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Scene da un matrimonio

8 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Scene da un matrimonio

Scene da un matrimonio (1974)
di Ingmar Bergman

Titolo Originale: Scener ur ett äktenskap. Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist (Eastmancolor). Montaggio: Siv Lundgren. Scenografia: Björn Thulin. Costumi: Inger Pehrsson. Trucco: Cecilia Drott. Suono: Owe Svensson, Arne Carlsson. Produzione: Larse-Owe Carlberg, Ingmar Bergman (non accreditato) per Cinematograph AD, Svenski Filmindustri. Distribuzione Italiana;: Italnoleggio Cinematografico. Riprese: 24 luglio – 3 ottobre 1972 (Fårö, Stoccolma). Prima proiezione: 21 settembre 1974 (New York). Durata: 282’ (versione televisiva); 170’ (versione cinematografica). Origine: Svezia, 1974.

Interpreti: Liv Ullmann (Marianne), Erland Josephson (Johann), Bibi Andersson (Katarina), Jan Malmsjö (Peter), Gunnel Lindblom (Eva), Barbro Hiort af Ornäs (la signora Jacobi), Anita Wall (Palm, la giornalista), Bertil Norström (Arne, collega di Johan), Wenche Foss (madre di Marianne), Rasanna Mariano (Eva a dodici anni), Lena Bergman (sua sorella), Ingmar Bergman (voce fuori campo del fotografo).

Scene da un matrimonio è un film straordinario, prima di tutto perché non è cinema, ma teatro, - infatti l’idea iniziale di Bergman era quella di scrivere una pièce sulla crisi del matrimonio - ma un teatro così grande da risultare piacevole per quasi tre ore di spettacolo. Abbiamo visto la versione per il cinema, ritagliata da Bergman sulla lunghissima produzione televisiva (circa 5 ore) che fornisce un’idea di massima sulle intenzioni del regista, che giungono a compimento solo sul piccolo schermo, ottimo visti i tempi dilatati. Bergman parte da un’intervista a una coppia di sposi felici per poi approfondire, grazie a sei scene che rappresentano tempi diversi della relazione, la crisi matrimoniale, la dissoluzione di un sentimento fino all’autodistruzione, per poi risorgere - con uno stupefacente colpo di scena - in una nuova relazione extraconiugale. Ingmar Berman disse a proposito di questo film: “Girarlo è stato una gioia assoluta. Ogni regista che ha l’opportunità di lavorare con attori simili è un uomo fortunato”. Non aveva tutti i torti, perché vista la teatralità dell’azione, è importante un soggetto forte, ben sceneggiato e ricco di dialoghi scritti senza la minima sbavatura, ma servono anche attori straordinari. Liv Ullmann (Marianne) e Erland Josephson (Johann) lo sono: prestano corpo e anima a due caratteri diametralmente opposti che non si riducono mai a stereotipi e a prefigurazioni stanche di un’idea costruita a tavolino. Un simile film, pensato negli anni Settanta, poteva finire per abbandonare la strada dello spettacolo e intraprendere quella ideologica di una critica al matrimonio come istituzione. Bergman - da grande regista e scrittore di cinema - racconta una storia complessa e lascia parlare gli eventi per far trapelare il messaggio tra le righe dei dialoghi e nei meandri delle vicissitudini. Marianne è una donna innamorata, tendente al masochismo, credente, spaventata dal cambiamento, intenzionata a non cedere l’uomo che ha sposato, ma alla fine vinta dalla sua stessa repressione sessuale. Johann è un vanitoso egoista, che pensa prima a se stesso e dopo agli altri, ambizioso, velleitario, farfallone, pronto a mollare tutto per la prima ragazzina che incontra. Per assurdo i due coniugi si ritroveranno dopo il divorzio, da amanti fedifraghi, tradendo la fiducia dei nuovi compagni e risolvendo i loro problemi sessuali a relazione ormai finita. Ingmar Bergman costruisce una storia complessa che racconta tutte le sfaccettature dell’animo umano: affetto, amore, risentimento, odio, sadomasochismo, violenza, sottomissione. Il difficile rapporto uomo - donna è sempre in primo piano, così come viene sviscerata la complessità dell’animo femminile in rapporto alla superficialità del protagonista maschile. Liv Ullmann ha uno sguardo intenso che buca l’obiettivo, i suoi occhi azzurri, un’espressione disperata e assorta, sono il ritratto che resta al termine di circa tre ore di grande cinema. Una piccola storia privata viene presa come esempio universale per affrontare il tema stringente della crisi di coppia. Marito e moglie hanno due bambine, ma lo spettatore se ne rende conto soltanto dai dialoghi dei protagonisti, il regista non le mostra mai, visto che il suo interesse è incentrato sull’analisi caratteriale dei coniugi e ad approfondire la relazione interpersonale. Bibi Andersson (Katarina) e Jan Malmsjö (Peter) sono i soli attori che per un intero quadro contendono la scena ai protagonisti, rappresentano gli amici in crisi coniugale, il primo evento negativo che tocca da vicino Marianne e Johann. Il resto del cast è secondario, molti personaggi di contorno (come i genitori dei coniugi) si conoscono soltanto grazie a lunghe telefonate e commenti indiretti.

Scene da un matrimonio doveva essere un dramma teatrale sulla storia di un uomo che una sera torna a casa dalla moglie, le comunica che ha conosciuto un’altra donna e decide di troncare un rapporto coniugale da tutti considerato esemplare. La storia crebbe tra le mani del regista che decise di trasformarla in un lavoro televisivo di ampio respiro (quattro ore e quarantadue), ma anche di sintetizzarla in un prodotto cinematografico (due ore e trentacinque) che in parte tradisce l’ampia costruzione narrativa. Leggiamo una dichiarazione autentica del regista: “Scrissi Scene da un matrimonio in un’estate, in sei settimane. L’intenzione era quella di realizzare un prodotto più bello per la Tv. Praticamente non avevamo alcun piano finanziario. Dovevamo fare le prove di ciascuna parte in cinque giorni e poi filmare durante i cinque giorni seguenti: avremmo insomma dovuto realizzare un film di circa cinquanta minuti in dieci giorni. Le sei parti dovevano quindi essere pronte entro due mesi. Quando passammo alla carica, si andò più in fretta. Erland Josephson e Liv Ullmann erano contenti dei loro ruoli e li impararono velocemente. All’improvviso ci trovammo per le mani un film in pratica senza spese. E questo andava bene, visto che non avevamo soldi. Sussurri e grida giaceva ancora invenduto. Scene da un matrimonio fu dunque una produzione per la Tv e lo facemmo senza sentire il peso paralizzante di dover fare un film per il cinema; era una cosa piacevole”. (Immagini, Garzanti, Milano, 1992).

Il tema dell’inferno coniugale è uno dei cavalli di battaglia del regista, insieme alla sua crociata antireligiosa e al discorso erotico (altro elemento presente), il malessere all’interno del matrimonio è analizzato nei minimi particolari, così come lo ritroviamo in lavori precedenti (L’ora del lupo, 1967 e L’adultera, 1971), e prende in esame la crisi di una coppia di estrazione alto - borghese. “Johann e Marianne sono figli di norme fisse e seguono l’ideologia del benessere. Essi non hanno mai sentito la loro maniera borghese di vivere come qualcosa di opprimente o di falso. Si sono conformati a un modello che sono pronti a portare avanti”, afferma il regista. Infatti si tratta di due personaggi normali nei quali non è difficile identificarsi, magari parteggiando per l’uno o per l’altro. Un film sulla dissoluzione di un rapporto, dal momento in cui all’interno della coppia scoppia il caos e si va verso la distruzione di un legame messo in piedi con fatica e durato molti anni. La scrittura è poetica e intensa, ma il linguaggio dei corpi e l’espressività dei due attori protagonisti completano un’opera memorabile. “Non c’è niente di peggio di un marito e una moglie che si detestano”, è il motto di Strindberg che aleggia fin dalle prime sequenze e che Bergman fa proprio con una costruzione scenica a base di camera fissa e rapide zumate per inquadrare volti in primo piano ed espressioni intense. La crisi matrimoniale è narrata a piccoli passi, fino alla fine inesorabile, chiedendosi il motivo di un errore, per capire di essere analfabeti sentimentali, perché “non sappiamo niente di noi, sugli altri, sulla nostra anima”. Troppi rimorsi uccidono un amore, la noia, il quotidiano, ma anche le repressioni sessuali, la tenerezza che contrasta con la sensualità. La moglie conclude: “Ho il rimpianto di non aver amato nessuno e che nessuno abbia amato me”. L’amore umano è una cosa terrena, di per sé imperfetta, non è possibile scambiarselo se non in maniera umana, imperfetta. I due ex coniugi finiscono per diventare amanti dopo aver ottenuto il divorzio, chiudono la scena abbracciati, consapevoli di aver perduto qualcosa di importante, per inseguire la totale imperfezione dell’esistenza.

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quello che sono

8 Gennaio 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Non sono un Grande Poeta…

…“Voglio fare con te

ciò che la primavera fa con i ciliegi”…

non voglio declamarti immagini

non riesco a ricamare vento

a tessere stelle per i tuoi occhi…

…“Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima”…

Non riesco a recitarti

per sembrarti nobile,

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Poeta…

…io sono un piccolo muratore

che suda roccia

e respira polvere

Che apre finestre e porte,

scavando dure pareti,

Sono un cercatore di luce!

Un topo nell’anima,

che gratta leggero,

e lascia briciole di conchiglia…

Non sono un Grande Attore…

affabulatore di menti,

prestigiatore del niente.

…“Essere o non essere, questo è il problema”…

Non ti inganno con artifici

fuochi e luci in mezzo agli occhi.

Parole ben copiate

Voci recitate

Suadenti artefatte carezze

Languide ammalianti certezze

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Attore…

…io sono un piccolo matto

che tartaglia

frasi sconnesse

Che borbotta cose grandi

non ascoltato.

Si volta e riparte

andando leggero nel vuoto

Sono un solitario pescatore

su uno scoglio ad amare

per non disturbare.

Non sono un Grande Scienziato…

non dispenso certezze & fredde carezze

non guato le masse

da torri dorate

Non salgo su cattedre,

non mi ergo su piedistalli,

non vivo per farmi più grande.

Non partorisco inutili idee,

con voce stentorea.

Non abortisco inutili scritti,

in polmoni d’acciaio

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Scienziato…

…io sono un piccolo alchimista

mescolo profumi a caso

sotto un cappello a punta.

Agito bacchette e farfuglio formule,

sputacchiando minime verità.

Sono un cercatore di perle,

tesori nascosti,

pietre filosofali…

…trattengo il fiato,

inseguo animali,

nel profondo blu.

Non sono un Grande Pittore

un Sommo Maestro!

Imbianchino di pietre colorate

stilista di Maye Desnude!

Mèntore di se’ stesso,

di pochi invasati

apostoli del nulla…

Non ricopro con carte da parati

la natura perfetta

dai perfetti colori

Non dipingo scene per teatri,

falsario di palcoscenici illuminati,

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Pittore

…io sono un piccolo minatore

Sporco

Nero

Brutto con occhi azzurri

Non vedo la luce

ma pianto fiori nel buio

cerco cosa c’è in fondo

cerco l’anima da dentro

scavo gallerie

per uscire nel bianco.

Seguo lunghe strade ventose

lunghe strade nevose

Corro sui tornanti

Scatto verso la cima

Bevo dalla riva

e mi lavo immerso

in cristalli di

acque salate.

Quello che sono

a volte è silenzio

altre è roccia

a volte è vento che urla

tuono lontano

altre è sussurro

è diafano raggio che scalda

a volte brucia

a volte bacia…

Il mondo può aspettare

La vita può aspettare…

La ruota può continuare

a girare…

Quello che sono,

lo sai,

è solo per te.

M. (Eccomi!)

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Dolce come il miele

7 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

Il Brigadiere stava parcheggiando la sua vecchia auto davanti alla caserma dei Carabinieri. Aveva affrontato il lungo viaggio da Casoria a Castel San Pietro Terme, paese di nuova assegnazione dopo l’avanzamento di grado in carriera, in cinque ore senza sosta. Sceso dall’auto si fermò a massaggiarsi le reni cercando di sciogliere il dolore sottile e persistente che lo colpiva al nervo sciatico quando restava seduto per lungo tempo. Contorcendosi e stirandosi non si era accorto che il maresciallo comandante della caserma si era affacciato al portone e lo stava guardando incuriosito:

“Mi scusi, lo sa che è proibito fermarsi qui davanti?”

Preso alla sprovvista il brigadiere ebbe un sussulto, automaticamente scattò sull’attenti, portò la mano tesa alla fronte per salutare militarmente e battendo i tacchi, rispose pronto:

“Brigadiere Raffaele Di Martino a rapporto. Comandi maresciallo!”

“Ma quale comandi, Di Martino ti stavo aspettando vieni dentro.”

Il maresciallo, dopo avergli mostrato gli alloggi e presentato alcuni colleghi, lo invitò a sedersi nel suo ufficio per le prime disposizioni:

“Allora sentimi bene Di Martino, questo è un paese tranquillo, non agitarti e non andare in giro a fare lo sceriffo come siete abituati giù a Napoli”

“Casoria marescià…!”

“Che c’entra Casoria?”

“No. Io stavo a Casoria per la precisione.”

“E va bene Casoria, Napoli sempre lo stesso è! Attieniti al tuo ordine di servizio e non sgarrare se vuoi andare d’accordo con me, chiaro? Da domani andrai di pattuglia e per oggi sei in libertà”

Si avviò a piedi verso il centro del paese per sgranchirsi un po’ le gambe e per cominciare a conoscere i luoghi dove avrebbe dovuto operare. Le strade si presentavano diritte, larghe, alberate e soprattutto pulite. Non si trovava a terra una cartaccia nemmeno a pagarla e via via che camminava il brigadiere sempre più stupito guardava in basso, ispezionando il territorio incredulo e dando l’impressione, a chi lo incontrava, di essere all’affannosa ricerca di qualcosa smarrito in precedenza. Arrivò così lungo il viale che portava allo stabilimento termale e rimase colpito dall’abbondanza di prati verdi, di aiuole fragranti e fiorite che costeggiavano la strada. Sul lato sinistro di fronte a una fontana, Fegatella, questo nome compariva sulle colonne di marmo della sorgente, si estendeva un enorme parco fluviale con alberi, ponti e giochi per bambini. Si inoltrò respirando l’aria profumata di erba fresca e cominciò a sentirsi rilassato. Gli piaceva questo paese ed era certo che si sarebbe trovato bene. Era ormai l’imbrunire, le ombre si allungavano e i colori dei prati si tingevano di verde più scuro.

Il brigadiere stava per riprendere la strada del ritorno quando fu colpito da una macchia di colore rosso in una grande aiuola sull’argine del fiume che attraversava il parco. La sua indole curiosa gli impedì di andarsene, si avvicinò e rimase senza parole scoprendo, seminascosto da un cespuglio di lavanda, il corpo di una donna. Era riversa nel folto dei fiori e si scorgeva soltanto, da lontano, un lembo del suo gabardine color rosso fuoco. Il brigadiere impietrito, per un attimo, si limitò a osservare attentamente la scena, memorizzando tutti i particolari, senza toccare nulla come aveva appreso alla scuola per allievi sottufficiali, poi telefonò in caserma e dette l’allarme.

“Si può sapere che ci facevi qui Di Martino? Ti avevo detto di stare lontano dai guai, mi pare” il maresciallo era giunto sul posto e non sembrava contento del ritrovamento.

Il gruppo dei carabinieri mandati dalla compagnia di Bologna fece tutti i rilievi necessari e, giunto il magistrato, dispose la rimozione del corpo e l’autopsia per l’indomani stesso.

“Potrei presenziare?” chiese il brigadiere spinto dalla sua invincibile curiosità

“Di Martino, tu domani sei di pattuglia 7-13….” Il tono del Maresciallo non ammetteva repliche e il brigadiere si allontanò.

Nei giorni successivi, tramite i giornali, sbirciando di nascosto tra i verbali raccolti in caserma, Di Martino venne a sapere che la donna si chiamava Melania Varani, trentacinque anni, separata dal marito, era una biologa e lavorava presso il laboratorio di analisi del dottor Condello Alfredo. L’autopsia non lasciava adito a dubbi: colpita da malore, probabilmente mentre faceva footing, era caduta nel cespuglio ed era morta all’istante per arresto cardiocircolatorio.

Il brigadiere, tra un 7-13 e un 13-19 di pattuglia, continuava ad interrogarsi su quella morte, che per lui non era così chiara e senza misteri come lasciavano intendere i colleghi.

Ricordava benissimo quel corpo con gli occhi ancora stupiti, spalancati verso il cielo, e ne era rimasto impressionato, come se in essi avesse raccolto una muta richiesta di aiuto e dal resoconto freddo e sintetico dell’autopsia qualcosa gli stonava con ciò che ricordava.

Una donna che sta facendo footing non va con un bell’impermeabile rosso firmato Versace a correre sul fiume e non porta un paio di decolté dello stesso colore. Pensò fra sé. Poi ricordava benissimo quel viso piacente, leggermente truccato, pieno di punture di api. Questo sì, era compatibile con la caduta nel cespuglio, che brulicava di insetti. Aveva ancora in mente, infatti, il ronzio insistente che aveva sentito quella sera quando si era avvicinato.

Le api sono ghiotte del nettare dei fiori di lavanda, ma qualcosa non mi convince.

Continuava a interrogarsi e a elaborare le sue teorie su cosa invece fosse successo. Così, di turno in turno, essendo capo pattuglia, faceva passare il collega davanti al laboratorio dove aveva lavorato la vittima, si fermava al bar vicino a fare quattro chiacchiere con i pensionati e raccoglieva quante più informazioni gli fosse possibile.

Si vociferava in paese che la donna fosse di piuttosto facili costumi e che avesse lasciato il marito, un serio apicoltore della zona, per diventare l’amante del suo titolare, sposato a sua volta con un’altra imprenditrice del settore. Un giorno, mentre apparentemente distratto sorseggiava un caffè, carpì frammenti di una conversazione di due ragazze inerente la morta e la sua attività su Facebook.

Così nel pomeriggio stesso, finito il turno, aprì un profilo sotto mentite spoglie: Giovanna Liguori, anni 30, castellana. Su Facebook, si sa, l’amicizia non si nega a nessuno e nel giro di pochi giorni era già una delle tante ragazze facenti parte del gruppo di amiche a cui era appartenuta la morta.

Non gli era mai piaciuto quello strano modo di comunicare e di fare conoscenza, lo aveva snobbato, quando qualcuno gli aveva proposto di iscriversi, ma dovette ammettere con se stesso che era molto efficace e molto più “vero” di quanto non avesse immaginato. Le persone si parlavano, si confrontavano e si confortavano a vicenda. C’era, insomma, da fare amicizia sul serio, fermo restando prendere con le pinze ogni cosa detta e ogni persona contattata. Infatti lui era un impostore.

Questo gli consentiva, fingendo di sapere molto dicendo poco, di chiedere alle amiche qualcosa sulla povera Melania. E, di confidenza in confidenza, scoprì, ad esempio, che la donna aveva pubblicato, sul suo profilo, nei giorni precedenti il decesso, una lettera d’amore del suo titolare, nonché amante Alfredo Condello. Scoprì inoltre, grazie ai racconti delle nuove amicizie, che la relazione tra i due non era più tanto segreta. Da quando lei lo aveva lasciato, lui, incapace di accettarlo, aveva cominciato a minacciarla di licenziamento e la tormentava giorno e notte con telefonate e messaggi. Le amiche ravvisando un vero e proprio caso di stalking, l’avevano incoraggiata a denunciarlo, ma lei aveva preferito vedersela da sola e aveva reso pubblica la lettera in cui l’implorava di non abbandonarlo, accompagnata dalla descrizione “SE NON LA PIANTI, LA MANDO A TUA MOGLIE”

La moglie del dottore infatti non era su Facebook e da pochi giorni anche Condello stesso aveva prontamente tolto il suo profilo.

Essere su facebook sotto mentite spoglie, farsi scambiare per una donna addirittura, il brigadiere pensava cosa sarebbe successo se il maresciallo lo fosse venuto a sapere. C’era però qualcosa che lo tratteneva, che lo spingeva a continuare, quel mezzo di comunicazione a lui inviso e sconosciuto fino a poco tempo prima, gli procurava una sorta di richiamo, come per Ulisse il canto delle sirene e la sera, la notte, in qualunque ora del giorno, non appena aveva un momento libero, correva ad accendere il computer. C’era fra le sue amiche una certa Anna Benfanti che risultava essere la più ciarliera, la più disponibile verso il tipo di chiacchiera che a lui interessava e sembrava anche molto informata sulla vita del dottor Condello. Insospettitosi, il brigadiere decise di chiedere un favore personalissimo a un fidato amico, carabiniere come lui, ex compagno di corso. Un esperto informatico, abilissimo con i computer e, sapendo che per lui la rete non aveva segreti, gli domandò di svolgere un’indagine su quella donna che a lui sembrava sapere più cose di quante dicesse in realtà.

“Ma tu si’ pazzo? Io non posso farlo. Se lo viene a scoprire il colonnello son guai e poi serve il mandato del magistrato per un’indagine del genere!”

Il brigadiere, conoscendolo, sapeva però di aver già stuzzicato la sua anima di “hacker” e gli ci volle poco a convincerlo, così che, trascorsi appena due giorni, era stato l’amico stesso a richiamarlo:

“Rafe’, ho i risultati ma non ti dico nulla per telefono, incontriamoci per un caffè”

La sorpresa più grande fu che aveva scoperto che dietro Anna Benfanti altri non vi era che Luisa Forti in Condello, moglie del dottore titolare del laboratorio ove aveva lavorato la povera Melania e la soddisfazione per il brigadiere fu doppia perché in tal modo capì anche che il suo fiuto non si era sbagliato.

C’era qualcosa di strano dietro la morte, apparentemente naturale, della Varani, ne era sempre più certo. Ragionando provò a tirare le somme di quanto aveva fino ad allora scoperto: Il dottore, dopo essere stato lasciato, aveva molestato la ragazza, lei lo aveva minacciato di informare la moglie sulla loro relazione e lui avrebbe potuto desiderare di ucciderla. In più, ora, si era aggiunta alla lista dei suoi sospetti anche la moglie del dottore che, contrariamente a quanto gli altri credevano, era informata di tutto e spiava su Facebook marito e amante.

C’è puzza di bruciato lontano un miglio rimuginava il brigadiere i colpevoli ci sono a bizzeffe, i moventi pure… l’unica cosa che manca è l’omicidio!

Fino a prova contraria infatti da tutti i referti non si era potuti risalire che a una morte naturale, improvvisa. Ciononostante il brigadiere pensò di andare a far visita alla signora Forti presso la sede della sua azienda di apicoltrice.

Luisa Forti era una donnina gracile dal sorriso dolce, sempre indaffarata a correre tra un’arnia e l’altra, gli occhi azzurri e lo sguardo sereno. Il brigadiere si era presentato con la sua qualifica e aveva spiegato di essere arrivato da poco in paese, di aver saputo che lei produceva un ottimo miele e di volerne acquistare un po’. Mentre gli faceva visitare la sua azienda e gli spiegava come avveniva la produzione, procedimenti ai quali lui si mostrava molto interessato, la donna gli raccontò della sua vita spesa dietro le api e a ogni piè sospinto nominava il marito, ottimo dottore, grande amante della natura, che conosceva le api come e meglio di lei, mostrandogli tutto il suo amore senza vergogna verso il coniuge e soprattutto di esserne totalmente succube.

L’impressione che aveva avuto il brigadiere, andandosene col suo barattolino di miele di acacia in mano, era che la donna fosse incapace di nuocere a chiunque. Secondo lui era il classico tipo che seguiva di nascosto il marito, magari lo vedeva con l’amante e la sera a casa faceva finta di niente per paura di perderlo definitivamente. Spiarlo su Facebook le era servito solo a soffrire di più. Aveva scoperto anche, fra una chiacchiera e l’altra, che il mestiere di apicoltore non era sempre rose e fiori. La signora per esempio soffriva di allergia al veleno delle api. Allergia che si era acuita praticando quel mestiere e che, ogni volta uno dei suoi amati insetti la pungeva, lei si gonfiava come un mostro e il marito la curava con unguenti e pomate varie, da lui stesso preparate nel suo laboratorio.

Tutto questo però non gli era di nessun aiuto per la sua testarda indagine, qualora anche la Varani avesse sofferto di un’allergia al veleno delle api e fosse stata proprio una puntura a causarne la morte, un eventuale shock anafilattico sarebbe stato facilmente evinto in sede di autopsia. Cominciò a pensare che il maresciallo avesse ragione, che non c’era nulla da scoprire e che tutto si era svolto esattamente come gli investigatori avevano ricostruito.

Non andare in giro a fare lo sceriffo ricordava bene le parole con cui era stato redarguito il primo giorno, dunque pensò di arrendersi e che già a partire da quello stesso pomeriggio, fattosi un bel thé, avrebbe spalmato quella delizia di miele fresco su una fetta biscottata e si sarebbe messo davanti al computer, cancellando il suo falso profilo. Voleva iscriversi con il suo vero nome, “postando” anche una fotografia che aveva scattato l’estate prima al mare e lo ritraeva bello, abbronzato e con la camicia bianca aperta sul petto.

Hai visto mai che faccio qualche conoscenza per trovare un po’ di compagnia! Pensò fra sé sorridendo.

Invece quella sera stessa, come sempre, non seppe tenere a freno la sua curiosità e si mise a navigare su Internet e a cercare di capire se il veleno delle api si poteva usare in altro modo e di veleno naturale in veleno naturale, si trovò di fronte a una notizia che lo lasciò perplesso:

Nel 1984 un giovane scienziato di nome Wade Davis riuscì a procurarsi con poche difficoltà ad Haiti la misteriosa polverina usata dagli stregoni…. Facendola analizzare scoprì che conteneva tetradotossina, estratto di pesce palla, un veleno potentissimo che uccide un uomo per arresto cardiocircolatorio con soli 1-2 mg.…” seguiva una pagina di informazioni su come riuscire ad acquistarlo.

Dunque si poteva comprare attraverso Internet un veleno sconosciuto ai più, che uccideva senza lasciare traccia! Nulla poté distoglierlo dall’idea di approfondire anche quella ulteriore ricerca. E chi meglio del suo amico informatico avrebbe potuto aiutarlo di nuovo a cercare di far luce nella sua testarda idea che si trattasse per forza di un omicidio?

“No, Raffaele. Assolutamente non è possibile questa volta.”

Il brigadiere sapeva che se l’amico lo chiamava col suo nome per intero erano guai, sarebbe stato difficile smuoverlo dal suo diniego, ma dopo un tira e molla durato qualche giorno riuscì a farlo crollare:

“Va buo’ Rafe’ , facimm’ come vuo’ tu!”

“Cerca se un tale Condello Alfredo di Castel San Pietro ha acquistato veleni via Internet, anche per uso medicinale, sai lui è medico, titolare di un laboratorio e… po’ te prumett’ ca nun me sient’ chiù!”

Il brigadiere nel dargli le ultime direttive gli assicurò che non lo avrebbe mai più messo così in difficoltà. Cominciava a far fresco la sera, la fine dell’estate era alle porte e i viali si coprivano di foglie gialle e rosse che svolazzando piano piano cadevano a terra. Lui si intristiva sempre all’arrivo dell’autunno, fra poco sarebbe arrivato un altro compleanno, l’ennesimo, senza che avesse incontrato l’amore. In più in questo periodo aveva anche l’assillo di quel caso irrisolto. O meglio che lui si era convinto fosse irrisolto, ormai da giorni nemmeno più il suo amico lo chiamava per dargli notizie fresche. Decise così di andare a trovarlo:

“Rafe’, meno male che sei qui , ti avrei cercato. E’ stato lungo e difficile, ma ci sono riuscito. Eccoti i risultati dell’ultima ricerca che ho fatto per te” e calcò sulla parola ultima a ricordargli la sua promessa, poi continuò “Come puoi vedere nessun Condello ha ordinato veleni in nessuna parte del mondo via Internet.”

Gli passò i fogli con i risultati dell’ indagine condotta e aggiunse “A Castel San Pietro, nell’ultimo anno solo un ordine è andato a buon fine” continuava a sfogliare, a cercare “aspetta, l’ho messo qua, mo’ non lo trovo più, comunque si tratta di un’azienda che fa uso di veleni per l’apicoltura”

“Apicoltura? Chi è il titolare? Una donna?”

“No. Perché me lo chiedi? Ah ecco qua l’ho trovato è un certo Mariano Silenzi. Lo conosci?”

“No. Cioè so chi è ma non l’ho mai visto e che veleno ha ordinato? “

“Tetadrotossina”

Aveva lasciato tutto sul tavolo e si era precipitato via di corsa senza nemmeno salutare e ringraziare l’amico. Doveva correre dal maresciallo, questa volta avrebbe dovuto ascoltarlo, troppe erano le coincidenze per non coinvolgerlo direttamente nella sua indagine. Appena giunto nell’ufficio del suo superiore però fu preceduto dallo stesso:

“Di Martino, proprio te cercavo, mi devi accompagnare a fare un colloquio con l’ex marito della donna che hai trovato morta, hai la macchina pronta?”

“Qui fuori signor maresciallo, ma perché andiamo da lui? “

“Un ultimo, superfluo controllo. Dai tabulati telefonici risulta che il giorno del rinvenimento avevano parlato per qualche minuto la mattina.”

Il brigadiere tacque, essere presente all’interrogatorio di Mariano Silenzi, nonché ex marito della vittima, era più di quanto si sarebbe aspettato in quel momento e non voleva rinunciarvi per nessuna ragione.

“Lei ha telefonato a sua moglie la mattina del giorno in cui poi è stata trovata morta?” il maresciallo aveva cominciato il colloquio e il brigadiere fingendosi distratto, scrutava l’ufficio in cui erano stati ricevuti, cercando di trovare qualcosa che potesse colpire la sua curiosità.

“Sì “

“E come mai?”

“Siamo, eravamo anzi, separati ma ci sentivamo spesso.”

“Come stava sua moglie quel giorno?”

“Bene che io sappia”

“Non glielo chiese? Siete stati al telefono per più di qualche minuto, cosa vi siete detti?”

“Veramente “ l’uomo sudava visibilmente senza motivo dato che non faceva assolutamente caldo ”io l’ho invitata ad assaggiare l’ultimo miele che avevo preparato. Lo facevo sempre ogni volta che riuscivo a produrne un nuovo tipo. Lei era un’ottima assaggiatrice”

“E la signora venne poi da lei?”

“Sì certo”

“A che ora?” intervenne il brigadiere

“Poco dopo aver terminato la telefonata, diciamo verso le undici ”

Il brigadiere si era informato bene. La tetadrotossina, una volta ingerita nel giro di qualche ora comincia a dare i primi sintomi: intorpidimento della lingua e delle labbra per arrivare a una paralisi progressiva che porta la vittima ancora cosciente a non potersi muovere fino al completo arresto cardiocircolatorio.

“E cosa le ha fatto assaggiare? Questo? ” chiese. E gli sbatté sul tavolo il piccolissimo barattolo di miele che aveva notato poco prima poggiato su una mensola seminascosto da una pila di libri.

L’uomo visibilmente nervoso e agitato si era alzato di scatto e gli aveva tolto di mano il barattolino

“No, no, questo no!”

“Le spiace assaggiarne un po’?”

Il maresciallo non sapeva dove volesse arrivare il suo collaboratore, ma capiva bene quando un colpevole mentiva o era in difficoltà e continuò sulla stessa strada, senza battere ciglio:

“Allora ha sentito cosa le ha chiesto il brigadiere? Perché non vuole assaggiarlo?”

“Non posso farlo” si metteva le mani davanti la faccia, si massaggiava i capelli e si fermava stringendo i pugni quasi se li volesse strappare. Iniziò a piangere e crollò:

“Mi aveva tradito, umiliato, deriso. E io niente, sono stato sempre comprensivo, ho cercato di esserle amico, sperando che un giorno sarebbe tornata da me, ma il tempo passava, lei non mi voleva più. In me cresceva la rabbia, la voglia di vendicarmi e di fargliela pagare una volta per tutte. Così ho ordinato del veleno via Internet, l’ho chiamata con una scusa e le ho fatto assaggiare il miele in cui avevo sciolto la polverina. L’ho seguita da lontano, volevo godermi lo spettacolo e quando ha iniziato a sentirsi poco bene deve aver pensato che le serviva un po’ d’aria, perché si è incamminata lungo il fiume. Erano le dodici e mezza, non c’era nessuno, ha cominciato a muoversi a fatica poi è caduta nel cespuglio e da lontano si scorgeva solo il suo gabardine rosso. Mi sono avvicinato e l’ho vista cosciente, incapace di reagire, che implorava aiuto con gli occhi, mentre alcune api le pungevano il viso, per aver invaso il loro territorio. In quel momento ho avuto la mia rivincita, finalmente era lei che soffriva…….”

Il caso era stato risolto, l’omicida portato dal giudice e poi in carcere. Il brigadiere Di Martino pensò a quanto male può fare l’amore. Gli mancava il dolce e amaro sapore di una relazione importante. Sapeva che forse non sarebbe mai riuscito ad averne una, la cercava e la sfuggiva al tempo stesso da sempre, e amaramente concluse:

la mia donna sarà bella, sarà in gamba, sarà dolce….sì dolce come il miele.

(f.p.)

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Basilea: città culturale per eccellenza

6 Gennaio 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Basilea: città culturale per eccellenza

Musei, Fondazioni, Gallerie d’Arte, Monumenti, Feste tradizionali rendono la città un vero e proprio gioiello dove l’antico e il moderno si fondono armoniosamente.

Basilea, città abitata da 200 mila persone, può essere definita “città culturale” per eccellenza. In soli 37 Km quadrati, infatti, si contano ben 40 musei, cosa impensabile nella nostra Italia. Ci sono Musei di ogni genere che spaziano da quello della cultura a quello della Storia della Farmacia; dal Museo della Caricatura e dei Cartoni Animati al Museo della Musica; dalle Antichità (con la Collezione Ludwig) al Museo delle Bambole; dal Museo Storico al Vitra Design Museum, dal Museo Svizzero di Architettura allo Steinenberg; dalla Fondazione Beyeler al Museo Tinguely, tanto per citarne alcuni.

Ma oltre ai Musei esistono numerose gallerie d’arte, Teatri e locali dove si può assistere a session di Jazz o Concerti dal vivo. Basilea è anche una città industriale di rilevanza mondiale grazie alle case farmaceutiche che vi sono ma, nel contempo, è una città di rilevanza storica e ricca di antichi monumenti.

Qui, infatti, sorse nel 1460 la prima Università svizzera, vi fu lo sviluppo della stampa e della produzione della carta all’epoca di Erasmo da Rotterdam; vi si svolse, il 23 luglio del 1431, il concilio convocato da Martino V.

Nella città si svolgono numerosi eventi legati alle tradizioni e allo sport. I primi di novembre, ad esempio, si svolge la Fiera del vino che dura 15 giorni, che richiama tanti turisti.

La Fiera si svolge in cinque zone della città, che si trasformano in un enorme luna park, con giochi per bambini, e si riempie di bancarelle dove trovare ogni genere di merce o prodotti gastronomici.

Sono ancora visibili monumenti storici quali la Casa Blu, che era una fabbrica di passamaneria e nastrini di seta, trasformata in seguito in fabbrica chimica e, infine in farmacia.

Una leggenda narra che nella Casa Blu, di proprietà di Jakob Sarasin, fu ospitato il conte Cagliostro che ne avrebbe guarito in modo misterioso la moglie, all’epoca in fin di vita. C’è poi la Casa Bianca, che si trova a fianco della Blu e che apparteneva ai due fratelli francesi, Sarazine, che erano proprietari di fabbriche e palazzi.

Basilea si presenta come una città molto ordinata, con palazzi, case basse, ville a schiera, negozi eleganti, ristoranti e numerosi parchi che, in autunno, sono molto spettacolari per gli alberi dai colori rossi e gialli che sono un vero godimento per gli occhi.

Il centro, soprattutto, è costituito da molti vicoli caratteristici con le tipiche case dai tetti spioventi o dai palazzi di epoca

Non esiste una metropolitana, non ce n’è bisogno. Un eccezionale sistema di tram e autobus, ne rendono inutile la costruzione così come il prendere l’automobile per gli spostamenti.

La città è divisa in due parti: la grande Basilea e la piccola Basilea ed è famosa per il Carnevale, che dura 3 giorni, ma la popolazione si prepara all’evento per tutto il resto dell’anno.

Incomincia il lunedì successivo al mercoledì delle Ceneri e, come da leggenda, la mattina del lunedì la gente si sveglia quando dai campanili rintoccano le quattro.

Tutte le luci della città vengono spente e la Regina Fasnacht (Carnevale) prende il comando della città e…la gioia e un po’ di follia s’impossessano degli abitanti.

Nei vicoli e nelle strade risuona la melodia tradizionale e arcaica del “Morgenstraich”, proveniente dal suono di migliaia di pifferi e tamburi.

Le sole luci sono quelle delle grandiose lanterne trascinate dal corteo indossate dalle maschere sulle quali viene rappresentato, in chiave ironica, un evento dell’anno precedente.

Nei pomeriggi di lunedì e mercoledì, i gruppi partecipanti, denominati “clique”, seguono un percorso fisso lungo le strade cittadine, il “Cortege”.

Durante la serata i partecipanti si muovono da un locale all’altro per commentare l’anno passato cantando versetti e caricature.

Il martedì, invece, è il carnevale dei bambini, che dividendosi in vari gruppi, ripropongono la tradizione cittadina. La sera, invece, numerosi gruppi musicali, detti “Guggenmusik”, diventano i ‘padroni ‘ della città, trasformando in luoghi di allegria ogni angolo della città.

Ci sono alcune leggende legate ad alcuni luoghi o monumenti cittadini. E’ interessante quella che riguarda la Spesshof, che si trova al numero 7 di via Heuberg. Sembra che la casa sia infestata dal fantasma di David Joris, nel 1500 un capo della setta degli anabattisti, all’epoca proibita.

Solo quando morì, la popolazione di Basilea venne a conoscenza delle sue origini e della sua religione.

Riesumarono la salma, la decapitarono e bruciarono i suoi resti assieme ai suoi libri.

Si dice che ancora oggi il suo fantasma – che tiene la testa fra le braccia ed è accompagnato da due cani di razza alana – vaghi nei dintorni della sua ultima casa. Un po’ macabra la leggenda, ma molto affascinante come tutto ciò che riguarda il mistero e l’occulto.

Alla Fontana del Basilisco, risalente al Rinascimento, è invece legata un’altra storia. La Fontana raffigura la storia del basilisco, che tiene lo stemma della città: una pastorale stilizzata di colore nero su fondo bianco.

Il basilisco, che è un animale leggendario composto da un gallo, un drago e un serpente, nasce da un uovo che viene deposto sul letame e viene covato da un rospo.

Chiunque viene colpito dal suo sguardo cattivo rimane pietrificato.

La “favola” racconta che l’unico modo per salvarsi è utilizzare uno specchio che riflette il suo sguardo.

Perché è importante questa leggenda? Perché il basilisco è la creatura che sta a guardia della città di Basilea!

C’è ancora un ultimo racconto fantastico che riguarda un Albergo molto noto in città “Les Trois Rois”.

Si narra che le reliquie dei tre re magi si siano fermate a Basilea durante un pellegrinaggio da Milano a Colonia e poi nel 1026, in questo hotel si sono fermati l’Imperatore Conrad II, suo figlio Heinrich III e l’ultimo re dei Burgundi, Rudolf III. Il re non aveva eredi, così decise di lasciare all’Imperatore e a suo figlio la città di Basilea.

Lasciamo le storie fantastiche, ma fascinose che riguardano il passato di questa città, e torniamo ai giorni nostri.

Basilea, è il centro congressuale e fieristico più importante della Svizzera ed ospita due Fiere Internazionali: Baselworld, fiera di orologeria e gioielleria, e quella d’arte “Art Basel”.

Entrambe richiamano numerosi appassionati e acquirenti da ogni parte del mondo.

La sera, infine, la città diventa un enorme “palcoscenico” brulicante di vita dove giovani e meno giovani “vivono” Basilea stando per la strada, nei locali dove si balla o si beve, nei ristoranti adatti ad ogni tipo di esigenza.

E allora, come si può definire questa bella città svizzera?

Sicuramente come una metropoli ricca di fascino che non deluderà, di certo, i turisti in cerca di mete culturali ma anche di divertimento.

E’ una città di frontiera, sdraiata su un’ansa del Reno, vicina alla Francia e alla Germania. Il centro storico, conservato magnificamente e fra i più belli d’Europa, fra palazzi del XV° secolo e moderni, regala fascino ai visitatori.

E’ come tornare al passato per riscoprire la genuinità, i colori, l’incantesimo d’altri tempi.

Basilea è una città che fa sognare, dimenticare lo stress e vivere in una dimensione diversa, sicuramente più a misura d’uomo.

La visita è facile e piacevole, tanto da consentire al forestiero di sentirsi a proprio agio, grazie all’organizzazione turistica che ha “disegnato” cinque itinerari, ciascuno con il proprio fascino, grazie al riferimento a personaggi legati alla storia ed all’arte.

I supporti audovisivi che descrivono questi itinerari possono essere prenotati presso gli sportelli Tourist Information di Basilea Turismo che si trovano allo Stadt-Casino e presso la stazione Bahnhof SBB. Il noleggio è di 15 CHF per 4 ore e 22 CHF per tutto il giorno.a v

Completano l’assistenza ai turisti gli uffici di Informazioni turistiche e alberghiere presso lo Stadt-Casino a Barfüsserplatz, Steinenberg 14 CH-4010 Basilea info@basel.com, www.basel.com Tel. +41 (0)61 268 68 68, Fax +41 (0)61 268 68 70. Orario: Lunedì-venerdì 8.00-18.30 Sabato, 9.00-17.00 Domenica/festivi 10.00-16.00

I cinque itinerari partono da Marktplatz (piazza del Mercato) per terminare tutti nello stesso punto, all’angolo di Sattelgasse (grande vicolo). I percorsi organizzati per assicurare la massima semplicità al turista nuovo della città.

Sono cinque itinerari, ciascuno dedicato ad un famoso personaggio della città. Basta seguire i cartelli segnaletici su cui è raffigurata l’immagine della personalità alla quale è dedicata la passeggiata prescelta.

Per facilitare il turista , ogni percorso è distinto da un colore diverso.

Il primo “Itinerario Erasmo – il cuore storico della città” è dedicato a Erasmo da Rotterdam (1469-1536). Umanista che visse e insegnò a Basilea dal 1521 al 1535. L’itinerario (durata circa 30 minuti), percorribile con passeggini e sedie a rotelle, è contrassegnato da cartelli segnaletici color rosso su sfondo blu.

Si passeggia per il Rheinsprung , via che costeggia il corso del Reno e porta alMünsterhügel (piazza della Cattedrale), scenario degli avvenimenti principali della storia basilese.

Qui Celti e Romani costruirono gli insediamenti, dei quali sono visibili interessanti reperti archeologici. Sempre qui dimorò papa Felice V, fu eletto nel Concilio di Basilea del 1440.

Anche il principe Vescovo dimorò sul colle della Cattedrale fino alla Grande Riforma del 1529. La zona, quartiere residenziale e centro amministrativo, ospita interessanti musei.

La piazza della Cattedrale, tra le più belle d’Europa, è sede ideale di numerose manifestazioni: dal cinema alla fiera d’autunno e ai concerti. Dalla vicina terrazza dello Pfalz (Palatinato), è possibile godere di un magico panorama sulla città, l’ansa del Reno e i monti della Foresta Nera e dei Vosgi. E’ sempre stata

meta di turisti di ogni tempo, compresi autorevoli personaggi, quali re e papi.

La Cattedrale merita certamente una visita. L’architettura romanica è ben conservata. Nelle navate sono sepolti Erasmo da Rotterdam e personaggi famosi. Affascinante anche il chiostro dove si trovano le tombe di rinomate famiglie basilesi. Sulla strada del ritorno verso la vivaceMarktplatz (piazza del Mercato) si passeggia sulla Freie Strasse, la più famosa arteria commerciale della città.

Il secondo itinerario , contrassegnato da cartelli celeste su sfondo blu è dedicato a Jacob Burckhardt (1818-1897) “Un ponte tra passato e presente”. Professore a Basilea, storico della civiltà e storico d’arte. Cartelli segnaletici: celeste. Durata: 45 minuti circa.

Accessibile a passeggini e sedie a rotelle. Si parte dalla Marktplatz in direzione della Freie Strasse, una delle arterie principali e più famose della città. Passando per il retro della Barfüsserkirche (chiesa degli Scalzi) si arriva alla Theaterplatz (piazza del Teatro). Questo posto è caratterizzato dal forte contrasto tra l’edificio moderno che ospita il teatro e l’Elisabethenkirche (chiesa di Santa

Opera di Tinguely

Elisabetta) in stile neogotico.

La fontana dell’artista Tinguely affascina per i suoi giochi d’acqua ed è un punto di ritrovo in ogni stagione per i giovani di Basilea. A pochi passi di distanza c’è il giardino del ristorante della Kunsthalle (galleria d’arte) di Basilea. La Barfüsserplatz (piazza degli Scalzi) è uno dei centri della vita cittadina.

La piazza antistante la chiesa medievale è anche sede di manifestazioni e mercatini. All’interno della chiesa c’è un museo storico molto interessante. Dalla piazza, chiamata anche «Barfi» si prosegue lungo le stradine medievali dell’Heuberge dello Spalenberg che ospitano eleganti alberghi e tanti piccoli negozietti e boutique esclusive

Opera di Tinguely e d Eva Aeppli

C’è, poi, l’Itinerario dedicato a Thomas Platter (1499-1582) “Artigianato e Università”, studioso basilese e direttore della Münsterschule (scuola della Cattedrale). I cartelli segnaletici sono di colore giallo su sfondo blu e il giro dura 45 minuti circa. Anche questo itinerario è accessibile a passeggini e sedie a rotelle.

Dopo aver lasciato la parte bassa della città, si sale sulla sinistra lungo lo Spalenberg. Arrivati in alto, abbandonato il centro storico e superato il Petersgraben, l’antico fossato delle fortificazioni si raggiunge lo Spalentor, porta monumentale della città risalente al secolo XIV e tra le più belle della Svizzera.

L’antico fossato esterno conduce all’Università più antica della Svizzera (fondata nel 1460) in cui anche Thomas Platter studiò e insegnò. Accanto all’università c’è la Petersplatz(piazza di San Pietro). Qui, ogni sabato, si tiene

Foto di Tinguely

un colorito e interessante “mercatino delle pulci”.

Passando per la Peterskirche (chiesa di San Pietro) in stile gotico, la passeggiata riporta alla vivace piazza del Mercato, dove, nei giorni feriali, trionfano coloratissimi banchi di vendita di frutta e verdura fresca.

Antica medicina? Basta percorrere l’Itinerario dedicato a Paracelso (Vero nome Theophrastus da Hohenheim; 1493-1541) “Vie Medievali”. Dal 1527 al 1528 esercitò la scienza della medicina e del guaritore a Basilea. I cartelli segnaletici sono in grigio su sfondo blu. La durata del percorso, tra scalinate e strade ripide, è di circa un’ora

Roland Wetzel direttore Museo Tinguely

La passeggiata si snoda tra le due sponde del fiume Birsig conducendo dapprima verso la Martins- Kirchplatz (piazza della chiesa di San Martino), scenario di molte manifestazioni.

La Martins- kirche (chiesa di San Martino) dove si svolgono frequentemente manifestazioni ufficiali. Le facciate del grande municipio sono una testimonianza della ricchezza della Basilea antica. Lo splendido edificio è in arenaria rossa ed è arricchito da affreschi, trompe-l’oeil e dalla maestosa torre.

Dopo aver sceso i gradini «Stapfle» nel dialetto basilese), camminando per i vicoli stretti, ci si ritrova a valle.

Percorrendo la Falknerstrasse si attraversa senza accorgersene il fiume Birsig, che da oltre cento anni scorre sotterraneo da Heuwaage a Schifflände fino a terminare il suo percorso nel Reno.

A questo punto incomincia la salita dall’altra parte del fondovalle e si passa per

Paolo Lunardi, Marketing Services di Svizzera Turismo - Roma

le vecchie vie dedicate all’artigianato. Si arriva, così, a la Leonhardskirche (chiesa di San Leonardo) e al Lohnhof.

Quest’ultimo fu la sede dell’amministrazione dei lavori pubblici e delle finanze e poi trasformato in carcere preventivo.

Oggi, invece, ospita appartamenti privati, il museo della musica ed un piccolo albergo con ristorante.

Si prosegue per le vie medievali e, ritornando verso la Markplatz, si passa davanti al Pharmaziehistorisches Museum (museo della Storia della Farmacia) nel quale è possibile osservare gli strumenti utilizzati ai tempi di Paracelso.

L’ultimo itinerario, “Sulle due sponde del Reno”, è dedicato ad Hans Holbein il Giovane (1497-1543 circa), maestro dell’arte figurativa. Cartelli segnaletici verde su sfondo blu ha una durata di circa un’ora e mezza. Può essere percorso con passeggini e sedie a rotelle.

Questo itinerario attraversa i quartieri nobili del centro storico fino alla piazza della Cattedrale.

Qui si possono rimirare le abitazioni dove hanno vissuto, in passato, celebrità religiose e personaggi di fama mondiale.

E’ possibile ammirare l’esposizione delle lanterne artisticamente dipinte in occasione del Carnevale di Basilea e alcune attrazioni legate alla tradizionale “Fiera d’autunno”.

Le dimore patrizie della Rittergasse (via dei Cavalieri) indicano il tracciato verso l’antico fossato interno della città e al raffinato ed artistico quartiere residenziale della zona.

Lungo il percorso è possibile ammirare il Museo d’arte che ospita una collezione di opere di grandi artisti, tra cui molti dipinti di Hans Holbein.

Passando per il Karikatur & Cartoon Museum (museo della caricatura e dei fumetti) si arriva alla chiesa di Sant’Albano, antico convento medievale il cui cortile ha una parte delle mura esterne ancora perfettamente conservata.

La St. Alban-Tal (valle di Sant’Albano) ospita il Museum für Gegenwartskunst (museo d’arte contemporanea) e il Papier- mühle (museo della carta). Vale la pena visitarli. Da qui è possibile imbarcarsi sul traghetto per attraversare il Reno passando dalla Grande Basilea alla Piccola Basilea.

Tutt’intorno e dentro le case del Medioevo c’è un quartiere multiculturale che rappresenta l’anima della città.

Attraversando il ponte Mittlere Brücke il percorso prevede il passaggio davanti al “Lallekonig”, il re che tira fuori la lingua (in poche parole, fa la linguaccia) alla Piccola Basilea.

Come per tutti gli altri itinerari, alla fine si fa ritorno alla Markplatz (la piazza del Mercato).

Questi sono gli itinerari che permettono di avere una visione a 360 gradi della città, ma non dobbiamo dimenticare le visite agli interessanti Musei che sono a Basilea.

Di certo sarà impossibile visitarli tutti e 40, però ce ne sono alcuni che non possono non essere visitati.

Uno dei più interessanti è l’armonioso è il Museo Tinguely, costruito a ridosso del fiume Reno dal noto architetto ticinese Mario Botta e dedicato ad uno degli artisti più geniali della Svizzera “Jean Tinguely”, un estroso artista, nato a Friburgo, vissuto dal 1925 al 1991, che ha introdotto il movimento e le macchine nelle sperimentazioni artistiche.

Il Museo è stato inaugurato nel 1996. L’esposizione è permanente e conserva

René Magritte "L'Empire des Lumiers"

quadri, sculture e macchinari che risalgono a tutti i suoi periodi di creatività, oltre a documenti, fotografie, lettere e disegni.

Artista dalla vita piuttosto “movimentata” e irrequieta, Tinguely visse tra Parigi e la Svizzera.

Nel 1960 fece parte del gruppo “Manifesto del nuovo realismo” che, nato a Parigi si prefiggeva di trovare nuovi approcci percettivi al reale.

La sua fama si consolida nel 1961 e continuerà ad aumentare con il passare degli anni (e varcherà anche l’Oceano) attraverso mostre e opere che “lasciano il segno”. Il nuovo realismo di Tinguely si esprimerà soprattutto in opere anche dalle grandissime dimensioni ma sempre con il concetto del movimento.

Lavori tridimensionali, oggetti in ferro, parti di giocattoli, di automobili,teschi di animali, materiali corrosi dal fuoco sono la sua materia “principe” per la

Salvador Dalì " L'enigme du desire"

creazione di opere incentrate sul sogno, sul fantastico, sul misterioso, sul drammatico o sul giocoso.

I visitatori del Museo sono circa 120 mila l’anno e il 25 per cento sono bambini, attratti da quei macchinari strani ma che possono essere anche “vissuti” dai piccoli, che riescono ad interagire con alcune delle opere esposte.

E’ il magico mondo di Tinguely, fatto di suoni, composizioni che si muovono, ruote, oggetti d’uso quotidiano, strumenti musicali, tamburi, macchine che fanno arte perché dipingono.

Tinguely amava molto le auto da corsa e le gare di formula 1. Le collezionava,

Scultura "Il ragno" di Louise Bourgeois

aveva anche una Ferrari, ed era amico di molti piloti, alcuni dei quali erano morti. Amava tenere nella sua camera da letto l’auto – che aveva acquistato – di suo amico pilota deceduto, Jean Clark. Mi piace ricordare nel Museo un’opera molto particolare e che riguarda questa storia.

C’è quest’auto da corsa e dietro ci sono le figure di donne, a grandezza naturale e vestite a lutto, che rappresentano le mogli dei piloti morti. L’opera è della prima moglie dell’artista, Eva Maria Aeppli e mostra la visione diversa che hanno gli uomini e le donne su questo tipo “sport”. Per uno è la vita, per la donna è la morte.

Ogni oggetto può “rivivere”, avere una vita nuova, può avere un suo movimento, non è statico, ha una sua “anima”, una sua “voce” gioiosa o tragica. Ogni cosa, insomma, non può morire. Questo è il mio pensiero sulle opere di Tinguely, opere da “toccare”, da ammirare e restarne affascinati per la grande fantasia e bellezza creativa.

Nel Museo vengono organizzate delle mostre temporanee di artisti moderni e contemporanei di Tinguely. Fino al 29 gennaio 2012 è possibile ammirare le opere di Robert Breer.

Altro museo da non perdere è la Fondazione Beyeler, casa d’arte progettata dall’architetto italiano Renzo Piano e inaugurata nel 1997. Un’estensione del Museo è stata creata nel 2000. La struttura, creata da Renzo Piano “per servire l’arte e non il contrario”, è moderna, funzionale e, finalmente, con le luci ‘giuste’ per poter ammirare appieno le opere esposte che sono 230 suddivise fra quadri e sculture.

La Fondazione prende il nome dai proprietari della collezione, Hildy ed Ernst Beyeler, ed è caratterizzata dall’arte del ventesimo secolo. Ci sono opere di grandi artisti quali Picasso, Dalì, Cezanne, Rousseau, Klee, Mondrian, Ernst, Matisse, Newman, Bacon, Dubuffet, Baselitz, Picabia, De Chirico, Magritte, Mirò, Tanguy e sculture di Alberto Giacometti, oltre ad oggetti provenienti da Africa, Alaska e Oceania.

Fino al 29 gennaio 2012 è possibile visitare l’importante mostra “Dalì, Magritte, Mirò -Surrealismo a Parigi e fino all’8 gennaio 2012 “A l’infini” con le opere di Louise Bourgeois, famosa scultrice francese che, nel 1938 si trasferì a New York e iniziò il suo percorso artistico influenzato dal surrealismo e poi alla lavorazione del metallo.

Una delle sue opere più famose, e che è situata al pian terreno della Mori Tower, a Tokyo, è un’enorme scultura a forma di ragno gigante, esposta in questo momento al Beyeler.

Basilea elegante e colta, quindi, ma che si fa apprezzare anche per la sua cucina e per i prodotti enogastronomici. Se si vuole fare una bella figura e si vuole mangiare bene e in maniera diversa dal solito, è da consigliare l’elegante e

I cuochi del Ristorante Teufelhof: Holland Ingo, Baader Michael, Jojo Hachimure

raffinato ristorante “Teufelhof Bel Etage”, che è anche un centro culturale, ed è stato insignito di 16 punti GaultMillau (tipo le stelle Michelin).

Per i golosi di dolci, non si può rientrare in Italia senza aver acquistato la celebre cioccolata svizzera dai mille gusti (stracciatella, arancia, caramello ecc…, oltre alla classica “Toblerone”, e i ghiotti biscotti “Basler Lackertli”.

Per dormire, l’hotel Victoria, un quattro stelle situato vicino alla stazione centrale, è l’ideale per il comfort che offre, per l’abbondante colazione e per la vicinanza al centro storico, dove si può arrivare a piedi con molta tranquillità.

Ma ci sono molte altre strutture ricettive che vanno dagli hotel a 2 stelle fino a quelli di lusso.

Come arrivarci? Naturalmente da Roma con Swiss Airlines, dove c’è 1 collegamento al giorno. Oppure da Milano, Venezia e Firenze passando via Zurigo.

Basilea, dunque, è la città ideale per un long week-end, o per una settimana, se si vuole fare un tuffo un po’ più completo nella cultura e per apprezzarne meglio la storia, l’enogastronomia e le bellezze che sa offrire ai visitatori, anche i più esigenti.

Liliana Comandè

Basilea: città culturale per eccellenza
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Duccio Tessari: le sceneggiature giovanili e "Arrivano i Titani"

5 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Duccio Tessari: le sceneggiature giovanili e "Arrivano i Titani"

Tra le sceneggiature di Duccio Tessari prima del debutto alla regia, ricordiamo: Pezzo, capopezzo, capitano (1958),Cartagine in fiamme (1959), Gli ultimi giorni di Pompei(1959), Le legioni di Cleopatra (1959), La vendetta di Ercole (1960), La rivolta degli schiavi (1960), La regina delle Amazzoni (1960), Il colosso di Rodi (1960),Femmine di lusso (1960), Chiamate 22-22 tenente Sheridan (1960). Messalina venere imperatrice (1959) lo vede solo assistente alla regia. Il 1961 è l’anno in cui Tessari debutta alla regia, scrivendo pure il soggetto di Arrivano i Titani e facendo debuttare un giovane di belle speranze come Giuliano Gemma che diventerà una star del cinema italiano. Arrivano i Titani è una parodia di un genere al quale ha dedicato tutta la prima parte della sua carriera. La pellicola anticipa il western all’italiana, che sarà un altro degli amori di Tessari, ma soprattutto il western comico e scanzonato di Enzo Barboni. Il soggetto e la sceneggiatura sono di Duccio Tessari ed Ennio De Concini, le musiche di Carlo Rustichelli, il montaggio di Maurizio Lucidi, la fotografia di Alfio Contini. Produce Franco Cristaldi. Interpreti: Pedro Armendáriz (Cadmo), Giuliano Gemma (Crios), Jacqueline Sassard (Antiope), Antonella Lualdi, Serge Nubret, Gérard Séty, Tanya Lopert, Ingrid Schoelle, Franco Lantieri, Monica Berger, Maria Luisa Rispoli, Isarco Ravaioli, Aldo Podinottì, Fernando Rey, Fernando Sancho, Alfio Caltabiano, Ileana Grimaldi ed Erika Spaggiari. L’azione si svolge a Creta, governata dal folle tiranno Cadmo, che ha avuto una terribile profezia: perderà il trono se la figlia Antiope si innamorerà. Cadmo si autoproclama Dio, rende immortale anche la moglie, quindi rinchiude la figlia in una prigione dorata, privandola di contatti con l’esterno. Giove, che non sopporta miscredenti e tiranni dispotici, si adira con Cadmo e manda sulla Terra il Titano Crios con il compito di uccidere il signore di Creta. Al termine di una serie di avventure mirabolanti, Crios corona il suo sogno d’amore con Antiope e l’intervento degli altri Titani provoca una rivolta popolare contro il tiranno. Duccio Tessari dopo aver sceneggiato molti peplum seriosi e avventurosi si dedica alla smitizzazione del genere, chiamando a interpretare la pellicola un insolitamente biondo Giuliano Gemma, alla prima prova come attore dopo anni di gavetta. La pellicola può dirsi riuscita anche per merito dell’interpretazione sopra le righe di un ottimo Giuliano Gemma. L’attore rende credibile un personaggio scaltro e acrobatico, che lotta per la libertà e per conquistare il suo amore. Il regista e lo sceneggiatore compongono un calderone di ricordi mitologici che vanno da Polifemo alle Parche, passando per la Gorgone, Plutone e il regno negli inferi, ma ben amalgamato e ancora oggi godibile in un contesto ironico e di pura azione. Le sequenze che vedono Giuliano Gemma e i suoi fratelli Titani impegnati in solenni scazzottate anticipano il clima da spaghetti - western e il cinema comico anni Ottanta di ambientazione western. Arrivano i Titani è un interessante esempio di commistione dei generi, perché al suo interno troviamo il peplum classico rivisto alla lente dell’ironia tipica di Tessari, il melodramma, l’action - movie, suggestioni horror, elementi di cinema fantastico e parti di puro romanticismo. Un film sperimentale, una provocazione a metà strada tra il mitologico e il melodramma sentimentale. Le scenografie sono spesso di cartapesta colorata, ma si segnalano ottimi esterni e parti suggestive girate all’interno di grotte che compongono una buona atmosfera infernale. Il clima da horror fantastico è evidente nelle scenografie cupe, nella discesa negli inferi e in alcune sequenze che vedono protagonisti ciclopi, esseri mitologici e divinità dell’Olimpo. Puro cinema fantastico quando Giuliano Gemma ruba l’elmo di Plutone che lo rende indivisibile ai soldati del signore di Creta. Le sequenze di azione sono spettacolari e Giuliano Gemma fa sfoggio di tutta la sua prestanza fisica e abilità di acrobata. Il messaggio politico è presente come in tutti i peplum, anche se molto sfumato: “Le parole di un uomo libero nessuno può imbrigliarle”, dice Giuliano Gemma in una delle prime sequenze. Segnaliamo diversi falsi storici e commistioni di usanze che non hanno niente a che vedere con la Grecia, come quando il regista mette in scena una sorta di corrida tra tori e amazzoni, che sembra un inserto riempitivo prelevato da un’altra pellicola. Il personaggio interpretato da Giuliano Gemma è un abile ribelle dalla lingua sciolta, che sfida il signore di Creta per amore e per compiere il volere di Zeus. Il suo messaggio è non violento e cavalleresco: “Basta vincere. Non c’è bisogno di uccidere”. Jacqueline Sassard è bella ed espressiva, perfetta nella parte della ragazza ingenua, sacrificata al volere di un dispotico padre. A un certo punto si intravede, molto sfumato, pure un seno nudo. Il massimo dell’erotismo per i tempi, insieme ad alcuni baci sensuali. Il finale vede la consueta sfida tra buono e cattivo con conseguente liberazione della bella in pericolo, ma anche un velato romanticismo con la storia d’amore che giunge a compimento. I Titani liberano Creta da un signore dispotico e si abbandonano alla consueta ironia: “Questa è stata proprio un’impresa titanica!”. Da riscoprire.

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quindici anni di foglio Letterario

5 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste

Riporto qui il link ad un'intervista a Gordiano Lupi editore de Il foglio letterario

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Duccio Tessari

4 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Duccio Tessari

Amedeo Tessari, detto Duccio, nasce a Genova l’11 ottobre 1926 e muore a Roma il 6 settembre del 1994 dopo una lunga malattia. Marito della bella attrice Lorella De Luca, sposata in seconde nozze nel 1971, interprete di molte sue pellicole, che gli dà una figlia, anche lei attrice, Fiorenza Tessari. Vive a Genova fino al 1955, produce cortometraggi, si trasferisce a Roma dove comincia la carriera come aiuto regista e sceneggiatore di film mitologici. Collabora con Carmine Gallone e Vittorio Cottafavi, infine, dopo anni di gavetta debutta alla regia con l’ottimo Arrivano i titani, esordio anche per il biondo attore protagonista, lo sconosciuto Giuliano Gemma. Il genere western è la specialità di Tessari, comincia sceneggiando Per un pugno di dollari diretto da Sergio Leone, ma continua con numerosi titoli di una certa importanza, al punto di essere considerato, insieme a Sergio Corbucci e Sergio Leone, uno dei padri dello spaghetti-western. Negli anni Sessanta Tessari inventa il personaggio di Ringo, interpretato per due pellicole, dall’attore Giuliano Gemma. Il successo personale di Tessari è segnato da Una pistola per Ringo (1965), incasso di oltre due miliardi, e Il ritorno di Ringo (1966), entrambi interpretati da un sempre più convincente Giuliano Gemma. I bastardi (1968) è uno dei suoi capolavori, ma non dobbiamo dimenticare Tony Arzenta (1973) e uno Zorro (1975), interpretato da Alain Delon e Ottavia Piccolo, tanto famoso da aver generato una parodia interpretata da Franco Franchi. Negli anni Ottanta si dedica alla televisione come sceneggiatore di fiction e di Arrivano i vostri, un documentario dedicato al western italiano. Tex e il signore degli abissi (1985) è il suo fallimento più eclatante, un film che voleva preparare un ritorno dello spaghetti-western e al tempo stesso omaggiare il popolare eroe dei fumetti ideato da Gianluigi Bonelli. Giuliano Gemma è il protagonista, ma il cinema western è ormai fuori tempo massimo e il pubblico non premia il coraggio del regista. I suoi ultimi film sono il fiabesco C’era un castello con 40 cani (1990) e Beyond Justice (1992). Si ricorda Duccio Tessari come un uomo che fa grande il western all’italiana, un artigiano che ammette i debiti con i maestri della letteratura: “Noi non inventiamo niente di nuovo nelle nostre storie, hanno già inventato tutto Omero e Tolstoj!”.

Duccio Tessari è un autore a tutto tondo del nostro cinema di genere, prima prolifico sceneggiatore di pellicole mitologiche e documentarista, quindi regista di fiction capace di muoversi con disinvoltura tra peplum, western, commedia, poliziesco, melodramma, thriller, film d’avventura e di guerra. La sua cifra stilistica è l’ironia, che anticipa gli anni Ottanta e un western comico interpretato da Bud Spencer e Terence Hill. Una pistola per Ringo e Il ritorno di Ringo sono due western del 1965 che si ricordano con piacere, ma è notevole anche il poliziesco La morte risale a ieri sera, ispirato a un romanzo di Scerbanenco con protagonista Duca Lamberti. La critica è unanime nel dire che il suo film più riuscito è Tony Arzenta (1973), un noir interpretato da Alain Delon. Tessari si dedica a smitizzare i generi, trattandoli con ironia, ma nell’ultima parte della carriera gira molti film televisivi affrontando argomenti più seriosi. Il suo unico errore è stato aver tentato di portare al cinema un mito come Tex nel poco apprezzato Tex e il signore degli abissi (1985), interpretato da Giuliano Gemma.

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Uno sporco lavoro

3 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #poli patrizia, #ida verrei, #Laboratorio di Narrativa

La protagonista di “Uno sporco lavoro” di Franca Poli è una poliziotta come se ne vedono tante nei telefilm americani: è tosta, è scabra, è maschia nei modi di fare. Però è italiana e si ritrova alle prese con la triste, purtroppo ben nota, realtà degli sbarchi clandestini a Lampedusa. Si chiama Rachele e questo la dice lunga sull’ambiente in cui, probabilmente, è cresciuta, sulla sua ideologia di fondo. Compie il proprio dovere considerandolo dall’ottica del pre-giudizio, inteso come giudizio antecedente, a priori. Il lavoro che è costretta a fare non le va, subisce l’immigrazione, vive a disagio il contatto con il diverso, con l’altro da sé, sente insofferenza per la divisa che la infagotta, non sopporta i continui e improvvisi cambiamenti di programma, i colleghi maschi che ironizzano sulla parità pretesa dalle donne. E sfoga il proprio malumore con un “linguaggio da caserma”: “È un lavoro del cazzo…”, quasi si rammarica di aver vinto il concorso.La spediscono a Lampedusa, ad accogliere la massa di disperati che lei non accetta. È imbevuta di pregiudizi, Rachele, di rabbia e intolleranza verso i “diversi” che arrivano a gonfiare le fila della malavita organizzata e che considera dei “rompicoglioni”. Ma quando si trova a dover soccorrere un gruppo di clandestini, “stremati, le guance incavate, gli occhi fuori dalle orbite, per la prima volta non brontola nel fare il proprio lavoro, e quando, poi, il caso la conduce ad affrontare l’emergenza di assistere una partoriente di colore, Rachele sente vacillare le proprie certezze, sente crollare difese e pregiudizi, e riscopre, attraverso le lacrime, la propria umanità negata. Sarà proprio a causa della prossimità con ciò che non conosce e non le piace, che capirà quanto il fenomeno immigrazione sia impossibile da contenere in un solo sguardo e in un solo parere. Il mondo con cui viene a contatto forzato è fatto, sì, di uomini dalla mentalità maschilista, arretrata - non molto diversa, tuttavia, da quella dei suoi stessi colleghi - ma comprende anche donne dall’aspetto elegante, dagli occhi tristi, dal coraggio animalesco, istintivo.La donna nera partorisce una creatura indifesa, piccola, che ci sfida con l’audace caparbietà del suo stesso venire al mondo in mezzo a chi la rifiuta, addirittura dalle mani di chi la rifiuta. La mamma le imporrà il nome Rachele, legandola a chi l’hai aiutata a nascere, compiendo a ritroso un percorso inconsapevole che lega la nuova bimba a vecchi echi, fatti di guerre d’Africa, di regine nere, di veneri abissine. La madre stessa, da oggetto di derisione, assurgerà al ruolo di prima Madre, di Madonna col Bambino. È un racconto ben strutturato e dal contenuto attuale che rende perfettamente le diffuse resistenze all’accettazione di realtà che ancora provocano rifiuto e diffidenza. Ci sono la rabbia, l’ansia, la paura, il sospetto che spesso dilagano di fronte al “diverso” sconosciuto, ma c’è anche la pietas, l’insopprimibile impulso al “dono di sé”, che va oltre il pregiudizio, oltre ogni irrazionale chiusura di mente e cuore. La storia è compiuta nel suo insieme, procede da un punto all’altro, da un inizio a una conclusione, lasciando intendere che esiste un prima e ci sarà un dopo, uno sviluppo, una trasformazione. Lo stile è funzionale alla narrazione, con qualche immagine forte che colpisce, come la vagina che sembra “inghiottire il bambino” invece di espellerlo.

Patrizia Poli e Ida Verrei

Uno sporco lavoro

“È uno sporco lavoro. Porcaccia Eva io non ci vado laggiù. Senza nemmeno interpellarmi poi… Non ci vado. No!”Rachele si stava annodando la cravatta, era la cosa che più odiava della sua divisa. Si era già infilata i pantaloni e, come sempre, li aveva trovati larghi, deformi. La camicia era un po’stropicciata e con la giacca addosso, poi, si sentiva un sacco di patate.“È un lavoro del cazzo!” imprecava mentre stava uscendo dallo spogliatoio femminile del reparto di Polizia dove era stata distaccata. Da quando si era arruolata, aveva acquisito anche il comportamento e il linguaggio tipico “da caserma”, glielo rimproverava sempre sua madre.In mattinata aveva ricevuto l’ordine e sarebbe partita per Lampedusa. Sbarchi continui di immigrati imponevano rinforzi e, a turno, tutti i colleghi erano andati in missione per una quindicina di giorni. Ora toccava a lei.Renato, il suo compagno di pattuglia, la vide uscire come una furia e subito capì quanto fosse arrabbiata: “Avete voluto la parità? Eccovi accontentate!” Rachele non rispose, alzò semplicemente il dito medio e lo sentì allontanarsi mentre nel corridoio risuonava la sua risatina ironica.“Stronzo! È colpa di quelli come te se ogni giorno di più mi pento di aver vinto il concorso” pensò. Lei non si sentiva adatta a quell’incarico. Amava le indagini, era arguta e attenta a ogni particolare quando seguiva un caso, ma andare al centro di accoglienza per occuparsi di quelli che considerava dei “rompicoglioni” che dovevano restarsene a casa loro, lo riteneva insopportabile. Arrivata suo malgrado a destinazione l’umore non migliorò. Al contrario vedersi attorniata da nordafricani che le lanciavano occhiate lascive, la infastidiva. La mandavano in bestia i sorrisini e le battute in arabo a cui non poteva replicare. “State qui a gozzovigliare alle nostre spalle, col cellulare satellitare in mano, tute nuove, scarpe da tennis, magliette, cibo in abbondanza: ovviamente dieta rigorosamente musulmana, e pure la diaria giornaliera!” mentre si incaricava della distribuzione rimuginava e si rendeva conto senza vergognarsene che non era affatto umanitaria nello svolgimento del suo compito e non voleva assolutamente esserlo. Era sempre stata piuttosto convinta che non si potesse accogliere chiunque. La delinquenza in Italia era aumentata. I clandestini non erano prigionieri al centro, spesso alcuni se ne andavano e molti di loro finivano a rafforzare le fila della malavita organizzata. E, se era vero che non tutti i mussulmani erano terroristi, era pur vero che tutti i terroristi erano musulmani!“È un cazzo di sporco lavoro! Ma datemene l’occasione e vi faccio pentire di essere venuti fin qua.” Pensava mentre uno di loro le faceva l’occhiolino.Durante la notte segnalarono la presenza di un barcone in difficoltà al largo delle acque territoriali italiane e si doveva intervenire a portare soccorso. “Perché, dico io? Lasciateli affogare o che rientrino in Africa a nuoto…” Arrabbiata più che mai a causa di questa emergenza durante il suo turno di lavoro, salì sulla nave per obbedire agli ordini e, quando fu il momento, instancabile come sempre, aiutò chi ne aveva bisogno. Avevano soccorso un barcone con 80 clandestini per lo più somali fra cui anche alcune donne. Li avevano aiutati a salire a bordo, passavano loro coperte e acqua. Alcuni erano stremati, le guance incavate, avevano gli occhi fuori dalle orbite e, per la prima volta, Rachele non brontolò nel fare il proprio lavoro.Fu chiamata con urgenza dal medico di bordo. Una donna incinta stava partorendo e gli serviva l’aiuto di una donna.“Lo sapevo io… Solo questa ci mancava. Proprio ora hai deciso di mollare il tuo bastardo?” E imprecò, come sempre, contro i superiori e contro la scarsa volontà politica di risolvere questo annoso problema.Quando si trovò di fronte la donna con le doglie vide che era piuttosto bella. Alta, nera, ma con i lineamenti fini e delicati. Occhi grandi e scuri come la notte, sgranati per la paura e per il dolore , la fronte imperlata di sudore. Aveva gambe d’alabastro, lunghe e sinuose che si intravedevano da un caffetano di colore azzurro sgargiante aperto sul davanti, soffriva molto.Il medico si doveva occupare di alcuni feriti e le chiese di stare vicino alla donna, di controllare la distanza fra una doglia e l’altra e di chiamarlo se l’avesse vista spingere. “Calma Naomi!” le disse Rachele prendendola in giro per la sua leggera somiglianza con la bella indossatrice, “Non ti mettere a spingere proprio ora, capito?” le inumidiva le labbra con una pezzuola bagnata e quando la donna in preda a una doglia forte e persistente le strinse la mano, lei provò quasi un senso di ripulsa e voleva divincolarsi, ma la stretta era forte e allora strinse anche lei, mentre la donna emetteva un rantolo roco e continuo.A un certo punto la partoriente inarcò la schiena e cominciò a spingere. Era quasi seduta con le gambe allargate e si teneva alle sue spalle con tutta la forza.“Aiuto dottoreee! Presto venga, questa non aspetta più!!” chiamò Rachele cercando di attirare l’attenzione del medico.La donna urlava e spingeva e Rachele, guardando fra le cosce allargate, vide spuntare la testa del bambino. Compariva e scompariva a ogni respiro. Un ciuffetto di capelli neri, che spingeva e allargava quel sesso deforme, arrossato, quasi a sembrare una bocca affamata che lo stava ingoiando e non espellendo.“Dottore!! Presto...” la voce le morì in gola. Non c’era più tempo. Il bambino stava uscendo e allora Rachele prese la testina fra le mani e provò a tirare piano piano per agevolare lo sforzo della donna. Niente da fare, urlava la poveretta e parlava nella sua lingua chiedendo aiuto o chissà cosa altro. Allora si fece coraggio, infilò una mano dentro la donna, afferrò il bambino per le spalle e tirò con forza. Fu un attimo e tutto il corpo del piccolo, rosso e viscido di sangue scivolò fuori e la donna, stremata, si lasciò cadere all’indietro con un ultimo profondo sospiro. Rachele si ritrovò con quell’esserino fra le mani e lo guardò: era una bambina. Nera come la pece e con gli occhi sgranati e grandi come quelli della madre. La prese e gliela poggiò delicatamente sul petto.“Dottore!! Cazzo quando si decide a venire qua?” aveva ritrovato la voce e urlò con tutta la forza.Il medico arrivò, si occupò della madre e della figlia, mentre Rachele, rapita, continuava a fissare gli occhi di quelle due creature. Così grandi e vuoti, così imploranti e tristi. Per la prima volta non era arrabbiata con loro, con i diversi, era solidale. Una donna come loro sola e arrabbiata e si sentì percorrere da un brivido di tenerezza e commozione.“È un maledetto sporco lavoro” disse questa volta senza convinzione.Stavano caricando la donna su una barella, erano al porto e un’ambulanza col lampeggiante la stava aspettando per condurla all’ospedale. Rachele si sentì prendere per una mano. Era la giovane mamma che la guardava e le faceva cenno, indicandola con l’indice puntato e con una muta domanda negli occhi.“Non capisco… Cosa vuoi ancora?” le chiese infastidita e poi d’improvviso, un lampo d’intesa fra loro e capì. “Rachele… Mi chiamo Rachele “ rispose.Allora la donna che, fino ad allora, aveva solo urlato e pianto, sorrise illuminando la notte con i suoi denti bianchissimi. Sollevò la sua piccola bambina, puntandola verso di lei e stentando ripeté: “Rachele.”Fu allora che le lacrime sgorgarono finalmente anche sul suo viso, Rachele piangeva a dirotto e cercando invano di asciugarsi il viso bofonchiò:“È un cazzo di sporco lavoro.”

Franca Poli

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Il sorriso di Claudia

2 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

Ecco la povera Claudia, dondolante, seduta a terra sulle ginocchia piegate, col sorriso spento e un rivolo di bava che le scende a lato della bocca. Lì, ferma, come ogni mattina a mettere in mostra i suoi disegni. E’ il suo ultimo contatto con la realtà. Ridipinge gli stessi cerchi concentrici di vari colori. Ne ha uno per ogni giorno della settimana. Oggi è giovedì? E’ rosso infatti, domani sarà verde e sabato azzurro. Un vortice che l’ha assorbita in cui lei gira e rigira e che non la lascia uscire.

La dottoressa Michela Alibrandi, psichiatra, aveva da poco superato la cinquantina, ma era di aspetto ancora giovanile e bella presenza. Alta, bruna, i capelli raccolti in un perfetto chignon, portava sempre al collo un foulard di seta abbinato al vestito. Non si era mai sposata e aveva dedicato l’intera vita ai suoi malati. Quella mattina stava entrando nella clinica dove lavorava e rifletteva sull’incontro con Claudia. Una paziente che cercava di curare con la solita passione, ma con la quale aveva ottenuto ben pochi risultati. Nell’androne le venne incontro Paola, la sua preziosa assistente ricordandole gli impegni della mattinata.

“Buongiorno dottoressa. Oggi alle dieci ha la riunione del corpo medico col Direttore Sanitario. Poi alle dodici, l’aggiornamento professionale dei dipendenti…….”

La dottoressa commentò con un sospiro il lungo elenco di appuntamenti e poi aggiunse:

”Dato che oggi mi fermo per il pranzo, ordinami un sandwich e, nel pomeriggio, fai accompagnare Claudia in giardino.”

Paola si era irrigidita, o forse le era solo sembrato. Se non fosse stata certa della professionalità della sua assistente avrebbe detto che era gelosa di quella povera mentecatta. Ogni volta che la nominava, una nube oscurava il suo bel viso. Paola bionda, alta, intelligente era fidanzata con Sergio, l’infermiere più bello della clinica. Cosa mai avrebbe potuto invidiare a una pazza che passava le ore a scarabocchiare fogli, a guardare nel vuoto o a sorridere senza sapere perché? Michela si era convinta che il personale sanitario, alla lunga, perdesse un po’ il contatto con la realtà e si addentrasse ogni giorno di più nel mondo dei malati, vivendone le fantasie e sentendo pericolosamente addosso le loro emozioni. E questo, forse, valeva anche per la bravissima Paola, sempre così attenta e professionale.

Erano le tre, Claudia l’attendeva seduta sulla panchina, all’ombra del glicine che formava, coi suoi rami pendenti, un ampio arco di ingresso al parco della clinica. Era così minuta, pallida, la testa leggermente curvata in avanti e ciononostante esprimeva un’inspiegabile energia. La dottoressa si sentiva stringere il cuore ogni volta che ripensava alla sua triste storia.

Una notte era stata chiamata dai servizi sociali per affidarle in cura quella strana ragazza, comparsa quasi dal nulla. Era fuggita da una casa in fiamme dove, in seguito, venne rinvenuto il cadavere carbonizzato del patrigno. Il quale, con ogni probabilità, dopo essersi ubriacato, si era addormentato con la sigaretta accesa causando l’incendio dell’abitazione. Claudia era stata visitata e su tutto il corpo portava evidenti segni di percosse e sevizie.

Gli inquirenti avevano allora riaperto il caso della madre di Claudia, trovata strangolata qualche tempo prima nella stessa casa. Si era indagato, a suo tempo, per scoprire il coinvolgimento del marito in quella misteriosa morte, ma le indagini non erano approdate a nulla e Claudia, malauguratamente, era stata affidata proprio a lui, fino alla notte del tragico incidente.

Da quel giorno la dottoressa l’aveva in cura, ma non c’era stato nessun segno di miglioramento. Ora, come allora, Claudia stava seduta, immobile e guardava fisso davanti a sé, nel vuoto, inseguendo chissà quali pensieri o ricordi. Se davvero ne aveva di ricordi. Cercare di fare riaffiorare nella sua mente il passato che aveva rimosso e farle accettare la sua vita senza sofferenza, avrebbe voluto dire ridarle anche l’uso della parola, ostinatamente perso insieme alla memoria.

Michela passava ore a parlarle dolcemente, carezzandola e cercando di trovare un contatto con lei, ma Claudia sembrava non sentirla. Lo sguardo fisso e la mano posata nella sua, senza vita. Quel giorno aveva avuto, però, un guizzo e la dottoressa si era accorta di un lungo brivido che le aveva percorso tutta la pelle, alzandole i pori, quando le aveva detto :

”Ti fa bene la ginnastica. Stasera farai ancora esercizio con Sergio.”

Claudia infatti non si muoveva di sua volontà, tendeva a rannicchiarsi su se stessa, sempre ferma nella stessa posizione e questo alla lunga le avrebbe creato problemi nella deambulazione. Nella speranza di trovare vantaggio dall’attività psico-motoria, le aveva prescritto, tre volte la settimana, un’ora di ginnastica passiva che le veniva praticata dal personale di turno.

La mattina successiva la dottoressa arrivando alla clinica vide un inusuale spiegamento di auto dei Carabinieri che occupavano il piazzale. Claudia non era nell’androne coi suoi disegni e nemmeno Paola le era venuta incontro come al solito.

Fu il portiere a darle le prime spiegazioni:“Dottoressa, pare che stanotte Claudia abbia accoltellato Sergio. Che tragedia! Li ha trovati tutti e due giù in palestra l’inserviente che stamattina alle sei era sceso per le pulizie. Stanno cercando di capire cosa sia realmente successo”

Michela irruppe trafelata nella stanza del direttore sanitario, senza bussare. Claudia, tremante, era seduta in un angolo con le manette ai polsi e lo sguardo assente come sempre. Il lieve dondolio della sua testa era aumentato di intensità ma di questo se ne poteva accorgere soltanto lei che la conosceva e la curava da tempo. Nella stanza c’erano il suo direttore e tre carabinieri in divisa. Due erano in piedi di fianco a Claudia e il terzo, un giovane bruno con gli occhi penetranti, la squadrò da dietro la scrivania.

“Lei chi sarebbe?” chiese seccato

Il direttore intervenne prontamente per fare le presentazioni, ma Michela non lo lasciò finire:

“Claudia è una mia paziente e avevate il dovere di chiamarmi subito, non potete trattarla come una criminale!” gridò alzando il braccio con l’indice a indicare nella direzione dove era seduta la malata.

Il brigadiere Raffaele Di Martino la gelò con una fredda e amara risposta:

“Non deve essere molto brava come medico lei se, la notte scorsa, la ragazza che ha in cura ha fatto fuori una persona col coltello.”

Era quasi un anno che il brigadiere Di Martino prestava servizio nella ridente cittadina emiliana dove si trovava anche la clinica. Conosceva ormai molto bene gli usi e le abitudini della gente del posto. Brave persone, a cui si era nei mesi affezionato, seri lavoratori e soprattutto cittadini rispettosi della legge. Per questo motivo non riusciva a spiegarsi quel assurdo omicidio ed era piuttosto nervoso. Esattamente come quando, proprio il giorno del suo arrivo, aveva scoperto il cadavere di una donna lungo il fiume. Un caso che aveva poi brillantemente risolto e gli era valso una certa notorietà, rivelatasi molto utile per inserirsi nella vita sociale e godere della tranquilla amenità di quei luoghi.

Il brigadiere si scosse dai suoi ricordi e tornò a concentrarsi sui fatti accertati fino a quel momento. L’infermiere Sergio Ricci, mentre praticava la ginnastica passiva, con ogni probabilità, si era preso qualche libertà in più con la malata e aveva abusato di lei. La reazione di Claudia doveva essere stata fulminea perché né sul corpo della vittima, né sul suo erano stati trovati segni di lotta. Dunque il rapporto era avvenuto senza violenza e all’omicidio non era preceduta nessuna colluttazione.

“Dottoressa, lei scrive nella cartella clinica della qui presente Claudia Montorsi che la stessa è incapace di ogni tipo di reazione verso chi le fa del male. Pensa davvero che sia così?”

Il brigadiere interrogava Michela cercando di ricostruire al meglio gli eventi della notte precedente.

“Lo sostengo perché per anni ha subito le violenze del patrigno e non ha avuto reazioni di nessun genere. Anzi col passare del tempo si è sempre più chiusa al mondo esterno, ripiegandosi anche fisicamente su se stessa. Basta che la guardi. Lei può toccarla, accarezzarla, scuoterla, picchiarla se vuole, ma la reazione sarà la medesima: Claudia resterà immobile.”

“Eppure si è munita di un coltello da cucina, preso dalla mensa, lo ha portato con sé in palestra e con violenza, quando l’infermiere si è avvicinato al lettino lo ha colpito all’improvviso. Prima sul petto all’altezza del cuore e una volta a terra, lo ha accoltellato alla schiena.”

“Claudia è incapace di premeditare qualsiasi azione, figurarsi un omicidio! “ aveva strillato Michela e con atteggiamento protettivo si era avvicinata alla sua paziente, carezzandole i capelli.

“Adesso la dovete lasciar stare, la porto con me di sopra, ha bisogno di un sedativo per riposare e stare tranquilla.”

Di Martino acconsentì che la dottoressa si prendesse cura della ragazza fino a quando non avesse deciso di incriminarla e trasferirla al manicomio giudiziario. Fermo restando che i due carabinieri di guardia non dovevano perderla di vista un attimo.

Mentre guardava la dottoressa allontanarsi e prendersi cura con estrema delicatezza della ragazza, il brigadiere continuava a pensare che c’era qualcosa di strano nella vicenda e non riusciva a vedere con chiarezza la ricostruzione dei fatti. Quella povera pazza sembrava davvero incapace di ferire e uccidere un uomo robusto e forte come Sergio Ricci. Inoltre, dopo aver organizzato a mente lucida un piano così perfetto, perché sarebbe rimasta ferma in palestra, seduta a fianco al cadavere col coltello in mano, come se veramente fosse incapace di muoversi da sola?

Poco dopo, interrogando Paola Grandi, fidanzata dell’ucciso, incominciò a darsi una nuova spiegazione.

Durante l’interrogatorio la Grandi gli era sembrata nervosa, scostante, sudava anche se nella stanza non era affatto caldo e queste reazioni lui le conosceva bene. Erano una mezza confessione e l’altra metà riusciva sempre a ottenerla, incalzando e mettendo l’interrogato alle corde.

Anche lui aveva i suoi metodi, sapeva fare qualche pressione psicologica e dopo un po’ la ragazza cominciò a raccontare:

“Sergio era un porco depravato, ma io lo amavo a tal punto che non l’ho denunciato. Ho finto di non sapere che quando aveva il turno di notte si divertiva con Claudia. Tutto è cominciato qualche tempo fa quando la dottoressa ha deciso per la ginnastica passiva. Claudia è bella, giovane, vedersela così inerte, sentire la sua pelle morbida sotto le dita gli ha scatenato un’irrefrenabile libidine e ha iniziato a prenderla, provandoci sempre più gusto. ”

“Glielo ha detto lui?”

“Sì. Io mi sono accorta subito della sua sbandata e una sera, proprio mentre era a letto con me, ha avuto la faccia tosta di raccontarmi ogni cosa, nei minimi particolari. Che lui la faceva godere, che Claudia si lasciava penetrare da ogni parte. Ne era ossessionato.”

“E lei?”

“Io mi sono arrabbiata. Gli ho detto che non volevo più vederlo e che se non avesse smesso immediatamente quel gioco perverso ne avrei informato la dottoressa.”

“E poi?”

“E poi invece ho taciuto, non ho avuto il coraggio di denunciarlo gliel’ho già detto. Aspettavo che si stancasse del nuovo giocattolo e che tornasse da me, ma stavolta era una cosa diversa, non si stava divertendo come aveva fatto con altre. Lo sentivo sempre più distante. Era come rapito e non mi cercava quasi più.”

“Così ieri sera, sapendo del turno di notte, lo ha raggiunto e vedendo che stava facendo l’amore con Claudia, non ha resistito all’impulso di fargli del male, è vero?!” le urlò il brigadiere alzandosi di scatto e muovendo qualche passo in avanti. Per farle sentire di più il disagio della sua vicinanza, si era fermato dietro la sedia in modo che lei non potesse vederlo, ma avvertirne soltanto la presenza, e continuò a parlare sottovoce, stavolta, alitandole quasi sul collo:

“È andata nella cucina della mensa, ha preso il coltello e glielo ha affondato nella schiena, è così?”

Incalzante ricostruiva tutta la scena:

“Mi é chiaro adesso che la prima coltellata, contrariamente a quanto avevo pensato in precedenza, è stata quella data alle spalle. Si spiega anche il perché non vi sia stata reazione da parte della vittima. Colto di sorpresa, da dietro, ha perso l’equilibrio ed è caduto. La seconda coltellata, letale, lo ha poi raggiunto al petto. Infatti era stato ritrovato supino, così……”

Di Martino si spostava, allargava le braccia, cercando di immaginare, mimandoli, i movimenti della vittima e del suo assassino. Tornando verso la sua scrivania concluse:

”Mettere poi il coltello in mano a Claudia e andarsene senza che lei reagisse è stato fin troppo facile, la ragazza non parla e non l’avrebbe denunciata”.

Paola era incredula:

“No. Io non l’ho ucciso! È vero, mi feriva quel suo insano comportamento, ma non avrei mai avuto il coraggio di fare una cosa simile.” Piangeva, si discolpava con sempre minore convinzione e, portata davanti al Magistrato, pur non avendo reso piena confessione, venne arrestata per l’omicidio.

Ecco la dottoressa Alibrandi ,distrutta, provata dagli eventi dei giorni scorsi. Ha difeso strenuamente la “sua” Claudia ed è riuscita a evitarle l’incriminazione, ma con altrettanta veemenza non ha saputo difendere la “sua” Paola, nella quale pur credeva e per la quale nutriva affetto. Quando ha dovuto scegliere, ha preferito pensare che fosse lei la colpevole.

Claudia no. È incapace di odiare, incapace di amare, incapace di qualsiasi sentimento. Claudia lasciava che abusassero di lei senza reagire. Di nuovo un uomo che la straziava nel corpo e nell’anima. Ecco perché le sue terapie non sortivano effetto alcuno! Sergio, quel maledetto, rigirava il coltello nella piaga, risvegliando ogni volta in lei il trauma che cercava invano di guarire.

La dottoressa Michela Alibrandi, aveva ripreso il suo tran tran giornaliero e stava entrando nell’androne della clinica. Claudia era ancora lì, silenziosa, dondolante, sembrava non aver risentito dell’uragano di emozioni che si era riversato su di loro. Aveva terminato il suo disegno e, come sempre, glielo porgeva. Però, invece del solito cerchio concentrico arancione del lunedì, aveva messo fra le mani della dottoressa un disegno eseguito perfettamente. Si scorgeva chiaramente, in primo piano una grande lama, impugnata da una donna bionda, vestita da infermiera che, anche se vista di spalle, rappresentava indiscutibilmente Paola colta nell’atto di colpire Sergio da dietro.

Michela, non si aspettava nulla di simile da parte di Claudia. Eppure per tanto tempo aveva atteso invano una sua, se pur minima, reazione. La scrutò con sorpresa, cercando in lei un cenno, un sorriso consapevole. Claudia era, come sempre, impassibile. Ancora nascosta dietro le sue nebbie e il suo dondolio, ma le aveva fornito, quale unica testimone, la prova schiacciante che mancava al brigadiere e senza pensarci due volte gliela portò.

“Lo choc subito assistendo all’omicidio, le ha procurato, evidentemente, un contraccolpo emotivo che l’ha sbloccata. Ora curarla sarà più facile, si può con ottimismo pensare addirittura a una guarigione totale .” disse la dottoressa con soddisfazione mentre consegnava il disegno.

Il brigadiere Di Martino lo esaminò a fondo, senza profferire parola, ma a un tratto ebbe un sussulto e poi scuotendo il capo, sconsolato, si rivolse alla dottoressa chiedendo:

“Perché?”

“Perché?” ripeté più volte buttandole avanti sul tavolo il disegno.

Solo allora Michela, guardandolo con maggiore attenzione vide che nella lama, rappresentata in primo piano, si rifletteva, come in uno specchio, il viso di una donna bruna con un foulard al collo. Era lei che colpiva Sergio, e Claudia l’aveva denunciata.

Non provò nemmeno a discolparsi, con freddezza e precisione raccontò al brigadiere tutti i particolari. Di come si fosse insospettita dagli atteggiamenti di Paola, di come fosse rientrata non vista la sera e avesse colto l’infermiere sul fatto. Della rabbia provata a scoprire come i suoi sacrifici venivano sistematicamente vanificati e dell’irresistibile impulso a vendicare la sua paziente. Il resto era andato esattamente come lui aveva argutamente ricostruito.

Claudia è seduta nell’androne, la sua testa non dondola più, guarda fuori dalla finestra, sa che non vedrà arrivare la dottoressa questa mattina, sa che anche Paola non sarà più una rivale per lei e rivolge un tenero e timido sguardo all’infermiere che ha preso il posto di Sergio, mentre una risata trattenuta le scuote leggermente le spalle.

La povera Claudia che si innamora come tutte le donne e nessuno vuole capirlo…..ahahahahah ….povera Claudia che deve ogni volta escogitare piani per liberarsi delle sue rivali.

Franca

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Fabio Melelli, "Kiss Kiss... Bang Bang il cinema di Duccio Tessari"

1 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Fabio Melelli, "Kiss Kiss... Bang Bang il cinema di Duccio Tessari"

Fabio Melelli - Kiss Kiss... bang bang - Il cinema di Duccio Tessari

http://www.ibs.it/code/9788890898600/melelli-fabio/kiss-kiss-bang.html

Quarta uscita per la collana "I Ratti" di Bloodbuster, guide introduttive a generi e protagonisti del cinema commerciale. Il volumetto è dedicato a Duccio Tessari, uno di quegli "artigiani del cinema popolare" che, benché abituati a passare senza troppi problemi da un genere all'altro, hanno forse più di altri - qualche diritto ad essere considerati "autori", per la riconoscibile cifra stilistica che permea la loro opera e per l'assoluto controllo che ne avevano. Conoscevo Fabio Melelli dal bel libro su Orchidea De Sants (possiedo la mitica Edizione Art Core, non quella di Coniglio), amica personale e un mito della mia adolescenza. Melelli è bravo, si documenta, raccoglie tante interviste: Benvenuti, Gastaldi, Ferrio, De Luca, Celeste... forse la parte dedicata ai film è ridotta all'essenziale, ma lo spazio della collana I Ratti ha ben precise esigenze. In ogni caso Melelli compila un'ottima filmografia comprensiva di tutti gli interpreti e i tecnici delle pellicole. Approfitto dell'uscita di questo buon libro per pubblicare una ventina di cartelle inedite che tempo ho scritto su Tessari. Magari a qualcuno viene voglia di comprare il libro di Melelli. Il link per acquistarlo l'ho indicato...

(Gordiano Lupi)

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