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La zozzetta che è in noi

4 Maggio 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

La zozzetta che è in noi

Una sera, dato che Whatsapp non funzionava (tutta colpa di Zuckerberg, secondo me), mi sono data al tweet compulsivo, specie sulle battute finali del festival di San Remo.

Nell’altra stanza c’era mio marito, perso nel pc come non lo vedevo da moooolto tempo….

- Bah… – mi sono detta – starà dietro a una delle sue solite ricerche antropo-sociologiche…. -

Di solito le sue “ricerche antropo-sociologiche” si riducono a stare su Youtube ad ascoltare presunti rapper, sconosciuti ai più, che vomitano testi improponibili o sedicenti cartomanti che, oltre alle carte, non sanno mettere assieme due parole per farsi capire…tutto per farsi due risate, grasse e snobbine, dall’alto delle sue tre lauree…

Ieri sera invece il bastardone faceva una ricerca di tutt’altra natura… (appurato con lavoro di intelligence informatica dopo che il fedifrago digitale è andato a letto…)

Allora che sia chiara una cosetta!!!

Uomini che fate la stessa cosa che ha fatto mio marito ieri sera…, tanto per mettervi al corrente, noi donne non siamo poi così cretine…pollastre sì, ma cretine no.

Quando, voi uomini, chiudete una pagina internet dai contenuti discutibili, se aveste un minimo di furbizia in più, andreste almeno a cancellare le pagine incriminate dalla cronologia dei siti visitati…

Ma noooo dite… tanto chi se ne accorge… la cosa meglio nascosta è quella lasciata in bella vista e bla bla bla…

- Tsk Tsk! – come direbbe Pippo e poi – Sgrunt! – come direbbe Paperino!

Una volta nascondevate il giornaletto “Le ore” sotto il materasso, oggi guardate siti porno e manco vi scomodate a non farvi beccare!

Si, avete capito bene signore, ho pescato, seppure in differita, quel porco di mio marito a guardare una zozzetta che si toglieva le mutande e se le infilava nel suo stesso orifizio… (quello generatore per intenderci), un’artista, a suo modo…

E ho pensato – … ma che c’avrà più di me sta zozzetta? -

- Quel pezzo di merda… una mancanza di rispetto così… devo fargliela pagare a quel bastardo… Ma sarò più brava di lui, non gli dirò che l’ho scoperto, sarò molto più subdola…glielo farò scoprire pian piano, la vendetta è un piatto che va servito freddo – ho pensato a caldo…

Nel frangente che la rabbia montava, ho visto quello che la zozzetta faceva all’attore maschile nel filmato e oltre a provare un certo languorino o meglio “voglia di qualcosa di buono” (tipo la contessa dei Ferrero rocher che poi, pure lei, mica ce l’aveva allo stomaco il languorino…), ho avuto un flash illuminante…

Perché chiamiamo i nostri uomini porci se guardano ‘ste cose?

Perché ce la prendiamo così tanto con loro?

Perché ci sembra un’offesa da lavare col sangue de ‘sti poracci?

Perché guardano con lussuria (ossia sbavando) altre donne e ne immaginano di goderne le lubriche attenzioni… mi direte voi

Ma noi non facciamo lo stesso lasciandoci avvincere dal bondage di Christian e Ana? Non vorremmo essere noi a firmare il contratto che Ana firma perché Christian ci faccia tutte quelle belle cosette, da emerite sottomesse che vorremmo essere?

Ma allora …non è la stessa cosa? Perché usare due pesi e due misure? Perché accusarli di porchitudine quando ne siamo affette noi per prime?

E se nelle previsioni più rosee, i nostri uomini desiderassero che fossimo proprio noi a fargli quelle cosette lì…?

Ebbene signore dopo questa accurata riflessione il video me lo sono guardato attentamente anch’io ... certo mettere in pratica quelle cosette andrebbe oltre i tempi consentiti per le nostre prestazioni usuali…però a turno una cosetta alla volta si può fare…

E per ottemperare in pieno la par condicio io e mio marito abbiamo lanciato la monetina … la sorte ha voluto che iniziasse lui…pazienza…mi sottometterò (ops) con sacrificio alla sua volontà…

Per i più curiosi… lui preferisce la cera bollente ma a smorzare la candela ci ho pensato io…

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Gordiano Lupi, "Calcio e acciaio"

3 Maggio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

Gordiano Lupi, "Calcio e acciaio"

Calcio e acciaio

Gordiano Lupi

Acar edizioni, 2014

pp 193

12,50

Il problema con la vita è che, anche quando non cambia mai, cambia continuamente.”

Un romanzo dove accade ben poco, Calcio e acciaio di Gordiano Lupi, incentrato su un proustiano ricordare, una madeleine che rimanda a piene mani al precedente libro dell’autore, il bellissimo Alla ricerca della Piombino perduta. Anche qui la nostalgia è la cifra principale, permea di sé tutte le pagine in modo straziante.

Giovanni è tornato a Piombino per ammalarsi di ricordi. Quando la realtà non è come la vogliamo si finisce per rifugiarsi nel passato.” (pag 77)

L’autore dissemina se stesso, spalmandosi sui vari personaggi, Giovanni in primis, ma anche Marco, Gino, Paolo, Paola, i quali hanno tutti il vizio di ricordare, di non adattarsi alla realtà quotidiana ma cercare qualcos’altro, qualcosa che doveva essere e non è stato, qualcosa che non potrà essere mai più.

Giovanni si scopre a pensare che forse non gli manca tanto il Cinema Sempione, quanto il sapore di giorni che non possono tornare, quando tutto era ancora incertezza e scoperta del futuro, quando le immagini sul grande schermo erano i suoi sogni occhi aperti. Proprio così, come un gelato assaporato ancora oggi che non conserva il gusto del passato, pure se lo compri nella stessa gelateria della tua infanzia. Sa di cose che non possono tornare. Sa di rimpianto.” (pag 94)

Tutti i personaggi hanno gusti, manie, interessi riconducibili all’autore, dal calcio, al cinema, alle letture, a Cuba, e in loro è fortissimo lo scarto fra ideale e reale, la freccia puntata verso l’alto – dove il reale è sempre e comunque perdente - che è la caratteristica più tipica del Romanticismo. È gente, questa, che “il filo dell’orizzonte se lo porta negli occhi”, perché ciò che possiede non gli basta mai, non si accontenta del presente ma languisce nel rimpianto, in un bisogno sempre inappagato, sempre spostato in avanti o indietro.

Giovanni, il protagonista, è un ex calciatore di fama nazionale che ora, a cinquant’anni, allena la squadra del Piombino, città dove è nato e cresciuto e dove sono conservati tutti i suoi ricordi. Giovanni è un uomo aspro perché fragile, un uomo che conosce la solitudine terribile di chi si sente solo in mezzo agli altri, solo mentre mangia una pizza con gli amici, solo mentre fa sesso con una compagna della quale non è innamorato. Forse, paradossalmente, è meno solo quando passeggia senza nessuno sulle scogliere da cui si vede l’isola d’Elba, mentre osserva i gabbiani in volo, ascolta il loro strido intriso di salmastro, tocca le foglie carnose del fico degli Ottentotti pensando a una squadra da allenare per un campionato di basso livello. Ci sono i ricordi a tenergli compagnia, i volti e le voci del passato, ma la nostalgia è dolceamara, insopportabile. Ricorda il tempo che fu, i sogni perduti, gli amori e, soprattutto, la giovinezza che non tornerà mai. Di questo è acutamente e dolorosamente consapevole: le occasioni sono sfumate, i treni sono passati e i giorni da vivere non sono più così tanti.

Mi trovo spesso a pensare che siamo i protagonisti di una storia che sta finendo, confinati in un angolo d’ombra, viviamo del nostro passato, piangiamo sulla nostra vita.” (pag 108)

Soprattutto, ciò che è stato non sarà più e il dolore, misto a una solitudine lancinante, è insostenibile.

Da bambino Giovanni viveva in una casa che era al di sotto delle possibilità della famiglia, una casa dove lui non aveva nemmeno una camera sua, ma che era intessuta di voci, di sapori e ricordi. Là, a pochi passi, abitava il nonno, responsabile del mondo fantastico di Giovanni/Gordiano, della sua capacità affabulatoria, della cattiva abitudine di sognare; là suo padre cenava con le spalle al mostro dell’acciaieria, fumoso, grigio, maleodorante, pronto a insanguinare il cielo con un falso e ferroso tramonto. L’orizzonte del cortile era limitato ma conosciuto e amato. Era il suo orizzonte.

Al limitare dell’orizzonte l’industria, la colata continua, l’altoforno che bruciava i residui ferrosi e regalava un tramonto innaturale che colorava il cielo di rosso ad ogni ora del giorno.” (pag 56)

Ora Giovanni sta nella villa di Salivoli, quella dei sogni di ragazzo, ma tutto ha perso sapore, le giornate trascorse senza l’impegno del calcio sono vuote, aride, deprimenti. Il tempo dà valore alle cose, alle memorie, anche a quello che bello non era; tutto ciò che è stato, solo perché non c’è più, anche gli affanni, anche il degrado, anche la provincia sonnolenta e immota, anche la noia, diventano desiderabili, diventano la madeleine inzuppata nel tè in grado di sprigionare un’esplosione di reminiscenze.

Ci sono momenti in cui i sogni del passato si scontrano con la realtà per poi tornare nuovamente sogni nella prospettiva del ricordo, come a pagina 55, dove lo schema è SOGNO>REALTA’>SOGNO.

La maestra spiegava le guerre puniche , mentre fuori si cominciava a intuire la primavera tra il salmastro delle tamerici e i primi fiori delle agavi spinose. Giovanni lasciava correre la fantasia. La storia con tutte quelle date e battaglie da imparare a memoria non gli interessava proprio. Era un po’ come la matematica, in fondo. Se ne poteva fare a meno. Fantasticare no, invece. seguire i sogni che volavano dietro i raggi di sole, immaginare il volo di un gabbiano nei colori dell’arcobaleno, veder partire navi pirata dalle scogliere a picco sul mare. Quelle erano le cose davvero importanti. La maestra spiegava e lui vestiva i panni di un soldato romano, gladio in pugno, a combattere in un’immensa pianura africana. Era il centurione Giovanni e partecipava alla distruzione di Cartagine. Agli ordini di Publio Cornelio Scipione detto l’Africano. Fuori dalla scuola come sempre incontrava la realtà. C’era soltanto il nonno ad attenderlo. Nessun generale cartaginese. Nessun console romano. Niente di niente. Soltanto il nonno.”

Il sogno non ha età, non ci molla mai, non ci lascia in pace. Non è vero che invecchiando si smette di desiderare, di ambire, di fantasticare. È questo a fregarci, a far sì che Giovanni, impotente a resuscitare il passato, malinconico, infelice, veda se stesso nella giovane promessa marocchina Tarik, identificandosi nelle sue speranze ma anche nella sua nostalgia verso il proprio paese abbandonato.

Giovanni non ha dimenticato. Lo sa che non deve rinunciare ai sogni, in ogni momento della vita ce ne sono, pure quando tutto sembra finito.” (pag 63)

La fantasia di Giovanni/Gordiano è accesa, inarrestabile, nutrita da racconti e letture eterogenee, che spaziano da Carolina Invernizio alle fiabe dei fratelli Grimm, dai fumetti a De Amicis. Calcio e acciaio è bagnato dagli spruzzi delle onde, percorso dalle grida degli uccelli marini, intriso di salsedine e rimpianto, procede avanti e indietro fra passato e presente, passa dalla terza alla prima persona facendoci piombare dentro i personaggi per poi riuscirne, come un cormorano che si tuffa in mare e dopo riemerge. Le ripetizioni seguono il fluire di una narrazione che avanza spossata, estenuata, eppur scorrevole. I termini sono quotidiani, semplici, riacquistano la valenza primigenia che dovrebbero avere, spogliandosi dell’abuso e dell’iperbole, come fossero anche loro tornati indietro nel tempo, a quando i campi di calcio erano sterrati, al cinema si mangiavano seme e noccioline invece di pop corn, e lo sballo consisteva nel masticare lo stesso chewing gum dall’alba al tramonto.

Troppi sogni seppelliti tra le buche del cortile. Troppe cose impossibili da dimenticare.” (pag 579)

Sì, non si può dimenticare Piombino, non si può dimenticare il passato. E allora, alla fine, c’è la quadratura del cerchio, o, meglio, la sua chiusura, il loop, l’uroboro. Piombino non si dimentica e diventa “il punto di arrivo e non la fine del sogno”. Si torna indietro, si riscoprono le radici, si riannoda il filo della memoria valorizzando l’essenziale, smitizzandolo e riappropriandosene nel quotidiano, guardandoci intorno e recuperando quello che c’è di buono, ritrovando il futuro. Finché c’è vita, finché si respira, si va avanti.

Non potrei dimenticare il profumo di questa terra che conserva tutti i miei ricordi. La scogliera nei giorni d’estate, la maglietta sudata dopo una partita di calcio su un campetto improvvisato, la merenda pane burro e marmellata davanti a un fumetto, la canna di bambù divelta per strada in via Amendola dove adesso costruiscono case, il palazzo della sirena e le leggende inventate dal nonno, la spiaggia del Canaletto con il fossato a cielo aperto, maleodorante e romantico sogno del passato. No, non potrei dimenticare Piombino.” (pag 160)

Gordiano Lupi, "Calcio e acciaio"
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Ma sti uomini... cosa vogliono?

2 Maggio 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Ma sti uomini... cosa vogliono?

Non dovrei caricare la lavatrice di sera. Mi vengono in mente pensieri strani. Ma il potere di dominare il tempo non è concesso all’uomo. Tantomeno alla donna. Ancora meno (quasi per niente) a una donna bimadre, lavoratrice e per sua natura incline a incasinarsi con disinvolta facilità.

Perciò ieri sera, addormentata la prole, sto attendendo alla selezione dei colori quando mi perviene il richiamo del marito già allettato (sotto le pezze) e probabilmente allettato (da sue intriganti prospettive…)

”Aspettami, arrivo tra poco” faccio io. Immediatamente mi immagino pronunciare queste parole un po’ come una dichiarazione di guerra, una sfida lanciata con l’occhio languido, appoggiata all’uscio della camera da letto (come se al posto del pigiamone di pile infilato nei calzettoni di Hello Kitty indossassi un completino di pizzo e trasparenze appena scartato dalla confezione). Poi penso che di solito anche la sfida languida comporta una mezz’oretta di attesa che nelle ipotesi più probabili prevede che lui si è già addormentato e che io (ma non credo di essere la sola) di conseguenza, dispiaciuta ma non troppo, continuo imperterrita con le faccende domestiche…(tutto questo alle undici di sera naturalmente).

Comunque devo essere in vena di fantasticherie perché mi vengono pensieri tipo “…Quante cose si possono fare sulla lavatrice? Qual è la posizione che si sposa meglio col ritmo della centrifuga finale?”

A tal proposito mi ricordo di una scena raccontatami da una mia amica, una tipa alquanto ruspante, che vedeva lei e il suo fidanzato del momento intenti a soddisfare il proprio piacere nel bagno, sulla lavatrice in moto:

- Allora io stavo davanti, abbracciata alla lavatrice ed ero tutta un fuoco quando lui, da dietro, mi raccontava all’orecchio quello che mi voleva fare e il solo fatto che potessi arrivare alla gioia (?!?)…sbattuta come i panni della lavatrice mi faceva impazzire.

- Ahahaahaa la gioia (ho appreso dopo che è un termine che usa un noto psicoterapeuta che scrive di sesso su un settimanale) …sbattuta come i panni della lavatrice – avevo ripetuto io senza rendermi conto che mi guardava sbigottita perché la prendevo in giro.

- Sì – aveva ripreso - non hai idea della gioia (!!!) che si raggiunge…solo che a un certo punto, coso…come si chiamava… Gianni … forse… vabbè, siccome che era un tipo preciso e voleva sempre tutte le cose fatte per bene…e mentre io ero abbracciata alla lavatrice…

- Aspettando la gioia… – incalzavo io (perché “gioia” scusate ma nun se po sentì!!!).

- …mentre ero abbracciata alla lavatrice e cercavo de vede’ come funzionava la cosa…me so accorta che lui guardava verso il gabinetto…che stava dopo il bidè che stava dopo la lavatrice.

Allora io me impegnavo de più, quasi quasi me sbattevo più io della lavatrice ma lui continuava a guarda’ il gabinetto. Allora me alzai un pochetto senza perde l’impegno e vedevo che col piede cercava de mette a posto il tappetino del cesso. Allora io furba per evità de perde la gioia me so data uno slancio forte che col piede l’ho messo a posto io il tappetino e così poi è finita bene!!! -

Sorriso a trentadue denti finale.

Sì, avete capito bene. Prima le aveva riempito la testa di immagini eccitantissime e poi voleva mettere a posto il tappetino del cesso mentre lo facevano sulla lavatrice…beh a questo punto la domanda sorge spontanea diceva Lubrano:

…ma sti uomini cosa vogliono?

Pure i polli (noi pollastrelle non sempre…) hanno capito che la loro testa è popolata da immagini…immagini hard …immagini hot che prevedono posizioni di fianco, sotto, sopra, di dietro, ecc., hanno i colori vivi in testa loro…

Ma come si spiega allora il tappetino?

La risposta è che non lo so; fatto sta che gli uomini riescono a tenersi in testa tutte queste cose insieme. A noi donne tocca come al solito faticare di più. Quindi attenzione e impegno nel separare certe cose come facciamo coi colori dei panni in lavatrice e ricordiamoci che le

DONNE (quelle col completino di cui sopra), tessuto di qualità superiore, mai e poi mai vanno mescolate con i seguenti capi:

a)moglie – crocerossina che gli fa anche da madre (… Edipo proprio no eh!)

b)moglie in tutte altre faccende affaccendata…specie quelle di casa (a meno che non usi gli elettrodomestici per gli scopi di cui sopra)

c)mamma chioccia che a letto parla di vaccinazioni e di aerosol

Sennò finisce che i maschietti si fanno il bucato a mano…!!!

P.S. per i più curiosi: no, ieri sera poi non si è addormentato.

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Batton Story - Le impiegate stradali (1976) di Mario Landi

1 Maggio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Batton Story - Le impiegate stradali (1976) di Mario Landi

Batton Story - Le impiegate stradali (1976)

di Mario Landi

Trash fin dal titolo questa commedia sexy di Mario Landi, che comincia come uno scolastico, prosegue come un mondo movie all'interno della prostituzione, per finire in pochade alla Feydeau con tanto di bagarre. La pellicola - modesta e girata con poco brio - presenta anche momenti da blando prison movie, o meglio da women in prison, durante il soggiorno in guardina delle prostitute che devono vedersela con perquisizioni eseguite da secondine lesbiche. Tutto è lasciato all'intuizione del pubblico, comunque. Batton Story è una commedia (meglio dire farsa) sexy molto casta, sceneggiata con poche idee e con ancor meno scene di nudo. Femi Benussi stupisce tutti perché è vestita per l'intera pellicola, nei panni di una professoressa che si prende a cuore i problemi delle prostitute e vuol fondare un sindacato a tutela dei loro diritti. La Benussi si presenta come professoressa perbenista che intrattiene gli scolari su quanto sia disdicevole esercitare il mestiere più vecchio del mondo. Cambia idea quando viene arrestata per sbaglio durante una retata di lucciole e deve passare una notte in guardina con le compagne di sventura. A quel punto decide di mettersi alla guida di una lotta grottesca contro i papponi, stringendo una forte amicizia con Marisa Merlini - la veterana del gruppo - e Mariangela Giordano, la più nuda delle prostitute. Toni Ucci è il capo dei magnaccia, il suo personaggio si caratterizza per l'impotenza, perché non riesce a congiungersi carnalmente con la Giordano neppure recitando, travestito da Sandokan, Antonio, Tarzan e altri personaggi famosi. La Benussi ha un fidanzato (Gianni Dei) figlio di un ministro potente (Cajafa) e punta su di lui per rivendicare diritti e regole a favore delle protette. Una delle sequenze più trash vede una riunione di battone che brandiscono cartelli con sopra scritto: "Puttane di tutto il mondo, unitevi!", "Papponi go home", "Basta pappare, papponi!"... infine chiedono un referendum per abolire i protettori. Pure la riunione sindacale dei papponi non è meno ridicola, divisi come sono tra meridionali (vorrebbero fare un cappottino di cemento alle battone) e veneti (propongono la serrata del sesso). Lo scontro tra puttane e papponi giunge a vie di fatto, con sganassoni mollati a tempo di tango, secondo regole da farsa western, e alla fine sono i papponi ad avere la peggio. Landi cita Roma a mano armata di Umberto Lenzi, nei flani che campeggiano in una manifesto murale, non sappiamo quanto volutamente. Il film vorrebbe essere un'accusa al perbenismo borghese, ma è troppo fiacco per lasciare il segno, tra liti artefatte e dialoghi posticci che vedono protagonista la coppia Benussi - Dei. La parte finale a casa del ministro è da farsa sexy, grottesca e carente di tempi comici, infarcita di battute qualunquiste sul governo e sulla politica italiana. Spunta fuori anche un arabo che risolverà i problemi del governo solo se potrà disporre di duemila puttane italiane ogni anno. Film di fantapolitica, se si vuole, perché le ultime sequenze presentano un telegiornale dove si dichiara abolita la Legge Merlin e legalizzate le prostitute come "impiegate del sesso", alle dipendenze dello stato. Mario Landi è uno dei rari casi di regista che ha dato il meglio di sé in televisione. Batton Story segna il punto più basso della della sua mediocre produzione.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Le italiane lo fanno? Meglio...?

30 Aprile 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Le italiane lo fanno? Meglio...?

Questo blog nasce dall’interesse della sottoscritta per un certo tipo di letteratura che molte di voi conosceranno: la chick lit, ovvero la “letteratura delle pollastrelle” in compagnia del genere erotic. Per intenderci, 50 sfumature di…, mi piace lo shopping e compagnia chiocciante…

Un paio d’anni fa o forse tre, passeggiando in spiaggia con un’amica, notai la presenza delle “sfumature” sotto numerosi ombrelloni; all’epoca non vivevo nel culto del best selling (neanche adesso per la verità) e chiesi alla mia amica: “Ma che so’ queste sfumature?” e lei, ammiccante: “Ma come non lo sai? Parla de una che fa sesso “strano” col proprio uomo, uno bello, ricco, figo…”. Di punto in bianco si fermò, dovette cogliere nei miei occhi qualcosa che prese per disapprovazione e si affrettò a precisare che, sì, ci aveva dato un’occhiata anche lei, così per curiosità, non perché fosse interessata, no, lei non era proprio quel tipo di donna, sia chiaro, non sarebbe mai stata capace di fare certe cose, il sadomaso, poi, certo che no!

Le sorrisi e farfugliai qualcosa di distensivo e rassicurante; passammo a parlare degli innumerevoli effetti terapeutici dell’aria di mare. Ah che bello respirare l’aria di mare…ma io ero ancora più incuriosita e nella mia testa una vocina chiocciava: “Se… se… come no…?”

La definizione di “sesso strano” mi fece venire in mente dapprima il film di Verdone Viaggi di nozze dove alla domanda “O famo strano?” i due protagonisti iniziavano una scena di sesso che a confronto i documentari sull’accoppiamento degli animali di Piero Angela risultano più eccitanti.

Allora per colmare la mia completa ignoranza sull’argomento, passai a comprare il primo romanzo della saga e dopo averlo letto, a capire perché le mie amiche sentissero il bisogno di scambiarsi innumerevoli commenti e battutine su Facebook, con tanto di faccine smile e strizzate d’occhio, di dirsi cose all’orecchio con tanto di risata di soddisfazione finale.

E nonostante il mio sforzo di partecipare a quell’entusiasmo tutto al femminile, mi sentivo sempre il Calimero della situazione che, escluso, si ripeteva è un’ingiustizia però… Quel fastidioso isolamento da Calimero mi ha portato in fasi diverse della mia vita a chiedermi perché la lettura di quelle scene rappresenti per molte un mondo lontano che non fa parte della vita reale, in cui capita di entrare ogni tanto in punta di piedi, senza farsi vedere da nessuno.

Un segreto…da condividere solo con chi ne capisce il perché. Ecco è a questo punto che mi sono fermata io e mi sono detta ma perché mantenere questo segreto??? Quasi che fossimo esseri asessuati, incapaci di formulare delle “nostre” fantasie sessuali…e soprattutto di parlarne liberamente… e non perché influenzate da considerazioni altrui ma da quello che pensiamo “noi” di noi stesse.

Questo blog grida vendetta! Vendetta contro noi stesse … fidanzate, sposate, divorziate, conviventi, mamme, mogli, zie, nonne, imprigionate nei nostri ruoli quotidiani e incapaci di sentirsi più donne perché sennò il senso di colpa ci mangia… E da questo lungo elenco non sono escluse le donne che assecondano l’istinto di liberalità sotto le lenzuola di casa (il che non fa male a nessuno sia chiaro!!!) ma che si preoccupano di dare un’immagine pubblica pudica e quasi di santa. Anche in questo caso non c’è un condizionamento interiore minore rispetto alle prime dell’elenco.

Questo blog ci invita a spogliarci…in tutti i sensi e a riscoprire le nostri origini selvagge almeno in un posto…a letto con i nostri uomini.

Questo blog siamo noi donne che ci raccontiamo le “nostre” fantasie…ma non all’orecchio…

Questo blog non è per uomini…anche se saranno tanti quelli che scriveranno le peggio porcate sotto mentite spoglie femminili (dalle quali possiamo solo imparare!)

Questo blog è per dirsi la verità, quella che ci fa mettere le mani davanti agli occhi…

Che ne dite…siete pronte per mettervi a nudo?

Prossimo post: Ma cosa vogliono…gli uomini?

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Le avventure di Richard: parte prima

29 Aprile 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #racconto

Richard era un ragazzo semplice. Veniva chiamato, tante volte, idealista. Se ne stava rinchiuso nella sua stanzetta a sbadigliare. Era visibilmente annoiato. Aveva delle penne, dei colori, dei pennarelli, una bizzarra luce da scrivania, un quaderno a righe, una maglietta bianca. Passavano i secondi, passavano i momenti, scorrevano le mani su tutti i fogli, annotava i suoi pensieri. Si stancò e si mise a letto. Sognò. Non un normale sogno (quello lo possono fare tutti), un sogno bello. Un sogno che non si può rubare. In effetti, quando si svegliò, era come frastornato, pericolosamente pensieroso. Era seduto sul letto e cercava di mettere in ordine i pezzetti del suo sogno. Cercava incessantemente, con le mani, di riordinare gli attimi come si ordinano i cassetti. Passò la mano tra i capelli. La fronte era sudata, inzuppata di sudore. Gli occhi a fessura. Si alzò, iniziando a ripensare al sogno. Dialogò col suo incubo. Ogni Memoria porta un meraviglioso incubo. Il sogno che ne venne fuori fu un barlume di sincerità, di semplicità, con un pizzico di follia (quella ci vuole). Il sogno di Richard, per quanto potesse sembrare quantomeno assurdo, era suddivisibile in tre parti. L’arrivo, il contenuto, il dialogo. Richard partiva per un viaggio. Partiva per un posto che non possiede nomi. Al suo arrivo una distesa enorme di fiori. Il terreno era perlopiù pianeggiante, con brevi avvallamenti che davano l’idea di increspature del mare in tempesta. I fiori parlavano agli occhi, cantando la luce del sole. Senza perdersi in chiacchiere, Richard, ricordava soprattutto le conversazioni con la gente del posto, specialmente quella avvenuta con una persona vestita stranamente da monaco, la loro linfa dialogica. Una di queste faceva così: “Ti sei mai guardato indietro? Hai mai visto il riflesso del tuo passato su una pozzanghera di tempo? Lo so, il tempo è prezioso, ma anche la conoscenza è preziosa. È preziosa al punto tale da trasformare la tua consapevolezza. Prende parte al gioco degli attori. Non perdiamo tempo. A volte, per troppe volte, un secondo può salvare la vita. È così. Punto. Complicare peggiora le cose. Le peggiora al punto tale da portare le persone a trovare marchingegni assurdi, al limite del paradosso, per fare qualsiasi cosa. Troppe volte si trova una giustificazione per la miseria. Ognuno di noi vorrebbe che nella vita e non solo sulle strade, ci fossero i segnali, per sapere quando proseguire, quando girare o quando dare la precedenza. Qui funziona in questo modo. Abbiamo un’Aula che può contenere al massimo duecento persone. Queste persone le votiamo noi. Ogni loro decisione deve basarsi su alcuni principi fondamentali. Il primo è il Principio del Cielo. Il cielo è sempre uguale a se stesso ed ogni nuvola segue lo stesso andamento delle altre. Dunque ogni regola deve essere scritta e fatta approvare da ogni abitante. Ogni luogo è vigilato dalla nostra coscienza, dalla nostra consapevolezza. Non abbiamo bisogno di un esercito. A scuola non siamo stati indirizzati verso certe scelte, ma gli insegnanti hanno cercato di introdurre nel nostro modo di pensare una via del pensiero libera, votata al pensiero creativo. Non esistono Ministeri, ministri o cardinali. Ogni scelta riguardante l’educazione dei figli, l’alimentazione, la salute, viene presa in famiglia. La famiglia è il nucleo. Non esistono leggi contro la libertà, contro il pensiero o la sua naturale formazione, contro la vita. Non esistono però persone con secondi fini, con cattivi intenti. La Malignità, l’Odio, il Risentimento, sono presenti da voi per colpa di secoli di comportamenti sbagliati. Da voi non c’è libertà anche perché la consapevolezza è relegata dentro poesie, fiabe, favole, novelle. Dovete scardinare voi stessi per ritrovare una meta tranquilla. Dovete abbassarvi e guardare tra la fessura delle sbarre ed il sole accecante. Dovete trovare l’alba, non il tramonto.” In fin dei conti, tutto questo, non sarebbe stato importante, ma l’Universo che ruota attorno alla Persona, prevede parecchi lineamenti e tormenti, e questo fa in modo di far addormentare le menti. Offusca lo sguardo al punto tale da provare istintivamente una sottile colpa. L’incontro con quella persona lo ha scosso profondamente, le sue parole suonavano come pugnali vibranti e impietosamente dicevano: “Ogni tramonto ricorda la perdita di un giorno, ed ogni giorno non è una cosa semplice... Devi ricordarti, devi narrare a te stesso che ogni giorno ricorda di aver perso un sogno ed un soggiorno interiore. La notte è un discorso diverso, ha natura propria. La notte ha delle sfumature che il grigio non può far svanire. La notte è l’incontro con se stessi, Un Monologo che riassume un dialogo profondo. Non si può paragonare uno specchio ad un pettine. Se la notte si ribella, il giorno non deve avere timore. La notte è come la sabbia: se ne va se non la tieni bene stretta tra le dita. Ma la notte accoglie tutti, anche i diseredati, gli esclusi, i pianeti che non ruotano come tutti gli altri. La notte ha una sua ragione, è il tramonto della razionalità.” Richard volle concludere il suo sogno con questa ultima riflessione di quello strano personaggio che parlava sempre: “Noi non possiamo insegnare a voi la Bellezza che sentiamo, che proviamo, dopo il fiorire di ogni alba. Nessuno può insegnare la Bellezza. Nessuno può però distruggerla. Voi l’avete distrutta, ridotta in brandelli sanguinanti troppo spesso. La Bellezza va curata. Senza di essa non c’è strada verso la consapevolezza. Ma dovete dimostrarvi convinti. Dovete cambiare il vostro modo di pensare. Dovete annullare le certezze. Dovete copiarci, forse. Ma dovete fare qualcosa. Anche trovare un limite, portarlo a magnificenza e abbatterlo, sarebbe un gesto. Ma dovete imparare dai vostri errori, ed anche dai nostri. Voi avete migliaia di anni di Conoscenza e li buttate al vento. I vostri nonni cosa vi hanno suggerito sul letto di morte? Vi hanno detto di sperperare la ricchezza? Cosa vi è balenato in mente? Perché avete ridotto quello che era il vostro unico mondo, ad un insieme di tiepidi agglomerati? Noi, tutti gli abitanti, confidiamo nella natura umana. Ha fatto tante cose veramente grandiose. Ha costruito, si è sostituita all’immane potenza del Creatore, sfidandolo sul campo della natura. L’uomo che non abita su quest’isola può fare la differenza. Ma non la farà, ne sono quasi certo. La Storia è ciclica.” Richard stese in silenzio, aspettando il momento in cui dalle rocce potesse uscire un nuovo Polifemo da ingannare. In realtà il trucco non sempre appesantisce, talvolta aiuta alla sopravvivenza. Le furbizie hanno vita breve se manca la linfa. “Pensare sempre alle conseguenze.” Pensò Richard, rinchiudendo gli istanti di vita dentro un vaso di terracotta.
FINE.

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Crollano i cieli

28 Aprile 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #poesia

Crollano i cieli

Nuovi paesi

morsi da un cancro

fatto di oro

Nuovi paesi

senza problemi

che con i soldi

risolti e voilà..

Tutti ingranaggi

da controllare

e sistemare

in un tempo oscuro..

Strategie nuove

fatte di prassi

liberamente

serenamente

pensando a niente

senza note stonate...

Nuovi paesi

fatti di fuoco

simboli neri

dentro raccolte

Nuovi paesi

che con i soldi

fatti di fuoco

e simboli neri

Liberamente

Serenamente

spazi aperti

dentro coscienze

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In giro per l’Italia: i vini di Romagna

27 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #saggi

In giro per l’Italia: i vini di Romagna

Foto e testo di Franca Poli

Facendo anticamera dal medico come mi è successo di frequente negli ultimi tempi, mi è capitato sotto gli occhi in sala d’aspetto una delle pagine del mensile La Piazza di Romagna del mese di febbraio, un periodico locale, in cui ho trovato un interessante articolo che parlava di vini. Un argomento che, chi mi conosce, sa quanto mi appassioni da sempre. Unendo le mie conoscenze a quanto appreso, ho scritto questo pezzo da proporre alla vostra attenzione:

"Un po’ di storia,un po’ di curiosità, un po’ di fantasia sui vini di Romagna"

E’ impossibile parlare di buona tavola senza parlare anche di vino. Un binomio che va a braccetto, perché il vino è da sempre una componente fondamentale della nostra cucina e della cucina di tutti i popoli del Mediterraneo fin dai tempi più antichi. “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere” diceva Charles Baudelaire. Già perché il vino è capace di scoprire il vero pensiero degli uomini e far rivelare la verità: “in vino veritas” e gli uomini lo sapevano fin dai tempi degli antichi romani.

Il primo dei vini romagnoli è indubbiamente il Sangiovese, il più antico come coltivazione e produzione delle nostre terre. Si ritiene addirittura che la celebre uva nera da cui si ricava fosse già conosciuta più di 2000 anni fa e utilizzata dagli Etruschi in Toscana dove lo stesso vino diventò poi “Brunello” o “Sangioveto” a seconda delle zone. L’origine del nome Sangiovese è contraddittoria: c’è chi vuole provenga da “san giovannina” che indica un’uva primaticcia, dato il suo precoce germogliamento che avviene già intorno a fine giugno, per San Giovanni appunto, e chi invece propende per l’origine più antica che lo vuole così denominato fin dagli antichi romani, che abbinavano il suo nome al colore rosso intenso del sangue di Giove “sanguis Jovis”. Una volta fatto re il sangiovese, la regina dei vini romagnoli è sicuramente l’albana. Primo vino bianco italiano a cui fu conferita nel 1987 la denominazione d’origine controllata garantita (DOCG), ha anch’essa origini antichissime. Citata fin dai tempi di Marco Terenzio (116-27 a.C.) nel suo “De re rustica", si dice che fu qui trapiantata dai colli albani e il nome deriverebbe appunto dal latino “albus” cioè bianco. La storia di questo vino, come tutta la terra romagnola, è strettamente legata agli antichi romani. La leggenda racconta che la famosa imperatrice Galla Placidia, assaggiasse l’albana durante una cavalcata sulle colline intorno a Ravenna, dove aveva la sua residenza. Il vino le era stato offerto in un rozzo boccale di terracotta e, dopo averlo gustato e trovato degno del palato di una regina, pare avesse esclamato “Non così umilmente ti si dovrebbe bere, bensì, berti in oro ” Da qui la fantasia dei produttori di vino romagnoli, che attribuisce a questo episodio, il nome della località di “Bertinoro”, famosa per i suoi vitigni e zona di elezione per la produzione dell’albana. Esiste un altro famoso vino proveniente dalle colline di Bertinoro, dal nome meno aulico dell’albana, ma più originale, è il “Pagadebit”, che in dialetto romagnolo significa che “fa pagare i debiti”. Questa denominazione è dovuta alla particolare caratteristica di resistenza a tutte le condizioni climatiche di questo vitigno che consentiva ai contadini di produrre vino anche nelle annate peggiori e di pagare così i debiti contratti.

Terra di buontemponi e di buonumore la Romagna e non so se questo sia da addebitare anche alla vasta produzione di vini. In queste zone da sempre viene preservata e incentivata la coltivazione di vari vitigni anche meno conosciuti che danno ottimi vini come il “Rambela” o il “Burson”, dal soprannome del suo scopritore (tira burson in dialetto significa cavatappi). Quest’ultimo vino, in occasione di una competizione nazionale per esperti del settore, tenutasi nel novembre scorso, ha sbaragliato nomi eccellenti come aglianico, primitivo, amarone e barbaresco. Alla faccia!

Dopo aver trattato origini latine,essere passata attraverso il dialetto locale, arrivo alle derivazioni straniere e non posso non ricordare un simpatico aneddoto legato a un soldato francese esperto conoscitore di vini che, arrivato in Romagna e assaggiato un ottimo bianco esclamò: “Très bien!” da qui il “Trebbiano” un altro fiore all’occhiello dei viticoltori romagnoli. Forse non tutti sanno che dal trebbiano un tale Jean Bouton, italianizzato Buton, ricavò il brandy più antico d’Italia, la Vecchia Romagna, che ottenne il Grand Prix con medaglia d’Oro all’esposizione universale di Parigi nel 1889. In realtà, leggende a parte, la vera origine del vino trebbiano DOC, dal caratteristico colore giallo paglierino, profumato e frizzante, di sapore asciutto e deciso, viene fatta risalire agli Etruschi e il nome deriva da Trebula città dell’Italia centrale e dal latino “trebulanus”. E’ tuttora un vino molto richiesto per esportazione, che non necessita di invecchiamento e si accompagna bene con molti piatti, soprattutto a base di pesce. Oggi è in gran voga per gli “happy hours” in quanto ottimo come aperitivo. Questo è un esempio di come cambi la moderna tendenza di valorizzazione del vino, mentre per gli antichi acquisiva un valore addirittura mistico. Le proprietà inebrianti lo connotavano in un’aura magica,religiosa addirittura, al punto da associare questa sublime bevanda al dio Dioniso. Il vino era un tramite dunque capace di mettere in contatto l’umano con l’aldilà, con il soprannaturale, un nettare che rendeva simili agli dei, offrendo l’illusione di eternità.

L’abitudine di bere vino è vecchia come il mondo. Fin dal libro della Genesi, si fa riferimento al vino,quando Mosè, terminato il diluvio e approdato finalmente a terra, pianta la vite e si ubriaca col suo vino. Le origini antichissime e il valore attribuito da sempre dagli uomini a questa bevanda vengono ritrovate fin dai documenti storici più antichi, citato ben 450 volte nella Bibbia, lo troviamo anche nel codice di Hammurabi dove erano previste pene severissime per chi adulterava il vino. Nei pressi di Ravenna, negli scavi archeologici del porto romano di Classe, sono emerse molte anfore vinarie in terracotta usate per la conservazione prima che i Galli ci facessero conoscere le classiche botti a doghe usate ancora oggi.

In conclusione pare innegabile l’importanza culturale del vino nella nostra terra di Romagna, di conseguenza ora capirete meglio quanto io, amante della storia, delle tradizioni e delle leggende e delle usanze della mia terra, sia affascinata da questo genuino prodotto dei nostri tralci, dunque non mi resta che alzare il calice e dirvi: "Prosit!”

Franca Poli

In giro per l’Italia: i vini di Romagna
In giro per l’Italia: i vini di Romagna
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Porca vacca (1982) di Pasquale Festa Campanile

26 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Porca vacca (1982) di Pasquale Festa Campanile

Porca vacca (1982)

di Pasquale Festa Campanile

Pasquale Festa Campanile è uno dei nostri registi meno considerati dalla critica contemporanea e attende ancora la giusta rivalutazione. Scrittore prestato al cinema, racconta le sue storie con garbo e umorismo, costruendo commedie sofisticate, interpretate da attori popolari. Porca vacca porta nel cinema di serie A la maschera surreale di Renato Pozzetto, inventata da Mogherini, ma di fatto strutturata dallo stesso comico, in un'interpretazione più intensa del solito. Siamo in piena Prima Guerra Mondiale, l'attore di avanspettacolo Primo Baffo (Pozzetto) viene reclutato e spedito in trincea dove fa i conti con le asprezze di un conflitto terribile, tra le doline del Carso, al confine con l'Austria. La pellicola si sviluppa come una storia d'amore e d'amicizia tra il soldato e due ladruncoli delle montagne, interpretati da Laura Antonelli e Aldo Maccione. Festa Campanile segue la lezione di Mario Monicelli e critica la grande guerra, sceglie di distruggere la retorica patriottica che da sempre riveste l'ultima guerra d'indipendenza, descrivendo orrori ed eccidi di un conflitto cruento. Il personaggio interpretato da Pozzetto è il più dissacrante, perché canta per tutta la pellicola canzoni patriottiche corrette in versione satirica, facendo capire la posizione del popolo verso il primo conflitto mondiale. Laura Antonelli è una scaltra truffatrice che si approfitta di un soldato ingenuo, finge di amarlo, fa affari con gli austriaci e finisce per essere violentata da un gruppo di soldati. Nonostante tutto sia Maccione che Pozzetto sono innamorati di lei e fino all'ultima sequenza sognano di vivere insieme, magari sposandola entrambi. Il gesto più coraggioso del film verrà proprio dalla donna, che farà saltare in aria una diga e morirà per compiere una missione suicida. Non è patriottismo, però, ma soltanto vendetta per la violenza subita. Festa Campanile racconta anche il teatro di avanspettacolo, un mestiere ingrato dove il comico è investito da improperi perché il pubblico vuol vedere soprattutto le gambe delle ballerine. Il potere consolatorio dell'arte, la funzione di sostegno e di sollievo al dolore nei momenti difficili è un tema caro all'autore. Ricostruzione storica perfetta, tra trincee, montagne, casolari sperduti, borghi di contadini, attacchi con il fucile, bombe che esplodono, soldati che scrivono a casa e temono la morte. Una pellicola comica che a tratti diventa drammatica, che racconta la vita, secondo la lezione della commedia all'italiana, a tratti soffusa di un tenue erotismo, in misura minore rispetto alla media dei lavori del regista. Il momento erotico più forte è quando vediamo in primo piano la mancanza di una donna, le avventure in casino con le prostitute e i fugaci incontri con ragazze di paese. Un film contro la guerra, ma al tempo stesso un film bellico, perché le sequenze di battaglia sono girate molto bene, i bombardamenti sono realistici e alcune scene acrobatiche risultano credibili. Campanile inserisce la goliardia tipica degli ambienti militari, gli scherzi feroci, che si alternano a considerazioni profonde: "Io vengo dalla guerra. Là si muore e basta", "Con la guerra non si capisce più niente. Non si sa chi nasce, non si sa chi muore...". Tra gli attori ricordiamo un valido interprete come Toni Ucci, soldato romano in trincea, autore dello scherzo feroce dei pasticcini alla merda. Dino Cassi, comico dei Brutos insieme a Maccione, si vede solo per una rapida sequenza. Sceneggiatura priva di buchi, anche se la storia perde di efficacia nella seconda parte, troppo sbilanciata sul versante sentimentale. Di grande effetto la frase finale: "Quando torna la Marianna la sposiamo tutti e due". Non tornerà più. I due patetici eroi lo sanno bene. Ottima la colonna sonora - dolce e suadente, mixata a motivetti satirici come L'arrotino - composta niente meno che da Riz Ortolani.

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In giro per l'Italia: Civita di Bojano

25 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Civita di Bojano

Anche l’amico Alessio Spina ha raccolto il mio invito a parlarci del suo paese e, nello specifico, ha voluto mostrarci con le sue fotografie, Civita di Bojano. “Il mio personale pensiero, è mettere in evidenza le suggestioni ambientali e le grandi potenzialità dei luoghi in rapporto allo stato attuale di degrado e di abbandono.” Mi scrive amaramente Alessio che ama la sua terra ma è costretto a vederla sempre più abbandonata dagli amministratori locali. Una terra piena di risorse turistico-ambientali che non sono mai state valorizzate dalla politica che, al contrario, ha privilegiato la speculazione di una fallimentare industrializzazione del territorio. A Civita di Bojano, oltre alla caratteristica struttura del borgo medioevale, sono visibili tratti delle fortificazioni di epoca altomedioevale e i ruderi del castello normanno. Il castello, le cui rovine si trovano nel Borgo di Civita Superiore, faceva parte delle fortezze demaniali dell'imperatore Federico II e veniva amministrato da suoi castellani di fiducia. Secondo documenti dell'epoca è probabile che i castellani lo tennero in affidamento fino al terremoto del 1456. Scarse sono poi le notizie di un riutilizzo del castello dopo questo disastroso evento, anche se non sono da escludere lavori di restauro voluti forse dal vescovo Silvio Pandone nel 1513. Dal punto di vista architettonico il castello presentava una pianta allungata e due recinti: uno a nord e l'altro a sud di un corpo di fabbrica centrale nel quale era la residenza del conte o palatium; il primo recinto o ricetto era separato dall'altro da un fossato artificiale scavato nella roccia. Il ricetto era poi collegato al resto della fortezza da un ponte levatoio che immetteva in un ampio corridoio delimitato da massicce mura in cui erano praticate tre aperture che controllavano il fossato e svolgevano un' importante funzione difensiva. Un'ulteriore cinta muraria, che fortificava il castello, si univa alla cinta merlata che racchiudeva l'intera cittadella; un insieme di mura quindi di cui ancora oggi si conserva la parte occidentale, parte importante (Giudecca) perchè al proprio interno erano sorte delle piccole abitazioni riservate ad una colonia di ebrei, giunti al seguito di Federico II. (Franca Poli)

In giro per l'Italia: Civita di Bojano
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