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Amedeo Modigliani, l'arte nelle mani dell'uomo

14 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #pittura, #personaggi da conoscere

 

Amedeo Modigliani (1884 - 1920) was born in Livorno, from Sephardic Jews. His father is an impoverished money changer, there are cases of depression in the family, a brother is imprisoned. Mined by the tbc since he was a child, he is stubborn, independent, very good at drawing, he becomes a pupil of Guglielmo Micheli and knows Giovanni Fattori and Silvestro Lega.
 
He spends most of his life in Paris, a melting pot of culture, home to all experiments and avant-gardes. Here Amedeo embodies the icon of the cursed artist, living first in Montmatre and then in Montparnasse, coming into contact with Toulouse - Lautrec and Cézanne.
 
Without being a contemporary of Cubists, influenced by expressionist Fauvism, rather than by Impressionism, by the use of pure colour, by the abolition of chiaroscuro and perspective, by clear contours, Modì frequents Picasso and Utrillo, developing his own personal style, which draws on archaic and African suggestions.
 
He starts as a sculptor, creating stylized, Egyptian, primitive masks, but the dust aggravates his already ill lungs and he must choose painting, although he also writes poetry. His interest focuses on the human figure. In his work he is fast, he manages to finish a portrait in a couple of sessions and then he doesn't touch it up anymore, but being painted by him, they say, is like "having your soul stripped". His nudes are considered scandalous, his exhibitions are closed, his most beautiful paintings sold for a few pennies.
 
He returned to Livorno in the summer of 1909, sickly and worn out, but left immediately for Paris again. All the  money all ends up in alcohol and drugs, he is romantically linked to several women - Beatrice Hastings, Lunia Czechowska – he has a natural son who does not recognize then, suddenly, love breaks out with Jeanne Hebuterne, the crazy passion of his short life.
 
Jeanne is beautiful, has blue eyes, long brown hair, a docile character and paints with great sensitivity. Their souls are kindred, their love is one of those that go beyond death, they give birth to a daughter who is also called Jeanne.
 
Modigliani dies of tuberculous meningitis in the arms of the tormented Jeanne, pregnant in the ninth month. They make him a great funeral, which parades through the streets of Paris. The cart is covered with flowers, followed by a long procession of painters, sculptors, models, all the artists of Montmatre and Montparnasse gathered. The remains are buried at Pere Lachaise. Jeanne cannot stand up to separation, she cannot live without Amedeo, not even for her daughter Jeanne or her unborn child. She throws herself out the window and perishes with the creature she has in her lap. The family does not want any more scandals, has her buried in another cemetery, far from her loved one. It will be only in the thirties that authorization will be given to transfer her corpse and bury it close to Amedeo.
 
Her daughter Jeanne grew up in Florence, in the home of a paternal aunt, and, as an adult, wrote an important biography, "Modigliani senza leggenda" which, together with the book by Corrado Augias, "Modigliani, the last romantic", is one of the main sources of information on the life of the missing painter. Also noteworthy is the 2004 film "Modigliani, the colours of the soul" by Mick Davis.
 
The daughter Jeanne dies falling from the stairs while discussing the authenticity of the heads found in the Ditches, suspicion of murder hovers over her end. The other son, the one not recognized by the painter, grew up in France and became a priest. The rest of the family is buried in Livorno, in the new Jewish cemetery where, in memory of Modì, there is only one plaque.
 
After Modigliani's death, his works are sold for astronomical figures.

 

 

 

Amedeo Modigliani (1884 - 1920) nasce a Livorno, da ebrei sefarditi. Suo padre è un cambiavalute impoverito, in famiglia ci sono casi di depressione, un fratello viene incarcerato. Minato dalla tbc fin da piccolo, è testardo, indipendente, bravissimo nel disegno, diventa allievo di Guglielmo Micheli e conosce Giovanni Fattori e Silvestro Lega. La maggior parte della sua vita vede come teatro Parigi, crogiolo di cultura, sede di tutte le sperimentazioni e le avanguardie. Qui Amedeo incarna l'icona dell'artista maledetto, vivendo prima a Montmatre e poi a Montparnasse, venendo a contatto con Toulouse - Lautrec e Cézanne. Contemporaneo dei cubisti senza esserlo, influenzato dal fauvismo espressionista, piuttosto che dall'impressionismo, dall'uso del colore puro in funzione anche emotiva oltre che costruttiva, dall'abolizione del chiaroscuro e della prospettiva, dai contorni netti, Modì frequenta Picasso e Utrillo, sviluppando uno stile suo, personale, che attinge a suggestioni arcaiche e africane. Parte come scultore, creando maschere stilizzate, egiziane, primitive, ma la polvere aggrava i suoi polmoni già malati e deve orientarsi sulla pittura, sebbene scriva anche poesie. Il suo interesse si concentra sulla figura umana. Nel suo lavoro è veloce, riesce a terminare un ritratto in un paio di sedute e poi non lo ritocca più, ma essere dipinto da lui, dicono, è come "farsi spogliare l'anima". I suoi nudi sono considerati scandalosi, le sue mostre vengono chiuse, i suoi quadri più belli venduti per pochi spiccioli. Torna a Livorno nell'estate del 1909, malaticcio e logorato, ma riparte subito per Parigi. I pochi soldi finiscono tutti in alcol e droghe, si lega sentimentalmente a diverse donne - Beatrice Hastings, scrittrice inglese, Lunia Czechowska - ha un figlio naturale che non riconosce poi, improvviso, scoppia l'amore con Jeanne Hebuterne, la passione folle di tutta la sua breve vita. Jeanne è bella, ha occhi azzurri, lunghi capelli castani, un carattere docile e dipinge con grande sensibilità. Le loro anime sono affini, il loro amore è di quelli che vanno oltre la morte, gli partorisce una figlia che si chiama Jeanne anche lei. Modigliani muore di meningite tubercolare delirando fra le braccia della straziata Jeanne, incinta al nono mese. Gli fanno un gran funerale, che sfila per le vie di Parigi. Il carro è coperto di fiori, seguito da un lungo corteo di pittori, di scultori, di modelli, tutti gli artisti di Montmatre e Montparnasse riuniti. Le spoglie vengono sepolte al Pere Lachaise. Jeanne non regge alla separazione, non può vivere senza Amedeo, neanche per la figlia Jeanne o per il nascituro. Si getta dalla finestra e perisce con la creatura che ha in grembo. La famiglia non vuole altri scandali, la fa seppellire in un altro cimitero, lontana dal suo amato. Sarà solo nel trenta che verrà data l'autorizzazione a traslarla e inumarla vicina ad Amedeo. La figlia Jeanne cresce a Firenze, in casa di una zia paterna, e, da adulta, scrive una importante biografia,"Modigliani senza leggenda" che, insieme al libro di Corrado Augias,"Modigliani, l'ultimo romantico", è una delle principali fonti d'informazione sulla vita del pittore scomparso. Da segnalare anche il film "Modigliani, i colori dell'anima", del 2004, di Mick Davis. La figlia Jeanne muore cadendo dalle scale mentre si discute sull'autenticità o meno delle teste ritrovate nei fossi, sulla sua fine aleggia il sospetto dell'omicidio. L'altro figlio, quello non riconosciuto dal pittore, cresce in Francia e diventa sacerdote. Il resto della famiglia è sepolto a Livorno, nel nuovo cimitero ebraico dove, a ricordo di Modì, c'è solo una lapide. Dopo la morte di Modigliani, le sue opere sono vendute per cifre astronomiche.

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Patana

13 Marzo 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Patana. Niente più si muove.
Il sole invoglia al tuffo
immergersi è un invito a rilasciare
il sale, da questa pelle e dal sudore.

Freschezza di emozioni
non più giovani né mai mature,
sopite, rilassano le membra,
riemergono anche il cuore
per farlo galleggiare, accoccolato,
dal maestoso mare.

Sospinto verso l’alto, sospeso con fiducia,
dipingo ad occhi chiusi i colori della vita,
il senso ai miei ricordi, le gioie e i delusi.

Ora, libertà. Pace è intorno,
la terra è a distanza
voglio incontaminarmi al cielo,
sotto di me resta il profondo
ma non dà più pensiero.

Mi muovo appena-appena e nel silenzio
lo sguardo vola in alto,
riassapora ogni momento
nel rincorrere il rimorso.

Le labbra si serrano tra i denti
poi un sospiro grida al mondo:
“non c’è traccia di rimpianti”.

Patana
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Compromessi

13 Marzo 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni

Compromessi

compromessi

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"Signora dei Filtri" Recensione di Paolo Mantioni

13 Marzo 2013 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #poli patrizia, #recensioni, #paolo mantioni

 

 

 

 

 

 

Signora dei Filtri

Patrizia Poli 

 

Marchetti Editore, 2017

 

La vicenda di Medea, di Giasone, di Orfeo, degli Argonauti, dell’oro di Eeta, della Grecia arcaica: questo il materiale narrativo con cui si confronta il romanzo di Patrizia Poli. Ho scritto vicenda e non mito perché la storia narrata, i personaggi e gli ambienti sono ricostruiti a partire dal basso, dalla quotidianità, e risultano così plausibili, così vicini al comune sentire, vivere, gioire e soffrire da perdere ogni solennità mitica. E anche il soprannaturale che il mito tramanda è ridotto al senso comune, alle possibilità insite nella razionalizzazione del mito stesso, in un percorso inverso a quello dell’immaginazione mitologica. Patrizia Poli riesce nell’impresa di ri-umanizzazione del mito senza però la spocchia del razionalista, senza l’ironia o la supponenza del materialista, rispettandolo e riportandolo ad un naturalismo di stampo lucreziano, tutt’altro che arido. Solo per fare un esempio: il soprannaturale del passaggio nel regno dei morti di Orfeo e della definitiva perdita di Euridice è derubricato a sogno dello stesso Orfeo, il che però non vuol dire che il suo dolore, il senso di un vuoto incolmabile non siano reali e non abbiano conseguenze concrete nell’animo del personaggio.

Sul piano dell’espressione, la cifra stilistica del romanzo è l’equilibrio: equilibrio linguistico – si tratta di una lingua piana, precisa, non ricercata, senza fronzoli; equilibrio compositivo – la linearità cronologica e la puntuale determinazione spaziale non sono mai abbandonate, se non nel brevissimo (e bellissimo) prologo; equilibrio retorico – le figure non sono ingombranti, non assorbono nell’immagine o nel gioco di parole il significato, non rubano l’attenzione del lettore; equilibrio sintattico – la frase di Patrizia Poli non è deliberatamente paratattica (secondo il riprovevole costume attuale che fa della semplicità manierata il dito dietro cui nascondere il vuoto di contenuti) né raffinatamente ipotattica, non affida, cioè, ai meandri del pensiero o dell’analisi il contenuto da comunicare, è, bensì, una frase semplice che descrive dall’esterno, come occhio-che-guarda; equilibrio diegetico – la narrazione si sviluppa alternando la voce del narratore onnisciente, i dialoghi, l’indiretto libero dei personaggi e il diario di Orfeo, assicurando in questo modo anche la varietà di toni e di punti di vista, ovvero quella coralità che è una delle proprietà letterarie più peculiari dell’autrice. Ed è proprio nel contrasto tra l’equilibrio espressivo e la materia narrata, quant’altre mai frutto del disequilibrio, dell’eccesso, della follia, a segnare la riuscita letteraria del romanzo. Da un lato, la materia narrata non deborda, non si fa grido inarticolato, non stravolge nell’enfasi o nella svenevolezza l’espressione, dall’altro, la stessa espressione, ammettendo increspature, effrazioni alla pura comunicazione, non cancella quanto d’incomunicabile, d’irrazionale e irriducibile la materia narrata comporta. Sotto l’equilibrio si avverte la profondità, l’abisso, la resa alle forze irrazionali, comunque in qualche modo operanti nell’agire dei personaggi (e di ognuno di noi). Si tratta d’increspature, di emersioni appena percettibili, sulle quali l’autrice non indugia, quasi di fenditure inappianabili che testimoniano lo sforzo, la tensione per trattenere contenuti psichici che metterebbero a repentaglio l’assunto comunicativo e narrativo. Nel prologo Medea, ormai bandita dal consorzio umano, sola in un’isola deserta, dice

So quando la fame è in agguato dietro un cespuglio, e quando la preda smette di dibattersi, quasi un sollievo, e si arrende”.

Quasi un sollievo… (al riguardo vorrei notare che anche qui, come ne Il respiro del fiume – l’altro romanzo di Patrizia Poli -, è rappresentata una scena di suicidio dalle caratteristiche molto simili: il placido e imbelle scivolamento dal dolore, vivo e crudele e immeritato, alla morte) E ancora di Medea:

Era la sua disgrazia, accorgersi di tutto, avvertire ogni vibrazione, intuire i pensieri della gente e l’ostilità che la circondava. Era sempre stato così, da quando ricordava, e ne aveva molto sofferto, senza mai farne parola con nessuno, per orgoglio, per non mostrare debolezza”.

Come dire: l’eccesso di odio e d’amore, la follia dell’incantatrice, della Signora dei filtri (farmaci o veleni, non pozioni magiche) ha un’origine non dissimile da quella del diverso, dell’artista, di chi potrebbe diventare la Signora della scrittura. Insomma quell’equilibrio, quella scelta comunicativa e narrativa sono anche la trasfigurazione artistica – letteraria, nello specifico – delle forze che potrebbero squassarlo. È, alla fine, il consentimento alla scoperta della costante compresenza e di una comune origine dei contrari: chiaro e scuro, solarità e lunaticità, vita e morte.

 

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Cinque poesie di Adriana Pedicini

12 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

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L'arte di sopravvivere al trauma

12 Marzo 2013 , Scritto da Michelle Wilmot Con tag #michelle wilmot, #psicologia

The Art of Surviving Trauma

By Michelle Wilmot

L’arte é uno strumento molto potente per contrastare traumi fisici e psicologici e permettere che continui la comunicazione per chi li ha subiti.

Il mio trauma è stato l’esperienza in guerra.

Sono una veterana, ed è stato per me molto difficile il ritorno a casa negli Stati Uniti, dopo aver trascorso un anno nella città di Ramadi, capitale della regione Al Anbar, il luogo più pericoloso di tutto l’Iraq. Al mio rientro in Patria, dopo aver vissuto l’inferno di questa cruenta guerra, mi sono sentita giudicata e sono stata insultata da molti per quello di cui, nella loro immaginazione, un soldato e per di più di sesso femminile, si macchia. Nessuno mi ha mai chiesto quale fosse stata la mia reale esperienza di donna combattente, appartenente, inoltre, ad una minoranza etnica.

La pressione psicologica in quegli anni è stata durissima. Mi pagavo gli studi universitari lavorando part-time, ma sentivo crescere dentro di me un malessere che mi avrebbe portato ad un punto di rottura. Nonostante ciò, sono stata fortunata; in quel periodo ho trovato una valvola di sfogo: l’arte.

Fin da bambina, disegnare, dipingere e creare sculture è sempre stata la mia passione. Crescendo, sentendomi sempre ripetere che gli artisti non guadagnano abbastanza per vivere, ho pensato fosse più utile iscrivermi alla facoltà di Psicologia. Successivamente, non potendo permettermi di pagare gli studi, ho deciso di arruolarmi nell’Esercito Americano che mi prometteva una borsa di studio. Logicamente dimenticarono di dirmi che avrei dovuto lavorare 60 ore alla settimana, e che per lo studio avrei avuto solo i ritagli di tempo!

Quando ricevetti la notizia del mio imminente servizio in Iraq, ero a metà dei miei studi e, al mio ritorno, ho cambiato indirizzo: da Psicologia sono passata a Scienze delle Politiche Internazionali.

Dopo tutto quel che avevo vissuto, pensavo: “come si può pretendere di aiutare a cambiare il Medio Oriente quando la maggioranza di noi Americani non è mai stata al di fuori dei propri confini?” Avevo solo 22 anni, e trascorrevo quasi tutto il mo tempo ad ascoltare dibattiti politici; molte parole riempivano la mia testa, ma dentro il mio animo era vuoto.

Cercavo una via di scampo, ed è stato così che ho deciso di ritornare al mio primo amore, la pittura.

Dopo aver vissuto un' esperienza tanto traumatica, avevo perduto ogni interesse per l’arte e per tutte le mie altre passioni e desideri. Mi sentivo morta dentro, ma nel cuore sapevo che l’arte mi avrebbe aiutato a riscoprire emozioni ed idee al momento sopite. All’inizio è stato molto doloroso perché la pittura era per me catartica, ma riportava anche in vita molti dei traumi vissuti in guerra.

Una certa serenità sono riuscita a raggiungerla anche grazie ad un nuovo hobby, la danza del ventre.

Lentamente ho iniziato a rivivere, ho sentito la creatività scorrere nelle mie vene. Mi sentivo come se avessi ricevuto una “trasfusione” di arte.

Sono riuscita infine a completare il mio percorso di rinascita e ho realizzato uno dei miei sogni: mi sono trasferita nel Sud Est Americano, prima in Arizona ed ora in Nevada, dove la mia vena artistica ha finalmente potuto avere libero sfogo.

In maniera quasi inconsapevole e d’istinto, ho iniziato a raffigurare i miei più intimi e dolorosi ricordi di guerra. Il mio fervore artistico aumentava di giorno in giorno e, al contempo la mia anima si andava placando. Lentamente, i soggetti dei miei quadri si sono tramutati da ricordi di guerra a personaggi e situazioni dello stato politico attuale, ma rappresentati con senso dell’umorismo, attraverso una satira pungente e una critica sprezzante.

Molti miei amici veterani in quegli anni si rifugiavano nelle medicine prescritte dal Ministero della Difesa per curare patologie psicotiche con narcotici ed antidolorifici. Con gioia io invece posso ora affermare di essere riuscita, sebbene attraverso un lungo e duro cammino, a “curare” e ad alleviare le mie ferite solo seguendo la mia passione, facendo parlare per me le matite, i pennelli, i colori e la creta che plasmavo.

Oggi, che ho raggiunto uno stato di totale serenità posso dire senza tema di sbagliare: l’arte ha salvato la mia vita.

Ho incominciato ad insegnare materie artistiche in un centro di recupero per persone affette da malattie mentali. Un nuovo approccio scientifico, usando l’arte come terapia, invece dei soliti barbiturici prescritti troppo facilmente in molti casi. I miei studenti sono affetti da seri disturbi mentali, dovuti sia ad esperienze di guerra che a patologie genetiche. Ho iniziato ad incoraggiarli ad esprimere se stessi attraverso la pittura, la letteratura, la cucina, la musica ed altre forme artistiche; sono stata testimone di molte trasformazioni drammatiche ma positive dei loro comportamenti; Ciò non sarebbe accaduto solo col supporto delle medicine, che in molti casi assopiscono le passioni invece di legittimarle.

Come risultato, continuando sulla strada dell’arte, ho ricominciato a vivere anch’ io: un piccolo passo artistico alla volta, trovando la mia strada per uscire dall’incubo di essere stata io stessa vittima del trauma.

Ora sono un’Artista che una volta è stata vittima.

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Il rispetto della legge.

11 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

 

Nell'ultimo capitolo difensivo dell'Apologia di Socrate, il filosofo non si comporta neppure ora da imputato. Horror, direste voi! Aspettate! Anzi, quasi fosse un superiore dei suoi giudici, li invita a compiere il loro dovere, applicando la giustizia, indipendentemente da ogni altra considerazione.

Aveca detto che l'agire diversamente avrebbe guastato la reputazione di Atene; ma non si tratta solo dela reputazione, perchè, oltre ad essa, ne sarebbe andata di mezzo la giustizia. Non è giusto che l'imputato supplichi i giudici, e con le suppliche ne ottenga l'assoluzione; egli deve spiegar loro come stanno le cose.

 

 

Platone, Apologia di Socrate, Cap. XXIII e seg.

……..stimo che ilmio onore, il vostro e quello dell’intera città sarebbero compromessi se mi comportassi così alla mia età e con la reputazione che mi sono fatta, vera o falsa che sia, mache comunque presenta Socrate alla pubblica opinione come uno che si distingue in qualche cosa dalla maggior parte degli uomini. Ora se quelli tra di voi che si distinguono per sapienza, per coraggio o per qualche altra virtù si comportassero così, sarebbe certo una vergogna. E tuttavia ne ho visti molti, che pur sembravano uomini eccellenti,comportarsi davanti ai giudici in modo così sconveniente da destare meraviglia, credendo essi d’avere a soffrire chissà che cosa se morivano, come se, non condannandoli voi a morte, avessero a rimanere immortali. Costoro hanno certo disonorato la città perché hanno lasciato credere ai forestieri che in niente differiscono dalle donne

quegli uomini che in virtù dei loro meriti il popolo ateniese prepone alla magistratura e ad altri onorifici incarichi.

Non conviene dunque, o Ateniesi, fare tali cose a quanti di noi mostriamo di valere un poco, nè a voi converrebbe tollerarle se le facessimo; dovreste anzi fare chiaramente intendere che condannereste molto più gravemente colui che apparecchia tali scene pietose, rendendo ridicola la città, che non colui che mantiene un contegno dignitoso.

D’altronde, lasciando da parte la questione dell’onore, non mi sembra giusto, o Ateniesi, pregare il giudice, nè

tentare di sfuggire alla condanna con le preghiere, bensì informarlo dei fatti e persuaderlo. Giacché il giudice non

siede per amministrare secondo favore la giustizia, ma per giudicare secondo giustizia. Egli ha giurato infatti di

non favorire a suo capriccio il tale o il tal altro,ma di giudicare secondo le leggi. Non dobbiamo dunque nè abituarvi

noi a non tenere fede al giuramento, nè voi abituarvi da voi stessi; giacché non saremmo nè noi nè voi rispettosi

degli Dei.

Non vogliate dunque, o Ateniesi, che io faccia davanti a voi tali cose, che non giudico nè belle, nè giuste, nè

sante; tanto più, per Giove, che sono accusato di empietà da questo Melèto qui. Infatti, se io persuadessi voi a forza

di preghiere e facessi violenza al vostro giuramento, vi insegnerei a non credere agli Dei; e proprio nel cercare di

difendermi così mi accuserei chiaramente da me stesso, dimostrando che non credo negli Dei. Ma non è così; io

credo, o Ateniesi, negliDei, come nessuno dei miei accusatori; e lascio a voi e a Dio la cura di giudicarmi nel modo

che sarà meglio per me e per voi.

 

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Amori

11 Marzo 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni

Amori

Amori affidabili

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Edipo nella tomba di Biagio Osvaldo Severini

10 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #biagio osvaldo severini

Ospitiamo un secondo intervento del prof. B.O.Severini. Stimato docente di Storia, Filosofia e Pedagogia, per lunghi decenni nei licei di Benevento, è un appassionato e studioso di Storia e di problemi connessi con la formazione individuale e collettiva, familiare e sociale. Si è interessato a lungo anche di politica. Attualmente è impegnato nella rivisitazione di tematiche sociali. L'ultimo articolo "Edipo nella tomba" prelude a un percorso di approfondimento in collaborazione con la prof. Adriana Pedicini, per quanto riguarda l'aspetto mitologico della figura di Edipo, e del dott. Marcello Di Pinto, psicanalista, per quanto riguarda il complesso psicanalitico, mentre lo stesso Prof. Severini illustrerà la "morte" di Edipo.

 

 

 

                                              EDIPO NELLA TOMBA

Il problema del funzionamento della libido, della sessualità,  della psicanalisi, della psichiatria, dei manicomi,dell’università, della società. Il principio di piacere contro il principio di realtà.  La Liberazione contro la Legge. Il pericolo di un  fascismo nuovo tipo.

                                         Biagio Osvaldo Severini

Ma guarda che sorpresa! Ritornano “una tomba per edipo”( “Psychanalyse e Trasnsversalitè – Essais d’analyse institutionnelle” ), e “Anti-Oedipe” ( “Capitalismo et Schizophrénie”) opere pubblicate nel 1972 in Francia (in Italia nel 1974) da Félix Guattari (psicanalista, allievo di Lacan e direttore del manicomio “aperto” di La Borde, morto nel 1992) e Gilles Deleuze (docente di filosofia a Vincennes e sociologo). Sono passati ben quaranta anni! Perché questo ritorno?

Allora, le opere furono rivoluzionarie per la psicanalisi e per la politica.

La psicanalisi classica fu investita da numerosi rilievi critici, con cui dovette fare i conti.

La politica fu sconvolta da quelle idee nuove, alla cui luce si mosse la generazione del ’77.

Oggi, alcune tesi ci sembrano ancora attuali.

Abbiamo realizzato una intervista “in-diretta” con i due autori, per verificare, insieme con i lettori, questa nostra ipotesi interpretativa.

Qual è il punto di partenza dei vostri lavori?

Deleuze. L’idea fondamentale è forse questa: l’inconscio “produce”. Dire che produce significa che bisogna smettere di trattarlo, come si è fatto finora, come una specie di teatro in cui verrebbe rappresentato un dramma privilegiato, il dramma di Edipo. Noi pensiamo che l’inconscio non sia un teatro, pensiamo piuttosto che sia un’officina… Dire che l’inconscio “produce” significa che è una specie di meccanismo che produce altri meccanismi. Vale a dire che secondo noi l’inconscio non ha niente a che fare con una rappresentazione teatrale, ma con qualcosa che potremmo definire “macchine desideranti”…. Quando noi parliamo di macchine desideranti, dell’inconscio come un meccanismo di desiderio, intendiamo dire un’altra cosa.

Che cosa intendete dire, quando parlate di desiderio?

Deleuze. Il desiderio si può comprendere soltanto a partire dalla categoria di “produzione”. Il desiderio non dipende da una mancanza, desiderare non è mancare di qualcosa, il desiderio non rinvia ad alcuna legge, il desiderio produce. Dunque, è il contrario di un teatro.

E la teoria  di Edipo che significato assume nella vostra riflessione?

Deleuze. Un’idea come quella di Edipo, della rappresentazione teatrale di Edipo, sfigura l’inconscio, non esprime nulla del desiderio. Edipo è l’effetto della repressione sociale sulla produzione desiderante. Anche a livello del bambino il desiderio non è edipico, funziona come un meccanismo, produce delle piccole macchine, stabilisce collegamenti tra le cose (es.: la produzione del latte dal seno e la bocca che interrompe tale flusso).

Possiamo affermare che nella vostra concezione il desiderio è rivoluzionario?

Il desiderio è rivoluzionario per natura, perché costruisce delle macchine capaci, inserendosi nel campo sociale, di far saltare qualcosa, di smuovere il tessuto sociale. Al contrario, la psicoanalisi tradizionale ha rovesciato tutto su una specie di teatro.. Esattamente come se si traducesse in una rappresentazione alla “Comédie francaise” qualcosa che appartiene all’uomo, all’officina, alla produzione.

E la interpretazione dei sogni e dei significati dei simboli onirici?

Deleuze. Il sistema dell’inconscio, contrariamente a quello che pensa la psicanalisi tradizionale, non significa niente. Non c’è senso, non c’è alcuna interpretazione da dare, non vuol dire niente. Il problema è di sapere come funziona l’inconscio. E’ un problema di uso delle macchine, del funzionamento delle “macchine desideranti”.

Ma che cosa sono queste “macchine desideranti”?

Deleuze. Nell’organismo ci sono diverse “macchine desideranti”: una macchina per mangiare, una macchina per respirare, una per parlare, una per defecare, una per fare l’amore, una macchina per vedere, per sentire, e così via; ognuna dà inizio ad un flusso. Questi flussi si accoppiano, si connettono, si tagliano in maniera trasversale.

Come nell’esempio del flusso del latte della mammella che viene interrotto dalla bocca del bambino che succhia?

Deleuze. Esattamente.

Ma che cosa non va nella psicoanalisi classica di Freud?

Deleuze. Partendo dallo studio delle psicosi, la nostra impressione è che la psicanalisi girava su stessa in un cerchio per così dire familiarista rappresentato da Edipo… Per quanto la psicanalisi abbia cambiato i metodi, essa finisce pur sempre per ritrovarsi sulla linea della psichiatria più classica, che ha legato fondamentalmente la follia alla famiglia… Perfino l’anti-psichiatria conserva questo riferimento follia-famiglia.

Mentre per voi?

Deleuze. Noi annotiamo che  non abbiamo mai visto un delirio schizofrenico che non sia prima di tutto razziale, razzista, politico, che non parta in tutti i sensi nella storia, che non investa le culture, che non parli di continenti, di regni, ecc. Noi diciamo che il problema del delirio non è familiare, non concerne il padre e la madre che molto secondariamente… Non ci sono deliri che non investano la storia prima di investire una specie di mamma-papà ridicoli.

Voi affermate che le persone che operano nel campo delle scienze umane e nel campo politico dovrebbero “schizofrenizzarsi”, dovrebbero mettere in discussione la cultura tradizionale.

In che senso?

Guattari. Di fronte ai problemi della società odierna bisogna porsi in una situazione di rimessa in causa della cultura tradizionale divisa, diciamo, tra le scienze umane, la scienza, lo scientismo e la responsabilità politica…Finora, ci si è accontentati di una specie di autonomismo delle diverse discipline. Gli psicanalisti hanno la loro batteria da cucina, i politici la loro, e via dicendo… Dopo il maggio ’68 è importante e necessaria una revisione di questa separazione… Se si resta all’idea che le cose sono separate, che ciascuno è uno specialista e deve portare avanti i suoi studi rimanendo nel suo angolo, si verificheranno delle esplosioni nel mondo che sfuggiranno completamente alla comprensione sia dei politici sia delle descrizioni antropologiche. Bisogna rimettere in causa la divisione dei campi e l’auto-soddisfazione degli specialisti isolati.

Quale potrebbe essere la scienza dell’uomo per eccellenza?

Deleuze. Il fatto è che troppe scienze vorrebbero avere questo ruolo.. Il problema non è di sapere quale sarà la scienza dell’uomo per eccellenza. Il problema è di sapere in che modo si raggrupperanno un certo numero di “macchine” dotate di una possibilità rivoluzionaria.. Per esempio, la macchina letteraria, la macchina psicanalitica, le macchine politiche. O troveranno un punto di congiungimento, come hanno già fatto fino ad ora in un certo sistema di adattamento ai regimi capitalistici, o troveranno una unità dirompente in un uso rivoluzionario. Non bisogna, dunque, porre il problema in termini di primato, ma in termini di uso, di utilizzazione.

Perché mettete in rapporto il capitalismo con la schizofrenia?

Guattari. Per sottolineare gli estremi… Il capitale e poi, all’altro estremo, o meglio, a un altro polo di non senso, la follia e nella follia precisamente la schizofrenia. Ci è sembrato che questi due poli nella loro comune tangente di non senso abbiano un rapporto. Non soltanto un rapporto contingente per cui si può affermare che la società moderna rende la gente pazza. Ma assai più di questo: per rendere conto dell’alienazione, della repressione subita dall’individuo preso nel sistema capitalista, e per intendere il vero significato della politica di appropriazione del plus-valore, dobbiamo mettere in gioco dei concetti che sono gli stessi cui si deve ricorrere per interpretare la schizofrenia.

Ma perché la psicanalisi tradizionale non è utile a capire la schizofrenia?

Guattari. Il movimento psicanalitico si è organizzato sulla base di una rottura completa tra le formazioni sociali e le formazioni inconsce, ha operato una separazione radicale tra ciò che avviene nella lotta politica e sociale e ciò che avviene nella “vita privata”, nella coppia, nel bambino, ecc… Gli psicanalisti hanno considerato che il sociale non è il loro problema e i politici che l’economia del desiderio non era il loro. Finalmente sono diventati complici gli uni degli altri.

 

 

Voi accusate anche il movimento operaio?

Guattari. Certo! I tenutari del movimento operaio sono d’accordo ora di occuparsi della famiglia e del desiderio, nella misura in cui non si tratta che di oggetti istituzionali sterilizzati: la qualità della vita e altre fesserie. Ma quando di tratta di occuparsi di altri oggetti portatori di dinamite – l’omosessualità, la delinquenza, l’aborto – ci si affida ai poliziotti. Va bene occuparsi dei problemi della coppia, della donna, degli alloggi, degli inquilini, ma non proprio dei problemi libido-rivoluzionari. Da parte loro gli psicanalisti vogliono occuparsi delle formazioni sociali ma alla condizione dichiarata che non si metteranno assolutamente in causa lo statuto della famiglia, della scuola, ecc.

Che cosa bisogna fare, dunque?

Guattari. Non si tratta di fare una lotta particolare nelle fabbriche con gli operai, un’altra negli ospedali con i malati, un’altra nelle università con gli studenti, ecc…Bisogna mettere in discussione questa concezione. La questione non è di sapere come, attualmente, si potrebbe modificare della psichiatria, della psicanalisi, l’atteggiamento dei gruppi di malati, o dei professori e degli studenti, ma più fondamentalmente come funziona la società per la quale si arriva ad una situazione come questa. E’ esattamente come per il nazismo: la questione non è di sapere come si sarebbero potuti migliorare i campi di concentramento, ma cosa aveva portato alla loro esistenza.

Ma, distruggendo l’Edipo, il Super-io, il triangolo edipico, non rischiate di non capire la formazione delle nevrosi, delle psicosi, della schizofrenia, della teoria e della pratica di Freud?

Guattari. Bisogna dire che Freud non ha capito molto della schizofrenia… Egli era fondamentalmente ostile alla psicosi. La psicosi e la rivoluzione sono stati due oggetti tabù. La normalità era identificata alla accettazione di vivere in famiglia. Il freudismo si è costruito fin dalle origini sulla visione dell’uomo in famiglia. Freud disprezzava il delirio e anche le donne. La sua rappresentazione della sessualità e della società è completamente fallocentrica, come direbbero le femministe.

Eppure, la psicanalisi funziona bene nell’attuale società!

Guattari. Certo che funziona bene, ed è ciò che la rende così pericolosa. E’ per eccellenza la droga capitalistica… Per il capitalismo ha la funzione di religione di ricambio. La sua funzione è di adattare la repressione, di personalizzarla, come si dice delle auto. Il peccato e la confessione non funzionano più come una volta… non basta più denunciare la psicanalisi, bisogna sostituirla.

Il complesso di Edipo è lo stesso in tutte le situazioni e in ogni tipo di struttura sociale?

Guattari. Per gli psicanalisti tradizionali è sempre lo stesso padre e sempre la stessa madre, sempre lo stesso triangolo… Ma non esiste una struttura universale nello spirito umano!

Voi opponete alla psicanalisi tradizionale la schizo-analisi. Che cosa è questa schizo-analisi?

Guattari. La schizo-analisi si congiunge alla lotta rivoluzionaria in quanto si sforza di liberare i flussi, di far saltare i catenacci, le assiomatiche del capitalismo, le sovra codificazioni del Super-io, ecc…

Avete fiducia in un riformismo graduale della psicanalisi o in che altro?

Sono tanto contro l’illusione di una trasformazione a poco a poco della società, quanto credo che i tentativi microscopici di comunità, di gruppo analitico tra militanti, organizzazione di un nido in una facoltà, ecc… siano fondamentalmente necessari. E’ facendo dei piccoli tentativi come questo che un bel giorno si scatenerà un’esperienza come quella del maggio ’68!

Poi, però, nel 1972 confessate di aver provato un certo smarrimento davanti alla svolta che avevano preso gli avvenimenti del maggio ’68. Perché?

Guattari. Noi facciamo parte di una generazione la cui coscienza politica è nata nell’entusiasmo e dall’ingenuità della Liberazione, con la sua mitologia che scongiurava il fascismo. E le questioni lasciate in sospeso da quell’altra rivoluzione abortita che fu il maggio ’68 si sono sviluppate per noi secondo un contrappunto che diventa tanto più angoscioso in quanto noi ci preoccupiamo, come molti altri, del futuro che ci si prepara e che potrebbe cantare gli inni di un fascismo nuovo tipo da far rimpiangere quello del tempo antico.

 

La psicanalisi ha, in certo qual modo, tentato di spiegare il fascismo. Che ne pensate?

Deleuze. La psicanalisi, è vero, ha sfiorato per un attimo questo campo, ma le sue spiegazioni del fascismo sono ridicole, in quanto fa derivare tutto dalle immagini del padre e della madre, o dai significati familiaristi e pii come il nome del Padre. E’ certo che la psicanalisi tranquillizza, consola, ci insegna le rassegnazioni, con cui noi possiamo vivere. Ma noi diciamo che ha usurpato la sua reputazione di promuovere o anche di partecipare ad una effettiva liberazione. Essa ha schiacciato ogni dimensione politica ed economica della libido in un codice conformista… Ciò che noi tentiamo è mettere la libido in relazione con un “fuori”… noi proponiamo una concezione positiva del desiderio come desiderio che produce, non desiderio che manca.

   

Nell’opera “Millepiani” (pubblicata dieci anni dopo l’”Anti-Edipo”) i due autori ritornano sull’opposizione tra Desiderio e Legge con una precisazione che avrebbe dovuto essere presa più sul serio, sottolinea Massimo Recalcati nella sua riflessione sull’argomento ( “ la Repubblica”, novembre 2012). Il quale fa notare che gli stessi Deleuze e Guattari mettono in guardia contro il pericolo insidioso che permea la stessa teoria del desiderio come flusso infinito, come “linea di fuga”che oltrepassa costantemente il limite. Il pericolo è questo: la “linea di fuga” potrebbe convertirsi in “distruzione, abolizione pura e semplice, passione d’abolizione”. Attenzione, quindi, che questa “linea di fuga”, che rigetta il limite, non si trasformi in “linea di Morte”!

Si può riflettere su questi argomenti? O si deve rigettare in blocco il tutto come un corpo estraneo alla cultura?

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Piero Angela, "A cosa serve la politica"

10 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Piero Angela, "A cosa serve la politica"

A cosa serve la politica?
di Piero Angela

Mondadori 2011

pp 156

8,00

Il titolo è creato sulla falsariga dei libri anticasta che tanto successo hanno riscosso negli ultimi anni, ma il saggio di Piero Angela A cosa serve la politica? va oltre il discorso meramente istituzionale, o della politica intesa in modo immediato, letterale e superficiale.
Tutti i libri di Angela (e famiglia) sono esempi di come il modo di trattare un argomento renda accattivante l’argomento stesso. È un libro che si legge tutto di un fiato, che ti fa girar pagina e scorrere da un paragrafo all’altro, che cattura più di una narrativa avvincente, non tanto per i temi svolti, tutti di grande rilevanza sociale, ma per lo stile. L’estrema semplicità, la facilità dell’eloquio, la comunicazione fresca, creano un ponte fra significato e significante attraversabile anche dal lettore profano.
Ma se lo stile è facile, la tesi è di una profondità rivoluzionaria. La politica, intesa com’è sempre stata intesa e come, purtroppo, lo è ancor più oggi, non potrà mai, neppure con le migliori intenzioni e le migliori personalità, risollevare le sorti del nostro paese che sta affondando come Pil, come civiltà, come cultura. La politica non può limitarsi alla distribuzione della ricchezza, scegliendo, secondo il proprio orientamento di pensiero, a chi assegnare le risorse esistenti. La politica deve saper produrre questa ricchezza, sviluppare queste risorse che poi distribuirà.
La produzione di ricchezza, cioè la messa in moto dell’economia, non è un’operazione che si può compiere da un giorno all’altro e nessun cambio di maggioranza trasformerà un paese arretrato tecnologicamente e culturalmente in uno ricco, nessuna elezione o mutamento di esecutivo farà avere ad un turco il salario di uno svedese. Perché ciò avvenga, deve variare quello che Angela chiama “l’ecosistema artificiale”, cioè l’insieme d’infrastrutture, fonti energetiche, scuole etc, di cui l’uomo moderno ha bisogno per vivere.
La produzione di ricchezza avviene attraverso crescita e sviluppo, i quali, a loro volta, progrediscono dal sapere, dalla scienza, dall’istruzione, dalla ricerca, dalla formazione intellettuale, dall’educazione, dal rispetto della legalità, dalla condivisione dei valori e dalla meritocrazia.
In Italia, spiega Angela, non c’è meritocrazia. In ogni campo, dagli ospedali, agli atenei, alle industrie, ai centri di ricerca, non si permette ai talenti di emergere, i migliori non vedono riconosciute le loro capacità, i cervelli sono costretti a fuggire all’estero, gli ignavi ottengono posti importanti per meccanismi che non hanno niente a che vedere col merito, cioè avanzamenti automatici, liste di collocamento, raccomandazioni, pressioni politiche.
Solo se il talento sarà sviluppato, se gli uomini giusti saranno collocati nei posti giusti al momento giusto, si riuscirà a tirare fuori l’Italia dal baratro della decrescita e del debito pubblico che la sola politica del rigore non basterà a risanare.
Occorre cambiare la mentalità del nostro popolo. Visto come siamo fatti e quanto sono radicati da noi malcostume, corruzione, inciviltà, evasione, spreco di danaro pubblico, lo si può fare solo con un’azione mirata di premi e punizioni. Premi per i meritevoli e punizioni certe per chi trasgredisce.
È necessario, poi, anche intendere diversamente la cultura che non è solo quella letteraria e artistica. Con tutto il rispetto per scrittori, critici, giornalisti, musici, registi, commediografi, la cultura è qualcosa di molto più ampio e interconnesso. Antropologia, geologia, archeologia, paleontologia, astronomia, fisica, etc, costituiscono un patrimonio di conoscenze che ci aiuta a rispondere alle grandi domande dell’essere umano: chi siamo, da dove veniamo, che cos’è la vita e che scopo ha. In una parola, tutto, dalla matematica allo studio dei dinosauri, è filosofia.
A questo proposito, facciamo riferimento a un altro testo di Angela, scritto insieme al figlio Alberto, La straordinaria storia della vita sulla terra, del 2003, un libro capace di cambiare le prospettiva con cui si guarda alla nostra esistenza, un libro che, partendo dai reperti fossili, dal brodo primordiale, spalanca domande esistenziali, religiose e filosofiche, parlando addirittura di trasferimento d’intelligenza dal biologico alla materia fino a farla diventare pensante.
Angela - e noi con lui – si chiede come sia possibile che chi ha un cervello “acceso” non si interessi di argomenti così importanti, così indispensabili. Spesso, infatti, il mondo accademico tradizionale mostra un certo fastidio per la scienza, considerando cultura solo tutto ciò che riguarda le humanae litterae.
In una popolazione destinata a invecchiare drammaticamente, dove la scolarizzazione copre pochi anni di vita e le persone si trovano impreparate ad affrontare e comprendere un mondo che cambia rapidamente intorno a loro, un ruolo fondamentale per l’educazione può essere svolto dalla televisione, se questa è capace di si svincolarsi ancora una volta dalle pressioni politico-partitiche.
E qui si torna a bomba. Per progredire, occorre una politica lungimirante, che non prenda scorciatoie elettorali ma pensi al futuro, che non sia litigiosa, che cerchi concordia e non scontri, che consideri anche le idee dell’avversario se sono buone, senza respingerle a priori perché appartenenti all’area nemica.

“Il nostro problema è una classe politica avvitata su se stessa. Ed estremamente litigiosa, come si vede in certi dibattiti televisivi che diventano spesso degli incontri di pugilato. [… ]L’obiettivo diventa sostanzialmente quello di abbattere l’avversario, di mostrare quanto è incapace e inaffidabile, dissotterrando vecchie storie, elencando solo i dati a proprio favore, litigando su ogni cosa.

Soprattutto una classe politica che abbia a cuore lo sviluppo effettivo del paese.

“Per esempio premendo sul pedale del merito, dei valori, del rispetto delle regole, attraverso un forte sistema di premi e punizioni. E agendo su altri acceleratori come la cultura, l’educazione, la ricerca, la televisione e tanti altri fattori di crescita come l’imprenditoria creativa, che possono fertilizzare il paese e la sua capacità produttiva. Puntando anche sull’eccellenza: partendo dalla scuola, e allevando una nuova generazione di leader capaci di portare il loro contributo non solo nella scienza, nella tecnologia e nell’economia, ma anche e forse soprattutto nella politica.” (pag 155)

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