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Solitudine

7 Aprile 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #fabio marcaccini, #fotografia

Fotografia Fabio Marcaccini

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Livorno: Fossi e non canali

7 Aprile 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #fabio marcaccini, #fotografia

Fotografia Fabio Marcaccini

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La vecchiaia

7 Aprile 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #fabio marcaccini, #fotografia

Fotografia Fabio Marcaccini

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Terra smossa

7 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

La terra si è mossa
un buco nero di luce
mi attrae
costi quel che costi
anni di compromessi
di aggiustamenti
di doveri autoimposti
ossessivi
camminando verso la luce
mi sfinisco
le contraddizioni sono la mia ricchezza
vivere qui, ora, adesso

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Sezione Primavera: Ascanio

5 Aprile 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #sezione primavera

Ascanio invita il mondo a “mettere un punto” a guerre e distruzioni, e lo fa con la saggezza di un adulto e con la creatività che solo un bambino riesce ad avere. Immagina un girotondo che lanci bolle colorate d’amore, ad una luna sorridente e propiziatrice. Un canto di ottimismo e speranza.

 

La ruota dell'amore

di

Ascanio Panarese (8 anni)

Lì dove regna l'odio
e sono guerre e distruzioni
metti un punto a queste depressioni.
Porta il Sole e da' la mano
perché il mondo sia più umano.
Con un grande girotondo
lancia bolle d'amore
in tutto il mondo.
Tutti in cerchio canteranno
come sfere colorate
alla Luna affacciata
con la faccia illuminata.
Una goccia di bontà
tutto il globo salverà.


A.P.

 

 

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Canzoni stonate

5 Aprile 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Canzoni stonate

E' notte fonda in quel sonno vuoto e senza senso
inganno la mente e mi lascio incantare.


Le stelle sbiadiscono una volta di più mentre randagio
vago verso i confini dell'alba su quel monte con la testa china,
a cercare sentieri liberi e sicuri su questa terra
dove l'ingordigia preme, infetta e piaga le ferite.


Il cuore trattiene e rimescola le parole, zittisce i sogni.
Troppa rabbia esplode sotto i piedi.
Ripartono le nenie antiche su quelle note non dimenticate
tra una strada di periferia e troppi chilometri fuoricittà.


Cambia il tempo e nulla vale quei ricordi,
che ti saltano addosso, pesanti come macigni.
Fosse bello, almeno, tornare ad urlare al cielo le canzoni stonate
ma è il risveglio del pensiero, a turbare il domani.

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L’acqua, inesauribile fonte di bellezza, benessere e utilità, bene pubblico sommo.di Adriana Pedicini

5 Aprile 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

L’acqua, inesauribile fonte di bellezza, benessere e utilità, bene pubblico sommo.

Il paesaggio, con la fonte coperta da uno o più alberi che la proteggono dal sole, con acqua freschissima che ristora gli animali assetati, rientra nel tipo di paesaggio “ameno”, tanto diffuso nella letteratura greca dal IV secolo in poi. Esempi numerosi sono presenti nella poesia epigrammatica greca ed è un topos che avrà vita lunghissima e feconda in tutta la letteratura occidentale.

Il paesaggio ameno è delineato nell’ode Fons Bandusiae con l'essenzialità classica solita a Orazio e meravigliosa è la nitidezza, veramente splendidior vitro, con cui l'insieme e i particolari sono illuminati. Non manca poi un'altra impronta propria di Orazio: l'amore per le piccole e umili cose, che la poesia può rendere grandi e nobili, per un piccolo mondo la cui bellezza il poeta rivendica.

L'orgoglio del poeta per la propria arte poetica è presente, ma non bisogna dimenticare che l'attenzione gravita sempre intorno alla fonte: il valore è in quel piccolo mondo e la poesia lo scopre (non lo inventa) per rivendicarlo. Il gusto per la bellezza fa un tutt'uno con un determinato gusto morale.

Traduzione

O fonte di Bandusia, più lucente del cristallo,

degno di un vino dolce non senza fiori,

domani ti verrà offerto un capretto,

a cui la fronte gonfia per le corna pronte

promette sia amore sia battaglie.

Invano: infatti ti macchierà le fresche acque

di rosso sangue il rampollo del gregge ruzzante.

Non riesce a toccarti la terribile stagione della canicola bruciante,

tu offri la gradita frescura ai buoi stanchi del vomere

e alle pecore vagabonde.

Anche tu diventerai famosa tra le fonti

perché io canto gli elci che pendono

sulle rocce cave da dove

stillano le tue acque sonore.

L’acqua come origine della vita attraverso elementi storici, etnoculturali e sociologici e la sua funzione terapeutica nel tempo.

“Quando lassù i cieli non avevano ancora un nome,

E in basso la terra non era chiamata con un nome,

E il primordiale Apsu (personificazione dell’oceano), che li generò,

E Mummu e Tiamat (mostro marino), madre di tutti loro,

Confondevano le loro acque in un solo tutto…”.

Enuma Elish (Quando lassù)il poema cosmogonico dei Sumeri

Nella tradizione ellenica, sin dall’antichità i quattro elementi: acqua, aria, fuoco e terra erano messi in relazione tra loro e tale interazione era ritenuta il motore dell’incessante fluire dell’universo.

L’acqua ha sempre avuto una posizione “d’inizio”, la Grande Madre, l’”Oceano primordiale”, da essa trae origine ogni principio vitale: la vita sul pianeta ha inizio dall’acqua, nel liquido amniotico si muove il seme dell’uomo; l’acqua è l’elemento principe, carico di significati cosmici, simbolici, mitici.

I significati simbolici dell’acqua sono principalmente: sorgente di vita, mezzo di purificazione, centro di rigenerazione.

L’acqua è l’elemento che è sempre stato presente, nei miti della creazione:

Nella Genesi leggiamo “…lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque…”; nella tradizione induista, troviamo l’immagine di un uovo galleggiante sulle acque primordiali, il Brahamanda, generatore del mondo; ancora, secondo i midrashim, studi approfonditi sulle scritture ebraiche, nella storia della creazione le acque superiori non volevano dividersi da quelle inferiori e Dio era triste perché vedeva il loro dolore; solo quando Egli riuscì a separarle, poté iniziare la creazione della terra.

L’Antico Testamento descrive poi le meraviglie dell’acqua: presso i pozzi del deserto il popolo ebreo nomade celebrava l’amore e i matrimoni. L’acqua è un segno di benedizione: il giusto è paragonato ad un albero che cresce lungo il corso di un fiume.

Per i Greci la divinità marina Proteo è l’elemento acqueo della genesi, e, poiché l’acqua non ha forma, eccelle nei cambiamenti e nelle metamorfosi; qui l’acqua è pura potenzialità, capace di sconfinare nel tutto. (Luigia Bressan “Nettuno”).

Il nome di Nettuno, divinità marina dei Latini, deriva da “Neptus” che significa “sostanza umida”; l’etimologia rimanda al principio umido che è alla “radice delle origini”; Per gli Orfici il principio umido fa germogliare le anime e le immette di nuovo nel circuito cosmico della vita; l’umido quindi conduce anche alla reincarnazione.

Mircea Eliade descrive l’acqua come ”Principio dell’indifferenziazione e del virtuale, fondamento di ogni manifestazione cosmica, ricettacolo di tutti i germi; le acque simboleggiano la sostanza primordiale da cui nascono tutte le forme e alle quali tornano per regressione o cataclisma (diluvio universale).

Le acque sono al principio e tornano alla fine di ogni ciclo storico o cosmico; esse sono germinative e racchiudono nella loro unità indivisa le virtualità di tutte le forme.

Nella cosmogonia, nel mito, nel rituale, nell’iconografia, le acque svolgono la stessa funzione.

L’immersione nell’acqua simboleggia la regressione nel preformale, la rigenerazione totale, la nuova nascita, perché l’immersione equivale ad una dissoluzione delle forme, ad una reintegrazione nel mondo indifferenziato della preesistenza. (Battesimo di S. Giovanni)

E l’uscita dalle acque ripete il gesto cosmogonico della manifestazione; il contatto con l’acqua implica rigenerazione, perché la dissoluzione è seguita una nuova nascita e perché l’immersione fertilizza e aumenta il potenziale di vita e di creazione”.(Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni pagg.193-194)

La percezione immediata dell’acqua porta in sé il senso di un riconoscimento antico, ricco di mistero e sacralità, presente fin dagli albori del pensiero simbolico, carica di valenze di vita o di morte legate alla sopravvivenza dei popoli.

La misteriosità del mare, gli esseri nascosti che lo popolano, gli inganni e la seduzione dell’ignoto, apportano all’acqua proprietà fecondanti o mortifere, come la fonte dell’eterna giovinezza o le acque nefaste dello Stige, fiume dell’oltretomba.

La doppia valenza vita -morte, rigenerazione- purificazione, legano l’acqua ad immagini arcaiche di rinascita e saggezza, spesso correlate a riti iniziatici; per i Greci, ad esempio, l’acqua recava il dono della profezia o la condanna della follia, l’acqua della fonte Castalia di Delfi forniva invece l’ispirazione alla Pizia.

Proprio per la sua natura fluida ed il suo incessante scorrere, essa collega la vita terrena e sepolta, noto e ignoto, visibile e nascosto, manifesto e occulto...

Nel linguaggio alchemico l’acqua è simbolo dell’anima, descritta nel suo cammino tra stati di pace ed inquietudine, ora minacciosa ora pacificatrice.

L’acqua è agente di morte e rinascita: basti pensare al rito del Battesimo presente in molte religioni; al potere rigenerante dell’acqua del Gange immergendosi nella quale durante il mese sacro di Magha (gennaio-febbraio), si attinge purezza dal cielo; al Diluvio che rinnova un’umanità corrotta; al passaggio del popolo ebraico attraverso il Mar Rosso per raggiungere una vita nuova; agli antichi che immergevano annualmente nell’acqua i simulacri di Afrodite, Athena e Cibele.

Molte sono le leggende ed i racconti legati alle manifestazioni dell’acqua sotto forma di fonti, fiumi, mari e oceano.

La fonte sgorga spesso al centro di un giardino, un paradiso terrestre, dividendosi poi in quattro fiumi verso le quattro direzioni dello spazio (i punti cardinali); spesso nelle costruzioni arabe al centro di un giardino quadrato vi è una fontana. Per tradizione la fonte dell’immortalità nasce ai piedi di un albero ed è simbolo del continuo ringiovanimento; anche Alessandro il Grande avrebbe ricercato questa fonte senza mai trovarla.

Nelle leggende irlandesi si parla di una fonte guaritrice in cui si gettavano i guerrieri feriti in battaglia presso la quale il dio della medicina aveva messo un esemplare di ogni pianta medicamentosa.

Molti racconti su fonti, pozzi, fiumi riguardano le virtù curative delle acque.

In questi luoghi, a guardia delle magiche acque vi erano le ninfe per le fonti, le Nereidi per le acque marine, le limniadi per i laghi e le oceanidi per gli oceani; anche le credenze cristiane spesso mettono le fonti sotto la protezione di martiri e santi.

Nel passato si pensava che le proprietà terapeutiche dell’acqua riuscissero a curare le mostruosità come piaghe e pustole, proprio perché essa sgorgava da sottoterra, cioè dal regno dei mostri.

Per i Germani dalla fonte di Mimir sgorgava l’acqua del sapere ed il dio Odino cedette un occhio pur di berla.

Il fiume è strettamente legato allo scorrere della vita e delle cose: la sua discesa verso l’oceano è la riunione delle acque al tutto, la risalita è il ritorno alla sorgente divina, la traversata corrisponde al superamento di un ostacolo.

Lo stesso itinerario geografico del Gange, ad esempio, è rappresentativo delle tappe spirituali dell’anima umana, in quanto esso scorre dall’alto e proviene dalla capigliatura di Shiva.

Una credenza diffusa presso molti popoli, siano essi Greci, Indiani, Celti, Egizi, è quella che alla fine del pellegrinaggio terreno ogni anima debba attraversare una massa d’acqua che divide il presente dal passato, il cui fluire cancella nel viaggiatore i ricordi che lo legano alla vita.

Così il fiume Acheronte per i Latini, il Lete per i Greci, il Nilo per gli Egizi costituiscono lo spartiacque tra il regno della vita e della morte.

I ricordi lavati via dal fiume Lete non vengono però distrutti, piuttosto trasportati in una fonte che sgorga perenne e trasforma i morti in ombre: la fonte Mnemosine.

I mortali benedetti dagli dei possono ascoltare le voci delle Muse che presso la fonte cantano le cose passate e future; in questo modo nulla va perduto e le azioni e gli affetti delle Ombre tornano a far parte del regno dei viventi.

Nelle leggende le acque sono anche distruttive: il Diluvio universale ricorre presso vari popoli e anche una leggenda africana del popolo Amouka narra la scomparsa del paese di Kassipi, che separava la terra dei bianchi da quella dei neri, in seguito ad un’inondazione mandata dal dio Mouloukou per punire la durezza di cuore degli abitanti.

Presso gli Aztechi l’acqua è seme divino che feconda la terra, nel pensiero dei Dogon e dei loro vicini Bambara, invece, l’acqua è anche parola e verbo generatore.

La creazione del mondo è quindi parola umida, a cui si oppone una parola opposta gemella, rimasta fuori dal cielo: la parola secca, che ha solo valore potenziale e non può generare, che non viene espressa e corrisponde ai sogni, all’inconscio.

Questa parola fu rubata al dio creatore Am dallo sciacallo che viene interrogato nelle preghiere dei Dogon.

L’acqua lustrale era usata dai druidi per scongiurare i malefici e nei funerali.

Secondo i Celti alla fine del mondo regneranno incontrastati solo due elementi: l’acqua e il fuoco.

Il mare e l’oceano sono definiti da J. Chevalier e A. Gheerbrant come uno stato transitorio fra le possibilità ancora da realizzare e quelle già realizzate.

Per l’estensione senza limiti della loro superficie ci ricordano l’indifferenziato dell’elemento primordiale, e psicologicamente l’animo umano con le sue infinite passioni espresse simbolicamente dai pericolosi mostri marini, da combattere o da domare.

Nella Teogonia di Esiodo la Terra genera senza amore prima Pontos, il mare sterile, poi in unione con suo figlio Urano, l’Oceano. Dunque per Esiodo l’acqua sterile e l’acqua fecondatrice sono legate alla presenza o all’assenza dell’amore.

Suggestiva sicuramente l’interpretazione esiodea, tuttavia da parte di tutti si può comprendere come l’acqua, dono del Creato, sia la linfa d’amore che rende fertili i campi e disseta uomini e animali. E’ da tempo che si discute se questo bene comune sia da privatizzare sottoponendolo a limiti di utilizzo e di godimento oppure se sia più giusto ritenere il diritto all’acqua una specificità del Diritto alla Vita, come affermato nella Dichiarazione dei diritti umani.

La Risoluzione ONU del 28 luglio 2010 dichiara per la prima volta nella storia il diritto all'acqua un diritto umano universale e fondamentale.

La Risoluzione sottolinea ripetutamente che l'acqua potabile e per uso igienico, oltre ad essere un diritto di ogni uomo, più degli altri diritti umani, concerne la dignità della persona, è essenziale al pieno godimento della vita, è fondamentale per tutti gli altri diritti umani.

La Risoluzione tuttavia non è vincolante, ovvero afferma un principio che ancora raccomanda (non obbliga) gli Stati ad attuare iniziative per garantire a tutti un'acqua potabile di qualità, accessibile, a prezzi economici. È stata approvata dall'Assemblea Generale con 122 voti favorevoli, 41 astensioni e nessun contrario. Altri documenti dell'ONU avevano affermato il diritto all'acqua come diritto di alcune categorie di persone (minorenni, disabili), mai come diritto universale.

E’ auspicabile che tale diritto venga definito a beneficio di tutti, senza alcuna distinzione e senza alcuna speculazione.

L’acqua, inesauribile fonte di bellezza, benessere e utilità, bene pubblico sommo.di Adriana Pedicini
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Adriana Pedicini LA CULTURA DELL'EDUCAZIONE IN UNA SOCIETA' COMPLESSA di Biagio Osvaldo Severini

5 Aprile 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #educazione, #saggi, #biagio osvaldo severini

Biagio Osvaldo Severini

 

La cultura dell’educazione in una società complessa
JEROME BRUNER
Epoca rivoluzionaria. Disagio degli attori educativi. Antinomie e complessità. Cultura rivoluzionaria. Dialogo e istruzione estensibili a tutti. Metodologia della ricerca e mente proattiva. I giovani e i problemi cruciali. Identità narrativa e alterità. Mente interpretativa. Comunicazione ed educazione. Colpa degli insegnanti e degli intellettuali la rovina della scuola e della cultura?

Ci troviamo a vivere un momento di radicale trasformazione delle istituzioni educative che sono o preposte esplicitamente ai processi formativi, o ne sono implicate indirettamente.
Società, famiglia, scuola, gruppo dei pari e mass media sono attraversate da cambiamenti veloci e diversi che le trasformano e le fanno cadere , a volte, in conflitto di competenze e di interessi.
Un’attenzione peculiare viene rivolto alla scuola e all'educazione, ma non si mancherà di accennare ad altre aree tematiche rilevanti nel campo della sociologia dell'educazione.
La scelta cade sulla scuola, perché in essa confluiscono e interagiscono, formalmente o informalmente, le diverse componenti della vita comunitaria.
E anche perché, come sottolinea Vincenzo Cesareo ( "Elementi di sociologia dell'educazione", Carocci editore, Roma, 2004), il sistema formativo è sempre e comunque radicato in una realtà sociale definita, per cui, se quest'ultima è coinvolta in processi di modificazione profonda, è impossibile che esso vi rimanga estraneo a lungo, nonostante eventuali resistenze.
Il disorientamento delle istituzioni educative genera un clima di crisi e di sfiducia, in cui si trovano a disagio sia i genitori, sia gli educatori in genere, sia gli alunni di ogni ordine e grado.
Per cercare di dare un contributo al chiarimento della questione, si può partire dalle riflessioni dello studioso nordamericano Jerome Bruner, esposte nell'interessante lavoro "La cultura dell'educazione".
A questo fine rivolgo al professore - in una intervista immaginaria - alcune domande su specifiche problematiche educative e non solo.
Egregio professore, mi permetta di ricordare che Hegel amava sostenere che, quando bisogna iniziare un discorso, è importante cominciare dal “cominciamento”. Perciò, soffermerò la sua attenzione su una questione preliminare di carattere, diciamo così, terminologico.
Il processo formativo deve essere inteso etimologicamente come attività di “educare”, ossia guidare, o come “educere”, ossia “tirar fuori”?
Il modello da tenere presente deve essere quello di Pitagora, che pretendeva dai suoi allievi l’obbedienza assoluta, secondo il principio dell’ “Ipse dixit”; o viceversa quello di Socrate, secondo il metodo della “maieutica”, dell’aiutare l’allievo a “partorire” la verità, ad arrivare alla conoscenza, impegnando le proprie forze?
Da questa prima problematica scaturiscono, di conseguenza, altri interrogativi.
Nel processo educativo deve, dunque, assumere importanza: il magistrocentrismo (il maestro è il centro), o il puerocentrismo ( il bambino è il centro); l’insegnamento ( “in-signare”, per cui il docente porta dentro la mente del bambino i segni della conoscenza), o l’apprendimento ( “ad-prehendo”, per cui l’allievo con la sua mente si muove per afferrare gli elementi della conoscenza); l’eteroeducazione (per cui si riceve la conoscenza dall’esterno), o l’autoeducazione, per cui ci si educa da soli); la socializzazione ( per cui è l’adulto che sottopone il bambino al processo di acquisizione di comportamenti sociali), o lo sviluppo sociale ( per cui il bambino possiede in sé le spinte a vivere con gli altri)?
Porre l’accento sull’insegnante o sull’alunno comporta una serie di cambiamenti di prospettiva nel processo educativo, negli obiettivi educativi, nell’orientamento scolastico.
Ma comporta anche una visione diversa della concezione della società: la centralità spetta allo Stato o al cittadino, all’autorità o alla libertà, al dogmatismo o al problematicismo?
In sintesi: credere, obbedire e combattere per uno Stato etico assolutistico? O criticare, decidere, dialogare in uno Stato di diritto democratico?
Non sono problemi di poco conto, com’è facile capire.
Certo. Per trovare una soluzione, dobbiamo riflettere sul fatto che in epoche rivoluzionarie la società è sempre dominata dalle contraddizioni. E la nostra è un’epoca rivoluzionaria. Perciò, essa è dominata dalle contraddizioni, dalle antinomie…
…Scusi, nella mia mente subito affiorano i ricordi legati alle famose antinomie della ragione di cui parla Kant, nelle quali l’antitesi sostiene il contrario della tesi; come esempio,cito l’antinomia del mondo: il mondo ha un’origine nel tempo ed è limitato nello spazio (tesi); il mondo non ha origine nel tempo, né nello spazio (antitesi). Secondo la logica formale le antinomie sono un paradosso, perché due proposizioni riferite allo stesso oggetto nello stesso momento non possono essere vere entrambe: il principio del terzo escluso non lo ammette: A o è B o è non-B ( “tertium non datur”).
Anche l’educazione è travagliata dalle contraddizioni.
Infatti, lei elenca tre antinomie del campo pedagogico. Con il suo permesso, le sintetizzo.
La prima riguarda l’individuo e la società. Tesi: l’educazione deve mirare a realizzare le potenzialità dell’individuo; antitesi: l’educazione deve mirare a riprodurre, consevare la cultura della società attuale.
La seconda si riferisce allo sviluppo intrapsichico o allo sviluppo interpersonale. Tesi: l’apprendimento è intrapsichico, allora è centrale l’alunno con le sue doti naturali e bisogna coltivare la mente dei migliori; antitesi: lo sviluppo mentale è interpersonale, allora è importante che l’insegnante fornisca a tutti gli alunni gli attrezzi simbolici con cui sviluppare le doti naturali.
La terza è relativa alla conoscenza locale o alla storia universale. Tesi: la conoscenza locale è valida di per sé e non ha bisogno di una teoria universale per essere convalidata (questa tesi appare nei movimenti estremistici localistici); antitesi: esiste una storia universale che si manifesta nei fatti locali in tempi, luoghi e circostanze precise e ci sono personaggi che si autoproclamano portatori di valori universali.
Come si risolvono queste antinomie?
La soluzione delle antinomie non può essere trovata nel campo della logica formale, ma solo in quello della pragmatica.
Voglio dire che nel campo dell'educazione, per valutare quello che vogliamo insegnare o vogliamo far apprendere, e per sapere in che direzione ci vogliamo muovere, dobbiamo tenere in debito conto queste antinomie. Quindi, capire che la giusta misura non sta nella scelta della tesi o dell'antitesi, ma nel considerare i vari aspetti presenti in una società complessa come la nostra.
Come concepire, allora, il processo e gli obietti educativi?
L'educazione deve essere concepita come un processo anch'esso complesso, intrinsecamente antinomico e interdipendente, in cui confluiscono sviluppo e formazione, auto ed eteroeducazione.
Anche gli obiettivi educativi diventano, di conseguenza, complessi: bisogna tendere a realizzare le potenzialità individuali, ma salvaguardando la società; riconoscere le differenze dei talenti naturali, ma fornendo a tutti gli strumenti della cultura; rispettare le identità locali, ma difendendo anche la coesione come popolo, per evitare sia la torre di Babele dei localismi, sia l'omologazione della globalizzazione.
Quale deve essere, allora, la caratteristica generale della scuola?
Una risposta di carattere generale mi porta ad affermare che la scuola deve essere una comunità propositiva, collaborativa, solidaristica, promotrice di una cultura rivoluzionaria, soprattutto in una situazione di deprivazione.
Per capire meglio, vuole scendere nell’analisi della sua affermazione?
Bene. Alcuni esperimenti psicologici su animali e su bambini hanno dimostrato che essi, se allevati in situazioni di deprivazione sensoriale affettiva e culturale, rivelavano deficienze, quando venivano sottoposti a test relativi a normali compiti di apprendimento e di soluzione di problemi.
Questi esperimenti ci fanno capire, in sintesi, che gli esseri umani, in particolare, presentano le caratteristiche di essere non solo "reattivi", ma anche "proattivi".
Gli uomini, in sostanza, non solo necessitano delle stimolazioni, ma le cercano, soprattutto vogliono interagire con gli altri, vogliono essere aiutati a sviluppare le loro capacità.
La scuola, allora, deve intraprendere un'azione positiva nel senso di spingere gli alunni a vivere in una comunità scolastica propositiva, per permettere loro di costruire le proprie competenze e di sviluppare un effettivo senso di appartenenza ad una comunità collaborativa.
La comunità scolastica deve, quindi, strutturarsi come un ambiente, in cui si elabora un progetto legato agli interessi degli alunni e che essi stessi contribuiscono ad organizzare con le loro idee.
Solo così operando, si può sperare di contrastare l'alienazione, l'impotenza e la mancanza di scopi della società più ampia.
La scuola deve diventare, in concreto, un luogo dove sperimentare: come usare la mente; come trattare con gli altri; come trattare con l'autorità; come formarsi l'autostima; come mettere in pratica i principi etici, che la società esterna non sempre applica.
Lei afferma che la scuola deve diventare promotrice di una cultura rivoluzionaria. Quando una cultura diventa rivoluzionaria?
La cultura diventa rivoluzionaria, semplicemente quando è coerente con i principi dichiarati nelle "Carte dei diritti dell'uomo" e quando diventa dialogica, narrativa, interpretativa.
Narrazione significa, infatti, vedere le cose da un altro punto di vista, significa rompere gli schematismi tradizionali totalizzanti, considerati, dopo millenni, di origine divina o naturale e, perciò, immodificabili.
La scuola deve applicare, inoltre, nella pratica quotidiana i diritti dell'uomo e permettere all'alunno di farlo, sperimentando le proprie capacità e i propri limiti.
Se la scuola non realizza questa pratica educativa, spingerà l'alunno a cimentarsi nel campo della "crimininalità spicciola" o nei comportamenti anomali (bullismo, antisocialità, ribellismo, ed altro).
Si sa che le società nazionali e la società mondiale stanno attraversando un periodo di trasformazioni e di crisi profonde, che investono stili abitativi, modelli di famiglia, consapevolezza etnica, opportunità socioeconomiche.
Si sa anche che i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, con in mezzo la classe demografica media che sta scendendo al di sotto della soglia della povertà.
Allora, cambia anche la percezione della scuola?
Senza dubbio. La classe sociale dei ricchi manderà i propri figli nelle scuole dove si formano i dirigenti. La classe media considererà la scuola e la cultura come il migliore investimento. Gli ultimi della scala socioeconomica non avranno più fiducia nella scuola, perché non la considereranno più come una via d’uscita dalla povertà e l’abbandoneranno.
In questa situazione di tensioni e di conflitti, in una società in trasformazione la scuola deve assumere, quindi, funzioni nuove?
Le scuole dovrebbero diventare luoghi dove venga praticata la reciprocità culturale, dove gli alunni siano messi in grado di acquisire la consapevolezza di quello che fanno, di come lo fanno, del perché lo fanno.
La scuola, quindi, non dovrebbe semplicemente rinnovare le abilità tradizionali - quelle che rendono un paese competitivo sui mercati mondiali - , facendole acquisire per imitazione, ma dovrebbe rinnovare soprattutto l'apprendimento, nel senso di farlo diventare più partecipativo, più proattivo, più collaborativo, più costruttivo di significati.
L'istruzione, in sostanza, dovrebbe uscire dai limiti angusti della prospettiva utilitaristica e strumentale, tipica di una società acquisitiva ed efficientistica, e diventare disinteressata, bene in sé e diritto estendibile a tutti.
Questo nuovo modo di concepire "l'apprendimento come collaborazione nel produrre senso", dovrebbe significare non imporre ai più deboli la versione dei più forti; quindi, dovrebbe portare al riconoscimento delle minoranze e alla sconfitta della visione unilaterale della soluzione dei problemi, alla eliminazione dell'egemonia e dell'unanimismo, con la conseguente creazione di un mondo più solidaristico e più democratico.
Per sperare di realizzare queste finalità, si dovrebbe cambiare anche il rapporto tra docenti e alunni?
Certamente. In classe, ad esempio, si dovrebbe privilegiare il "dialogo", perché esso rappresenta la forma di conversazione che, aprendo alla problematicità, favorisce la possibilità di arricchimento e di perfezionamento dei contenuti.
In questa prospettiva andrebbe cambiata anche la concezione della cultura!
La cultura, infatti, dovrebbe essere intesa come l'acquisizione di tecniche e procedure per gestire e capire il mondo e, in questo senso, vanno apprese le nuove tecnologie (CD-rom, ipertesti, strutture ramificate, ed altre) che ci permettono di controllare e dominare i mezzi di comunicazione di massa e di non esserne schiavi.
La tecnologia è essenziale per la cultura, ma non ne rappresenta certo il punto centrale. Il punto centrale della cultura è la metodologia di ricerca e di uso della "mente proattiva".
Cosa fare per interessare i giovani alla istruzione e alla cultura?
Per operare un cambiamento della nostra cultura e della nostra scuola, bisognerebbe scegliere prima di tutto i problemi cruciali, quelli che gli alunni vivono ogni giorno e a cui sono sensibili, come, ad esempio, il degrado ambientale, le violenze a scuola, la droga, il fumo, gli omicidi nella società locale, lo sfaldamento della famiglia.
I giovani, infatti, vivono dentro queste stesse contraddizioni e cercano con il gruppo dei pari di realizzare un'esperienza vitale accanto all'esperienza familiare, di mediare il rapporto con gli adulti, di riempire il vuoto creato dalla distanza psicologica con gli interlocutori adulti, genitori e docenti in particolare.
Spesso i comportamenti devianti nascono proprio dalla necessità di "rendersi visibili" alla società degli adulti, come sottolinea Palmonari (citato in "Elementi di sociologia dell'educazione", a cura di Elena Besozzi).
La scuola con funzioni nuove deve significare che essa dovrebbe raccordarsi, appunto, con le esigenze dei giovani, con il desiderio di acquistare una identità e sviluppare una personalità autonoma.
Una identità che, come dice il filosofo Paul Ricoeur, deve essere concepita come "identità narrativa, dinamica" che fa pensare ad una continua dialettica di accordo e disaccordo tra azione e agente, tra sé e l'altro, mantenendo sempre presente il legame con la responsabilità.
Alla luce di questa teoria narrativa e processuale dell'identità, e quindi dal riconoscimento dell'alterità e della differenza e al contempo della responsabilità del soggetto, è possibile procedere ad una ricostruzione del legame sociale e all'attenuazione dei problemi della devianza.
Quando si è sottolineato l'importanza del "dialogo" nella scuola, si voleva proprio chiarire il principio fondamentale di una scuola con funzioni nuove, in cui possano convivere autonomia e reciprocità, in una continua approssimazione verso l'altro, in cui si impara a leggere il modo in cui l'altro legge il mondo; dove le diversità non vanno ridotte al silenzio; dove c'è una continua dialettica tra libertà individuale e legame sociale verso le istituzioni.
Per quale ragione insiste sulla forma dialogica?
La forma dialogica si rende necessaria, anche perché adeguata alla nuova visione della mente umana.
Oggi, gli psicopedagogisti fanno notare che la mente solitaria probabilmente è stata la proiezione della nostra ideologia occidentale.
La mente non è più una semplice "tabula rasa", né una rete di relazioni logiche, ma è una mente orientata ai problemi, interpretativa, diretta verso gli scopi, alla ricerca di rapporti con altre menti attive, con gli altri e con i loro punti di vista.
La mente, poi, costruisce i discorsi, servendosi delle idee acquisite, concatenandole tra loro secondo regole grammaticali e sintattiche, per giungere ad una conclusione e alla comunicazione strutturata.
A proposito di comunicazione, che rapporto esiste tra essa e l’educazione?
Voglio sottolineare che ogni educazione è sempre comunicazione; pertanto, non ci può essere contrapposizione tra educazione e comunicazione. Come il pensiero è sempre pensiero di qualcosa, anche la comunicazione è sempre processo dialettico e interattivo e, quindi, avviene all'interno di legami mediati, "inter-mediati", nel senso che c'è sempre un termine intermedio di confronto all'interno dei flussi comunicativi.
Come si struttura la personalità di un ragazzo?
Quando abbiamo accennato alla concezione dell'identità narrativa, abbiamo voluto evidenziare che la personalità di ciascun alunno si struttura proprio nella conversazione con se stesso e con gli altri, nello sperimentare l'altro come differenza, nel prestare attenzione all'altro che genera in noi tensione, ciò che giustifica l'impegno e la fatica di crescere.
Questa finalità della scuola comunicativa si può realizzare, se, come abbiamo detto, i problemi cruciali e le procedure per riflettere su di essi entrano a far parte della scuola e del lavoro che si svolge in classe.
Se, invece, lasciamo fuori dell'aula, per convenienza o per delicatezza, gli argomenti scottanti, la scuola comincia a presentare un aspetto così estraneo e così lontano dal mondo, che molti ragazzi potrebbero non sentirsi più a loro agio e a non trovare più posto al suo interno per se stessi e per i loro amici.
I ragazzi potrebbero chiedersi: che cosa ci faccio in una istituzione che lascia fuori della porta i problemi della vita reale, della strada, della paura di vivere in quartieri degradati?
E sono soprattutto i ragazzi delle classi più povere a non amare la scuola, perché la sentono troppo astratta e separata dalla vita reale, come già detto.
Sono d’accordo con le sue affermazioni e ne traggo la conclusione che in tal modo si può dare una spiegazione – ma non è la sola – dell’ origine del fenomeno della dispersione scolastica.
Prima di terminare, vorrei conoscere il suo pensiero sull’accusa che viene rivola agli insegnanti americani di essere i colpevoli del disastro dell’educazione nazionale.
Non sono stati gli insegnanti e le scuole a creare le condizioni che hanno reso così difficile la situazione educativa americana. Non hanno creato loro una classe sociale inferiore. E non avrebbero mai potuto compromettere la missione di ricerca e di sviluppo di un'industria competitiva quale l'americana come hanno fatto gli avventurieri che negli anni Ottanta hanno dato la scalata alle imprese investendo in azioni-spazzatura. Né hanno creato, come hanno fatto gli speculatori di borsa e gli speculatori immobiliari, un mondo di senzatetto da una parte e di consumisti dall'altra, che oggi affliggono la nostra economia e minano la nostra determinazione. Non sono loro i responsabili del problema della droga, che adesso Washington propone ironicamente di risolvere affidandone il compito di prevenzione alle scuole, invece di bloccare l'afflusso di stupefacenti nel nostro paese o di distruggere i cartelli nostrani della droga.
Come ben riflettono e descrivono anche la nostra situazione italiana queste osservazioni critiche!
Per migliorare il sistema educativo e renderlo idoneo a guidare il futuro, diventa necessario, allora, avere idee chiare su dove vogliamo andare e su quale tipo di umanità vogliamo essere.
Per Bruner l'obiettivo non deve essere quello di formare una società-azienda competitiva sui mercati mondiali, ma di formare una nazione "nella quale e per la quale valga la pena di vivere".
Certo, non bisogna negare l'importanza di avere lavoratori con una solida preparazione scientifica e matematica, in grado di competere ora con i Giapponesi, i Cinesi e gli Indiani.
Non dimentichiamo, però, che i "cambiamenti rivoluzionari", quelli che aprono nuovi orizzonti culturali, sono stati portati avanti non da avventurieri, da speculatori di borsa o immobiliari, da spacciatori di droga, bensì da poeti, commediografi, musicisti, filosofi.
E’ per questo - Bruner conclude - che "che in un regime di tirannia i primi ad andare in prigione sono i romanzieri , i poeti, i filosofi, i pensatori. E' per questo che io li voglio in una classe democratica: perché ci aiutino a vedere ancora, in modo nuovo".
E come dargli torto?

( Intervista realizzata sulla base dell’opera di J. Bruner: “La cultura dell’educazione”, Feltrinelli, Milano, 2000)

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Sezione Primavera: Giulia

5 Aprile 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #sezione primavera, #ida verrei

Il primo dolore, il primo distacco.

Giulia, con pochi versi, con poche immagini dolci, ci racconta la perdita, la memoria, e ci trasmette tutto lo struggimento dei ricordi impressi nella mente e in un piccolo cuore. 

 
Io e Lui
di
Giulia Pacella (11 anni)
 
io e lui come due gabbiani
io e lui come due foglie su un pino
io e lui come due mici che giocano
io e lui a passeggiare
io e lui come in un film.
Io e lui... mio nonno.
G.P.
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Piccole penne crescono, la nostra sezione primavera

5 Aprile 2013 , Scritto da Redazione Con tag #redazione

Un nuovo spazio nel nostro blog collettivo.

Sarà il nostro giardino, un'oasi profumata di fiori nascenti, la creatività pura, quella dei giovanissimi: "Piccole penne crescono", poesie, racconti, testi liberi di bambini e adolescenti, dai 3 ai 15 anni.

Inviate a

idaverrei@hotmail.it.

chiara_zanin1983@libero.it

sarete seguiti personalmente e gratuitamente da insegnanti e scrittori

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