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"A mille ce n'è..." Le fiabe sonore dei Fratelli Fabbri

26 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #educazione

"A mille ce n'è..." Le fiabe sonore dei Fratelli Fabbri

Quest'anno Fabbri editrice ha lanciato un'app per iOS (iPad e iPhone) da cui si possono scaricare dodici delle delle intramontabili "fiabe sonore".

Non molto prima del Natale 1966, i Fratelli Fabbri editori distribuirono gratuitamente nelle edicole un disco promozionale de Le Fiabe Sonore, con I tre Porcellini. La settimana seguente uscì il primo numero ufficiale, Il gatto con gli Stivali di Charles Perrault, corredato di un albo di grande formato (27x35) con splendide illustrazioni romantiche e tuttavia ironiche, ammiccanti, comunque moderne.

Molti di noi, all’epoca, non sapevano ancora leggere. Furono i nostri genitori, dunque, a iniziarci alla magia, a spalancarci le porte della fantasia, a introdurci in un mondo che ci avrebbe arricchito, ammaliato, incantato, spaventato, meravigliato. Settimana dopo settimana, avremmo imparato a leggere e scrivere anche grazie alle Fiabe Sonore, assorbendo parole nuove e sconosciute, non sempre facili.

Le fiabe uscirono ininterrottamente dal 1966 al 1970, incise su dischi a 45 giri e corredate da libri bellissimi, illustrati da pittori molto conosciuti: Pikka, Una, Ferri, Max e Sergio.

Dopo averle ascoltate dai nostri genitori, ci affidavamo poi alla voce profonda e rassicurante di Silverio Pisu (1937-2004) attore, doppiatore, cantante, scrittore e sceneggiatore. Ci raggomitolavamo sul divano nelle fredde sere d’inverno, col libro sulle ginocchia, rapiti dalle figure, con l’orecchio teso a cogliere la minima differenza fra testo scritto e voce narrante. Oppure, raffreddati e febbricitanti, spargevamo sul letto le fiabe a raggiera, estraevamo dalla custodia il disco di vinile, lo inserivamo trepidanti nel mangiadischi. Il ditino premeva, il tasto si abbassava e in quel piccolo gesto c’era un potere immenso, quello di far scaturire suoni e immagini, di evocare un intero universo parallelo. Eravamo noi a tenere la bacchetta magica, a chiudere e aprire a piacimento la porta fatata, a ogni rilettura, a ogni riascolto.

Con Silverio Pisu collaboravano molti altri attori professionisti tra cui Ugo Bologna, Sante Calogero, Pupo de Luca, Isa di Marzio. Le musiche furono commissionate a un famoso compositore dell’epoca, Vittorio Peltrinieri. Nessuno di noi potrà mai dimenticare la canzone introduttiva cantata dal Quartetto Radar, composto da Claudio Celli, Gianni Guarnieri, Dino Comolli e Stelio Settepassi, il cui stile voleva somigliare a quello del più celebre Quartetto Cetra.

Assieme alla canzoncina di chiusura alle fiabe, il memorabile jingle iniziale costituì un sicuro segno di riconoscimento della collana:

A mille ce n'è

nel mio cuore di fiabe da narrar.

Venite con me

nel mio mondo fatato per sognar…

Non serve l'ombrello,

il cappottino rosso o la cartella bella

per venire con me…

Basta un po' di fantasia e di bontà.

Dopo l’introduzione, cominciava la fiaba vera e propria, sceneggiata, riadattata, modernizzata senza toglierle fascino. Ogni sceneggiatura era caratterizzata non solo dalla voce narrante di Silverio Pisu, ribattezzato Cantafiabe, ma pure da vivaci dialoghi e canzoncine orecchiabili come quelle indimenticate di Cappuccetto Rosso, del Nano Tremotino, di Cigno Appiccica.

Pochi cenni magistrali erano sufficienti a creare l’atmosfera, come il passaggio del tempo segnato da un tocco d’arpa, capace di scatenare la fantasia, fare appello a più sensi contemporaneamente e rendere superflua qualsiasi parola. In tutto uscirono circa 150 fascicoli illustrati e altrettanti dischi. Vennero riproposte fiabe dei principali favolisti europei: i fratelli Grimm, Andersen, Perrault, Puŝkin e dei meno noti Bechstein, Leprince de Beaumont, Gianbattista Basile.

Grazie alle fiabe della Fabbri, un’intera generazione si è divertita con lo spassoso Vardiello, ed ha altresì imparato – come spiega Bruno Bettelheim – a gestire le proprie paure infantili, rielaborando interiormente, assorbendo e facendo proprie certe atmosfere gotiche. Come non ricordare la paura suscitata dalla spaventosa strega di Hansel e Gretel bruciata nel forno dai due fratellini, dall’Orco di Pollicino che taglia la gola alle proprie figlie, dall’ingiusta accusa di stregoneria rivolta alla protagonista de Gli undici cigni selvatici costretta al silenzio a causa dell’amore per i fratelli? Le fiabe sonore ci insegnavano la netta divisione fra male e bene, il confine fra lecito e illecito, il senso del dovere e lo spirito di sacrificio, parole che oggi sembrano ormai prive di significato.

Oltre alle fiabe singole, furono pubblicate anche magistrali versioni a puntate di Le avventure di Pinocchio, con Paolo Poli nel ruolo del burattino, di Alice nel paese delle meraviglie e di Peter Pan. Le fiabe sonore furono riproposte nel '77, negli anni '80, nel '90. Uscirono poi per la prima volta su CD nel 2003 e in allegato al Corriere della Sera nel 2007. Come abbiamo detto all’inizio, sono di quest’anno applicazioni scaricabili per iPhone e iPad con due fiabe gratuite e le altre a pagamento.

E ora ci congediamo da voi come faceva il Cantafiabe, con quella canzoncina che ci procurava tristezza e consolazione insieme, il senso di qualcosa che finisce e poi comincia di nuovo, in un infinito loop che ci aiutava a crescere, a sopportare il ritorno alla vita normale, alle nostre fatiche di bambini, simboleggiate dalla “cartella bella” dell’introduzione.

Finisce così

Questa favola breve se ne va

Il disco fa click

E, vedrete, fra un po’ si fermerà,

ma aspettate, e un altro ne avrete

“C’era una volta” il Cantafiabe dirà

E un’altra favola comincerà

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Livorno Magazine - Periodico di Informazione

25 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli

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Livorno Magazine - Periodico di Informazione

25 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli

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Adriana Pedicini, "I luoghi della memoria"

25 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #adriana pedicini, #poli patrizia, #recensioni

Adriana Pedicini, "I luoghi della memoria"

”I luoghi della memoria”

Adriana Pedicini

Arduino Sacco editore

Breve attimo di amore profondo, terso, senza scorie. Non era l’amore che ama se stesso nell’altro, ma il trionfo dell’anima che ama negli altri l’amore. La capacità d’amare era salva, la disponibilità ad amare totale. L’aveva scoperta – Lei – al suono dell’orchestra.

I racconti di Adriana Pedicini si snodano per antiche scale, per borghi sommessi, per pruni e rovi di campagna, fra l’odor del mosto e del pane che lievita e gonfia su tavoloni di marmo, su madie infarinate.

Alcuni sono vere e proprie novelle, come quella dell’insegnante Nives, o della gitana Josephine, altri sono ritratti, coagulate memorie di vecchi affabulanti, descrizioni vivide di figure portentose.

La superba Teresina, che ruba fiori al cimitero, col nugolo dei gatti sempre appresso, col reticolo di rughe che è il suo viso, con i lobi delle orecchie forati e penduli, con gli occhi che roteano in cerca di una sigaretta, la zingara Joshephine, nomade scalza, dalle caviglie svelte, fatte per danzare. Assunta e Concetta, signorine Felicita, nonne Speranza, sorelle Materassi di un tempo che fu, arcigne e bigotte, malevole e pignole nella loro ricerca dell’altrui imperfezione.

Adriana scrive con un linguaggio di cui si è persa la memoria, che forse si è studiato a scuola, di manzoniana e verghiana eco, con un periodare lungo, dove alcune virgole sono volutamente soppresse affinché l’aggettivazione fluisca ininterrotta.

Uno stile elegante e poeticissimo, una scrittura come ve ne sono poche, ormai.

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Ida Verrei: "Un fantasy atipico"

24 Gennaio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #poli patrizia, #recensioni

Ida Verrei:  "Un fantasy atipico"

Bianca come la neve

di Patrizia Poli

Ilmiolibro.it

pp 74

12,00

Prefazione

di Ida Verrei

Patrizia Poli è una scrittrice versatile: passa con facilità da romanzi d’argomento mitologico, come “Signora dei Filtri”, a opere complesse e corali, come “Il Respiro del Fiume”, a racconti fantastici, pregni di metafore esistenziali, come in quest’ultimo libro che contiene due delle sue più belle e suggestive narrazioni.

Da sempre il racconto fantastico è depositario di archetipi dell’immaginario, ed è quindi la narrazione che più d’ogni altra si presta a diversi livelli di lettura, proprio attraverso il ricorso ad elementi simbolici e allegorici.

È quello che si ravvisa in entrambi i racconti di Patrizia Poli.

Il primo, “Bianca come la neve”, potrebbe sembrare, ad una lettura superficiale, semplice rivisitazione di fiabe già note (Biancaneve e i sette nani, Rosaspina dei fratelli Grimm; I cigni selvatici di Andersen). In realtà ne è la rielaborazione originalissima dei simboli più nascosti, delle metafore occulte, tradotte in immagini forti e poetiche, con ambientazioni sospese nel tempo e nello spazio, dove la condizione esistenziale del personaggio è rivista in chiave psicoanalitica.

La narrazione, così, assume il significato del “perturbante” freudiano, diviene rivelazione del “rimosso” e proiezione di paure, ansie, incubi, ma anche risoluzione dell’eterno conflitto bene- male.

Patrizia Poli si accosta al fantastico e al surreale partendo dalla suggestione del romanzo gotico moderno, in specie quello di Anne Rice. Ne attinge esperienze ed immagini, trasferendole, attraverso un linguaggio e strategie personalissimi, in figure, soprattutto femminili, dal fascino sconvolgente e misterioso.

I suoi personaggi trasgrediscono regole e valori, compiono incesti, uccidono, negano ogni senso della vita, ma lo fanno conservando una sorta di innocenza e, nell’attraversamento della parte più oscura di sé, raggiungono il riscatto, ritrovano l’umano:

l’acqua chiara è ciò che crediamo di essere, ciò che vorremmo gli altri vedessero di noi. La melma è il nostro nucleo oscuro. Ma, toccando il fondo, poi sono risalita. Dovrei disperare ma, in un modo o nell’altro, sono viva” (pag 37)

Il secondo racconto, “Il volo del serpedrago”, ancor più del primo è un susseguirsi di allegorie e simbolismi, dove il magico, il fantastico, sin dalle prime scene, avvolge i protagonisti e li inonda di una luce di mistero arcano, mentre sospinge a cercare il percorso che condurrà al finale catartico.

Nello scenario esotico di un deserto immaginario, si snoda una storia di ricerca esoterica di verità celate, di scoperte di identità perdute. Personaggi inquietanti assumono, di volta in volta, sembianze di eroi e antieroi, del bene e del male, in una visione tra l’onirico e l’immaginario.

Ritroviamo qui tracce del vasto cosmo di Paradise Lost: il serpedrago, sorta di Satana asservito allo Spirito del Deserto, dio crudele e vendicativo, riesce ad apparire in una luce eroica e, in un capovolgimento della tradizione biblica, a trasformarsi, attraverso il sacrificio, nell’angelo salvifico che riconduce all’Eden perduto.

il serpedrago stende le ali… non ha mai provato a volare, non ha mai pensato di poterlo fare… Destinato a servire, a tentare, e poi a scegliere…” (pag 66)

Io, il braccio più servile dello Spirito del Deserto” (pag 69) “Volo libero, io che ho tradito e mi sono affrancato…” (pag 70)

Ancora una volta scopriamo la predilezione dell’autrice per le metafore e le simbologie: il drago non è solo l’animale leggendario per antonomasia, nelle teorie psicoanalitiche rappresenta le forze oscure, l’istintività incontrollata, l’inconscio, la forza castrante da combattere e vincere per raggiungere una maturità cosciente, ma possiede anche un senso maggiormente legato alla potenza protettiva della natura, alla sua forza creativa. E che il mitico animale sia rappresentato in un connubio con il serpente, ne rafforza il valore simbolico della coesistenza di bene e male, di caduta e redenzione, fino al raggiungimento della luce.

Atipici fantasy, quelli di Patrizia Poli, sia per l’ambientazione che per la presenza di elementi di solito estranei al genere. Al centro della narrazione non vi è il magico o l’orrido, ma, piuttosto, la metamorfosi, il cambiamento, la mutazione, che è incubo, ma si risolve, poi, in ritorno allo stato più puro dell’innocenza.

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"Piccole Donne", il trascendentalismo di Louisa May Alcott

24 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi

Little Women, 1869

di Louisa May Alcott

Collins Classics 2010

 

pp. 286

3,50

La regione intorno a Boston era semplice e genuina campagna.“Lì”, afferma il Cunliff, “l’aspirante scrittore poteva vivere con pochissimo, coltivando un pezzo di terra per trarne il necessario al proprio sostentamento […] e facendo di tanto in tanto un viaggio a Boston per prendere libri in prestito, o incontrarsi con un editore.[…] fu in quella cerchia di comunità colte e intimamente collegate, nei dintorni di Boston, che apparve il fenomeno del trascendentalismo, termine impreciso e difficilmente attribuibile ad una qualsiasi fra le figure di maggior rilievo del tempo.”

Si tratta di scrittori imbevuti di filosofia kantiana, convinti di vivere in un universo benefico, in collegamento con la natura, di sostanziale stampo romantico ed in costante movimento verso la perfezione, ottenibile, per altro, solo in America. Fu Emerson a formulare con maggior completezza la teoria trascendentalista. Fra i tanti appartenenti al movimento, dallo stesso Emerson a Thoreau, a Hawthorne, a Whitman, c’era anche Amos Bronson Alcott, padre di Louisa May, l’autrice di Piccole Donne.

Louisa May nasce a Germantown in Pennsilvania nel 1832, poi si trasferisce a Concord, a ovest di Boston, con la famiglia, la seconda di quattro sorelle. Cresce in un ambiente “illuminato e progressista”, fieramente abolizionista e vive la realtà della Guerra Civile. Il padre fonda una scuola conosciuta per le sue idee rivoluzionarie, dove si applica il principio del rispetto della spontaneità del fanciullo.

Così Silvano Ambrogi descrive Louisa, come la si coglie in un ritratto:

“La vediamo all’angolo di una scrivania, con un vestito ad ampie, lunghissime gonne, una candida e voluminosa pettorina arricciata, capelli ondulati e gran crocchia alla nuca, insomma l’aspetto di una signora della buona società del tempo. Il braccio appare del tutto disteso, con languore quasi dannunziano, ma la grinta viriloide fa da aperto contrasto: lo sguardo infossato, che punta diritto davanti a sé e la bocca strettamente serrata. La penna appare fra le dita impugnata come fosse uno stiletto o una pistola.

Amos Bronson trasforma la casa in un cenacolo trascendentalista, frequentano il salotto Thoreau, Hawthorne ed Emerson.

Louisa fa scuola alle figlie di quest’ultimo e ha libero accesso alla biblioteca, dove legge di tutto, da Platone a Dickens, il suo idolo, che incontrerà durante un viaggio sul vecchio continente e di cui ricreerà Il circolo Pickwick, attraverso la società segreta fondata per gioco dalle protagoniste del suo libro più famoso.

Lavora come infermiera, si ammala di tifo, scrive molti libri di successo, contenenti tutti gli elementi dei classici romanzi d'appendice ottocenteschi, con avventure gotiche ed eroine tragiche. Durante un viaggio in Europa come dama di compagnia - descritto nella seconda parte di Piccole donne, quella che in Italia è stata pubblicata come Piccole donne crescono – vive un amore con un musicista che diventa il Laurie del romanzo. Morirà nel 1888, per un’infreddatura, mentre corre al capezzale del padre senza sapere che egli è deceduto due giorni prima.

Pubblicato nel 1869, e poi nella versione completa nel 1880, Piccole donne si rifà alla vita che si svolgeva in casa Alcott/March, negli anni della formazione delle quattro sorelle e ci offre con immediatezza l’immagine dell’America nella seconda metà dell’Ottocento. Delle quattro ragazze, solo Beth conserva il nome originario e, come la sfortunata sorella minore di Louisa, anche lei morirà (anche se non nella prima parte).

Ognuna delle protagoniste ha una personalità spiccata e differente dalle altre, benché cresciute tutte nello stesso ambiente e sotto l’occhio vigile e saggio della madre. Fin dal loro primo apparire sulla scena, i termini usati per riferirsi a ciascuna di esse indicano subito i loro caratteri, le modellano e le fanno risaltare agli occhi del lettore.

Christmas won’t be Christmas without any presents’ grumbled Jo, lying on the rug.

“It’s so dreadful to be poor!” sighed Meg, looking down at her old dress.

“I don’t think it’s fair for some girls to have plenty of pretty things, and other girls nothing at all”, added little Amy, with an injured sniff.

“We’ve got father and Mother and each other”, said Beth contentedly, from her corner.

 

In queste prime righe c’è già tutto il romanzo, i pregi e i difetti delle sorelle, le mancanze che condizioneranno la trama, il loro modo di agire, di porsi, le loro movenze.

Jo, il maschiaccio, sta sdraiata sul tappeto. Per lei l’autrice sceglie il verbo grumbled, brontolò, a fissarne fin dal principio il carattere bellicoso.

La romantica e saggia Meg, (sighed) sospira sulla ricchezza che non può avere che la condurrà in tentazione.

La viziata e capricciosa Amy si presenta con un injured sniff, “un offeso tirar su col naso”, mentre per la buona Beth, che timidamente se ne sta in un angolo, è usato l’avverbio contentedly, cioè con contentezza, appagamento, mansuetudine.

Il personaggio principale è Josephine (Jo) March, nella quale la Alcott si rispecchia. Tramite lei, l’autrice dà voce al suo femminismo, protestando contro le ingiustizie subite dalle donne. Jo è un ragazzaccio, la sua unica bellezza sono i capelli, di cui si priverà in un impeto di generosità. Goffa e sgraziata, impulsiva e furiosa, capace di alternare slanci e collere, sogna di andare all’università, di combattere al fianco del padre nella Guerra Civile. È l’intellettuale di casa, la scrittrice piena di fantasia che compone le sue novelle e le legge in soffitta alle sorelle.

Seguendo gli insegnamenti del padre Amos, la Alcott crede profondamente in Dio e nella possibilità di migliorarsi, di compiere una sorta di pellegrinaggio in vita verso la trascendenza, la sublimazione e il perfezionamento, di cui è simbolo il libriccino regalato a Natale dalla madre alle figlie. Ciò comporta una lotta per tutte e quattro le ragazze, ma soprattutto per Jo, che ha il carattere più difficile. Le sarà di grande aiuto e conforto scoprire che anche la madre, all’apparenza infallibile, ha dovuto come lei combattere e per tenere a freno e riformare la propria natura. Alla fine il bene trionferà sulle debolezze, sulle invidie, sui capricci e le sorelle si ritroveranno più unite che mai. Alla fine il cammino trascendente del pellegrino sarà compiuto.

 


 

The region around Boston was simple and genuine countryside. "There," says Cunliff, "the aspiring writer could live with very little, cultivating a piece of land to get what he needed for his livelihood [...] and doing occasionally a trip to Boston to borrow books, or to meet with a publisher. [...] it was in that circle of cultured and intimately connected communities, near Boston, that the phenomenon of transcendentalism appeared, an imprecise term and difficult to attribute to any among the most important figures of the time.”"

These are writers imbued with Kantian philosophy, convinced of living in a beneficial universe, in connection with nature, romantic and in constant movement towards perfection, obtainable, moreover, only in America. It was Emerson who formulated the transcendentalist theory more completely. Among the many members of the movement, from Emerson himself to Thoreau, Hawthorne, Whitman, there was also Amos Bronson Alcott, father of Louisa May, the author of Little Women.

Louisa May was born in Germantown in Pennsilvania in 1832, then moved to Concord, west of Boston, with her family, the second of four sisters. She grows up in an "enlightened and progressive" environment, fiercely abolitionist and lives the reality of the Civil War. The father founded a school known for his revolutionary ideas, where the principle of respect for the spontaneity of the child is applied.

This is how Silvano Ambrogi describes Louisa, as captured in a portrait:

"We see her at the corner of a desk, with a dress with large, very long skirts, a white and voluminous curled bib, wavy hair and a large bun at the nape of the neck, in short, the appearance of a lady of the good society of the time. The arm appears fully extended, with almost D'Annunzio's languor, but the viriloid determination makes an open contrast: the sunken look, which points straight ahead and the mouth tightly closed. The pen appears between the fingers as if it were a stiletto or a pistol. "

Amos Bronson transforms the house into a transcendentalist cenacle, frequenting Thoreau, Hawthorne and Emerson.

Louisa teaches the latter's daughters and has free access to the library, where she reads everything from Plato to Dickens, her idol, whom she will meet during a trip on the old continent and of whom she will recreate The Pickwick circle, through secret society founded as a game by the protagonists of his most famous book.

She works as a nurse, falls ill with typhus, writes many successful books, containing all the elements of the classic nineteenth-century appendix novels, with Gothic adventures and tragic heroines. During a trip to Europe as a lady of companionship - described in the second part of Little Women, the one that in Italy was published as Piccole donne, grow up - lives a love with a musician who becomes the Laurie of the novel. He died in 1888, from a cold, while running to his father's bedside without knowing that he died two days earlier.

Published in 1869, and then in the full version in 1880, Little Women refers to the life that took place in the Alcott / March house, during the years of the formation of the four sisters and offers us immediately the image of America in the second half of the Nineteenth century. Of the four girls, only Beth retains her original name and, like Louisa's unfortunate younger sister, she too will die (although not in the first part).

Each of the protagonists has a distinct and different personality from the others, although they all grew in the same environment and under the watchful and wise eye of the mother. Since their first appearance on the scene, the terms used to refer to each of them immediately indicate their characters, shape them and make them stand out in the reader's eyes.

"Christmas won’t be Christmas without any presents’ grumbled Jo, lying on the rug.

"It's so dreadful to be poor!" Meg sighed, looking down at her old dress.

"I don't think it's fair for some girls to have plenty of pretty things, and other girls nothing at all," added little Amy, with an injured sniff.

"We've got father and Mother and each other," said Beth contentedly, from her corner.

In these first lines there is already the whole novel, the strengths and weaknesses of the sisters, the shortcomings that will condition the plot, their way of acting, their movements.

Jo, the tomboy, is lying on the carpet. For her, the author chooses the verb grumbled, she grumbled, to fix its warlike character from the beginning.

The romantic and wise Meg, (sighed) sighs about the wealth she cannot have that will lead her into temptation.

The spoiled and capricious Amy presents herself with an injured sniff, "an offended sniffle", while for the good Beth, who shyly stands in a corner, the adverb contentedly is used, that is, with contentment, contentment, meekness .

The main character is Josephine (Jo) March, in which Alcott is mirrored. Through her, the author gives voice to her feminism, protesting against the injustices suffered by women. Jo is a bad boy, his only beauty is his hair, which she will deprive herself of in a surge of generosity. Clumsy and impulsive and furious, capable of alternating impulses and anger, she dreams of going to university, of fighting alongside his father in the Civil War. She is the intellectual of the house, the writer full of imagination who composes her stories and reads them in the attic to her sisters.

Following the teachings of her father Amos, Alcott believes deeply in God and in the possibility of improving herself, of making a sort of life pilgrimage towards transcendence, sublimation and improvement, which is symbolized by the little book given by her mother to the daughters at Christmas . This involves a fight for all four girls, but especially for Jo, who has the most difficult character. It will be of great help and comfort to discover that even the mother, apparently infallible, had to fight like her and to keep in check and reform her own nature. In the end, good will triumph over weaknesses, envy, whims and the sisters will find themselves more united than ever. Eventually the pilgrim's transcendent journey will be accomplished.

 

 

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Tra inganni e dignità

23 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Vorrei poter scrivere nuove righe
perché di vecchio
non restasse più niente da leggere.
Delle distanze ridotte da folli rincorse,
viaggi verso l’abbandono in terre ostili
sotto coltri celesti ad aspettare le solite notti
e il loro trascorrere, stanche ed insonni,
così vuote di stelle, di sogni e di senso.

Vorrei ingigantir lo scandire del tempo
fuori dai templi del corpo senz’anima,
di volti nascosti, di sguardi fuggenti.
Lontano dall’oro che dipinge le foglie
prima che secchino... sporche nel fango,
fradice d’acqua... a marcire per terra,
dopo il ricordo che c’era di loro,
vive, su fronde copiose di verde.

Via da quel saccente mausoleo d’inganni,
dove confusi la più triste primavera
per un più mite autunno.
Torna il sole come in cielo, così in terrà
ad asciugare le nubi e seccare le pozze.

Altre righe ci saranno da scrivere,
nell’attesa della prossima estate
che comunque è già più vicina.

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