Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)
Post recenti

La scelta

14 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

“Fra non molto chiudiamo, sorella.”
La ragazza dei biglietti la fissava dalla sua nicchia, con le mani guantate. Ma il tramonto non era freddo, almeno non per lei che amava camminare nell’aria dolce e pulita. “Non si preoccupi, cara, solo un giro veloce.”
Gli ultimi visitatori si attardavano a scattare foto lungo la Via Sacra. Lei camminò senza sforzo, col mezzo tacco d’ordinanza, sui lastroni convessi e lucidati dal tempo. Negli ultimi tempi, percorreva quella strada ogni volta che aveva qualche ora libera.
Ecco i faticosi gradini e poi subito su, verso il tempio di Vesta.
Un poco ansimando, si voltò a guardare da quella posizione elevata. I rumori del traffico erano attutiti dall’isola pedonale. A sinistra l’arco, le colonne scanalate, annerite, a destra le grandi pietre collassate, su cui i turisti ancora si arrampicavano per mettersi in posa. Lontana, sullo sfondo, l’imponente mole del Colosseo.
D’impulso, appoggiò la fronte contro il marmo di una colonna. Lo sentì tiepido, come di ricordi assorbiti nelle venature porose.
Voci, uno scalpiccio di zoccoli, un clangore di ruote, di metalli.
“Licia?”
Licia sussultò, voltandosi a incontrare lo sguardo severo della superiora. “Che cosa c’è, Licia?”
Come spiegare l’uggia che teneva in petto, il desiderio di un’altra vita. “Da quanto sono qui, madre?”
“Quasi dieci anni, il tuo noviziato è al termine, presto sarai addetta al culto, lo sai.”
Licia chinò il capo, sospirando, poi sollevò di nuovo lo sguardo e lo lasciò vagare sui tetti rossi di Roma.
“Che c’è che non va?” incalzò la superiora, “non pensi ai privilegi, all’onore di servire la Dea che rappresenta la vita stessa della città? Sei una vestale, Licia, riverita e venerata da tutti. Anche i magistrati ti cedono il passo.”
“Sì, madre e, più di questo, ti confesso che amo l’idea di sentirmi parte di una comunità. Ma…”
La superiora si avvicinò, la prese per le spalle con entrambe le mani. “Il dubbio non ti è concesso, Licia. Sai cosa accade a chi tradisce. Hai visto cosa hanno fatto a Drusilla.”
Licia rabbrividì, come se l’aria si fosse improvvisamente gelata. Drusilla, la sua compagna di giochi, quando entrambe erano entrate nel tempio, all’età di sei anni. Drusilla dalla risata dolce e squillante, dal passo veloce. Drusilla era morta, murata viva dentro una tomba. Perché una vestale non la si può uccidere, deve morire da sola. Ogni sera, Licia stentava a prendere sonno, pensando a Drusilla, alla sua disperazione, a come doveva aver grattato la pietra fino a scorticarsi le mani, chiamando aiuto, chiedendo la grazia di un po’ d’acqua.
Licia si scosse, si allontanò dalla stretta della superiora. “Non ci voglio pensare, non voglio più ricordare, è troppo penoso.”
“E allora tieni duro, se non vuoi fare la stessa fine.”
Licia trasalì, fece un passo indietro. Capiva che la superiora era così dura con lei perché temeva il suo turbamento.
“Voglio solo il tuo bene, Licia”, le confermò, “pensa che hai delle radici, che appartieni a questo luogo. Guarda come è bello.”
Sì, era davvero bella la luce che riverberava sui colli infiammati dagli ultimi raggi. Le facciate imponenti dei templi parevano rifletterla, s’indoravano, si arrossavano nella dolcezza di quella serata tiepida.
“Sii felice, Licia, sii felice più che puoi, perché non hai scelta. Credi che anch’io non abbia sofferto, credi che non mi siano mancate le braccia di un uomo, la mano di un bambino nella mia? Ma la nostra è una vita di rinuncia. E alla rinuncia ci si abitua, Licia. Dopo un po’, vedrai, non brucerà più.”
Licia annuì, sentendosi sconfitta e stanca, stanca come se, sulle giovani spalle, non avesse anni, ma secoli.


Riaprì gli occhi. Aveva visto e sentito cose che non avrebbe dovuto vedere, né sentire. Aveva avvertito le vibrazioni della roccia, i segreti dolorosi racchiusi nello scrigno del tempo. Prese in mano il crocifisso che teneva al collo e lo baciò. “Gesù, credo che tu mi stia parlando attraverso lei.”
Suor Maria fece tutto il percorso a ritroso, fino all’uscita. Attraversò il varco a testa china, le mani in tasca, il passo frettoloso. Salì sul primo autobus che l’avrebbe riportata in Vaticano. Per tutto il tragitto ripensò a Licia, la giovane vestale. Non mise in dubbio neppure per un istante che la ragazza fosse esistita davvero. Troppo vivide le sensazioni, troppo nitidi i ricordi. In un modo inspiegabile, qualcosa o qualcuno l’aveva guidata più e più volte fino al tempio in rovina, affinché Licia potesse mettersi in contatto con lei.
E non era un caso, ma un messaggio che nostro Signore le inviava.
I dubbi, che non l’avevano mai sfiorata quando aveva pronunciato i voti molti anni addietro, all’età della giovane vestale, stavano germogliando adesso dentro di lei. Da giorni, da mesi, sempre più forti, incalzanti, dolorosi. E non poteva più negarli, lei che, al contrario di Licia, una scelta l’aveva.
Due donne, pensò, accomunate da uno stesso destino. Una giovane pagana consacrata sull’altare della rinuncia, e una suora di mezza età, preda dell’abitudine e di gesti meccanici, ormai vissuti come vuoti di senso e ripetitivi, privi di slancio autentico.
Mentre scendeva dall’autobus, pensò che, quella sera, nel chiuso della sua cella, avrebbe meditato a lungo. Avrebbe chiesto a Gesù l’umiltà e la forza per guardarsi dentro, per mettersi in discussione come non aveva mai fatto, per cercare l’autenticità di vita e di fede alla quale era sempre sfuggita seguendo binari prestabiliti e forse neppure scelti da lei. E se questo significava lasciare il seno confortante della madre Chiesa, lo avrebbe fatto. Avrebbe riflettuto e pregato fino a sfinirsi, fino a spellarsi le ginocchia sul legno, per capire se ancora c’era una via d’uscita.
L’avrebbe fatto per suor Maria. E per Licia.

Mostra altro

Matteo Pugliares, "Imperfetto"

13 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Matteo Pugliares,  "Imperfetto"

Matteo Pugliares

Imperfetto

Edizioni Creativa – Pag. 85 - Euro 11

www.ilibridim

Matteo Pugliares

Imperfetto

orfeo.blogspot.it

A volte ti capitano dei libri che riesci a leggere in meno di un’ora, ma non perché vuoti e composti di storie che scorrono come acqua fresca. Non stiamo parlando di Moccia e Volo. No davvero. Sono libri che ti prendono e non ce la fai a smettere di leggere, perché impregnati di profondità, intensi e poetici. Imperfetto di Matteo Pugliares, edito da un imprenditore onesto come Gianluca Ferrara di Edizioni Creativa, è uno di questi. Imperfetto non è un romanzo vero e proprio, sono diciassette capitoli di riflessioni e poesie che indagano il senso della vita, domanda eterna che ogni giorno ci facciamo senza mai trovare risposta adeguata. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”, canta De Andrè, l’autore segue la filosofia del cantautore, si guarda allo specchio, si aggrappa alle speranze per rimanere a galla, pensa al futuro, cerca di rendere la vita degna d’essere vissuta. Racconta la storia d’un bambino e della sua innocenza violata, vuole vivere fuori dagli schemi, dalle mode, camminando sulla strada, lontano dalle cattive abitudini, in mezzo a sogni, ideali e pensieri positivi. Fermiamoci un istante - come ci chiede più volte dalle sue pagine intense questo interessante autore siracusano, nato nel 1972 - e leggiamo uno dei racconti migliori, compreso nel capitolo dieci di Imperfetto. (Gordiano Lupi)

10

«Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più stronzo del reame?»

Ci sono molte cose che non mi piacciono del mio corpo.

So che mi stai ascoltando. Me lo ricordo bene che sono creatura perché è difficile lavorare sempre al buio.

Guardo ancora lo specchio e vedo il mio alone aureo e mi chiedo perché esistono gli aghi, questi bastardi che violentano la tua pelle. È così difficile inventare una siringa con un ago che non fori la pelle? Eppure avete inventato tanta merda: la plastica, le centrali nucleari, i supermercati, gli allevamenti di polli.

È così difficile inventare una siringa con un ago che non fori la pelle?

Allora mi rendo conto che sono felice che siete lontani da me, che la vegetazione invade quasi tutto il mio spazio vitale, che quando annaffio il mio geranio lo sento ringraziarmi perché vive grazie a me.

Mmm… forse è arrivato il momento di accorciarmi la barba.

E mi chiedo a cosa serve la mia mano. Ad accarezzare i bambini o a schiaffeggiare gli stronzi? E poi penso alle fabbriche di armi, ai centri commerciali, al caffè servito nei bicchieri di plastica. E penso ai cataloghi, ai nonni abbandonati, alle farfalle che non ci sono più.

So che mi stai ascoltando… Poi quel virus l’ho vinto. È stato come battere un nemico più forte che proprio perché sa di esserlo si perde nella sua superbia e si espone agli stratagemmi di chi ha solo la disperazione dalla sua. Ed io ho fatto così. Ho dato voce alla mia disperazione e l’ho sconfitto col pensiero. E quello l’ha smesso di attaccarmi perché il mio pensiero era un’arma che non aveva previsto. Il mio pensiero inferocito ne ha fatto poltiglia. Ripassa un’altra volta stronzo di un virus, gli ho detto.

Sento la mia energia sempre più debole e un terremoto interno che mi sta devastando, ma ho ancora il mio pensiero che mi fa da parafulmine. Rimango nell’attesa di ulteriori sviluppi.

Torno a guardarmi allo specchio e mi vedo un po’ più bello.

So che mi stai ascoltando… E allora ti chiedo perché stai a chattare quattro ore al giorno al computer di casa tua.

Il tuo sorriso non mi ha convinto, secondo me stai diventando paraplegico nel cervello. Ma scendi in strada, innamorati, abbraccia le persone. Fai ciò che io non riesco a fare. Esci di casa perfino allegro se ci riesci e poni fine a questo strazio.

Sono almeno cinque anni che non prendo la febbre. Sarà grazie ai miei piccioni del parco. Quando do loro le molliche di pane mi fanno l’inchino e tengono lontana da me la febbre. Ed io raccolgo le loro uova e le conservo. Scrivo sopra la data per vedere quanto tempo ci stanno a marcire. E poi me li sogno spesso i miei piccioni.

So che mi stai ascoltando… Forse ha ragione il mio amico Valter: è tutta colpa dei giudici, o delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Facile parlare… Opportuno parlare… Inevitabile parlare… Inevitabile, tanto quanto ci siano al mondo dei disperati e dei perfidi. Ne parleremo allora.

Forse ha ragione il mio amico Valter: gli alieni buoni non ne possono più di noi e gli alieni cattivi pensano a modificarci geneticamente in peggio. Valter dice che se non la smettiamo immediatamente, rimarremo schiacciati dai tumori dell’anima. Forse ha ragione il mio amico Valter.

Sono un po’ stanco adesso. Potrei andare a dormire sotto il letto, oppure sdraiarmi fuori, davanti alla casa, ma non sopporterei quella gente insolente che ti guarda come un pazzo solo perché dormi davanti casa tua. Che idioti! Che superficiali! Non hanno capito che il senso della vita è il sorriso di chi ti ama o le fusa del tuo gatto. E non l’ho capito nemmeno io, perché non mi ama nessuno e perché non ho un gatto.

So che mi stai ascoltando… Ma dovrai vedertela con il mio folletto protettivo che, anche se a volte mi fa i dispetti, ha giurato davanti al gran consiglio di proteggermi per sempre. È bello quando insieme ci fermiamo a guardare la luna che, come la camomilla, ha su di noi effetti diuretici e soporiferi. Sempre meglio che prendere quelle bastarde pillole rosa che mi fanno dormire e vomitare. Sempre meglio che far finta di non star male da morire. Sempre meglio che raccontare agli angeli che tu fai tutto ciò che vuole Dio. Che ne sanno loro di Dio?

Che ne sanno loro di Dio? Io lo conosco bene. Ogni tanto andiamo insieme a passeggiare sulla spiaggia, di notte, e ci fumiamo una sigaretta. Dio tossisce molto, chissà quante ne fuma.

Che ne sanno loro di Dio? Io ogni tanto lo seguo, a distanza per non farmi vedere. Ho scoperto che la sigaretta non la fuma solo con me. Va a fumarsela anche con Greta, quella che per pochi euro ti vende il suo corpo. Quando Dio va da lei, le accarezza il volto e le dice: Quanto sei bella Greta! E Greta, ogni volta, si mette a piangere, perché che è bella non glielo dice mai nessuno. Poi, Dio le asciuga le lacrime con la sua lunga barba e le offre una sigaretta. E fumano. E Greta, solo per il tempo di quella sigaretta, è felice.

Che ne sanno loro di Dio?

Mostra altro

My name is Virzì L'avventurosa storia di un regista di Livorno di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

12 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #recensioni

My name is Virzì L'avventurosa storia di un regista di Livorno di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

My name is Virzì
L'avventurosa storia di un regista di Livorno
di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

FILMOGRAFIA

:. La bella vita (1994)
:. Ferie d'agosto (1996)
:. Intolerance (1996)
:. (episodio "Roma Ovest 143")
:. Ovosodo (1997)
:. Baci e abbracci (1999)
:. My nime is Tanino (2001)
:. Caterina va in città (2003)
:. N (Io e Napoleone) (2006)
:. Tutta la vita davanti (2008)
:. L'uomo che aveva picchiato la testa
:. (2009) (doc.)
:. La prima cosa bella (2010)
:. Tutti i santi giorni (2012)


Alessio Accardo - Gabriele Acerbo
My name is Virzì
L'avventurosa storia di un regista di Livorno
Le Mani - Euro 16 -
Pag. 335

My name is Virzì non sembra neppure un libro di cinema da quanto è scritto bene. Non so dire se la passione con cui ho letto il testo è dovuta al fatto che l'argomento m'intriga e che un po' di tempo fa avevo cominciato ad accumulare materiale per scrivere un libro sull'autore livornese. Poi non ne ho fatto di niente. Meglio così, perché Accardo e Acerbo hanno redatto davvero un libro definitivo sul regista de La bella vita e La prima cosa bella, tracciando limiti di ricerca ben definiti. Adesso sono attesi dal duro compito di aggiornare e di continuare a seguire l'opera di un regista interessante del quale sono divenuti i più documentati biografi. Pare che dal testo - edito con cura da Le mani e messo in commercio a un prezzo accessibile (inconsueto per un testo di cinema) - sarà ricavato un documentario, aggiornato alle ultime pellicole. Non è un peccato che al lavoro manchi Tutti i santi giorni, un netto passo indietro e una battuta d'arresto nel quadro di una produzione di grande livello, al punto che non sarebbe stato facile trovare elementi per salvarlo. Il lavoro è impreziosito da una dotta ma al tempo stesso agile introduzione del cinemaniaco Gianni Canova, che ammette un errore di giudizio nei confronti delle prime opere di un regista che poi (da Tutta la vita davanti, il film che ha convinto la critica) ha cominciato ad apprezzare. Acerbo e Accardo raccontano la vita avventurosa di un regista che parte da Livorno insieme all'amico Francesco Bruni, frequenta la scuola del grande Furio Scarpelli, comincia a scrivere sceneggiature e si candida a diventare l'erede della tradizione della commedia all'italiana. Gli autori narrano l'apprendistato e la lotta di classe all'Ovosodo, nella Livorno operaia, il lutto familiare con la scomparsa del padre, l'autobiografia romanzata che affiora in ogni film. "Per raccontare una bugia credibile bisogna partire da una parziale verità", afferma Virzì. Il regista livornese è un romanziere mancato, il suo cinema è molto letterario, recitato quasi sempre da non professionisti, spesso amici di gioventù, attento a raccontare storie appassionanti più che a realizzare inquadrature suggestive. Furio Scarpelli è il grande maestro di un regista che cresce sui romanzi di Dickens, sulle pellicole di Scola, Pietrangeli, Risi, Monicelli, Ender… appassionandosi al miglior modo di raccontare la vita: la commedia. Il saggio narra la passione politica, gli anni del Centro Sperimentale, le prime sceneggiature (Condominio, Biciclette ai tropici…), i cortometraggi fallimentari e il sorprendente esordio de La bella vita. Virzì è regista a me caro per la scelta di Piombino, esemplare la descrizione di una classe operaia allo sbando, priva di punti di riferimento, ma ottima anche la scelta del set cittadino per girare N, quando invece di andare all'Isola d'Elba adatta il centro storico piombinese. Un autore che intinge la penna nel sarcasmo livornese, che fa sorridere con amarezza sui nostri difetti, raccontando la fine di balordi imprenditori senza futuro (Baci e abbracci) e lo scontro da sinistra radical-chic e arricchiti berlusconiani (Ferie d'agosto). Ovosodo rappresenta la riconciliazione livornese, un modo per riappropriarsi delle radici e di raccontare - in parte - la sua adolescenza. La prima cosa bella lo è ancora di più, opera scritta dopo il matrimonio con Micaela Ramazzotti, impregnata di amore e di nostalgia per il passato, inarrivabile per vette di poesia e lirismo, intensa nel raccontare la storia di una famiglia. Mastandrea, ormai attore feticcio di Virzì (che finge di non sapere il significato dell'espressione) dà il meglio di se nel ruolo del figlio che torna a casa per accudire la madre e nel frattempo ripensa al passato. Tra i lavori di Virzì, il meno riuscito è My name is Tanino, film irrisolto, ancora una volta interpretato da un attore non professionista, forse girato in una location non troppo legata alla poetica labronica. Caterina va in città è molto autobiografico, perché Caterina è Virzì che lascia la provincia per andare a vivere nella capitale, ma è ancora una volta un film che narra un'epopea familiare, racconta le vicissitudini di un rapporto destinato a morire. Tutta la vita davanti è il film più amato dalla critica, buon successo di pubblico, che descrive il mondo dei precari, per la prima volta protagonisti di un'epopea cinematografica. Film galeotto per il regista, fa scoccare la scintilla del secondo amore della vita di Virzì, dopo Paola Tiziana Cruciani, quella Micaela Ramazzotti (nudo integrale cliccatissimo su Youtube!) che diventerà moglie e madre del primo figlio maschio.
Acerbo e Accardo non si limitano a raccontare il cinema e la vita di Virzì, compongono anche un documentato lavoro critico, non limitandosi a riferire opinioni altrui, ma dando un quadro d'insieme della poetica del regista. Inadeguatezza, fascino discreto della provincia, cantore delle piccole cose, nostalgia dell'innocenza, letteratura al cinema, romanzo di formazione, voce fuori campo, cinema di parola, verosimiglianza, macchiettiamo, stereotipi, bozzettismo, inzeppamento, commedia di donne, il mondo visto dai ragazzini, attori dilettanti guidati con passione, lieto fine ineludibile… Tutto questo è il cinema di Virzì. Tutto questo Accardo e Acerbo lo spiegano con dovizia di particolari, passione, competenza e - cosa non trascurabile - con uno stile piano e accattivante, da consumati narratori.
"Federico Fellini è ricordato come il regista con la sciarpa e Alessandro Blasetti è definito il regista con gli stivali, a noi piacerebbe chiamare Paolo Virzì il regista che ride", concludono gli autori.
In fondo proprio questo è la commedia: una risata vi seppellirà.

Mostra altro

Intervista a Francesco Troccoli

11 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste, #fantascienza

Intervista a Francesco Troccoli

Francesco Troccoli, “Falsi dèi” è in uscita in questi giorni. Ma dopo “Ferro Sette” c’era davvero bisogno di un sequel?

Assolutamente no. “Ferro Sette” è un romanzo autoconclusivo, scritto prima che iniziasse il mio rapporto con l’editore Curcio. Benché “Falsi dèi” sia un sequel, la lettura del primo romanzo, benché consigliabile, non è necessaria. Per rispondere alla tua domanda, penso che scrivere e leggere non siano cose necessarie, ma semplicemente gratificanti. Per questo siamo in tanti a leggere, e tutto sommato anche a scrivere.

Un titolo piuttosto strano... chi sarebbero mai questi “falsi dèi”?

Sono misteriose divinità adorate da un popolo oppresso che vive su un pianeta primitivo, scenario di gran parte della storia. Penso di aver voluto rappresentare in chiave fantastica il potere oppressivo esercitato dalle ideologie, in particolare di quelle collegate all’uso mistificatorio di una religione. Ma è solo uno degli aspetti della vicenda, e forse nemmeno quello principale.

Insomma sei ateo? Quanto c’è di te nel romanzo?

Ti rispondo di sì, anche se è una parola che trovo ingannevole. La “a” privativa di questo aggettivo sembra indicare una carenza, una rinuncia. Ma come si può dover fare a meno di qualcosa che, secondo me, non esiste? La vera domanda è semmai “perché si dovrebbe essere religiosi?” quando la dimensione “immateriale” dell’essere umano è in noi viva e vitale sin dalla nascita (e non prima), senza il bisogno di cercarla in una dimensione trascendente. Nutro comunque il massimo rispetto per chi abbia fatto scelte diverse. In “Falsi dèi” c’è certamente molto della mia personale interpretazione della vita.

Anche questo è un romanzo di fantascienza? Perché hai scelto un genere così particolare?

Direi di sì, certamente si tratta di fantascienza, e mi auguro che, come già per “Ferro Sette”, questo romanzo incontri anche il favore dei lettori “mainstream”. Ho scelto questo genere perché mi piace come lettore, soprattutto nelle sue declinazioni più inclini alla critica sociale. E perché come scrittore conferisce un’elevata libertà.

Sulla quarta di copertina leggo commenti lusinghieri di Lanfranco Fabriani, due volte premio Urania, e di Roberto Arduini, de L’Unità; ma vorrei che fossi tu a darmi una buona ragione per leggere questo romanzo.

Trovo che sia una storia più matura ed evoluta rispetto alla precedente. E poiché la precedente ha avuto un discreto successo, penso che anche Falsi dèi potrebbe piacerti. Riparliamone far qualche tempo, che ne pensi?

Tre parole per caratterizzare la storia in breve?

Te ne dico cinque, me lo concedi? Sopruso, ribellione; poi: affetti, separazione. E infine: coraggio.. di essere se stessi, fino in fondo. Se verrai il 19 ottobre alla presentazione, alle 18.30 alla Libreria Arion Esposizioni, immagino che ne diremo anche delle altre...

Mostra altro

Gianluca Morozzi, "Mortimer blues"

10 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Gianluca Morozzi, "Mortimer blues"

Mortimer Blues

di Gianluca Morozzi

Edizioni Il Foglio Letterario

pp 67

4,90

Aprendo un libro a caso, appartenente al sottobosco della nostra narrativa contemporanea, con una mano a coprire il frontespizio, diventa difficile, ormai, distinguere dallo stile un autore maschio dall’altro. Tralasciando, ovviamente, chi scrivere non sa, anche fra i bravi c’è una specie di lingua trasversale che accomuna molti scrittori, in parte mutuata dalla frequentazione con gli americani. Questo, senza nulla togliere all’efficacia di “Mortimer Blues”, racconto lungo, più che romanzo, dello scrittore musicista Gianluca Morozzi, classe 1971, per la collana Demian.

Sebbene anche il contenuto non si discosti molto dal filone della confessione interiore giovanilistica accompagnata da sottofondo musicale, Mortimer blues spicca per due elementi: l’innegabile competenza musicale dell’autore e quel senso tremendamente universale di aspirazioni fallite.

Il protagonista si chiama Vincenzo ma lo veniamo a sapere solo a metà dell’opera, con un guizzo tecnico abbastanza originale. Il suo nome si duplica e poi triplica in Vincent e Vega, a segnare il passo di un’incipiente alienazione mentale. È un musicista progressivamente sempre più colto ed esperto ma, in realtà, incapace di grande ispirazione. Passa la vita a cercare di scrivere l’”opera”, quella che lo differenzierà da tutti gli altri, che lo renderà immortale, che resterà nella storia della musica. Gli viene consigliato di studiare, prima di produrre qualcosa di nuovo, e si mette a farlo con una ossessività che lo risucchia. Frequenta di tutto, classici e contemporanei, e poi ancora nuovi contemporanei, perché, intanto, il tempo passa e lui non è più un adolescente che mette insieme due note per la ragazza di cui è invaghito.

In questo, Vincenzo/Vincent è metafora di tutti gli artisti, dei compositori, degli scultori, dei pittori, dei poeti. Vincenzo è il cantante che s’iscrive al talent, è lo scrittore fallito che recensisce libri altrui sperando, a furia di smontare testi, d’imparare come si scrive un capolavoro. E la sua ricerca si prolunga, diventa infinita, fine a se stessa, il mezzo prende il posto del fine.

Io non sto diventando pazzo, io sto studiando per scrivere il disco dei dischi, la sinfonia degli dei, l’opera del secolo, altro che pazzo, quanti grandi artisti venivano giudicati pazzi dai loro ignoranti contemporanei?, non erano pazzi, erano al di là della comprensione di quegli zotici!, io scriverò l’opera suprema, l’opera definitiva. Quando avrò finito di studiare e ascoltare tutto, naturalmente.” (pag 63)

Non si sa di cosa viva Vincenzo, forse ancora del lavoretto che faceva da ragazzo, ma certo, contrariamente a quanto gli rimproverano gli amici all’inizio della sua inesistente carriera, non ha “sostituito il sogno con la concretezza”, anzi, ha fatto proprio il contrario, si è condannato a un’eterna giovinezza artistica senza la maturità di un talento che non c’è.

“Alla fine dobbiamo rinunciare delle occasioni perché tu ti sei inchiodato al mondo reale in questi modi assurdi e non decolliamo mai, capisci? Perché hai scelto la concretezza al sogno. Questo voglio dire.” (pag 49)

E, appunto, tutto quello che Vincenzo farà nella sua vita leggermente paranoica, sarà nascondere a se stesso la propria mancanza di talento, salvo ammetterla solo da ubriaco, distruggendo a martellate le scadenti opere prodotte.

Il tono è agevole, ironico, divertente, ma il racconto di Morozzi è intriso di nostalgia per un tempo in cui tutte le possibilità e le speranze sono ancora aperte - il tempo dell’adolescenza caro alla collana Demian – e dove l’amara verità non è ancora venuta a galla. Il racconto è pervaso da un crudele senso di fallimento, d’incompiutezza, di spreco, e anche da uno spasmodico desiderio di riscatto, così bene espresso con l’immagine delle tartarughine in corsa verso il mare.

“Ma la cosa che ci frega, a noi, è il fatto che arrivare al mare non sia del tutto impossibile. Qualcuno ci arriva a quell’acqua maledetta, quindi si può fare, quindi ci si riesce, no?”

Mostra altro

L’AVVENTURA di Heinrich Böll

9 Ottobre 2013 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #racconto, #valentino appoloni

L’AVVENTURA di Heinrich Böll (Colonia, 1917 – Bornheim, 1985)

L’avventura è un breve racconto dello scrittore tedesco Böll, premio Nobel per la letteratura nel 1972. Autore noto in particolare per Foto di gruppo con signora (1974), ha scritto anche molti brevi racconti che sto leggendo nell’edizione Mondadori.

Focalizziamo il testo. Il signor Fink sta per entrare in una chiesa. Già l’atto di entrare, in sé banale, si presenta in realtà piuttosto disagevole. Il protagonista non sceglie l’ingresso principale, ma quello laterale. Dopo poche righe l’atmosfera è già cupa e aspra; l’asfalto della strada è crepato, i giardinetti sono minuscoli come se il bello fosse appena sopportato dalla mentalità del tempo, le siepi hanno “foglie dure e vizze come il cuoio”.

L’ingresso nel luogo sacro dovrebbe portare serenità e distensione, di contro alla durezza dell’ambiente esterno. Invece il protagonista sente odore di muffa, deve spingere due porte e la seconda la urta tenendo il pugno chiuso. Non ci appare come un credente umile, ma come un uomo dai gesti bruschi.

Capiamo che è molto a disagio e ha bisogno di confessarsi; l’inquietudine del suo animo lo porta a pregare, o meglio a cercare di farlo. Osserva la chiesa; nota che la navata centrale è stata rinnovata. Segno che da tempo l’uomo non vi entrava. Il risultato di questo rinnovamento? I muri sono “distrutti”, “dentellati”, tutto è provvisorio e precario. Le statue dei santi sono acefale, appaiono come “forme scure e monche”. Fink attende il confessore. L’atmosfera mi ha fatto pensare a quella descritta da Kafka nel Processo, quando K. Incontra il cappellano delle carceri nel Duomo. Poca luce, ambiente disagevole, attesa incerta e goffa. Non è l’ambiente accogliente che un peccatore vorrebbe trovare. Il protagonista ha una colpa; è stato con una donna sposata. Questo lo ha turbato e lo ha spinto in quella chiesa. Ma pentimento e buoni propositi non sono nitidi; l’uomo e confuso, tediato, vorrebbe “liquidare al più presto quella faccenda” e lasciare la città. L’approccio alla colpa è quello dell’uomo moderno, assillato da impegni e poco disponibile ad approfondire i temi etici che lo riguardano. Eppure lui è venuto a cercare parole e conforto in quel luogo sacro. Finalmente riesce a entrare nel confessionale, dopo essere inciampato su una mattonella rotta. Il frate che lo confessa gli fa una serie di domande brevi, impersonali, “come può rivolgerle un medico durante una visita di leva”. Il dialogo, secco e frammentato. si chiude con l’Ego te absolvo. Fink rimane a recitare le preghiere di penitenza, fissando ancora le statue di gesso acefale.

Forse quelle statue ci devono far pensare a una chiesa senza testa, impersonale, fredda. La confessione appare come un rito amministrativo, esercitato in modo impiegatizio. Non è questo che l’incerto Fink si attendeva, anche considerando che nel dialogo scopriamo che l’uomo ha una certa attenzione per i sacramenti. Ma l’adulterio non è il suo unico peccato; c’è un lato menzognero della sua vita professionale, un lato falso che forse riguarda in generale i rapporti tra gli uomini, la società. Non possiamo con certezza dire se l’uomo si sia pentito; ma è un fatto che ha compiuto lo sforzo di andare in chiesa. Qui però ha trovato poca attenzione e poca voglia di approfondire. L’asprezza del paesaggio esterno al luogo sacro fa da pendant con la durezza dell’ambiente interno a esso; le statue monche, la mattonella rotta, l’odore di muffa, la scomodità dell’inginocchiatoio, la poca luce. Eppure le domande dirette del frate, pur all’insegna del formalismo, hanno colpito il penitente che ha trovato quella confessione “terribilmente seria”, diversa da qualsiasi altra. Non possiamo quindi che essere cauti nel giudicare.

Forse la risposta ai temi morali e all’esito del tentativo di approfondirli che si addensano nel racconto stanno nelle ultime righe del testo: “Fink era stanco. Cercò di pregare, ma le parole ricaddero su di lui come sordi ciottoli … ”.

Mostra altro

Giuliano Gemma, l’eroe della mia generazione

8 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Giuliano Gemma (1938 - 2013) rappresenta buona parte della mia infanzia. La prima volta che l’ho visto al cinema - in una saletta di terza visione nel quartiere operaio della mia città - vestiva i pani di Ringo e si faceva chiamare Montgomery Wood. Credevo che fosse americano, pure mio padre lo pensava, lui che disprezzava il western italiano, ma era andato in delirio per tutte le pellicole di Sergio Leone, convinto che fossero interpretate da attori d’oltreoceano. Magia degli pseudonimi, ma pure magia del ricordo d’un bambino che stringeva un pacchetto di semi, varcava le porte del Cinema Teatro Sempione (scomparso nella nebbia del tempo perduto) per andare a vedere un peplum, al tempo che manco sapeva cosa volesse dire peplum, come Arrivano i Titani. Da grande quel bambino avrebbe scoperto che sia i due Ringo (Una pistola per Ringo, Il ritorno di Ringo) che il peplum erano opera di Duccio Tessari, un regista italiano che avrebbe usato spesso Giuliano Gemma (Kiss kiss… bang bang, Vivi o preferibilmente morti, Tex e il signore degli abissi), considerandolo un suo attore feticcio. Abbiamo trovato un ricordo di Giuliano Gemma che fa riferimento a quel periodo storico: “Il primo film che ho fatto con Tessari è Arrivano i Titani, un lavoro che smitizza il peplum dove recito con il mio vero nome. Il primo western che ho interpretato è Una pistola per Ringo (1965), film in cui nasce il mio pseudonimo, Montgomery Wood. Si trattava di una condicio sine qua non per fare il film, imposta dalla produzione che voleva venderlo come nordamericano. Era una moda. Mi obbligarono e lo pseudonimo lo scelse il produttore. A me andava bene tutto. Sono riuscito a usare il mio vero nome solo a partire dal terzo western come protagonista. Ho fatto due western della serie Ringo, entrambi con Tessari, tutti e due buoni lavori, ma fondamentalmente diversi l’uno dall’altro. Una pistola per Ringo è un film ironico, nelle corde di Tessari, girato con il suo inconfondibile stile. Il ritorno di Ringo è un film drammatico, ispirato all’Odissea. Il primo è più divertente, il secondo più serio. Sono due film coprodotti con gli spagnoli, girati nella penisola iberica, interpretati da Fernando Sancho, persona simpatica e grande mangiatore, che poi ho ritrovato in Arizona Colt (Michele Lupo, 1966, nda). Nel cast ricordo anche George Martin, un ginnasta spagnolo molto atletico con cui spesso mi allenavo. E che dire di Pajarito? Un personaggio inventato da Tessari, uno spagnolo che parlava in modo buffo e si occupava di produzione. Tessari lo utilizzò come attore dandogli il soprannome che aveva nella realtà. Una pistola per Ringo è un film ironico che anticipa il western comico di Barboni, alternativo al cinema di Leone, ma non meno violento, nonostante l’ironia. Nella mia carriera non ho mai interpretato personaggi cliché, né stereotipi. Pure nei due film della serie Ringo differenzio i personaggi. Nel primo sono un pistolero ironico e strafottente. Nel secondo sono un eroe cupo e represso che torna a casa dopo una lunga guerra, una sorta di Ulisse - Ringo. Vivi o preferibilmente morti è un altro western diretto da Tessari, sceneggiato niente meno che da Ennio Flaiano, nato dalla mia amicizia con Nino Benvenuti sin dai tempi del militare. Si sperava che andasse meglio, che la coppia Gemma - Benvenuti portasse più gente al cinema, che il debutto di Sidney Rome incuriosisse il pubblico. L’incasso non fu male, comunque, ma la critica distrusse il film. Ma il vero insuccesso tra i lavori di Tessari da me interpretati fu Tex e il signore degli abissi (1985), una pellicola che non era western all’italiana e che non funzionò per niente. Credo che sia il peggior western di Tessari, nonostante ci fosse William Berger, un ottimo attore. La storia era sbagliata, servivano troppi soldi per realizzarla, ma noi disponevamo di un budget irrisorio. La produzione non aveva la possibilità di costruire un accampamento indiano di venti tende (ce n’erano soltanto tre) e neppure di affittare cinquanta cavalli (erano dieci). La storia di Tex venne scelta male perché troppo complessa e costosa da realizzare al cinema. Conoscevo bene i fumetti di Tex, un eroe della mia infanzia, ed ero orgoglioso di prestare il volto al ranger mezzo sangue. Ma avremmo dovuto sceneggiare una storia low-budget, stile spaghetti-western, non un soggetto ambizioso che finì per restare irrisolto. Persino Gianni Ferrio compose una musica anonima, in piena sintonia con il film. L’insuccesso fu così clamoroso che bloccò l’idea di girare una serie di ventuno film televisivi con protagonista Tex. Una pistola per Ringo resta il mio film preferito, comunque. Forse perché il primo western non si scorda mai…”. Abbiamo fatto ricordare al protagonista parte della sua carriera western, che è proseguita con Tonino Valerii e Giorgio Ferroni, ma Giuliano Gemma non è stato soltanto l’eroe buono, il castigamatti, il pistolero della mia generazione. Ha interpretato un intenso ruolo da protagonista ne Il deserto dei Tartari (1976) di Valerio Zurlini e Il prefetto di ferro (1977) di Pasquale Squitieri. E che dire dei ruoli comici ne Anche gli angeli mangiano fagioli (1973) di Barboni e Il bianco, il giallo, il nero (1974) di Sergio Corbucci? Impossibile citare tutto il suo grande lavoro nel cinema italiano, ma se vi interessa approfondire consigliamo la lettura di Roberto Poppi, che ha scritto un imperdibile libro sugli attori italiani, edito da Gremese. A noi piace ricordare Giuliano Gemma mentre cavalca nelle improbabili praterie dello spaghetti western, perché - come ha detto lui - il primo western non si scorda mai.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Mostra altro

WALDEN DUE – UTOPIA PER UNA NUOVA SOCIETA' a cura di b.o.severini

7 Ottobre 2013 , Scritto da Biagio Osvaldo Severini Con tag #biagio osvaldo severini, #filosofia

Il programma di vita. La concezione dell’uomo. La punizione, il rinforzo positivo e il problema della libertà. Gesù e la chiesa cristiana. La democrazia, gli USA e l’URSS. Il governo a W.D. No al leader, al Principe, all’eroe. Una società cooperativa non competitiva.

Il romanzo fu scritto da Skinner - famoso psicologo sperimentale statunitense e caposcuola del comportamentismo operante contemporaneo - nel 1945, dopo aver letto uno studio sui movimenti perfezionisti in America nel XIX secolo e nel momento in cui la civiltà occidentale attraversava un brutto momento, con le distruzioni, le morti e gli assassinii causati dalla seconda guerra mondiale.

Skinner voleva manifestare il suo pensiero sul modo di risolvere i problemi della vita quotidiana, grazie all’aiuto della “ingegneria comportamentale”( “behavior modification”) degli uomini, evitando l’azione della politica. Ciò viene idealmente realizzato in una comunità di mille persone, di cui Frazier è il demiurgo.

In questo romanzo, appunto, Skinner descrive la vita di una comunità utopica, tanto per intenderci alla maniera della platonica “Repubblica”, della campanelliana “Città del Sole”, della “Utopia”(Repubblica perfetta) di Thomas Moro, della baconiana “Nuova Atlantide”.

Le problematiche affrontate scaturiscono da intuizioni politiche e sociali interessanti, che hanno del profetico, e che sono sempre attuali: il lavoro, il consumo dei beni, il denaro; le condizioni più favorevoli per la creazione artistica e la musica; l’educazione e l’istruzione, il controllo dell’ambiente fisico e sociale, le emozioni, il processo naturale di crescita, le differenze di QI (Quoziente di Intelligenza); la famiglia, il matrimonio, l’ossessione del sesso, il divorzio, il rapporto madre-figlio, la donna; il governo e la vita a W.D. .

Il programma del demiurgo Frazier è essenzialmente un movimento religioso, liberato da qualsiasi aggancio con il sovrannaturale, ispirato dalla decisione di costruire il paradiso in terra, illuminato, appunto, dalla filosofia della ingegneria comportamentale.

In questa comunità si valorizza la dignità della persona.

La prima meta della vita è la felicità; la seconda è una rapida ed attiva spinta verso il futuro.

La regola fondamentale consiste nel dire sempre e niente altro che la verità.

Nei confronti dell’uomo non si sostiene la sua bontà innata, né la sua innata malvagità; ma si ha fiducia nel potere di riuscire a cambiare il comportamento umano, rendendo gli uomini adatti alla vita di gruppo con soddisfazione di ognuno.

Il cambiamento del comportamento si può ottenere tramite il “rafforzamento positivo”, consistente nel creare una situazione che piace, o nel rimuovere una che non piace. La “punizione” non viene considerata efficace per ridurre la probabilità che una certa azione si ripeta. La punizione è efficace solo temporaneamente; inoltre, l’azione punita potrà pure non essere più ripetuta, tuttavia resterà nel soggetto la tendenza, il desiderio di ripeterla. Essa, perciò, potrà essere ripetuta in altre circostanze o si trasformerà in nevrosi.

Frazier fa notare che Gesù è stato il primo a scoprire il potere che si trova nel rifiutarsi di punire: infatti, egli ama i suoi nemici.

La chiesa cristiana, però, non presenta molti casi in cui è stato fatto del bene ai propri nemici, perché coloro che la reggono sono devoti al “potere” sia temporale che simulato, afferma Frazier.

E anche tutti gli altri poteri – da quello politico a quello familiare - si sono serviti della forza della punizione, del castigo, della vendetta contro i loro nemici, oppositori, resistenti. Essi sono stati oppressivi e, quindi, hanno fatto sorgere il problema della libertà.

Gli uomini lottano per la libertà, contro le prigioni o la polizia o la loro minaccia, in sostanza contro l’oppressione; ma non lottano mai contro le forze che fanno sì che essi agiscano nel modo che vogliono agire.

A W.D. le persone fanno quello che vogliono fare, non quello che sono costrette a fare. Ognuno soddisfa i propri bisogni e osserva le leggi. Questa è la fonte del tremendo potere del “rinforzo positivo”.

La democrazia si è dimostrata chiaramente superiore ai governi dispotici, tanto che con la seconda guerra mondiale i fascismi e i nazismi sono stati distrutti. Ma il trionfo della democrazia non significa che essa sia il governo migliore.

Negli USA, ad esempio, il governo del popolo, tramite il voto, è un travisamento. Il voto è uno stratagemma per incolpare la gente della situazione. Il popolo non è dominatore, ma capro espiatorio. E’ la maggioranza che governa in maniera dispotica.

In URSS la sperimentazione rivoluzionaria è morta; la propaganda è indottrinamento; c’è il culto della personalità; il governo si serve delle tecniche capitalistiche per spingere la gente ad agire come richiede lo schema comunista, cioè ricorre alle ricompense stravaganti ed irregolari, ad una distribuzione non equa della ricchezza, alla punizione o alla minaccia della punizione.

Quanto durerebbe il comunismo, se venissero fatti a pezzi i ritratti di Lenin e di Stalin?

A W.D. il governo ha le qualità della democrazia, senza averne i difetti; esso pensa ai benefici di tutti. L’intelligenza è utilizzata per il bene della società piuttosto che per quello dell’individuo intelligente; per migliorare le condizioni di vita del futuro piuttosto che quelle immediate.

Il leader, l’eroe esistono nelle società prescientifiche, in cui il governo è un’arte, ossia una scienza imperfetta, per cui si ha bisogno di avere fede nella benevolenza, nella saggezza di qualcuno che realizzi un governo giusto.

Una società che agisce per il bene di tutti non può tollerare un Principe, un Cesare, un Napoleone, uno Stalin, perché l’eroe diventa sempre despota ( la presenza del demiurgo Frazier non contraddice questa principio?, ndr).

A W.D. viene scoraggiata la venerazione dell’eroe, perché è una società cooperativa, non competitiva e il governo è una scienza. Una società senza eroi ha una forza quasi favolosa.

A W.D. nessuno agisce mai per il beneficio di qualche altro, tranne che come mandatario della comunità. Il favoritismo personale come la gratitudine personale sono stati distrutti dagli ingegneri culturali.

Nessuno è mai in debito con nessuno e nessun gruppo è mai inferiore rispetto all’intera comunità.

A W.D. non si realizza una politica imperialistica; non c’è nessuna mira sui possedimenti altrui; nessun interesse nel commercio con l’estero; ma si incoraggia la felicità e l’autosufficienza.

“Walden Due” può essere considerato, in definitiva, un grandioso esperimento riguardante la struttura di un mondo pacificato e pacifico.

Quanta forza profetica traspare dalle parole di Skinner in relazione a certi avvenimenti politici internazionali accaduti solo dopo il 1989 (caduta del muro di Berlino) e quanta condivisione fanno nascere in noi alcune forti affermazioni di etica politica, fondata sull’uguaglianza e, quindi, sulla condanna del personalismo!

( Burrhus Frederic Skinner, Walden Due, La Nuova Italia, 1981)

Biagio Osvaldo Severini

Mostra altro

Come non detto (2012) di Ivan Silvestrini

6 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Ivan Silvestrini. Soggetto e Sceneggiatura: Roberto Proia. Fotografia. Rocco Marra. Montaggio: Alessia Scarso. Musiche: Leonardo Rosi (tema Come non detto cantato da Syria e Ghemon). Scenografia. Paki Meduri. Casa di Produzione: Moviemax Media Group. Distribuzione: Moviemax. Genere: Commedia. Durata: 81’. Interpreti: Josafat Vagni, Valeria Bilello, Francesco Montanari, Monica Guerritore, Ninni Bruschetta, Jose Dammert, Valentina Correani, Lucia Guzzardi, Andrea Rivera, Alan Cappelli Goetz, Victoria Cabello.

Come non detto è l’esempio pratico di come si possa fare cinema indipendente di qualità, senza disporre di grandi budget, raccontando piccole storie, interpretate da attori capaci e girate in maniera diligente. Ivan Silvestrini è al debutto, ma sembra un veterano della macchina presa, aiutato da una sceneggiatura priva di punti morti scritta da Roberto Proia.

In breve la storia. Mattia (Vagni) è un giovane gay, fidanzato con lo spagnolo Eduard (Dammert), ma non ha il coraggio di rivelarlo ai genitori (Guerritore e Bruschetta) e alla sorella (Correani). Ha un’amica del cuore - Stefania (Bilello) - che lo aiuta nell’avventura con lo spagnolo e un amico (Montanari) che lo sostiene. Eduard non si fa i problemi di Mattia, viva l’omosessualità in maniera naturale e rimprovera al compagno di nascondere ai genitori la loro relazione. Nonostante tutto, il castello di bugie costruito da Mattia non regge. Quando il ragazzo decide di confessare il suo orientamento sessuale si trova di fronte una famiglia che attendeva soltanto quella dichiarazione.

Come non detto è una commedia corale sul mondo gay che non cede a facili sentimentalismi e non si ferma ai luoghi comuni, si sviluppa per flashback e scenette divertenti, ricca di momenti commoventi e intrisa di originalità. Amicizia, amore, rapporti familiari, tematica gay, sono gli elementi di una storia psicologica e introspettiva che affronta problemi importanti con leggerezza.

Bravissimi gli attori. Monica Guerritore - non la scopriamo oggi -ricopre con autorevolezza il ruolo di madre separata che soffre nel veder partire il figlio. Josafat Vagni è quasi un debuttante ma esce fuori alla grande come imbranato protagonista. Bene anche Valeria Bilello, nei panni di Stefania, amica di Mattia, che soffre per la sua partenza ma è felice di vedere realizzato un sogno. Ninni Bruschetta è il padre, rude allenatore di rugby, burbero ma comprensivo, un uomo che si nasconde per non affrontare i problemi, personaggio complesso, dalle molte sfaccettature. Il film gode di una buona fotografia romana, un montaggio adeguato e di un’ottima colonna sonora basata sul brano omonimo interpretato da Syria e dal rapper Ghemon. In tempi di Fausto Brizzi e Federico Moccia, finalmente una piccola storia ben scritta, secondo la tradizione del miglior cinema italiano.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Mostra altro

La bella vita

5 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

La bella vita (Italia - Commedia -1994).

Regia di Paolo Virzì. Soggetto e Sceneggiatura: Francesco Bruni e Paolo Virzì. Scenografia: Attilio Capelli. Costumi: Maria Giovanna Caselli. Direttori di produzione: Francesco Fantacci e Cesare Jacolucci. Suono in presa diretta: Bruno Pupparo. Montaggio: Sergio Montanari. Fotografia: Paolo Carnera. Musiche: Claudio Cimpanelli (Emi Music). Realizzato da Paolo Vandini per la Time International Film srl. Prodotto da Roberto Cimpanelli. Aiuto regista: Gianluca Greco. Interpreti: Claudio Bigagli (Bruno), Sabrina Ferilli (Mirella), Massimo Ghini (Gerry Fumo), Giorgio Algranti, Emanuele Barresi, Paola Tiziana Cruciani, Ugo Bencini, Raffaella Lebboroni, Roberto Marini, Silvio Vannucci, Mario Erpichini. Titoli in lavorazione: Dimenticare Piombino, Il fumo di Piombino.

La bella vita è il primo film di Paolo Virzì, quello che dà il via alla sua epopea livornese partendo dalla provincia più depressa: Piombino. Virzì racconta il dramma di una cittadina industriale che nel 1992 vive il declino inesorabile del mercato dell'acciaio e subisce un regresso economico di portata epocale. Piombino è una città simbolo del lavoro operaio, vive da sempre con il motto "pane e fumo", un luogo dove i genitori educano i figli al rispetto per le ciminiere. Fino a quando da quelle bocche voraci uscirà fumo tutto andrà bene. Il 1992 è l'anno degli scioperi a oltranza, dei blocchi ferroviari, della Cassa Integrazione Guadagni a zero ore, delle lettere di licenziamento. L'anno della crisi. Virzì descrive il dramma di una città, di un microcosmo di provincia, senza demagogia, con semplicità. Fonde ,dosando sapientemente gli ingredienti della commedia, il dramma privato di una famiglia che si sfalda con il dramma pubblico di una città alla deriva. La bella vita è commedia all'italiana vecchio stile, tra momenti di commozione e parti leggere, senza esagerare né su un versante né sull'altro. Un lavoro equilibrato che fa pensare, sorridere e persino versare qualche lacrima.

La storia è raccontata in prima persona dalla voce narrante di Bruno, operaio metalmeccanico di Piombino, stratagemma che provoca nello spettatore un notevole coinvolgimento. Si parte da un flashback sul matrimonio di Bruno e Mirella con i compagni di lavoro che appena finito il turno si precipitano in Comune per le nozze. Bella la scena iniziale con una Fiat Ritmo scassata che corre dentro lo stabilimento e si fa largo tra buche e pozze fangose. Come è notevole la scena degli operai che scappano via al suono della sirena per farsi belli e cambiarsi d'abito dentro la macchina.

"Ma con la Ritmo, via…"

"Solita figura da morti di fame!"

Le battute in livornese sono eccezionali e strappano il sorriso.

Bruno spiega che conobbe Mirella all'Elba, si sposarono nel 1989, dopo sei anni di fidanzamento, quando l'Italia era la quinta potenza industriale del mondo e gli operai venivano trattati come signori.

Il flashback serve a presentarci i due ottimi protagonisti: Claudio Bigagli, un operaio metalmeccanico credibile, ben calato nella parte, e Sabrina Ferilli che dà vita a un complesso personaggio di moglie tormentata. Ricordano Accardo e Acerbo nel fondamentale My nime is Virzì (Le Mani, 2010) che Sabrina Ferilli è stata una precisa scelta del regista, visto che la produzione avrebbe preferito Nancy Brilli. Virzì aveva visto la Ferilli in Americano rosso di Alessandro D'Alatri e in Diario di un vizio di Marco Ferreri e ne era rimasto entusiasta. Il produttore accetta di ingaggiare l'attrice romana, ma pretende che vengano inserite un buon numero di sequenze erotiche.

Il racconto di Bruno ci porta al 1992, anno che segna l'inizio della crisi siderurgica e una stagione di lotte operaie che non cambieranno la situazione. Virzì descrive le assemblee, le riunioni, gli scioperi, accenna ai blocchi ferroviari alla stazione di Campiglia Marittima, mostra le differenze tra chi voleva fermare la produzione e chi voleva andare avanti a ogni costo. Il regista mette in evidenza i sogni degli operai che tentano di mettersi in proprio, che negoziano la buona uscita, persino il licenziamento. Si astiene da giudizi - non è compito di un buon narratore - ma si capisce che sta dalla parte di chi avrebbe voluto lottare sino in fondo per la difesa del posto di lavoro.

Tra chi sogna di mettersi in proprio c'è pure Bruno Nardelli che vorrebbe aprire un'attività legata alla siderurgia insieme ai due amici Batoni e Manzani Un sogno che resterà tale. Non è più il tempo per sognare una ripresa dell'industria dell'acciaio. Fare in proprio un lavoro simile è pura follia.

Virzì gira ottime panoramiche del centro storico di Piombino, ritaglia stupende fotografie di Piazza Bovio che si affaccia sull'isola d'Elba e sul Canale, ma soprattutto insiste sul lato operaio della città. Le acciaierie la fanno da padrone, inquadrate a più riprese per dividere i le diverse sequenze. I quartieri dove Virzì ambienta la storia sono i più popolari (Cotone, Gagno, Tolla Alta), molte scene si svolgono al Porto e dentro la stessa acciaieria. Il regista vuol fare un'epopea della classe operaia, descriverne la fine, il canto del cigno. Bruno e Mirella abitano in una casa popolare, non hanno figli, lui soffre di una cardiopatia congenita, adesso deve fare i conti con la crisi economica, lei invece fa la cassiera in un supermercato.

Una sera a teatro Mirella conosce Gerardo Fumaroli, detto Gerry Fumo, l'ancorman di Canale 3, la televisione locale che anche loro seguono. Massimo Ghini è perfetto nella parte di un uomo vuoto e affascinante, antipatico e bello, che irretisce Mirella nella sua trappola. Il marito è troppo preso dalle sue preoccupazioni per accorgersi di ciò che sta accadendo. Gerry corteggia Mirella, la invita a pranzo, le dedica una canzone in televisione, fa la spesa nel supermercato dove lavora. Fino a quando la donna cede. Nel contesto del tradimento Virzì inserisce gli scioperi degli operai, le lotte sindacali, un accenno alla canzone di Marco Masini che le commesse cantano al supermercato (Vaffanculo) e la minaccia della cassa integrazione che si fa sempre più vicina. Non mancano intense parti erotiche che Massimo Ghini e Sabrina Ferilli interpretano con professionalità e che non disturbano nell'economia del film. Ottime le sequenze girate dentro la fabbrica, così come è suggestiva la fotografia di una Piombino notturna, simile a un'immensa acciaieria, che disegna la disperazione d'una città senza lavoro. Ricordiamo la sequenza delle lettere che giungono dall'azienda a Bruno e al vicino di casa. I due amici vanno a bere insieme per consolarsi che è arrivata la Cassa Integrazione ma dal giorno dopo Bruno scivola nella depressione più nera. Le giornate sono eterne, Bruno si alza tardi, vaga per la città in motorino, non sa cosa fare. Il vicino Danilo Brogi è in garage a pulire i fucili e attende la stagione della caccia. Una colonna sonora languida e struggente accompagna i pensieri cupi di Bruno, i pensieri di una generazione di operai. "Si fa la bella vita, eh?" dice il Brogi. Bruno accenna di sì con la testa ma poi cade di motorino. La disperazione è palese ma si fa finta di niente, si cerca di dire che tutto va bene, almeno davanti agli altri, si cerca di convincersi per sperare ancora.

Mirella e Gerry si vedono di nascosto e fanno l'amore in auto come due ragazzini. Bruno è così preoccupato che non si accorge di niente mentre i suoi amici sanno che la moglie ha una tresca con il giornalista. Rossella, una sindacalista da sempre innamorata di Bruno, gli apre gli occhi e lui decide di spiare la moglie quando esce da lavoro. Un giorno Bruno scopre tutto. Al porto, sotto una pioggia torrenziale, vede Mirella salire nell'auto di Gerry. Ottime le sequenze sotto la burrasca, come è ben raccontata la disperazione di Bruno che si vede crollare il mondo addosso. Bruno caccia di casa Mirella dopo una scenata, anche se lei non vorrebbe andarsene e gli assicura che è tutto finito. Bruno non riesce a capire.

Torna la voce narrante di Bruno. Apprendiamo che Mirella è andata a vivere con Gerry e fa pure lei "la bella vita" nel villino di Salivoli con il giornalista. Bruno riprende con gli amici il progetto di mettersi in proprio e insieme comprano un terreno vicino al mare per aprire il capannone. Per ottenere un prestito in banca Bruno convince il padre a firmare una fideiussione con il suo appartamento come garanzia di solvibilità. Una scena commovente vede Bruno a confronto con il padre: "Il mondo là fuori sta cambiando e te c'hai sonno" dice Bruno. "Essere babbo di un industriale mi fa schifo", risponde il babbo e subito dopo rincara: "Non vedo l'ora di morire per non sentirlo più questo puzzo". La seconda affermazione riguarda l'odore di fabbrica che proviene dalla finestra, fa male sentirla uscire dalla bocca di una persona che ha vissuto con il fumo davanti agli occhi, assaporando pane e odore di stabilimento. In ogni caso il progetto è bloccato dalla banca per insufficienti garanzie e il direttore dopo una cena a base di pesce congeda gli aspiranti industriali. A cena vediamo un patetico incontro tra Bruno e Mirella: lei è a tavola con Gerry e Bruno molla tutto per andare a salutarla. Quando i tre amici lasciano il ristorante, un vibrante litigio provoca un malore al cuore malandato di Bruno che cade a terra e si ritrova in un letto d'ospedale. Tutti gli amici si recano al capezzale, persino la sindacalista Rossella che è sempre innamorata di lui. Intanto tra Mirella e Gerry le cose non vanno più così bene, ci sono spesso discussioni, anche lui risente della crisi cittadina e la sua Canale 3 non trova sponsor pubblicitari. Mirella decide di far visita a Bruno, quando lui la rivede la perdona e decidono di tornare insieme. La figura di Rossella è molto toccante, una donna sempre presente per amore, ma pronta a cedere il posto ancora una volta alla moglie che ritorna. Virzì è molto bravo a stemperare la tensione inserendo una battuta indovinata di un caratterista. "Il Tirreno me lo compra lei, domani?". Il vicino di letto ha capito che l'altra donna non tornerà più. Gerry torna con la vecchia amante Marisa e apre un negozio di tabacchi dalle parti di Parma. Ma il lieto fine non è scontato. Il matrimonio di Mirella e Bruno continua a traballare, tra loro non c'è più amore, ma solo freddezza e un muro che li separa. Si fa in tempo a vedere il vicino spararsi un colpo di fucile in bocca che Bruno e Mirella si lasciano di nuovo. Forse per sempre. Il regista lascia un finale aperto. Bruno accompagna Mirella alla nave e lei torna all'Elba. Ma un anno dopo cominciano a scriversi e si raccontano la vita. Bruno ha aperto uno stabilimento balneare con i tre amici proprio dove volevano fare il capannone industriale, Mirella fa la baby sitter e la maestra d'asilo. Chissà come andrà a finire. "A Piombino tutto passa ma la vita continua", conclude Virzì. Una splendida fotografia da cartolina su Piazza Bovio protesa sull'Isola d'Elba ce lo fa capire.

Il finale è toccante. L'amore di Bruno e Mirella forse non è destinato a morire, può risorgere dalle ceneri del passato, così come sta rinascendo Piombino grazie a una nuova speranza. Il futuro è il turismo, sembra dire Virzì, e se una ciminiera di troppo deturpa il panorama non fa niente, "ci si mette una siepe".

Tra i tanti premi collaterali della Mostra del Cinema di Venezia 1994 il Ciak d'oro assegnato a La bella vita, quale miglior film presentato nel Panorama italiano, fu quello che trovò la maggior unanimità di consensi. Il film vince un David di Donatello per il miglior regista esordiente e due Nastri d'Argento, uno per Virzì e uno per la Ferilli. L'opera di esordio di Virzì si segnala per la professionalità degli interpreti e per la solidità della struttura narrativa. Sabrina Ferilli viene lanciata proprio da questo film, non solo per la bellezza conturbante, ma anche per il lato comico. "È un Totò con le tette", afferma Virzì. Ghini e Bigagli sono due professionisti che prestano le loro maschere - la prima amara, la seconda goliardica - a due personaggi ben tratteggiati. Il film è girato in economia, ricorrendo a molti figuranti locali, costumi inventati sul momento e scenografie di fortuna. "Il film è rudimentale, coi primi piani e le scene ferme", dice Virzì. Si nota, è vero, ma il fascino naïf che emana resta intatto forse proprio per quel motivo. Lo sceneggiatore Francesco Bruni ha molti meriti, la storia raccontata è un vero e proprio romanzo per immagini. I personaggi di Virzì mostrano un'anima, il suo melodramma di provincia è dotato di molto cuore e poca retorica. Virzì costruisce un film garbato e sommesso, dai toni lievi e coinvolgenti, ai limiti della commozione. Pochi i difetti tipici di un'opera prima. Forse solo l'eccessiva intromissione nella storia della voce narrante che cerca di ovviare a qualche discontinuità nel ritmo narrativo e anche una serie di inquadrature troppo lineari e accademiche. Per il resto un film da vedere e da rivedere sempre con piacere. Incasso ottimo: un miliardo e trecento milioni. A Piombino resta in cartellone quasi un mese scatenando furiosi dibattiti sulla stampa locale tra chi concorda con la visione del regista e chi avrebbe voluto una maggior attenzione al contesto esterno alla fabbrica. Non era compito di Virzì fare un film cartolina e neppure una favola buonista.

La critica è abbastanza soddisfatta. Pino Farinotti concede due stelle: "C'è qualcosa che lega questo film a Romanzo popolare di Mario Monicelli… i risultati sono soddisfacenti e il film risulta godibile. Discreto successo di pubblico. Risente di molti debiti verso la commedia all'italiana". Farinotti imputa a Virzì una certa mancanza di originalità, anche se afferma che la confezione è buona. Morando Morandini arriva a due stelle e mezzo (tre di pubblico): "Pulizia descrittiva nell'analisi del malessere - antropologico e culturale prima che sociale - del ceto operaio che ha smarrito la propria identità, un trio d'attori che funzionano, comprimari con le facce giuste, ma anche una certa mancanza di energia narrativa, visibile specialmente nella ricerca annaspante di un finale". Paolo Mereghetti conferma due stelle e mezzo: "Un esordio sincero che non si ferma alle mere storie di corna condominiali tanto in voga nel cinema italiano, ma inserisce la crisi coniugale in una prospettiva più ampia: quella di una vita di provincia in cui la ristrutturazione industriale incrina i valori e le possibilità di un'esistenza dignitosa e dove la televisione offre tentazioni volgari e illusorie. Debole (anche se apprezzabile) il tentativo di descrivere il mondo sindacale e operaio; riuscito, invece, li sforzo di creare personaggi che non siano marionette al servizio di un copione stereotipato. Non cinema da camera più servizi, ma cinema di attori e di storie con un certo spessore, senza lieto fine consolatorio. La Ferilli, ancora una volta, si conferma come la presenza più solida e luminosa nel panorama delle attrici italiane".

Mostra altro