La commedia divina e il cortocircuito dell'anima
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Era già l'ora che volge il disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo dì c'han detto ai dolci amici addio;
(Purgatorio, VIII)
Potrei analizzare il canto, le chiose, le note, potrei parlare di contesto storico, di terzine incatenate di endecasillabi, invece ripenso a quel libretto capitato per caso fra le mie mani infantili: La Divina Commedia spiegata ai bambini che mi ha fatto conoscere, e godere, l’avventura di Dante, Virgilio e Beatrice, a spasso nella selva oscura, giù nei gironi infernali, su per il monte del Purgatorio, in cielo fino all’amor che move il sole e le altre stelle. E penso all’edizione illustrata da Gustave Dorè che circolava in casa, i corpi nudi di Paolo e Francesca sbattuti dalla tempesta, i chiaroscuri cupi, le foglie d’alloro a incoronare i due poeti, lo sguardo truce di Caron dimonio. Penso, infine, all’edizione del 1962, commentata da Carlo Grabher, sulla quale ho studiato al liceo, col professor Aldo Baldini allora trentenne, che, non so se è vivo o morto, ma lo ringrazio per avermi trasfuso la passione per la letteratura e insegnato un metodo di studio. Penso alla stessa edizione spulciata all’università - tutto l’inferno minuto per minuto - imparata quasi a memoria con la mia amica Cristina, perché all’esame ti aprivano a caso il testo, coprendolo con le mani, ti facevano leggere un verso e ti chiedevano vita, morte e miracoli, che canto era, qual era il peccato punito, quale il contrappasso. E noi lì, a ripetere, a farci le domande l’un l’altra, a cercare di memorizzare tutti i personaggi minori, a innamorarcene nostro malgrado.
Ecco, questo mi viene in mente, quando penso alla Divina Commedia e gradirei parlare con quelli dell’organizzazione “per i diritti umani” che vorrebbero bandirla perché omofoba, razzista, anti islamica. Bramerei guardarli negli occhi e dir loro che anch’io ho diritto. Ho diritto alla mia cultura, quella che ho assorbito attraverso i secoli con la lingua dove il sì suona, a quella che mi ha fatto crescere, che ha fatto di me ciò che sono, nel bene e nel male. E poi vorrei costringerli a leggere il verso che ho citato, a ripeterlo come un mantra, a recitarlo come una preghiera, a sussurrarlo fino a farselo scendere dentro, oltre la metrica, oltre la struttura. “Ma non sentite?” urlerei, “non sentite la botta di poesia nella pancia, lo struggimento del cuore, il cortocircuito della mente, l’armonia celeste fra significante e significato, fra forma e contenuto, che ti fa salire le lacrime agli occhi ogni volta? Ma che uomini siete?
La Commedia è nostra, ragazzi, è poesia pura, è insuperabile e insuperata, è, appunto, Divina.
Guai a chi ce la tocca.
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CriticaLetteraria: CriticaLibera: La commedia divina e il cortocircuito dell'anima
Era già l'ora che volge il disio lo dì c'han detto ai dolci amici addio;ai navicanti e 'ntenerisce il core (Purgatorio, VIII) Potrei analizzare il canto, le chiose, le note, potrei parlare di ...
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La finestra rossa
La prima cosa che ricordo è una finestra rossa nella notte. E di essermi stupita che in un casolare così grande, perso in mezzo ai campi, ci fosse un'unica finestra illuminata, per di più di una luce calda e intensa, di quelle che provengono da un camino o delle candele, ma più luminosa. Mi sono incamminata in quella direzione.
Non ricordo come sono entrata nel giardino davanti alla casa, né come sono arrivata ad avere la testa appoggiata al portone e lo sguardo fisso sul legno e su un liquido scuro e vischioso che si apriva lentamente una via tortuosa verso il basso. Da lì i miei occhi devono essersi spostati sul gatto. Un persiano dal pelo morbido e gli occhi scintillanti che si strusciava sulle mie gambe.
Tutta la frazione di tempo dal momento in cui ho visto il gatto al mio prossimo ricordo è stata inghiottita da un vuoto oscuro. L'immagine successiva è una stanza sprofondata in una luce intensa, proveniente da tante piccole lampade coi parlaumi di stoffa, sparse in tutti gli angoli e invasa da un odore di mobili vecchi e dalla presenza opprimente di pesanti tende di velluto rosso, ai lati della finestra che devo aver visto dai campi. Sono seduta, ho le braccia pesanti, incollate ai braccioli di una sedia a dondolo e le gambe che penzolano inermi sul pavimento, quasi estranee al mio corpo. Sulla poltrona di fronte a me è seduta una donna anziana, che accarezza la testa di un gatto addormetato sulle sue ginocchia. Non il persiano, che, mi accorgo, continua a girarmi attorno e fare le fusa. La donna sorride.
- Il tè ti ha fatto bene. - dice.
- Non so come sono arrivata. - rispondo, e mi tocco la testa, in un punto dove ho percepito un vago fastidio. Ritraggo la mano e vedo le mie dita macchiate di sangue. Passo il palmo sul viso e mi rendo conto che il sangue è dovunque, sulla mia faccia, sui miei vesiti, sui braccioli della poltrona. Il persiano miagola.
- Non importa. - Dice la donna - l'importante non è che tu sappia da dove vieni, ma dove sei.
Si alza, il gatto salta giù ed esce dalla stanza, lei viene verso di me. Cerco di decifrare la sua espressione, ma ho la vista confusa e noto appena la mano che si avvicina al mio viso. Scosta qualcosa, fra i miei capelli. Sposta una compressa, scioglie e riavvolge delle bende.
- Non è niente.- dice.
- Non so cos'è successo.
- Non importa cosa è successo. - Ha una voce pacata, profonda, che mi fa perdere il filo delle mie ansie.
Torna a sedersi e guardarmi.
- Io posso dirtelo, sai? Ma dovrai rinunciare a molte cose. -
Sposto lo sguardo sulle pareti. Ci sono dei paesaggi a olio stranamente familiari, che gli uni accanto agli altri per quanto insignificanti, sembrano ansiosi di raccontarmi una storia che conosco. I mobili sono tutti di legno massiccio e mostrano i segni di almeno un secolo di usura. Qua e la ci sono dei libri sparsi senza criterio e delle piante da vaso, seminascoste nel caos dell'arredamento. Sul tappeto la fantasia geometrica della lana è andata a confondersi con una distesa di macchie multiformi, alle quali si sono probabilmente aggiunte quelle del mio sangue. Vedo almeno altri tre o quattro gatti seduti e accucciati qua e la per la stanza. Vedo la tazza da cui devo aver bevuto il tè, di una porcellana spessa e una forma barocca che stona con tutte le altre cose attorno a me. La donna sorride. Ha denti e capelli bianchi e gli occhi grigi, circondati da una trama di rughe che scendono in un unico disegno dal viso al collo, fino a sparire in un vestito di stoffa pesante, con una fantasia vistosa di fiori rossi. Dico l'unica cosa che non sto pensando:
- Voglio andare via. -
Mi sono risvegliata nel letto dell'ospedale, accolta dalla luce fredda del neon e dall'odore pungente degli antisettici. Nessuno sa cosa sia successo. Non c'è stato nessun incidente quella sera e nessun evento particolare sul mio tragitto. L'autista non ricorda di avermi visto salire o scendere dall'autobus, ma devo averlo preso come al solito, o non sarei arrivata in campagna. Cosa mi abbia spinto a scendere a metà strada, quando come e perché mi sia procurata la ferita, non lo so. Ho rifiutato la visita dello psicologo.
Da quella sera il mondo è diventato insolitamente freddo e nitido. Le luci, i rumori, gli odori, sono tutti più intensi, definiti e pungenti, ma allo stesso tempo più distanti, come se una barriera invisibile mi separasse dalla realtà. Non importa come sono arrivata al casolare. Ogni giorno dai finestrini dell'autobus scruto il paesaggio alla sua ricerca o di un punto in cui potrebbe plausibilmente trovarsi, ma non trovo nulla. La sera al ritorno non c'è nessuna finestra illuminata di rosso. Mi sono presa le domeniche per cercare a piedi nella campagna. Sono scesa a ogni fermata e ho fatto chilometri e chilometri fra i campi, ma non sono riuscita a ritrovarlo.
Quando mi hanno trovata quella mattina non avevo nessuna medicazione sulla testa, ma l'emorragia si era fermata. Da giorni continuo a vedere l'apprensione negli sguardi dei miei familiari e cerco di sfuggirli. Sono preoccupati, ma non sanno, e non devono sapere, dei peli. I miei vestiti, quando li ho ritirati all'ospedale, erano pieni di peli di gatto, lunghi e grigi.
Non importa se il casolare e la sua proprietaria esistano o meno, sento che sono la chiave verso qualcos'altro e li ritroverò. Non mi importa sapere da dove vengo, ma ho bisogno di capire dove sono finita.
Noemàtia (piccoli pensieri)
Ida Verrei, "Un, due, tre, stella!"
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Una grande capacità narrativa. Si vedono gli arredi, si sentono gli odori, i sapori, i rumori. Bella la premonizione che c'è in ogni personaggio, già tutto il destino in nuce, fin dal primo apparire sulla scena. Descritto benissimo l'animo infantile, con uno stile che ricorda Niccolò Ammanniti: la repulsione per gli adulti, la lacerazione di Annarella fra i diversi affetti che, ella non capisce perché, non possono convivere. Sopra ogni altro sentimento, l'odio per Wanda, la matrigna che avvelenerà tutta la sua vita, fino all'ultimo gesto di strappare l'album di famiglia, togliendole persino la pace dei ricordi. Malcelato il disprezzo per il padre, vile, succube e sottilmente crudele. Un linguaggio asciutto, ma poetico, pulito, pregnante, "concluso". Uno stile semplice ma attentissimo, ogni parola ricca di peso e valore, non una virgola fuori posto o di troppo.
Ettore Scola e Maccheroni
Maccheroni (1985)
di Ettore Scola
Regia: Ettore Scola. Soggetto e Sceneggiatura: Ruggero Maccari, Ettore Scola, Furio Scarpelli. Fotografia: Claudio Ragona. Montaggio: Carla Simoncelli. Scenografia: Luciano Ricceri. Costumi: Nanà Cecchi. Trucco: Francesco Freda. Musiche: Armando Trovajoli. Produttori. Luigi e Aurelio De Laurentiis, Franco Committeri. Casa di Produzione: Filmauro. Interpreti: jack Lemmon, Marcello Mastroianni, Daria Nicolodi, Isa Danieli, Maria Luisa Santella, Patrizia Sacchi, Bruno Esposito, Orsetta Gregoretti, Marc Berman, Jean-François Perrier, Giovanna Sanfilippo, Fabio Tenore, Marta Bifano, Aldo De Martino, Clotilde De Spirito, Carlotta Ercolini, Vicenza Gioiosa, Ernesto Mahieux, Giovanni Mauriello, Alfredo Mingione, Daniela Novak, Umberto Principe, Giovanni Riccardi, Corrado Taranto, Franco Angrisano.
Maccheroni non è tra i film memorabili di Ettore Scola, ma se paragonato ai television movie che girano i modesti registi italiani contemporanei è un vero capolavoro. Scola, Maccari e Scarpelli insegnano come si scrive la commedia all’italiana, un mix di comicità e dolore, passione e dramma, dolcezza e sentimento, sorriso e tristezza. Insomma, la vita. La commedia all’italiana è rappresentazione dell’esistenza, fa sorridere raccontando quel che siamo, non costruendo patetiche storie televisive. Il film presenta l’insolito incontro di due attori straordinari come Marcello Mastroianni (consuetudine nei film di Scola) e Jack Lemmon (recita in inglese e interpreta un americano) che conferiscono spessore ai personaggi. Il regista racconta l’amicizia tra Robert, un manager americano (Lemmon) e Antonio, un impiegato napoletano (Mastroianni), che risale ai tempi della seconda Guerra Mondiale. L’americano era a Napoli per liberare il paese dalla presenza tedesca e aveva vissuto una breve storia d’amore con Maria (Sanfilippo), sorella di Antonio. Tornato a casa si era dimenticato di tutto, ma Antonio aveva tenuto vivo il ricordo del vecchio amore scrivendo a suo nome lettere ricche di passione. Robert era sempre stato presente nella famiglia napoletana con le fantastiche avventure inventate da Antonio - commediografo dilettante e autore di sceneggiate - anche quando Maria si era sposata e aveva avuto figli e nipoti. L’amicizia tra Antonio e Robert si rinsalda, nonostante uno screzio iniziale, l’americano vive la Napoli dei ricordi, rivede Maria, la sua famiglia, si emoziona pensando alla giovinezza. Nessuno gli chiede soldi, pure se è molto ricco e potrebbe aiutare, ma Antonio è orgoglioso, nobile d’animo, vuole soltanto amicizia. Alla fine Robert salverà il figlio di Antonio dalle mani dei camorristi, staccando un assegno da cinque milioni per rimborsare uno sgarro. Maccheroni è commedia all’italiana pura, perché il finale è amaro, ma non troppo. Antonio muore d’infarto, ma tutti siedono al tavolino e servono un piatto di pasta al capotavola, sperano che non sia vero, che sia solo una morte apparente, che si alzi dal letto come era accaduto in passato.
Maccheroni è un film sull’amicizia, immutabile nel tempo, capace di rivitalizzarsi se stimolata dal ricordo di momenti vissuti insieme. Scola cita Bergman (Il posto delle fragole, 1957) con la sequenza flashback di Jack Lemmon che rivede il suo amore giovanile seduto su una panchina, fotografa Napoli con dovizia di particolari, realizza mirabili piani sequenza con i due attori sul lungomare, indaga la vita dei vicoli di Spaccanapoli, Mergellina, Posillipo, via Caracciolo. Robert trascura il lavoro per compiere un tuffo nel passato, si lascia sedurre dall’amicizia, rischia di perdere il posto di dirigente d’azienda e persino la causa con la moglie che chiede il divorzio. Sceglie di restare a Napoli per aiutare un amico con un figlio in difficoltà e dopo la sua morte improvvisa partecipa alla veglia funebre, sperando che non sia morto ma che si alzi dal letto per mangiare con loro. Scola sfuma sulle immagini di un piatto di maccheroni, i rintocchi della campana indicano le una, ora del possibile risveglio. Non sappiamo se accadrà davvero…
Mastroianni dà vita a un personaggio riuscito di napoletano sognatore, sopporta una modesta realtà da impiegato con velleità artistiche che sfoga nella sceneggiata e nella scrittura popolare. Un uomo che crede nell’amicizia, confida nel figlio e nel futuro, sin troppo credulone e pieno di orgoglio. Lemmon è molto espressivo nella caratterizzazione di un americano alle prese con i ricordi, vinto dalla genuinità di un intero popolo e dall’amore che tutti gli manifestano senza chiedere niente in cambio. Tra gli attori merita una citazione Daria Nicolodi, in forma smagliante nei panni di una segretaria napoletana, innamorata del suo principale, ma con le idee piuttosto confuse.
Pino Farinotti concede tre stelle: “Attraverso l’antica amicizia, il pragmatico americano riscopre il fascino della magia napoletana e, dopo varie disavventure, arriva persino a sperare nei miracoli. Film intessuto di allegra malinconia”. Soltanto due stelle (ma tre di pubblico) per Morando Morandini: “Nella sua gradevolezza consolatoria è una commedia fiacca, flebile, di scarso spessore, specialmente nell’edizione parlata in italiano, e non bilingue. Qualche invenzione brillante e finale a sorpresa”. Duetto di bravura”. Paolo Mereghetti è il più caustico. Soltanto una stella e mezzo: “Dalla riflessione amarognola sull’amicizia si passa alla farsa e poi al dramma, con sorpresina finale: Scola lascia spago agli attori e non risparmia i luoghi comuni sulla napoletanità”.
In ogni caso il film è la prima produzione italiana distribuita da una major nelle sale degli Stati Uniti. Armando Trovajoli compone una colonna sonora suggestiva e malinconica, mixando pezzi d’epoca e musica napoletana. Montaggio e fotografia da manuale.
Ettore Scola (1931) è tra i registi della migliore commedia all’italiana, erede anche lui di molte tematiche neorealiste che supera in un discorso filmico moderno e originale. Nasce come sceneggiatore di commedie e debutta alla regia con Se permette parliamo di donne (1964) interpretata da Vittorio Gassman, ma il suo tratto d’autore va ricercato nella commedia sociale che critica il costume e i difetti nazionali. Ne sono esempi film come Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968), Il commissario Pepe (1968) e Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca (1969). Tra i suoi migliori film va citato C’eravamo tanto amati (1974), opera soffusa di malinconica ironia, che attraverso le vite incrociate di tre personaggi innamorati della stesa donna racconta trent’anni di storia italiana, rappresenta il crollo delle ideologie e rende omaggio al cinema italiano. C’eravamo tanto amati va oltre la commedia all’italiana e compone un affresco mirabile che mette al centro il sentimento del tempo che passa analizzando i tanti ideali traditi. Ettore Scola è un regista che difficilmente sbaglia un film e quando esce con una nuova opera ha sempre qualcosa da dire. Sono ottimi anche Brutti, sporchi e cattivi (1976), sgradevole e cinica operazione per presentare i problemi degli immigrati, La terrazza (1980), che segna la fine della commedia all’italiana, e Passione d’amore (1981), insolito film in costume per raccontare una storia di emarginazione. Il capolavoro di Ettore Scola resta Una giornata particolare (1977), una superba interpretazione di Marcello Mastroianni e Sophia Loren in un dramma psicologico consumato durante un breve incontro nel giorno della visita di Hitler a Roma. Sono interessanti alcuni film successivi sulla realtà italiana come La famiglia (1987), racconto di ottant’anni di storia privata, Che ora è (1989), sulla difficoltà di comunicare tra padre e figlio, e Mario, Maria e Mario (1993), storia pubblica e privata ai tempi della fine del partito comunista. Tra i lavori più recenti va citato La cena (1998), pellicola girata in un’unità di tempo e di luogo per raccontare diverse esistenze prese a simbolo della realtà contemporanea. Gente di Roma (2003) è il suo ultimo film, girato in digitale, ma non è all’altezza di tanti lavori precedenti, anche se si sforza di raccontare la società multietnica. Ettore Scola si segnala come regista impegnato e animato da una sincera coscienza civile che realizza cinema da metabolizzare e riflettere per comprendere la nostra storia.
L'albero
L’albero
La testa
contro l’austera carnalità del giorno,
titanico,
l’albero geme,
par che senta
i colpi dell’accetta,
l’unghia ramosa
stretta
nei fianchi di una verde nuvola
di sangue,
l’albero aspetta,
freme,
si perde
nella lenta
agonia della foresta.
Fiori ciechi, la verità dell'assurdo di Mario Lozzi
di Mario Lozzi
E se la natura ad un certo punto dell’evoluzione avesse scambiato gli uomini con i garofani? E se i garofani poi si comportassero come gli umani?
È una vicenda probabile o un tentativo di spettacolo, quello che propone Maria Antonietta Pinna?
Mentre ci si immerge nella lettura non si riesce più a comprendere quali siano i limiti del surreale. La vicenda ti prende la mente e la conduce a sprofondare nell’assurdo più geniale: tra guerre di fiori, sdoppiamenti di personalità, ricerca di scansione mentale, addirittura dentro il proprio cervello. E leggendo, leggendo si passa ad abitare funghi,come se fosse la cosa più normale nell’anormale più abituale. Descritto così:
«Biancheggiare d’enormi funghi prataioli. Sui gambi altissimi si disegnano porte di legno intarsiate. Le Lamelle giallastre sotto i cappelli lucidi sono agitate dal vento. Emettono leggeri suoni musicali. Un fumo grigiastro sale al cielo dai comignoli di Flink, il più povero, eterogeneo, tipico e popoloso quartiere di Florandia».
Ecco! Sono funghi e sono case. Hanno la tenerezza delle lamelle e la solidità della costruzione. Emettono fumo come risultato della realtà prodotta da un fuoco interno, ma esprimono anche musica, impregnando la loro essenza d’una magia che si può trovare soltanto nelle favole. Il quartiere assume la caratteristica d’una favela brasiliana o d’una fetta di città della cultura europea; non è strano poiché in questo libro tutto è possibile. Perfino parlare con la propria ombra e penetrare nelle strutture fisiche della mente per ritrovarvi quelle spirituali.
Il gioco delle immersioni successive in se stesso, che il personaggio principale compone con la sua ombra-guida, spesso raggiunge il parossismo. Basta leggere il brano seguente: «…. E dove ci troviamo adesso?».
«Volevo appunto chiedertelo».
«Secondo te?».
«Ma che ne so!».
«Prendi, così capisci».
«Cos’è?».
«Un bicchiere d’acqua».
«Che ci devo fare?».
«Vedi tu, per il bagno credo sia poca, è fredda quindi la pasta non ce la puoi cuocere».
«La devo bere?».
«Esatto».
«Fatto. Era buona».
«Uno, due, tre … rieccola!».
«Piove! Che succede?».
«Niente è l’acqua che hai bevuto».
«Come sarebbe?».
«Sarebbe che l’hai bevuta e ci è ricascata in testa, dal momento che siamo nel tuo esofago».
È l’incredibile, costruito forse su un’allucinazione. Probabilmente però è l’espressione metaplastica dell’ironia, l’eironeia dei greci spartani, espressa per nascondere la terribile forza guerriera che li animava.
Ed è proprio in questa forma che fermenta e poi prorompe la vera personalità della scrittrice. Tutto il racconto infatti è animato da situazioni ironiche, immerse nell’inverosimile come sottolineatura. Tanto assurde poi non sono, dal momento che tendono ad illuminare, sullo sfondo delle situazioni di Florandia, comportamenti umani che, nei risultati, non si differenziano troppo da quelle che sono le conseguenze pratiche di tutta l’umanità, cosiddetta “reale”.
Nel libro balenano decisioni sociali ed anche personali che provocano infinite conseguenze di sofferenze e di male, come nella nostra società. La ricerca affannosa del personaggio principale, fatta anche attraverso i meandri della sua scatola cranica, non è altro che l’espressione della guerra che Maria Antonietta si propone di fare alle ipocrisie sociali, velate dietro apparenti astrusità. Come i suoi garofani di Florandia, si nascondono al di là delle situazioni paradossali.
L’autrice del libro è senz’altro una combattente che esprime la fiamma etica che l’anima in maniera talmente raffinata che non è facile riuscire a comprendere. Ed è questa la sua vera sfida verso il mondo della letteratura, prima, e verso il complesso degli uomini più o meno viventi, poi.
Poiché gli uomini: «Non sanno che la terra genera mostri. Sperano con la morte di curare la vita. Con la guerra credono di telefonare alla pace». E, nell’epilogo del primo racconto, la “cerimonia” dell’impiccagione di Tuc, garofano nero, ricorda tanto un’altra esecuzione recente dove un altro “garofano nero” è stato impiccato in una “lugubre danza” prodotta non per un’ affermazione di liberta e di civiltà, ma soltanto per inconfessati interessi economici.
Florandia termina con una visione che però è anche un’invocazione e un augurio, forse disperato, del trionfo dell’idea. Anzi dell’IDEA, quella che potrebbe far apparire al mucchio dei esseri pensanti la vera realtà della vita. In fondo, nella sua etimologia antica, la parola idea fu coniata proprio per comprendere due cose: l’apparenza e la manifestazione. Su questi due significati si dipana tutta la struttura di Florandia condita d’incredibile, di magie fatte da una vecchia fattucchiera, spolverate con guerre e con antiche minestre, abbagliante di visioni senza tempo né luogo, legate da una corda surreale eppure tanto viva.
Il secondo racconto è anch’esso una spietata rappresentazione di ciò che l’egoismo umano può produrre, magari associandosi alla ricerca scientifica, per difendere le proprie angosce di sicurezza, ma senza rendersi conto di sperimentare le tappe verso la propria fine.
Fiori ciechi, Maria Antonietta Pinna, Annulli Editori, 2012 isbn: 9788895187358, in copertina Francesco Montagnoli "Fiori ciechi", acrilico 2012.
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Fiori ciechi, la verità dell'assurdo articolo di Mario Lozzi
E se la natura ad un certo punto dell'evoluzione avesse scambiato gli uomini con i garofani? E se i garofani poi si comportassero come gli umani? È una vicenda probabile o un tentativo di spettaco...
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I primi abitatori del Mediterraneo di Adriana Pedicini
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“Viviamo intorno a un mare -aveva detto Socrate, (470 / 469 a.C.) ai suoi amici Ateniesi- come rane intorno a uno stagno”.
In effetti circa cinque milioni di anni fa, il Mar Mediterraneo non era ancora un mare, bensì era una vallata profonda e arida che divideva tre continenti: Europa, Africa e Asia, fino a quando un cataclisma aprì un varco nel muro di contenimento dell’oceano Atlantico ad ovest, verso l’odierna Gibilterra. In un processo durato moltissimi anni, una gigantesca mole di acqua ha incominciato ad inondare l’intero bacino mediterraneo, dando vita a un nuovo mare che, per la verità, appare piuttosto formato da un insieme di mari: il mar Alboran, il Golfo di Lione, il Tirreno, lo Ionio, il mar Egeo, l’Adriatico, ognuno con caratteristiche proprie.
Settecento anni dopo Socrate, nel 200 d. C., il mondo classico se ne stava ancora intorno al suo “stagno”: si teneva aggrappato alle sponde del Mediterraneo, l’unico mondo possibile e sicuramente il migliore, se un senatore greco dell’Asia Minore, nominato governatore di una località sul Danubio, mondo definito barbarico, ebbe a dire lamentandosi: “Gli abitanti conducono l’esistenza più misera di tutta l’umanità, perché non coltivano olivi e non bevono vino”.
Con l’estendersi dell’Impero romano al mondo che esisteva già da secoli sulle rive del Mediterraneo, nel II secolo d. C., è straordinaria l’ondata di vita mediterranea che rifluisce nell’entroterra arrivando più lontano di quanto non fosse mai accaduto in precedenza.
In seguito numerose civiltà, diversi assetti politici, svariati predomini si susseguirono sulle terre circondanti questo Mare fino a giungere all’evo moderno.
Sicché, attraverso secoli di storia e mutamenti politico-religiosi-culturali, è possibile ricostruire la storia di uno spazio, il “bacino mediterraneo” ovvero dei “paesi mediterranei”, spazio nel quale si sono incontrate diverse civiltà e culture nel corso del tempo, che hanno influito sulla civiltà dell’Europa intera.
Anzi, solo in esse è possibile rintracciare l’identità complessa e contraddittoria della civiltà europea fin dalle sue origini, partendo dal formarsi dei primi nuclei di civiltà, molte migliaia di anni or sono, per giungere alla sua configurazione attuale, nella convinzione che «questa vicenda millenaria possa essere compresa soltanto nel quadro più ampio del bacino mediterraneo, col suo intreccio senza eguali di culture e di fedi diverse».
La storia d’Europa è dunque una storia che si è estesa per cinque millenni.
Ma quali furono i popoli che abitarono le rive del Mar Mediterraneo?
Solitamente si distingue un Mediterraneo romano e un Mediterraneo arabico.
All’origine dello sviluppo culturale “storico” dei paesi gravitanti sul Mediterraneo romano stanno grandi movimenti etnici, cioè due grandi migrazioni di popoli, le quali hanno contribuito a conferire a questa zona geografica quella fisionomia etnica che le fu propria in tutto l’evo antico e che in parte rimane tuttora.
Queste due migrazioni sono quelle degli Arioeuropei (o Indeuropei) o semplicemente Ari, e dei Semito-Camiti: ambedue si svolgono dentro l’area fin d’allora occupata dalla razza bianca o europida e a questa razza appartengono perciò i popoli che vi partecipano.
Quando iniziò lo svolgimento di queste due grandi migrazioni, e cioè alla fine dell’età neolitica, tutto il bacino del Mediterraneo risulta occupato da una stirpe umana che una sufficiente omogeneità di caratteri fisici ci permette di designare col nome di razza mediterranea; essa si trova allora a popolare le grandi penisole e le isole dell’Europa meridionale, l’Asia Minore, la fascia costiera dell’Africa settentrionale. Quali e quanti fossero i gruppi etnici, cioè i popoli appartenenti a questa stirpe, quali lingue parlassero, come si denominassero, possiamo dire di saperlo in modo vago e generico, solo per quelle genti la cui cultura e la cui lingua non rimase troppo presto eclissata da quella di posteriori invasori del loro paese e durò tanto da lasciare sicura notizia di sé all’indagine dello storico.
Compaiono tra questi antichi popoli del Mediterraneo gli antichi Iberi, i Sardi, i Corsi e quelli che col nome di Liguri ed Elimi abitavano agli albori della storia rispettivamente gran parte dell’Italia settentrionale e la Sicilia occidentale; i quali tutti conservarono la loro cultura e la loro lingua fino alla loro latinizzazione per opera di Roma. E se di questi popoli nessuno fu creatore di una grande civiltà, un altro ve ne fu invece, il cui incivilimento progredì fino a stadi elevatissimi: il popolo dei Cretesi, cioè gli abitanti dell’isola di Creta.
A sconvolgere tale sistemazione etnica del bacino del Mediterraneo sopraggiunsero le due migrazioni sopra ricordate: prima quella dei Semiti e Camiti, poi quella degli Ari.
I nomi di Semiti e Camiti derivano dalla ben nota “tavola dei nomi” inserito nel racconto dato dalla Bibbia (Genesi, X) delle prime vicende dell’umanità dopo il diluvio: qui sono distinti i popoli discendenti da Sem da quelli discendenti da Cam e da Jafet; di qui i nome di Semiti, Camiti e Giapeti per determinati gruppi di popoli corrispondenti più o meno alla tripartizione biblica.
In epoca storica i Semiti occupano un vasto territorio dell’Asia anteriore, etnicamente e linguisticamente compatto. Si distinguono quattro gruppi che vi svilupparono successivamente le loro civiltà:
1) le stirpi assiro-babilonesi stabilite nelle valli del Tigri e dell’Eufrate
2) gli Aramei dal golfo di Alessandretta al deserto siro-arabico
3) i Cananei estesi verso la costa ad occupare le zone del Libano e dell’Antilibano, la Siria e la terra di Canaan, e distinti in Fenici, Ebrei, Ammoniti, Moabiti, Edomiti
4) gli Arabi e gli Etiopi: i primi stanziati nella penisola arabica a sud dei territori sopradescritti, i secondi formati da una migrazione del ramo meridionale degli arabi, che li condusse nel territorio dell’odierna Etiopia.
I Camiti invece li troviamo nelle regioni costiere dell’Africa settentrionale, a cominciare dall’Egitto e poi via via verso Occidente.
Da dove e quando arrivarono questi popoli nelle loro sedi storiche?
È probabile che i Semiti abbiano occupato, in un tempo più remoto, una zona dell’Asia centrale insieme coi Camiti e in prossimità delle sedi degli Indo-Europei. Da queste zone verso la fine dell’età paleolitica, i Semiti e i Camiti migrarono nelle loro più tarde sedi: i Semiti nell’Arabia e i Camiti nell’Africa settentrionale, dove rimasero durante lo svolgersi della successiva età neolitica. Nel corso del IV millennio a. C. i Semiti iniziarono il movimento migratorio verso nord, occuparono prima la Mesopotamia meridionale (o Babilonide) dove si trovarono a contatto con il popolo dei Sumeri, creatore della civiltà mesopotamica.
Col nome di Accadi, i Semiti della Babilonide soggiogarono politicamente i Sumeri, ma assorbirono gli elementi della loro superiore civiltà, a cominciare dalla scrittura cuneiforme.
Nel corso del III millennio una seconda ondata migratoria portò nella parte settentrionale della Mesopotamia il popolo degli Assiri, il quale si estese a nord tanto quanto glielo permise la resistenza delle stirpi asianiche e indoeuropee dell‘Asia minore.
Una terza ondata semitica produsse la prevalenza della cosiddetta dinastia araba (a cui appartiene il famoso Hammurapi).
Frattanto avvenivano altre migrazioni semitiche verso i territori del Libano, della Siria e della Palestina: dopo vari spostamenti che si svolsero nel terzo e nella prima metà del secondo millennio, verso il 1500 a. C. Aramei, Fenici, Ebrei ed i popoli ad essi affini si trovavano stanziati nei territori in cui presero consistenza le loro caratteristiche nazionali e in cui essi assunsero assetto politico.
La denominazione di “Indoeuropei” o “Arioeuropei” invece (o semplicemente Ari) si dà a un gruppo di popoli che parlano lingue, la cui derivazione da un unico ceppo è ormai un fatto scientificamente dimostrato. In età storica e in parte ancora oggi troviamo questi popoli distesi su alcune zone dell’Asia occidentale (India, Iran, Asia minore) e su quasi tutta l’Europa da cui cominciarono a emigrare, al tempo delle grandi scoperte geografiche, in America e in Australia.
Gli Indeuropei o Ari, dunque, costituiscono una grande famiglia linguistica, non una “RAZZA” ma piuttosto un popolo la cui sede primitiva fu probabilmente in Asia, in quelle regioni note ora con i nomi di Turkestan e di Steppa dei Kirghisi.
Caratteristiche della cultura indeuropea erano, nella lingua, l’abbondanza delle radici e la complessità della flessione nominale e verbale; nella religione, il suo progresso fino a un livello molto avanzato del deismo e forse fino all’antropomorfismo, con la concezione di un dio supremo luminoso (il Dyaus Pitar degli Indiani, identico allo Zeus dei Greci e allo Iupiter dei Latini) e di numerose altre divinità minori, quasi tutte luminose e celesti, non intimamente legate alla tribù o alla nazione, ma intese come estrinseche ad essa e universali: nei rapporti sociali, il solidissimo fondamento rappresentato dalla famiglia, su base patriarcale e sulla convivenza, in seno ad essa, di liberi e servi.
Quando intorno al 3000 a. C. gli Indoeuropei cominciarono a spostarsi dalle loro sedi primitive in cerca di altre terre avevano già conosciuto il rame, erano pastori, allevavano oltre agli animali domestici noti a quasi tutti i neolitici (bue, pecora, capra) anche il cavallo; praticavano un’agricoltura assai primitiva, sapevano filare, tessere e fabbricare vasi di argilla. Avevano doti fisiche e spirituali tali da assicurare agli Ari il dominio su tutte le altre genti che avrebbero incontrato sulla loro strada; doti che peraltro erano destinate a svilupparsi in grado diverso e a dare frutti differenti a seconda che i singoli gruppi indeuropei, separatisi e differenziatisi l’un l’altro, risentirono più o meno profondamente degli influssi del nuovo ambiente geografico in cui vennero a vivere e dell’influenza che ebbero su di essi le popolazioni con cui vennero a contatto e con cui si amalgamarono.
Alcuni gruppi di essi si spinsero verso mezzogiorno penetrando nell’India, nell’Iran, nell’Asia Minore e sovrapponendosi alle popolazioni locali.
Nell’Asia Minore gli Ari penetrarono in tre ondate successive: la prima si fuse con i precedenti abitatori non ari; la seconda, verificatasi al tempo della grande espansione indeuropea (intorno al 2000 a. C.), fu quella degli Hatti o Hittiti, che si stanziarono in quella parte dell’Asia Minore chiamata Cappadocia; la terza migrazione avviene nel 1200 a. C. circa ed è quella che portò in questa regione i Frigi, i Lidi e gli Armeni, i quali penetrarono però nell’Asia Minore dalla Penisola Balcanica attraverso gli Stretti.
Mentre le grandi ondate europee ora descritte, allargandosi verso sud-ovest, portavano nelle loro sedi definitive le popolazioni indoiraniche e gli Hittiti, altre correnti migratorie procedevano più decisamente verso Occidente, popolando gradatamente quasi tutto il continente europeo.
A questo movimento migratorio si deve lo stanziarsi nelle loro sedi storiche dei Traci, degli Illiri, dei Celti, dei Letto-Slavi, dei Germani e, particolarmente dei Greci e degli Italici, destinati, insieme con gli Hittiti e gli Indo-Irani a dar vita alle quattro più antiche civiltà ario europee. Tra esse, quella che maggiormente influì sulla creazione di un’identità europea, fu senz’altro la civiltà greco-latina, che tanto comunque deve alla composita primitiva civiltà mediterranea, soprattutto grazie all’apporto dei Cretesi prima e dei Micenei dopo.
Laboratorio di Narrativa
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Ci colpisce per il contenuto “L’inevitabile” di Annamaria Eleonora Lorusso. L’inevitabile è il terremoto, la cosa alla quale non ti puoi opporre, ma dalla quale puoi imparare, la cosa che passerà nella sostanza dei fatti ma resterà nella memoria traumatizzata e nell’insegnamento da trarne. L’inevitabile (ma lo era poi davvero?) arriva e travolge, è transitorio, dice l’autrice. Alla fine, si riesce ad affrontare e superare. Ciò che segna la vita, ciò che lascia cicatrici incancellabili, è quello di fronte a cui l’inevitabile ci pone: la fragilità umana, la caducità delle cose. Ma c’è anche la forza dei ricordi, la possibilità di ricostruirsi “dentro” una casa che mai nessun terremoto potrà abbattere.
Breve e intenso omaggio a una città sconvolta, offesa dalla natura stessa e dall’insensibilità degli uomini; un ricordo struggente di emozioni che segnano in modo indelebile. È come se, insieme alle tegole, ai muri crollati, si sgretolassero tutte le sicurezze, come se lo “scrigno protetto, patrimonio di sorrisi, baci, carezze…” fosse stato “scardinato, oltraggiato, colpito”. Qualcosa si rompe dentro la protagonista, come tutto si è rotto al di fuori. È terribile la sensazione di non essere più padroni della propria casa – la casa antica, avita, dove sono custoditi ricordi, radici e “le carezze dell’infanzia” - violentata e squarciata dal sisma, la doppia ferita di vederla di nuovo violata da mani estranee seppur soccorritrici.
Un racconto che ci riporta immagini non dimenticate, dolore condiviso, rabbia e senso d’impotenza ma, pur nello struggimento delle memorie, è una narrazione delicata, fatta con una sorta di pudore, uno smarrimento tutto interiore, più confessato che urlato.
Buona la scrittura, con solo qualche lieve sbavatura, felici le scelte linguistiche che riescono a trasmettere con immediatezza la suggestione delle emozioni. Da rilevare un eccesso di puntini di sospensione, tuttavia giustificabili dalla pausa nel divenire provocata dal cataclisma, che interrompe il fluire del quotidiano, lacera lo spazio tempo, catapulta nel non essere, non vivere, spezza il respiro, lo trasforma in singhiozzi.
Patrizia Poli e Ida Verrei
… Aprile 2009. L’Inevitabile
- ”Buongiorno, qui è la Protezione Civile, domattina alle 9 verranno i nostri Tecnici per l’accertamento dei danni che ha subito “Protezione Civile. Accertamento dei danni. Aspettava quella telefonata, ma il fiato le mancò lo stesso. - “Guardi, io non risiedo a l’Aquila, devo organizzarmi col lavoro, mi occorre un preavviso minimo, sia gentile, possiamo fare per dopodomani? – Sperava di aver reagito con lucidità e presenza di spirito, ma dubitava di esserci riuscita… Sentendosi parlare avvertì l’incertezza nella sua voce, e si chiese che effetto aveva avuto sul suo interlocutore al telefono. “Senta, lei comprende che c’è un elenco da rispettare, sono momenti difficili… va bene, domani organizzerò un altro giro, ma si faccia trovare dopodomani.” Dopodomani. Chiamò subito il suo Tecnico di fiducia, aveva bisogno di lui, ancora una volta, e sperava che sarebbe riuscito a liberarsi vista la gravità della situazione… Agiva velocemente e d’istinto quando era sotto pressione, lo scotto lo pagava dopo, a cose fatte. Detto fatto, lui fu sintetico e risolutivo, come sempre, e del resto lei lo sapeva, poteva contare su di lui… Dava sempre il meglio di sé nelle emergenze, virtù rarissima, di questi tempi. Notte insonne. Partenza. Non ricordava nulla del viaggio, la sua mente era sospesa, tramortita dalle immagini viste in TV, una per tutte, la casa dello studente dove aveva pranzato e cenato nei suoi anni aquilani, in sottofondo le voci dei suoi parenti al telefono, l’unico pezzo di famiglia rimastole, stavano bene, sì, ma erano tutti senza casa… E casa sua, la casa degli avi che aveva voluto proteggere e salvare dal degrado, lottando insieme a sua madre prima, e da sola poi, impegnandosi con restauri faticosi che avevano divorato i suoi risparmi… Ma ne era valsa la pena. Oddio, ora non era più tanto sicura. Nemmeno tre mesi prima aveva finalmente rifatto l’impianto di riscaldamento, con i tubi di rame a vista e i termosifoni nuovi - così te riscalli bene bene – le aveva detto sorridendo l’idraulico più richiesto del paese, al termine degli ultimi lavori… Cominciarono ad apparire i primi caseggiati lesionati. Crepe qua è là, macerie scomposte, polvere. Il paese era presidiato. Per entrare nel borgo dovettero mostrare i loro documenti e spiegare, dettagliatamente, il motivo della loro visita. Due militari li accompagnarono. Risentiva ora, a distanza di tempo, i loro passi risuonare sull’acciottolato ingombro di mattoni, in un silenzio teso e doloroso. Attraversare il vicolo fu una via crucis – guarda, quella è la casa di zia Mara – proruppe lei - quella non è più una casa - le ripose lui, guardando con occhio esperto i segni a zig zag delle lesioni sulla facciata di mattoni a vista, e poi si offrirono alla loro vista i crolli, gravi, vistosi, con le tegole precipitate sul selciato. I Tecnici li stavano aspettando. Di nuovo, documenti, spiegazioni, formalità. Ecco la casa. Eccola. – Signora, mi dia le chiavi, per favore. – le chiavi? Ora le apro la porta – era più forte di lei… era casa sua quella, era lei che apriva il cancello per fare entrare gli ospiti… - Signora lo vede che il cancello è mezzo aperto? Sa cosa vuol dire? C’è un danno serio, lei non può nemmeno avvicinarsi, mi dia le chiavi, lasci fare a noi. - Il suo Tecnico le rivolse un’occhiataccia, lei ingoiò a vuoto, porse le lunghe, antiche chiavi che aprivano il lucchetto del cancello e il chiavistello dell’antico portone e attese. – Signora, mi può descrivere cosa c’è all’ingresso? – Ci sono le chiavi delle camere al primo piano, un portachiavi arancione… C’è la macchina da cucire di nonna, la singer in ferro battuto – e intanto pensava che stavano dubitando di lei… È casa mia questa!!! Avrebbe voluto gridare, è casa mia, come potete solo pensare che non sia mia!!! Ingoiò l’urlo che le strozzò lo stomaco e attese. Entrarono. Il cortile era pieno di tegole. L’architrave era spezzato al centro. La fermarono, sì perché si era lanciata dietro i militari e i tecnici per entrare. Riuscì a vedere una grossa lesione sulla parete del soggiorno, le fotografie a terra, il divano pieno di polvere, poi più nulla, le avevano impedito di entrare. Dovevano essere abituati a comportamenti irrazionali e istintivi perché non fecero commenti, anzi decisero come procedere per verificare i danni ai piani superiori. Era il giorno del verdetto, quello, e lei lo sapeva. Dal sopralluogo avrebbero deciso se la casa era agibile o meno. Il suo Tecnico, avvezzo alle impalcature dei cantieri, si diresse deciso verso le scale che portavano al primo piano, seguito dagli altri tecnici. Per un lungo momento nessuno parlò. Lei aveva il fiato trattenuto, aveva quasi paura di respirare a fondo, l’irrazionale paura che anche un respiro di troppo avrebbe dato fastidio. Il suo Tecnico si affacciò in cortile, la guardò e scosse la testa. Scosse la testa. Di nuovo, perché gli sembrò che lei non avesse capito. No? Disse lei a voce alta – No, confermarono gli altri, Inagibile. È inagibile. Qualcosa le si ruppe dentro. Si appoggio con le mani e la fronte ad uno dei muri del cancello. Cercava le carezze della sua infanzia, e voleva restituire calore e carezze alla casa dove era stata felice, come per risarcirla del danno subito, della ferita mortale da cui non aveva potuto proteggerla, questa volta. E accadde. Un lungo, profondo singhiozzo la scosse. Non riuscì a trattenersi. Pianse. Rumorosamente, senza ritegno, senza speranza. L’inevitabile era riapparso nella sua vita, ancora una volta.
– Cosa c’è di transitorio, chiese – l’inevitabile, gli fu risposto. – E cosa c’è di definitivo? – la lezione dell’inevitabile - era un dialogo tratto dal libro Monte Cinque di Paulo Coehlo, le si era scolpito nella memoria come una lapide.
L’inevitabile aveva colpito, ancora, col risultato di amplificare e inglobare, in quella casa inagibile, tutto il dolore, definitivo, senza ritorno, per la perdita della sua famiglia. Come se la casa potesse racchiudere in sé, in uno scrigno protetto, il patrimonio di sorrisi, baci, carezze, risate, discussioni, pranzi, cene, festività che scandiscono la vita di chi vi abita… Quello scrigno era stato scardinato, oltraggiato, colpito, e con esso i ricordi più cari, per lei, poi, irriproducibili, insostituibili. Lui non intervenne. Non la vide, ma la sentì. Era spiazzato di fronte a quello sfogo, e stava reagendo con efficienza e prontezza ad una situazione anche per lui dolorosa, da stravaso emotivo. Era stato felice, in quella casa, con lei e la sua famiglia. Ricordava i momenti di serenità vissuti là, nel rifugio di lei, con l’accoglienza sorridente di sua madre, la convivialità informale e calda che avevano condiviso, l’allegra spontaneità delle serate tra amici… Uno dei militari le si avvicinò, le chiese se poteva fare qualcosa. In quel momento lui le andò vicino - Sei viva – le disse – sei viva. Sai stata protetta, ancora una volta – Era vero. Per un giorno soltanto non si era trovata là, quella notte. E, a giudicare dal crollo, non ne sarebbe uscita con le sue gambe. Era stata protetta, ancora. Smise di singhiozzare. Lunghi mesi di snervante attesa l’attendevano. Le pratiche burocratiche, le speranza deluse di una pronta ricostruzione, le polemiche sui vivi e sui morti… Le risate oscene di chi contava i soldi, la lacrime senza numero di chi aveva perso i figli. La sua casa era là, con il ricordo delle mattine tranquille d’estate al lago, trascorse a prendere il sole nella conca verde del lago dove si riflettevano i lunghi tralci dei salici piangenti, il profilo dei monti sullo sfondo come un gigante buono che vegliava sulla città, il torrone nurzia, tenero al cioccolato - recitava l’iscrizione della bellissima confezione in stile liberty - …. Le grigliate all’aperto, gli occhi contenti dei suoi parenti, il cocomero freddo e saporito, l’orto rigoglioso e i terreni che un giorno, forse, chissà… La stavano aspettando, come si aspetta il ritorno di una persona cara, inghiottita dal tempo e dalla distanza, imprigionata da un incantesimo cattivo… Come aspettavano e pregavano per un KG di firme che avrebbero significato il permesso di rientrare a casa, di riparare la casa, di rivivere la casa. Aspettavano il permesso di ricostruire. Sarebbe andata in ginocchio ad implorare quel chilo di firme sugli atti, come si implorava la grazia per un condannato, La prego, Signor Ministro, Signore dei vivi e dei terremotati… Fammi ricostruire casa mia.
L’inevitabile era accaduto. Sapeva che i suoi effetti erano transitori. Quello che non sarebbe stato transitorio, ma definitivo, era la lezione dell’inevitabile.
Annamaria Eleonora Lorusso
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Mediterraneo (poesia sulla pace)
Mediterraneo
Antico e sempre vivo il mare nostrum
in onde canute e scie azzurrate di speranza
porti un messaggio di pace
vascello di amore e fratellanza
per i popoli in cammino verso coste ospitali.
Il canto di nuove sirene addolcisca
le rivalità odiose ai seguaci
dalle attente orecchie
di Odisseo errante
e susciti il desiderio della veneranda
pace degli antichi abitatori.
Rimanga tranquillo l’animo
alle provocazioni degli uomini e
dinanzi al mercato degli Dei.
Salda la virtù esorti a superare
le paure e l’egoismo,
e siano le tue acque, o mare,
non liquida urna di ossa ma lettiga cullata
dallo sciabordio perenne delle onde.
Menzione speciale al Premio "Un messaggio per la pace"
Prima edizione 2012
indetto dall'Accademia Euromediterranea delle Arti sez. Poesia
Roma 14 aprile 2012
"per aver cantato con la soavità di un verso agile e soave il doloroso nuovo cammino di un nuovo uomo, nuovo Odisseo che cerca rifugio nella grande "madre acqua" del Mar Mediterraneo".