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I fiori di Gaugin

20 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Sara si tolse le lenti e strofinò gli occhi affaticati dalla luce dei faretti alogeni. Nel suo mondo di miope, la macelleria dirimpetto si fuse in una liquida ombra con la farmacia accanto. Rimise gli occhiali in tempo per vedere la polvere entrare dalla porta, al passaggio di un camion strangolato nella via stretta e buia. Insieme, un intenso odore di fulminanti irritò le sue narici.
Una cliente ritardataria fece capolino. Due occhi si appuntarono agri sui suoi capelli lisci e sulla sua faccia depressa: “Chiudi, nini?”
“No, non ancora, si accomodi, signora.”
“Senti, nini, per stasera, avrei pensato di cambiare colore ai capelli. Mi piacerebbe un bel tono di mogano.”
Sara mise a fuoco la donna. Caschetto stopposo, basco sulle ventitré, seno appassito, strizzato nella maglietta di lamé. “Il rosso le donerebbe”, disse, pensando che quelle come lei le avvizzivano l’anima. “Dove va di bello, stasera?”
“Faccio quattro salti al circolino, e tu?” La donna glielo stava chiedendo, ma si vedeva che non le interessava conoscere la risposta. Le sue pupille saettavano fra la merce esposta.
“Io? Niente di speciale.”
Mostrò alla cliente la tabella dei colori, e si accorse che le proprie mani tremavano. Le accadeva spesso mentre lavorava, ma mai quando stringeva il pennello. Sara sapeva dipingere ogni sorta di fiori, dai gialli girasoli di Van Gogh, ai petali scarlatti di Gaugin.
Era stato proprio a causa di Les seins aux fleurs rouges di Gaugin che aveva ricevuto la prima email da F. Si erano incontrati per caso, in una chat line per appassionati di pittura impressionista.
“Il colore esprime più un’emozione che la realtà”, aveva scritto lei, civettuola, firmandosi TAHITI, come l’isola amata da Gaugin. “Questa è arte rivoluzionaria, è la strada che porta a Picasso”, aveva tuonato lui, virile. Chiudeva sempre le sue lettere con quell’unica, inquietante, iniziale: F.
Era cominciato così un lungo scambio di messaggi. Parlavano di molti argomenti, ma soprattutto di pittura. Lei aveva imparato a riconoscere l’umore di F. dalla punteggiatura, dalle parole che sceglieva, dai suoi silenzi. E, sebbene non si fossero mai incontrati di persona, si era innamorata, proprio come Meg Ryan in C’è posta@ per te.
“Mi dici quanto costano questi rossetti?” La cliente la stava fissando indispettita.
“9,99, signora.”
Incartò il rossetto insieme alla tintura per capelli. Batté il relativo importo sul registratore di cassa. Sentiva le dita formicolanti ed estranee. Si ritrovò ad osservare la propria mano come qualcosa di distaccato dal suo corpo. Era minuta, con peluzzi rosa e unghie corte. La mano di una bambina invecchiata.
“Guarda che ti ho dato un pezzo da cinquanta.”
“Mi scusi.”
La cliente uscì, augurandole uno svogliato buon anno. La strada si andava disanimando. Un gruppo di bambini accendeva un petardo dopo l’altro sul marciapiede davanti alla vetrina. Lei se li sentiva scoppiare tutti dentro.
Chissà come avrebbe trascorso quella notte di festa F.?
Sapeva solo che lui viveva a Roma, che non era più un ragazzo, che aveva una famiglia sua. Tutto il resto lo aveva messo lei. Giorno dopo giorno, con la forza della sua fantasia, si era inventata un amore. Col pennello potente del suo cuore, aveva dipinto un volto, creandolo più vero del vero, come quelle orchidee che colorava alla maniera di Gaugin. E adesso quel volto le mancava, le mancavano quegli occhi immaginati, quei capelli che aveva inventato lei, quella risata solo intuita. Le mancava quel niente lievissimo che aveva di lui e che per lei era tutto.
Gli ultimi passanti rincasavano scambiandosi auguri infreddoliti. Una coppia entrò litigando in un’auto. Sara intravide un luccichio di paillettes ed il collo di una bottiglia di spumante.
Era ora di chiudere anche per lei. Suo padre l’attendeva a casa per brindare insieme al nuovo anno. Vedovo ed ischemico, non se la sentiva di lasciarlo solo e poi nessuno la invitava più, ormai.
Tolse poche banconote dalla cassa, quindi segnò sul registro l’esangue incasso, accanto alla data: 31 dicembre, martedì.
“E anche per quest’anno…”
Indossò il cappotto e lo abbottonò per bene, perché fuori il vento era umido e cattivo. Pensò a F., alla sua vita che lei non conosceva, alla foga con cui descriveva le ballerine di Degas, alle sue frasi caustiche, brillanti. “I sogni appartengono solo a chi li sogna”, diceva.
F., che non le scriveva più da mesi.
“Il gioco è bello se dura poco”, aveva affermato nella sua ultima lettera.
Sara cercò l’ombrello. Si sentiva pesante, fredda. “Forse ho un po’ di febbre”, mormorò, tastandosi la fronte, poi spense la luce. Dal buio prese forma l’odore dei profumi, pungente, malsano, come di fiori putrefatti.
Poi, d’un tratto, nell’oscurità vide comparire una montagna blu, un mare denso, azzurro cobalto, e carnosi fiori scarlatti, dipinti a forti pennellate di luce e di buio.
Allora sorrise. Con un colpo deciso, tirò giù la saracinesca.
“Questa sera”, si disse, “quando tutti gli altri danzeranno, io dipingerò.”

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Adriana Pedicini commenta la "prosa poetica" di Alessandra Squaglia

18 Agosto 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #L'angolo della poesia

“Ammiro le donne che diventano eroine romantiche, che lottano per le proprie idee e per i propri sentimenti, che sfidano tutto, le convenzioni, gli obblighi, i doveri..che combattono per amore, che non si arrendono, che sono capaci di fare miracoli, che superano dolori e si asciugano le lacrime mentre corrono, lavorano, vivono … le giornate piene di problemi, di impegni, di cose da risolvere ma nello stesso tempo sorridono, ridono, danno coraggio, amano, sognano … affrontano gli ostacoli, difendono sé stesse e quello in cui credono …. non si arrendono mai e sanno di potercela fare …. a volte non sanno neanche come …. ma hanno mille e infinite risorse, forza, coraggio e passione …. sanno capire, sanno perdonare, sanno che ogni rinuncia si trasforma in vittoria, sanno donare in modo incondizionato … non si aspettano nulla in cambio ma aggiungono ricchezza nel loro cuore solo per la gioia di dare … sanno che amare vuol dire crescere..e loro sono dei giganti … e lo diventano ogni giorno di più …

Ho imparato a riconoscere l’eroina che vive in me … non l’avevo mai considerata a dire il vero..poi arriva il giorno in cui ti svegli e ti accorgi che le cose che hai intorno, tutto quello che hai intorno, tutto ciò per cui sei vissuta e vivi se non ci fossi tu non esisterebbe …. sei un demiurgo..un creatore … hai poteri universali … e sei unica …. hai la capacità di creare ogni cosa che è intorno a te, e hai la forza per cambiare perché ogni giorno non è mai uguale all’altro e anche tu giorno dopo giorno ti trasformi … come una farfalla … e trasformi …. ti rinnovi sempre...non ti fermi …. sei come il vento … sai cosa trascinare via con te e cosa lasciare negli angoli … perché non serve più …

A volte diventare consapevoli fa paura … tante cose vissute fino ad un determinato momento non si accettano più … l’eroina romantica non vuole la rassegnazione, non teme la chiarezza e ama il cambiamento … cambiare vuol dire vivere …. smettere delle vesti che non ci stanno più bene …. respirare aria nuova, fresca e frizzante … le idee … quante idee e quanti sogni si realizzano! Più di quanti siamo abituati a pensare … sono le idee e i pensieri, i sogni, quelli che nascono dal nostro profondo che hanno fatto la storia, che hanno cambiato gli eventi, che cambiano la vita … sono i nostri pensieri che creano il nostro presente, il nostro futuro, la nostra storia ….

Le donne romantiche non hanno paura di pensare … di dire … sono coraggiose..non hanno paura di amare..quando amano, e lo sanno fare davvero, diventano ancora più forti … abbracciano la vita … C'è chi pensa che essere forti significhi non provare mai dolore. In realtà, le persone più forti sono quelle che non hanno paura di provarlo, di passarci attraverso, di comprenderlo e accettarlo.

E andare oltre il dolore, facendo un altro passo.

Una donna romantica è tutto questo … anzi di più..ha le ali … per raggiungere mondi infiniti e nuovi universi.”

Alessandra

Alessandra apre il suo animo in questa lunga prosa poetica.

Prosa, perché della poesia non ha il taglio più o meno breve, la sintesi o altri aspetti tecnici. Poetica perché le parole sono avvolte da un lirismo apparentemente impercettibile ma diffuso, che traccia con il tratto delicato dell’Amore la forma e la sostanza della femminilità. Non è un ritratto stereotipato di donna quello tracciato da Alessandra.

Nella prima parte certo si legge della donna eroina "da romanzo", capace di sopportare qualunque angheria, qualunque difficoltà, qualunque sacrificio, in nome dell’amore che infonde in chi ama forza e coraggio.

Poi lo sguardo cade su di sè e allora quel che è detto prima diventa vita vissuta, esperienza personale e verifica individuale dell’enorme potenza dell’amore e della capacità creativa della mente e dell’animo, quando il pensiero diventa promotore del destino nelle scelte, nelle iniziative, nella volontà di agire.

La conclusione è la summa delle lezione umana. Nulla esiste senza il dolore, ma tutto può crescere e migliorare attraverso di esso, purché il dolore venga accettato, attraversato, infine custodito non come esca alla rabbia e alla ribellione, ma come abito comune dell’umanità, espressione anch’esso di vita, di quel segmento di vita che può aprire mondi spirituali nuovi, più di quanti non ne dischiuda l’affannosa ricerca della felicità.

Adriana Pedicini

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Gli angeli di St. Jeremy

16 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Legno incrinato dalla pioggia e dal sole, isolanti di porcellana, stormi di uccelli neri appollaiati sui fili. Conto i pali del telegrafo e salto giù dal postale in corsa.
Trentatré pali. Trentatré come gli anni di Cristo.
Scendo perché St. Jeremy è un buon posto per passarci la notte di Natale. Dice che si sentono cantare gli angeli, i bambini tengono accesa apposta una candela davanti alla finestra.
Guado la piazza della chiesa, ululando la mia canzone. Sister Death, Sister Death, why don’t you take me back?
Strascico i piedi, le pezze non bastano a proteggermi dai geloni. Nelle toppe s’infilano le palle di neve dei ragazzacci, i cattivi ragazzi sono dappertutto.
Mi vedo nella vetrina Keaton’s, mentre sbavo sulle salsicce appese a festoni, insieme con un bastardo nero che mi s’è accodato. Ho il solito farfallino al posto del colletto e l’abituale viso grinzoso. Me ne vado ed il bastardo mi segue.
Seduto su un gradino, rovescio il cappello fra le ginocchia e mi arrotolo una cartina. Angeli o non angeli, se prima di notte un verdone cascherà nel feltro bisunto, pagherò la branda del reverendo Gordon, che Dio lo spiaccichi da quel pidocchio che è. Sorella Rosy appoggia accanto al cappello un piatto legato con un tovagliolo. “Jack, l’hai scampata anche quest’anno?”
“E tu, brutta puttana?”
Lei se ne va.
Le ore passano, inizia a nevicare. Un paio di monete piovono nel berretto. Carità da notte di Natale, carità pelosa.
Dalle finestre vedo le donne che riempiono di castagne i tacchini sbuzzati. Immagino di addentare una pelle croccante alla luce tremula di un cero. I bambini ritagliano stelle di stagnola, poi si affacciano alla finestra e depositano una candela accesa sul davanzale.
Trillano i campanelli dei fattorini, sembrano i sonagli della slitta di Santa Claus. Tutte le porte, coronate d’agrifoglio, cantano inni di gioia.
Tutte, meno la porta Mac Dowell. Non ha un festone di bacche rosse come le altre, ha una coccarda nera. Mi parla, la sua voce oliata esce dal battente. “Il ragazzo è morto”, dice, “e la vecchia non si dà pace.” E se mi spostassi due case più in là, dove la luce parla di festa e si sente odore di moccolo e arrosto? Invece appoggio la schiena contro la porta Mac Dowell.
Passano un uomo ed una donna. “Hai visto?”, sussurrano, “Mary Mac Dowell non ha tolto il nastro nero. Perché la tira tanto in lungo?” Buttano un verdone nel cappello, nessuno ti rifiuta un pezzo di pane in una notte come questa.
Adesso ho il mio verdone. Ora posso andare giù alla missione. Quello spilorcio del reverendo mi darà da dormire, ho il mio verdone.
Indugio, con le mani affondate nel pelo del cane, mi rannicchio contro la porta Mac Dowell. Il bastardo mi lecca i piedi, ha lo stesso colore della coccarda.
I gradini si sono ammorbiditi perché la neve infittisce. La lingua del cane è tiepida sulle gambe che non sento più, laggiù in fondo ai pantaloni.
Faccio compagnia alla porta nera, mentre la neve cade, gelida e dolce.
Sister Death, Sister Death, why don’t you take me back? E’ la mia voce che canta.
Poi non è più la mia voce.
La strada è diventata buia o forse io ho chiuso gli occhi. Sento qualcuno che canta ma non sono io, giuro.
In mezzo ai fiocchi sfarfallano gli angeli, piroettano in spirali di neve, cavalcano pupazzi di ghiaccio. Li guardo vorticare nei cristalli, sfiorare le porte con le ali intrise di neve. Tutte le porte, ma soprattutto la porta Mac Dowell.
Non ho freddo, non ho paura. Dentro la casa, Mrs Mac Dowell non piange più, sento solo la voce degli angeli.
Gli angeli di St. Jeremy che cantano.

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La nostra nuova rubrica di fotografia a cura di Patrizia Puccinelli

15 Agosto 2013 , Scritto da Redazione Con tag #redazione, #fotografia, #patrizia puccinelli, #immagini ed emozioni dei lettori

La nostra nuova rubrica di fotografia a cura di Patrizia Puccinelli

Immagini ed emozioni dei lettori

Cari lettori, iniziamo con una nuova rubrica dove accoglieremo tutti coloro che vogliono pubblicare le proprie foto e vogliono avere un commento soggettivo ed oggettivo dell’immagine inviata. Sono una professionista obiettiva e cercherò di aiutarvi nel vostro cammino fotografico, ma sarò sincera e commenterò anche negativamente … II medico pietoso fa la piaga puzzolente …. Inviateci le vostre foto, saranno tutte pubblicate senza nessuna esclusione, con il mio commento, per crescere bisogna confrontarsi, in attesa delle vostre immagini vi auguro "buon clik".

Patrizia Puccinelli

per contatti patri.puccinelli@gmail.com

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Il futuro di Giuseppe Rossi

13 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Terrorizzati all’idea di finire nel nulla, non avete mai pensato che è dal nulla che siete spuntati. Ad esempio, io, Giuseppe Rossi, sono questo nulla.
Mi spiego.
Io, Giuseppe Rossi appunto, non sono ancora nato, non sono stato concepito, né progettato. La mia entità, l’entità di Giuseppe Rossi, s’identifica con il nulla. Non ci sono, o meglio, ci sono solo nel senso che non ci sono, c’è il mio non esserci. Non ho un corpo, né lati, né un sotto né un sopra.
Lo spazio in cui, per così dire, esisto-sono-sto, è oscuro e tranquillo, anche se non lo definirei buio, dato che non ho occhi per vederlo. Il tempo dove staziono è un concentrato d’attimi uguali.
Io non sono che il mio futuro. Proprio in ragione del fatto che in quest’attimo concentrato m’è dato conoscere il futuro, posso parlarvi di me. Nel mio brodo ristretto, mi ripasso la vita futura come un libercolo dalle pagine arricciate.

Mi chiamo Giuseppe, vabbè questo l’ho già detto.
Farò il benzinaio.
Sì, ma solo dopo che il girino affamato di papà si sarà ficcato nell’uovo di mamma. Zacchete!
Vibrerò, mi strozzerò, grumo informe che già sarà Giuseppe Rossi, fagiolino con occhi neri come capocchie di spillo, annidato fra le pieghe di un utero e tutto preso dal problema di moltiplicarsi. A quel punto avrò già un dentro ed un fuori, avvertirò ciò che succede all’esterno, sentirò lo stantuffo che pompa, e caldo e bagnato e viscoso.
Poi uscirò dal buco.

La mamma si arrabbierà tantissimo quando, dopo aver preso cinquantotto alla maturità, mi metterò a fare il benzinaio con mio cugino Francesco, ma io avrò già in testa Annamaria e la vorrò sposare. Ci si vedrà tutte le sere, io l’andrò a prendere col motorino, lei avrà gli occhi da coniglio delle rosse, le cosce sode, batterà il tempo con i piedini di fata. Si ballerà stretti stretti.

Ma io sposerò Giovanna. Al matrimonio pioverà ed il prete si scorderà dell’anello, ci sarà il pollo in galantina e la trota salmonata, lei sarà incinta. Giovanna l’avrò conosciuta al distributore - dopo che Annamaria se ne sarà già andata a Milano con l’ingegnere - mi s’incollerà anche se puzzerò di benzina.

Quando nascerà Pinuccia, Mariolino avrà già tre anni e la sorellina gli farà schifo. Pinuccia verrà fuori rossa, proprio come Annamaria, che sarà diventata pazza e l’ingegnere l’avrà rinchiusa in Casa di Cura a Milano.

Al funerale di mia madre arriverò in ritardo e sarà lì che mi accorgerò che Giovanna, dopo le gravidanze, si sarà un po’ sfatta ed ingrassata. Brava donna, Giovanna, brava anche a letto, quando la sera, dopo i pieni e le gonfiate alle gomme, mi vorrò sfogare un po’ anch’io.
Ma poi dimagrirà per il malaccio, diventerà secca secca. Quando morirà, mi fisserà come per dirmi ma guarda che fine che ho fatto, ed io penserò che è, sì, una gran brava donna, ma non è Annamaria.

Dopo verrà Pinuccia a lavarmi le camicie, la mia rossina che si sarà sistemata col figliolo di Francesco. Al distributore ci staranno loro due, Pinuccia verrà a lavarmi le camicie di sabato, e suo marito si scoperà un’altra.

Morirò di un colpo, se dio vuole.
Non sentirò male, mi farà solo pena Pinuccia mia.
Ci sarà tanta bella luce e silenzio ed un grande distributore, tutto profumato di benzina. Io, sul motorino, bacerò Annamaria.

Qui, nel mio non essere che precede l’esistenza, ho risfogliato con voi il libretto del futuro.
Non so… E’ che… Ma?
Quasi mi vien voglia di non farne di niente…
Voi che ne dite?

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Ricordo di Ugo Riccarelli di B.O.Severini

11 Agosto 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #biagio osvaldo severini

Ricordo di Ugo Riccarelli

Premio Strega 2004

Biagio Osvaldo Severini

Ugo Riccarelli nacque nel 1954 ed è morto oggi, 22 luglio 2013. Ha vinto il Premio Strega nel 2004. Il romanzo premiato si intitolava “Il dolore perfetto”(Mondadori, 2004).

Il dolore perfetto è il dolore circolare, avvolgente, profondo, totale che invade corpo e anima e coinvolge emotività, sentimenti, ragione, sensi. Questo dolore non lascia zone d’ombra o vie di fuga. Ti scuote in tutto l’essere. E’ questo il pensiero dell’autore.

Il linguaggio del romanzo è asciutto, essenziale, concreto, aderente alla psicologia dei personaggi, al loro lavoro, al luogo dove vivono, alle idee che hanno, alla vita che conducono.

Lo stile è a volte acuminato, a volte dolce, a volte gioioso, a volte pittorico, a volte spietato.

La narrazione inizia dalle vicende esistenziali del Maestro elementare che parte da un paesino vicino a Sapri ( Salerno) e arriva in un paese della Toscana, arroccato anch’esso sopra una collina.

Siamo nell’Italia del 1861, subito dopo l’Unità. Il Maestro vuole insegnare a leggere, scrivere e far di conto a quel 95% di persone che è ancora analfabeta.

Il Maestro è anarchico ed è seguace delle idee di Carlo Pisacane che proprio a Sapri (1857) vide fallire la sua missione e vide massacrare i suoi seguaci dalle truppe borboniche: “eran trecento, giovani e forti e sono morti”, dirà il poeta risorgimentale Luigi Mercantini nella nota lirica “La spigolatrice di Sapri”.

Successivamente si incontrano altri numerosi personaggi, collegati direttamente o indirettamente agli avvenimenti della storia italiana.

La repressione operata dal generale Bava Beccaris delle agitazioni milanesi del 1898 e l’uccisione a cannonate dei popolani che chiedevano “pane!”.

E ancora, l’epidemia della “spagnola” (1918 – 1919). Non si era quasi neppure finito di contare i morti del I conflitto mondiale, che la febbre spagnola fece morire migliaia di altre persone, portando con sé anche spavento e disperazione.

L’ascesa dei fascisti al potere, anche nei piccoli Comuni, dove “le camicie nere costrinsero al silenzio gli ultimi oppositori con gli argomenti del bastone, delle minacce e delle purghe”.

E oppositori erano i socialisti, i comunisti, gli anarchici, i cattolici democratici, tutti definiti dai fascisti “traditori, cospiratori, infidi, sfasciatori dell’Italia”.

La caduta del Duce il 25 luglio 1943 e l’armistizio dell’8 settembre dello stesso anno.

Ma soprattutto si sottolineano le atrocità dei fascisti della Repubblica Sociale di Salò (1943 – 1945) con la connessa viltà di quelli che “se ne stavano chiusi in casa a lasciar morire libertà e compassione che ormai nessuno più conosceva”.

Arriva la campagna di Russia della II guerra mondiale e la disfatta dell’esercito italiano durante la marcia della morte bianca nella steppa “impietosamente ghiacciata, sferzata da un vento polare e stretta nella morsa del gelo”.

I rari superstiti italiani sopravvissero grazie alla “umanità degli Ucraini che li accolsero in casa e li curarono”.

Può sembrare un arido libro di storia e di politica. E’, invece, un romanzo pieno di umanità che mette in evidenza le conseguenze derivanti alle persone dai grandi eventi, soprattutto conseguenze drammatiche, tragiche, dolorose, attraverso le quali passarono e passano le storie personali, le quali poi sono le uniche che contano, perché sono esse che fanno la storia con le loro sofferenze, con le loro gioie, con le loro nascite e morti, in un continuo avvicendarsi. E’ il dolore perfetto della vita, che si chiede in se stessa.

Una nota finale dello scrittore si sofferma su un episodio particolare: la visita a una macchina del moto perpetuo. Un aggeggio che individui strani, forse degli utopisti, costruiscono per dimostrare che si può arrivare al moto perpetuo, nel senso che una volta dato l’avvio ad una ruota, questa poi continua a muoversi autonomamente, senza bisogno di un motore, cioè senza consumare energie.

E’ capitato anche a me, durante la mia fanciullezza, di assistere ad un esperimento sul moto perpetuo derivante da una ruota costruita da un personaggio del paese, che quasi tutti consideravano “stranulato”, che viveva in un suo mondo fatto di utopie, ed era, forse, felice così.

Quella macchina del moto perpetuo fece percepire allo scrittore “per la prima volta il senso dell’utopia, la vidi fatta dai fili, dalle ruote e dagli snodi di quel marchingegno”. Io rimasi semplicemente sorpreso.

La macchina del moto perpetuo e’ la metafora del dolore perfetto e della felicità ricercata e trovata nell’utopia?

E’ una sintesi imperfetta di un grande romanzo e il ricordo immediato, ma sentito, di un autore dal respiro europeo, che merita di essere letto o riletto.

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