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George R.R. Martin, "Game of Thrones"

6 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Game of Thrones

di George R.R. Martin 1996

Harper Voyager, 2011

 

pp. 801

€ 14,40

 

When you play the game of Thrones, either you win or you die”.

 

Da una minestra riscaldata può nascere una zuppa appetitosa? La risposta è sì, nel caso di Game of Thrones, il romanzo fantasy di George R.R. Martin.

Se già nelle iniziali dell’autore sentiamo riecheggiare il nome del maggior esponente del genere, in altre parole Tolkien, possiamo dire che tutto il romanzo è la saga del già visto. Mai come in questo caso a ogni immagine, a ogni descrizione, a ogni ambiente, a ogni battaglia combattuta e arma brandita, si collega qualcosa di già sentito e già osservato, qualcosa che fa parte del bagaglio culturale di chiunque abbia dimestichezza con la fantasia e con l’immaginario. Ci vengono in mente associazioni di ogni genere, viste e udite non solo sui libri, ma in televisione, al cinema, ovunque.

 

I tornei, le armature, le cotte di maglia lucente, ricordano sir Lacillotto in film come Excalibur di John Boorman (1981), ma anche Il primo cavaliere di Jerry Zucker (1995). La giovane Sansa somiglia tanto a Meg che va alla “fiera delle vanità” in “Piccole Donne” di Louisa May Alcott. Il mezzo gigante Hodor è simile, anche nel nome, a Hagrid di “Harry Potter” (che però è del 1997 ed è quindi di poco successivo). I vari casati in lotta per il trono sono vicini agli abitanti del pianeta Cottman IV nel “Ciclo di Darkover”, o alla storica Guerra delle due Rose. Le atmosfere sanguinarie, erotiche e barbariche, del filone dedicato a Daenerys e a suo marito Drogo, ci ricordano sceneggiati televisivi ispirati alla figura di Attila e di Gengis Khan.

Insomma, è tutto un susseguirsi di déjà vu. Quindi si potrebbe pensare che il genere non abbia più niente da offrire, che il romanzo di Martin sia solo per aficionados influenzati dal successo dell’omonima serie televisiva. Invece non è così, invece era da tanto che non ci immergevamo in una lettura di ottocento pagine con la sensazione di essere precipitati davvero in un secondary world fantastico, curato nei minimi particolari e coerente. Chi scrive narrativa di genere, infatti, sa che, qualunque sia l’argomento trattato, non deve mai perdere la fiducia del lettore con errori grossolani. Un occhio non può essere vitreo, per capirci, né la volontà ferrea, in un universo dove vetro e ferro non sono stati ancora inventati. Ed era da tanto che non vedevamo in atto la subcreazione tolkieniana con tale forza da farci correre subito in libreria per comprare il secondo della serie e poi il terzo e via di seguito. All’interno di elementi già noti e riconducibili a un patrimonio di conoscenze comuni, a Martin va riconosciuta la capacità di aver sviluppato alcune figure e alcune situazioni in modo molto personale.

Fra i personaggi spiccano le due ragazzine dal carattere opposto, la mansueta Sansa e il maschiaccio Arya – davvero riconducibili agli archetipi Meg e Jo – e Tyrion, rielaborazione ovvia, e insieme geniale, del nano della fantasy. Tyrion è infatti un vero nano umano, figlio sgradito di un signore della guerra, con tutte le conseguenze psicologiche che la sua deformità comporta. Ci colpisce anche il piccolo Bran, che rimane paralizzato per mano nemica e affronta con coraggio la sua sventura, oppure Jon Stark, il figlio bastardo che morirebbe pur di essere amato dal padre quanto gli altri figli. I caratteri sono descritti a tutto tondo, hanno un passato, un presente e un futuro, hanno famiglie e motivazioni psicologiche profonde, come la misteriosa nascita illegittima di Jon, o l’infelice rapporto col padre dell’obeso, vile e goffo Sam (a ben guardare molti dei personaggi hanno relazioni conflittuali con i genitori). L’autore conosce tutte le sue creature, sa cosa direbbero in ogni circostanza, sa come agiscono, che posto occupano nello spazio e quali sono le loro movenze.

Al di là dei personaggi, ci sono poi alcuni elementi che caratterizzano la saga. Uno è costituito daidirewolves - i non estinti canis dirus, tradotti malamente con meta- lupi - ciascuno dei quali accompagna i rampolli della casa Stark. Li percepiamo, grandi e possenti, agili e spietati ma fedeli e affettuosi con i padroncini. L’altra immagine che ci rimane scolpita nella mente è quella del Wall, l’immensa muraglia di ghiaccio che da secoli divide le terre degli uomini dalle lande selvatiche e desolate del nord, nascondiglio di cose misteriose, pronte a ghermire nel buio e uccidere. Pare di vederlo, l’immenso muro traslucido, con i suoi camminamenti cosparsi di ghiaino che scricchiola sotto le suole dei Guardiani, con le incrinature, le crepe e i rivoletti di scioglimento, in un mondo dove le stagioni non sono quelle da noi conosciute, ma alternano grandi glaciazioni a lunghe primavere.

Rispetto alle altre cronache fantasy, grande spazio è dato alla sessualità, materia che, di solito, viene rimossa e sublimata. Qui amplessi e stupri sono frequenti ed espliciti, l’universo è selvaggio e insanguinato, al punto che la serie televisiva tratta dal romanzo è stata considerata “diseducativa” per i giovani. Non ci si tira indietro neppure di fronte all’incesto o alla pedofilia. Jaime e Cersei sono gemelli, come Cathy e Heathcliff (senza averne l’oscura potenza) si completano a vicenda e l’atto sessuale per loro è una sorta di riunione con la metà perduta. Daenerys va sposa al suo principe guerriero a soli tredici anni. Sansa ed Arya sono bambine ma già suscitano desideri nei maschi adulti.

Anche la religione trova una collocazione, dimenticata nell’atea Terra di Mezzo e in altri universi fantastici. Il culto dei septon e delle septas, che sta soppiantando quella degli antichi dei, ricorda il conflitto fra cristianesimo e druidismo, così ben rappresentato non solo da Merlino e Morgana inExcalibur (che, non dimentichiamolo, si basa su La Morte d’Arthur di Thomas Malory) ma anche nei romanzi della Bradley e, in particolare, ne “Le nebbie di Avalon" e nel suo prequel, “The Forest House”, costruito sulla storia narrata nella Norma di Vincenzo Bellini.

Le tecniche narrative applicate nel testo sono le più comuni e collaudate del genere. I personaggi seguono il POV, cioè il punto di vista circoscritto alternato in capitoli, pratica affinata da Tolkien - il quale non perde quasi mai la focalizzazione hobbit - e portata avanti poi da Terry Brooks nel “Ciclo di Shannara”. La capacità narrativa si esplica con quello che possiamo definire “lo sguardo circolare”. Mentre racconta, l’autore non perde mai di vista la scena generale, ha un occhio capace di cogliere i particolari circostanti, si chiede che cosa fanno gli altri personaggi intorno, chi si sta muovendo nell’ambiente, e fa agire ed esprimere ogni figura secondo le proprie peculiarità.

Per concludere, possiamo dire che Martin, all’interno di un genere conosciuto e sfruttato, ha saputo trovare un’interpretazione personale, in grado di dare un senso a ciò che scrive, affinché non sia inutile, superfluo o, peggio, ridicolo.

 

"When you play the game of Thrones, either you win or you die."

 

Can a tasty soup be born from a heated soup? The answer is yes, in the case of Game of Thrones, the fantasy novel by George R.R. Martin.

If already in the author's initials we hear the echo of name of the greatest exponent of the genre, in other words Tolkien, we can say that the whole novel is the saga of the already seen. Never as in this case, every image, every description, every environment, every battle fought and weapon brandished, is connected to something already heard and observed, something that is part of the cultural background of anyone familiar with the imagination and with the imaginary. All kinds of associations come to mind, seen and heard not only on books, but on television, in the cinema, everywhere.

The tournaments, the armour, the chain mails are reminiscent of Sir Lancillotto in films such as John Boorman's Excalibur (1981), but also Jerry Zucker's First knight (1995). The young Sansa looks so much like Meg that goes to the "vanity fair" in Little Women by Louisa May Alcott. The giant medium Hodor is similar, also in the name, to Hagrid of Harry Potter (which is from 1997 and is therefore not much later). The various families fighting for the throne are close to the inhabitants of the planet Cottman IV in the Darkover Cycle, or to the historic War of the Two Roses. The bloody, erotic and barbaric atmospheres of the vein dedicated to Daenerys and her husband Drogo remind us of television dramas inspired by the figure of Attila and Genghis Khan.

In short, it's all a succession of déjà vu. So one might think that the genre has nothing more to offer, that Martin's novel is only for aficionados influenced by the success of the television series of the same name. Instead it is not so, instead it has been a long time since we immersed ourselves in a reading of eight hundred pages with the feeling of having really fallen into a fantastic secondary world, with attention to the smallest details and coherent. Those who write gender fiction, in fact, know that, whatever the topic covered, they must never lose the reader's trust with gross errors. To understand, an eye cannot be glassy, ​​nor the will made of iron, in a universe where glass and iron have not yet been invented. And it has been a long time since we have seen Tolkien's subcreation in place with such force that we immediately rush to the bookstore to buy the second of the series and then the third and so on. Within elements already known and attributable to a wealth of common knowledge, Martin must be recognized for his ability to have developed some figures and some situations in a very personal way.

Among the characters, the two girls with the opposite character stand out, the meek Sansa and the tomboy Arya - really attributable to the archetypes Meg and Jo - and Tyrion, an obvious and at the same time ingenious reworking of the fantasy dwarf. Tyrion is in fact a true human dwarf, an unwelcome son of a warlord, with all the psychological consequences that his deformity entails. We are also struck by little Bran, who remains paralyzed by an enemy hand and bravely faces his misfortune, or Jon Stark, the bastard son who would die just to be loved by his father as much as his other children. The characters are described alla round, They have a past, a present and a future, they have families and deep psychological  motivations, such as Jon's mysterious illegitimate birth, or the unhappy relationship with the father of the obese, cowardly and clumsy Sam (on closer inspection many of the characters have conflicting relationships with their parents). The author Knoews all his creatures, knows what they would say in all circumstances, knows how they act, what place they occupy in space and what their movements are.

 

Beyond the characters, there are also some elements that characterize the saga. One is made up of direwolves - the non-extinct canis dirus, - each of which accompanies the scions of the Stark house. We perceive them, large and powerful, agile and ruthless but faithful and affectionate with the owners. The other image that remains engraved in our mind is that of the Wall, the immense wall of ice that for centuries has divided the lands of men from the wild and desolate lands of the north, a hiding place of mysterious things, ready to grasp in the dark and kill. It seems to see it, the immense translucent wall, with its walkways sprinkled with gravel that creaks under the soles of the Guardians, with cracks and melting rivulets, in a world where the seasons are not those we know, but alternate large glaciations with long springs.

Compared to the other fantasy chronicles, great space is given to sexuality, a matter which is usually removed and sublimated. Here intercourses and rapes are frequent and explicit, the universe is wild and bloody, to the point that the television series based on the novel was considered "miseducational" for young people. There is no turning back even in the face of incest or pedophilia. Jaime and Cersei are twins, as Cathy and Heathcliff (without having their dark power) they complete each other and the sexual act for them is a sort of meeting with the lost half. Daenerys marries her warrior prince at just thirteen. Sansa and Arya are girls but already arouse desires in adult males.

Religion also finds a place, forgotten in the atheist Middle Earth and in other fantastic universes. The cult of the septoms and septas, which is replacing that of the ancient gods, recalls the conflict between Christianity and Druidism, so well represented not only by Merlin and Morgana in Excalibur (which, let's not forget, is based on Malory’s Mort d’Arthur) but also in Bradley's novels and, in particular, in The Mists of Avalon and in his prequel, The Forest House, built on the story told in Vincenzo Bellini's Norma.

The narrative techniques applied in the text are the most common and proven of the kind. The characters follow the POV, that is the circumscribed point of view alternating in chapters, a practice refined by Tolkien - who hardly ever loses his hobbit focus - and then pursued by Terry Brooks in the Shannara Cycle. The narrative ability is expressed with what we can call the "circular gaze". While telling, the author never loses sight of the general scene, has an eye capable of grasping the surrounding details, wonders what the other characters around do, who is moving in the environment, and makes each figure act and express according to its peculiarities.

To conclude, we can say that Martin, within a known and exploited genre, has been able to find a personal interpretation, capable of making sense of what he writes, so that it is not useless, superfluous or, worse, ridiculous.

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L'ipocondriaca

6 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

“Ne ha saltato uno.”
“Eh?”
“Ne ha saltato uno, ti dico.”
“Ma uno cosa?”
“Un battito, per la miseria! Se ti occupassi di me, Ennio, se mi guardassi ogni tanto, sapresti che mi stavo misurando le pulsazioni cardiache.”
“Lo fai almeno dieci volte il giorno, Elena, e poi sono le due di notte. In ogni modo, fammi sentire…” Ennio allunga un braccio verso l’abat jour e accende la luce. Con l’altra mano, prende delicatamente il polso di sua moglie e comincia a contare fissando l’orologio.”
“Mi sembrano regolari.”
“No! Ne salta uno ogni tre! Ti rifiuti sempre di vedere i problemi. Te l’ho spiegato che sono giorni che ho un dolore, qui a sinistra. E’ proprio come hanno detto alla televisione. Ci sono certe vene che ti si possono rompere da un momento all’altro e la mia deve essere vicina. Ecco, vedi, non respiro, soffoco!”
“Calmati, Elena, non è niente. Vedrai, appena smetti di agitarti, ti passa tutto. Ieri piangevi per la vescica e dopo dieci minuti hai fatto pipì ed è tornato tutto a posto. Ti preparo una camomilla, va bene?”
“Mettici tre cucchiaini di zucchero. Mi sento così strana, Ennio. Deve essere colpa delle supposte che mi ha dato il dottor Collecchi. Sul bugiardino c’è scritto che possono provocare aritmie.”
“E tu i bugiardini non li leggere!”
“Fossi matta! Così ci resto secca!”

Prima di andare in cucina a preparare la camomilla per Elena, Ennio si ferma in bagno a sciacquarsi il viso accaldato e gli occhi lustri.
Quando rientra in camera, Elena si è assopita con la luce accesa, la testa reclinata, il respiro regolare e tranquillo. Ennio posa il vassoio sul comodino, accanto ad un fascio di riviste mediche, e rimane a guardare sua moglie in silenzio. Sta per dirle quanto bene le vuole, ma il cucchiaino scivola e sbatte sul pavimento.
“Mi dispiace, ti ho svegliata.”
“Hai messo lo zucchero, Ennio?”
Lui annuisce, non dice niente per colpa del groppo che gli chiude la gola. Torna a letto, si stende accanto a lei, spegne la luce. Prima o poi dovrà dirle la verità.
Lei però si accoccola nell’incavo del suo braccio bollente e si riaddormenta subito, mentre lui rimane sveglio a fissare il soffitto, buio come il coperchio di una bara.
*******

“Mi creda, dottor Collecchi, ho avuto una notte terribile, il cuore sembrava impazzito e mi sentivo una morsa sul petto, ecco, proprio in questo punto…”
“Signora Malagodi, visto che è qui, sarebbe opportuno che io le parlassi, ciò che devo dirle mi è infinitamente gravoso, ma è giusto che lei sappia...”
“Allora è vero, sono cardiopatica! Ed Ennio sempre a negare, a darmi dell’ipocondriaca! Pensa solo a se stesso, gli uomini sono tutti egoisti…”
“Signora Malagodi, non …”
“Lo so, dottore, lo so, sta per dirmi che l’elettrocardiogramma è sballato…”
“Signora Malagodi … avrà notato che suo marito non è più lo stesso da qualche tempo…”
Ennio? Cosa c’entra, adesso? Anzi, perché non è qui a confortarmi, a tenermi la mano?
“… è pallido…”
Pallido?
“… la sua massa muscolare si è atrofizzata…”

Uscendo dallo studio del dottore, l’unica cosa che Elena ha capito, è che Ennio sa da tre mesi di dover morire.
Non le ha detto niente, povero Ennio, si è tenuto dentro il dolore e la paura, senza dividerla con lei. Anche questa mattina, salutandola sulla porta, le ha dato un bacio, mormorando: “Io vado, Elena, ma, mi raccomando, tu non ti agitare, stai serena.”
Povero, povero Ennio.
(Uhm… E se il bacio era contagioso?)

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AA.VV., "Raccontare Piombino"

5 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

AA.VV., "Raccontare Piombino"

Raccontare Piombino di AA.VV.

Pagine 150 – Euro 14

Undici autori per raccontare una città, anzi dodici, perché gli splendidi scatti di Andrea Frediani immortalano Piombino in tutta la sua bellezza. Umberto Bartoli, Valentina Della Lena, Paolo Ferrari, Alessandro Fulcheris, Emilio Guardavilla, Federico Guerri, Gordiano Lupi, David Marsili, Marco Miele, Simone Pazzaglia e Paolo Silvestri sono i narratori chiamati all’opera. La città è la vera protagonista, in un libro che non vuol essere celebrativo, né agiografico, ma soltanto un atto d’amore compiuto da un gruppo di scrittori che vivono un rapporto stretto con il litorale tirrenico. L’azione degli undici racconti si svolge nei luoghi simbolo della città: Porto, Marina, Salivoli, Pinetina, Città Vecchia, Populonia, Baratti, Centro Storico… Un biglietto da visita per un luogo dell’anima in rapido divenire, dalla monocultura dell’acciaio alla diversificazione turistica.

Prefazione in forma di racconto

Tornando da Milano rivaluto la mia bistrattata Piombino, piccola città di mare abbandonata tra sentore d’acciaio e profumo di scogliere. Percorro senza sosta vecchie strade, alla ricerca del mare, quel mare che tanto mi manca nella distanza e che do per scontato quando lo trovo a portata di mano, d’olfatto, di vista. Rivedo angoli di tetti sporgenti tra scogliere, cadenti ricordi d’archeologia industriale, pinete che protendono rami nel cielo, braccia ritorte piangendo preghiere. Sogno un bambino che corre tra prati d’illusione, memoria del passato che si fa ricordo, mentre intorno fiorisce una labile primavera. Penso che fino a ieri tutto era neve e dolore, ghiaccio e disperazione, freddo e timore. Scorgo il volo d’un gabbiano. Mi è capitato d’odiare la sua altera presenza, ma adesso mi reca un senso di pace, mi conforta vederlo, mi basta quel profilo imponente sul tetto d’una casa di mare, ché solo a Piombino ho visto condomini sulle scogliere, unica città al mondo edificata a misura d’operaio. Rivedo lo chalet sul mare, il bar nella piazza ai caduti, dove al mattino giardinieri svogliati compongono la scritta Salivoli con piante grasse. È il bar dove ho bevuto l’ultimo caffè con mio padre, prima che se ne andasse, il bar dove ogni tanto lo rivedo sorridente davanti alla tazzina di caffè. E poi dicono che non esistono i fantasmi. Non vi fate ingannare. Certo che esistono, invece. Sono dentro di noi, accompagnano una vita raminga, provvisoria, sono la nostra guida, per noi che non siamo Dante ma non possiamo restare orfani di Virgilio. Il vento di scirocco mi penetra i sensi impregnato di salmastro. D’un tratto comprendo l’angoscia di Cabrera Infante, le ultime ore in un letto d’ospedale, lontano dalla sua terra, al termine d’un esilio che supera i confini della vita. Povero Guillermo, che quando scriveva di cinema si faceva chiamare Caín, quanta tristezza morire a Londra sognando il lungomare dell’Avana, i ragazzini bagnati dagli schizzi dell’oceano, i venditori di rum, i froci, le puttane, le case cadenti, i cabaret sulle scogliere, gli alberghi di undici piani che scoprono un cielo stellato. Quanta tristezza. (Gordiano Lupi)

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Francesca Rizza, “Il viola di Alex”

4 Settembre 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #recensioni

Francesca Rizza, “Il viola di Alex”

Il viola di Alex
Francesca Rizza
Arduino Sacco Editore, 2013
pp 270

19,90 €

Il romanzo di Francesca Rizza racconta la vita di Alex e il difficile percorso che la porta ad accettare la propria omosessualità. Il testo, che rientra pienamente nel genere drammatico-erotico indicato dall’editore, parte descrivendo l’infanzia e adolescenza della protagonista e il suo precoce scontro con l’intolleranza della società in cui vive.

Consapevole fin da piccolissima delle proprie inclinazioni, Alex stringe un’intensa amicizia con Andrea, un bambino che a nove anni le confida il proprio amore per un coetaneo. Lei gli confessa a sua volta la propria omosessualità e tenta di convincerlo a dichiararsi. Andrea rimarrà vittima di un delitto omofobico e la violenza subita dall’amico, assieme a quella inflittale dal fratello, segnerà in maniera indelebile Alex e la sua visione del mondo.

La violenza è uno dei fili conduttori nei primi capitoli di questo romanzo, e torna ogni volta a dissuadere la protagonista dal vivere le sue naturali inclinazioni, portandola all’assurdo proposito di non toccare mai più una donna e trovare il proprio appagamento in una compulsiva collezione di esperienze eterosessuali, dolorose e insoddisfacenti.

Solo dopo una relazione con un uomo diverso da tutti quelli conosciuti precedentemente, che la spinge a esplorare la sua omosessualità e la porta in viaggio in Spagna, Alex trova il coraggio di affrontare la sua natura e iniziare una relazione con una donna.

Il romanzo si articola in una serie di capitoli incentrati sulle figure rilevanti nella vita della protagonista, di cui portano il nome, accompagnando la progressiva evoluzione di Alex verso il superamento dei suoi traumi e l’accettazione della sua identità. Positiva è la descrizione di una vita individuale, che nella complessità delle sue esperienze non si lascia incastrare in nessuno stereotipo, né ridurre alla volontà di veicolare un preciso messaggio. Tuttavia in alcuni passi le vicende narrate e le descrizioni, generalmente intense e coinvolgenti, risultano forzate e avrebbero probabilmente necessitato di un ulteriore editing. Nonostante ciò, il libro si legge in maniera scorrevole e non manca di catturare il lettore con passaggi fortemente disturbanti, alternati a sequenze di piacevole lettura.

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La scelta

4 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

“Fra non molto chiudiamo, sorella.”
La ragazza dei biglietti la fissava dalla sua nicchia, con le mani guantate. Ma il tramonto non era freddo, almeno non per lei che amava camminare nell’aria dolce e pulita. “Non si preoccupi, cara, solo un giro veloce.”
Gli ultimi visitatori si attardavano a scattare foto lungo la Via Sacra. Lei camminò senza sforzo, col mezzo tacco d’ordinanza, sui lastroni convessi e lucidati dal tempo. Negli ultimi tempi, percorreva quella strada ogni volta che aveva qualche ora libera.
Ecco i faticosi gradini e poi subito su, verso il tempio di Vesta.
Un poco ansimando, si voltò a guardare da quella posizione elevata. I rumori del traffico erano attutiti dall’isola pedonale. A sinistra l’arco, le colonne scanalate, annerite, a destra le grandi pietre collassate, su cui i turisti ancora si arrampicavano per mettersi in posa. Lontana, sullo sfondo, l’imponente mole del Colosseo.
D’impulso, appoggiò la fronte contro il marmo di una colonna. Lo sentì tiepido, come di ricordi assorbiti nelle venature porose.
Voci, uno scalpiccio di zoccoli, un clangore di ruote, di metalli.
“Licia?”
Licia sussultò, voltandosi a incontrare lo sguardo severo della superiora. “Che cosa c’è, Licia?”
Come spiegare l’uggia che teneva in petto, il desiderio di un’altra vita. “Da quanto sono qui, madre?”
“Quasi dieci anni, il tuo noviziato è al termine, presto sarai addetta al culto, lo sai.”
Licia chinò il capo, sospirando, poi sollevò di nuovo lo sguardo e lo lasciò vagare sui tetti rossi di Roma.
“Che c’è che non va?” incalzò la superiora, “non pensi ai privilegi, all’onore di servire la Dea che rappresenta la vita stessa della città? Sei una vestale, Licia, riverita e venerata da tutti. Anche i magistrati ti cedono il passo.”
“Sì, madre e, più di questo, ti confesso che amo l’idea di sentirmi parte di una comunità. Ma…”
La superiora si avvicinò, la prese per le spalle con entrambe le mani. “Il dubbio non ti è concesso, Licia. Sai cosa accade a chi tradisce. Hai visto cosa hanno fatto a Drusilla.”
Licia rabbrividì, come se l’aria si fosse improvvisamente gelata. Drusilla, la sua compagna di giochi, quando entrambe erano entrate nel tempio, all’età di sei anni. Drusilla dalla risata dolce e squillante, dal passo veloce. Drusilla era morta, murata viva dentro una tomba. Perché una vestale non la si può uccidere, deve morire da sola. Ogni sera, Licia stentava a prendere sonno, pensando a Drusilla, alla sua disperazione, a come doveva aver grattato la pietra fino a scorticarsi le mani, chiamando aiuto, chiedendo la grazia di un po’ d’acqua.
Licia si scosse, si allontanò dalla stretta della superiora. “Non ci voglio pensare, non voglio più ricordare, è troppo penoso.”
“E allora tieni duro, se non vuoi fare la stessa fine.”
Licia trasalì, fece un passo indietro. Capiva che la superiora era così dura con lei perché temeva il suo turbamento.
“Voglio solo il tuo bene, Licia”, le confermò, “pensa che hai delle radici, che appartieni a questo luogo. Guarda come è bello.”
Sì, era davvero bella la luce che riverberava sui colli infiammati dagli ultimi raggi. Le facciate imponenti dei templi parevano rifletterla, s’indoravano, si arrossavano nella dolcezza di quella serata tiepida.
“Sii felice, Licia, sii felice più che puoi, perché non hai scelta. Credi che anch’io non abbia sofferto, credi che non mi siano mancate le braccia di un uomo, la mano di un bambino nella mia? Ma la nostra è una vita di rinuncia. E alla rinuncia ci si abitua, Licia. Dopo un po’, vedrai, non brucerà più.”
Licia annuì, sentendosi sconfitta e stanca, stanca come se, sulle giovani spalle, non avesse anni, ma secoli.


Riaprì gli occhi. Aveva visto e sentito cose che non avrebbe dovuto vedere, né sentire. Aveva avvertito le vibrazioni della roccia, i segreti dolorosi racchiusi nello scrigno del tempo. Prese in mano il crocifisso che teneva al collo e lo baciò. “Gesù, credo che tu mi stia parlando attraverso lei.”
Suor Maria fece tutto il percorso a ritroso, fino all’uscita. Attraversò il varco a testa china, le mani in tasca, il passo frettoloso. Salì sul primo autobus che l’avrebbe riportata in Vaticano. Per tutto il tragitto ripensò a Licia, la giovane vestale. Non mise in dubbio neppure per un istante che la ragazza fosse esistita davvero. Troppo vivide le sensazioni, troppo nitidi i ricordi. In un modo inspiegabile, qualcosa o qualcuno l’aveva guidata più e più volte fino al tempio in rovina, affinché Licia potesse mettersi in contatto con lei.
E non era un caso, ma un messaggio che nostro Signore le inviava.
I dubbi, che non l’avevano mai sfiorata quando aveva pronunciato i voti molti anni addietro, all’età della giovane vestale, stavano germogliando adesso dentro di lei. Da giorni, da mesi, sempre più forti, incalzanti, dolorosi. E non poteva più negarli, lei che, al contrario di Licia, una scelta l’aveva.
Due donne, pensò, accumunate da uno stesso destino. Una giovane pagana consacrata sull’altare della rinuncia, e una suora di mezza età, preda dell’abitudine e di gesti meccanici, ormai vissuti come vuoti di senso e ripetitivi, privi di slancio autentico.
Mentre scendeva dall’autobus, pensò che, quella sera, nel chiuso della sua cella, avrebbe meditato a lungo. Avrebbe chiesto a Gesù l’umiltà e la forza per guardarsi dentro, per mettersi in discussione come non aveva mai fatto, per cercare l’autenticità di vita e di fede alla quale era sempre sfuggita seguendo binari prestabiliti e forse neppure scelti da lei. E se questo significava lasciare il seno confortante della madre Chiesa, lo avrebbe fatto. Avrebbe riflettuto e pregato fino a sfinirsi, fino a spellarsi le ginocchia sul legno, per capire se ancora c’era una via d’uscita.
L’avrebbe fatto per suor Maria. E per Licia.

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Nonhosonno (2001) di Dario Argento

3 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Nonhosonno (2001)

di Dario Argento

Regia: Dario Argento. Soggetto: Dario Argento, Franco Ferrini. Sceneggiatura. Dario Argento, Franco Ferrini, Carlo Lucarelli. Montaggio: Anna Rosa Napoli. Fotografia: Ronnie Taylor. Effetti Speciali: Sergio Stivaletti. Musiche: Goblin. Scenografie: Massimo Antonello Geleng. Costumi: Susy Mattolini. Trucco: Alfredo Marazzi, Graziella Tosti. Produzione: Dario Argento, Claudio Argento (Produttore Esecutivo). Case di Produzione: Medusa, Opera Film, in collaborazione con Tele Più. Durata: 112’. Genere: Thriller. Interpreti: Max Von Sydow (doppiato da WalterMaestosi), Stefano Dionisi, Chiara Caselli, Roberto Zibetti, Paolo Maria Scalondro, Gabriele Lavia (doppiato da Rodolfo Bianchi), Roberto Accornero, Rossella Falk, Barbara Lerici, Guido Morbello, Massimo Sarchielli, Diego Casale, Alessandra Comerio, Elena Marchesini, Aldo Massasso, Barbara Mautino, Linda Giumento, Elisabetta Rocchetti, Conchita Puglisi, Brian Ayres, Daniele Angius, Robert Camerio, Claudio Coreno, Luca Fagioli, Daniela Fazzolari, Aldo Delaude, John Pedeferri, Francesco Benedetto, Renato Liprandi, Antonio Sarasso, Piero Marcelli, Rossella Lucà, Giuseppe Minutillo, Giancarlo Colia, Francesca Vettori, Antonio Rec.

Nonhosonno è un ottimo thriller orrorifico a tinte forti, ricco di effetti speciali, ambientato a in una Torino cupa e notturna, che a tratti ricorda (volutamente) Profondo rosso (1975).

Raccontiamo la trama. La prima scena ci porta a Torino, nel 1983. Vediamo il commissario Moretti (Von Sydow) accanto a Giacomo, che ha assistito inerme alla barbara uccisione della madre da parte di un sadico killer, ma non l’ha visto in volto. Eccessivo l’omicidio, in puro stile Argento - Stivaletti: un corno inglese usato per sfondare la trachea della donna. Salto temporale di diciassette anni. Il killer - chiamato il nano assassino - non è morto come si pensava, ma torna a colpire, uccidendo due prostitute. Il vecchio commissario Moretti è in pensione ma si occupa del caso insieme a Giacomo (Dionisi), che torna a Torino per capire chi ha ucciso sua madre. Riprendono gli omicidi, tutti bizzarri, e il commissario si rende conto che seguono le strofe di una vecchia filastrocca, ripresa da La fattoria degli animali e contenuta nel libro scritto dal presunto killer (La fattoria della morte), che era un autore di gialli. Il colpevole, come regola, è il meno prevedibile, dopo che il regista ci ha fatto sospettare di tutti, persino del fantasma del vecchio killer (il nano Vincenzo), un fantoccio esposto dal barbone Leone (Sarchielli) alla finestra. Muoiono il commissario per un attacco cardiaco, la madre di Vincenzo, dopo aver confessato che il figlio non si era suicidato ma era stata lei a ucciderlo per liberarlo, infine l’avvocato Betti (Lavia), il padre di Lorenzo (Zibetti), che era il più indiziato. Il killer psicopatico è proprio Lorenzo, amico d’infanzia di Giacomo, non era un nano a uccidere ma un ragazzino schizofrenico, protetto dal padre, che per non farlo scoprire l’aveva mandato all’estero per diciassette anni. Lorenzo aveva sfruttato il nano Vincenzo, incolpandolo dei suoi delitti, utilizzando le idee che il primo scriveva sui libri.

Nonhosonno presenta molte analogie con Profondo Rosso. Gabriele Lavia (avvocato Betti, padre di Lorenzo) è ancora una volta il presunto colpevole e recita identica battuta, nel solito modo (“È tutta colpa tua!”). Lavia, in Profondo rosso era il figlio che proteggeva la madre assassina, qui è il padre che protegge il figlio serial killer. Argento gira di nuovo una lunga scena al Teatro Carignano: l’omicidio della ballerina che interpreta il canto del cigno. Unica eccezione con la restante opera di Argento, al punto che era diventata una sorta di stile, una firma d’autore: non è lui a guidare l’assassino, non indossa i guanti, non sono sue le mani che uccidono. In compenso presta la sua voce in falsetto all’assassino quando da sotto le coperte dice: “Ne ho ammazzate tante… tante… tante…”. Nonhosonno ha il limite di essere la solita storia sul killer psicopatico che uccide, ma presenta molti elementi di originalità e alcune sequenze girate in maniera perfetta. La tensione è sempre ai massimi livelli e non ci sono cali di suspense. La lunga scena a bordo del treno con il massacro delle due prostitute è da antologia del brivido, una delle migliori cosse girate nel campo del cinema thriller. Soggettive della vittima e dell’assassino si alternano in un crescendo angoscioso e claustrofobico. Il terrore della donna è palpabile e conduce a un’inevitabile finale gore con il taglio del dito e l’efferata uccisione. Molto eccessivo anche il delitto della prostituta in attesa del treno, trucidata nella sua auto, sotto gli occhi di un ubriacone. Le soggettive si sprecano, ma non sono mai inutili, anzi, servono a costruire un clima di terrore e di tensione narrativa. Altro delitto ben costruito vede una donna affogata nell’acqua con il taglio delle unghie dopo morta. Non sono da meno il delitto in ascensore con la testa schiacciata alla parete e i denti che schizzano fuori dalle gengive. Una ballerina viene decapitata e muore come un cigno durante le prove per il balletto, in una sequenza stupenda che vede i piedi rialzati da terra in un terminale gesto danzante. Gli ultimi omicidi sono efferati ma più ordinari, a parte una trapanazione del cranio con una penna stilografica. Il killer muore cadendo dal finestrone proprio mentre arriva la polizia, che scopre i reperti dei vecchi delitti e i corpi trucidati del padre e di Leone. Originali i titoli di coda che scorrono mentre il regista imposta le sequenze finali. Alcuni flashback riportano al passato, il ragazzo ricorda la morte della madre con tutte le orribili sequenze della morte. Le parti con il nano fantasma sono ottime, ricordano Profondo rosso e i pupazzi animati di cui Argento ama circondarsi. Non mancano i giochi dei bambini, il suono di un carillon, le filastrocche, la musica intensa dei Goblin, che cercano di citare il loro capolavoro. Ottimi gli attori, cosa insolita in un film di Argento. Max Von Sydow (1929) è il migliore, nei panni di un compassato commissario perseguitato da insonnia e vuoti di memoria. Tutti ricordano lo svedese come attore feticcio di Ingmar Bergman e per la sua grande interpretazione ne L’esorcista (1973) di William Friedckin. Rossella Falk (1926 - 2013), recentemente scomparsa, è una perfetta madre del presunto assassino, angosciata e preoccupata per la sorte del ragazzo deforme. Gabriele Lavia (1942) è intenso attore teatrale e regista di alcuni interessanti film erotici interpretati dalla compagna Monica Guerritore. La sua presenza è un elemento di continuità con Profondo rosso (1975) e con Inferno (1980). Non si vede molto, ma recita la sua parte con efficacia. Stefano Dionisi e Chiara Caselli sono diligenti, belli a vedersi, ma non entusiasmano, anche se interpretano una credibile scena erotica prima della sequenza decisiva. Il peggiore del cast è Roberto Zibetti, un killer troppo impostato; la colpa non è tutta sua, ma anche delle banalità che la sceneggiatura gli impone di pronunciare in una scena finale che non è indenne da pecche. Altri pregi del film: un’intensa fotografia (Ronnie Taylor) - soprattutto notturna - di Torino, ripresa sotto la pioggia, in stazioni deserte e quartieri periferici, con la Mole Antonelliana sempre sullo sfondo. Terzo film di Argento con Ronnie Taylor, uno dei più importanti esponenti della fotografia inglese, che risolve il problema più grande: girare quasi venti minuti a bordo di un treno. Ottime le scenografie di Antonello Geleng, ma non sono da meno trucco ed effetti gore a cura di Sergio Stivaletti. I Goblin, guidati da Claudio Simonetti, ci regalano alcuni pezzi interessanti. Il complesso è composto anche da massimo morante, Fabio Pignatelli e Agostino Marangolo. Nelle sequenze musicali del film vediamo impegnato anche il gruppo torinese dei Miu - Miu. Asia Argento scrive la filastrocca (originale) che ispira l’omicida.

Rassegna critica. Paolo Mereghetti (una stella e mezzo): “Argento sembra aver dato ascolto ai suoi fan, tornando al genere che gli è riuscito meglio: il thriller con colpi di scena e tanti ammazzamenti. Di fatto gira una specie di remake di Profondo rosso,con qualche citazione di Tenebre nelle tecniche degli omicidi (gore ma non troppo grazie agli effetti di Sergio Stivaletti), confermando una mancanza d’ispirazione che mette malinconia. Oggi, poi, non c’è neanche più la tecnica (malgrado la fotografia di Ronnie Taylor); le musiche dei Goblin sono fiacche e risultano più che mai evidenti le inverosimiglianze della sceneggiatura, il ridicolo involontario dei dialoghi, la mancanza di una direzione degli attori”. Non concordo su niente, ma riporto il giudizio dell’illustre critico per dovere informativo. Morando Morandini (due stelle per la critica, tre stelle per il pubblico): “Sceneggiatura sghemba per tornare agli inizi con un thriller a enigma, pur non rinunciando all’abituale eccedenza di ammazzamenti (una dozzina abbondante), tutti mostrati con la solita efferatezza di particolari gore. È un film di paura che ha l’imperdonabile torto di far ridere per i dialoghi maldestri, la logica latitante. All’attivo almeno due sequenze e la cornice di Torino. Ingombrante la musica dei Goblin”. Valutazione più accettabile, ma non condivisibile. Pino Farinotti conferma le due stelle: “Storia complicatissima, con il rito della morte troppo frequente. Certo, funziona, ma un po’ a buon mercato”. I critici “alti” rimproverano a Dario Argento un eccesso di ammazzamenti, chi conta dodici, chi quindici omicidi, affermano che si tratta di un rituale furbo, tradizionale, eterno, senza rendersi conto che è soltanto uno stile. Un film di Argento si riconosce anche da questo, per il confine labile tra thriller e horror, per gli eccessi splatter e gore, con buona pace degli esteti e dei critici con l’idiosincrasia per gli italiani che fanno horror. Dario Argento dà il giudizio più obiettivo: “Il film ha una partenza sprint che dura tantissimo. I primi venti minuti sono fortissimi, quasi insostenibili. Mi pento di non aver fatto un finale altrettanto forte. Credo che quella partenza avrei dovuto sfruttarla per il finale”. (Dario Argento - Libro intervista a cura di Fabio Maiello, Alacran). La scelta di Torino: “Conosco Torino come se fosse la mia città. Non mi servivano soltanto gli appartamenti belli ed eleganti, ma anche posti periferici abitati da povera gente. Per esempio la zona residenziale degli ex operai della Fiat. Per trovare la villa ho dovuto girare parecchio. In studio ho girato pochissime scene, tra cui quella finale”.

Nonhosonno vale tre stelle, non fosse altro per un inizio sfolgorante, intenso, insostenibile. I primi due delitti e l’inseguimento sul treno valgono da soli il prezzo del biglietto.

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Ancora Francesco Bruni

3 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Scialla - Stai sereno (2011)
di Francesco Bru
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Francesco Bruni è bravo. Gli addetti ai lavori lo sanno bene, il pubblico distratto meno, ma quasi tutte le storie che Paolo Virzì ha portato al cinema sono state scritte dalla prolifica penna di Bruni. Scialla! è la sua prima regia, nel solco della commedia l'italiana nuova maniera, che parte dalla vita quotidiana, accenna a elementi drammatici, racconta il mondo contemporaneo e termina con un lieto fine realistico. Dolce ma non sdolcinata. Vera, lontana mille miglia dalla fiction televisiva, ben calata nella realtà. Bruni racconta una piccola storia italiana ambientata a Roma, tra il mondo della scuola, un controverso rapporto padre figlio e l'ambiente dei piccoli spacciatori. Fabrizio Bentivoglio è straordinario nei panni di Bruno, il professore disilluso che ha mollato la scuola per scrivere biografie, per raccontare la vita degli altri, attori come cantanti. Non sopportava più le nuove generazioni, non le capiva. In compenso si trova a combattere con Luca (l'esordiente Scicchitano), un figlio ritrovato con cui deve inventare un rapporto che non ha mai avuto, e persino con il mondo della scuola dal quale era uscito. Dialetto romanesco e gergo giovanilistico a volontà: "scialla", "me so' sciallato", "nun t'accolla"…, bella fotografia seppiata di una Roma realistica, musica rap mixata a momenti melodici, montaggio serrato quanto basta e suspense narrativa da sceneggiatore provetto. La cosa più bella di Scialla! è l'analisi introspettiva dei personaggi, che non sono macchiette, ma caratteri ben definiti, personaggi ai quali ci si affeziona e si freme per le loro sorti. Bentivoglio tratteggia un professore disilluso dalla vita, cinico, uno scrittore fallito, ma anche un uomo che - grazie al figlio - vorrebbe riscattare un'esistenza distratta, lontana da ogni impegno. Il professore divide la sua vita tra il ragazzo da accudire per superare l'ostacolo scolastico e il libro da scrivere su una pornostar che finisce per innamorarsi di lui. "La cosa di cui avrei più bisogno è dormire abbracciato a qualcuno", confessa il professore. Pura poesia. Barbara Bobulova è ben calata nel ruolo della pornostar imborghesita che riesce ancora a innamorarsi. Molto ben scritte le parti in cui il professore cerca di spiegare al figlio il rapporto tra Achille e Patroclo, ma anche il concetto di pietas greca. Altrettanto suggestiva la scena in cui il ragazzo prende in spalla il padre come fece Enea con Anchise, ma lui che non è un grande studente lo chiama Ascanio. Scicchitano è un perfetto sedicenne, un adolescente svogliato e insicuro che piacerà ai suoi coetanei, un ragazzo vero, calato in un ambiente scolastico per niente artefatto. Persino i personaggi più irreali sono ben delineati. Si pensi al poeta, il piccolo spacciatore che protegge il professore dopo averlo riconosciuto come l'insegnante di italiano delle superiori, il solo che gli abbia trasmesso dei valori. "Quanto ci manca Pasolini, professore!", dice. Vero che il finale profuma un po' di fiaba, ma è riscattato da un'ultima sorpresa, quando il figlio chiede di essere bocciato perché non merita sconti. "Mi davano tre materie. Mi giocavo l'estate", dice al padre allibito. Una poetica lunga sequenza cita il Nanni Moretti di Caro Diario con il padre che vaga per Roma in motorino e immagina il figlio a ogni angolo di strada intento a fare un mestiere diverso (lavavetri, militare, cameriere…). Originale la trovata dei titoli di coda che scorrono a destra, mentre a sinistra assistiamo al divertente colloquio tra il professore e il poeta che discutono su come scrivere un libro di successo raccontando la vita criminale dello spacciatore
Il cinema italiano non è morto se è in grado di raccontare ancora piccole ma intense storie che profumano di vita vera. Il segreto sta nel partire dal racconto, dalla scrittura filmica, senza troppa pretenziosità intellettuale. Bravo Bruni. Confidiamo in te, ma anche in Cerami, Virzì e altre perle di un piccolo cinema italiano che può tornare grande e sempre meno provinciale.


Condominio (1991)
di Felice Fari
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Il ragionier Michele Marrone si trasferisce con moglie e figlie in un enorme condominio di un quartiere romano composto da quattro scale e quattrocento alloggi. Accetta l'incarico di amministratore ma si trova sommerso dai problemi. Il vecchio amministratore era un imbroglione che è scappato con i soldi, i condomini non sono migliori, le bollette e le quote scadute sono molte, mentre le liti non mancano. Marrone è un uomo tenace quanto gentile, suona alle porte con modi cortesi, si fa aiutare dai più volenterosi, ottiene i primi successi. Il maresciallo Gaetano Scarfi lo appoggia in modo disinteressato, mentre lo stesso amministratore anticipare il suo denaro per svolgere lavori. Incontriamo molti personaggi: Adelaide, matura estetista nubile; Pasquale Sciarretta, dipendente Alitalia abbandonato dalla moglie; Roberto Sgorlon, impiegato dei telefoni impiccione; Lia, ragazza madre; un anziano garagista, piccoli impiegati, donne di casa alle prese con i problemi quotidiani, giovanotti sfaccendati e scapestrati. Marrone risolve un sacco di problemi e insegna ai condomini come vivere nell'interesse comune, poi viene trasferito in un'altra città e lascia una comunità radicalmente cambiata. Tutti lo rimpiangono ma grazie a lui sono diventati meno egoisti.
Un piccolo gioiello di film che viene accolto bene dalla critica.
"Il regista romano Farina tesse con grazia ironica il suo piccolo arazzo. La sceneggiatura ha dei vuoti, e nel racconto manca un pizzico di cattiveria. Farina mette a frutto il suo spirito d'osservazione dipingendo figure e figurine con gusto del colore. Muovendosi lungo la tastiera del tenero e del grottesco, conferma l'attenzione dei nuovi talenti registi italiani nei confronti del sociale e insieme rinfresca la vecchia tradizione della commedia di costume. Una ventina di attori danno vivacità e freschezza al film. (Giovanni Grazzini, Il Messaggero, 31 marzo 1991).
"Trasferitosi con la famiglia dal Sud in un palazzone della Magliana, alla periferia di Roma, puntiglioso ragioniere è nominato amministratore del condominio. Aiutato da un ex poliziotto, cerca di risanare la situazione in nome della solidarietà e degli interessi comuni. Favola metropolitana in forma di commedia dolceamara a mosaico con qualche scivolata nella demagogia sentimentale, ma con molti meriti tra cui il gusto e la capacità di costruire sequenze senza dialogo e una gustosa galleria di figure, disegnate con brio, tra le quali spiccano la parrucchiera smaniosa di Ottavia Piccolo e la madre fiorentina di N. Boris. Tra gli sceneggiatori, Paolo Virzì. (Il Morandini, Dizionario dei film - Zanichelli - giudizio: due stelle e mezzo).
"Dopo Sembra morto ma è solo svenuto (piccola sorpresa della Settimana della Critica veneziana del 1986), l'invisibile Affetti speciali, e la parentesi di un episodio di Sposi, un film prodotto da Pupi Avati, Felice Farina approda con la sua ultima fatica a un condominio della Magliana, un quartiere della periferia della capitale. Nel condominio di Farina arriva un ragioniere zavattiniano, costretto a trasferirsi a Roma con moglie e due figli per motivi di lavoro. I personaggi di Condominio divergono dai modelli imposti dal cinema-verità alla Risi-Tognazzi; sono dei perdenti, che vivono la loro vita in uno stato quasi ipnotico, dal quale faticano a tirarsi fuori. L'impatto con la vita di ogni giorno riesce difficile e le loro maschere sono troppo tenui per poterli difendere. Il film è stato ambientato dal regista in uno dei quartieri che più di altri vive ogni giorno storie di ordinaria violenza e indifferenza. Una particolare citazione va riservata ad un meraviglioso Ciccio Ingrassia, che con una recitazione mai sopra le righe riesce a donare tutta la amarezza di un vecchio triste per la lontananza di un figlio che non si fa vivo, e il dolore per la tragica morte di una moglie molto amata". (Fabrizio Liberti, Cineforum n.304, maggio 1991).
Paolo Mereghetti concede due stelle: "In un palazzone della disastrata Magliana un timido ma puntiglioso inquilino (Delle Piane) viene nominato amministratore condominiale: spalleggiato da un ex poliziotto (Ingrassia), cercherà di far prevalere le ragioni della convivenza e della solidarietà. Il regista impagina una riuscita galleria di ritratti (come l'estetista in tutta di finto leopardo disperatamente sola interpretata da Ottavia Piccolo) in un film gradevole, dichiaratamente ispirato al cinema popolare che sarebbe piaciuto a Zavattini e che, come quello, rischia di scivolare nel patetismo. Il giornalista tv Antonio Lubrano interpreta se stesso,. Sceneggiatura di Paolo Virzì, Francesco Bruni, Gianluca Greco e del regista".
Pino Farinotti assegna tre stelle: "Terza pellicola per il regista Felice Farina. Il tema è quello scottante dell'amministrazione dei condomini. In chiave commedia all'italiana vecchio stampo, girato con garbo, il film narra le gesta, si fa per dire, di un amministratore modello. Oltre a essere diligente, onesto e attento, riesce anche a sanare tutti i problemi e le manovre illegali messe in atto dai precedenti amministratori". Roberto Poppi: "Condominio è la storia di un gruppo di persone ritratte nella loro quotidianità, realista e ricco di felici notazioni psicologiche".
Felice Farina (1954) è un regista che proviene dal teatro, fotografo, attore, sceneggiatore e documentarista. Comincia a recitare nei teatri di cantina dell'avanguardia teatrale romana, si avvicina al cinema grazie alla passione per la tecnica e la sperimentazione, si occupa di animazione, effetti speciali, tecniche di ripresa. I suoi primi lavori sono cortometraggi (Il mentitore, 1982) e documentari industriali, si occupa di alcuni programmi per Rai Due e Rai Tre. Il suo film d'esordio è Sembra morto… ma è solo svenuto (1986), ben accolto dalla critica. I suoi lavori di fiction più riusciti sono le commedie Condominio e Bidoni (1995). Produttore indipendente con la Ninafilm, società di produzione di cinema e audiovisivo con cui realizza documentari per programmi Rai.

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La terza notte

2 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Premetto che di questo racconto gira in rete un'orrenda versione "decostruita" e rovinata senza il mio permesso.

La luce è gialla, abbastanza forte da tenermi sveglia, non abbastanza perché certi rumori non mi facciano paura, come questa vecchia qui accanto che respira con la gola, almeno la facesse finita.
Non sto peggio, mi fa male un po’ il braccio della flebo, solo che il professore ha detto che morirò.
Tre giorni che lo so, e tre notti.
I miei suoceri si ostinano a parlare di quando Miria sarà guarita, quando Miria tornerà in ufficio, quando Miria porterà la bambina a scuola. E’ per via che dopo l’infarto al vecchio tante cose vengono risparmiate.
Luigi tre giorni fa ha pianto, poi ha detto che mi daranno la morfina quando non ce la farò più ed ha smesso di piangere. E’ sollevato, ha diviso il suo dolore con me, si è tolto un peso, lui ha sempre avuto bisogno di appoggiarsi a qualcuno.
Mia madre, lei, ha persino ripreso a rimproverarmi, “devi finire tutta la carne”, ha detto, “quanto credi di andare avanti con il gelato e basta?”
Se dormo, sogno ancora quel loculo di cemento che si chiude, allora è meglio se ora vado nel bagno. Trascino il sostegno della flebo in fondo al corridoio, mentre al piano di sopra, reparto maternità, le mamme vanno ad allattare i neonati. Cinque anni fa c’ero anch’io, con questa stessa vestaglia addosso, quando è nata la bimba.
Faccio pipì, mi sciacquo la faccia, e mi guardo allo specchio. I capelli non li ho più, la testa è come un uovo di carne. Devo ricordarmi dell’uovo di Pasqua per la bimba, Luigi magari non ci pensa, ha tante cose per la mente. L’assicurazione della macchina, il passaggio di proprietà, la casa intestata a tutti e due. “Ci vogliono soldi per morire, non sai quanti, Miria”, mi ha detto, poi si è morso le labbra.
Due infermiere grasse, appoggiate allo stipite della porta, parlano di calze autoreggenti. Mi piacerebbe comprarne un paio, se avessi ancora tempo. Piacerebbero a Luigi, me le sfilerebbe piano, come fanno al cinema, come nella scena del Laureato.
Al funerale sarò distesa sull’imbottitura col tulle che mi vela la faccia, una specie di bomboniera, come la zia Carmelina, quella a volta che siamo andati tutti giù a San Vito lo Capo, e c’era così tanta gente.
Torno nella stanza, la vecchia ora russa e muove le mani davanti al viso, come se scacciasse gli insetti, chissà che vede. Chissà cosa si vede, prima, dopo, durante.
Carrelli vengono trascinati nel corridoio, sento odore di caffè d’orzo. Suor Francesca attraversa la corsia ed apre il finestrone, fa entrare la luce.
Ce l’ho fatta, la terza notte è passata.

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Stregati (1986) e il cinema di Francesco Nuti

2 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Stregati (1986) e il cinema di Francesco Nuti

Regia. Francesco Nuti. Soggetto e Sceneggiatura: Francesco Nuti, Vincenzo Cerami, Giovanni Veronesi. Fotografia: Giuseppe Ruzzolini. Musiche: Giovanni Nuti. Produttore: Gianfranco Piccioni. Distribuzione: Columbia. Durata: 100’. Genere: Commedia sentimentale. Interpreti: Francesco Nuti, Ornella Muti, Novello Novelli, Alex Partexano, Sergio Solli, Mirta Pepe, Giovanni Nuti. Titoli estero: Hexerei (Germania), Bewitched (mercato anglofono), Ensorcèles (mercato francofono), Embrujados (mercato ispanico).

Stregati è il terzo film di Francesco Nuti regista, dopo Casablanca Casablanca (1985) e Tutta colpa del Paradiso (1985), il secondo interpretato insieme a Ornella Muti (che avevamo visto nell’ottimo Tutta colpa del Paradiso), sicuramente il suo lavoro migliore. La storia si racconta in poche parole. Lorenzo (Nuti) è un disc-jockey che vive a Genova, nella del porto, lavora a Radio Strega dove conduce una trasmissione notturna di musica e parole. Vive alla giornata, insieme al padre (Novelli) - gestore di un cinema a luci rosse - e altri due amici burloni (Alex e Remo 40), tra scherzi, goliardia e donne disponibili. Ha anche un’amante come Clara (Pepe) che riempie i momenti di monotonia. Il film si presenta come una sorta di Amici miei versione genovese, narrando le avventure notturne dei quattro burloni, ma quando compare sullo schermo la splendida Anna (Muti) si trasforma in commedia sentimentale. Lorenzo incontra Anna durante una notte piovosa, mentre guida il taxi dell’amico Remo, ci finisce a letto, si sente attratto da lei in maniera diversa dal solito. Il problema è che Anna deve sposarsi il giorno dopo, ha il vestito bianco in valigia e un treno che l’attende alla stazione, diretto a Verona. Tra i due nasce un rapporto intenso, Anna perde il treno per ben due volte, fa ancora l’amore con Lorenzo, ma alla fine parte verso il suo destino. Finale a sorpresa. Dopo alcuni giorni Anna torna, in una notte di pioggia, perché ha deciso di stare insieme a Lorenzo e condividere la sua vita bizzarra e sconclusionata.

Stregati si doveva intitolare Strega, a quel che dicono le cronache, lo stesso Cerami - ottimo sceneggiatore - afferma che il film durante la lavorazione prese una piega diversa, da commedia sentimentale, invece che ironica, perché Francesco Nuti e Ornella Muti si innamorarono per davvero. Il film presenta una trama meno solida e costruita del precedente Tutta colpa del Paradiso, ma si salva per un’intensa fotografia genovese notturna (Ruzzolini) e per una colonna sonora struggente e suggestiva (Giovanni Nuti). Molti i premi: Nastro d’argento per la migliore musica, nomination al David di Donatello per la miglior canzone originale (Rose), quattro nomination di Ciack d’Oro (miglior film, attore, attrice e fotografia). La location è molto curata: una Genova notturna e deserta davvero straordinaria, le banchine del porto, le zone centrali, la stazione (anche se è quella di Firenze), tutto girato sotto una pioggia battente, riprendendo squarci di alba intensa e tramonti marini suggestivi. Molte immagini del film restano indelebili: Ornella Muti che indossa il vestito da sposa tra i docks del porto e le navi attraccate, Nuti ripreso con il panorama di Genova alle spalle, intensi primi piani della bella attrice e squarci di città deserta, in una notte surreale. Lo scherzo di Nuti al padre mentre pulisce la sala del cinema a luci rosse è quasi da horror comico ed è realizzato con un buon crescendo di tensione. La parte sentimentale non annoia, anche se qualche sequenza è eccessivamente diluita e i rapporti erotici sono un po’ ripetitivi. Tutto è salvato da un buon testo, ottimi dialoghi, colonna sonora adeguata, fotografia intensa, recitazione mai sopra le righe. Francesco Nuti è promosso regista a pieni voti, perché dimostra di avere dimestichezza con la macchina da presa. Ornella Muti è attrice bella e sensuale, basta la presenza per far risplendere la scena, ma in questo film i suoi occhi possiedono una luce speciale. Forse la luce dell’amore per Nuti, di cui tanto parlano le cronache rosa dei rotocalchi.

Rassegna critica. Paolo Mereghetti (una stella): “Alla sua seconda regia, Nuti si scopre autore: snocciola massime da Baci Perugina e cerca la poesia della città notturna, memore, secondo alcuni pazzi, delle Notti bianche di Visconti. Ma quello che irrita non sono tanto le ambizioni di girare qualcosa di più di un film comico, o la debolezza dell’intreccio: è il narcisismo con cui Nuti regista contempla e ammira il Nuti attore, e la sua presunzione che anche lo spettatore (o spettatrice) debba associarsi”. Stenderei un velo pietoso su questa recensione falsa e cattiva, inutilmente astiosa, soprattutto lontana anni luce dalla pellicola. Oltre tutto Mereghetti conta male pure le regie di Nuti, perché Stregati è la terza! Morando Morandini (due stelle per la critica, tre stelle per il pubblico): “Struggente e un po’ stupido sullo sfondo di una Genova invernale di bella suggestione, è un omaggio alla notte e al cinema. Qualche sconnessione, un lieto fine improbabile”. Toglierei lo stupido, ma per il resto è condivisibile. Pino Farinotti concede due stelle ma non motiva. A nostro giudizio, il film vale tre stelle, il solo difetto risiede nella frammentarietà e in alcune sequenze troppo diluite.

Due parole su Francesco Nuti (Prato, 1955) vanno dette, anche se per approfondire l’importanza dello sfortunato attore - regista consigliamo lo splendido volume curato da Matteo Norcini e Stefano Bucci “ Francesco Nuti - La vera storia di un grande talento” (Ibiskos, 2009), che vendica troppe ingiustizie critiche compiute ai suoi danni. Nuti nasce come attore nel gruppo de I Giancattivi, voluto da Alessandro Benvenuti e Athina Cenci, il primo film interpretato è il surreale Ad ovest di Paperino (1982), diretto da Benvenuti. Conclusa l’esperienza di cabaret e televisione con il gruppo, Nuti si mette in proprio e interpreta alcune commedie dirette da Maurizio Ponzi, che riscuotono un grande successo di pubblico (soprattutto giovane) e sonore stroncature critiche. Ricordiamo: Madonna che silenzio c’è stasera (1982), Io Chiara e lo Scuro (1983), Son contento (1984). Debutta alla regia nel 1985 con Casablanca, Casablanca, prosegue con grandi successi di pubblico (osteggiati dalla critica) come Tutta colpa del Paradiso (1985), Stregati (1986), Caruso Paskoski di padre polacco (1988), Willy Signori e vengo da lontano (1989), Donne con le gonne (1991). La crisi irreversibile arriva con OcchioPinocchio (1994) - non compreso dal pubblico - ma prosegue con Il signor Quindicipalle (1998), interpretato con Sabrina Ferilli, e si aggrava con Io amo Andrea (2000) e Caruso, zero in condotta (2001). Nuti si produce le ultime due pellicole che sono entrambe un insuccesso clamoroso, perché sono cambiati i tempi e portare al cinema una pellicola italiana è sempre più difficile. Il suo tentativo di riprendere un filone di successo negli anni Ottanta si rivela fallimentare. La sua ultima prova cinematografica è come attore nel noir Concorso di colpa (2005) di Claudio Fragasso, che hanno visto in pochi. Nuti non si dà per vinto, nonostante gravi problemi di salute di cui soffre da tempo, annuncia un nuovo film: Olga e i fratellastri Billi, con Sabrina Ferilli e Isabella Ferrari, ma non se ne fa di niente. Il 3 settembre 2006 entra in coma a causa di un ematoma cranico in seguito a un incidente domestico, viene ricoverato d’urgenza, operato e avviato a un processo di riabilitazione. Francesco Nuti migliora, ma è l’ombra di se stesso, la televisione del dolore ne approfitta per fare sfoggio di idiozia e di insensibilità. Per fortuna il fratello Giovanni e l’ex compagnia Annamaria Malipiero (madre della figlia Ginevra) si occupano di lui e lo accudiscono con amore. Matteo Norcini rende giustizia al Nuti pubblico pubblicando un libro monumentale e indispensabile per capire il percorso del grande artista toscano. Francesco Nuti sta scrivendo una raccolta di poesie, mentre Giovani Veronesi lavora al progetto di far conoscere al meglio il cinema di Nuti. Nel 2009 la Cineteca nazionale dedica al regista pratese una retrospettiva. Esce anche un documentario: Francesco Nuti… e vengo da lontano (2010), presentato al Festival del Film di Roma. Il videoclip musicale Olga tu mi fai morir (2013), canzone scritta insieme al fratello Giovanni, è la sua ultima cosa. Nuti è stato anche cantante di buon successo (Puppe a pera, Sarà per te…) e ha partecipato ad alcune edizioni del Festival di Sanremo. Roberto Poppi, in tempi non sospetti, sapeva andare oltre le baggianate del Mereghetti: “Nuti ha diretto commedie non prive d’impegno, lontane dal puro intrattenimento, che evidenziano le sue doti di attore e autore portato verso una comicità malinconica, romantica e surreale, ma attenta a cogliere aspetti non trascurabili dell’attuale società italiana”. Addolora sapere che adesso Nuti è muto, sofferente, incapace di comunicare il suo mondo interiore. Addolora perché a noi giovani degli anni Ottanta ha fatto passare momenti allegri e spensierati. Ricordo di essermi innamorato per la prima volta guardando Tutta colpa del Paradiso. Grazie Francesco.

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John Gray, "Men are from Mars, Women are from Venus"

1 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Men are from Mars,women are from Venus

John Gray

 

Thorsons, 1993

pp 286

 

Dagli anni settanta ai novanta è stato tutto un fiorire di manuali americani di auto aiuto: come rafforzare l’autostima, come capire se stessi, come migliorare le proprie prestazioni sociali e le relazioni con gli altri.

Non c’è signora che non abbia letto “Donne che amano troppo”, di Robin Norwood (in puro stile presa di coscienza anni settanta), identificandosi nella patetica figura appesa al filo di un telefono che non suona. Tutti abbiamo dato almeno un’occhiata a “Le vostre zone erronee”, di Wayne Dyer (1977) o a “Intelligenza emotiva”, di Daniel Goleman. Ma c’è un testo che ha sbaragliato tutti gli altri e che è rimasto in classifica 121 settimane e ha venduto 50 milioni di copie: “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”, scritto nel 1993 da John Gray, psicologo specializzato nello studio delle problematiche di coppia.

Personalmente proviamo un certo fastidio verso chi pensa di avere “il rimedio per ogni cosa”, verso chi crede che basti modificare un poco il proprio comportamento per far sì che attorno tutto cambi. Non esiste, a nostro avviso, la pillola della felicità o la bacchetta magica capace di trasformare una relazione insoddisfacente in una gratificante. Dobbiamo comunque riconoscere a questo testo, pur nella fastidiosa e americanizzante semplificazione dei problemi e delle loro soluzioni, il merito di aver messo a fuoco alcuni punti che causano incomprensioni nella coppia e, aggiungiamo noi, anche nelle amicizie e nelle relazioni sociali in generale.

Che uomini e donne vengano da pianeti diversi e parlino linguaggi opposti, reciprocamente incomprensibili, lo sapevamo tutti. Ma Gray ha evidenziato che, se una donna esterna, lo fa per sfogarsi. Punto. Non si aspetta consigli, non vuole soluzioni facili. Anzi, una possibile soluzione la irrita perché sminuisce la portata del suo dolore “senza fondo e senza rimedio”. Se una donna si lamenta, è per il piacere e il bisogno di lamentarsi, per la felicità di sentirsi tanto infelice. L’uomo, di fronte ad una donna che soffre, prova imbarazzo, fastidio e dispiacere, quindi vuol rendersi utile ed elabora possibili appianamenti. E questo è il modo migliore per fare infuriare di più la donna, poiché lei non sente compresa, convalidata e giustificata la sua angoscia, in una parola, non si sente capita, ascoltata, sostenuta.

L’uomo, poi, anche quello devoto e innamorato, avverte periodicamente il bisogno di rintanarsi nella sua “caverna”, specialmente se ha un problema. La reazione naturale di una donna di fronte al medesimo problema è “sviscerarlo”, dolersene, farne partecipi gli altri. L’uomo no. L’uomo ha bisogno di elaborarlo in silenzio, di capire come può affrontarlo da solo, di trovare soluzioni basandosi esclusivamente sulle propri e forze. Perciò tace, si allontana, s’immusonisce, si chiude in se stesso. Se lei lo incalza, diventa sfuggente, nervoso, fino al litigio e lo scontro, oppure ammutolisce. Più lei gli chiede che cosa non va, più lui non sa cosa dire. Lei è erroneamente convinta che sia suo dovere interessarsi di lui in quel momento, che “parlare gli farebbe bene”, mentre per lui è il contrario. Questo per le donne è difficile da capire e accettare, le donne sono state educate al sacrificio, alla partecipazione emotiva, all’ascolto attivo e non comportarsi in quel modo le fa sentire in colpa. Se lei avesse un problema, la prima cosa che farebbe sarebbe esternarlo, ed è convinta che tenendosi tutto dentro lui si stia facendo del male e che lei debba aiutarlo ad aprirsi. Inoltre si sente ferita, umiliata dalla mancanza di fiducia di lui, che non la ritiene degna delle sue confidenze. Finisce spesso per immaginare il peggio: che lui abbia un’altra, che sia malato o che mediti la fuga.

Nel rapporto d’amore, l’uomo è come un elastico, ha periodicamente bisogno di allontanarsi, ritrovare se stesso, distaccarsi, per poi tornare più carico. Durante la separazione la sua energia torna a crescere, lui ritrova passione, emozione e desiderio, ed è pronto a riaccostarsi alla sua donna con ritrovata dedizione. Questo lei non lo capisce, la fa stare male, la ferisce. Più che lo segue nel suo allontanamento, più che lo rincorre, più che lui si raffredda, si sente controllato e legato. Quando lui torna casa, pronto a riprendere la relazione dal punto in cui l’aveva interrotta, come nulla fosse successo, lei è arrabbiata e gelida. (Siccome chi vi parla è donna, non può fare ameno di pensare che a fa bene a mandarlo a quel paese.)

Pare che per Gray la donna sia come un’onda, dedita ad alti e bassi di autostima, con cicli di trenta giorni singolarmente vicini a quelli sessuali. Quando lei è giù, nel punto più basso, ha solo bisogno di comprensione, di sostegno, di ascolto, in attesa che il suo umore torni a risollevarsi da solo. Spesso, sentirsi capita e non giudicata è sufficiente a ritirarla su.

Per la donna, inoltre, c’illumina Gray, le cose grandi valgono quanto quelle piccole. In una scala di punteggi, un uomo che lavora, che si massacra per assicurare un buon tenore di vita alla famiglia, sta compiendo un’operazione che gli accredita un solo punto, come un eguale punto varrebbe regalarle una rosa, comprarle un anello di brillanti, portare fuori il cane o la spazzatura. Uno vale uno, insomma. Lei, tapina, non è in grado di capire la differenza e per farla felice, per ottenere il punteggio pieno, non basta un unico, importante, generoso, gesto d’amore ma ci vogliono tante piccole attenzioni giornaliere.

Gray non pare rendersi conto che, per cambiare atteggiamento, un uomo deve volerlo fare, deve riconoscerne la necessità, deve trovare delle mancanze nel proprio comportamento, deve essere in contatto con i propri sentimenti ed avere la pazienza di lavorare su di sé.

Ma dove si trova un uomo così? Come si trasforma un marito che non ascolta mai, uno per il quale la propria donna è invisibile e necessaria come un mobile della casa, in un essere attento, premuroso, capace di dirle: “Amore, in questo momento sono occupato ma fra dieci minuti avrai tutta la mia considerazione, comprensione e solidarietà?” Ma dai!

E, per concludere, possiamo dire che, evidentemente, Gray è venuto in contatto solo con coppie americane. Se avesse conosciuto un lui ed una lei italiani, immancabilmente sarebbe uscito il problema della mamma, e, ai 101 punti nei quali descrive le piccole cose che un uomo deve fare per ingraziarsi la moglie, oltre ad abbassare l’asse del wc, avrebbe aggiunto a lettere cubitali: RICORDATI CHE LEI VIENE PRIMA DI TUA MADRE!!

 

 

From the seventies to the nineties it was a flourishing of American self-help manuals: how to strengthen self-esteem, how to understand yourself, how to improve your social performance and relationships with others.

There is no lady who has not read "Women who love too much", by Robin Norwood (in pure seventies awareness style), identifying himself in the pathetic figure hanging on the wire of a phone that does not ring. We have all had at least a look at "Your erroneous areas", by Wayne Dyer (1977) or "Emotional Intelligence", by Daniel Goleman. But there is a text that has beaten all the others and that has remained in the ranking 121 weeks and has sold 50 million copies: "Men come from Mars, women from Venus", written in 1993 by John Gray, specialized psychologist in the study of couple problems.

Personally we feel a certain annoyance towards those who think they have the "remedy for everything", towards those who believe that it is enough to modify their behavior a little to make everything change around them. In our opinion, there is no pill of happiness or a magic wand capable of transforming an unsatisfactory relationship into a rewarding one. We must however recognize this text, despite the annoying and Americanizing simplification of the problems and their solutions, the merit of having focused on some points that cause misunderstandings in the couple and, we add, also in friendships and social relations in general.

We all knew that men and women come from different planets and speak opposing, mutually incomprehensible languages. But Gray pointed out that if an outside woman does it to let off steam. Point. He doesn't expect advice, he doesn't want easy solutions. Indeed, a possible solution irritates her because it diminishes the extent of her pain "without bottom and without remedy". If a woman complains, it is for the pleasure and the need to complain, for the happiness of feeling so unhappy. The man, faced with a woman who suffers, feels embarrassment, annoyance and displeasure, therefore he wants to make himself useful and elaborate possible flattening. And this is the best way to infuriate the woman more, since she does not feel understood, validated and justified her anguish, in a word, she does not feel understood, listened to, supported.

The man, then, even the one devoted and in love, periodically feels the need to hide in his "cave", especially if he has a problem. The natural reaction of a woman to the same problem is to "dissect it", to be sorry for it, to make others participate. The man is not. Man needs to work it out in silence, to understand how he can deal with it alone, to find solutions based solely on his own strength. Therefore he is silent, moves away, silences himself, closes in on himself. If she pursues him, she becomes elusive, nervous, until the quarrel and the clash, or she falls silent. The more she asks him what's wrong, the more he doesn't know what to say. She is mistakenly convinced that it is her duty to take an interest in him at that moment, that "talking would do him good", while for him it is the opposite. This is difficult for women to understand and accept, women have been educated about sacrifice, emotional participation, active listening and not behaving in this way makes them feel guilty. If she had a problem, the first thing she would do would be to externalize it, and she is convinced that by keeping everything inside he is hurting herself and that she must help him to open up. She also feels hurt, humiliated by his lack of trust, who does not consider her worthy of her confidences. He often ends up imagining the worst: that he has another, that he is ill or that he meditates his escape.

In the love relationship, the man is like an elastic band, he periodically needs to move away, find himself, detach himself, and then return more charged. During the separation his energy returns to grow, he finds passion, emotion and desire, and is ready to approach his woman with new-found dedication. This she does not understand, makes her feel bad, hurts her. The more that follows him in his departure, the more he chases him, the more he cools down, he feels controlled and tied. When he returns home, ready to resume the relationship from the point where he left her, as if nothing had happened, she is angry and freezing. (Since the speaker is a woman, he cannot help thinking that it is good to send him to that country.)

It seems that for Gray the woman is like a wave, dedicated to ups and downs of self-esteem, with thirty day cycles singularly close to the sexual ones. When she is down, at the lowest point, she only needs understanding, support, listening, waiting for her mood to rise again on her own. Often, feeling understood and not judged is enough to revive her.

 

In addition, for women big things are as good as small ones. On a scale of scores, a man who works, who massacres himself to ensure a good standard of living for the family, is performing an operation that credits him with only one point, as an equal point would be giving her a rose, buying her a ring of diamonds , takeing the dog or the trash out. In short, one is worth one. She is unable to understand the difference and to make her happy, to get the full score, a single, important, generous, loving gesture is not enough but it takes a lot of small daily attentions.

Gray does not seem to realize that, to change his attitude, a man must want to do it, he must recognize the  need, he must find shortcomings in his behaviour, he must be in touch with his own feelings and have the patience to work on himself.

But where is such a man? How a husband who never listens, one for whom his woman is invisible and necessary as a piece of furniture in the house, becomes an attentive, caring being, capable of saying to her: “Love, I'm busy right now but in ten minutes  you will have all my consideration, understanding and solidarity? " Really!

And, to conclude, we can say that, evidently, Gray only came into contact with American couples. If he had known an Italian he and she, the mother's problem would inevitably come out, and, to the 101 points in which he describes the little things a man must do to ingratiate himself with his wife, in addition to lowering the toilet axis, he would have added in large letters: REMEMBER THAT SHE COMES BEFORE YOUR MOTHER !!

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