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Intervista a Ida Verrei: "Vesna è la speranza in una nuova primavera."

14 Settembre 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #interviste

Intervista a Ida Verrei: "Vesna è la speranza in una nuova primavera."

«Sono nata a Venezia ma vivo a Napoli – così inizia a raccontarsi Ida Verrei, autrice del romanzo Le Primavere di Vesna, recensito proprio qui, sulle pagine di Critica Letteraria – una città che mi è molto cara e dalla quale credo di aver assorbito tutte le mille contraddizioni. Tutto quanto è accaduto nella mia vita – prosegue – è stato fuori tempo: o troppo presto o troppo tardi».

Anche se involontariamente, queste prime righe di presentazione sembrano riecheggiare proprio Vesna: Napoli e Venezia sono le città tra cui la protagonista si divide e quel “troppo presto o troppo tardi” richiama non poco il carattere delle sue scelte, esistenziali e non solo. «A vent’anni – ci racconta – ho vinto il concorso magistrale e ho iniziato la mia carriera di insegnante. Avevo già un bambino di un anno. E tre anni dopo è arrivata la seconda figlia. A quaranta, quando i figli erano già quasi adulti, mi sono laureata in Pedagogia, con una tesi sperimentale in Psicologia dell’Età Evolutiva».

«Sin da bambina – così inizia a parlare di una delle sue più grandi passioni – sono sempre stata una lettrice appassionata; da adolescente mi tuffavo di nascosto nella biblioteca di mio padre e divoravo tutto quello che trovavo, in modo confuso e disordinato. Ho amato moltissimo gli scritti di Hemingway, Scott Fitzerald, Steinbeck. Ma leggevo di tutto, e anche ora, non ho un genere preferito, ho degli autori che amo più di altri, rileggo sempre volentieri gli scritti della Morante, della Ortese, sono innamorata di Erri De Luca, ma qualche volta mi accosto anche a nuovi autori premiati, come la Muggia o Veronesi».

Ida, però, non ama soltanto leggere: come qualsiasi buon lettore, ha scritto e scrive ancora oggi moltissimo: «Ho sempre scritto molto, ma i miei scritti – precisa – nel passato erano soprattutto inerenti il mio lavoro e la mia formazione: pedagogia, metodologia, didattica, psicologia, con qualche saltuaria incursione in attività più creative, come sceneggiature e riduzioni teatrali per le scuole. Al romanzo sono arrivata tardi e per caso: pensionamento, figli sposati, una camera-soppalco tutta per me, un PC e, finalmente, un po’ di tempo a disposizione. Il mio primo libro Un, due, tre, stella! è un romanzo di formazione, con molte concessioni all’autobiografia; cosa che mi ha creato qualche problema, perché, pur avendo avuto un discreto successo tra i lettori, ha spesso suscitato interesse per le vicende della mia vita, piuttosto che fermare l’attenzione sul valore letterario dell’opera. Ma, in fondo, riuscire a risvegliare la curiosità del lettore è pur sempre un merito!».

Come è nato Le Primavere di Vesna? – le chiedo – Lo hai scritto di getto oppure è "venuto fuori" pian piano? C'è un episodio particolare che ti ha spinto a scrivere?

«Proprio la curiosità di alcuni dei miei lettori è stata la molla che mi ha spinto a scrivere il secondo, Le Primavere di Vesna. Molti chiedevano: “E poi?...” “ci racconterai il seguito?” Non ci ho pensato neanche lontanamente! Non l’ho fatto e non lo farò. Ma mi è venuto in mente che avrei potuto affabulare, a modo mio, il “prima”. E ho scoperto che mi piace molto raccontare le persone che, in qualche modo, hanno attraversato la mia vita. Qui non c’è autobiografia, la storia del secondo romanzo si svolge in gran parte in un’epoca in cui io non c’ero ancora e forse non ero neanche un progetto. Mi è piaciuto raccontare, piuttosto che ciò che è stato, ciò che sarebbe potuto essere, con qualche memoria rubata, e molta fantasia. Solo alcuni dei personaggi, luoghi ed eventi appartengono alla realtà. Ho manipolato la verità e l’ho dipinta di finzione».

La protagonista del romanzo, Liana, è il simbolo della "rinascita". Il suo soprannome, d'altra parte, è "Vesna", un essere mitologico, come tu scrivi, che "al suo arrivo porta la primavera". Perché hai sentito l'esigenza di mandare un messaggio di speranza al lettore?

«Non ho mai avuto l’intenzione di lanciare messaggi al lettore, ma a me stessa. Mi sono spalancata una porta, anche se è alle mie spalle».

Ho adorato sua madre, il suo pudore e il suo amore incondizionato, che poi è tipico di tutta la famiglia di Liana. Ho odiato, invece, il secondo compagno di lei: credevo l'avrebbe resa felice davvero, ma si capisce sin da subito che non sarà così. A quale personaggio sei più affezionata? E di quale faresti a meno, se fossi costretta a scegliere?

«Mi piace un personaggio secondario, uno di totale fantasia, uno che non viene citato quasi mai nelle recensioni che ricevo: l’anziana maestra slovena Vera. Per me rappresenta l’incarnazione dei luoghi di cui parlo, è l’antico, la tradizione. È quella che dà il soprannome a Liana, quella che ne intuisce la natura selvaggia e solare, insieme. Ma anche la forza di rinascere mille volte. Farei a meno, invece del personaggio di Flora, ma il corso degli eventi, forse, sarebbe cambiato. Non mi piace perché rappresenta una categoria di donna che detesto: quella che può distruggere un uomo, avvolgendolo di un amore soffocante ed esclusivo e annientandogli la volontà; quella che, alla fine, un uomo finisce col temere più che amare».

Più delle sequenze descrittive, sono i dialoghi uno tra i punti di forza del romanzo. Li hai costruiti in modo spontaneo oppure ci hai ragionato su? Ce n’è qualcuno a cui sei legata in modo particolare?

«Sai che non lo ricordo? Penso siano nati spontaneamente. Se riesci a “diventare” i tuoi personaggi, riesci anche a parlare come farebbero loro. Più che ai dialoghi, sono legata ai monologhi interiori di Liana-Vesna, specie a quelli finali, nella chiesa. Penso che la rappresentino davvero: c’è la nostalgia, il rimorso, l’ansia di madre, la religiosità e la superstizione. C’è la speranza di una nuova primavera».

Parlavamo di "punti di forza". Quali sono quelli de Le Primavere di Vesna?

«Credo siano in quello che tu indichi al termine della recensione: l’assenza di riflessioni personali. Non amo i romanzi pieni di dissertazioni filosofiche, di messaggi in codice o disquisizioni dotte, preferisco sia il lettore a riflettere spontaneamente. Diversamente mi sembrerebbe di dare una chiave di lettura precostituita che toglierebbe la libertà di interpretare, scegliere e “sentire” la storia come propria».

E i "punti deboli", invece?

«Forse nella caratterizzazione di alcuni personaggi minori? Flora e Manuel li ho resi così sgradevoli che non mi andava neanche di parlarne troppo…».

Cosa non hai apprezzato della recensione? Avresti scritto qualcosa in più? Cosa, invece, ti è piaciuto particolarmente e perché?

«Ho apprezzato molto la recensione. Mi sembra una lettura attenta e competente; ho apprezzato soprattutto quello che ho sottolineato sopra: che sia stata messa in rilievo la fluidità della narrazione, senza la presenza ingombrante del narratore (narratrice). E mi piace che un giovane lettore di talento abbia saputo cogliere con sensibilità tutte le sfumature del mio romanzo».

Quanto di te c'è in questo tuo secondo libro, quanto di ciò che pensi del mondo e quanto, invece, di chi ti è (o ti è stato) vicino? In relazione al romanzo, c'è qualcuno a cui ti senti di dire "grazie"?

«C’è la madre, la figlia, la donna. Ma mi è purtroppo estranea la positività della protagonista. C’è anche, forse, una considerazione dell’uomo come compagno di vita, viziata da un vissuto personale. Si, devo senz’altro dire “grazie” a mia sorella Olga e a mia figlia Giovanna. Hanno sempre creduto in me e mi hanno sostenuta con continue “iniezioni” di entusiasmo».

Dicevi che nel 2008 hai scritto anche il romanzo Un, due, tre, stella! Non sei proprio una esordiente, insomma. Qual è il tuo rapporto con la scrittura? Hai mai attraversato un periodo di crisi? Cosa ti ha spinto ad andare avanti e tenere duro?

«Credo di avere con la scrittura un rapporto mutevole, ma sostanzialmente sano. Scrivere mi fa stare bene, alcune volte mi esalta, altre mi rasserena, altre mi fa anche soffrire, ma è una sofferenza cercata, anche se consuma energie. Penso sia così per tutti. Non ho avuto periodi di crisi quando scrivevo Vesna, di incertezza, forse, ma questo dipende dall’alternanza dell’autostima. Il periodo di crisi è quello attuale, ma soltanto perché, per motivi contingenti, non riesco a dedicarmi alla scrittura come vorrei».

Prima di pubblicare Le Primavere di Vesna, hai ricevuto delle porte in faccia? Come hai reagito?

«No, nessuna porta in faccia. Ho pubblicato il secondo libro con lo stesso editore del primo».

Cosa consiglieresti a un esordiente?

«L’umiltà».

Una scrittrice così in gamba avrà sicuramente dei progetti futuri...

«Grazie per “la scrittrice così in gamba”! Mi piace che un romanzo venga definito “un progetto”… Dà l’idea di qualcosa di predisponibile e certamente realizzabile. Io ho sempre pensato al romanzo come a una avventura che inizia senza che se ne conosca l’esito finale. E in una nuova avventura mi sono lanciata, non so come andrà a finire, devo rubare il tempo, e questa volta, superare tante crisi…».

Intervista di Michele Rainone a Ida Verrei

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Nebbie

13 Settembre 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #patrizia puccinelli, #Impronte d'Arte, #fotografia

Nebbie
Nebbie
Nebbie

Ho avuto fortuna e di abitare in campagna, fra vigne ed ulivi delle colline Chiantigiane, in autunno, quando la temperatura cambia e la terra calda si scontra con l’aria fresca del mattino, si possono ammirare queste meraviglie. Ogni giorno è uno spettacolo diverso.

Patrizia Puccinelli

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Viaggio senza fine racconto di Adriana Pedicini

12 Settembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto

“E che ca**o!” un urlo uscì di botto dalla chiostra sconnessa dei denti anneriti dalle troppe sigarette. Un prurito enorme lo aveva costretto ad affondare le unghie indurite nella carne fino a farla sanguinare. Nel dormiveglia ancora non capiva se apparteneva al suo corpo tutto questo prurito o a quello che ormai restava del suo sarcofago. Prese una ciabatta nel vano tentativo di schiacciare qualche cimice o altro lurido insetto in agguato.

Si girò e rigirò nella brandina ed ebbe schifo del suo compagno di cella che aveva il gusto orrendo di pisciare sulle pareti tracciando chissà quali improbabili disegni. Gli disse di smettere e che usasse la latrina. Ne ebbe in risposta un calcio in bocca che gli mandò giù un incisivo già traballante nella sua sede.

Rimpianse per un attimo, come riscosso alla coscienza per una improvvisa luce, i tempi in cui ogni sera raccattava per strada cartoni abbandonati per farne il giaciglio personale da quando aveva preso a vivere in strada, lasciando la casa in cui - lo aveva capito - non c’era più disponibile per lui neppure un centimetro quadrato che non fosse occupato da lei.

Sparse a terra guepiere bordate di trine, boccette di profumo rovesciate, scarpe di ogni tipo e colore. Puzzava di marcio questa eccessiva cura di sé, questa voluttà di apparire la tigre aggressiva dal cuore tenero e compiacente. Anche perché non era lui il destinatario di tali soavità. Il colmo fu quando trovò sul suo comodino, -non capì mai se volutamente lasciata o frutto di sbadataggine- la foto di un lui in una piccola bustina di plastica con su scritto Dott. Avv. A. Z.

Una colata di emozioni rabbiose scese dentro di lui da capo a piedi per poi lasciarlo in uno stato di prostrazione indicibile. Si sentì affiorare sulla pelle il tante volte provocatoriamente sbandierato orgoglio maschile. Ne ebbe paura lui stesso, temette un gesto insano che gli potesse recare giustizia immediata, diede una testata al muro, corse in bagno mettendo la testa sotto lo scroscio gelido del rubinetto. Si guardò pietosamente allo specchio, gli passarono davanti agli occhi le immagini tutte della sua vita fino a quel momento. Trattenne con grande sforzo la voglia di urlare e di spaccare tutto, la tensione nervosa gli provocò un collasso.

La testa ancora gli girava, era pesante; riuscì tuttavia a raccogliere dentro una ragionevole decisione le sue energie residue. Senza prendere nulla, anzi lasciando persino i suoi effetti personali, si chiuse alle spalle la porta di casa avendo deciso una volta per tutte di troncare i ponti col passato. Vagava ormai senza meta come spinto da una strana forza, da una volontà ossessiva di andare via, di andare oltre, lontano. Solo un viaggio continuo e incessante l’avrebbe potuto condurre lontano da sé, dalla sua sofferenza interiore, dal suo smacco come uomo e come marito.

Quel giorno aveva preso l’ultimo treno, come ormai faceva da anni, pagando il biglietto con i pochi spiccioli raccattati all’angolo poco distante grazie all’elemosina di frettolosi e distratti passanti

Si era trovato catapultato in una grande piazza, dove un via vai di gente di diverse razze, dalle facce ebeti più della sua -pensava- non faceva altro che andare avanti e dietro come automi impazziti. Tutto quel brulicare, quel vocìo, quelle risate scomposte, quel fervore di vita gli dava ai nervi come quell’insegna di Illy-caffè che sinistramente svettava sul palazzo più alto della piazza. Non voleva vedere nessuno, voleva stare solo. Pensò di andarsi a seppellire nel sottopassaggio. Peggio. Il puzzo dell’urina che i cani leccavano come acqua pura e i resti di cibo sminuzzato che donne, uomini e bambini raccoglievano nel fondo di luride ciotole gli diedero il voltastomaco e stette ad un punto dal vomitare. Più in là corpi deturpati da antiche malattie e volti stravolti da alcol e droghe di pessima qualità creavano come una via Crucis di dannati destinati a condividere la sofferenza del Golgota tra l’indifferenza della gente comune. Molti di essi non avrebbero visto l’alba schiarire il cielo del giorno successivo.

Il vento sibilava incuneandosi nel tunnel come in una corsia preferenziale diradando almeno in parte la cappa di effluvi maleodoranti. Decise di tornare su, almeno avrebbe respirato meglio; a notte fonda sarebbero rimasti a girovagare solo i soliti bastardi in cerca di avventure o accomunati dalla voglia di fare qualche rapina -bel colpo- senza correre rischi.

Non si sarebbero curati certo di lui poveraccio senza neppure una lira.

Aveva fatto male i conti.

Seduto e poi sdraiato su una panchina ai bordi della piazza, poco a poco si era abbandonato al sonno più per la stanchezza che per il piacere di una buona dormita All’improvviso si sentì prima strattonare e poi tirare per i piedi fino al punto che di scatto si ridestò. Capì di aver occupato un posto fisso, già ricovero notturno di un giovane sbandato che dopo aver praticato i suoi riti serali andava lì a far decantare il suo sangue di tutte le tossiche sostanze, sdraiato semimorto senza un cencio che gli coprisse il corpo. E dire che l’aveva notato avanzare col passo traballante e soprattutto lentissimo, fermarsi di tanto in tanto come per dondolarsi su se stesso. Non aveva calcolato il tempo, non sapeva che, trascorsi i minuti necessari a ricoprire il breve tratto, i passi avrebbero condotto lì il giovane, proprio a quella panchina.

Trascorse il resto della notte alla meno peggio sdraiato alla stazione ferroviaria su una panchina di granito, troppo fredda e dura per un sonno ristoratore. Dormì agitando braccia e gambe in quell’improvvisato letto. Non era abituato a quelle anguste superfici. Si ritrovò a terra, la testa dolente e un sopracciglio spaccato. Ebbe un sussulto. Era stordito, non ricordava più dov’era.

Vide davanti a sé un’ombra, un’immagine strana. Non vedeva bene, forse a causa del sangue gocciolato nell’occhio. Si risedette, si rialzò mille volte. Era sconvolto, non capiva. Gli giravano gli occhi, la testa, i vagoni e i palazzi. Tutto gli sembrava mostruoso e nemico.

Soprattutto lo innervosiva il fatto che le braccia, per quanti pugni dessero all’ombra, sempre ricadevano inerti, senza riuscire a scacciarla. "Ho bisogno di muovermi” pensò, “devo andarmene di qui, non posso rimanere neppure un minuto, non posso darla vinta a questo diavolo che m’insegue”.

Per poco non si fracassò la caviglia salendo d’un balzo sul treno che si era appena avviato, un attimo prima che le porte a soffietto si sbarrassero ritraendo l’ultimo gradino.

Sedette in un angolo dello scompartimento quasi vuoto. Grondava sudore e dolore.

Il cuore era ancora pieno di amore e di donna, la sua. La mente no.

“Ca**o, perché sono su questo treno? dove va, dove vado adesso?”

Si guardò intorno; nessuno, neppure un’anima viva. Per un attimo. Di lì a poco una straniera, di pelle olivastra, dalla gonna sgargiante, coi seni costretti in una blusa troppo attillata si sedette alle sue spalle.

" Chi sarà questa baldracca", pensò. "Quasi quasi me la spasserò stasera con lei; non farà mica storie. Con quella faccia di merda avrà fatto scuola a chissà quanti giovani e deliziato chissà quanti vecchi rimbambiti". - Avrò tra le mani almeno un po’ di quello che era mio e me l’hanno scippato".

Si alzò percorrendo guardingo il breve spazio che separava le due poltrone del vagone, si sedette proteso a intessere un qualche dialogo.

Appena le fu accanto la pur non troppo linda signora si ritrasse al puzzo che l’uomo ormai emanava. Non toccava acqua da parecchio.

Il fiato fetido rantolando su dai bronchi costipati dal catrame veniva fuori con zaffate nauseabonde.

Con un ghigno malefico la donna gli ordinò di non starle addosso, di andarsi a sedere a un altro posto.

La mente andò in corto circuito. Si vide di nuovo accerchiato dal fantasma traditore, da un’ombra scura che in forma di corvo lo accompagnava svolazzando fuori dal finestrino battendo il becco contro il vetro lurido.

Non tollerò questo ennesimo affronto. Non distinguendo più tra il nero corvino dei capelli di sua moglie e il rossiccio impastato di striature bianche della sconosciuta, né ricordando più l’aspetto dell’una e dell’altra, protese il braccio sinistro e facendo una torsione del corpo la strinse alla gola fino a farle uscire gli occhi fuori dalle orbite.

Le sputò sul viso e si dannò nel tentativo di aprire le portiere del treno in corsa. All’arrivo del controllore e della polizia di bordo non seppe pronunciare una sola parola ma solo emise grugniti di rabbia e uno strano riso disperato. Non oppose resistenza, si fece stringere le manette ai polsi. Finì in carcere. Si sentiva un vincitore, aveva ormai sconfitto per sempre l’ombra che gli toglieva l’aria, la bestia rivale nera e oscura come la notte che di tanto in tanto gli faceva visita. Eppure mai come in quel momento il cielo attraverso la grata del lucernario gli sembrò piccolo e lontano. Il viaggio da sé era stato troppo breve oppure aveva sbagliato la meta. O forse il modo.

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Il sogno di una cosa

11 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia

Il sogno d’una cosa,

desiderio inespresso,

illusione perduta.

Il sogno d’una cosa,

libro letto milioni d’anni fa.

Il sogno d’una cosa,

le tue parole mendaci,

tristezza d’un ritorno,

casa disabitata dai sogni,

rifugio del tempo perduto

e di troppe sconfitte,

perduta passione

che assale e distrugge.

Il sogno d’una cosa,

senza tempo da vivere,

senza rimpianti,

senza ricordi,

senza recriminare

d’aver creduto al sogno,

come se un sogno infranto

non conservasse il fascino

delle cose perdute.

Il sogno d’una cosa,

tentativo di brutta poesia

quando mancano le parole

e non sai come uscirne,

parlare a un amico,

se soltanto ci fosse ancora,

aprire le porte ai ricordi

e lasciar scorrere il tempo,

tra brusche virate del cuore

e soffi di vento africano.

Una delle mie tante notti insonni

deve averti portata via da me

bambina dai mille volti

e non riesco più a sorridere.

Gordiano Lupi (Piombino, 29 agosto 2013)

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Il figlio dell'uomo

10 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Fra le sue cosce bianche, la mano risaltava, callosa, scura, la mano di un falegname che aveva viaggiato a lungo sotto il sole.
“Su, figliola, coraggio. Devo farlo io… non c’è nessuno che possa aiutarci.”
Anche l’altra mano di Giuseppe adesso poggiava sul suo ventre e lo comprimeva. Maria pensava che fosse un gesto inutile, ma non aveva il coraggio di contraddire ancora suo marito. Si vergognava. Di solito gli uomini non vedono certe cose. I figli li fanno le donne, aiutate da altre donne più vecchie.
“Spingi, Maria, forza!”
Maria non sentiva più freddo, era fradicia di sudore nella nuca e sotto le cosce.
“Non… non… aaaah… non distinguo più un dolore dall’altro, sono vicini, aaah.” Si agguantò al braccio di Giuseppe.
“Maria, mi stai ficcando le unghie nella carne.”
“Scusaaaah…”
Dietro la massiccia figura di Giuseppe, s’intravedeva l’apertura della grotta. C’erano le stelle, fulgide nel cielo freddo del deserto e, in mezzo, proprio sopra di loro, la palla di fuoco che annunciava la venuta di suo figlio.
S’inarcò per la contrazione più forte dall’inizio del travaglio. Non capiva se quelle pietre che le spaccavano la schiena fossero dentro di lei o sul pavimento della grotta.
Se almeno avessero trovato posto in albergo. Tutti riavevano cacciati. E quell’arrogante ostessa! Era incinta anche lei, avrebbe potuto avere un po’ di compassione.
Si morse le labbra e sentì che stava piangendo. Ora il figlio di Dio sarebbe nato in una grotta, con una mucca ed un asino, e sicuramente lei ci avrebbe rimesso la pelle.
Era questo che il Dio d’Israele voleva da lei? Usarla come un vaso per spargere il proprio seme e poi farla morire peggio di una bestia?
Si levò una brezza ghiaccia che gelò la sua nuca zuppa e frusciò tra le fronde delle grandi palme fuori la grotta. In lontananza – ma troppo lontano perché Giuseppe potesse lasciarla per chiamare aiuto – si sentivano belare le pecore.
Benedetta tu fra tutte le donne.
“Spingi, moglie!”
Sì, i dolori erano cambiati, si stavano facendo insopportabili: non mancava molto. Guardò fra le gambe aperte, al di là delle vesti appallottolate a metà ventre. Vide le cosce striate di sangue, vide il pelo del proprio pube, sotto la mano di Giuseppe il falegname, alzarsi ed abbassarsi al ritmo delle contrazioni.
Giuseppe era un buon marito. Era l’unico padre che desiderava per suo figlio. Eppure Gesù non sarebbe stato suo, lui la stava aiutando a far nascere il figlio di Dio.
Ma ora tutto sembrava così lontano, così assurdo. La visita dell’angelo, la luce, il fremito nel suo grembo… Ave Maria, piena di grazia… una visione forse? No, perché il bambino era stato concepito quando mancavano tre mesi alle nozze e lei non aveva ancora conosciuto uomo.
Aveva sperato, però, che alla sposa di Dio, all’ancella del Signore (tale si era proclamata inginocchiandosi nella luce che trasfigurava la sua umile casa) queste sofferenze sarebbero state risparmiate. Quando la grande creatura di luce con le ali di piuma le aveva detto: non temere, Maria, tu hai trovato grazia davanti a Dio, non pensava che le sarebbe stato imposto di partorire come le altre donne. E se fosse morta? Chi avrebbe allattato il suo piccolo? Perché il bambino era pur sempre suo figlio. Suo e di Giuseppe. Avrebbe lottato perché il Signore non lo togliesse a suo marito! Doveva essere Giuseppe il padre del piccolo, almeno finché Gesù non fosse cresciuto abbastanza.
Lontani, i fuochi dei pastori illuminavano le tende. Betlemme era in festa per la notte del censimento.
“Si vede la testa! Ha tanti capelli! Su, Maria, resisti! Ogni volta che spingi spunta fuori, ma poi torna indietro.”
“Allora non uscirà! Oh, Signore, aiuta tuo figlio…aiutami!”
“Ma, no, stai calma. Deve essere una cosa normale… ogni volta ti apri di più.”
Sentì che le dita di suo marito ora cercavano d’impedirle di richiudersi, ma era al di là della vergogna ormai. Voleva solo che finisse, voleva uscire da quel lago di dolore.
Egli sarà grande e verrà chiamato figlio dell’Altissimo.
Figlio dell’Altissimo… era un uomo invece! Quanta umanità c’era nei dolori che le strappavano le viscere, nel sangue che bagnava la polvere della grotta, che schizzava sulle vesti di Giuseppe.
Era Dio, ma nasceva come gli agnelli, nel sangue.
Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.


Il monitoraggio era terminato. Ora Mrs Spencer le stava provando la pressione. Sorridendo, confermò che tutto era a posto. “Ok, è stata bravissima, Mary.”
Mary sospirò di sollievo e si rilassò sui cuscini. Stava perdendo ancora un po’ di sangue ma, dopo la disinfezione, le era stato applicato sul pube un grosso assorbente e adesso si sentiva di nuovo fresca sotto il lenzuolo.
Era andato tutto bene, suo figlio era nato! Quel figlio che Dio non le aveva voluto concedere, lei se lo era costruita da sola, con tutte le sue forze.
Quando avevano scoperto che Joseph era sterile, c’era stato tanto dolore in famiglia, ribellione, rabbia. Poi avevano deciso. Se Joseph non poteva darle un figlio, ne avrebbero comprato uno alla banca dello sperma, pagando qualsiasi prezzo pur di farlo nascere.
Mrs Spencer si avvicinò con un fagotto fra le braccia e lo posò delicatamente sul ventre ancora rigonfio della madre. Joseph fece un passo avanti, incerto, commosso.
Mrs Spencer aggrottò le ciglia. “Solo cinque minuti, prego, poi lasciamo riposare la signora.”
Joseph annuì. Da come deglutiva con forza, Mary capì che, se solo avesse cercato di parlare, si sarebbe messo a piangere.
Quando la capo infermiera fu uscita, suo marito si accoccolò vicino a lei. Toccò la mano del bambino. Le ditina si strinsero a pugno attorno alle sue.
Mary guardava suo figlio e l’uomo che l’avrebbe allevato. Questo è il figlio dell’uomo, pensò, il figlio di uno sconosciuto che ha versato il suo seme per me. Ma è anche il figlio di Dio, nato per miracolo ed in letizia, ed il suo corpo è ancora caldo delle mani del Signore.

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Nessun dolore

10 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

È spaventoso come una persona ti esce dal cuore. La guardi e capisci che hai rinunciato a sperare. Non sarà mai come vorresti che fosse. C’è un ponte fra voi, che ogni giorno tu fatichi ad attraversare, ma lei non si sporge mai verso di te. Ti cresce il vuoto dentro, vedi l’abisso che si scava, e ti senti impotente.
Certo, avvocato, certo, lo so che divago, lo so che devo essere precisa. Ricordo bene quando Francesco è venuto a prendermi al lavoro.
Ci siamo fermati alla gelateria Primavera. Mentre io ordinavo due paste, lui si è messo a leggere la Gazzetta dello Sport.
“Ti devo dire una cosa”, ho cominciato. Rigiravo le analisi fra le dita, sotto il tavolino, mi tremava la voce.
“Uhm”, ha fatto lui, senza alzare gli occhi dal giornale. È quello che dice quando non mi sta ascoltando.
“Vaffanculo, France”.
“Eh, dicevi?”
“Niente.”
In quel momento gli è squillato il cellulare. Ha risposto piegando appena la testa di lato, come fa quando mi sta raccontando una bugia. “Sì, sì”, ha detto, “ne parliamo con calma domani”, poi ha chiuso la comunicazione.
L’ho guardato senza dire nulla e lui ha abbassato gli occhi. “Chi era?”, ho domandato alla fine.
“Nessuno, la solita grana di lavoro.”
Ho osservato la sua figura, che conosco in ogni minimo particolare, tanto che potrei disegnarla ad occhi chiusi. I bei capelli neri, le lunghe ciglia quasi femminee, l’aria elegante e svagata. “Andiamo a casa”, ho detto, “sento freddo.”
A casa abbiamo parlato del dentista, del lavandino intasato e del veterinario per Bingo, poi, di nascosto, gli ho preso il cellulare dalla tasca e ho premuto ultima chiamata.
Una voce di donna, assonnata e roca. È stata la banalità di quella voce ad offendermi.
E poi ricordo anche quella sera, mesi dopo, che sono tornata a casa ed in camera c’era il letto smosso, nel bagno il mio accappatoio non stava dove di solito lo lascio. Lei si era gingillata con i miei trucchi, li aveva aperti, spostati, aveva spruzzato il mio profumo per divertirsi o forse per nascondere il suo odore. Ho trovato Bingo rintanato sotto il letto, l’ho preso in braccio, “mami è qui, è tutto a posto.” Ma non era tutto a posto, no, affatto.
Ancora il telefono, sempre quel cazzo di telefono. “Che succede, France?
“Niente, vai di là, lasciami in pace.”
Sono andata in cucina ed ho cominciato a lavare l’insalata. Lo sentivo camminare in su ed in giù per il soggiorno, sentivo le sue imprecazioni soffocate. “Non puoi farmi questo”.
“Ci sono problemi?” ho domandato. “Nulla che non si possa risolvere, Chiara. Lascia stare quella roba, ti porto fuori a cena.”
Siamo andati al solito posto, lui ha ordinato il pesce ma poi l’ha lasciato nel piatto. Parlava poco, teneva la testa bassa. Gli è squillato ancora il cellulare e ho riconosciuto la voce alterata di quella donna. Ho sentito chiaramente le parole incinta e divorzio.
“Non ci lascia più neppure cenare?” ho domandato. Stranamente, lui non ha negato. Ha calato la testa nel piatto, ha sospirato. “Chiara, sistemerò le cose, dammi un po’ di tempo.”
C’è un tempo per tutto, Francesco, avrei voluto dirgli, e quel tempo per noi è passato. Ma ho imparato che tacere è la via migliore, che è così che si sopravvive.
A casa mi sono piazzata davanti allo specchio e mi sono guardata tutta, dalla testa ai piedi, come per rendermi conto che ci sono. Ho lisciato la pancia che cominciava a soffocarmi. “Cerca di essere felice, Chiara”, mi sono detta, “fallo per te e per il bambino.”
Vede, avvocato, non riesco a provare tenerezza per mio figlio, sono svuotata d’ogni sentimento. L’unica cosa che davvero vorrei è tornare a casa. Se mi permettessero di rientrare, metterei tutto a posto, laverei via quelle macchie. Ho lasciato troppe cose a metà, ci sono ancora le camicie di Francesco da stirare, i pantaloni da portare in tintoria. Mi serve qualcosa di lui da toccare, da annusare.
Tiro fuori di tasca una sua foto e la liscio. È più giovane, più magro, con più capelli, sorride a me che lo inquadro. Forse quando gli hanno fatto l’autopsia, mi ha chiamato, forse ha avuto paura. Mi passo la foto sulla guancia ed è fredda.
Perché cazzo non si può piangere un morto da soli?
I morti vanno piombati nelle casse, archiviati in fretta, perché la vita continui, perché si torni al lavoro, a scuola, allo stadio.
Sa, al funerale, la gente passava, posava fiori ai piedi della bara, mi stringeva le mani. “Coraggio, Chiara.” Ma non mi guardavano negli occhi. Qualcuno mi baciava, lasciandomi una scia di saliva sulla guancia che mi pulivo subito, di nascosto, col dorso della mano.
Mia madre parlava con la gente. “Abbiamo preso l’avvocato migliore, questa non mi doveva capitare, non ce la faccio alla mia età.” Mia madre mette sempre se stessa al centro, come se Francesco fosse morto per dare un dispiacere a lei, come se il dolore non fosse mio ma suo.
Io fissavo Francesco, le palpebre semiaperte, le guance incavate, la barba che continuava a crescere anche nella bara. Cosa aveva a che fare col ragazzo che mi mandava mazzi di rose per farsi perdonare, che mi lasciava bigliettini teneri in giro per casa?
Ma sarà vero che i morti sono in pace ?
Gli parlavo. Sai, France, dicevo, sono stata da lei, al suo negozio. Ha detto che mi volevi lasciare dopo la nascita del bambino. Non le ho creduto.
Sì, lei, proprio lei, appoggiata al bancone, indaffarata con i saldi di fine stagione, ha stirato le labbra gonfie, ha strinto gli occhi truccati, ha detto che non eri felice con me.
Dicono che il bambino ha bisogno di sentire il mio affetto, ma che non devo attaccarmici troppo perché me lo toglieranno. Vorrei che fosse ancora dentro di me.
Ho letto articoli su bambini cresciuti in prigione, che chiamano cella la casa, che hanno terrore del mondo di là dalle sbarre, che vengono strappati alle madri in una data ora e in un dato giorno stabiliti dalla legge. Bambini insicuri, traumatizzati, segnati per tutta la vita. Risparmierò questo a mio figlio, lo lascerò andare. Non gli darò nemmeno un nome.
Francesco ed io ci siamo amati, cosa crede, avvocato, i ricordi belli sono tutti lì, se non ne fossi convinta, impazzirei.
Ora vorrei trovarmi al suo posto, senza più pensieri sotto la terra fresca, solo l’odore d’acqua ferma nei vasi e, tutt’intorno, i morti immemori, senza ricordi, senza speranze inutili
Ma, in fin dei conti, si tratta solo di mettere un piede di fronte all’altro, nello spazio ristretto di questa cella, far passare il tempo. Ho persino il lusso di poter piangere da sola, quando le altre sono fuori per l’ora d’aria. Piango solo un poco, piango di nascosto e poi vado avanti. Mi piego ma non mi spezzo, avvocato, tanto, lo sa anche lei, ormai non c’è più niente da spezzare.
Sento le donne che gridano, che si disperano. Io non grido mai, sto sempre zitta, ascolto le voci nella mia testa. “Francesco, Francesco, Francesco”.
Francesco dovrebbe essere anche il nome di mio figlio, ma mi mordo le labbra per non dirlo a voce alta, per non chiamare un bimbo che non mi appartiene, che un’altra alleverà.
Di là da queste sbarre, sento il fischio delle rondini che si abbassano per rincorrere i moscerini. Sono sola, in balia di me stessa. È un dato di fatto, avvocato, non c’è niente di male. Nessun dolore, anzi, quasi un senso di trionfo.

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Immagini ed emozioni dei lettori: Adriana Pedicini

9 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Puccinelli Con tag #patrizia puccinelli, #fotografia, #adriana pedicini, #immagini ed emozioni dei lettori

Foto di Adriana Pedicini

Cara Adriana, innanzitutto grazie per aver mandato le tue immagini. Vediamo subito come le ho percepite e cosa c’è di buono o no.

La Forza delle radici: Sicuramente l’albero è molto grande e tu volevi trasmetterci la sensazione che hai avuto osservandolo, però sei andata un po’ troppo vicina e non capisco bene se sono radici o rami, probabilmente se stavi un pochino più aperta, (più lontana o con meno zoom) riuscivo anch’io a comprendere meglio la maestosità di questo albero; in più il flash in automatico ha cancellato la suggestione che i tuoi occhi hanno così tanto apprezzato, mi spiace, sono sicurissima che era un bellissimo albero ma purtroppo non riesco a trovare quella forza che tu hai cercato di condividere.

Albero secolare: Ecco, questa immagine si che rende l’idea!!!! Bella anche la via di fuga a destra dell’immagine che dà profondità, peccato che la troppa luce a sinistra catturi eccessivamente l’attenzione, però hai allargato il campo e questa sì che dà l’idea della potenza delle radici.

Agosto 2013: Qui hai fotografato in controluce una montagna all’orizzonte, purtroppo la foschia non ti ha aiutato, ma ad Agosto non è che si può chiedere l’aria tersa. Hai preso troppo fogliame alla sinistra che incupisce un po’, ti consiglio, nelle foto di paesaggio, di utilizzare sì, un particolare in primo piano che dà profondità, ma non in modo eccessivo perché altrimenti si prende tutta l’attenzione e non lascia spazio a ciò che volevi mettere in evidenza.

Fiori di campo: Questi fiorellini sono deliziosi, io li adoro! I cespugli fioriti incolti sono difficilissimi da fotografare, perché sono adorabili a vedersi, però, proprio perché sono incolti, sono sporchi di foglie secche e fiori appassiti e l’obbiettivo non è indulgente come i nostri occhi, vede e ripropone tutti i difetti! Penso che l’orizzonte così storto sia dovuto al fatto che volevi prendere più fiori possibili … A volte è meglio prenderne meno, ridurre il campo, ma cercare di trovare la parte più pulita della pianta, rende molto di più.

Arianna sulla catasta di legna: Arianna è una bellissima bambina, ma tu hai messo a fuoco la legna!

Panorama: Classica immagine che riportiamo a casa da una vacanza e vogliamo far capire in che posto meraviglioso siamo stati … Certo, il panorama naturale è molto bello, però non è stato reso il massimo, l’errore più comune che viene fatto nelle foto di panorama è che la macchina fotografica viene tenuta leggermente rivolta verso il basso e di conseguenza il primo piano risulta essere la strada che percorrevamo a discapito della vallata. Bisogna cercare di osservare meglio ciò che viene inquadrato, con un pochino di attenzione in più si hanno subito risultati.

Adriana non ti scoraggiare, tu continua a fotografare e cerca sempre di trasmettere le tue emozioni, qualche volta ci riuscirai non troppo bene, altre molto meglio, cerca di ascoltare il tuo cuore quando guardi dentro al mirino o schermo, sarai ripagata di tutti quei click che non ti hanno soddisfatta.

la forza delle radici

la forza delle radici

albero secolare

albero secolare

agosto 2013

agosto 2013

fiori di campo

fiori di campo

Arianna sulla catasta di legna

Arianna sulla catasta di legna

Panorama

Panorama

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Marta ci vede

8 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Ore tredici, silenzio rovente, canicola. Pensieri come mosche in una giornata umida.
Mentre parcheggio all’ombra dei pini, mi rendo conto di essermi spinto fino al mare. Da quanto non vengo? Forse dall’ultima volta che ci ho portato Marta.
I pini esalano odore di resina riscaldata, di aghi schiacciati sotto le ciabatte di gomma, di polvere. Se fosse qui, Marta berrebbe l’aria con le narici come una puledra, piegherebbe la testa di lato per ascoltare, toccherebbe la corteccia degli alberi, riderebbe se la resina le incollasse le dita, abbraccerebbe il tronco per capirne l’età. “Questo è proprio tanto vecchio”, direbbe, “ne sento l’energia. Gli alberi sono creature vive ed antiche.”
Come due anni fa, in Sicilia. Sudava sotto il sole, mentre visitavamo la Valle dei Templi. Io leggevo le spiegazioni della guida e lei ascoltava, assorta, rapita.
“È assurdo, a che cazzo serve”, pensavo, ma lei era raggiante mentre allargava le braccia e si distendeva sulle rovine del capitello, per afferrarne l’ampiezza, l’asperità del tufo. “È incredibile cosa riuscivano a fare a quei tempi.”
Mi sorrideva dietro gli occhiali da sole grandi e neri. La fotografavo perché era lei a chiedermelo, e intanto pensavo che quelle foto non le avrebbe viste mai, non avrebbe saputo che il naso le si era arrossato, che il petto le si era coperto di efelidi, che il gelato le aveva macchiato la maglietta.
È sempre così entusiasta di tutto, lei.
Mi faccio a piedi il viale fino alla spiaggia infuocata, affollatissima, stringo gli occhi nella calura tremolante. Quasi non vedo il mare, oltre le file degli ombrelloni, ma c’è odore di salmastro, di abbronzanti, di ghiacciolo, di scarpe abbandonate al sole.
Chiudo gli occhi, provo a sentire le cose come le sente lei, ma la tristezza mi chiude la gola. Se fossi un insetto, penso, vedrei il mondo attraverso occhi dalle mille sfaccettature. Non sarebbe il mondo che conosco io.
Mi spoglio. Gli slip neri possono sembrare un costume, e comunque me ne frego. Cammino a lungo prima che l’acqua mi arrivi al petto. Nei passi faticosi verso il largo, rivedo mio padre che fa arselle col setaccio grande, e mia madre col costume intero, i piedi larghi e forti, le spalle fiere. Mi sento solo, come non lo sono mai stato, solo con tutte le responsabilità.
Mi tuffo, l’acqua mi fa rabbrividire, avanzo a bracciate verso il nulla, nuoto fino a che il bagnino non comincia a fischiare per richiamarmi indietro.
Sono disperato, non c’è nulla che voglia fare, nulla che ami, nulla che desideri.
“È depressione, Gianfranco”, mi ha detto Roberto, che è medico ed anche mio amico. “Stare accanto ad una moglie non vedente è difficile, lo capisco. Ora ti segno delle pillole, ma tu fatti forza.”
“Maledizione, Roberto. Non mi servono farmaci. Non sono depresso.”
Roberto ha scosso la testa. “Pensa a Marta, Gianfranco. È cieca da dodici anni, dal giorno dell’incidente, ma non ho mai conosciuto qualcuno con tanta voglia di vivere. Lei ti ama, non dimenticarlo.”
Marta mi ama. Sono fortunato. Quella sera guidavo io.
Non riesco più ad alzarmi la mattina ed in quest’acqua ci vorrei annegare.
Marta è cieca. No, non è vero. Marta vede in un altro modo, vede col cuore, con l’anima, con i sensi. Lei vede più di me, vede tutto quello che io non so più vedere. Lei vede il bene della vita che io ho perso.
Mi volto e torno a riva così veloce da sfiancarmi, fino a che i miei piedi non toccano di nuovo la sabbia piena di buche, di mulinelli, di tracine brucianti. Piena di cose vive.
Mi rivesto senza nemmeno asciugarmi.
Chissà, magari, sulla strada del ritorno mi fermerò in farmacia.

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Il faro

8 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

Nell’aria un sottile odore di osso succoso

seguo la scia sbavando e leccandomi

ma il mio padrone ha solo alzato la mano

e fatto un gesto indefinito

l’osso ce l’ho messo io.

Ora non c’è nemmeno più quel “vedrai”.

Un muro, col cuore di calcina,

di pietra refrattaria, insensibile.

Sento il mio amore contrarsi

come la materia di un buco nero.

Finché la luce di questa estate mi vorrà viva

vedrò la vita dal crepuscolo,

ma, se posso scegliere, voglio un faro,

una torre in mezzo al mare,

con una piccola spiaggia.

Sentirò il rumore delle onde

dalla mia finestra

la risacca laverà via il dolore

mi purificherà.

Ogni granello di sabbia

ogni guscio di granchio seccato al sole

saranno intrisi del mio amore.

Dimenticherò il magro raccolto della mia vita

Dio scenderà a toccarmi

e non avrò più bisogno di nessuno.

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Immagini ed emozioni dei lettori: Luigina Monferini

7 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Puccinelli Con tag #patrizia puccinelli, #fotografia, #immagini ed emozioni dei lettori

Foto di Luigina Monferini – Lago di Massaciuccoli – Torre del Lago - Lucca

Cara Luigina, mi hai mandato le foto fatte con il tuo iPhone, dico subito che fare le foto con i cellulari, anche se di ottima qualità e con “tanti” mega non è la stessa cosa che fare le foto con una macchina fotografica e ti spiego subito perché: le lenti che sono su di un qualsiasi cellulare, anche se di ottima qualità, sono molto piccole per cui “assorbono” la luce. Infatti come le ingrandisci un pochino subito arriva il “rumore” dei pixel mancanti, converrai con me che sia il processore che il sensore di una anche piccola macchina fotografica sarà sempre maggiore di un cellulare. Detto questo, adesso vediamo le foto che mi hai inviato. J

Foto n.001 - Battello sul Lago: credo sia un’alba, i colori sono molto belli ed è ottimo il riflesso, la sensazione è bella, per quanto riguarda l’inquadratura avrei preferito che non ci fosse stata la poppa del secondo battello, ma non si può avere tutto.

Foto n. 002 – 003 – Silhouette: Nella prima c’è un po’ di confusione, troppo nero in basso, la seconda invece, la n. 003, anche se non è proprio una vera silhouette è molto meglio, dà la sensazione di profondità prodotta delle nuvole e dal personaggio un po’ arretrato a confronto del gruppo. L’inquadratura dal basso è buona e gli elementi di contorno non creano “confusione”.

Foto n. 004 – Sole fra le nuvole: l’attimo che hai colto è molto bello, peccato che non eri nel posto adatto… ma comunque hai colto l’istante, i raggi che filtrano sono belli, con il giusto taglio può dare più emozione.

Foto n. 005 – Lago con anatre: il paesaggio è molto bello, i riflessi meno spiccati dell’altra, ma sicuramente una bella immagine. La natura ci regala sempre delle scenografie inimitabili.

Foto n. 006 – Luna specchiata nel lago: L’idea è bellissima, purtroppo è il cellulare che non ha reso ciò che tu volevi regalarci, il riflesso è bello, ma in questo caso necessitava la presenza di un cavalletto e tempi di posa lunghi …..

Foto n. 007 – Fiori di pesco: questa immagine è bella, l’ora in cui l’hai fatta è la mia preferita, tutto si tinge di blu come in un sogno, non sembra nemmeno di essere al Lago di Massaciuccoli. L’inquadratura a mio avviso è perfetta e la luna piena che fa bella mostra si sé è molto bella. Questa immagine a me dà emozione, brava.

Patrizia Puccinelli

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