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Teresa Valentina Caiati, "Frange d'interferenza"

6 Giugno 2020 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Frange di interferenza di Teresa Valentina Caiati (Quaderni di Poesia Eretica Edizioni, 2019) è una pregiata cornice di ricerca poetica, una fusione musicale in uno sfondo sensoriale, metafora di desiderio e di nostalgia, associata al senso di vaga ed indefinita malinconia, contenuta nell'indugio compiacente di sentimenti e passioni comuni, resti emotivi corrispondenti alle tracce lasciate e alle relazioni salvate dal deterioramento interiore. I versi accordano la sovrapposizione di rumore e silenzio, l'incrocio invadente di verità e illusione, misurano l'intonazione delle attitudini umane, l'intensità e l'ampiezza del linguaggio nel suono articolato della poesia. La superficie dell'anima è la memoria decifrata dalla traiettoria esistenziale dello spazio e rivela la sua presenza, nella direzione del tempo e scorre arredando i margini del conflitto intimo. La poetessa rende visibile il principio luminoso del suo percorso aggirando gli ostacoli nella propria esperienza quotidiana, celando il profilo netto dell'ombra che delinea il suo cammino. La percezione profonda di essenze reali distinte, l'osservazione cromatica degli accidenti e delle note, rivelano l'interferenza delle emozioni e la fenditura dei confini in chiaro-scuro della sensibilità. Teresa Valentina Caiati assiste il mutevole ed inaspettato coinvolgimento della realtà elevando l'approfondimento periferico degli eventi con la spontanea ed istintiva melodia della sua centrale interpretazione e avvolgendo la singolare e delicata bellezza dei destinatari che cingono la seduzione gotica ed oscura delle vicende, dei luoghi e delle immagini. La poetessa affronta il destino di una solitudine che è al centro di tutto e attraversa l'impenetrabile cupezza, girovaga ed inquieta, di ogni inesprimibile relazione umana contro l'ineluttabile fissità del cuore smarrito e confuso. La curva impercettibile delle parole oscilla nella volontà intelligente e condiziona le scelte, fa da scudo alle sensazioni. Assorta nella quiete dell'assenza, la visibilità del ricordo non si dissolve ma dilata le intuizioni emotive, come se custodisse il segreto della consistenza e della necessità della vita. La testimonianza umanistica della poetessa è un patrimonio potente e fedele allo stupore, sostenuto da quella brezza, misteriosa ma espressiva, che soffia sull'esasperata consuetudine di ogni esulante condizione, pena che non allontana il perpetuo e spontaneo corso del tempo e destina al richiamo solitario la coscienza reduce. La direzione esclusiva ed imperturbabile dei pensieri sosta su una piccola nicchia sospesa, affatturata nel segreto delle discordanze che regolano la tensione esatta di quanto è trascorso o di quanto è lontano.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

Il talento

 

Il talento

è l'aggettivo superlativo

posto dinnanzi ad un nome.

Tutt'intorno fa stragi e razzie

e senza termini di paragone,

governa, assolato e indisturbato,

nell'impero grammaticale dei sogni.

 

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Error Invalid Function

 

Noi altri

abbiamo insenature

e promontori sulla schiena

simili alla gobba di Leopardi

per il peso crescente

cui la natura sottopone.

Incompatibilità di sistema.

 

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La bellezza

 

Riconosco la bellezza

quando l'orizzonte s'allontana

e un pensiero gli va in soccorso.

In un istante

sono lì

dove ancora non sono.

 

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Il destino

 

Ogni volta che mi fermo

contemplo il destino

scorrere, imperterrito,

su quella strada parallela

al mio incedere lento.

 

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Le occasioni

 

Le occasioni

sono loculi sempre aperti

in cui dimora

da lontano

l'ansia esitante

di non avere fine.

 

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D'un tratto

 

D'un tratto capii

che solo il ritmo genera l'amore,

così presi a pensarti con la stessa frequenza.

 

 

 

 

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Nove domande e mezza cineparlando con Giuseppe Scilipoti

4 Giugno 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #giuseppe scilipoti, #interviste, #cinema

 

 

 
 
 
Amici lettori del blog più cultural entusiasmante del web, eccomi ritornato a voi, abbiamo tutti passato un periodo difficile. Non vediamo l’ora che finisca e, allora, oggi, per darvi qualche minuto di piacevole distrazione, vorrei intrattenervi parlando di cinema. Il cinema, questo affascinante mondo della fantasia notoriamente definito come la settima arte, perché in esso possiamo trovare letteratura, recitazione, fotografia, arte figurativa, musica, arredamento, costumi. Inoltre, alla realizzazione di un film contribuiscono tantissime figure professionali artisticamente eccezionali, di conseguenza a volte i titoli di coda sono interminabili. 
A proposito di talenti, per questa occasione abbiamo nostro ospite Giuseppe Scilipoti, un giovane scrittore appassionato e informatissimo cultore di questa arte, al quale abbiamo proposto le nostre fatidiche 9 domande e mezza. E ora silenzio, please: ciak si gira.
 
1)Il tuo regista preferito.
 
 Steven Allan Spielberg! Da notare come abbia citato il suo nome completo con tanto di esclamazione. Questo perché il celebre, versatile, competente e inimitabile regista americano ha creato film indimenticabili che sono entrati nella storia del cinema e nell’immaginario popolare. Uno che gira capolavori come Lo SqualoSchindler'sListJurassik Parkla quadrilogia di Indiana Jones etc., film che tra l'altro non ti stanchi mai di guardare, dimostra e rende perfettamente l'idea di cosa vuol dire fare cinema e, naturalmente, di come competenza faccia  rima con potenza. Cinematografica, ovviamente.
 
2)Dai un Oscar come migliore film a quello che non è stato premiato ma che lo avrebbe meritato.
 
L’attimo fuggente. E francamente non capisco perché a suo tempo non vinse il prestigioso premio. Il film in questione ha contribuito a rivalutare positivamente la mia esistenza, e chissà a quanti spettatori di tutte le età e di tutto il mondo. Da sottolineare come io consideri il lungometraggio un'autentica poesia sullo schermo. Ah, quando dice che la poesia è morta! Fondamentalmente nel 1989 i membri votanti incaricati di scegliere a chi conferire l'Oscar non hanno saputo cogliere il cosiddetto “Carpe diem”. Un vero peccato.
 
3)Il ritorno del drive in sarebbe solo un revival oppure una grande idea?
 
Mah, guarda... Sono sempre stato a favore di idee o iniziative che hanno sapore retrò o vintage ma non di quelle che sanno di anacronistico. I drive in francamente non mi attirano, preferisco i canonici cinema, in primis le multisale. Se avrò modo di rivalutare positivamente il cinema all'aperto, ti farò un entusiastico fischio che manco il più bravo rumorista ci riuscirebbe.
 
4)L’attore e l’attrice che faresti uscire dal sarcofago.
 
Dal sarcofago? A 'sto punto ci sarebbero due attori di teatro risalenti all’Antico Egitto che desidero riesumati. Scherzo, risusciterei Totò e Anna Magnani. Ti immagini un Totò con un odierno Totò, Peppino e la...malafemmina che scrive assieme a Peppino De Filippo la famosa lettera con lo smartphone utilizzando WhatsApp? Sai che gag e siparietti improvvisati si creerebbero? Ad ogni modo scelgo Totò perché, essendo il Principe della risata, in tempi caotici e difficili come quelli che stiamo tediosamente affrontando, sarebbe a dir poco indicato, col vantaggio poi di mettere in risalto con profonda ironia, o comunque con spassosissimo humour, vizie le virtù degli italiani d'oggi, politica compresa. Riguardo Anna Magnani, a parte l'indiscutibile bravura recitativa, e quel suo rappresentare l'emblema della libera donna mediterranea, avendo avuto un carattere impetuoso, penso proprio che un suo eventuale ritorno in vita, tra le varie cose, concerebbe per le feste tutte quelle attricette che risultano un insulto per la recitazione. Ah, prova adesso a immaginare la Magnani invitata a Pomeriggio Cinque di Barbara D'Urso, poco ma sicuro che in una sola puntata la farebbe a pezzi, magari ponendo fine a quella che definisco un'inutile trasmissione stracolma di ipocrisia.
 
5)Perché secondo te i sequel non sono quasi mai all’altezza della prima versione?
 
Allora, questa è una domanda alla quale provo a rispondere tirando le somme. In verità sono capitati certi sequel degni di nota che hanno surclassato e sbancato al botteghino il primo film. Ad esempio nella quadrilogia Indiana Jones sento di poter affermare che il terzo capitolo, ovverosia Indiana Jones e l’ultima crociata, risulta il migliore. Questo vale per il sottoscritto, globalmente per il pubblico e, a quanto pare, pure per la critica. Un esempio di sequel andato male direi L’allenatore del pallone, uno dei film cult anni 80. A tal proposito non capisco come Banfi si sia prestato a questa stronzata cinematografica che peraltro è una parodia deprimente. A ‘sto punto preferivo che l’immaginaria Longobarda finisse in serie B, piuttosto che riaffermarla in Seria A in un film di serie C. (e sonobuono!). Madonna benedetta di Manfredonia! Lino Zaga (il suo primo nome d’arte) non poteva continuare a interpretare Nonno Libero nel telefilm Un medico in famigliaSecondo me, il noto attore pugliese, dopo aver finito di girare il lungometraggio, si è pentito, assieme a Sergio Martino, il regista. I sequel non riusciti tra l’altro creano un doppio danno perché, in un certo senso, intaccano il primo film, visto che poi lo spettatore tende a idealizzare il finale. Se sai che un film finisce in un modo, ti immagini il prosieguo. Penso di rendere l’idea, no? Oltre i sequel, a rovinare la prima versione ci sarebbero le serie TV ispirate ai film. Conosci il telefilm su Robocop datato anni novanta?Assolutamente incolore, insipido e per di più realizzato per un target adolescenziale. In conclusione, realizzare i sequel o i reboot è una grossa responsabilità. Io, se fossi regista e mi chiedessero di girare un seguito di un film di successo, rifiuterei senza problemi. Preferirei rischiare con un prodotto nuovo.
 
6)Come vedi il futuro del cinema?
 
Aspè che prendo la sfera di cristallo, pardon, l'uccello dalle palle di cristallo... (e qui ho storpiato o parodizzato un film di Dario Argento). Allora, se intendi il cinema come luogo pubblico finalizzato alla visione di opere cinematografiche, prevedo che sarà più "indoor", infatti basta prendere in esame Netfix, che sta tallonando sempre di più le sale cinematografiche, risultando poi persino più economico oltre che pratico. Stai comodamente a casa, risparmi anche sul cibo visto che al supermercato 2,50 euro circa risultano sufficienti per comprare un sacchetto bello grande di popcorn e una qualsiasi bevanda. Inoltre, penso che in futuro la dovuta evoluzione tecnologica comporterà schermi sempre più grandi a sfavore dei Grandi Schermi, sebbene, quest’ultimi non verranno “spenti” in toto. Le sale cinematografiche riusciranno in qualche modo ad andare avanti inventando visori 5D, 6D e chissà cos'altro. Se intendevi cinema come Settima Arte o industria cinematografica ti dico solo che le idee legate alla società e alla sempre più marcata globalizzazione irreversibilmente la trasformeranno. Da segnalare che essendo stato raccontato di tutto e di più, penso che la creatività potrebbe far rima con novità, se ad esempio verranno creati generi o ibridi nuovi. Eviterei di puntare troppo sui remake, reboot e soprattutto sui seguiti. A tal proposito ho già risposto nella quinta domanda.
 
7)Come è nata in te la passione per il cinema?
 
La passione è nata grazie a mio padre. Quando ero bambino, quasi ogni sera, in soggiorno io il mio papà guardavamo insieme film di ogni genere. Ho bellissimi ricordi, sai? Quante risate con le commedie e quanta emozionante tensione nei thriller o nei polizieschi. In estate, non andando a scuola, gli horror, a tarda notte non mancavano, sebbene mia madre si incazzasse per quel genere di visioni. Comunque gli action restavano i nostri lungometraggi prediletti, ad esempio i vari TerminatorRobocopIndiana Jonee qualsivoglia. Gli attori che ci facevano gasare erano Jean-Claude Van Damme e Steven Seagal, spesso per scherzare mimavamo tra di noi le loro mosse. Ricordo poi che mio padre non cambiava mai canale durante le sequenze di sesso, sebbene non di rado mi mettessero a disagio. Forse mi riteneva già grandicello, oppure voleva semplicemente erudirmi.  Figurati che mi fece visionare Basic Insticnt integralmente e... senza censure. Eh sì, la sera ci rifugiavamo in quel magico mondo, il soggiorno rappresentava il nostro Cinema, mio padre per qualche ora dimenticava i suoi problemi quotidiani, come ben sai essere genitore e capofamiglia non è mai facile. Capii come il cinema non fosse solo intrattenimento, anzi rappresentsse una forma d’arte che va contemplata e vissuta, oltre a fornire quell’immedesimazione che contribuisce enormemente alle nostra esistenza. Se in aggiunta si ha estrema passione come il sottoscritto, diventa addirittura un elemento F-O-N-D-A-M-E-N-T-A-L-E.
 
8)Una cinematografia internazionale sottovalutata.
 
Umh, vediamo... direi quella della Groenlandia, ha da sempre avuto una freddissima accoglienza. Figurati che due notti fa ho visionato un horror decisamente singolare prodotto in questa enorme isola/iceberg che mi ha fatto gelare il sangue! Ah, ah, ah, ah, ah, aspè, rispondo seriamente alla domanda. Dunque, essendo un cultore della cinematografia internazionale, posso chiaramente affermare che il cinema Made in Taiwan, pur non essendo snobbato, purtroppo, è oscurato da quella cinese o da altre cinematografie asiatiche. Taiwan, a differenza della Cina continentale, non soffre di eccessive censure. Il loro modo di fare cinema è un po’ più libero e dispongono di una creatività pazzesca. Tuttavia, allo stato attuale, non sono riusciti a collocarsi al vertice della piramide. Taiwan, piccola isola dalle grandi caratteristiche. Quando riuscirà finalmente ad essere valorizzata pure come grande cinema?
 
9)Qual è l’aspetto più importante in un film? (Soggetto, interpretazione colonna sonora, ecc.ecc.)
 
L’aspetto? GLI aspetti, visto che per un film è buona cosa e giusta che sia completo e curato in tutti i comparti. Prendiamo in esame Ritorno al futuroGrande Giove, in quel film non manca nulla, può avere incongruenze o i cosiddetti blooper, però tecnicamente e visivamente è realizzato con i controcoglioni. E stiamo parlando di un prodotto filmico degli anni 80. Ad ogni modo, tornando al cuore della domanda, a differenza di altre arti, il cinema funziona solo grazie al lavoro di squadra. Dal cast tecnico a quello artistico, in entrambi i casi DEVONO essere frutto di reali e concrete specializzazioni, affinché si completino a vicenda e si pongano a servizio l’una dell’altra. Non bisogna per forza essere dotati di budget faraonici, l’importante è gestire un prodotto filmico seguendo con  professionalità quello che con umiltà ho appena detto.
 
½ ) Sei un regista per un giorno, che film vorresti dirigere?
 
Il film che desidero dirigere si intitola "La scomparsa di Giuseppe Scilipoti", tratto da uno dei miei tanti racconti pubblicati su Letture da MetropolitanaIl testo, se vogliamo, dispone già di una sua sceneggiatura che filmicamente andrebbe ampliata. In buona sostanza il lungometraggio che ne verrebbe fuori sarebbe un giallo parodistico pieno di battute a raffica, e per di più coglierei l’ottima occasione per mettere in scena il Gruppo degli Investigautori. In passato sia io che altri/altre autori/autrici (te compreso!) ci siamo divertiti a realizzare individualmente componimenti orientati sul ritrovarci narrativamente insieme a risolvere casi fuori di testa, componimenti che magari si potrebbero assemblare al fine di trarne un lungometraggio “corale”. Secondo me è un’idea geniale.
 
Molto bene, carissimi amici del blog con vista sempre in cinemascope, ringraziamo Giuseppe Scilipoti per la sua disponibilità e per averci illuminato la scena con la sua competenza. Amici lettori, torneremo ancora su questi schermi prossimamente con altre belle novità culturali, per non lasciarvi soli in balia dello scoramento, anche grazie all’arte tutto andrà bene.
 
Bio Scilipoti
 
Mi chiamo Giuseppe Scilipoti, trentaseienne della provincia di Messina, appassionato cultore della cinematografia fin dai miei verdissimi anni. Al cinema devo le mie conoscenze, la mia personalità, la mia vita, tutto. In qualità di spettatore, così come lettore di opere narrativa, i miei generi preferiti sono il poliziesco e il thriller, inoltre, avendo un animo sensibile non disdegno i film sentimentali e le commedie romantiche.  Sono un purista dei prodotti filmici stranieri che visiono immancabilmente in lingua originale con sottotitoli annessi. A tal proposito ho una spiccata predilezione per il cinema asiatico, da quello coreano a quello taiwanese. Adoro poi il cinema scandinavo, mi galvanizza quello americano e ammiro quello italiano, precisamente quello di genere anni sessanta, settanta e ottanta. Naturalmente il poliziottesco e il poliziesco fra tutti.
Ho all’attivo diverse recensioni pubblicate in vari siti. Ecco in quali:
 
(col nick di Josh84)
(col nick di Gunny84)
Ed infine uno svariato numero di recensioni pubblicate su YouTube riguardo cortometraggi, mediometraggi e lungometraggi indipendenti girati da filmmakers italiani.
 
 
 
 
 
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Federica Cabras, "I segreti di una culla vuota"

29 Maggio 2020 , Scritto da Patrizia Poli

 

 

I segreti di una culla vuota

Federica Cabras

 

Officina Milena, 2020

pp 240

15,00

 

Un thriller, I segreti di una culla vuota, ma non solo, come sempre quando si parla delle opere di Federica Cabras. Beatrice Angelica Farris e Lorenzo Serra hanno una vita invidiabile e sono felici. Sono giovani, belli, benestanti e rampanti. Più di ogni altra cosa, l’uno ha l’altro. Sposati, si amano di un amore immenso, tutto sembra filare per il meglio. Ma Lorenzo muore in un incidente. Quelle cose che succedono, così, all’improvviso, e ti ritrovi a tornare in una casa dove l’altro non rientrerà più, dove ci sono ancora gli oggetti come li ha lasciati prima di uscire.  La normalità sparisce in un istante, la vita di Beatrice e di Lorenzo non esiste più.

La vedova affranta e inconsolabile scoprirà che la realtà non era come sembrava, che nell’esistenza del suo impeccabile e meraviglioso marito c’erano delle falle, e un segreto inconfessabile emergerà pian piano dal buio. Suo marito ha qualcosa a che fare con la morte di un bambino di tre anni, avvenuta tempo prima, Giorgio Marcialis, rapito in un centro commerciale e barbaramente ucciso.  

Beatrice dovrà lottare per tornare a galla dalla depressione in cui è precipitata, per capire cosa sia effettivamente successo a suo marito, e chi altro sia implicato in quest’orribile vicenda. Attorno a lei si muovono vari personaggi. Il giornalista Samuele, che la aiuterà e le farà ritrovare un po’ di voglia di vivere, la madre con cui non ha mai avuto un buon rapporto, il collega e amico fraterno di suo marito, la madre del piccolo Giorgio, distrutta e abbrutita dal dolore.

Thriller, dicevamo, con colpi di scena, inseguimenti, sparatorie e un intreccio da dipanare e svelare. Ma anche qualcos’altro, qualcosa che deriva dall’anima profonda e dolente dell’autrice: uno studio sulla perdita, sull’elaborazione del lutto.

La parte preponderante del romanzo – che qualcuno appassionato solo di storie di genere può addirittura ritenere eccessiva ma io, invece, prediligo – è dedicata alla vedovanza, ai ricordi struggenti che ti colgono all’improvviso e ti sbilanciano, che ti trafiggono lasciandoti senza fiato. Beatrice perde in un istante il centro del suo mondo, vede spalancarsi l’abisso attorno a sé. Ci vorrà molto tempo per uscire dal baratro, per ricostruirsi un’identità. Questo lungo e difficile percorso è descritto molto bene, senza fretta, con i dovuti approfondimenti, che forse, sì, rallentano lo sviluppo rapido della trama, ma danno prova di sottigliezza psicologica, di analisi approfondita, di scavo interiore. Sentiamo tutto il dolore di una moglie che ha perso l’uomo che adorava, sentiamo la mancanza come fosse nostra, avvertiamo quel senso di vuoto incommensurabile, infinito.

Scrittrice brava e con molte anime Federica Cabras. Ha una vena allegra, frizzante, giovanile, quella di Un sogno un amore un equivoco. Ne ha un’altra macabra, primordiale, quasi deleddiana nel suo legame con l’isola natale. Ha anche una fascinazione morbosa per la morte. Ma, soprattutto, ha una grande sensibilità e conoscenza dell’animo umano, descritto attraverso gesti, dialoghi e oggetti di uso comune.

Uno stile tutto suo, personalissimo, fatto di echi, di motivi ripresi, di flash back, di sofferenza e di ironia. Uno stile che è come l’onda, come la risacca che lambisce la battigia per tornare indietro lasciando sul bagnasciuga sempre qualcosa: un granello di sabbia spostato o una conchiglia che prima non c’era.

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LE NOVE DOMANDE PIU’ PAZZE DEL MONDO… MA NON TROPPO: Majlinda Petraj

28 Maggio 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste, #personaggi da conoscere, #poesia

 

 

 

 

 

Amici lettori della signoradeifiltri, oggi ho il piacere di presentarvi una scrittrice che fa della dolcezza la sua poesia. La sua forza è nelle parole che mette nero su bianco in ogni componimento, e la positività è nello sguardo con il quale vuole contagiare i suoi lettori. Fa parte della grande famiglia di @libereria, una realtà editoriale in continua  ed entusiasmante crescita. Signore e signori, oggi con noi Majlinda Petraj, ed ecco le domande alle quali si è sottoposta con un grande  sorriso, coinvolgendo tutti noi in un'atmosfera di piacevole serenità.

 

Ti senti dottor Jekyll e mister Hide?

Concordo che, per quanto buoni potremo ritenerci, esiste un po' di mister Hyde in ognuno di noi. Personalmente vorrei si potesse vedere il mio lato buono. Faccio tutto il possibile, pur non soffocando del tutto anche l'altro.

 

Sei una scrittrice onesta oppure un po’ drin drin?

Non capisco cosa sia una scrittrice drin - drin, nemmeno mi ritengo intellettuale. La parola "onestà" invece mi piace perché, quando scrivo, mi denudo delle mie paure, angosce, perplessità e sono pronta al confronto e a essere letta.

 

Perché scrivi?

Scrivo per comunicare con il mondo. Perché lo sento come un bisogno vitale, come mangiare, dormire etc.. È un modo d'essere, io sono Poetessa.

 

Con il tuo libro cosa vuoi dire?

Il mio libro, PIANETA CUORE, già dal titolo vuole comunicare la possibilità di rifugiarsi altrove, in uno spazio nuovo che può contenere tutto ciò che Sei.

 

Sei a colazione con Oriana Fallaci, cosa le chiedi?

“Oriana, quando te la smetti di fumare?" Scherzo, le darei un bacio per il suo libro Lettera a un bambino mai nato.

 

Entri nella stanza di un editore e, dietro la sua schiena, vedi un cartello incorniciato con scritto "Se vuoi essere pagato come dici te, devi scrivere come dico io".

Allora, richiudo la porta perché non potrei scrivere a condizioni, regole o restrizioni. Scrivo come dico Io.

 

Progetti per il futuro?

Nella mia testa ci sono ancora molti libri. Per il momento sto assemblando il mio secondo libro, una raccolta di poesie e brevi inserti di prosa poetica. Nonché alcuni miei disegni.

 

Che ne pensi dei tuoi colleghi scrittori?

Oltre il fatto che li considero fratelli e sorelle a tutti gli effetti, penso che siano straordinari poeti/scrittori, persone e amici.

 

Libereria per te cos'è?

CASA!

 

1/2 ) Sei mai tentata di copiare?

No, assolutamente. E non tanto per dire. Ma ogni cosa che sono vorrei fosse autentica. Mi amo abbastanza per NON farlo. 

 

E con la parola amore, lo stesso amore che Majlinda Petraj riversa nel suo lavoro di scrittrice,  amici lettori vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo appuntamento, sarà ancora una sorpresa, un nuovo artista da incontrare, voi intanto non cambiate canale, casomai girate pagina, la pagina del vostro libro preferito.

 

Majlinda Petraj bio

 

“Mi chiamo Majlinda Petraj", sono di origini albanesi ma vivo in Italia da moltissimi anni. Scrivo da quando ho imparato a scrivere, all'età di 7 anni. Nel mio paese d'origine ho avuto la soddisfazione di essere spesso premiata a livello nazionale. Ho interrotto per un periodo il mio interagire con il mondo poetico ma non lo scrivere. Quello è una costante della mia vita. Ora, faccio parte di Libereria e ne sono fiera. Ho trovato il mio posto. Vorrei dare il meglio. ”

 

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Patrizia Poli, "Come eravamo, piccolo manuale della nostalgia"

27 Maggio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #come eravamo

 

 

 

Quello che facciamo da bambini, sia esso frutto di una nostra libera scelta oppure delle imposizioni familiari, plasma ciò che diventeremo e ci piacerà fare da grandi.

Ogni attimo della nostra breve vita, ogni novità, ogni conquista sembrano così recenti, così nuovi di zecca e significativi da divenire immutabili, invece tutto cambia, basta guardare le foto di qualche anno fa, le piccole cose sgualcite che profumano di ricordi, basta voltarsi indietro per rendersene conto. E la vita diventa una strada buia che va verso il nulla.

 

Non è la prima volta che un libro nasce da questo blog. E' già accaduto con La scommessa dell'arte di Walter Fest, tratto dagli articoli dedicati a pittori e artisti.

Personalmente in questi anni ho scritto e pubblicato tanti pezzi sul passato, su com'eravamo noi "ragazzi" degli anni sessanta e settanta. I libri che leggevamo, i programmi che guardavamo in televisione, i giochi, le pubblicità. Ma anche le feste di Natale, con l'albero vero che spandeva il suo profumo di bosco per casa, il modo di trascorrere certe estati infinite e sonnolente.

Bene, ho pensato di raccogliere in un volume autopubbicato su ilmilibro.it - dove ho ancora in vetrina Il respiro del fiume, Bianca come la neve e Quand'ero scemo - tutti questi articoli in una operazione nostalgia dolce-amara.

La raccolta si intitola Com'eravamo, piccolo manuale della nostalgia.

 

Ecco la recensione del primo lettore:   

 

"Un libro colmo di nostalgia del passato. I ricordi rivivono con realismo e l’autrice ha la capacità di farli apparire molto recenti. Certo i cambiamenti nel tempo sono stati tanti e ciò è evidente quando ci accingiamo a fare un confronto tra ieri ed oggi. Il lontano 1966 era l’anno in cui uscivano le prime fiabe sonore, ma allora erano diffusi anche i fotoromanzi della casa Lancio, che raggiunsero il massimo splendore negli anni ’70 ed erano espressione della narrativa popolare.

Grande successo ebbe il Manuale delle giovani marmotte edito nel’69 , un libro dalla “informazione spicciola”. In quegli anni al cinema si seguiva il filone western, mentre in TV molto popolare era Carosello con Calimero, Gringo… uno spazio televisivo dedicato alla pubblicità. In quel periodo poi il francese come lingua straniera “contendeva il primato all’inglese”. Iniziarono le trasmissioni della TV dei ragazzi nelle ore pomeridiane, mentre Alberto Manzi alfabetizzava tanti italiani.

Nel ’78 i cinema erano affollati quando si proiettava Greese con John Travolta. Nel frattempo la Pongo e il Das davano ai piccoli l’opportunità di esprimersi creativamente, oppure nelle strade si ascoltava il rumore delle palline clik-clak, indizio di un gioco diffuso tra i ragazzi. La sera in TV si seguivano vari sceneggiati prodotti da grandi registi, mentre gli spot pubblicitari diventavano sempre più numerosi. Famoso era quello della Cynar, contro il logorio della vita moderna. Ma anche la comicità imperversava. Segue i boom economico, si diffonde una cultura veloce per tutti e… tanto altro…

Il libro è davvero uno spaccato della vita che si conduceva nel passato, descritta mirabilmente dall’autrice"

Angelo Pulpito

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Breaking bad ai tempi di un Memento mori globale

21 Maggio 2020 , Scritto da Guido Mina Di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #televisione, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

Tradotto da Patrizia Poli dall’originale Breaking Bad during a Time of Global Memento Mori, pubblicato nel numero di giugno, 2020, della rivista New English Review.

 “Quanti funerali passano davanti alle nostre case? E tuttavia non pensiamo alla morte. Quante morti premature?” Così scriveva Seneca duemila anni fa. Prima di lui, Platone, discutendo della morte di Socrate, nel Fedone, affermava che “i veri filosofi sono sempre intenti alla pratica di morire” .

La morte è stata al centro della filosofia occidentale e di tutte le religioni e le mitologie. Siamo tutti gravati da un memento mori, ma la maggior parte di noi cerca di dimenticarlo, fino a quando non siamo posti, direttamente o indirettamente, di fronte all’inevitabilità della morte. In tempo di pandemia, il memento mori, assunta la forma di un virus, si è acutizzato, poiché siamo tutti ansiosi circa il nostro benessere e quello dei nostri cari. Siccome la pandemia è coincisa con una quarantena, ci siamo ritrovati con molto tempo a disposizione. Oltre alla lettura, alla scrittura, all’ascolto della musica e alla preparazione di insolite ricette di cucina, ho fatto una maratona di alcune serie televisive. Breaking Bad, che ha vinto più premi di qualsiasi altra produzione e che è stata immensamente popolare, mi è sembrato un buon punto di partenza. Ora sono in grado di affermare che può essere considerata una rappresentazione della cultura occidentale agli albori del 21° secolo.

Vari sono i temi che ritengo emblematici. Il memento mori diventa all’improvviso molto pressante nella mente di Walt, l’insegnante di chimica delle superiori, quando gli viene diagnosticato un cancro polmonare inoperabile allo stadio tre. Circa cento anni prima, Thomas Mann aveva trattato il problema della malattia e dell’imminenza della morte ne La montagna incantata da un punto di vista metafisico e filosofico, con ogni personaggio principale nel sanatorio che impersona una diversa corrente filosofica. All’inizio del 21° secolo, Vince Gilligan e gli altri creatori di Breaking Bad trattano lo stesso tema della malattia e dell’imminenza della morte con la decisone, da parte di Walt, di diventare un produttore di metanfetamina.

Il pragmatismo americano – il non abbiente Walt intende lasciare soldi a sua moglie e ai suoi figli – al posto delle riflessioni ontologiche ed escatologiche. Per uno che ha studiato tutta la vita religioni comparate, mitologia e filosofia, una tale scelta sembra stupefacente. Ma, d’altra parte, è giusto paragonare Thomas Mann a Vince Gillian e ai suoi colleghi? L’ambiente europeo del post prima guerra mondiale agli Stati Uniti degli inizi del ventunesimo secolo? È giusto paragonare un’opera magna letteraria di immenso respiro con una serie televisiva? Considerando quanto hanno scritto di quest’ultima i critici, direi di sì, dal momento che hanno preso Breaking Bad molto sul serio. Forse perché contiene elementi di ciò che oggi passa per “literary fiction”, o narrativa letteraria (le mie opinioni a riguardo sono espresse nel saggio Contro gli scrittori che contemplano il proprio ombelico e pubblicano romanzi che sono un inventario di banalità, con la prosa di un bambino di seconda media. Ovvero: sul declino della “narrativa letteraria”). Il tempo dedicato al motivo della metanfetamina – la sua produzione e distribuzione e tutti i personaggi sgradevoli ma coloriti che queste comportano – è più o meno lo stesso di quello dedicato alle dinamiche della  famiglia di Walt: la moglie, i due figli, il cognato e la cognata. E tali dinamiche sono sviluppate nello stile di quella che oggi passa per narrativa letteraria: molta angoscia suburbana e complicazioni che aspirano all’universalità di uno Shakespeare o di un Cervantes, ma posano su spalle molto inadeguate. Walt e Hank, suo cognato, non sono né Amleto né Don Chisciotte. La gente comune non è in grado di occuparsi di problemi filosofici semplicemente perché non sa che la filosofia esiste, come d’altronde la gran parte degli americani. 

Ma, dopo tutto, la filosofia non è forse concepita solo per una elite? Il dramma La vida es sueño (La vita è sogno) di Calderon de la Barca fu estremamente popolare quando esordì nel 1635 e da allora  è rimasto nel repertorio teatrale come un classico senza tempo. I suoi motivi principali sono distintamente filosofici: il tema religioso preponderante nella vita di allora, ovvero il libero arbitrio contro la predestinazione; e il concetto di vita come sogno, che si può ritrovare nell’Induismo, nel Buddismo, in Eraclito, in Platone e, più a ridosso dei tempi di de la Barca, in Cartesio con il suo inquietante argomento del sogno, vale a dire: se nel sogno il mondo ci sembra reale e ci rendiamo conto che è irreale solo al risveglio, come facciamo a essere sicuri che quando siamo svegli siamo veramente svegli? Troppo complesso per lo spettatore comune? A giudicare dal successo del drama, il secolo d’oro della Spagna deve aver prodotto delle platee piuttosto sofisticate.

Ma torniamo ad Albuquerque e alle imprese dei narco. Breaking Bad è infarcito di incongruenze fin dall’inizio: Walt, da giovane, è stato un genio ma poi non è riuscito nella vita per motivi che non sono ben spiegati, o non sono spiegati affatto; suo cognato è, a favor di trama e di suspense, un agente della DEA; Walter Jr, il figlio adolescente di Walt e di sua moglie Skyler, soffre di paralisi cerebrale; Skyler rimane incinta a oltre quarant’anni e, sebbene la sua sia una gravidanza non programmata e sia lei sia Walt non siano affatto religiosi, non abortisce.

Confesso di essere rimasto affascinato da Pablo Escobar, una sorta di don Chisciotte malvagio, e di aver letto parecchi libri su di lui, principalmente in spagnolo, dato che i gringos sembrano del tutto incapaci di comprendere che tipo di personaggio fosse. Sebbene ciò che Escobar ha fatto nella vita sia più strano di uno stesso romanzo, all’inizio non c’era niente di insolito in lui o nella sua famiglia. Certo Escobar non era un futuro premio Nobel, tutt’altro; proveniva da una famiglia molto modesta, ma non moriva di fame; non era oberato da un figlio malato o da una gravidanza non voluta – la qual cosa rende la sua ricerca di ricchezze favolose a dispetto di tutto ciò che poteva opporglisi tanto più incomprensibile. In altre parole, a paragone della realtà, Breaking Bad sa di arbitrario. 

Skyler, la moglie da sempre sofferente, merita una menzione a parte. Innumerevoli spettatori hanno visto in lei l’archetipo della lagnona, della megera, della bisbetica. E per lagnarsi, si lagna eccome! Fortunatamente la funzione di avanzamento veloce mi ha risparmiato molta della sua petulanza. Ma questo è un problema comune ai polizieschi narco: non hanno spazio per le donne, le quali o piagnucolano, fino alla nausea, o scimmiottano gli uomini, in modo poco convincente. Le storie sul narco traffico sono chiaramente di stampo maschile; hanno come protagonisti buoni e cattivi, questi ultimi molto più avvincenti, e, tra di essi, una zona grigia popolata da anti-eroi o malavitosi con atipici crucci di coscienza.

Un extraterrestre che guardasse Breaking Bad concluderebbe che la cultura occidentale agli inizi del 21° secolo è diventata completamente atea. In cinque stagioni, per un totale di sessantadue episodi, e una durata di sessantadue ore, cioè due giorni e quattordici ore, Dio e la religione sono menzionati due sole volte: dopo la collisione di due aeroplani sopra Albuquerque, una ragazza della scuola di Walt chiede, parafrasando, “Come ha potuto Dio permettere che accadesse questo?” E la preside taglia corto esortando lei e altri studenti a rimanere nell’ambito della laicità; poi si vedono due sicari messicani strisciare per terra assieme ad alcuni contadini verso una capanna nel deserto che contiene simboli della Nuestra Señora de la Santa Muerte, una santa del cattolicesimo folk messicano. Oltre a ciò, niente. Questo campionario di umanità, l’extraterrestre relazionerebbe  ai suoi pari, non ha posto per gli dei o per la religione, salvo che per dei sicari e dei contadini che provengono da una società più primitiva.

In una storia la cui raison d’être è l’imminenza della morte e ciò che Walt può fare in risposta ad essa, non c’è Dio, né si prega, né c’è religione. In un contesto ideale per un’indagine ontologica ed escatologica, non c’è assolutamente niente del genere. Come inconsapevole, tardiva appendice all’esistenzialismo, l’uomo è ritratto nella sua vulnerabilità in un universo caotico e privo di significato. Cartesio, l’Illuminismo, Marx, Darwin, Wittgenstein e infine il Circolo di Vienna hanno lavorato alacremente all’annientamento della metafisica – con Rudolph Carnap che formalmente l’ha rifiutata come priva di senso poiché le affermazioni metafisiche, egli sosteneva, non potevano essere provate o confutate dall’esperienza – e hanno ottenuto un successo trionfale. Mentre la scienza, tra gli altri con Heisenberg – ironicamente, poiché questo è il nome di battaglia di Walt nella serie – che ha donato al mondo il suo principio d’indeterminazione, ha mostrato che le cose non sono così fisse in natura e che c’è molto più di ciò che si vede a occhio nudo (il che, incidentalmente, il coronavirus ha evidenziato molto vividamente con tutto il nostro frenetico lavarci le mani) la cultura convenzionale continua a basarsi su principi laici se non chiaramente atei, basati su costrutti occidentali arbitrari postulati da filosofi di tendenza aristotelica. Ancora oggi nel mondo occidentale una contraddizione è percepita come un grave faux pas in quasi ogni contesto. Ciò è dovuto alla legge di non contraddizione, o la seconda legge tradizionale, definita da Aristotele nella sua metafisica: “È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo”. Mentre tale “assioma” è utile in un tribunale e in molte altre applicazioni terra terra, non dovrebbe mai essere stato frainteso per una legge che governa l’universo. La natura, infatti, è piena di contraddizioni, e gli eventi più importanti nella vita sono quelli che vanno contro le statistiche.

Ho finito Braking Bad grato alla Apple TV per la sua funzione di avanzamento veloce, e con la sensazione che i suoi autori siano sprovvisti culturalmente e matafisicamente falliti.

 

 

“How many funerals pass our houses? Yet we do not think of death. How many untimely deaths?” Thus wrote Seneca two thousand years ago. Well before him, Plato, discussing Socrates’s death in Phaedo, stated that “the true philosophers are always occupied in the practice of dying.”

 

Death has been at the core of western philosophy, and of all religions and mythologies. We are all burdened with the memento mori, but most of us tend or try to forget it, until we are faced, directly or indirectly, with the inevitability of death. During a time of pandemic, the memento mori, having assumed the form of a virus, becomes acute, as we are all anxious about our wellbeing and that of our loved ones. Since the pandemic has also come with a lockdown, we have found ourselves with a lot of time on our hands. In addition to reading, writing, listening to music and cooking unusual recipes, I have been binging on a few TV series. Breaking Bad, which has won more awards than any other production ever, and which has been immensely popular, seemed like a good starting point. I can now argue that it can be viewed as a representation of western culture at the dawn of the 21st century.

 

Various are the themes in it that I find emblematic. The memento mori suddenly becomes very pressing in the mind of Walt, the high school chemistry teacher, as he is diagnosed with stage 3, inoperable lung cancer. About a hundred years before, Thomas Mann treated the problem of illness and impending death in Der Zauberberg (The Magic Mountain) in philosophical and metaphysical fashion, with each main character in the sanatorium impersonating a different philosophical strain. Early on in the 21st century, Vince Gilligan and the other creators of Breaking Bad handle the same theme of illness and impeding death with the resolve, on the side of Walt, of becoming a maker of methamphetamine.

 

American pragmatism—as the impecunious Walt intends to leave behind funds for his wife and two children—in lieu of ontological and eschatological reflections. To a lifelong student of comparative religion, mythology and philosophy, such a choice seems astonishing. But then, is it fair to compare Thomas Mann to Vince Gillian and his associates? The milieu of post WWI Europe to that of the US in the early 21st century? Is it even fair to compare a literary magnum opus of immense breadth to a TV series? Judging from what critics have written about the latter, I suppose it is, as they took Breaking Bad very seriously. Presumably also because there are elements in it of what nowadays is understood as “literary fiction” (my views on this subject are delineated in the essay The Decline and Fall of Literary Fiction”). The time dedicated to the methamphetamine motif—its production and distribution and all the unsavory yet colorful characters that such activities entail—is more or less equal to the time devoted to the dynamics of Walt’s family: his wife, two children, brother-in-law and sister-in-law. And such dynamics are developed in the style of what nowadays passes for literary fiction: plenty of angst and complications that aspire to the universality of Shakespeare or Cervantes, but rest on very inadequate shoulders. Walt and Hank, his brother-in-law, are no Hamlet or Don Quixote. Ordinary people cannot deal with philosophical problems simply because, well, they are unaware that philosophy exists, as the vast majority of Americans.

 

But then, isn’t philosophy intended just for an elite? Calderón de la Barca’s play La vida es sueño (Life is a dream), was extremely popular when it premiered in 1635 and has remained in the theater repertoire ever since as a timeless classic. Its main motifs are distinctly philosophical: the religious theme prevalent in people’s life at the time, which was free will versus predestination; and the concept of life as a dream, which can be found in Hinduism, Buddhism, Heraclitus, Plato and, closer to de la Barca’s times, in Descartes’s unsettling dream argument. Too high-flung for the ordinary spectator? Judging from the play’s success, Spain’s Golden Age must have produced some sophisticated audiences.

 

Back to Albuquerque and narco undertakings. Breakind Bad is larded with improbabilities from the beginning: Walt, as a young man, was a genius, but then turned out to be an underachiever for reasons that are not explained satisfyingly, or in fact at all; his brother-in-law is, conveniently for the plot’s suspense, a DEA agent; Walter, Jr., Walt’s and his wife Skyler’s teenage son, has cerebral palsy; Skyler gets pregnant in her forties, and although it is an unplanned pregnancy and both she and Walt are thoroughly irreligious, she does not get an abortion.

 

I confess to having been fascinated by Pablo Escobar, a sort of evil Don Quixote, and to have read my share of books about him, chiefly in Spanish, as the gringos seem uniformly unable to comprehend what he was about. Although what Escobar did in his life is proverbially stranger than fiction, and then some, at first there was nothing unusual about him or his family. Escobar was no promising Nobel Prize material, far from it; he came from a family of very modest means, was not starving; he was not burdened with an ill son or an unwanted pregnancy—which makes his pursuit of fabulous riches in the face of everything that stood in his way all the more inexplicable. In other words, compared to the real thing, Breaking Bad reeks of arbitrariness.

 

Skyler, the long-suffering wife, merits a separate mention. Countless viewers have seen in her the archetype of the whiner, the nag, the shrew. And whine she does! Mercifully, the fast-forward feature has spared me most of her petulancies. But this is a common problem in graphic crime stories: they have little room for women, who either whine ad nauseam, or ape men, not very convincingly. Crime stories about narco-trafficking are distinctly male; they feature heroes and villains, the latter far more engaging, and a grey zone in between.

 

An extraterrestrial watching Breaking Bad would conclude that western culture in the early 21st century has become entirely atheistic. In five seasons, for a total of sixty-two episodes and a cumulative duration of sixty-two hours, i.e., two days and fourteen hours, there are two mentions of God or religion: after the collision between two planes over Albuquerque, a girl in Walt’s high school asks, paraphrasing, How could God allow this to happen? And the principal cuts her short exhorting her and all other students to keep things secular; and two Mexican hitmen are shown slithering along with some peasants towards a hut in the desert that contains symbols of Nuestra Señora de la Santa Muerte, a female saint in Mexican folk Catholicism. Other than that, nothing. This sampling of humanity, the extraterrestrial would relate back to his peers, has no place for gods or religion, save for killers and peasants who hail from a more primitive society.

 

In a story whose raison d’être is the imminence of death and what Walt can do in response to it, there is no God, no praying, no religion. In a context ripe for ontological and eschatological probing, there is absolutely nothing of the sort. As an unwitting, belated appendage to existentialism, man is portrayed in his helplessness in a chaotic and meaningless universe. Descartes, the Enlightenment, Marx, Darwin, Wittgenstein and finally the Vienna Circle worked alacritously at the annihilation of metaphysics—with Rudolf Carnap who formally rejected them as meaningless because metaphysical statements, he stated, could not be proved or disproved by experience—and succeeded triumphantly. While science, inter alios with Heisenberg—ironically, since that is Walt’s nom de guerre in the series—who gave the world his uncertainty principle, has shown that things are not so fixed in nature and that there is much more than meets the eye (which, incidentally, the coronavirus has brought home very vividly with all our frantic handwashing), mainstream culture continues to hang on to secular if not outright atheistic principles based on arbitrary western constructs postulated by philosophers of an Aristotelian slant. To this day, in the western world a contradiction is perceived as a grave faux pas in just about any context. That is because of the law of non-contradiction, or the second traditional law, defined by Aristotle in his Metaphysics as, “One cannot say of something that it is and that it is not in the same respect and at the same time.” While such an “axiom” is useful in a court of law and in many other such pedestrian implementations, it should never have been misconstrued for a law governing the universe. In fact, nature is full of contradictions, and the most relevant events in one’s life are the anti-statistical ones.

 

I came away from Breaking Bad grateful to Apple TV for its fast-forward feature, and sensing that its authors are culturally underprovided and metaphysically bankrupt.

 

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Premio letterario Scaramuzza

19 Maggio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #concorsi

 

 

 

 

PREMIO LETTERARIO SCARAMUZZA

I Edizione

DEDICATA ALLE DONNE AUTRICI

SCADENZA ISCRIZIONI: 15.10.2020

iscrizione gratuita

Nell’anno in cui Parma, città di artisti e letterati, è eletta a Capitale Italiana della Cultura, coinvolgendo tutto il territorio parmense, è occasione per dare avvio nel Comune di Sissa Trecasali alla prima edizione di un concorso letterario intitolato ad un illustre personaggio, pittore e poeta, nato proprio a Sissa nel 1803, Francesco Scaramuzza.

La peculiarità di questo concorso letterario è quello di avere ogni anno una tematica diversa. Il tema di quest’anno è: “Ispirandosi alla figura di Maria Luigia D’Austria, Duchessa di Parma.” I libri, o racconti, non devono essere necessariamente a carattere storico ma possono essere storie di fantasia, di qualsiasi genere letterario; la figura della duchessa è da intendersi come pura ispirazione. Così pure per quanto riguarda la poesia.

Il concorso si rivolge a scrittrici e poetesse, donne, e destinato ad adolescenti. 

Il Premio Letterario Scaramuzza è nato da un'idea dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Sissa Trecasali, la sua gestione e realizzazione è stata affidata all’Associazione Parma OperArt APS dall'Amministrazione Comunale stessa. La Giuria sarà composta dai membri della Commissione Pari Opportunità del Comune di Sissa Trecasali e da alcune personalità del mondo letterario nazionale. La Cerimonia di Premiazione si svolgerà nel mese di dicembre 2020 presso il Teatro “G. Ferrari Burattinaio” loc. Sissa.

Questo il link di riferimento per tutte le informazioni:

https://www.parmaoperart.com/premio-letterario-scaramuzza  

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Francesca Abis "Non tutto il male viene per nuocere"

18 Maggio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni

 

 

 

 

 

Non tutto il male viene per nuocere

Francesca Abis

 

Place Book

 

 

"Antonio e Michele sono amici da sempre. Insieme gestiscono un chiosco in Sardegna, nella caraibica spiaggia di Sa Perd’e Pera, pietra a forma di pera. Avendo però speso tutti loro risparmi per acquistare la licenza balneare, non ne hanno per sistemare il locale che sta cadendo a pezzi: i lettini sono quasi tutti rotti, gli ombrelloni strappati e le sedie e i tavolini di plastica bianca ingialliti dal sole. In una soleggiata mattina, irrompe nella loro vita Chiara".

 

Apprezzabile opera letteraria di Francesca Abis - autrice sarda dotata di grande sensibilità - mi ha colpito. Lieto di essere il primo a recensire questo suo bel romanzo che mi ha tanto acchiappato ed emozionato. Avendo letto un certo numero di suoi racconti brevi, sapevo che non mi avrebbe deluso.

Intensità dell'immagine/azione di buona densità emozionale sono i punti forti del libro che, tra le varie cose, sgancia una scossa agli stereotipi sulla Sardegna e sui sardi, e per di più non si limita a dare corpo visivo. Innanzitutto l'Isola dal mare di Smeraldo fa da cornice a una trama praticamente anti deleddiana, (chi conosce Grazie Deledda sa che i suoi lavori risultano fortemente drammatici e colmi di rassegnazione tra Decadentismo e Verismo). Mi sono sentito trasportato in un solo attimo nei suggestivi luoghi, sebbene per certe località menzionate abbia fatto largo uso di Google Maps, al fine di aumentare il senso di immedesimazione.

Non tutto il male viene per nuocere cattura da subito l'attenzione con la sua cover, una copertina che incuriosisce, che attira l'occhio e invoglia a tendere la mano, prendere il romanzo dallo scaffale o scaricarlo su Kindle.
Basta il primo capitolo a far immergere il lettore in una scrittura piacevolissima, l'autrice è capace di trasformare le parole in una deliziosa e squisita Vernaccia che va giù che è un piacere.

Secondo me, l’autentica forza del libro sta proprio nella straordinaria normalità della storia o, almeno, quella iniziale, visto che il susseguirsi della vicenda vira all'inaspettato, tant'è che in certi frangenti mi sono addirittura commosso.

I "Fratelli Diversi" li considero simpatici, genuini, onesti e leali. A volte danno origine ad alcuni siparietti, dei quali mi è stato impossibile non sorridere. Inoltre ho ammirato quel loro legame che considerarlo fraterno è dire poco.

Si entra facilmente in empatia con i personaggi, “I fratelli diversi, Chiara e gli altri, (oops, involontariamente ho citato la nota fiction anni novanta!), per non parlare del giusto inserimento di buoni sentimenti, che fortunatamente non cascano sul cliché buonismo nemmeno nelle battute finali, e di alcune venature drammatiche necessarie ai fini dello svolgimento, venature comunque inserite strategicamente. Da segnalare l'impronta investigativa del quindicesimo capitolo, impensabile proprio.

Tra tutti i personaggi il mio preferito è indubbiamente Chiara, non soltanto per il piano ben orchestrato da lei ma anche in virtù del suo passato. Con lei mi sono decisamente identificato, un esempio di persona risoluta, forte, che non si è mai piegata alla vita nonostante la morte dei genitori. 

Di Antonio e Michele (I Fratelli Diversi) si hanno pure riferimenti sul loro passato, ecco, diciamo che nel corso della lettura si potrebbero utilizzare per delle sottotrame pur sempre legate da un filo conduttore.

Che altro dire?

È un romanzo intelligente perché equilibrato, non vuole eccedere ed evita il tentativo di un volo radente, o meglio si mantiene a una solidità narrativa che punta in alto, raccontando eventi e situazioni disparate, tuttavia senza mai rischiare di bruciarsi alla Icaro.

Un esordio riuscito, al massimo penalizzato da alcune linearità. Ad ogni modo sono sicuro che in futuro Francesca Abis ci regalerà opere di spessore sempre maggiore.

Attendo altre sue pubblicazioni.

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Stefano Simone e Il passaggio segreto per Amazon Prime

15 Maggio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #interviste

 

 

 

 

Abbiamo incontrato il regista Stefano Simone, che seguiamo con interesse fin dai primi corti e dal primo mediometraggio horror Cappuccetto rosso, registrando significativi passi in avanti nella sua produzione. Il suo ultimo film, Il passaggio segreto, sta riscontrando giudizi molto positivi. Ho già parlato del film in alcune recensioni, credo che sia il lavoro più compiuto e maturo di Simone. Un antefatto rapido introduce al mistero, quindi l’incontro al bar tra due amiche d’infanzia, la decisione di ripercorrere un vecchio incubo, di entrare in quel passaggio segreto dove chiunque ci fosse andato da solo non sarebbe più ritornato … Un film senza tempi morti, ben recitato dalle due protagoniste, fotografato con uno stile personale e dotato di un’inquietante colonna sonora.

 

Stefano, ci sono novità distributive sul tuo ultimo film?

Il passaggio segreto è uscito per la prima volta il 16 marzo: in linea col decreto del Consiglio dei Ministri #iorestoacasa, è stato rilasciato gratuitamente in streaming per un mese sulla piattaforma X-Movie; dopo di che, a fine aprile, sono iniziati i primi passaggi televisivi. Aspettando l'uscita su Amazon Prime Video negli USA e in UK, la X-Movie ha deciso di renderlo disponibile per il noleggio al costo di due euro sulla propria piattaforma, in modo da renderlo facilmente reperibile anche sul suolo italiano. Questo è il link diretto:  https://www.x-movie.it/movie/passaggio/

 

Stai preparando qualcosa di nuovo?

Attualmente sto preparando un altro mediometraggio mistery dal titolo L'uomo brutto e che comporrà il secondo capitolo di un'ipotetica trilogia sul mistero iniziata appunto con Il passaggio segreto. Ancora una volta le protagoniste saranno Natalie La Torre e Rosa Fariello che dovranno affrontare un'entità che si aggira nelle zone rurali del paese. Altro non voglio aggiungere. Dovrei girarlo nella prima metà di settembre, coronavirus permettendo...

Attendiamo con curiosità il nuovo lavoro mistery di Stefano Simone e nel frattempo invitiamo i lettori a scoprire la sua produzione indipendente.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

Stefano Simone e Il passaggio segreto per Amazon Prime
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Ian Seed, "Sognatore di sogni vuoti"

14 Maggio 2020 , Scritto da Gino Pitaro Con tag #gino pitaro, #recensioni

 

 

 

 

Sognatore di Sogni Vuoti

Ian Seed

Edizioni Ensemble, 2018

 

Autobiografia

Ho incontrato il mio amico Dante in una piccola tenda che lui aveva montato proprio fuori della stazione del treno. Nessuno si era opposto alla sua permanenza qui, anche se la sua tenda era un po' un intralcio durante le ore di punta. Tuttavia non c’era alcun motivo perché lui si accampasse ovunque – aveva più di mezzo milione di sterline in banca, che per la maggior aveva guadagnato dalla pubblicazione a proprie spese di un’autobiografia. Si era tenuto una copia per sé accanto. Era consumata per l’uso e le sue pagine avevano delle vecchie macchie. La mostrava a chiunque gli dava una monetina(pag. 26)

 

Ian Seed è professore associato presso il Dipartimento di Letteratura Inglese dell’Università di Chester in Inghilterra, con un dottorato anche in Letteratura Italiana. Per un po’ di anni ha vissuto anche in Italia. Nella sua bella carriera ha scritto diverse opere, soprattutto sillogi, raccolte. È considerato uno dei maggiori poeti britannici contemporaneo.

Il libro pubblicato dalla Ensemble nel 2018, tradotto da Iris Hajdari, è singolare. Innanzitutto un curioso richiamo viene dal suo cognome, ‘Seed’, che è parola che in inglese vuol dire seme, e questi brevi racconti poetici sono ‘semi’, una via di mezzo tra la ‘proesia’ e la forma letteraria del racconto, che però nel caso specifico sono particolarmente brevi. La raccolta in questione si sostanzia quasi come un genere letterario nuovo, e questa è già una buona notizia. Lo stile è rigoroso e al contempo ondeggiante, quindi talvolta l’autore usa il registro grottesco, surreale, ma la sua scrittura è anche in grado di ricordare la prosa di Raymond Carver. Le sue brevi o brevissime composizioni, come quella di cui sopra, finiscono per timbrarsi sempre nell’animo del lettore, permangono, fanno capolino nella mente, sono davvero ‘semi’ inoculati nell’animo del lettore, e sono sicuro che il poeta ne sia consapevole e in qualche modo egli per primo abbia voluto giocare con ciò, a partire dal suo cognome. I temi sono quelli dati dalla quotidianità, da quei piccoli e grandi eventi che costruiscono il nostro destino: circostanze e intersezioni con gli altri che finiscono per essere determinanti o comunque farsi esperienza nell’animo umano. Seed ci mostra non tanto quanto le apparenze siano diverse dalla realtà, ma come questa sia multiforme, e che quello che noi afferriamo di essa è solo condizionato dai nostri pregiudizi, per cui ogni situazione deve rispondere a un nostro paradigma mentale, mentre la realtà è molto più articolata di quello che filtra la nostra mente.

Infine il libro è anche da consultazione, magari proprio aprendolo a caso, come a richiedere a esso un vaticinio, e non è davvero da escludere che vi sorprenda davvero. Oppure uno di questi quadretti può accompagnarvi nelle vostre riflessioni o nel gioco animico durante un viaggio.

La traduzione di Iris Hajdari è eccellente, tranne per qualche refuso. Il titolo italiano della raccolta non rende quanto quello inglese, negativizzandolo. Il libro è stato pubblicato nel Regno Unito da Shearsman Books nel 2014, intitolato Makers of Empty Dreams.

 

Note biografiche di Gino Pitaro:

Nel suo percorso svolge varie attività, tra cui quella di redattore e di documentarista indipendente.

Nel 2011 il suo esordio con I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), poi per la Ensemble pubblica rispettivamente nel 2013 e 2015 Babelfish, racconti dall'Era dell'Acquario e Benzine, vincendo numerosi premi letterari.

La Vita Attesa è il romanzo per Golem Edizioni pubblicato nel 2019

L'autore vive in provincia di Roma.

Ian Seed, "Sognatore di sogni vuoti"
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