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Antonia Pozzi, "Tu sei l'erba e la terra"

8 Aprile 2020 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Tu sei l'erba e la terra

Antonia Pozzi

 

Garzanti Editore, 2020

 

 

Tu sei l'erba e la terra di Antonia Pozzi (Garzanti Editore, 2020) è una dichiarazione indistinta di solitudine sfumata nel disincanto dell'anima, appassionata e struggente, in un'unica e sconfinata poesia d'amore che la poetessa ha rivelato per tutta la sua breve vita. La nostalgia, l'arrendevole passione, la ritualità evocativa delle sue confessioni, sono il terreno propizio custodito nei versi, avvolti da un'apparente quiete di grazia e rassegnazione, assorbiti  nell'essenza crepuscolare e nella dissolvenza espressionista della malinconia. Le parole, commosse e orgogliose, sostengono la perdizione dell'assenza. La poesia di Antonia Pozzi accoglie il sortilegio dell'impulsività  avvicendando il ricordo di una condanna sentimentale, nella sua passione per il suo amato professore, con il suo corteggiamento infelice e tormentato, consumato dal dolore e da un'aspettativa non corrisposta. I testi sono salvifico intervallo nella dilatazione emotiva e richiamano l'autentica e trascinante forza magnetica della natura, conforto originario di serenità e grembo di affinità romantica, oltrepassano le stagioni ostinate delle promesse e della dignità riconosciuta “sulla via dei luoghi amati”, dove l'avvenenza sussurra, sincera e fedele, l'estetismo poetico nello specchio dei movimenti sinuosi delle adorate montagne. La poetessa è testimone della riservata e rigorosa decadenza che addensa l'ostilità delle ombre e scava nelle atmosfere desolate dello spirito. Il mondo, elegantemente violento e superbo, è fatto di desideri e illusioni, si nutre di lacrime e di attese e la poesia visiva di Antonia Pozzi è un'immutabile e rarefatta inquietudine scandita dallo squilibrio degli indugi. Il destino della poetessa non ha via d'uscita se non nell'unico finale possibile e stringe intorno a sé l'esasperata povertà della sostanza di un sogno infranto, di una lacerante lusinga di chi desidera il ritorno alla vita, al vivere in poesia. I versi ascoltano il respiro di una sacrificata sensibilità, affondano nella memoria il rovescio di una pena abbracciata all'esistenza ferita. Le poesie di Antonia Pozzi giunte solo postume tornano a far luce e rumore da “un'esile scia di silenzio”. Presagio rappresentativo è la fatalità improvvisa di chi muore giovane e suicida condividendo nell'intreccio al male di vivere che accomuna altre importanti poetesse, l'impossibilità di colmare il vuoto interiore, premeditato nell'incompatibilità della disperazione di una morte intenzionale.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

 

Lampi

 

Stanotte un sussultante cielo

malato di nuvole nere

acuisce a sprazzi vividi

il mio desiderio insonne

e lo fa duro e lucente

come una lama d'acciaio.

 

S. Margherita, 23 giugno 1929

 

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Sfiducia

 

Tristezza di queste mie mani

troppo pesanti

per non aprire piaghe,

troppo leggére

per lasciare un'impronta -

 

tristezza di questa mia bocca

che dice le stesse

parole tue

- altre cose intendendo -

e questo è il modo

della più disperata

lontananza.

 

16 ottobre 1933

 

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Pensiero

 

Avere due lunghe ali

d'ombra

e piegarle su questo tuo male;

essere ombra, pace

serale

intorno al tuo spento

sorriso.

 

maggio 1934

 

 

 

 

Convegno

 

Nell'aria della stanza

non te

guardo

ma già il ricordo del tuo viso

come mi nascerà

nel vuoto

ed i tuoi occhi

come si fermarono

ora - in lontani istanti -

sul mio volto.

 

29 maggio 1935

 

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Brezza

 

Mi ritrovo

nell'aria che si leva

puntuale al meriggio

e volge foglie e rami

alla montagna.

 

Potessero così

sollevarsi

i miei pensieri un poco ogni giorno:

non credessi mai

spenti gli aneliti

nel mio cuore.

 

8 giugno 1935

 

 

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Tanti sassolini nella scarpa

7 Aprile 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #il mondo intorno a noi

Poiché è meglio un’autentica cattiveria che una falsa bontà, mi pare giunto il momento che qualcuno dica la verità. La verità scomoda, sgradevole, che pure Gesù c’è morto per dirla.

Oggi è esattamente il mio quarantesimo giorno di clausura. La mia quarantena autoimposta.

Da mercoledì 4 marzo, da prima di qualsiasi ingiunzione governativa, non metto il naso fuori del cancello del condominio, nemmeno un minuto, nemmeno per fare la spesa o “pisciare” il cane. A queste cose pensa mio marito.

All’inizio fu il focolaio in Cina. Io non mi preoccupai. Ho cinquantotto anni e di epidemie ne ho viste tante. Ho fatto l’Aids, Ebola, la Sars, la suina e l’aviaria. Persino la mucca pazza. Passerà, mi sono detta, la fermeranno come tutte le altre. Non è stato così. Ho cominciato a subodorare che qualcosa questa volta non andava, forse per intelligenza, forse per intuizione.

Il 22 di febbraio mando un messaggio a Tizia: “Pensi sia il caso di vederci stasera a cena?”

Risposta: “Non ci si può mica chiudere in casa.” Ok, la cena è prenotata, vado. Il ristorante è affollatissimo, c’è uno che tossisce e starnuta. Io sto con l’ansia.

Il 29 febbraio arriva una foto di un piatto di pappardelle al ragù di un ristorante di montagna. Tizia scrive: “Voi quarantena, noi queste”.    

 Il 4 marzo devo accompagnare mia madre a fare una tac in clinica. Vado, faccio la tac e torno a casa di corsa. Non ne uscirò più.

Il 6 marzo posto su fb uno dei primi disperati appelli di una rianimatrice che ci esorta a stare a casa perché la terapia intensiva sta già collassando. Caia mi dice, testuali parole, “è una psicopatica.” Quella sera mio marito va a cena dalla figlia e dalle nipotine. Io resto a casa. Ho mal di testa da tre giorni, non voglio eventualmente contagiare nessuno

Il 7 marzo ancora Caia: “Noi oggi bellissima passeggiata sul fiume e tortelli di XXX”.

Il 9 marzo il governo chiude La Lombardia e il giorno successivo, mi pare, chiude anche tutta l’Italia.

Io in casa, triste, mogia, soprattutto spaventata a morte dal virus. Mi telefona Sempronia: “Non c’è da preoccuparsi, è tutta una montatura dei giornalisti”..

Da allora sono passati tanti giorni e i decreti si sono succeduti ai decreti.

Io sempre ligia e sempre a casa, a cercare di dare un senso alle giornate, ad ascoltare le informazioni sempre più controverse e, alle 18, come tutti, il bollettino dei morti. E la fila dei carri al crematorio. E la gente che racconta il girone dantesco dell’intubazione, della pronazione. Ad ascoltare ogni più piccolo segnale del mio corpo per capire se sta per addentarmi il mostro. A fare da cameriera agli altri della famiglia. Perché, se manco io, qui si va a rotoli. A scrivere un intero romanzo, almeno per credere che tutto questo mi sia servito a qualcosa.

E altri giorni passano. E i provvedimenti si susseguono, sempre meno seri, sempre più isterici e ridicoli. E piovono da tutte le parti. Da Conte che, poveraccio, è sfinito, sta facendo quello che può per arginare una situazione che gli è sfuggita di mano e che non ha avuto il coraggio di bloccare quando era il momento. Perché, per carità, meglio che muoiano le persone piuttosto che qualcuno venga considerato, non sia mai, razzista. E piovono dai presidenti delle regioni, ché almeno ci si ricordi anche di loro, visto che prima manco ne conoscevamo il nome. E piovono dai sindaci, che diventano sceriffi e si atteggiano a salvatori della patria.  Assurdi, nevrotici. Non puoi portare il cane oltre cento metri da casa. E se io ho un muro davanti a casa mia? Non puoi sedere in auto a fianco di quello stesso marito con cui dividi il letto, la tazza del water e la tavola. Non puoi far prendere una boccata d’aria al bambino.

Ecco, io comincio ad agitarmi, a stare male, a pensare che stiamo esagerando, perdendo il cervello e il buon senso. Penso che il giusto sta sempre nel mezzo, che, se uno fosse equilibrato, non ci sarebbe bisogno di polizia e deliranti autocertificazioni che cambiano ogni giorno.

Ma il governo deve spostare la colpa da se stesso, dalla propria iniziale dabbenaggine, al comune cittadino. Così si fa la caccia alla mamma col passeggino, al signore che porta giù il cane, a quello che vuole respirare un po’ d’aria. Diventano loro gli untori, il pericolo pubblico. Gli assassini. E cominciano a circolare foto truccate di falsi assembramenti, prese ad arte in vicoli stretti e con l’obbiettivo schiacciato. Per dimostrarci quanto siamo stupidi, infantili e cattivi.

Ma c’è anche chi sta in un condominio che dà su una chiostra puzzolente piena di topi, c’è chi non ha uno straccio di balcone nemmeno per cantare l’inno di Mameli. C’è chi ha bisogno di un poco di respiro.

E il mio disagio cresce. E penso che non mi va di uscire due minuti, entro il raggio di cento metri, con una mascherina che mi toglie il respiro e mi appanna gli occhiali, col rischio che un poliziotto – categoria che non ho mai amato – mi chieda i documenti come fossi una delinquente.

E i giorni di prigionia aumentano e mi sento soffocare e comincio a capire che Cacciari e Crepet hanno ragione: la casa è un inferno. La convivenza forzata è un incubo, le stanze sono celle, le famiglie sono covi di serpi che non possono districarsi dal groviglio e scappare.

E comincio a desiderare la mia vita di prima, a sentire una straziante nostalgia per la mia libertà, la libertà di scegliere di rimanere a casa a scrivere il mio libro. Ma anche di uscire all’aria aperta, al sole, ad annusare l’odore del mare. Con la bocca e il naso liberi. Senza disinfettante.

Io pratico il distanziamento sociale da quando sono nata. La vita mondana non mi manca. Non mi mancano le cene forzate con le persone che non ho voglia di vedere. Non mi manca giocare a carte. Non mi manca nemmeno la retorica degli abbracci. Mai andata in giro ad abbracciare la gente e, quando mi baciavano sulle guance, di nascosto mi sono sempre pulita anche in tempi non sospetti.

Mi manca piuttosto prendere il mio cane, varcare il cancelletto del condominio e uscire sola, libera. LIBERA. Senza autocertificazioni, senza documenti in tasca. Libera di stare fuori quanto voglio, ben distanziata da gente che, comunque, in ogni caso non mi andrebbe di incontrare.

E quando il mio cane mi guarda incredulo, invitandomi a superare quel cancello che ormai è diventato una barriera psicologica, mi si strazia il cuore. Sì, si strazia per quello e non per i 16000 morti.  

Io non credo alla solidarietà, a quelli che, nel momento del bisogno, tirano fuori l’Italia migliore. Io credo alla verità e la verità è fatta di meschinità, di egoismi, di cattiveria. E ognuno pensa a se stesso. Io penso a me stessa. Alla mia vita che non c’è più. Al mare, all’aria aperta, a un aereo da prendere per andare all’altro capo del mondo.

Ed ecco che Tizia, Caia e Sempronia insorgono. Si fanno improvvisamente paladine dello stare in casa, della repressione di ogni libertà, della quarantena infinita e felice. Diventano accanite. Fanno la caccia al vicino che esce troppo, controllano quanti bambini sono fuori. Sì, proprio loro, quelle che andavano a cena al ristorante e che sono rimaste a casa solo perché ce le hanno costrette.

E allora, oltre alla tristezza per un futuro che non sarà mai più quello che avevamo, oltre alla paura di morire sola e intubata, il sentimento che adesso mi pervade è la RABBIA. Violenta, acre in bocca, verde come bile. Rabbia e senso d’ingiustizia per quello che mi è stato tolto, per questi arresti domiciliari che sconto incolpevole. Rabbia contro le imposizioni, i divieti a raffica, la polizia sotto casa, i droni, gli elicotteri e le persone che mi dicono di pensare a chi sta peggio.

C’è sempre chi sta peggio. Anche mentre voi andavate bellamente al ristorante ogni sacrosanto sabato sera, c’era chi stava peggio, chi moriva di cancro, straziato dai dolori, chi finiva sotto una macchina, e, magari, non aveva nemmeno 90 anni, non sbavava e si cacava addosso, magari era giovane e aveva figli piccoli. Ma questo non v’impediva di uscire a divertirvi, perche “non ci si può mica chiudere in casa”. Eh, no, certo.

Ah, e l’enfasi dei vecchi che stanno morendo nelle case di riposo, dove la mettiamo? Familiari disperati che non possono vederli. Ma se davvero ti stava a cuore il nonno, non lo abbandonavi, te lo tenevi in casa e gli cambiavi il pannolone piscioso, che si sa che in quei posti ci vanno a morire.

Però chi, come me, dice la verità ora è diventato ai vostri occhi un irresponsabile. E la verità è che ci sta capitando un trauma, una tragedia cosmica, e non esistono le famiglie della Vodafone, quelle alacri, attive e felici di incontrarsi su internet. O quelle che impastano gioiose perché, finalmente, hanno trovato il lievito per farsi il pane e la crostata. Quelle che non vedono l’ora di abbracciarsi. Quelle che fanno ginnastica e annaffiano i gerani. Quelle che sorridono alle telecamere dal divano. Telecamere, che, per inciso, sono le uniche ammesse là dove si muore da soli, dove a nessun congiunto affranto è permesso entrare.

Diciamola la verità. Che su quel divano bisogna pur starci e ci staremo finché dovremo, ma senza sorriso sulle labbra, senza aria da salvatori della patria. Che, secondo come andrà finire, dopo tutti questi sacrifici odiosi, manco la nostra di pellaccia salveremo.  

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L'arte astratta secondo me

5 Aprile 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #arte

L'arte astratta secondo me
 

Molta gente, parlando di arte astratta, pensa che sia bella e piacevole ma di non facile comprensione. Molti pensano che chiunque possa essere in grado di realizzare opere di quel genere. Si dicono molte cose ma in realtà l'arte astratta nasce dalla fantasia di ognuno di noi. Ognuno di noi vede tutto quello che abbiamo intorno con una logica ma poi, con la fantasia, può inventare ciò che di fatto non esiste. Ed è proprio la fantasia un motivo di gioia per tutti noi.

Provate a pensare agli scarabocchi dei bambini, sono vere opere d'arte, perché naturali. I bambini sono liberi da condizionamenti, quindi, quando disegnano, sono autentici e spontanei e il loro linguaggio espressivo diventa arte.

Oppure pensiamo agli uomini della preistoria, pensiamo ai disegni rupestri nelle grotte di Altamira in Spagna. Gli esseri umani hanno da sempre utilizzato il linguaggio grafico per comunicare, non è importante che il disegno sia fedele alla realtà, oppure simile, oppure totalmente diverso, tanto da lasciare all'osservatore la possibilità d'interpretare un'opera considerata astratta. La bellezza dell'arte è nella sua manifestazione e nel vedere questo linguaggio come una parte essenziale della nostra vita.

Che vita sarebbe senza la bellezza dell'arte? Arte astratta, o figurativa, in una parola sola: "arte". Secondo me, l'arte astratta è sempre esistita ma è con il movimento francese degli Impressionisti che qualcosa è cambiato nella storia. Da quel momento l'arte potè anche essere considerata da un punto di vista diverso. Come è successo per tutti i nuovi movimenti, la rottura con gli schemi del passato ha generato una scintilla creativa. 

La scomposizione della luce, con effetto su tutte le forme, grazie agli Impressionisti, ha fatto nascere delle opere d'arte nuove. L'osservatore non vedeva più solo quello che esisteva realmente ma, attraverso la fantasia, poteva  toccare con mano le impressioni che abbiamo davanti gli occhi in ogni nostro momento. Impressioni che, essendo  velocissime, ci sfuggono. Gli impressionisti, con una tecnica astratta, erano riusciti a fermarle sulla tela. Quindi ci trovavamo di fronte a un nuovo rinascimento che non si sarebbe più fermato.

L'arte astratta è veloce, spontanea, dinamica, anche se può sembrare irrazionale, le sue forme sono comunque equilibrate. Con un solo colpo d'occhio può emozionarci, farci sorridere, farci sognare, farci riflettere. L'arte astratta non ha limiti. E' vero, è molto difficile per un artista inventare qualcosa di nuovo, perché tutto è stato già inventato, ma è proprio questo il bello, trovare strade alternative, sperimentare. E, grazie alla fantasia, nulla è impossibile.

 
L'arte è un armonia parallela alla natura” Paul Cezanne.
 
Lavoro dall'interno verso l'esterno, proprio come la natura” Jackson Pollock
 
 
 
Many people, speaking of abstract art, think that it is beautiful and pleasant, but not easy to understand.  Many things are said but, in reality, abstract art is born from the imagination of each of us. Each of us sees what is around us with a logic but then, with the imagination, can invent what does not actually exist. And fantasy is a reason for joy for all of us.

Try to think of children's doodles, they are true works of art, because they are natural. Children are free from conditioning, therefore, when they draw, they are authentic and spontaneous, and their expressive language becomes art.

Or think of the men of prehistory, think of the rock drawings in the caves of Altamira in Spain. Human beings have always used graphic language to communicate, it is not important that the drawing is faithful to reality, or similar, or totally different, so as to leave the observer the possibility of interpreting a work considered abstract. The beauty of art is in its manifestation and in seeing this language as an essential part of our life.

What would life be like without the beauty of art? Abstract, or figurative, art, in one word: "art". In my opinion, abstract art has always existed, but it is with the French Impressionists movement that something has changed in history. From that moment on, art could also be considered from a different point of view. As has happened with all the new movements, the break with the patterns of the past has generated a creative spark.

The breakdown of light, with an effect on all forms, thanks to the Impressionists, has given birth to new works of art. The observer no longer saw only what really existed but, through fantasy, he could touch the impressions we have before our eyes in every moment. Impressions that, being very fast, escape us. The impressionists, with an abstract technique, had managed to stop them on the canvas. So we were faced with a new renaissance that would never stop.

Abstract art is fast, spontaneous, dynamic. Even if it may seem irrational, its forms are however balanced. With a single glance, it can excite us, make us smile, make us dream, make us reflect. Abstract art has no limits. It is true that it is very difficult for an artist to invent something new, because everything has been  already invented, but this is the beauty of finding alternative ways, experimenting. And thanks to the imagination nothing is impossible.


"Art is a harmony parallel to nature" Paul Cezanne.

"I work from the inside out, just like nature" Jackson Pollock

 

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Cinzia Diddi e Serena Baldaccini insieme a Nicola Giotti: parola chiave arte e Solidarietà

4 Aprile 2020 , Scritto da Antonella Daloiso Con tag #cinzia diddi, #arte, #il mondo intorno a noi

Cinzia Diddi e Serena Baldaccini insieme a Nicola Giotti: parola chiave arte e SolidarietàCinzia Diddi e Serena Baldaccini insieme a Nicola Giotti: parola chiave arte e Solidarietà

 

Uova aerografate con dipinti di Picasso e di Josè Van Roy Dalì. Omaggio anche a Fabrice Quagliotti.

I pezzi unici saranno messi all’asta, in un ideale gemellaggio, da “Insieme si può” fondo di raccolta  istituito dalla Stilista Cinzia Diddi in Toscana e dalla “Associazione Gabriel" a Bari per raccogliere fondi da donare agli ospedali di Firenze, Prato, Pistoia e Bari

 Queste le parole di Nicola Giotti.

Se qualcuno mi chiedesse se ci sia o meno un aspetto positivo in questo Covid 19, che sta flagellando il mondo, saprei cosa rispondere senza esitazione. Direi senz’altro di si. Quello che fa la differenza è, infatti, la corsa alla solidarietà, quella vera, quella che non ha confini. Quella che ci rende tutti cittadini di un unico cielo.

L’aerografo di Giotti, da Giovinazzo, si sposta a Nord con due donazioni: la prima è un uovo speciale che riporta il ritratto di Josè Van Roy Dalì insieme alla sua musa, Serena Baldaccini, holder del blog magazine Stay Star music blog and more. L’immagine è stata prestata dalla stilista fiorentina Cinzia Diddi e da una collezione di prossima uscita di T-shirt Limited Edition, dedicata al maestro.

L’uovo di Nicola Giotti verrà messo all’asta e devoluto a “Insieme si può”, la raccolta fondi attivata dalla stessa Cinzia Diddi, coadiuvata da Serena Baldaccini, con l’obiettivo di raccogliere fondi per acquistare macchinari e dispositivi di protezione a pazienti e operatori sanitari di strutture ospedaliere di Firenze, Prato, Pistoia.

Ma per questi tre ospedali e per “Insieme si può”, il contributo di Nicola Giotti non finisce qui, perché ha realizzato anche un secondo uovo, aerografando l’immagine di Fabrice Quagliotti, leader dei Rockets. E’ inutile sottolineare che l’uovo sta già spopolando soprattutto tra i fans della band.

Per saperne di più e per offrire il proprio contributo basterà cliccare sul link: www.gofundme.com/f/b5gb4-insieme-si-puo

E se si tratta di donare Nicola Giotti, pasticcere in Giovinazzo (Bari) - e autore di un magnifico libro dal titolo “Metamorfosi”, a ricordare una famosa mostra di Picasso – è in prima linea. La pubblicazione, racconta la sua arte: l’aerografia, una tecnica particolare, attraverso la quale riporta su uova di cioccolata dipinti dei maggiori artisti del Novecento. Vere e proprie opere d’arte alcune delle quali Giotti ha voluto offrire alla solidarietà. Serviranno, attraverso due aste eccezionali, messe in campo in Toscana da “Insieme si può” e a Bari dalla Associazione Gabriel, per acquistare, da Nord a Sud,  presidi ospedalieri, che in questo periodo non bastano mai. In una sorta di ideale gemellaggio, il cui fil rouge è rappresentato da questi “pezzi unici”, realizzati da Nicola Giotti.

Scendiamo a Sud con la collezione dedicata a Picasso, che consta di cinque uova a rappresentare altrettante opere dell’artista riprodotte con la tecnica indiretta speculare lucida, concepita da Giotti e donate dall’artista-pasticcere alla Associazione Gabriel di Bari, odv per l’umanizzazione delle cure in oncologia. Si tratta di opere di particolare pregio e di grande livello artistico.

La Gabriel, attraverso una asta, patrocinata dal Comune di Giovinazzo - alla quale si può partecipare collegandosi anche alla pagina Facebook “Progetto Gabriel di umanizzazione delle Cure in Oncologia”- raccoglierà fondi (iban:IT51R06909606100000077956) per l’acquisto di mascherine e presidi ospedalieri da donare all’IRCCS e al Policlinico di Bari.

Antonella Daloiso

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Intervista con l'artista Jackson Pollock

3 Aprile 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #le interviste pazze di walter fest

Disegno di Walter Fest

Disegno di Walter Fest


 

 

Giro la chiave del quadro e metto in moto la fiat 500 che, borbottando, si avvia. Amici lettori della signoradeifiltri, sto andando all'appuntamento con Jackson Pollock. Oggi l'intervista con l'artista la facciamo a bordo della mia Fiat 500 del 1962. Nonostante l'età è dotata di diversi comfort, sedili ben imbottiti di finta pelle di pescespada, sistema di ventilazione interna con quindici profumazioni fra le quali, whisky, formaggio di ippopotamo, amaro del nonno e mela acerba. A bordo la macchinetta del caffè espresso, nel portaoggetti cioccolatini di tutti i gusti. Ecco, vedo Jackson Pollock puntuale che legge il giornale.

- Hi, Jack!

- Ehi, finalmente sei arrivato, mi hai fatto leggere pure gli annunci di matrimonio!
 

- Jack, per favore, chiudi piano lo sportello, l'ultima volta Guttuso mi ha staccato la maniglia, dove andiamo? Giriamo a zonzo?
 

- Okay, ma accendi il riscaldamento che ho freddo!
 

- Jackson, ti faccio la prima domanda e non sei tenuto a rispondermi... hai smesso di bere?
 

- Ahaahah!.. Oh sì, da quando conosco te bevo solo caffè espresso e birra e gazzosa!
 

- Molto bene, prossima domanda, è vero che hai barattato una tua opera con una motocicletta?
 

- Ah sì, era una Matchless e poi sfidavo gli indiani a cavallo nel deserto, vincevano sempre e così l'ho lasciata a loro in cambio di una pipa e di un po' di roba strana da fumare.
 

- Hai smesso di fumare?
 

- Ti odio! Ahaah... Ho anche smesso di fumare da quando ti ho incontrato!
 

- Bene, ti va di parlare del dripping?
 

- Certo, ma prima offrimi un caffè.
 

La macchinetta esce dalla cassettiera della mia 500 ed è già pronta, cinque minuti e sarà in tazza.
 

- Sono state dette un sacco di cose sulla tua tecnica, tracce di esistenzialismo, filosofia Buddista, Zen, introspezione, sciamanesimo.
 

- Tutte leggende metropolitane, dipingevo senza cavalletto perché volevo essere libero. Girare intorno alla tela era come girare il mondo, la libertà di vedere e fare sempre cose diverse, mi sentivo in equilibrio con lo spazio e poi c'era anche molta musicalità nella mia opera. Girare intorno alla tela era un po' come danzare, ero io con tutto me stesso, abbracciato alla materia senza nessun impedimento, nessun ostacolo, nessun confine e poi mi divertivo di più. Tutto qua, facile no?
 

- Hai fatto impazzire i critici.
 

- Oh sì, erano troppo legati a vecchi schemi e con me non capivano letteralmente nulla perché li ho ubriacati con il colore, li ho travolti con una azione pittorica dirompente.


- Ti hanno accusato di essere caotico e casuale.
 

- Oh sì, ma erano talmente condizionati dai loro fantasmi interiori che non volevano staccarsi dal loro presente, in sintesi avevano paura di ritornare come bambini e vedere l'arte come qualcosa di estremamente naturale.
 

- Ti consideri fortunato?
 

- Perché no? Mi sono trovato al punto giusto nel momento giusto ma penso di essermelo meritato.
 

- Se tornassi indietro, che cosa non faresti?
 

- Non so, diciamo che vivevo alla giornata, però posso dirti quello che invece avrei voluto fare.
 

- Già, cosa?
 

- Diluire i colori da sgocciolare sulla tela con la Cocacola. Hai altre domande?
 

- L'ultima: ti sarebbe piaciuto portare i capelli lunghi?
 

- Oh sì, lunghi sulle spalle e biondo come Marilyn. Avrei avuto qualche problema ad aggiustarli con le mani sporche di colore ma vuoi mettere Jackson Pollock con i lunghi capelli?
 

- Ti andrebbe di guidare la 500?
 

- Mmh è meglio di no, guida tu che io schiaccio un pisolino.
 

E mentre lasciamo riposare Jackson Pollock, cari lettori del blog che ama la cultura, Walter Fest vi saluta e vi aspetta alla prossima intervista con l'artista.

 

 

 

I turn the key  and the Fiat 500 starts muttering. My dear readers of signoradeifiltri, I'm going to the appointment with Jackson Pollock today. We will interview the artist on board of my Fiat 500 from 1962. Despite the age, it is equipped with various comforts, well-padded seats in swordfish leather, internal ventilation system with fifteen fragrances including, whiskey, hippopotamus cheese, grandfather's bitter and sour apple. On board we have the espresso machine, and chocolates of all tastes.  Jackson Pollock is on time and he is reading the newspaper.

 

- Hi, Jack!

- Hey, you finally arrived, you made me read the announcements of marriage!

- Jack, please close the door slowly,  last time Guttuso pulled the handle off. Where are we going? Do we wander around?

- Okay, but turn on the heating that I'm cold!

- Jackson, I ask you the first question and you don't have to answer me ... Did you stop drinking?

- Ahaahah ! ... Oh yes, since I met you I have only drank espresso and beer and gazzosa!

- Very good, next question, is it true that you traded one of your works for a motorcycle?

- Ah, yes it was a Matchless and then I challenged the Indians on horseback in the desert, they always won and so I left it to them in exchange for a pipe and some strange stuff to smoke.

- Did you quit smoking?

- I hate you! Ahahah, I've also quit smoking since I met you!

- Well, do you want to talk about dripping?

- Of course, but first offer me a coffee.

The machine comes out of the drawer of my 500 and it is ready, five minutes and coffee will be in the cup.

- A lot of things have been said about your technique, traces of existentialism, Buddhist philosophy, Zen, introspection, shamanism.

- All urban legends, I painted without an easel because I wanted to be free. Going around the canvas was like traveling the world, the freedom to see and do different things. I felt in balance with the space and then there was also a lot of musicality in my opera. Going around the canvas was a bit like dancing, it was me with my whole being embraced to the material without any hindrance, no obstacles, no borders. And I had more fun,  easy, wasn't it?

- You drove the critics crazy.
 

- Oh yes, they were too tied to old patterns and with me they literally didn't understand anything, because I drunk them with color, I swept them with a disruptive pictorial action.

 

- They accused you of being chaotic and random.

 

- Oh yes, but they were so conditioned by their inner ghosts that they didn't want to detach themselves from their present. In short, they were afraid to become children and see art as something extremely natural.

 

- Do you consider yourself lucky?

 

- Why not? I found myself in the right place at the right time but I think I deserved it.

 

- If you went back what would you not do?

 

- I don't know, let's say I was living day by day, but I can tell you what I wanted to do, instead.

 

- Yeah, what?

 

- Dilute the colors  with Cocacola. Other questions?

 

- The last one: would you have liked to have long hair?

 

- Oh yes, long on the shoulders and blond like Marilyn. I would have had some problems adjusting them with dirty hands but imagine Jackson Pollock with long hair!

 

- Would you like to drive the 500?

 

- Mmh... It's better you guide and I take a nap.

 

And while we let Jackson Pollock rest, dear readers of the blog that loves culture, Walter Fest greets you and awaits you at the next interview with an artist.

 

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Valerie Perrin, "Cambiare l'acqua ai fiori"

1 Aprile 2020 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 
 
 
 
Cambiare l'acqua ai fiori
Valerie Perrin
 
Edizioni E/O, 2018
 
 
"Il tempo è magnifico quando qualcuno ci ama" recita una delle frasi che precede ogni capitolo del libro. Ma è magnifico anche quando amiamo, pazienza se il sentimento è a fondo perduto, nessun amore è mai inutile, anche se non ricambiato ci insegna sempre qualcosa su di noi. E Violette ama. La sua fiammella vitale, nonostante le tragedie e le ingiustizie che l'hanno segnata, e che man mano ci vengono disvelate, non si è mai spenta. Ma la tiene al sicuro, ormai sfiduciata e spaventata che qualcuno possa spegnerla. Perciò ha una cameretta color pastello al piano superiore ma riceve solo nello spoglio soggiorno monocromatico. Perciò ha un armadio di vestiti colorati e fioriti che rigorosamente indossa sotto pastrani e soprabiti neri o blu scuro. Nessuno deve conoscere il lumicino che ancora rabbioso e cocciuto arde dentro di lei. Preferisce raccontarsi di essere morta, come gli ospiti del cimitero di cui fa la guardiana, occupandosi di mille piccole cose che non le spettano, perché, lo dice lei stessa, se dovessimo fare solo ciò che rientra nelle nostre mansioni, solo ciò che ci si attende da noi, che noia sarebbe la vita? Ha deciso così, Violette, di traghettare quel barlume di linfa vitale fino al comune destino di tutti noi in un silenzio ornato da alcune bugie. Nessuno deve sapere. Troppo dolore. Ma il destino con i suoi fili lunghissimi, e dalle imprevedibili reti, inizia a intessere una delicata trappola che scatterà 37 anni dopo e che le farà capire che la vita non può stare troppo a lungo celata, deve esplodere, ardere, come la gioia, come l'amore. La vita trova sempre una fessura da cui filtrare e inseminare noi stessi e chi ci circonda. Quella vita che ci mette di fronte a prove apparentemente insormontabili ma che ci dà sempre la forza per superarle, quella vita che ci insegna che non sempre la verità ci rende liberi, a volte è meglio speculare nel dubbio e scegliere la soluzione più pacificatoria per noi, perché certe verità sono una condanna a vita. Quella vita con un senso dell'umorismo crudele che ti toglie in maniera assurda una famiglia per restituirtela fuori tempo massimo, quando ormai non ci credevi più, quando dicevi che non era più roba per te. Quella vita che lega la tua esistenza a una anziana coppia clandestina che pare uscita da un film e ti fa capire che il caso, come il male, è amorale, segue un binario il cui senso possiamo distinguere solo al capolinea, se riusciamo. Quella vita che ci sorprende dimostrandoci che i giudizi sulle persone, anche quando ponderati dopo anni di conoscenza, possono essere semplicemente sbagliati, perché tutti siamo feriti, fragili, ammaccati, e tutti a modo nostro ci difendiamo, a volte attaccando. Ma magari siamo troppo insicuri per ammetterlo.
La Perrin, fotografa e scenografa, compagna di Lelouche, scrive un libro semplice, che non ci racconta nulla di nuovo, ma lo fa con dolcezza, garbo, luminosità, senza mai scadere nello smielato o nello scontato, con dei colpi emotivi ad effetto sfruttando il solo costrutto narrativo.  I personaggi ben delineati, sono vivi e plastici, umanissimi e dolenti. Un romanzo che con delicatezza ci ricorda che ogni punto di fine corrisponde a un nuovo inizio, e anche in un piccolo cimitero di campagna possono rinascere la vita e la redenzione.
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Intervista con l'artista: Andy Warhol... e pure con uno scrittore

27 Marzo 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #le interviste pazze di walter fest

Intervista con l'artista: Andy Warhol... e pure con uno scrittore
 

 

 
 
 
Benvenuti, amici lettori della signoradeifiltri, oggi avremo nostro ospite Andy Warhol. Sono a bordo della mia 500 tinteggiata per questa speciale occasione tutta gialla fosforescente, dripping verde limone, e a bordo  abbiamo anche lo scrittore Matteo Gentili.
 
- Matteo, sei contento che ti ho portato con me?
 
- Sì, certamente, mi dispiace solo per Mario.
 
- Tranquillo, l’ho mandato in missione a cercare nuovi artisti per la bottega dell’arte.
 
- Ah, va bene.
 
- Senti, ora ci incontriamo con Andy Warhol, sei preoccupato?
 
- Un po', che posso prendere un caffè?
 
- Mica me lo devi chiedere, fanne due, apri lo sportellino, prendi pure i cioccolatini dentro al cassettino.
 
- Oh! Pure io li ho portati, ma qua c’è un panino gigante con la porchetta!
 
- Ah sì, quello è per Andy, dietro trovi i cioccolatini.
 
Amici lettori, mentre aspettiamo Andy Warhol io e Matteo gozzovigliamo…..
 
Ciao Andy, forza, sali a bordo.
 
- Grazie per l’invito, carina questa automobilina  e… lui chi è?
 
- Andy, ti presento un amico, è Matteo Gentili, un meccanico che, con un cacciavite e con una penna in mano, può far miracoli, è uno scrittore vero prestato all’automobilismo.
 
- A proposito di auto, sapete che per le nostre interviste questa macchina scarrozza infaticabilmente per km e km? Una volta siamo andati ad intervistare Michelangelo Buonarroti in Giappone, un'intervista così matta che nel blog non l’abbiamo pubblicata, e sai perché?
 
- Già, perché?
 
- Perché Michelangelo è voluto ritornare subito in Italia, aveva una tremenda voglia di mangiare un supplì.
 
- Hai detto che questo tipo è uno scrittore, dalla faccia non si direbbe, ha lo sguardo da buono.
 
- Matteo, parla al signor Warhol del tuo libro.
 
- Signor Warhol, io vengo da Foligno e ho pubblicato da poco un libro con @Libereria: I racconti di uno sconosciuto.
 
- Conosco bene Foligno, una volta, dalle tue parti, ho mangiato degli strozzapreti fantastici. Insomma, questa tua opera di che parla?
 
- Vede maestro, il mio libro è una storia fatta di tante storie, tutto comincia con la mia ribellione al bullismo, un qualcosa che ha condizionato la mia vita ma che non mi ha impedito di vivere al meglio, perché ho avuto l’abbraccio vigoroso di buoni valori, la mia famiglia, la mia penna e la musica. Ebbene sì, questo libro è poesia narrata come se fosse un rap, io musicista rap, il mio rap, il mio lamento di rabbia che diventa uno scudo a questo fenomeno sociale pericoloso ma non invincibile, anzi debole, di fronte alla positività. Posso dire di avercela fatta, posso dire orgogliosamente di sentirmi un testimonial, che può confermare e dichiarare a tutti coloro che soffrono, che il bullismo si può vincere.
 
Bravo ragazzo, quindi questa tua opera è poesia con un ritmo rap. Sai come ti potrei definire?
 
- Andy, che penseresti di me?
 
- Che sei un grande  “ hardmanrap&talk”.
 
- Tutto attaccato?
 
- Certo, non ti sembra di sentire la musica in hardmanrap&talk? Matteo, saresti un perfetto hardmanrap&talk!!
 
- Matteo, dagli retta, Andy Warhol (Pittsburgh, 6 Agosto 1928 – New York 1987) è uno che ha fatto un sacco di cose: arte, regia cinematografica, musica, fotografia, grafica pubblicitaria, sceneggiatura, produzione, la factory. Tutti sanno dell’invenzione geniale della sua factory, frequentata da gente come Jean Michel Basquiat, Keith Haring, Lou Reed... la banana... la banana più famosa e costosa del mondo! E poi i barattoli di zuppa Campbell, e poi Marylin Monroe, e tutte le star raffigurate come icone pop !
 
- Walter, ti ringrazio ma riguardo l’idea dei barattoli voi avete avuto un tizio che mi ha preceduto e che è stato più geniale di me, ha riempito 90 barattoli di…
 
- Maestro, non lo dica, siamo in fascia protetta!
 
- E vabbè, comunque è stato un genio quel Piero, diciamo che la mia visione era popolare e conforme ai miei tempi moderni.
 
 - Arte per tutti!
 
- Bravo Walter, arte per tutti!
 
- Andy a proposito di arte per tutti, lei che se ne intende, può aiutarmi con il marketing? Lei è esperto di pubblicità sa, vorrei vendere almeno un migliaio di copie del mio libro.
 
- Matteo, fare pubblicità a un prodotto è facile, devi solo presentare te stesso come sei al naturale, al naturale come una lattina di Coca, senza sotterfugi e archibugi, senza ammiccamenti e stratagemmi, sei un poeta?
 
- Sì.
 
- E allora recita il tuo libro come un vero poeta, piangi se c’è da piangere e ridi se c’è da ridere, apri il tuo cuore. E' la migliore pubblicità, quando scendiamo da questa 500 da circo di Walter, ricordami di prenotarti una copia e la voglio autografata.
 
- Andy, casualmente ne ho proprio una con me.
 
- Bene dammela, che aspetti? Ma adesso riaccompagnatemi all'aeroporto che devo prendere il volo per Cuccamonga. Ho appuntamento con Caravaggio, che anche lui vuole qualche consiglio, ma, dico io, che mi avete preso, per il padrino?
 
- Andy, come te non c’è nessuno.
 
- Volete un autografo?
 
- Magariiii.
 
Molto bene, amici del blog che vive di cultura e fantasia, stiamo per lasciarvi, io, Andy Warhol, Matteo Gentili, e il suo libro  I racconti di uno sconosciuto, vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo incontro
 
- Ehi, coppia di smidollati… passatemi il panino con la porchetta e i cioccolatini!
 
- Andy, è finito tutto, sono rimasti solo quelli al tartufo che aveva portato Matteo per la pasta.
 
- Cioccolatini al tartufo sugli strozzapreti?...
 
Qualcuno di voi vorrebbe assaggiarli?... Ciao a tutti, ci rivediamo alla prossima puntata!
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La stilista Cinzia Diddi lancia una raccolta fondi per l’emergenza Coronavirus.

26 Marzo 2020 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #cinzia diddi, #il mondo intorno a noi

 

 

 

Una campagna di raccolta fondi, per sostenere l’impegno di chi è in prima linea nella lotta al Coronavirus. A promuoverla, la stilista pratese Cinzia Diddi  che, pur nella consapevolezza delle difficoltà economiche in cui tutti versano, incoraggia ad “abbracciare con convinzione scelte solidali, che possano contribuire a rispondere all’emergenza Covid-19”.

Serve l’aiuto di Tutti!!! Anche una piccola donazione può fare la differenza.

L’ospedale San Jacopo di Pistoia è al collasso, ed è il più colpito in Toscana.

Il progetto prevede la raccolta di fondi

attraverso GoFundMe Cliccando su questo link https://www.gofundme.com/f/b5gb4-insieme-si-puo

La capacità di Covid-19 di viaggiare velocemente, sotto traccia, nella maggior parte dei casi in modo asintomatico, per di più in un contesto di globalizzazione spinta, lo ha reso una minaccia abnorme per i sistemi sanitari dei paesi anche più avanzati: una modalità di diffusione incontenibile, con effetti gravissimi nei soggetti più fragili e con la conseguente saturazione dei reparti di rianimazione.

Insieme vinceremo, sono ottimista!

Vivete le vostre vite il più semplicemente possibile camminate piano, respirate profondamente

Fate del bene

godetevi la natura

sorridete

non serbate rancore

non desiderate il male per gli altri

tenete a freno l’invidia

gioite per i traguardi altrui

sostenetevi

Queste le parole della stilista.

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La bottega dell'arte: "Una poltrona per due". JIM LOVE

25 Marzo 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #fotografia

La bottega dell'arte: "Una poltrona per due". JIM LOVE

Presentazione dell’artista Jim Love e della sua opera Gliding rust

 

Amici lettori della signoradeifiltri, oggi apriamo le pagine del nostro blog al profumo di primavera, presentandovi con grande piacere un artista, un bravo fotografo americano: Jim Love.

Jim Love vive negli USA a Loves Mill, nel sud-ovest della Virginia. Da sempre appassionato di comunicazione, ha lavorato per molto tempo in radio e in televisione e, dopo anni di attività, ha iniziato un nuovo percorso, accompagnato da una lunga serie di immagini artistiche da lui realizzate.

Perché, cari amici del blog che fa della cultura la propria missione, dovete sapere che ci sono artisti che nascono artisti ma non sanno di esserlo. Per loro è così naturale vedere il mondo sotto un diverso punto di vista, ed è quello che succede a Jim Love, un fotografo che può scattare fotografie a luoghi o soggetti nel modo che solo un autentico artista sa fare, e che vuole mettere il suo talento a disposizione di tutti coloro che vogliono provare gioia nel vedere forme d’arte.

L’arte espressa con qualsiasi tecnica è un vero piacere, voi del blog già conoscete la mia filosofia “l’arte è per tutti e non nuoce gravemente alla salute”, tante esperienze confermano che può essere fra le migliori medicine al mondo.

Jim Love ha dentro di sé una forza potentissima e la sua macchina fotografica è un dolce strumento di amore, lo stesso amore che la sua famiglia e altre persone gli hanno dedicato in un momento difficile della sua vita, un amore che Jim Love ha trovato profondamente dentro di sé, un amore per l’arte e per la vita senza limiti. Così il nostro artista americano ora sta impegnando tutte le sue energie nella fotografia, i suoi scatti, fermando il tempo, rappresentano le immagini che ognuno di noi vorrebbe vedere per farci spalancare gli occhi di fronte a questo spettacolare miracolo che è la vita.

L'opera che vorrei descrivervi è Gliding rust, l’ho scelta perché, fra le tantissime opere, mi ha colpito, lasciandomi da subito immaginare una storia. Questa che in apparenza sembra solo una panchina arrugginita e abbandonata, in realtà è una storia, una lunga storia. Ho chiuso gli occhi e ho visto due personaggi che, ogni pomeriggio - quando si placa lo stress del lavoro e, intorno, il traffico spegne i suoi motori - si fermano a chiacchierare mangiando un gelato. Discutono allegramente dei fatti accaduti in giornata e mi viene da ridere pensando ai loro pettegolezzi, alle loro risate, ai loro ammiccamenti. Parlano di sport, di donne, del tempo che cambia, però vivono alla giornata e non pensano al futuro. A che serve parlare del futuro quando il presente, seduti serenamente su una panchina, è così piacevole?

Le loro chiacchierate si svolgono durante tutte le stagioni, anche in quelle più fredde, in questo caso hanno sempre bevande calde fra le mani, oppure, sotto una tettoia sbilenca, neanche la pioggia ferma i loro incontri. E se il sole è accecante d’estate entrambi si mettono dei Ray Ban molto vintage.

Sono diventati una cosa sola con quella panchina, parte dell’arredamento, una panchina per due che può trovarsi in città oppure in un paesino di campagna, questo non è importante. I due con questa panchina arrugginita e abbandonata sono felici, questo è quello che io ho visto con la mia fantasia.

Ma il tempo che passa è implacabile e non concede pause, ora è rimasta solitaria questa vecchia panchina, il cui materiale è stato corroso dagli anni. I nostri due personaggi ora dove saranno? A me piace immaginare che siano andati in vacanza nel luogo più bello del mondo, quello della fantasia, dove la tristezza non esiste.

Se volete, amici lettori, fatelo anche voi, fate il pieno di fantasia, e venite ad ammirare le opere di Jim Love in fineartamerica.

Con questa “poltrona per due” vi saluto e vi ringrazio, ci ritroveremo in compagnia di un altro bravo artista, sempre qui nella nostra bottega dell’arte. La nuova stagione è iniziata, le giornate saranno più colorate e profumate di primavera.

 
 
 
 
*****
 
 

My dear readers of signoradeifiltri, today we open the pages of our blog to the scent of spring, presenting you, with great pleasure, an artist, and a good American photographer: Jim Love.

Jim Love lives in the USA, in Loves Mill, in southwest Virginia. Always passionate about communication, he worked for a long time on radio and television, and, after years of activity, he started a new path, accompanied by a long series of artistic images.

My dear friends of the blog that makes culture its mission, you must know that there are artists who are born artists, but they do not know what they are because they see the world from a different point of view. This is what happens to Jim Love, a photographer who takes photographs of places, or subjects, in the way that only an authentic artist can do. He wants to render his talent available to all those who want to experience joy in seeing forms of art.

Art expressed with any technique is a real pleasure, you already know my blog philosophy: "art is for everyone and does not seriously harm your health". Many experiences confirm that it can be among the best medicines in the world.

Jim Love has a very powerful force, and his camera is a sweet instrument of love, the same love that his family and other people have dedicated to him in a difficult moment of his life, a love that Jim Love has found deeply within himself, a love for art and for life without limits.

Our American artist is now engaging all his energies in photography, his shots stop time, they represent the images that each of us would like to see, to open wide our eyes in front of this spectacular miracle which is life.

The work that I would like to describe to you is Gliding rust.  I chose it because, among his many works, this struck me. I immediately imagined a story. This, that apparently seems only a rusty abandoned bench, it's, in fact, a true story.

I have closed my eyes and I have seen two characters that every afternoon, when the stress of work subsides and the traffic turns off its engines, eat ice cream and happily chat about the events that happened during the day. I laugh thinking about their gossip, their laughter, their winks. They talk about sports, women, the changing weather. They live day by day and do not talk about the future, what is the use of talking about the future when the present is so pleasant?

Their chats take place during all seasons, even the colder ones, in this case they always have hot drinks in their hands. Under a lopsided canopy even the rain does not stop their meetings. And if the sun is blinding in summer they both put on very vintage Ray Bans.

They have become one with that bench, they are part of the furniture, a bench for two, that could be in the city or in a country village, this is not important. The two characters, with this rusty and abandoned bench, are happy, this is what I see with my imagination.

But the time that passes is relentless and does not allow pauses. Now this old bench is lonely, its material has been corroded over the years. Where are our two characters? I like to imagine that they went on vacation to the most beautiful place in the world, that of fantasy, where sadness does not exist.

If you want, my dear friends, do the same, fill your imagination, and come and admire the works of Jim Love in fineartamerica.

And,with this "armchair for two", I greet you and thank you. We will be soon in the company of another good artist, here in our art workshop. The new season has started, and the days will be more colourful and fragrant. It’s spring!

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DAVANTI A TRIESTE di Mario Puccini (1887-1957)

22 Marzo 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

Il giovane sottotenente Mario Puccini, marchigiano di Senigallia, raggiunge il fronte nel 1916. Appena messo al comando di un plotone di soldati più esperti e più anziani di lui, cerca di trovare un colloquio con questi uomini semplici, obbligati alla guerra, diffidenti verso gli ufficiali. Nonostante la differenza di cultura (Puccini tiene nel suo zaino Foscolo, Leopardi, Dante), riesce con un insieme di bonomia e autorità a fare breccia tra loro che trovano in lui un consigliere oltre che un capo. La quotidianità del vivere insieme è pienamente esaltata nei gesti, nelle espressioni, negli atteggiamenti dei compagni; ma non si deve pensare a una prosa semplice e poco studiata. In realtà oltre a vari slanci lirici nelle descrizioni dei paesaggi, il linguaggio si apre a immagini vivissime, a tratti quasi di gusto futurista: " .. il cannone da campagna ciancia i suoi proiettili tra i denti e li caccia via ... Nei bagliori prodotti dai colpi in partenza, ti par vedere torsi di colossi muoversi tra masse di ferro incandescente".

Non mancano toni elegiaci come nel legame con la dolina carsica fatta attrezzare sotto i suoi ordini e poi lasciata con un velo di tristezza, tanto da tornarvi appena possibile e gustarne con esibita malinconia i cambiamenti intervenuti dopo che un altro reparto vi si era sistemato. E dovunque c'è un'attenzione somma al carattere genuino e popolano dei suoi subalterni, uomini capaci di ribellarsi se manca il tabacco, ma in buona parte disposti al sacrificio nei momenti delicati. Colpisce soprattutto la coralità (peraltro parziale) del racconto in cui i vari soldati, sollecitati dall'autore, danno le proprie impressioni.

Le azioni descritte sono quindi quelle vissute a livello principalmente di plotone, con le sofferenze patite nella quotidianità della guerra; è però una sofferenza resa meno aspra dalla collaborazione tra gli uomini, dal gusto della battuta facile, dallo sguardo di un paesaggio che non stanca; non ci sono particolari attacchi verso i superiori e anche la polemica verso gli imboscati non decolla mai. Oltretutto le operazioni cui Puccini prende parte, sono tutte concluse con dei successi tattici, per quanto sanguinosi.

Le particolarità dell'opera sono quindi legate allo stile e alla capacità di raccontare alternando la voce del memorialista e le voci dei vari soldati, costruendo in parte un racconto dal basso della guerra sul Carso, fatto piuttosto raro nella letteratura del periodo.

Mario Puccini, oggi poco noto, fu una personalità culturale poliedrica; figlio di un editore ed editore egli stesso, conobbe Ungaretti con cui ebbe un vivo scambio epistolare durante il conflitto. Scrisse romanzi, saggi, novelle. Fu anche uno studioso di letteratura spagnola.

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