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Bram Stoker, "Dracula"

3 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Forse se Abraham (Bram) Stoker (1847 – 1912) non avesse sofferto di un’infermità che lo costrinse a letto fino agli otto anni, i temi del sonno senza fine e della resurrezione dal mondo dei morti non avrebbero tanto infiammato la sua fantasia. La guarigione miracolosa, la ripresa fisica di cui fu protagonista, capace di trasformare un infermo in un atleta, ha molto in comune col mito del vampiro che, attraverso il sangue, ringiovanisce, rigenera i propri tessuti, inverte il corso della natura.

Nato a Clontarf, in Irlanda - già terra di folletti e di banshee –Bram Stoker si laureò in matematica al Trinity College e fu critico teatrale per The Evening Mail. Sposò Florence Balcombe, per qualche tempo corteggiata anche da Oscar Wilde, dalla quale ebbe un unico figlio. Coltivò amicizie importanti con Arthur Conan Doyle, con il pittore preraffaellita Whistler, ed una, strettissima, con l’attore Henry Irving di cui fu segretario. Fin troppo facili le allusioni, certo è che il mito del vampiro si è sempre collocato in quell’aura di sessualità deviata, che va dalla pedofilia - si pensi ai bambini di cui si nutre Lucy Westenra e alla vampirizzazione di Claudia in Intervista col Vampiro - alla necrofilia, ma sempre in una prospettiva di decolpevolizzazione, depenalizzazione dell’atto erotico. Da Bram Stoker ad Anne Rice, giù giù fino a buona parte della saga di Stephenie Meyer, il sesso diventa orale, si fa dalla cintola in su, in una voluttà che, oltre al piacere estremo, sovrumano, fornisce conoscenza, vita eterna, sapienza, bellezza. Almeno fino a quando Bella Swan e Edward Cullen non decidono che si può provare anche a consumare il matrimonio, generando una piccola ibrida umana - vampira.

Il manoscritto di “Dracula” circolava già fra la cerchia degli amici di Stoker nel 1890 ma fu pubblicato solo nel 1897, dopo sette anni di studi approfonditi sulla cultura e sulle credenze dei Balcani. Il romanzo si situa in una tradizione sia antecedente che posteriore, fa da spartiacque, da pietra miliare. Si collega a Goethe, a The Vampyre di Polidori, alle opere di Ann Radcliffe, di Monk Lewis, di Maturin, di Mary Shelley, di Edgar Allan Poe e del di poco posteriore Rider Haggard. Racconta la ben nota storia del conte Dracula, un nosferatu, cioè un non morto della tradizione mitteleuropea. L’ispirazione era stata fornita a Stoker dall’ungherese Arminius Vambéry, (e, pare, anche da un incubo scaturito da una scorpacciata di gamberi), professore che lo aveva introdotto alla leggenda di Vlad Tepes Dracul, l’Impalatore. L’irlandese non visitò mai i luoghi che descrive nel suo romanzo, cioè Bistritza e la Transilvania, ma scrisse un romanzo molto realistico, quasi documentaristico nonostante l’argomento.

Le atmosfere sono cupe e oscure ma il tono è impiegatizio. Non bisogna dimenticare che il più famoso romanzo gotico è stato scritto dall’autore di “I doveri degli impiegati nelle udienze per i reati minori in Irlanda”. La lingua è appesantita da un’assillante cura del dettaglio e da un’eccessiva ripetitività dei termini. L’autore si dilunga per farci riflettere, l’imperfezione linguistica crea un senso di verità, di ansia crescente e anche di modernità inconsueta per l’epoca.

Ma quello che conta è la creazione di un personaggio mitico e archetipico. I personaggi minori non sono ben caratterizzati, solo Dracula spicca. Il vampiro è il male, è l’ignoto che si cela nella vita di ogni giorno e dentro di noi ma è anche l’eroe romantico byronico e satanico. Così come Lord Ruthven di Polidori s’ispirava proprio alla femminea, inquietante e diabolica figura di Byron, così come i moderni vampiri di Anne Rice – Louis, Lestat, Armand e la bambina Claudia, bambola immortale fissata in un’eterna immagine puerile - saranno circondati da un alone romantico, di malinconia, di disperazione senza confini, di eterno bisogno di redenzione mai soddisfatto, anche il conte Dracula è avvolto da un alone di solitudine e dolore. La stessa emarginazione e cupio dissolvi del mostro creato da Victor Frankestein.

“Io non cerco né gaiezza né allegria, né la voluttuosa luminosità della luce dl sole e delle acque scintillanti che tanto piacciono a chi è giovane e gaio. Io non sono più giovane. E al mio cuore, logorato dagli anni di lutto per i miei morti, poco si confà la gaiezza. E poi, i muri del mio castello si stanno disfacendo; molte sono le ombre, e il vento soffia freddo attraverso le merlature e le finestre infrante. Io amo l’oscurità e le ombre, e per quanto possibile vorrei restar solo con i miei pensieri.”

Il vampiro di Stoker, però, si discosta da quello di Polidori pur conservandone la malinconia aristocratica. Viene accentuato il legame con gli animali e le forze della natura, in particolare col lupo, legame che verrà poi ripreso dalla Meyer nella dicotomia vampiro Edward/ licantropo Jacob.

Il conte Dracula morirà per mano di Van Helsing e Jonathan Harker e la sua morte significherà espiazione. Il medesimo riscatto che, nel bellissimo film di Coppola, Dracula riceverà da Mina, reincarnazione della sua donna perduta. Il film, infatti, più che mai pone l’accento sul connubio amore e morte, eros e thanatos, così caro alle atmosfere romantiche e decadenti.

“Quel che mi consolerà finché vivrò è stato scorgere sul suo volto, proprio nel momento della dissoluzione finale, un’espressione di pace che mai avrei immaginato di poter vedere.”

Più che di opera letteraria vera e propria, possiamo parlare di mito, di archetipo che attraversa la tradizione, sia arricchisce, muta e, insieme, si fissa, a ogni riscrittura, a ogni adattamento cinematografico o teatrale. Le atmosfere sono le stesse, haunted and ghosted, rintracciabili in Emily Brönte, con le brughiere dello Yorkshire che si trasformano nei dirupi innevati dei Carpazi.

Ben presto ci siamo trovati racchiusi tra gli alberi, che in alcuni punti s’incrociavano ad arco sulla strada, tanto che pareva di passare in una galleria. Ancora una volta, grosse rocce si piegavano accigliate su di noi, scortandoci burbere a destra e a sinistra. Benché fossimo al riparo, sentivo il vento levarsi, gemeva e fischiava tra le rocce, e i rami degli alberi si scontravano tra loro al nostro passaggio. Si faceva sempre più freddo, e una neve impalpabile ha cominciato a cadere, ben presto noi stessi, e tutto intorno a noi, siamo stati ricoperti d’un bianco manto. Il vento penetrante ancora trasportava l’ululato dei cani, che tuttavia si faceva sempre più debole, man mano che procedevamo nel nostro cammino. Il verso dei lupi risuonava sempre più vicino, come se ci stessero accerchiando.

A ogni luogo (il castello del conte, la casa di Lucy Westenra, Carfax) corrisponde un’uccisione. La morte di Lucy, vittima innocente e inconsapevole, fa da discriminante fra chi è ignaro, e quindi in balia del male, e chi lo conosce per poterlo combattere. Lucy è il prototipo decadente dell’innocenza violata, della purezza corrotta, del fiore sgualcito dal profumo sottilmente erotico e proibito. Mina non è molto diversa nel libro ma acquista più spessore e valenza romantica nel film di Coppola, incarnando l’amore che va oltre la morte, diventando strumento attraverso cui opera la Provvidenza.

La struttura della narrazione sfrutta la forma epistolare ma non solo, utilizzando, oltre alle lettere, anche telegrammi e articoli di giornale, in un gioco di sfaccettature già molto moderno. L’io narrante è multiplo.

Il racconto, dunque, non è fatto per voce di un unico narratore, ma di molti, e questi non hanno come solo referente un ipotetico lettore, bensì di volta in volta se stessi (attraverso il diario, sorta di ripensamento e fissazione degli eventi), un altro personaggio (attraverso la lettura dei diari altrui e tramite lo scambio di lettere e telegrammi) e solo in ultima istanza il lettore che, come un accidentale spettatore o testimone, indirettamente viene a conoscenza degli eventi.” (Paola Faini)

***

Riferimenti

Riccardo Reim Introduzione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006

Paola Faini, Prefazione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006

Perhaps if Abraham (Bram) Stoker (1847 - 1912) had not suffered from an illness that forced him to bed until the age of eight, the themes of endless sleep and resurrection from the world of the dead would not have inflamed his imagination so much. The miraculous healing, the physical recovery of which he was the protagonist, capable of transforming an infirm into an athlete, has much in common with the myth of the vampire who, through blood, rejuvenates, regenerates his tissues, inverts the course of nature.

Born in Clontarf, Ireland - formerly land of goblins and banshees - Bram Stoker graduated from Trinity College in mathematics and was a theater critic for The Evening Mail. He married Florence Balcombe, for some time also courted by Oscar Wilde, with whom he had only one son. He cultivated important friendships with Arthur Conan Doyle, with the Pre-Raphaelite painter Whistler, and one, very close, with the actor Henry Irving of which he was secretary. Allusions are all too easy, it is certain that the myth of the vampire has always been placed in that aura of deviated sexuality, which goes from pedophilia - think of the children Lucy Westenra feeds on and Claudia's vampirization in Interview with the Vampire - to necrophilia, but always in a perspective of justification, decriminalization of the erotic act. From Bram Stoker to Anne Rice, down to most of the Stephenie Meyer saga, sex becomes oral, it is done from the waist up, in a voluptuousness that, in addition to extreme, superhuman pleasure, provides knowledge, eternal life, wisdom , beauty. At least until Bella Swan and Edward Cullen decide that you can also try to consume the marriage, generating a small human - vampire hybrid.

The manuscript of Dracula already circulated among Stoker's friends in 1890 but was published only in 1897, after seven years of in-depth studies on Balkan culture and beliefs. The novel is located in a tradition both antecedent and later, it acts as a watershed, a milestone. It connects to Goethe, to Polidori's The Vampyre, to the works of Ann Radcliffe, Monk Lewis, Maturin, Mary Shelley, Edgar Allan Poe and the slightly later Rider Haggard. It tells the well-known story of Count Dracula, a nosferatu, that is, an undead of the Central European tradition. The inspiration had been provided to Stoker by the Hungarian Arminius Vambéry, (and, apparently, even from a nightmare arising from a feast of prawns), a professor who had introduced him to the legend of Vlad Tepes Dracul, the Impaler. The Irishman never visited the places he describes in his novel, namely Bistritza and Transylvania, but wrote a very realistic novel, almost documentary despite the topic.

The atmospheres are dark and obscure but the tone is clerical. It should not be forgotten that the most famous Gothic novel was written by the author of "The duties of employees in hearings for minor crimes in Ireland". The language is weighed down by a nagging attention to detail and by an excessive repetitiveness of the terms. The author goes on to make us reflect, the linguistic imperfection creates a sense of truth, of growing anxiety and also of unusual modernity for the time.

But what matters is the creation of a mythical and archetypal character. The minor characters are not well characterized, only Dracula stands out. The vampire is evil, it is the unknown that is hidden in everyday life and within us but he is also the romantic byronic and satanic hero. Just as Polidori's Lord Ruthven was inspired by the feminine, disturbing and diabolical figure of Byron, as well as the modern vampires of Anne Rice - Louis, Lestat, Armand and the little girl Claudia, immortal doll fixed in an eternal childish image - will be surrounded by a romantic aura, of melancholy, of boundless despair, of an eternal need for redemption never satisfied, even Count Dracula is wrapped in an aura of solitude and pain. The same marginalization and cupio dissolvi of the monster created by Victor Frankestein.

 

I am not looking for gaiety or cheerfulness, nor the voluptuous brightness of the light of the sun and the sparkling waters that are so pleasing to those who are young and gay. I am no longer young. And my heart, worn out by the years of mourning for my dead, is not well suited to gaiety. And then, the walls of my castle are falling apart; there are many shadows, and the wind blows cold through the battlements and the broken windows. I love darkness and shadows, and as far as possible I would like to be alone with my thoughts. "

Stoker's vampire, however, differs from that of Polidori while retaining its aristocratic melancholy. The bond with animals and the forces of nature is accentuated, in particular with the wolf, a bond that will then be taken up by Meyer in the vampire dichotomy Edward / werewolf Jacob.

Count Dracula will die at the hands of Van Helsing and Jonathan Harker and his death will mean atonement. The same redemption that, in Coppola's beautiful film, Dracula will receive from Mina, reincarnation of his lost woman. The film, in fact, more than ever puts the accent on the union of love and death, eros and thanatos, so dear to romantic and decadent atmospheres.

 

"What will console me as long as I live was to see on his face, just at the moment of the final dissolution, an expression of peace that I never imagined I could see."

 

More than a literary work itself, we can speak of a myth, an archetype that crosses tradition, both enriches, changes and, at the same time, is fixed at every rewrite, at every cinematographic or theatrical adaptation. The atmospheres are the same, haunted and ghosted, traceable in Emily Brönte, with the Yorkshire moors that turn into the snowy cliffs of the Carpathians.

 

We soon found ourselves enclosed in the trees, which in some places crossed each other and arched on the road, so much so that it seemed as if we were going through a tunnel. Once again, large rocks were frowning over us, escorting us grumbling to the right and left. Although we were sheltered, I felt the wind rise, moan and whistle among the rocks, and the branches of the trees collided with each other as we passed. It was getting colder, and an impalpable snow began to fall, very soon we ourselves, and all around us,  were covered in a white blanket. The penetrating wind still carried the howling of the dogs, which however became weaker and weaker as we progressed on our way. The sound of wolves rang ever closer, as if they were encircling us.”

 

Every place (the Count's castle, Lucy Westenra's house, Carfax) corresponds to a killing. The death of Lucy, an innocent and unaware victim, discriminates between those who are ignorant, and therefore at the mercy of evil, and those who know it to be able to fight it. Lucy is the decadent prototype of violated innocence, corrupt purity, the crumpled flower with a subtly erotic and forbidden scent. Mina is not very different in the book but acquires more depth and romantic value in Coppola's film, embodying the love that goes beyond death, becoming an instrument through which Providence operates.

The structure of the narrative exploits the epistolary form but not only, using, in addition to the letters, also telegrams and newspaper articles, in an already very modern game of facets. The narrating self is multiple.

 

"The story, therefore, is not made for the voice of a single narrator, but for many, and these do not have a hypothetical reader as their referent, but from time to time themselves (through the diary, a sort of rethinking and fixation of events ), another character (by reading the diaries of others and by exchanging letters and telegrams) and only in the last resort the reader who, as an accidental spectator or witness, indirectly learns of the events. " (Paola Faini)

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Killer Joe (2011) di William Friedkin

2 Dicembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Killer Joe (2011)  di William Friedkin

Regia: William Friedkin. Soggetto e Sceneggiatura: Tracy Letts. Fotografia: Caleb Deschanel. Montaggio: Darrin Navarro. Musiche: Tyler Bates. Scvenogtrafia: Franco - Giacomo Carbone. Costumi: Peggy Schnitzer. Trucco: Krystal Kershaw. Produttori: Nicholas Chartier, Scott Einbinder, Patrick Newall, Eli Selden, Doreen Wilcox Little, Christopher Woodrow, Molly Conners, Vicki Cherkas, Zev Foreman, Roman Viaris. Casa di Produzione: Voltage Pictures, Pictures Perfect Corporation, Ana Media, Worldview Entertainment. Distribuzione Italiana: Bolero Film. Durata: 103’. Genere: Thriller - Noir. Interpreti: Matthew McConaughey (Killer Joe), Emile Hirsch (Chris Smith), Juno Temple (Dottie Smith), Thomas Aden Church (Anselm Smith), Gina Gershon (Sharla Smith). Mouse d’Oro al Festival di Venezia 2011 - Academy of Science Fiction, Fantasy & Horror Films, Saturn Award come Miglior Film Indipendente e Miglior Attore.

Tutti ricordano il geniale William Friedkin (1935) per Il braccio violento della legge (1971) e L’esorcista (1973), regista innovativo nel cinema horror e poliziesco, autore di lavori crudi e sperimentali come Cruising (1980).

L’esorcista è stata la fortuna e la maledizione di Friedkin, perché il grande successo della pellicola horror più paurosa degli anni Settanta - che generò sequel, imitazioni, persino un vero e proprio sottogenere italiano - ha segnato la fine delle sue produzioni ad alto budget. Fiedkin ha continuato a girare ottime pellicole indipendenti ma il grande pubblico non è quasi mai riuscito a vederle. Friedkin ha lavorato per la televisione, si è inventato direttore di opere, ricordiamo l’Aida (2005 - 2006) al Teatro Regio di Torino, e ha continuato a fare film interessanti.

Killer Joe è uno di questi, basato su un soggetto teatrale scritto dal premio Pulitzer Tracy Letts (che lo sceneggia). Racconta la storia torbida di una famiglia di disperati texani che per cambiare vita decide di far uccidere la madre per spartirsi i soldi della polizza vita. Joe Cooper, detto Killer Joe, un poliziotto che nel tempo libero si trasforma in uno spietato assassino a pagamento, viene incaricato di compiere il delitto. Non ci sono personaggi positivi, da buon noir che si rispetti. Chris è un giovane spacciatore che deve soldi a un boss della malavita, il padre Anselm è un ubriacone perdigiorno, la matrigna Sharla una prostituta, il killer è un poliziotto depravato. Unica luce che rischiara un ambiente marginale, ma fin troppo ingenua, la giovane Dottie, ancora vergine, che ricorda come un sogno un fidanzato dei tempi del liceo. Killer Joe chiede la ragazzina come caparra per compiere il crimine, perché la famiglia non può pagare il lavoro in anticipo. Tra i due nasce un torbido rapporto d’amore che condurrà lo spettatore verso un finale violento, anticipato da rivelazioni inaspettate, tra schizzi di sangue ed esplosioni di follia.

Killer Joe è un film intenso e cupo, recitato benissimo da attori ben calati in un’interpretazione teatrale, fotografato in una scenografia texana decadente, tra notti piovose e giornate torride, in un clima da noir metropolitano e thriller claustrofobico, pieno di flashback onirici e paesaggi degradati. Orrore, sesso malato, depravazione, eccessi gore e splatter, pestaggi realistici sono la cifra stilistica di un’opera che non sembra girata da un regista alle soglie delle ottanta primavere. Friedkin racconta una storia ironica e dura, amara, desolante, senza speranza infarcita di dialoghi surreali e di sequenze erotiche perverse che anticipano una carneficina.

Bene ha fatto il Festival di Venezia a premiare un lavoro che ricorda il nostro miglior cinema noir, opere come La belva col mitra (1977) di Sergio Grieco, ma anche l’opera omnia di Fernando di Leo (I ragazzi del massacro, 1969 - La mala ordina, 1972). Premiato anche al Toronto International Film Festival. In Italia si è visto poco e male, uscito a ottobre 2012, si è aggirato per qualche multisala delle maggiori città, per poi finire del dimenticatoio, come ogni produzione non sponsorizzata dalle major.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Killer Joe (2011)  di William Friedkin
Killer Joe (2011)  di William Friedkin
Killer Joe (2011)  di William Friedkin
Killer Joe (2011)  di William Friedkin
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Quand'ero scemo

1 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

1° premio Guerrazzi 1991

Pubblicato su Il foglio Letterario

Accidenti al professor Zimmergaut. Chi glielo aveva chiesto di farmi quel buco nel cervello? A dire le cose come stanno, la colpa è di mia madre. Sì, d’accordo, ma io? Si sono informati se mi stava bene? “Ma tu non eri in grado d’intendere e di volere”, direbbero loro. Loro sono la mia famiglia. “E stavo meglio!” risponderei io, anzi, rispondo io, perché da quattro mesi a questa parte, non faccio che ripeterlo a tutti. Per la precisione, quattro mesi meno venti giorni. I primi cinque li ho passati a riprendere conoscenza, gli altri quindici ad assestarmi un po’. La vera tragedia è cominciata dopo.
Quando a mia madre consegnarono un fagotto sanguinolento nelle braccia, una ventina d’anni fa, mica se n’accorse subito che ero mongoloide. Down, come dicono ora, anzi, Zimmergaut, dopo l’operazione. Le venne in mente il giorno dopo, quando sentì le altre dire ch’ero un disgraziato. La più gentile mi chiamò mostro.
Voleva buttarmi via, sul momento, poi ci ripensò e mi portò a casa. I primi tempi fu come con gli altri tre che aveva avuto: poppata, pipì, bava. Tutto come da copione, che quasi le sembrava impossibile che non fossi normale. Voglio dire, lei un bambino ce l’aveva, lo annusava, gli ciucciava le manine, gli ficcava in bocca la tetta e quelle cose lì.
Fu quando cominciai a ballonzolare di qua e di là sui miei piedi, che si accorse della differenza. Capire capivo anch’io, beninteso, ma come capisce un cane. Vieni qui, bada lì, hai fame? Però ero brutto, e peggioravo ogni mese. Bavetta alla bocca, nuca spiaccicata, mani grosse sempre ficcate fra i denti, occhi da cinese ma da cinese scemo. Di dire mamma non se ne parlò per anni, ed anche quando Zimmergaut mi ha trapanato il cranio, ancora non mi veniva. I fratelli avevano paura di me. La mamma mi voleva bene. Però piangeva tutti i giorni.
Ma questi erano problemi della mamma, non miei. Io ero a posto. Passavo i pomeriggi a smontare le bambole di mia sorella Irene. Lei urlava ed io ridevo, in quel modo bavoso in cui ridevo io, e poi accendevo la tivù. Tutto, dai cartoni animati al detersivo contro l’unto, era pieno di colori, suoni, luci, persone carine che sorridevano. Niente a che vedere con quello che fanno adesso in televisione.
E pensare che mi sono fatto vent’anni così! Mica passava il tempo allora, ero io che c’ero in mezzo. Per vent’anni ci sono stato dentro e non mi ha dato noia. No, noia era una parola che non conoscevo. Ero come un neonato nella culla. Mi guardavo le mani e le mani bastavano. Succhiavo il pollice e nel pollice c’era tutto. Una bellezza.
Anche quando mia sorella Irene affogò nella vasca dei pesci rossi al giardino pubblico (perché io ce l’avevo spinta mentre ma’ parlava con la giornalaia) rimasi lì tutto beato a guardare i pesci che le addentavano le ciocche color carota.
Non sapevo ancora che da qualche parte c’era un maledetto professor Zimmergaut che già faceva esperimenti con le scimmie nell’attesa di aver sotto mano me.
Fu il fratellone a dire a ma’ che in Austria questo cervello pieno di birra operava quelli come il sottoscritto. Sostenne che ero senza speranza, che non mi si poteva più tenere in casa, che prima o poi avrei fatto fuori tutta la famiglia.
Povera mamma, mi sbatté subito sul primo treno per Vienna. Non mi voleva abbandonare, ci teneva a me, e, sotto sotto, covava pure la speranza che l’imbecille di famiglia le diventasse il primo della classe. Magari le prendeva anche la laurea.
Mi visitano, mi punzecchiano, mi passano ai raggi x in tutte le posizioni, come una braciola sulla gratella e poi via, in sala operatoria.
Mi sono svegliato quattro mesi fa e la prima cosa che ho visto è stata una vecchiaccia che russava sulla sedia accanto. Tale vecchiaccia poi risultò essere mia madre. Posto che era impossibile che nei cinque giorni della mia operazione fosse invecchiata di trent’anni, dovetti ammettere che forse era sempre stata così, solo che prima non me n’ero accorto. Io l’avevo sempre vista bella, con i capelli rossi come quelli dell’Irene, e giovane. Ma si sa, prima ero scemo.
Quando mi riportarono a casa, barcollai in qua ed in là senza riconoscere niente. I muri erano più piccoli di come li ricordavo, il soffitto più basso, mia sorella più sgraziata, la cucina più sporca, il cane spelacchiato e vecchio.
Scoprii, inoltre, di non possedere un padre. Quando chiesi notizia di una bambinella coi riccioli rossi e le ginocchia sempre sbucciate, mi comunicarono che l’avevo affogata tredici anni prima.
Lo specchio, di cui non m’ero mai curato, se non quel tanto per sorridere ad un altro bambino come me, mi rimandava ora l’immagine di un essere d’irrimediabile bruttezza, dai lineamenti alieni e grottescamente orientali. Una specie d’incrocio fra un tartaro ed E.T. Sinceramente, non trovavo di gran conforto che adesso, come fece notare padre Lattanzio, “il mio volto risplendesse dell’eccelsa luce dell’intelletto”.
Nei giorni che seguirono, scoprii che Dio non esiste e nemmeno Babbo Natale, scoprii che mio fratello mi odiava e mia sorella aveva paura di me. Scoprii che i vicini avevano smesso d’avere pietà, e volentieri mi avrebbero dato in pasto al cane. Mi accorsi che quelli che avevo sempre creduto giganteschi fiori di cartapesta erano cartelloni pubblicitari; appresi che si possono comprare tre fustini al prezzo di due e che i clacson non sono canne d’organo.
Anche oggi, che lavoro come aiuto di un barista, non capisco perché la città m’appaia così laida quando la sera me ne torno a casa lungo Corso Garibaldi illuminato dai lampioni. Stacco alle sei, raccolgo gli avanzi per il cane, poi mi fermo a chiacchierare coi barboni di Ponte S. Giovanni. Persino ma’ ha smesso d’aspettarmi alla finestra ormai.
Però forse non tutto è perduto. Ieri, al bar, mi è capitato sott’occhio un annuncio. Sembra che ci sia un professore, a Milano, uno in gamba che aiuta gli zimmergaut.
Mi ci vorranno almeno dieci anni di risparmi per mettere da parte la cifra che mi hanno spiattellato stamani per telefono. Ma ce la farò. Risparmierò sul cinema e sui giornali, farò gli straordinari ed alla fine riuscirò a tornare come prima.

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A single summer

30 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

He had something lingering in his chest, he had begun to look at the whitened tips of the cypress trees, at the terracotta tiles on the sides of the gate, at the lemons numbed by the cold, slowly filling with snow, at the trees twisted and depressed as his own mood was. He had walked up and down leaning on crutches, pondering her absence, seeking solace in her objects scattered around the house, in the orderly row of books in her library . He had passed his finger on the cover of the leather agenda in which she, sitting under an olive tree, wrote her poems, until last October. He wondered why she had not taken her medication with her, all the pills that she took every day, at set hours, with meticulous patience.

At midday, there came the phone call.

How many times she had told him, taking his hand in her, gnarled and covered with blue veins , "when it will be, Roberto, we will not live it together ." But he always interrupted her, with one arm he encircled her hunched shoulders, feeling the warmth of the body under the wool sweater. "Shuss, do not talk about these things . We are together now. "

Everything had happened quickly, in early summer. They sat in the avenue of cypress trees, on the stone bench, it was a cool June and she protected herself from the wind with a light scarf. “ Why not, Roberto?" she had asked him , putting back on his nose, with maternal gesture , the lenses that had slipped down. He had shaken his head: "My daughter will not accept it, she threatens not to let me see Matteo anymore. "

She had squeezed her eyelids to defend herself from the light of the long afternoon, then smiled. A network of crow's feet had formed near her eyes. "Patrizia will understand. Give her time, Roberto. And your nephew loves you so much . "

He had hardly listened, watching the soft oval face, the pianist's hands stained with freckles and age spots, the gray hair still soft. He had thought her so beautiful and had blushed . "At our age ," he had protested weakly, "and in my condition. I am an invalid. " He had grabbed the hanger and had agitated it in the direction of Martha, as to defend himself from the feeling that overwhelmed him .

But she had turned away his crutch and had squeezed his shoulders with both hands. "And my terms then? You know how much I have left to live, but I want to do this with you. " Suddenly it was her mischievous eyes , like those of girl who is planning a prank , "Let's do it , Roberto ! " she had exclaimed , "come to live here with me, before it's too late . "

He had caressed his nephew Matteo : "Grandpa will come to see you every day ," he had promised.

"Forget it! " Patrizia had intruded, sour , dragging away the sullen child . "What a shame! My mother is turning in her grave . You're a pathetic old man, if you leave this house , you won’t come back. "

He had moved to Martha two days later, leaving Patrizia and her husband to fight alone.

It had been a good summer, a summer of walks in the park, hanging on the arm of Marta, talking about poetry, planning visits to the Uffizi and reading concert programs that enlivened the evenings in Florence.

They talked of the past because the future was not there.

He did not speak willingly of his wife, but he remembered the shrill voice that, in recent times, even railed against his hindered legs. "My wife did not like concerts," he used to say, then changed the subject . Martha just made ​​sure that her body was resting on his shoulder. She began to tell him about her mother, dropped from those same hills to come to service in the city, about her brother emigrated to America, about a childhood sweetheart who gave her a yellow rose every day . "Old age has caught me by surprise ," she said , "I do not know how I spent all these years. Inside I feel the same, still the girl with the yellow rose, but I am not. " And her laugh was young , her hair a bit ruffled by the evening breeze.

She never spoke of the disease, even when the pain wore out her bones. Some nights, though, Roberto realized she was awake, staring at the ceiling. Then, gently, he took her hand and clasped it without speaking.

Autumn arrived, a windswept November that had taken away all the leaves and filled the house of chilly drafts . The pains of Martha had intensified , she had had to double the dose of the drugs and spend more time in front of the fireplace with a book in her lap.

Then there was the sudden departure , without an explanation , without a word. They had embraced, the taxi was waiting outside the gate of the villa. "Take care of yourself, Roberto ," she said , " I gotta go , but my heart remains with you in this house . "

Now Roberto realized that she did not want to share that moment with anyone, not even with him.

He looked for the number and called her brother in the United States. The man told him that he would come to the funeral and would stop only the time required to sell the villa . They made their condolences, Robert thanked him and hung up. He called the florist and ordered a bouquet of yellow roses .

Then he dialed the number of the Retirement Home . "I'm Roberto Farnesi , do you have a room for me?"

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Single party 3

29 Novembre 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni

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Eran tre frati apostoli

28 Novembre 2013 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poli patrizia, #poesia

Eran tre frati apostoli

PREFAZIONE

Poeta e gentiluomo

I poeti son filosofi rimatori. E quando c’è di mezzo il vernacolo o il dialetto, rimano in sonetti. Come Luciano Tarabella, della prolifica scuola dei poeti popolari toscani. Livornesi, nel suo caso. Che alla tipica acutezza dissacratoria della toscanità uniscono il tipicissimo linguaggio dei Quattro Mori, così spesso intriso di quei termini gastro-ano-genitali che racchiudono un po’ tutta la visione che del mondo hanno i figli di Labrone: mangiare-cacare-trombare, a racchiudere tutto l’arco della parabola esistenziale. Col sesso a far da scena totale sul teatro della vita. E con tante parolacce, come le definiscono gli altri. Quelli che "sannounasega" loro com’è che l’imprecazione antidivina o il vaffanculo antiumano non sono a Livorno mera volgarità ma forma linguistica d’una mentalità ch’è filosofia di vita. Insofferente di perbenismo e d’autorità. Ché a mandà ‘nculo ‘r re il livornese ci mette quanto a mandà ‘n culo anche ‘r papa. Una lingua ch’è filosofia, insomma. O una filosofia parlata.

Senti per esempio il Tarabella, in questo “Testa e lische”:

Si sognava la topa da ragazzi a occhi aperti ma cor pipi ritto e c'era un solo modo d'esse’ sazzi sebbene che l'amore sia un diritto.

Ortre la mano, nun ce n'era spazzi perché la donna, lei, voleva ir citto; a occhi chiusi e a parità di cazzi sceglieva sempre quello cor profitto.

Ora che sono pieno di vaìni cor conto in banca che mi son sudato batto ancora musate. Come sai

la topa viene data ai ragazzini perché l'anziano nun è più caàto: budello cane, un c'indovino mai!

Oddìo, non è più quel Tarabella giovanilmente pimpante che cominciai a pubblicare sul Vernacoliere nei focosi anni ’80, quando l’uccello tirava a lui e lui tirava moccoli agli dei. Sì, qualche ricordo c’è di quei tempi, in questa raccolta di sonetti. Ma ci si respira più che altro la malinconia del tempo andato, degli amori sperati e non vissuti, dei sogni mai realizzati.

Piglia “Ir destino”, per capire: (in corsivo)

La sorte umana è drento un canterale con chissà quanti mai cassetti in fila però è nascosta da una grande pila di passioni diverse e messe male.

Ognuno, per istinto naturale, vorrebbe la migliore e la trafila, la mia, la tua o d'artri centomila, è la stessa per tutti, tale e quale.

Buttate all'aria tutte l'occasioni la ricerca ci lascia inappagati e ci si scopre vecchi con stupore.

Allora si fa ir conto: d’illusioni, magari vattro sogni irrealizzati, eppoi? Mi vien da ride’: eppoi si mòre!

Ma l’animo acceso, la caratterialità ironica e sfottente del livornese non cedono. E neppure nel ricordo malinconico manca la rabbia vitale.

Come in “Ficona”: (in corsivo)

Com'eri bella cinquant'anni fa, solo a guardatti mi mancava ir fiato e quanti... sogni mi ci son tirato perché un me la volevi propio da’!

Io chi ero? Un ragazzo innamorato che un ciaveva più voglia di ampà e che avevi ridotto in uno stato che neanco si pòle immaginà.

Eppure stamattina dar norcino, pagando un etto e mezzo di preciutto, m'hai sorriso iudendo ir borsellino.

Sicché ho pensato: ora ti decidi? Ora che sei cicciona, ma di brutto, mi mostri la dentiera e mi sorridi?

Con quer culo che 'un passa dall'androni con quer naso moccioso fatto a becco con quelle puppe mosce ciondoloni...

speravi di trovammi cèo secco?

E certo manca un vaffanculo, a chiusura del tutto: perché Tarabella è sì poeta, ma è anche un gentiluomo. Malgrado la livornesità.

Mario Cardinali

(Direttore de " IL VERNACOLIERE" di Livorno)

POST FAZIONE

Livorno ha alcuni cantori accaniti e fra questi c’è Luciano Tarabella, che da cinquanta anni scrive le sue poesie in italiano e in vernacolo. Quelle raccolte qui costituiscono una dichiarazione d’amore, innanzi tutto per la sua città, salsa e libera, di cui sa cogliere gli aspetti lirici ma anche il degrado e l’abbandono con un amore totale e senza riserve. “Noiartri ci s'ha il Porto, ir mercatino via Grande, la Sambuca, le Fortezze... “ Lo sguardo è attento, curioso, personale, irriverente come irriverenti sono tutti i livornesi. Persino i famosi 4 Mori, simbolo della città, diventano “quattro vucumprà senz’accendino.” Ma l’amore è anche per la vita in generale, per la famiglia, per il cane, per la moglie, ricordata nei momenti della passione giovanile, quando “s’andava al bubbocine”, ma amata tanto più adesso, nella dolce complicità degli anni che si fanno sentire. Gli argomenti spaziano dalla rievocazione di figure tipiche nostrane come il reietto Cutolo, alla citazione dantesca ironica, alla vita quotidiana, alla politica e al costume, ai fatti di cronaca cittadina, fino addirittura ad un tentativo di cosmogonia filosofica. Tarabella ha una parola per tutto, s’interessa di tutto, senza intellettualismi né orpelli ma anche senza superficialità e con uno sguardo morale. Racconta anche se stesso, la sua vita quotidiana che diventa la vita di ognuno di noi, uomo o donna. Lo stile è sboccato, semplice, arrabbiato con bonarietà, ironico e divertente anche fra le lacrime.

Patrizia Poli

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Il Divo di Paolo Sorrentino

27 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Paolo Sorrentino. Soggetto e Sceneggiatura: Paolo Sorrentino.Fotografia. Luca Bigazzi. Montaggio: Cristiano Travaglioli. Musiche: Theo Teardo. Scenografia: Lino Fiorito. Costumi: Daniela Ciancio. Trucco: Vittorio Sodano. Durata: 110'. Colore. Produzione: Italia/ Francia. Produttori:Francesco Cima, Fabio Conversi, Maurizio Coppolecchia, Nicola Giuliano, Andrea Occhipinti. Case di Produzione: Indigo Film, Lucky Red, parco Film, Babe Film. Distribuzione: Lucky Red. Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Alberto Cracco, Piera Degli Esposti, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Cristina Serafini, Giovanni Vettorazzo. Premi: Premio della Giuria, Cannes 2008. Miglior Attore a Toni Servillo, European Film Awards 2008, 7 David di Donatello 2009: attore protagonista (Servillo), attrice non protagonista (Degli Esposti), direttore della fotografia, musicista, truccatore, acconciatore e effetti speciali visivi. 5 Ciack d'Oro, 4 Nastri d'Argento 2009, 7 Premi Bif&st 2009, 2 Loma 2009.

Non amo il cinema di Paolo Sorrentino (Napoli, 1970), neppure i temi che affronta con la sua scrittura mi appassionano più di tanto. Ritengo che sia uno dei registi italiani più sopravvalutati degli ultimi anni, anche se possiede tecnica e gusto per le immagini, oltre a essere un buon direttore di attori. Ero un po' prevenuto affrontando la visione de Il divo, pellicola che ho visto per intero solo nell'onda emotiva della scomparsa di Giulio Andreotti, dopo aver letto molti articoli sulla vita di un uomo politico che ha attraversato cinquant'anni di storia italiana. In definitiva sono rimasto abbastanza soddisfatto dai contenuti di un film eccessivamente esaltato dalla critica e premiato sino all'inverosimile, non tanto per le qualità cinematografiche (inesistenti), quanto per i contenuti documentaristici. Sorrentino ricostruisce la vita di Andreotti trattandolo come se fosse un robot privo di sentimenti, ricorrendo a un'interpretazione grottesca di Toni Servillo, truccato in maniera perfetta. Andreotti si esprime per frasi storiche, prelevate dagli aneddoti che il politico ha pronunciato nel corso degli anni, si presenta come un uomo senza scrupoli, interessato al potere, incapace di amare e di provare sentimenti, tormentato dal ricordo della morte di Aldo Moro. Non ci stupiamo che a suo tempo Andreotti rifiutò di vedere il film a Cannes insieme al regista e che si stizzì non poco dopo averne appreso i contenuti. Nonostante tutto - come suo stile - non querelò nessuno, anche se avrebbe avuto motivi in abbondanza, lasciando piena libertà di espressione al regista. La costruzione del film sposa senza riserve le ipotesi di connivenza mafiosa di Andreotti, oltre a colpevolizzare il politico per una lunga serie di malefatte legate alla prima repubblica, delitto Moro compreso. Punto di forza della pellicola è la somiglianza degli attori ai protagonisti della vicenda storica, a partire da uno straordinario Toni Servillo, giustamente premiato. Bravi anche Flavio Bucci nei panni del gaglioffo Evangelisti, Carlo Buccirosso come Cirino Pomicino e Anna Bonaiuto, moglie di Andreotti. Esagerati i premi, una vera pioggia di riconoscimenti, per un pellicola che ha poco a che vedere con il cinema, ma resta un'interessante docufiction. Il difetto più evidente del lavoro di Sorrentino è la poca obiettività, perché il regista sposa una tesi e la porta alle estreme conseguenze, senza concedere nessuna attenuante al protagonista. Ne viene fuori un Andreotti - Belzebù, protagonista negativo di tutte le nefandezze della prima repubblica, ma soprattutto un personaggio grottesco, irreale, quasi un fumetto satirico di se stesso. Il personaggio di Giulio Andreotti visto da Sorrentino sembra una raffigurazione estrema delle vignette di Forattini, orecchie a punta, posa rigida, curialesca, grandi occhiali, mani che si muovono e corpo fermo sul tronco. Manca la poesia e un po' di partecipazione empatica agli eventi, il risultato è sin troppo freddo per coinvolgere le spettatore. Questo Andreotti è troppo brutto per essere vero, si finisce per provare simpatia per il vero protagonista che viene fatto oggetto di critica feroce da parte del regista. Per quel che riguarda il cinema, non l'abbiamo visto. Forse i critici dal palato fine sono molto più bravi di noi a individuare lo specifico filmico. Viene da dire a viva voce: Ridateci Elio Petri.

Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

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Sonetto d'amore

26 Novembre 2013 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poesia

Sonetto d'amore

Corri sonetto, va', non inciampare!
Vola e raggiungi presto l'amor mio
tu sai perché la penso e non scordare
di dirle tutto come fossi io.

Racconta che non faccio che sognare
il suo ritorno da quel triste addio,
che in ogni volto che confronto e spio
un altro come il suo non so trovare.

Dille, magari, tutto il mio tormento
che mi trascino ancora nella vita
più quello che tu sai nel cuore preme.

Descrivile con calma cosa sento
ma se t'accorgi che per lei è finita,
ritorna qui da me: si piange insieme.

Autore: Luciano Tarabella

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Weekend tra amici di Stefano Simone

25 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Stefano Simone. Scritto da: Francesco Massaccesi. Editing & Colour correction: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Arredamento: Dino D'Andrea. Effetti Cg: Andrea Ricca. Interpreti: Matteo Perillo, Michele Bottalico, Filippo Totaro, Peppe Sfera, Tonino Potito, Nicla Loconsole, Michela Mastroluca, Raffaella Piemontese, Adolfo Renato, Tecla Mione. Origine: Italia. Anno: 2013. Durata: 62'.

Marco, Gianni, Stefano e Fabrizio, amici da sempre, si riuniscono come ogni anno per un torneo calcistico trasmesso in televisione che vede rivali le loro quattro squadre. Ogni personaggio è tormentato da un'angoscia diversa: solitudine, famiglia, divorzio, inferiorità sociale. Il calcio è il detonatore dei problemi insoluti delle loro vite, il catalizzatore di un odio represso, che esplode in un tranquillo weekend di paura, tra le mura di una casa di campagna, dove tutto era predisposto per una cena in compagnia, davanti al televisore, come ai vecchi tempi.

Stefano Simone gira il suo film più maturo, restando nel genere thriller stile Kenneth (2008) e Unfacebook (2011), ma abbandonando i riferimenti fantastici presenti in Cappuccetto Rosso (2009), Una vita nel mistero (2010) e nello stesso Unfacebook. Weekend tra amici è intriso di crudo realismo, un thriller claustrofobico e introspettivo, teatrale, un melodramma che scava nella psicologia dei personaggi e porta alla luce i demoni che albergano nella nostra psiche. Simone va ben oltre gli angusti confini del genere, scrive il suo miglior cinema d'autore, che risente delle influenze di Ingmar Bergman e William Friedkin. Un elogio al soggettista sceneggiatore Francesco Massaccesi (un cognome che promette bene), perché - a parte alcune lungaggini - non abbiamo notato buchi di sceneggiatura. Ottimo il montaggio, serrato quanto basta per creare la tensione di un cinema claustrofobico, girato quasi tutto in una stanza. Il meccanismo è quello dei 12 piccoli indiani di Agata Christie, solo che non stiamo cercando un assassino, ma il demone che prende forma e uccide senza un motivo apparente. La musica di Luca Auriemma - che conosciamo dai tempi di Cappuccetto Rosso, una costante nel cinema di Simone - è perfetta per caratterizzare tensione e momenti culminanti. Brani sintetici e sonorità meridionali, a tratti pare di sentire uno scacciapensieri, sono il leitmotiv di una colonna sonora ideale per rendere il clima angosciante della pellicola. Effetti speciali credibili, realizzati in economia, ma realistici: le parti efferate sono prive di sbavature, se tralasciamo il primo morto nella doccia che - per un istante - si vede respirare. Mi soffermo sulla recitazione, da sempre nota dolente del cinema di Simone, perché questa volta gli attori sono tutti bravi e ben calati nella parte, recitano con tono drammatico notevole, forse troppo impostato e teatrale, ma recitano, e catturano l'attenzione dello spettatore. Matteo Perillo (il dentista) ha una marcia in più, un vero professionista, interpreta in maniera convincente il dramma interiore della solitudine. Nicla Loconsole è una bella presenza sexy, persino misteriosa, che compare per un breve flash, ma purtroppo è poco utilizzata dal regista. La regia è attenta, la macchina da presa alterna primi piani, particolari, panoramiche, esterni paesaggistici che descrivono il colore locale, fotografa il crescendo di follia ricorrendo a una colorazione intensa con un tono rosso dominante.

Weekend tra amici parte con il tono della storia di formazione, un racconto alla Salvatores, stile Italia Germania 4 a 3 (1990) di Andrea Barzini e Compagni di scuola (1988) di Carlo Verdone, seguendo una tematica minimalista e costruendo una nostalgia del tempo passato che sfocia nel dramma. I quattro amici si riuniscono per passare un fine settimana insieme, per godere la visione del loro sport preferito, ma non riescono a lasciare da parte loro stessi, i problemi, le angosce che tormentano un difficile quotidiano. La vita scorre, la giovinezza è ormai perduta, i sogni sono infranti, resta il dramma di una generazione sconfitta. Simone e Massaccesi realizzano una dura critica al mondo del calcio ricorrendo a dialoghi serrati, molto tecnici, che i non ferrati nella materia faticheranno a comprendere. La critica alla violenza va di pari passo con il perbenismo di chi si disinteressa - ed è peggiore degli ultras - perché tanto ha l'abbonamento in tribuna d'onore. Lo stadio visto come sfogo sociale alle frustrazioni non è un'idea nuova, ma Simone inserisce citazioni colte (Blake, Cechov…) e intuizioni d'autore interessanti, oltre a mettere il dito sulla piaga: il gioco del calcio scatena gli istinti peggiori dell'uomo. Un crescendo di delirio e un tono sempre più cupo apre le porte a sequenze di puro metacinema quando uno degli amici afferma che con il cinema alto non si fanno incassi, svela i meccanismi della suspense e del sottotesto. Solitudine, rancori, famiglia vista come gabbia dalla quale è impossibile uscire, incomprensibile follia, tutto conduce alla più incredibile delle tragedie, una vera e propria ecatombe da melodramma spagnolo. Stefano Simone si dimostra ancora una volta un regista promettente, capace di mettere in scena un testo difficile e colto, intriso di riferimenti classici e letterari.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Ora so tutto

24 Novembre 2013 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

2°CLASSIFICATO AL CONCORSO "GIALLO MIELE" 2010

“Mi sveglio con questo terribile dolore alla testa. Soffro troppo ogni volta, se solo potessi fermarle, sento il loro ronzio da lontano, insistente, assordante, che si avvicina. Ora arriveranno di nuovo. Ecco la prima, poi un’altra, un’altra e un’altra ancora. Migliaia di api volteggiano su di me, mi girano attorno seguendo un antico copione, si uniscono in un solo grande scuro ammasso di ali frementi e riesco quasi a sentire il vento che spostano . Si compattano, si muovono, si dispongono a schiera e l’unico corpo che vanno a formare cambia colore: nero, giallo, ancora nero, ancora giallo. La testa mi scoppia, so che non potrò sopportarlo a lungo. Dolcemente il ronzio si ferma, il dolore si placa e un immenso piacere mi pervade quando la vedo: eccola è lei. Una donna stupenda con le ali trasparenti e gli occhi sporgenti. La vita stretta e il seno gonfio, la gonna gialla e nera ondeggia quando cammina e si muove verso di me. Io l’amo, la seguo. Usciamo insieme, le tengo la mano morbida, cosparsa di una invisibile peluria nera che la rende un velluto. “Mia Regina!” la chiamo. Vorrei baciarla, ma non si concede subito, prima abbiamo da fare.”

Francesco Modena era un uomo sulla settantina, una vita passata ad accumulare denaro, a contarlo la sera fino a tardi. Il lume sulla scrivania e la lampadina a basso consumo. Il suo libricino nero dormiva con lui. Ogni mattina lo apriva e controllava chi doveva andare a trovare. Bussava, entrava con molta educazione, chiedendo permesso. Si muoveva piano tenendo la testa bassa e le mani giunte dinanzi al petto, sfregandole l’un l’altra, mentre parlava e chiedeva di saldare il debito al suo interlocutore. Non sapeva perché appena lo vedevano le persone perdessero il sorriso, gli rispondevano sgarbatamente pur dovendogli grosse somme che aumentavano di giorno in giorno. Non capiva, non ci era mai riuscito, perché invece di gratitudine gli mostrassero fastidio, schifo a volte. Lui non faceva altro che assecondare le loro richieste, essere il più accomodante possibile. Venivano da lui con casi disperati di debiti da pagare entro pochi giorni per non dover cedere la casa alle banche, concedeva prestiti generosi e senza garanzie precise. Si faceva firmare alcune cambiali in bianco, tanto per un formale riconoscimento del suo credito, e non dava scadenze per il saldo. Semplicemente passava ogni settimana a riscuotere un piccolo interesse che gli consentiva di vivere, di tirare avanti, in attesa che loro risparmiassero a sufficienza per restituirgli il capitale. Quando lo vedevano, invece di essere contenti, di ringraziarlo per averli aiutati nel momento del bisogno, gli mostravano disprezzo, gli buttavano sul tavolo la cifra pattuita, gli dicevano parolacce e maledetto strozzino era una delle meno offensive.

Quella sera era particolarmente stanco, la giornata era stata lunga. Le persone da visitare aumentavano ogni giorno e lui si stava facendo vecchio, aveva solo un caro e fidato amico ad aiutarlo, a cui un giorno avrebbe lasciato i suoi averi. La moglie era ridotta quasi a un vegetale, sulla sedia a rotelle, non parlava, un filo di saliva le scendeva lungo il mento e si limitava a fissarlo con disapprovazione ogni volta che l’andava a trovare alla casa di riposo. Anche lei senza un briciolo di gratitudine per i soldi che doveva spendere a farla curare. E sua figlia, la sua unica figlia era la sua più grande vergogna. Si alzò dal suo tavolino, chiuse il cassetto dove teneva le cambiali, mise la chiave nel borsellino di velluto, che gli pendeva dalla cintura dei pantaloni, e se lo infilò in tasca. Fu allora che sentì sbattere la porta, forse era stata una corrente d’aria con la finestra che aveva spalancato poco prima. Si disse che era strano, troppo caldo, troppa afa per far muovere i battenti di legno del suo pesante portone. Andò verso l’ingresso e nella penombra del corridoio vide muoversi una figura furtiva. Si era nascosta dietro una tenda e la luce che proveniva dai lampioni della strada, riflettendo all’interno, creava strane ombre. Gli era parso addirittura che quella sagoma avesse le ali. Pensando che il gioco di luci potesse aver ingigantito le forme di una falena, scostò velocemente la tenda e l’ultima cosa che vide fu la mannaia che gli spaccava la fronte.

“Oggi sei di nuovo qui, il dolore che precede la tua comparsa è stato più forte del solito, mi hai trovato raggomitolato sul pavimento, bagnato di urina. Non sono riuscito a trattenerla mentre mi tenevo la testa nell’intento di fermare quella terribile pressione che avverto quando arrivi. Dove mi conduci ora? Tu sola lo sai e io per te farò ogni cosa, io per te solleverò ancora una volta la pesante scure, e per sentire il tepore del tuo corpo ancora una volta ucciderò, mia Regina!”

Carla Modena era bella, i capelli tinti di un vivo rosso tiziano per coprire qualche filo bianco spuntato all’improvviso, gli occhi verdi e grandi, screziati da sottili venature azzurrognole. Guardandosi nello specchio vedeva riflessa l’immagine di una donna non più giovane, piacente, ben fatta, ma ormai matura. La gambe nervose e scattanti dei suoi vent’anni si stavano tornendo, riempiendo e quando si metteva dritta sulle punte, come aveva imparato a fare fin da piccola, ai lati comparivano delle antipatiche fossette, la pelle si faceva a buccia d’arancia e sui fianchi si erano gonfiati dei piccoli cuscinetti di grasso che non riusciva a smaltire. Le sue gambe un tempo avevano fatto girare la testa a molti uomini. Uomini che le avevano promesso una brillante carriera nel cinema, che le avevano sfiorato ogni sua più intima parte e, mentre si immaginava a calcare le scene, si era lasciata toccare, deflorare, possedere. Le promesse non venivano mantenute e col tempo ogni provino che faceva, ogni colloquio a cui andava finiva sempre nello stesso modo. Lo sapeva, ma aveva continuato a illudersi e non si era mai arresa, non riuscendo ad ammettere, nemmeno con se stessa, di aver abbandonato l’unico uomo che avesse amato davvero per fare carriera e poi essere caduta così in basso. Dopo aver lasciato la sua città, per inseguire un sogno, aveva vissuto per anni di piccole parti in film pornografici, dove veniva aperta, ispezionata, posseduta durante le riprese e dopo, ancora, dal regista che l’accompagnava, promettendole ruoli più importanti per il film successivo o, come se non bastasse, dal produttore che la invitava a casa dove diceva di aver organizzato una festa in suo onore, scoprendo poi che la sua villa altro non era che una squallida garçonnière. C’erano stati giorni in cui si era sentita sporca, non credeva più alle vane promesse degli uomini, ma ormai era come impigliata nella ruota di un ingranaggio e continuava a girare. Così di anno in anno, di illusione in illusione si era vista sfuggire tra le dita la sua gioventù senza aver raggiunto la fama sperata. Qualche mese prima aveva fatto ritorno a casa. Suo padre era morto, ucciso in modo violento, e lei aveva colto al volo l’occasione per raccontare a tutti che si era ritirata, stanca delle luci della ribalta, rifiutando parti di rilievo in film importanti, per stare vicino alla sua vecchia madre. In realtà la madre da tempo, affetta da Alzheimer e rinchiusa in una casa di cura, non la riconosceva nemmeno e suo padre in dissidio con lei da tutta la vita aveva intestato ogni proprietà e ogni avere ad un socio in affari, lasciandola senza un soldo. Così per mantenersi la sera prendeva l’automobile, andava all’altro capo della città ove nessuno l’aveva mai vista e si metteva in vendita. Passeggiando sul marciapiede con vertiginose minigonne e tacchi a spillo, conservava l’andatura elegante da diva del cinema, e gli uomini impazzivano ancora per lei. Due, tre, quattro clienti ogni sera. Aveva raggiunto il successo, era ricercata e ben pagata come una vera star. Poche sere prima, mentre si accendeva una sigaretta a un angolo di strada, illuminata da un lampione si vide avvicinare da lui, dall’uomo che aveva amato, ferito e mai dimenticato. Riconoscendola, l’aveva guardata dapprima sorpreso, poi con disprezzo le aveva offerto dei soldi, tanti soldi. Non era riuscita a sopportare che lui la vedesse così e lo aveva rifiutato, cacciato in malo modo, insultato e persino deriso. Lui se ne era andato piangendo, esattamente come tanti anni prima quando lo aveva lasciato solo e sconsolato sul marciapiede della stazione. E lei da quel giorno, e ogni giorno un po’ di più, si concedeva qualche goccio di rum per dimenticare l’amarezza della sua vita: l’unico uomo che avesse amato era il solo a non averla mai avuta.

Era sera, si stava preparando per uscire e riviveva come al solito la vergogna di quell'amaro ricordo, diventato un incubo ricorrente nei suoi pensieri. Aveva indossato le calze a rete e la guepière che la stringeva un po’ in vita facendola sembrare ancora sottile come un tempo. Inutile infilare le mutandine, sapeva bene come si eccitavano gli uomini quando, sollevando la gonna, intravedevano direttamente i riccioli neri del pube. Le piaceva curare i particolari, le scarpe in tinta con la camicia, e il trucco vistoso ma mai pesante. Prima di uscire si diresse in cucina per dare un ultimo sorso di rum, attaccandosi direttamente alla bottiglia. Faceva caldo, la porta finestra che dava sul giardino era aperta, si affacciò un attimo appoggiandosi allo stipite, cercando di rimandare ancora per un po’, almeno col pensiero, il momento in cui un’altra mano estranea avrebbe violato le sue carni. Sporse leggermente la testa fuori, sforzandosi di mettere a fuoco qualcosa che le pareva si muovesse tra gli alberi, mentre gli occhi si abituavano al buio, le sembrò di intravedere una strana figura venirle incontro. Era un’ape, enorme con le ali e le antenne. Stupita, incredula non ebbe il tempo di urlare, di fuggire che una pesante mannaia le si abbatté sulla testa, spegnendole sulle labbra, lucide di rossetto, un ultimo grido di orrore.

“Quando arrivi e mi porti con te io vivo i momenti più belli di tutta la mia vita. Ogni volta che ti sfioro brividi intensi mi percorrono la schiena, il sangue scorre veloce nelle vene e mi pizzica sulle spalle, sul collo, fin dietro le orecchie provocandomi calore, un’infinita eccitazione e poi esplodo in un piacere che mi dilania. Quando lasciamo a terra, colpite a morte, le persone che hai deciso di uccidere, mi sussurri parole dolcissime che sento risuonare come un’eco mentre ti allontani e, resto di nuovo solo, scosso dai sussulti di un orgasmo lungo e sfiancante. Il tempo che ti trattieni con me è sempre di meno, troppo breve. Troppo lancinanti invece i dolori che mi squarciano le tempie mentre ti aspetto. Recentemente mi succede qualcosa di strano, quando esco la notte con te, il mattino dopo sono pervaso da una spiacevole sensazione di disagio. È come se avessi fatto un sogno, un bruttissimo sogno, ma non riuscissi a ricordarlo. Oggi mi sono svegliato all’improvviso, mentre ancora ti stavo parlando mia Regina, ero a terra con addosso un ridicolo costume da ape, intriso di sperma e di sangue.”

Giorgio Cavina era un uomo robusto di aspetto giovanile, ma ormai sulla quarantina. Era rimasto orfano di padre in tenera età e terminata la scuola dell’obbligo, si era dedicato completamente all’apicoltura aiutando la madre a portare avanti l’azienda di famiglia. Aveva vissuto sempre all’ombra di questa donna energica e dispotica ed era cresciuto timido, accondiscendente, senza volontà e senza formarsi mai un carattere ben definito. L’unica volta che si era mostrato forte al punto da contrastare la volontà della madre era stato quando, ancora giovane, si era innamorato di una ragazza che lei riteneva poco seria, troppo libertina e non adatta a lui. Era stato irremovibile e l’avrebbe sposata, se la ragazza stessa non lo avesse lasciato per fuggire con un altro uomo. Incurante della sua delusione, la madre non aveva perso occasione per ribadire che lei aveva avuto ragione e che doveva prendersela solo con se stesso per non aver ascoltato i consigli della sola donna che gli volesse veramente bene. Allora Giorgio si era completamente sottomesso, non aveva più cercato di trovare una ragazza con cui dividere la sua vita e si era chiuso in se stesso, dedicandosi solo alle api, l’unico grande amore che sentiva ricambiato. Quando anche la madre se ne era andata per sempre era rimasto completamente solo con i suoi alveari. Costruiva da sé le arnie, in maniera pignola e perfetta, con la tettoia a doppio spiovente per preservare le abitanti dagli agenti atmosferici, il soffitto mobile, la camera di covata con dodici telaini per la deposizione del miele e il fondo mobile per l’approdo. Osservando attentamente il comportamento delle api aveva imparato che ogni colonia, di tipo matriarcale, era retta da una rigida gerarchia, al vertice della quale si trovava l’ape regina e che l’organizzazione dell’alveare dipendeva dall’incessante lavoro delle api operaie. All’inizio dell’estate e dell’autunno procedeva alla smelatura, il processo attraverso il quale si toglieva il miele dai telai e quel lavoro lo appassionava al punto da costituire tutta la sua vita. Era conosciuto e stimato come un bravo e onesto lavoratore, vendeva il suo miele al mercato, la cera alle industrie di cosmetici, ma non riusciva a guadagnare abbastanza per mantenere la proprietà della sua casa libera da ipoteche e debiti. Lui non se ne creava grosse preoccupazioni, tirava avanti alla meno peggio affascinato e preso soltanto dalla vita dei suoi alveari.

Col passare degli anni aveva sviluppato un’atipica allergia alla puntura d’ape e le ferite si presentavano sempre più infette e gonfie, tardavano a guarire e si vedeva costretto a ricorrere alle cure del medico. Recentemente era così forte la reazione al veleno, quando gli entrava in circolo, che sentiva un fortissimo, acuto dolore alla testa e gli capitava di svenire. Restava a lungo privo di sensi e quando si risvegliava non ricordava nulla di ciò che gli era successo. Fortunatamente gli accadeva di rado che un’ape lo pungesse e il più delle volte, dopo aver perso coscienza, si era risvegliato nel suo letto con un po’ di febbre, così prendeva gli antistaminici e tutto tornava a posto.

Quella mattina però si era ritrovato sul pavimento con addosso il costume da ape che la madre gli aveva cucito in occasione di una grandiosa festa di carnevale organizzata quando lui aveva circa diciotto anni. Glielo aveva fatto indossare contro la sua volontà e si era sentito ridicolo, per fortuna il viso era completamente coperto da una maschera che riproduceva il muso appuntito di un’ape e nessuno aveva potuto vederlo rosso di vergogna. Quello stupido costume era stato riposto nel fondo di un baule e non riusciva a spiegarsi come fosse successo che se l’era trovato addosso. Ricordava di essere stato punto nel pomeriggio mentre aggiustava un’arnia, di essersi sentito male, e di aver provato il solito forte dolore alla testa e poi più nulla. Ora guardava quel costume, se lo rigirava fra le mani cercando di cavarne un ricordo, un barlume che gli facesse tornare la memoria. Era sporco di sangue. Allora, si era a lungo ispezionato cercando una ferita sul suo corpo, ma era giunto alla conclusione che il sangue non poteva essere suo. Si sedette, accarezzò il velluto nero dei lunghi guanti che facevano parte del costume e un violento brivido di piacere gli percorse tutta la schiena. Un lampo squarciò il buio dei suoi ricordi e vide una figura femminile che aveva addosso il suo costume e se stesso che mentre l’accarezzava, provava un infinito languore. Poi di nuovo il nulla. Continuava a non capire e frugando, vagando nella nebbia della sua mente sconvolta, cominciò a rivedere altre scene che non sapeva se appartenere al sogno o alla realtà: un uomo che cadeva colpito da una pesante mannaia. Era Francesco lo strozzino che da tempo gli prosciugava ogni guadagno, poi lei, la sua Carla che moriva allo stesso modo. Era l’ape che reggeva l’arma e che colpiva con violenza le vittime e lui era uno spettatore. Poi all’improvviso l’immagine che rivedeva passare davanti ai suoi occhi cambiava di prospettiva e allora era lui stesso a compiere quelle orribili azioni. Si sentiva sconvolto, ma piano piano i ricordi riaffioravano sempre più nitidi e così riuscì a ricostruire tutto quello che era successo. Incredulo dovette ammettere di essere lui l’autore degli omicidi.

“Sono io dunque che ho commesso quegli orribile scempi e il sangue che ho addosso è quello di Carla.” Una lacrima scese a bagnargli la guancia. Ora rivedeva ogni cosa, ogni minimo particolare, improvvisamente si era palesato anche il più nascosto ricordo. Erano passati diversi anni da quando, per la prima volta, aveva avuto quella smisurata reazione al veleno. Era andato da sua madre e le aveva spaccato la testa. La trovarono riversa nel prato davanti casa e lui, a letto febbricitante, non era stato nemmeno sospettato.

Giorgio ora piangeva costernato, con le mani a coprirsi il volto e gridava la sua disperazione: “Ora lo so, ora so tutto! “ Come fosse potuta succedere una cosa così terribile sarebbe rimasto per lui un mistero, ma si fece coraggio, si alzò dalla sedia, andò a lavarsi e a cambiarsi. Non sarebbe stato facile affrontare il giudizio della gente, ma non gli restava altro da fare. “Vado a costituirmi, racconterò ogni cosa, dovranno tener conto del mio pentimento e saranno clementi!”. Pagare il suo debito con la giustizia era l’unica cosa che avrebbe potuto alleviargli un po’ il peso che gli gravava sulla coscienza. Era un uomo onesto e soprattutto non era un assassino.

Uscì, si incamminò verso le sue arnie, non c’era nessuna fretta, dopotutto non lo stavano aspettando. Salutare una per una le casette costruite con tanta cura, gli faceva male al cuore, chi si sarebbe preso cura di loro dopo che lo avrebbero rinchiuso in un carcere? Parlava con le api, come con delle sorelle, delle figlie, delle amanti. Pensò a quanto aveva appreso negli anni dalla loro perfetta organizzazione per condurre la sua vita di tutti i giorni: operosità e rispetto per l’ape regina, osservanza delle regole e delle mansioni affidate. Aveva lavorato sodo per tutta la vita, aveva ubbidito ciecamente al volere di sua madre e nonostante fosse buono e sincero una donna gli aveva spezzato il cuore, lo aveva prima illuso, poi abbandonato, rifiutato e, anche se ormai era la donna di tutti, solo a lui continuava a dire di no. Lo strozzino gli teneva il fiato sul collo , appena lo vedeva tornare dal mercato con due soldi in tasca, andava da lui e pretendeva interessi di un debito che, in quel modo, non avrebbe mai potuto saldare. La vita era stata ingiusta e crudele, pensava. Un’ape gli ronzò vicino all’orecchio e quel dolce suono a lui così caro e familiare gli scatenò una carica di adrenalina. Lui era stato intelligente, nessuno aveva scoperto ciò che aveva fatto e da quanto dicevano i giornali, in merito all’omicidio del vecchio, erano ancora molto lontani anche solo dall’immaginare il suo coinvolgimento. Indossando i guanti di velluto, non aveva lasciato impronte e la maschera gli aveva coperto il volto. Conosceva le vittime, la loro casa e non aveva avuto problemi a entrare senza farsi scorgere, a colpirli prima che avessero il tempo di reagire e nessuno aveva visto o sentito nulla. “Dunque non é stato poi così difficile pareggiare i conti con la vita!”

Una voce che non conosceva continuava dentro di lui, sussurrando insistente, a cercare di convincerlo a non andarsene e a non lasciare le sue api “ Vuoi finire i tuoi giorni in galera a causa di quella gente? Non meritano affatto il tuo sacrificio, credi a me!” Premeva sulle orecchie per non sentirla, ma quella voce si faceva sempre più forte, più suadente, più convincente. Ebbe un moto di orgoglio, alzò la testa:”Sono stato bravo e nessuno mi darà più fastidio.”

Anzi c’era ancora una persona con cui aveva un conto da regolare: il suo vicino. Non era mai riuscito a coglierlo sul fatto, ma sapeva che gli veniva a rubare il miele, anche gli attrezzi a volte e poi lo irrideva quando lo salutava da lontano.

Questo non sarebbe più successo, non era più il ragazzo timido e impaurito di cui ci si poteva approfittare. Finalmente aveva preso coscienza di essere un uomo forte, coraggioso, intelligente e nessuno avrebbe ancora abusato della sua bontà.

Si avvicinò a un’arnia, sapeva bene come provocare la reazione delle api, infilò un braccio all’interno e non dovette attendere più di qualche secondo prima di venire punto due volte.

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