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Luciano Curreri "Quartiere non è un quartiere""

17 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Luciano Curreri "Quartiere non è un quartiere""

Luciano Curreri
Quartiere non è un quar
tiere
Racconto con foto quasi immaginarie
Amos Edizioni – Euro 12 – Pag. 115
www.amosedizio
ni.it

Luciano Curreri – professore di letteratura in Belgio - lo conoscevo come forbito saggista e valente italianista, avevo letto Il peplum di Emilio (Il Foglio, 2012), L’elmo e la rivolta (Comma 22, 2011), ma mi ero lasciato sfuggire la sua notevole vena narrativa, che in questo volume – a metà strada tra il romanzo e la raccolta di racconti – tocca corde proustiane. Forse quando raggiungiamo una certa età – non giocoforza veneranda, come in questo caso – il ricordo dell’infanzia si fa pressante e ci chiede di venire fuori, di essere inserito in una narrazione, di non restare soffocato dal tempo che passa. Ci capita, allora, di andare alla ricerca del tempo perduto, se siamo scrittori usiamo l’arma della poesia o della prosa poetica, come nel caso di Curreri, che racconta i suoi ricordi, ma sono ricordi talmente universali da comprendere tutti i lettori. Curreri narra una campagna ferrarese che fa venire a mente i migliori film di Pupi Avati, un’adolescenza che profuma di un Amarcord felliniano, intrisa della poesia della memoria, ricca di parole evocative e di immagini suggestive. Protagonista dei ricordi è la nonna dell’autore, ma in primo piano c’è un piccolo mondo antico irrimediabilmente perduto, un mondo piccolo abbandonato per sempre, che non può tornare, un’infanzia che più si allontana più si affaccia con prepotenza alla memoria. Bravo Luciano Curreri che è andato alla ricerca del tempo perduto e ha saputo trovare le parole giuste per farlo apprezzare al lettore. Non era facile.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Cinzia Demi, "Ero Maddalena"

16 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia, #recensioni

Cinzia Demi, "Ero Maddalena"

Cinzia Demi

Ero Maddalena

Puntoacapo – Euro 10 – Pag. 70

Non sono un esperto di poesia, anche se amo leggerla e tradurla dallo spagnolo per far conoscere i miei poeti cubani della diaspora, ché poi far conoscere - per la poesia - è una parola grossa, a volte anche regalandola non si trovano lettori. Proviamo a parlare di un libro che mi ha emozionato, allora, da semplice lettore, ché quello sono, non certo un critico, tanto meno un poeta.

Cinzia Demi è piombinese come me, vive a Bologna, dove dirige la collana di poesia Sibilla per Pendragon e manda avanti il bimestrale Parole. Per Il Foglio Letterario ha curato, insieme alla poetessa Patrizia Garofalo, una stupenda antologia - omaggio a Giorgio Caproni: Tra Livorno e Genova: il poeta delle due città (2013).

Ero Maddalena è un libro di liriche che mette in primo piano una figura di donna inquieta, straziata dal dolore, piena di passione carnale (come in Giovanni Testori), inserita nel quotidiano dove vive la sua follia e la sua passione. Maddalena è una peccatrice, come tutti noi, non è difficile per il poeta immedesimarsi in una figura di donna che ottiene la salvezza bagnando di lacrime le carni di Gesù (ero Maddalena lo sento/ lo so ho la sua stessa vena/ sono la sua stessa forma). Maddalena percorre le stazioni del dolore, un personale pellegrinaggio di redenzione, assiste alla resurrezione di Cristo con gli occhi meravigliati di un’innocente. Maddalena peccatrice, certo, ma proprio per questo vicina a Cristo e donna investita del ruolo di dover svelare il mistero della resurrezione della carne (io mi piego alla pietà/ di uno che ho visto morto/ che non è più nessuno). Cinzia Demi dialoga con Maddalena (parti in corsivo alternate a sequenze in tondo), in terzine dantesche, imperfette, moderne, con uno stile originale, anche se suggestionato dallo studio di Caproni. La poetessa accoglie la leggenda secondo cui il vento di Ponente avrebbe accompagnato la figura di Maria Maddalena, sin quando la sua statua approdò all’omonima isola, in Sardegna, spinta da quel vento: Bologna mi accoglie/ potente nelle sue strade/ a quest’ora quasi senza gente/ un vento di ponente/ deciso mi ha spinto/ nella sua direzione/ scalza come un bambino/ nuda di consolazione/ cerco l’antro di un portone/ o la fredda scala/ la balaustra di una chiesa/ il riparo di una prigione. Poesia moderna che racconta una vita del passato e ripercorre strade d’un dolore al femminile quanto mai moderno e attuale. Simbolismo, metafore, similitudini poetiche e ricerca linguistica sono elementi fondamentali d’una poesia vibrante, musicale e ricca di emozioni. Suggestiva la copertina di Maurizio Caruso, acrilico su cartone telato, di Maurizio Caruso. Confezione editoriale tascabile, economica, in perfetta sintonia con l’opera poetica.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Silenzio

15 Febbraio 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #filosofia

Silenzio

Tante volte perdiamo un sacco d’occasioni per restare in silenzio. C’è una pratica del Silenzio. Anche il Silenzio ha un rumore. Anche il rumore è un silenzio. Oltre il Silenzio, c’è un Dialogo Interiore. Un Dialogo tra mondi interiori, che vanno a realizzare un universo d’emozioni. Tutte le urla, tutti i pianti, svaniscono. Forse, anzi, è probabile, che il rancore continui ad abitare nell’animo. Questa è fisiologia dell’anima. L’anima senza vendesi. Il Silenzio è tramonto delle speranze. Il Silenzio si sviluppa nel Bene. Creare il Silenzio significa volere, avere consapevolezza. La Consapevolezza è un silenzio che urla, ma che sta muto, zoppo come un cavallo da corsa. Il Silenzio c’è, quando si vorrebbe pensare. Riflettere, pensare, non sono condizioni o situazioni raggiungibili se si pratica il Silenzio. Forse mi sbaglio, ma è lì il gioco della Consapevolezza, dello stare al Mondo. Il Silenzio sta nel chiedere Scusa. Una semplice parola, cinque lettere. Sembra semplice, non è così. Praticare il Silenzio è diverso dal Praticare Indifferenza. L’Indifferenza è Maligna. Il Silenzio aiuta a costruire. Anche in un Dialogo di monologhi assenti, di operatori evanescenti, quello che comunica uno sguardo è tutto. Il tutto in quello che potrebbe sembrare un niente. Tutto e Niente non esistono, sono parole. Nel Silenzio quelle parole sono svuotate, svestite. Nell’Indifferenza l’Anima si venderebbe. Nel Silenzio l’Anima non si vende, anzi, conquista un Dialogo.

Manca il Silenzio. Mancano le Urla.

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Valentino vestito di nuovo

14 Febbraio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Valentino vestito di nuovo

Ore 8. Fai finta di non capire. Cos’è questo traboccare di cuori di cioccolata, peluche dall’aria attonita, caramelle con sopra appollaiati i fidanzatini di Peynet? Ma è San Valentino, la stupida festa, nella quale devi per forza sentirti innamorata, anche se non hai quindici anni, non li ha più nemmeno tua figlia, ed il tuo matrimonio ha il sapore di un chewing gum masticato per ore.

Ore 8,15. Decidi di mandargli un SMS.

Digiti: Ti amo

Ci ripensi. Cancelli.

Ti voglio tanto bene. No, troppi caratteri.

T v t b. Ohibò, adolescenziale.

Ti voglio bene. Cioè, insomma.

Provo ancora qualcosa per te. Se mi sforzo.

Lasci stare, tanto lui il cellulare lo tiene sempre spento.

Ore 9. Contagiata dall’atmosfera zuccherosa, compri: a) torta a forma di cuore. b) vassoio di pasticcini a forma di cuore. c) ½ kg di ravioli a forma (guarda un po’) di cuore. Più che la lista della spesa sembra l’elettrocardiogramma.

Ore 9,15. Le mise nella vetrina del negozio d’intimo farebbero arrossire persino Alex Comfort. Irrompi, affascinata da un body rosso e nero. Ti assicurano che è identico a quello indossato da Nicole Kidman in Moulin Rouge. E’ sorretto, spiegano, da autentiche stecche di balena. Costa quanto la rata del mutuo, ma tu non sai resistere e ci abbini pure un reggicalze coordinato. Intanto, pensi a quand’è stata l’ultima volta che lo avete fatto. Forse tre mesi fa, la sera del compleanno di nonna Rosina? Oppure quattro mesi fa, per festeggiare l’automobile nuova? Controlli sull’agenda ed eccola lì, bene in evidenza, la crocetta rossa che indica l’avvenuta attività sessuale, depositata fra le 15 e le 16 di sabato scorso. Ma forse perché la cosa si è svolta fra la telefonata della zia Pina e il rinnovo della tappezzeria del divano, proprio non la ricordi per niente.

Ore 10. La tua collega arriva in ufficio con aria trasognata. Come Violetta nell’ultima scena della traviata, stringe al petto un mazzo di fiori. Ha le guance soffuse, gli occhi luminosi. Agita freneticamente le pratiche, caso mai tu non avessi notato il solitario che le sfavilla all’anulare. Alla fine non si trattiene più. “Guarda cosa mi ha regalato lui!” E tu, candida: “Quale dei tre?”

Ore 11. Immersa nella lettura di un manuale di ricette afrodisiache, stai per scoprire come si stecca il filetto col pepe di cayenna, quando ti becca il capo. Avvampi e balbetti frasi sconnesse sull’importanza dell’aggiornamento quotidiano in campo amministrativo. Si allontana scuotendo la testa e tu capisci che non l’ha bevuta nemmeno stavolta. Il resto della mattina lo passi a scrivere (sopra un originale biglietto a forma di cuore) quanto contino, nel rapporto di coppia, rispetto, stima e complicità. Cerchi di dimenticare quando, da fidanzati, correvate nudi ed ubriachi nel parco.

Ore 17. Ti catapulti dal parrucchiere, il quale ti esamina disgustato ed affonda immediatamente le forbici. Rinunci con un sospiro alla maschera al ginseng, perché hai già speso tutto lo stipendio e siamo ancora al 14 del mese.

Ore 18. Stecchi l’arrosto con doppia dose di arrapante pepe di cayenna. Rovesci i cassetti in cerca di quegli stampini a forma di cuore, che tua sorella ha gettato via, dopo aver scoperto suo marito a letto con la migliore amica. Metti in frigo lo spumante ed apri le ostriche.

Ore 19. Accendi più candele di monsignor Milingo durante uno dei suoi esorcismi, stendi sul letto le lenzuola leopardate comprate a ferragosto dal marocchino, t’immergi in un bagno di schiuma holliwoodiano.

Ore 19, 10. Squilla il telefono. Come una fontana, sguazzi per tutta la casa alla ricerca del cellulare. “Topina”, bisbiglia lui, “sono in riunione, arrivo appena posso”. Tu vorresti urlare, ma lo sai che giorno è oggi? invece mordi la cornetta e tubi: “Va bene, ti aspetto.” Poi, infuriata, asciughi le pozze d’acqua sul parquet.

Ore 19,30. Più che ricordare Nicole Kidman ed il can can, addosso a te il body rosso e nero, con le stecche d’autentica balena, fa l’effetto raccordo anulare. Deve essere per via di quei rotoli di ciccia che sbuzzano dai fianchi. Frughi nell’armadio alla ricerca di quel vestitino di shantung scollato dietro, che quest’estate ti stava così bene. Scopri che da Natale sei ingrassata di cinque chili. Le stecche di balena ti si conficcano nello stomaco e ti accorgi di non riuscire più a respirare. Ti arrampichi su un paio di sandaletti argentati con il tacco a stiletto. Li allacci sulle gambe nude e depilate come quelle delle star di Holliwood, (che, per altro, è in California, dove fa caldo anche a Febbraio.)

Aspetti.

Ore 20,45. Senti il rumore della sua chiave nella serratura. Illividita dal freddo, gridi: “Sorpresa!” Traballando sui tacchi di 10 centimetri, indichi estasiata la tavola apparecchiata con la tovaglia delle grandi occasioni, i flute che spumeggiano, ed i canapè a forma di cuore ormai stecchiti nel piatto. Lui ti guarda imbambolato. Si slaccia la cravatta con aria distrutta, “buon compleanno, Topina”, esclama. A testa bassa, tu gli porgi il bigliettino su cui ti sei scervellata tutta la mattina. Lui lo prende in mano, lo soppesa, poi lo mette giù, estenuato. “Lo leggo domani”, ti dice. Sbottona la camicia, si toglie i pantaloni e, in mutande, fa scorrere la pagina sportiva del televideo, mentre tu schiumi di rabbia in cucina, davvero molto, molto tentata di offrire le ostriche al gatto.

Ore 21,05. Con gli occhi incollati al Gabibbo, lui addenta distrattamente un trancio di peperoncino ed ulula dal dolore.

Ore 22. Siete entrambi sul divano. Tu sei scesa dai tacchi e ti sei tolta il vestitino. Indossi le pantofole e la tua vecchia, confortante, vestaglia. Sotto hai ancora il body di Nicole Kidman, con le autentiche stecche di balena. E’ davvero la mise ideale, rifletti, per fare quello che, in effetti, state facendo.

Cioè guardare un documentario sui panda in tv.

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Claudio Bartolino, "Macchie solari. Il cinema di Armando Crispino"

13 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

Claudio Bartolini
Macchie solari
Il cinema di Armando Crispino
I Ratti di Bloodbuster – Pag. 264 – Euro 15

Claudio Bartolini è un vero critico cinematografico, anzi credo che sia un docente universitario della materia, sicuramente competente e coltissimo, collabora con Film TV, Nocturno Cinema, cura rassegne, corsi e cineforum. Ha pubblicato ottimi libri sul cinema di Pupi Avati (Il gotico padano, Nero Avati) editi niente meno che da Le Mani, oltre a dare alle stampe Videocronenberg con Bietti. Si è occupato di Ridley Scott e David Fincher. Adesso affronta Armando Crispino, con la prefazione di Francesco Crispino, figlio del regista, e lo fa con grande preparazione tecnica, studiando ogni pellicola come se dovesse comporre altrettanti capitoli di un testo universitario. Solo che le persone interessate a un regista come Crispino - giocoforza minore, del cinema bis… - non devono affrontare un esame, ma vogliono soltanto documentarsi, saperne di più, conoscere retroscena. Ecco, questo libro non è per loro. Non voglio dire che Macchie solari non sia un ottimo testo. Tutt’altro. Lo è fin troppo. Bartolini fornisce notizie e dettagli tecnici, aprendo persino una finestra sui molti progetti mai realizzati dal regista. Il limite del libro - a mio avviso - è quello di trattare con eccessiva serietà critica pellicole come Macchie solari, Commandos, Frankenstein all’italiana e Faccia da schiaffi. Per molti lettori ciò che definisco un limite costituirà un pregio, ma a mio modo di vedere sul cinema bis italiano è importante fare divulgazione alla portata di tutti, non costruire apparati critici a uso e consumo di pochi eletti. In ogni caso la collana I Ratti di Bloodbuster è benemerita, perché colma un vuoto di mercato e accontenta molti appassionati. Tra le cose migliori uscite per il piccolo editore milanese: Nudi e crudeli - I mondo movies italiani (Bruschini & Tentori, che a mio avviso usano il linguaggio giusto e sono molto preparati), Tutte dentro - il cinema della segregazione femminile (Di Marino & Artale) e Kiss kiss… Bang bang - il cinema di Duccio Tessari (Melelli). In preparazione alcune chicche: Deliria - il cinema di Michele Soavi (Ilaria Feole), Maurizio Merli: il commissario di ferro (Fulvio Fulvi) e Voglia di guardare – L’eros secondo Joe D’Amato (Tentori). Siamo molto curiosi!

Gordiano Lupi

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Domenico Vecchioni, "Felix Kersten - Il medico di Heinrich Himmler"

12 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Domenico Vecchioni
Felix Kersten - Il medico di Heinrich Himmler
(Una storia straordinaria)
Greco&Greco – Euro 12 – Pag. 172

Domenico Vecchioni è un diplomatico di carriera, ex console a Madrid e a Nizza, ambasciatore d’Italia a Cuba, con la passione per la saggistica storica. Ha pubblicato molte biografie: Raúl Castro, Evita Perón, Raoul Wallenberg, Pol Pot, Kim Philby, Richard Sorge, oltre ad alcuni studi sulla storia dello spionaggio.

In questo libro - sintetico, divulgativo, ma esauriente - Vechioni ripercorre la vita di Felix Kersten, il medico personale di Heinrich Himmler, il “burocrate dello sterminio”, capo delle SS e della Gestapo, protagonista di un incontro stupefacente con il rappresentante del congresso ebraico mondiale, Norbert Masur. Lo stile di Vecchioni è piano e semplice, descrive Himmler come un personaggio da romanzo, alle prese con i suoi lancinanti dolori di stomaco che soltanto il medico finlandese Kersten sarà in grado di alleviare. Molto interessante è l’intreccio di rapporti tra il capo nazista e il medico - amico, che diventa un confidente così ascoltato e influente da permettergli di salvare molte vite umane. Il medico segue il burocrate in ogni spostamento, lo cura con i massaggi e le medicine, lo ascolta, dispensa consigli, fino a compiere la sua impresa più grande, per la quale sarà sempre ricordato. Kersten - ricorrendo al suo potere - fa firmare a Himmler il Contratto in nome dell’Umanità, poco prima che cada il nazismo, evitando la distruzione dei campi di concentramento e salvando la vita a 800.000 persone. Un benefattore dell’umanità, una salvezza per 63.00 ebrei, un uomo della cui vita si conosce poco e che bene ha fatto Vecchioni ad analizzare in ogni sua sfaccettatura. Un’ottima lettura.

Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi

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IN GIRO PER BOLOGNA : LA MONTAGNOLA

11 Febbraio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER BOLOGNA : LA MONTAGNOLA

A Bologna nel ‘200 la città era in forte espansione, economica, demografica, urbanistica. Nasceva l’esigenza di nuove abitazioni, di sedi per le istituzioni e di spazi aperti per gli scambi commerciali. Nel 1219 l’amministrazione cittadina scelse l’ampio spazio che è quello occupato oggi dalla Montagnola, piazza VIII Agosto, più le zone circostanti fino a via del Pallone, via Augusto Righi e Via Indipendenza, per farne un grande “campo (o piazza) del mercato”, dove nel corso dei secoli si contrattò la vendita del bestiame ogni sabato e dove si tennero le più grandi fiere. Fu un luogo di notevole importanza dove si potevano radunare “duemila para di bestie grosse, vacche e anco cavalli, e grandissima quantità di porci, asini ed altri animali” come citato dal Masini nella sua “Bologna perlustrata”. Nulla è cambiato ai nostri giorni nella piazza del mercato e nel Parco della Montagnola visto il degrado raggiunto dagli stessi oserei dire che la quantità “umana “di questi ultimi “animali” è rimasta invariata. Si raccontano alcuni episodi assolutamente autentici riguardo al mercato dove fin da allora non mancavano “i furbi”, pronti a turlupinare i villani che scendevano dalle montagne per la vendita del bestiame e ingenuamente si lasciavano depredare del loro guadagno, si creò così attorno alla piazza una fiorente attività per procurare agli inesperti montanari donne “giovani e leggiadre” . Nel 1304 un tal Venuto riuscì a truffare un campagnolo fermandosi a parlare con lui dopo averlo visto tenere in mano un bel gruzzolo di monete, ricavato di una vendita. Gentilmente gli offrì un lembo della sua camicia per farne un fagottino e conservare meglio il denaro. Lo sprovveduto, ringraziò, ma appena allontanatosi però sentì gridare “al ladro , al ladro!” venne inseguito e catturato. Verificato, poi, che la camicia era strappata e il lembo in mano al fuggitivo corrispondente, si creò il malinteso, a Venuto venne restituito il “maltolto” e il povero contadino condannato all’impiccagione se non poi graziato per gentile intercessione del “derubato”. Per oltre sette secoli la Montagnola è stata uno dei luoghi più importanti della città: mercato, agone, piazza delle esecuzioni per le condanne a morte e, fin dalla seconda metà del Seicento nel parco si recavano le carrozze eleganti per la “pubblica passeggiata” durante la quale le carrozze si fermavano e i cavalieri scendevano a fare due chiacchiere con le dame con quella “libertà” consentita solo dalla penombra della notte. Nel corso dei secoli il mercato e il parco videro tutte le esposizioni fieristiche organizzate in città, le feste, gli spettacoli per i bambini, le mostre di fiori, vi furono fatti i primi fuochi d’artificio, organizzate delle vere e proprie corride coi tori che poi sarebbero stati macellati, le corse dei sacchi, le corse dei cavalli, il gioco del pallone, la ruzzola e le parate militari, fino al volo delle prime mongolfiere. Agli inizi dell’Ottocento Napoleone volle che lì sorgesse un grande parco per il popolo, per chi non si poteva permettere i magnifici giardini delle ville residenziali dei ricchi, così, da una parte si creò il parco, e dall’altra rimase solo la piazza del mercato, quasi com’è ancora oggi. Nella giornata dell’8 agosto 1848 la Montagnola fu il teatro della rivolta dei bolognesi contro gli Austriaci, in città a difesa del l Papa, che vennero cacciati e per decenni la gente ricordò con orgoglio quella data che ancora è intestazione della piazza. In seguito fu eretto a ricordo il monumento che si trova ai piedi della Montagnola. Nel 1893 fu dato inizio alla costruzione della grandiosa scalinata del Pincio che doveva fare da sfondo alla piazza per ricevere degnamente chi arrivava dalla stazione diretto in centro, un’opera che oggi, percorrendo Via Indipendenza, viene guardata distrattamente, ma che fu in realtà un lavoro colossale. Vi furono addetti centinaia di operai per tre anni, furono scavati 30.000 metri cubi di terra, messi in opera 800 metri cubi di marmi e graniti e il tutto fu adornato con 72 lampioni di ghisa. Poi al centro del parco fu collocata la grande fontana con le statue dei leoni e le tartarughe e la ninfa chiamata dai bolognesi la moglie del “gigante” (il gigante per bolognesi è la statua del Nettuno del Gianbologna situata in piazza Maggiore). Nel tempo, dopo la costruzione delle via adiacenti, la Montagnola venne lentamente abbandonata dai cittadini per il nuovo parco dei Giardini Margherita più ampio e meno soffocato dal traffico. Durante la prima guerra mondiale fu usata come accampamento militare e subì un grave degrado, soltanto negli anni trenta fu riportata agli antichi splendori dal Podestà Manaresi, che ricostruì la fontana che era andata distrutta, fece erigere lungo le gradinate i busti di tutti i bolognesi illustri, riportando ordine e eleganza nel parco anche con la costruzione del padiglione della mostra della Direttissima Bologna-Firenze, la galleria che stupì il mondo intero per la sua eccezionale lunghezza. Durante la seconda guerra mondiale la Montagnola fu di nuovo al servizio dei bolognesi:nel sottosuolo furono scavati tre rifugi anti aerei per ospitare i cittadini durante le incursioni degli alleati che rasero al suolo la zona circostante la stazione e sopra fu fonte di legna da ardere per scaldare le case degli abitanti in città in quanto fu dato il permesso di abbattere gli alberi del parco. La Montagnola del dopoguerra tornò a essere il luogo riservato ai bambini e ai ragazzi, divenne per anni sede del Luna Park e furono costruite al suo interno scuole per l’infanzia, fino a quando anch’essa non fu travolta dal “progresso”e divenne meta di frequentazioni serali e notturne poco raccomandabili. Oggi è divenuta sede di spacciatori e tossicodipendenti che, incuranti della luce del giorno, delle scuole tuttora presenti, e delle persone, ne hanno fatto il loro regno. La Montagnola si avvia a compiere gli otto secoli di vita, e merita l’attenzione degli amministratori bolognesi affinché possa recuperare dignità e ruolo che le spettano e torni a essere il cuore pulsante e vivo della città.

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AA.VV. "Un giorno a Milano"

10 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

AA.VV.  "Un giorno a Milano"

AA.VV.

Un giorno a Milano

Novecento Editore – www.novecentoeditore.it

Pag. 286 – Euro 9,90

Da una brillante idea di Paolo Roversi nasce la collana Calibro 9 di gialli e noir metropolitani di Novecento Editore, che debutta sul mercato con una raccolta di racconti ambientata a Milano, curata niente meno che da Diabolik - Andrea Carlo Cappi e introdotta da Andrea G. Pinketts. I racconti, ambientati nella metropoli lombarda, sono scritti da Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone (tre autori che ne compongono un quarto, recita la loro biografia!), Andrea Carlo Cappi, Stefano Di Marino, Giuseppe Foderaro, Francesco G. Lugli, Giancarlo Narciso, Ferdinando Pastori, Francesco Perizzolo e Paolo Roversi. Alcuni autori raccontano Milano utilizzando i personaggi di successo della loro produzione, così Di Marino mette in campo il suo Professionista (Segretissimo), Narciso l’investigatore privato milanese Butch, Roversi il giornalista Radeschi, che si sposta a bordo di una Vespa gialla del 1974. Andrea Carlo Cappi preferisce il racconto non seriale ma sempre ambientato in una Milano da bere, con un titolo sudamericano che ammicca a un motivetto di successo. Meno noto ma ugualmente bravo Ferdinando Pastori, che conosco fin dai tempi della sua prima straordinaria raccolta Piccole storie di nessuno (Edizioni Clandestine), adesso mi dicono vincitore del Roma Noir.

Un giorno a Milano è un bel prodotto editoriale, graficamente accattivante, economico (10 euro per quasi 300 pagine), stampato in carta riciclata e in un formato pocket che ricorda il giallo da edicola degli anni Settanta. Lo spirito inquieto di Scerbanenco ringrazia.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Deafblind

9 Febbraio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

My father had to push to get me through the wrought-iron gate, surmounted by TV cameras. I was surprised to see that the whole interior of the wall was covered with a thick foam.

- Dad, why is the son of Simonti not coming to school?

- It is none of your business! Go to school, and study.”

My father was very angry with me. When I brought home my votes I was forced to follow him in his work as a gardener for the whole summer. That day it was the turn of the villa Simonti .

I wanted to ask confirmation of the rumors that were circulating in the classroom. It was said that the Simonti held a monster in the house and he never came out.

While my father poured gasoline in the mower, and busied himself to turn it on, panting and pulling the rope of the engine, I was still looking for the answer to my question.

Then the mower was set in motion and its noise drowned out every other noise. My father, grim, nodded at the first rake and then at a large tree near the house, and I knew that I had to collect all the leaves that had fallen.

I took the rake and walked reluctantly toward the tree in the middle of the garden. I began to rake a few leaves in here and there, chewing on a piece of candy.

Then a hiss caught my attention.

On the lawn in front of the house, there were a woman and a child.

The woman had blonde hair, tied with a rubber band. The child was as tall as me. But he did not walk like me. He lolled with his hands outstretched .

The woman kept a little distance, ready to support him, but silent.

The child was advancing barefoot in the grass.

Forward, forward , forward ...

Cold feet , because I have nothing to cover the things down. Under, wet ice of thin mushy wires. Next on soggy, wet.

Tickling, thrill ... Perfume, air .

Breath. Breath.

Heat pinches, and I like. I raise my head towards the heat that stings and I like.

I raked mechanically, but I kept looking at the two. They were strange, but just strange strange .

The child bobbed forward, then stopped, opened his mouth sucking breath, as if he were drinking the air and he liked it a lot .

With both hands, the child began to rub the wall of the house, running his fingers along some sort of plastic bar that led to the door.

I hid behind the trunk of the great tree, but I was close enough to see every detail. The child's fingers were too corroded by probing and rubbing everything he encountered. There was blood on his fingertips.

The woman was silent as if the words were useless, she did not touch anything, did not smile, and her eyes were as sweet as those of my mother when she looked at me. No, more than that.

Then the child reached the door .

I tend arms. Touch round, icy rough. Straight ahead, straight up to the hole with tips that I know about .

The woman and the child came into the house, but from the large open windows I could still see them. They had stopped in the first room. There were a wardrobe, a bed with bars, soft toys. There was a table without corners. There were no pictures on the walls, there was no poster of "The Lord of the Rings" or of a soccer team, like in my room. Each object was covered with foam like the wall outside.

The woman crumbled cookies and turned them into the child’s mouth with her hands, then poured him a glass of water.

Here is my smell , my things.

Even if it is pungent, it is sweet . She is here with me.

Saliva, I'm hungry. I open my mouth , I pull out my tongue and she puts in taste, sweet on the tip, more salty down, soft , soft.

I chew , I swallow . Now water , fresh , fizzes.

Cough, cough ...

Fingers inside my finger , fingers that go up and down, up and down , flying , patting, caressing , clasping . Fingers, smooth, soft , scented .

I'm glad she's here. I raise my hands up, up toward her, toward the head, mouth , globes .

Trembles , trembles , I think she's tired . Water, water on my finger , I lick salt water , water ...

My mother, at times, beats on my back when the water goes through me, too . My mother caresses me, too, but she does not put my fingers in her mouth, she does not wash the blood from my fingertips with her kisses . She does not cry like that.

Now next to me was my father. I had not even noticed that the mower had stopped, the garden was silent again, and my father had put a hand on my shoulder . - Oh , son, such a tragedy ...

When my father finished his work, the sun was setting . We walked back home together, hand in hand. For some reason, now he no longer seemed so angry .

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Seychelles:Un arcipelago ancora incontaminato la cui bellezza fa rimanere senza fiato.

8 Febbraio 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Seychelles:Un arcipelago ancora incontaminato la cui bellezza fa rimanere senza fiato.

Il nome è indubbiamente melodioso e ricco di fascino esotico e chi non ha mai visitato anche una sola delle tante isole che ne compongono l’arcipelago, non può immaginarne la grande bellezza. Una bellezza che spazia dal mare limpido e cristallino alle bianchissime spiagge, dalla vegetazione rigogliosa, piena di colori e di profumi, alla popolazione creola ben predisposta all’accoglienza del turista. Nel mondo, fortunatamente, ci sono ancora alcuni luoghi incontaminati e le Seychelles, a pieno diritto, possono definirsi tali. Un Governo lungimirante, infatti, da molti anni ha a cuore la conservazione del suo ecosistema impedendo anche la costruzione di nuove strutture alberghiere per non alterarne l’equilibrio.

Niente turismo di massa, quindi, nessun sovrappopolamento in ogni periodo dell’anno. Tutto rimane circoscritto nell’ambito di un turismo che non altera l’armonia delle isole, della sua flora, della sua fauna e della sua popolazione.

Le Seychelles sono un grande patrimonio naturale da rispettare e conservare per tutta l’umanità. È questo il compito che i seychellesi si sono prefissati da tanti anni e che ogni “buon” turista, consapevole dell’importanza del mantenimento di un simile paradiso, dovrebbe aiutare a proteggere e a conservare. Un turista con una coscienza ecologica è il miglior turista che queste meravigliose isole possano ospitare.

Conosciamone un po’ la storia…

Le Seychelles, oltre 65.00 abitanti distribuiti su una trentina di isole in parte coralline e in parte granitiche, si trovano nell’Oceano Indiano a 1.100 Km circa a nord est del Madagascar e poco più a sud dell’equatore. Scoperte dai portoghesi nel XVI secolo, furono colonizzate dal francese L. Picault, inviato dal governatore delle Mascarene, che le chiamò inizialmente “Boudonnais”. Nel 1756 passarono alla Compagnia Francese delle Indie Orientali con il nome di Seychelles, derivato dal cognome dell’intendente generale delle finanze sotto Luigi XV, Moreau de Seychelles. Sotto Napoleone, invece, divennero luogo di deportazione di detenuti politici. Con il trattato di Parigi del 1814 le Seychelles vennero cedute agli inglesi ma nel 1976 hanno ottenuto l’indipendenza. I primi abitanti si stabilirono alle Seychelles un paio di secoli fa ed erano costituiti da schiavi liberati dalle navi negriere, da coloni di origine francese, da indiani e cinesi. Tutte queste unioni hanno dato origine alla bella razza creola che vive soprattutto a Mahè, e in particolare a Victoria, capitale e centro vivacissimo con il suo mercato pieno di banchi di pesce, di frutta esotica, di oggetti di artigianato locale e con un’incredibile miniatura del Big Ben londinese “ che campeggia” nella piazza centrale.

Le prime impressioni…

Appena si esce dall’aeroporto di Mahé, non si può fare a meno di notare che il paesaggio è molto più bello di quello che viene descritto da chi già ha avuto la fortuna di visitare le Seychelles. Si rimane stupefatti davanti alla vegetazione lussureggiante e varia. Ovunque palme, banani, felci, enormi acacie dai fiori rossi, fiori profumati, filodendri che si arrampicano sulle palme, alberi del pane, takamaca – tipico albero locale che cresce e quasi si adagia con il suo tronco e le verdi foglie sulle candide spiagge – e tantissime piante, che da noi raggiungono a malapena il metro di altezza, e qui, invece, sono alberi “vigorosi”.

Lontani dal traffico delle città, e liberi di respirare aria priva di smog, è facile farsi condizionare dai ritmi lenti e rilassati degli abitanti del luogo. Un inconsueto profumo di terra, piante, fiori e mare permea l’aria dell’isola più grande, così come quella di Praslin e La Dique – le altre due isole più conosciute dell’arcipelago.

Qui è tangibile il trionfo della natura rispetto all’uomo. Gli occhi si beano di tanto splendore e non possono fare a meno di ammirare le lunghissime e candide spiagge – orlate da alte palme e da takamaca – il mare, veramente incontaminato e di un colore che si fonde facilmente con quello del cielo; la fitta vegetazione, la varietà di uccelli che volano a bassa quota e sembrano non aver paura dell’uomo.

Vale proprio la pena di girare le isole e conoscerne sia i luoghi più nascosti e più belli, sia gli abitanti e il loro modo di vivere semplice e a stretto contatto con l’habitat. Al tramonto, in un’atmosfera che ha il sapore di tempi lontani, è facile incontrare gruppi di pescatori che sulla riva di una qualsiasi spiaggia scaricano dalle loro barche il pesce appena pescato. Nessuno grida, nessuno ha fretta, e il pesce viene spostato dalle piccole imbarcazioni con la massima calma.

Le semplici case dei seychellesi sono circondate da giardini nei quali gli alberi di papaya e banani sono carichi di buoni frutti. I bambini sono molto socievoli belli, con la loro pelle vellutata e gli occhi scuri, e si lasciano fotografare volentieri anche quando si incontrano all’uscita della scuola. Come in ogni altro posto del mondo – tranne in Italia – Indossano tutti ordinatamente la divisa scolastica, anche i ragazzi delle scuole superiori.

Cosa si può fare?

Oltre alle escursioni che si possono effettuare all’interno di Mahé, è consigliabile quella al Parco Marino di Sainte Anne. Un’immersione nel suo reef, con maschera e boccaglio, è una delle esperienze più entusiasmanti che si possano provare. La barriera corallina pullula di vita e la moltitudine di pesci e coralli variopinti la fanno quasi somigliare ad un giardino fiorito.

Il paesaggio sottomarino è quantomai affascinante: coralli rossi, blu, neri e bianchi, a gruppi o isolati, formano una specie di scenografia unica nel suo genere, mentre pesci di piccole e medie dimensioni e dai nomi curiosi, come quello di pesce-leone, pesce-angelo, pesce-Picasso – nuotano tranquillamente fra questi organismi viventi.

A chi piace tuffarsi in un mare dal colore inimmaginabile, ma non protetto dal reef, per cui è spesso “mosso” con delle alte onde, non deve perdere l’occasione di farlo ad “Anse Intendence”, dotata anche di una larga e bianca spiaggia sulla quale si può sostare in tutta tranquillità.

Praslin, candide spiagge e foresta primordiale

Non si può andare alle Seychelles e non soggiornare o visitare la sua seconda isola, per grandezza, Praslin. Di origine granitica e meno montagnosa di Mahé, Praslin ha le spiagge sabbiose di un colore bianco così abbagliante che è quasi impossibile guardare la sabbia senza indossare gli occhiali da sole. E’ ricoperta da una fitta e insolita vegetazione che raggiunge il suo culmine nella Vallée de Mai, foresta incontaminata e unico posto al mondo – e unica isola delle Seychelles – dove cresce spontaneamente quel frutto raro che è il “coco de mer”, così somigliante agli organi genitali maschile e femminile da suscitare sempre tanto stupore fra le persone che hanno la fortuna di osservarlo da vicino. Una leggenda locale narra che il suo nome derivi dal fatto che fosse il frutto di un grande albero sottomarino, mentre un’altra – più affascinante ma non credibile – racconta che l’accoppiamento delle due palme avviene nelle notti di tempesta e solo in quest’isola. Ma nessun essere umano può assistere all’incontro amoroso perché ne riceverebbe sciagure.

Nella Vallée de Mai è stato creato un percorso che permette di osservare questa specie di jungla primordiale nella quale, in alcuni punti, a malapena riesce a trapelare la luce. Fa impressione quando il vento fa muovere le palme perché le foglie, nello sbattere, riproducono un suono quasi metallico – simile a quello delle lamiere. Nella Vallée si ode soltanto il canto solitario di qualche uccello che rompe il silenzio di quel luogo incantato la cui bellezza selvaggia attira ogni anno numerosi turisti

Ma Praslin è nota anche per la bellezza di quella che qualcuno definisce la spiaggia più bella del mondo il cui nome, Anse Lazio (si, avete letto bene, è proprio Anse Lazio), ci sembra familiare perché è uguale a quello di una delle nostre regioni. Situata a nord ovest dell’isola, sulla sua bianchissima spiaggia c’è addirittura un piccolo lago nel quale si riflette il verde della vegetazione che ricopre un’altura situata alla sua sinistra.

Fa impressione vedere quello specchio d’acqua incastonato nella sabbia, ma anche le formazioni granitiche che si trovano sia a destra che a sinistra dell’ampia spiaggia, e che, se ci s’inoltra nei piccoli passaggi che ci sono nelle rocce – sulla parte sinistra – si può sostare nelle splendide insenature, tutte circondate da alti alberi di cocco i cui frutti cadono sulla sabbia. Descrivere lo splendido colore del mare e gli incontri “ravvicinati” che si effettuano con i suoi coloratissimi pesci potrebbe sembrare esagerato e ripetitivo, ma è la pura verità. Si può soltanto dire che è meraviglioso e indimenticabile poter nuotare in posti simili!

La Digue, i suoi graniti e la sua bellezza unica…

A circa 30 minuti di barca da Praslin c’è la Digue, intatto atollo dalle granitiche sculture e dalle inimmaginabili spiagge solitarie lambite da un mare trasparentissimo. Il suo fascino maggiore consiste nell’aver conservato l’antica atmosfera coloniale rifiutando – nei limiti del possibile – la modernità dei mezzi di trasporto meccanici.

Poche automobili sono adibite al trasporto delle merci, mentre per lo spostamento delle persone sono utilizzate le biciclette e alcuni carri trainati da buoi. Ma anche andare a piedi è piacevole perché in un’ora si riesce ad arrivare da una parte all’altra dell’isola. A La Digue, come in tutte le isole delle Seychelles, le palme sono le regine incontrastate della sua vegetazione, ma qui sono più alte che nelle altre isole.

Se ci si va a fine ottobre-novembre si possono osservare anche le numerose varietà di orchidee selvatiche che crescono nei cespugli che costeggiano i sentieri. La Digue è naturalmente protetta dal reef e le sue spiagge sono circondate dalle rocce granitiche che sembrano quasi volersi congiungere con il mare.

È su quest’isola che sono stati girati film come “Robinson Crosue” ed “Emanuelle”, perché ritenuto l’ambiente ideale per rappresentare – in quanto la ha – una natura incontaminata.

Le sue spiagge sono bianche o bianco-rosato e sono ricche di conchiglie e coralli (che è proibito, però, raccogliere). L’isola è nota per la lavorazione del cocco e della vaniglia ed è interessante visitare la “fabbrica” dove le noci di cocco vengono vuotate del guscio per prepararle alla trasformazione in olio da esportare poi all’estero. All’interno dell’isola, una grande roccia granitica e la visione di tartarughe giganti merita senz’altro una escursione.

Tanti motivi per tornare alle Seychelles…

Se si disponesse di molto tempo si potrebbero visitare anche le altre isole che compongono l’arcipelago perché ognuna è diversa dall’altra. Si potrebbe andare, ad esempio, a Denis Island, meta d’obbligo per chi pratica la pesca d’altura; a Bird Island, isola prediletta degli ornitologi e di chi ama il bird watching.

Da maggio a settembre, infatti, è il regno di oltre due milioni di uccelli che vi nidificano. Aldabra, inoltre, non è da trascurare perché è considerata una delle ultime meraviglie “al naturale”. È il più grande atollo al mondo – protetto e gestito dalla Fondazione isole Seychelles – nel quale vivono ancora allo stato selvaggio le tartarughe giganti. Ormai solo ad Aldabra e alle Galapagos si possono osservare queste enormi testuggini che altrove si sono estinte.

Ma le Seychelles meritano più di una visita anche per la sua gastronomia. La cucina creola, infatti, è l’esaltazione dei profumi e dei sapori dei prodotti naturali delle sue isole. Naturalmente gli ingredienti base sono il pesce e il riso sapientemente combinati con l’aggiunta di spezie esotiche. La frutta, poi, è veramente saporita: dalla papaya al mango, dal frutto della passione alle banane e all’ananas, si possono fare delle vere “scorpacciate” senza il timore di ingerire concimi chimici o degli OGM.

Liliana Comandè

Seychelles:Un arcipelago ancora incontaminato la cui bellezza fa rimanere senza fiato.
Seychelles:Un arcipelago ancora incontaminato la cui bellezza fa rimanere senza fiato.
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