garage, gli infilò un casco rotto sulla testa, dalla cinghia penzolante, lo spinse in una cabina e gridò “ho ho!”: subitaneamente un portone si aprì come un sipario e l'abitacolo venne trascinato fuori, prendendolo di sprovvista e facendogli sbattere la testa, tanto da fargli dubitare di quel che vedeva: sei renne robot tiravano la slitta passeggeri a tutta velocità verso destinazione ignota, tra la nebbia fumigante e il cupo asfissiante, sinistramente illuminato di fiotti arancioni.

«Non ti sei calato un po' troppo nella parte?» chiese Pyotr jr, persino più istupidto del solito.

«Non voglio certo deludere il mio pubblico!» eruppe l'immondo vecchietto.

Grattacieli d'acciaio, che continuavano per chilometri sotto la superficie, si facevano slalomare spericolatamente, mentre il volto del disorientato Crispin sbiancava, e l'anziano panciuto ridacchiava seminando il traffico della sera irto di robot che tornavano a casa dal lavoro.

Parcheggiò in un parcheggio per disabili mentali, per cui aveva un tesserino, legò le renne di metallo a qualche lampione, prendendo a calci gli pseudo-zombie che lo attorniavano, e saltellando smaniosamente rutilò “muoviti, muoviti!” all'aiutante riluttante che lo seguiva meccanicamente, indeciso, come al solito, se essere morto o vivo. Lo seguì.

S'infilarono in un tunnel, oltre il quale si percepiva un gran boato, un costante clamore.

Alzò un tombino clandestino che dava nel dedalo sottocittadino, corsicchiarono lungo svariate passerelle e piattaforme, poi si fermarono, sotto un'altra botola.

«Shhhh!» gli intimò il vegliardo.

«Chi dice nulla» bofonchiò l'altro.

Ricevette uno schiaffo sulla faccia.

Il rumore aumentava.

Babbo scostò il tombino, e qualcuno cadde in testa a Crispin.

Naziale richiuse il tombino con un grugnito.

Crispin si strusciava la faccia e la testa lamentandosi, esclamando cose poco graziose.

Guardò davanti a sé, e vide una creatura spaventata e ansimante, nonché certamente più graziosa delle sue esclamazioni.

Era Miss Inoculo.

 

Continua...

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Nicky Persico, "La danza delle ombre"

9 Aprile 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

La danza delle ombre

Nicky Persico

Oakmond Publishing, 2018

 

Avevo letto da qualche parte che ogni personaggio che abita i nostri sogni da dormienti rappresenta una parte di noi, anche quando i protagonisti della produzione onirica siamo noi. E’ questa la chiave di lettura che do dell’ultimo libro di Nicky Persico, e che mi spiega l’avventura surreale di Asdrubale, l’uomo deluso, disilluso, triste e solitario, che decide di affrontare tutti gli eventi della vita come se fosse per l’ultima volta. Lasciata quindi l’inseparabile automobile in un parcheggio, acquista un bizzarro biglietto per “la destinazione più lontana che c’è”, e si ritrova nello scompartimento di un treno in compagnia di una comitiva accogliente e chiassosa ma soprattutto desiderosa di farlo partecipare al suo gioco solito: il racconto di una storia. Ogni aneddoto è metaforico e, a mio giudizio, tutti insieme costituiscono una sorta di seduta di psicoterapia per Asdrubale che, di volta in volta, si trova a riflettere su temi fondamentali quali il giudizio, la paura, il cambiamento, il potere salvifico dei libri e della fantasia.

I racconti sono brevissimi, lo stesso libro è in definitiva un racconto lungo, molto diverso da quanto avevo già letto in passato dello scrittore. La lingua di Nicky Persico è come sempre pulita, abbellita da qualche vocabolo desueto qua e là ed è come un tappeto volante che ci fa viaggiare insieme al protagonista e ci rende partecipi del suo percorso interiore. Impossibile non confrontarci noi stessi con le storie narrate e dare un significato alle metafore in esso contenute secondo le nostre esperienze e il nostro sentire. Riflessioni sul sentirsi integri o “a metà”, sui cambiamenti che spesso imprimiamo alla nostra vita solo per paura di eventi catastrofici che poi, magari, nemmeno si verificano. O che sono solo proiezioni, come un’allucinazione collettiva, delle nostre paure. Riflessioni su chi sono gli altri davvero, sul giudizio spesso errato che noi formuliamo su di loro e forse anche su di noi. Come Asdrubale, che ascolta silenzioso durante tutto il viaggio, dovremmo tenere il nostro ego in disparte, scendere dal treno e scoprire che la soluzione l’avevamo da sempre nella tasca, se solo l’avessimo ascoltata prima. Ma per potere sentire la voce dell’anima occorre un silenzio interiore che forse possiede solo chi pensa di avere perso tutto, per poi scoprire di avere ancora un infinito attimo davanti a sé tutto da vivere intensamente.

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Palingenesi di una mitopoiesi

8 Aprile 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Salì sul palco. Era il palco della vita. Da quando l'Inoculo era stato eletto Principio Fondante della Civiltà, non vi era esposizione più prestigiosa e brillante, occasione dalla visibilità maggiore, per qualsiasi aspirante modella, che l'incoronazione a Miss Inoculo e il conseguente Gran Galà degli Inoculi, qualche settimana dopo – su cui si focalizzavano ritualmente i riflettori, rimbalzandone le immagini ovunque, facendo vibrare la ragnatela di satelliti del cosmo. Era la serata che aveva aspettato per tutto questo tempo. Calici d'argento, brillanti, diamanti, vestiti eleganti, platea delle grandi occasioni, ricchi signori, rappresentanti delle istituzioni, le massime cariche della CSK, e centinaia di videocamere spianate. Tra una canzone e un balletto, un tuffo nei coriandoli, una parata e una battuta ingessata, fu evocata alla ribalta, circonfusa di clamore e musica lussureggiante. Ora era un simbolo. Simbolo del Principio Fondante della Civiltà, della Sacra Scienza, delle Benigne Verità dell'Impero del Bene Assoluto, della Salute e della Bellezza inestricabilmente legate a questi concetti.

Si presentò al microfono, radiosa, irraggiante luccichii nel suo vestito di Diamanti di Eidos – il suo viso riflesso e rifratto in miliardi di schermi, in infiniti occhi e menti. Fu accolta da un applauso fragoroso e prolungato, che lasciò spazio a un silenzio trepidante. Miss occupò quello spazio con il proprio sguardo, proiettandolo attorno, rivolgendolo lentamente a tutte le latitudini e longitudini, adagiandolo su tutti loro.

 

«Mi spiace dirvi quel che devo dirvi. Ma non lo sta dicendo nessun altro. Ci sono informazioni che non vengono divulgate. E che provano che tutta questa è una fantasia, una buffonata, una mascherata. Dieci anni fa le principali riviste medico-scientifiche del mondo si unirono in un editoriale condiviso in cui denunciavano l'ingerenza delle multinplanetarie del farmaco nella ricerca scientifica. Descrivevano come i ricercatori, anche quelli all'interno delle università, con la minaccia della rimozione dei finanziamenti, venivano legati con contratti che impedivano loro di riportare fedelmente e liberamente i risultati delle sperimentazioni e dei test clinici. L'ultima parola su quali dati dovevano essere diffusi, e su come dovevano essere diffusi, spettava ai finanziatori stessi.»

 

Ovali agghiacciati osservavano dalle balconate, in un'espressione congelata di terrore. I dirigenti della CSK non credevano stesse davvero accadendo. Erano ancora nei loro letti. E stavano avendo il peggior incubo.

 

«Avete mai sentito parlare di tutto questo? Solo un paio di anni fa la rinomata rivista Scientific Empire ha confermato queste pratiche, chiedendosi: possiamo davvero fidarci dei dati di queste ricerche? La scienza a cui ci appelliamo per combattere l'oscurantismo è davvero scienza, o è una nuova forma di fede, riposta nella falsificazione del metodo sperimentale a scopo di profitto?

Come possiamo quindi fidarci della reale efficacia e sicurezza di ciò che ci obbligano a inocularci? Come possiamo fidarci delle modalità e delle quantità che ci impongono? È un processo a cui ci sottopongono per una reale necessità sanitaria, o per una gretta ingordigia monetaria?»

 

Alcune delle massime cariche istituzional-industriali si stavano risvegliando dal torpore incredulo dello shock e cominciavano ad agitarsi, a contattarsi, a coordinarsi e a ordinare ordine. Altri stramazzavano a terra ansimando, o si tenevano il petto, o cominciavano a perdere sangue dal naso. Porchinstein, con ammirevole snodatezza, si stava mordendo un piede.

 

«La stessa CSK è stata diverse volte colta sul fatto: nell'atto di corrompere funzionari pubblici affinché agevolassero i propri farmaci. Nell'atto di immettere e mantenere sul mercato prodotti con gravi effetti collaterali, talvolta mortali, per anni, nonostante fosse provatamente fin dal principio consapevole di questi. Quindi, ripeto, come possiamo fidarci, e perché dovremmo farlo?»

 

Si tolse la corona che le cingeva la testa, e la posò per terra, facendovi scivolare sopra anche la fascia recante l'acronimo farmaceutico.

 

«Per quel che mi riguarda, questi orpelli, queste cariche, non significano più niente: niente di bello, niente di civile e niente in cui credere. Rappresentano solo menzogna, sfruttamento della credulità, bramosia insana e pericolosa»

 

Agenti si stavano accalcando ai lati del palcoscenico, pronti a fermarla, ma lei scese frontalmente, verso il pubblico attonito e ronzante. Il pubblico casalingo era costernato, metà critico, metà giubilante, affascinato dall'eccitazione della novità, dalla sensazione del dramma incipiente, del fatto che qualcosa di sensazionale era successo.

 

Lei si era tolta le scarpe col tacco e aveva cominciato a correre, mentre le Forze dell'Ordine con sempre minor timidezza sciamavano dietro di lei.

 

Dall'alto i droni inquadravano Miss entrare nel tunnel d'uscita del teatradio, un misto tra uno stadio e un teatro, e la ciurma di Poliziotti Inoculari infilarvicisi dopo di lei.

Poi si vide la mandria di tutori precipitarsi fuori di esso, dall'altra parte, all'esterno. Ma lei non era uscita. Determinati e confusi, erano all'inseguimento di un fantasma. Giacché lei sembrava sparita.

 

 

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La poesia e l'altro

7 Aprile 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi, #poesia

 

 

 

 

LA POESIA E L'ALTRO

Nona edizione del Festival Internazionale di Poesia

12-13-14 Aprile 2019

Milano - Como - Brunate

 

Dal 12 al 14 aprile 2019, Sala Congressi di Palazzo Reale, Milano, Villa Gallia e Università dell’Insubria e licei– Como, Passeggiata creativa a Brunate (Co) Europa in versi, Festival Internazionale di Poesia organizzato dalla Casa della Poesia di Como, torna per il nono anno, con la presenza di poeti di rilevanza nazionale e internazionale. “La poesia e l’altro” è il tema di questa edizione: viene data attenzione alla capacità di comprendere lo stato d'animo altrui, di capire “l’altro da sé”, comprenderne i sentimenti, apprezzare la ricchezza che culture diverse dalla nostra possono portare, mantenendo sempre viva tuttavia la propria identità culturale.

Il Festival, ideato e promosso da Laura Garavaglia (presidentessa della Casa della Poesia di Como), si articola in tre giornate. La prima (venerdì 12 aprile) è ormai un incontro immancabile, dedicato agli studenti dell’Università dell’Insubria delle scuole secondarie (licei e istituti tecnici) che incontrano i poeti e presentano loro le opere realizzate per il Festival (video, disegni, musiche e riscritture). Nel pomeriggio, si allarga lo spettro d’azione e si “invade” Milano: presso la Sala Conferenze di Palazzo Reale, Piazza Duomo 14 si terrà uno spettacolo di poeti-performer ospiti del Festival che si alterneranno a letture di altri poeti sempre partecipanti al Festival.

I performer sono tutti campioni di Poetry Slam nei loro Paesi ed alcuni sono campioni del mondo. “Europa in versi” entra nel vivo sabato 13 aprile, quando – dopo l’incontro con gli studenti dell’Università dell’Insubria – nello scenario di Villa Gallia, affacciata sul primo bacino del Lago di Como, inizia l’International Poetry Slam: sei performer, noti in tutto il mondo per questo genere di poesia, coinvolgono un pubblico eterogeneo con letture ritmate. I poeti presenti, infatti, sono tutti giovani “slammer” - performer che uniscono al linguaggio della poesia quello del corpo durante la recitazione. Il “Poetry Slam” è dunque una gara amichevole: coinvolgente, vivace, a tratti sorprendente, con “colpi di versi” tra alcuni dei più importanti campioni nazionali nei loro paesi d’origine e campioni del mondo.

Tra il pubblico presente sarà nominata una giuria di cinque elementi estratti a sorte, che proclamerà il vincitore.

Per il secondo anno Laura Garavaglia conferma un format festivaliero innovativo: “Il Poetry Slam è un modo di condividere la poesia in un’atmosfera di amicizia, serenità e divertimento che recupera la dimensione orale della parola. Poesia di tutti e per tutti”.

Il pomeriggio avrà come master ceremony il poeta Dome Bulfaro, artista visivo, performer e fondatore della LIPS (Lega Italiana Poetry Slam). Sei gli slammer in gara: i poeti performer invitati sono tutti campioni nei loro Paesi di origine: Marc Kelly Smith (USA), il «padre», chiamato appunto “Slampapi”, l’inventore negli anni ‘80 del Poetry Slam, poeta, performer. Un’icona della poesia performativa. Dallo storico locale Green Mill di Chicago ha portato questa gara in versi in tutti gli Stati Uniti e in Europa, dove sta diffondendosi sempre di più. Smith che sarà ospite d’onore del Festival. Roberta Estrela D’Alva (Brasile) attrice e performer. Campionessa del Brasile 2011, terza alla Coppa del Mondo 2012. Pioniere del poetry slam in Brasile. Alexis Diaz Pimenta (Cuba) poeta, romanziere e saggista, massimo esponente al mondo della poesia estemporanea "repentista". È il top nella sua arte d'improvvisazione. Evelyn Rasmussen Osazuwa (Norvegia) Attrice di teatro, danzatrice e insegnante. Campionessa del Mondo di Poetry slam 2017. Sam Small James, (UK) poeta e performer. Campione del Mondo di Poetry Slam 2018 Duo Eell Shous (Italia), formato da Davide Passoni e Marco Tenpo: sono campioni italiani di poetry slam a squadre 2018. Sarà inoltre ospite anche quest’anno il poeta e performer Simone Savogin, tre volte campione italiano di Poetry Slam e semifinalista a Italia’s Got Talent.

Si terrà anche il consueto reading di poesia che vede protagonisti grandi nomi della poesia italiana e internazionale: Giuseppe Pontiggia, una delle voci più significative della poesia italiana contemporanea; Maria Caspani, scrittrice, poetessa, attualmente lavora a New York presso l’agenzia Reuters Digital; Marisol Bohórquez Godoy colombiana, artista e poeta; Ion Deaconescu (Romania) direttore dell’Accademia Mondiale di Poesia Miahi Eminescu e dell’omonino Festival di Letteratura che si svolge a Craiova, che ci ricorda come la poesia sia custode della memoria, Jeton Kelmendi, (Albania) poeta, giornalista, saggista e docente universitario, ha combattuto durante la guerra del Kosovo: nei suoi versi fa dell’amore l’arma più grande perché vinca la pace, Dmytro Chystiak (Ucraina) giovane poeta già autore di circa cinquanta libri tra saggi e poesia; scrive sia in madrelingua che in francese e nei suoi testi richiama la poesia simbolista; Nicolae Dabija (Moldavia), è poeta, giornalista culturale, scrittore e direttore della rivista Literatura și Arta, pubblicazione dell’Unione degli Scrittori della Repubblica Moldova. È stato considerato da Michail Gorbačëv un leale sostenitore della perestrojka e un uomo che si è battuto per la democratizzazione del suo Paese. Ataol Behramoglu (Turchia), uno dei maggiori esponenti della poesia contemporanea nel suo Paese, giornalista e docente Universitario.

A fine giornata verranno proclamati i vincitori del “Premio Internazionale di Poesia e narrativa Europa in versi”, legato al festival. Il premio si articola in varie sezioni, tra cui una interamente dedicata ai giovani. Per l’occasione saranno pubblicati dalla Casa Editrice I Quaderni del Bardo di Stefano Donno i libri di Ion Deaconescu e Maria Caspani, e l’antologia che raccoglie le voci dei poeti partecipanti al Festival e dei vincitori del Premio letterario omonimo.

Il Festival si conclude domenica 14 aprile con una “Passeggiata poetica a Brunate”, in collaborazione con l’Associazione Sentiero dei Sogni: Pietro Berra, curatore del progetto e poeta, conduce gli slammer alla scoperta del piccolo e affascinante paese montano. I poeti leggono alcuni testi, creando un ponte ideale con le storie di importanti autori del passato legati a questi luoghi: Alda Merini, di cui ricorre il decennale della morte; il pioneristico chansonnier Neno Cantoni - nato cento anni fa; il poeta nazionale bulgaro Pencho Slavejkov, che scelse Brunate quale luogo dove terminare la propria vita circondato dalla bellezza. La passeggiata attraversa “il Balcone sulle Alpi”, definizione di Brunate dalla Belle Époque, con un itinerario in quattro tappe, attraverso ville e giardini in Stile Liberty aperti al pubblico per l'occasione.

Per maggiori info www.passeggiatecreative.it

Tutti i poeti sono disponibili per delle interviste previo accordo con l’ufficio stampa.

 

 

Per ulteriori informazioni: www.europainversi.org

www.lacasadellapoesiadicomo.com

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