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Un giorno di ordinaria follia

28 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Un giorno di ordinaria follia

Suona il telefono e sul display compare numero privato. Non è un parente stretto, ergo il cuore accelera.

“Salve, sono dell’associazione culturale tal dei tali, la contatto in merito a quegli articoli che lei ha scritto.”

“Ah… ehm… guardi, non è che io sia proprio un’esperta dell’argomento, cioè… ho letto qualcosa… mi sono informata…”

(Oddio, per chi mi ha preso questo? Oddio, forse mi crede più di quel che sono, in fondo ho solo fatto qualche ricerca, ho letto Wikipedia, oddio non sono assolutamente all’altezza… stai a vedere che ho scritto un mucchio di cazzate e questo vuole sconfessarmi.)

“Vorremmo incontrarla di persona.”

(Ma che bisogno c’è? Ma non vi basta quello che scrivo? Cos’è questa necessità che hanno sempre i babbani di vedersi, d’incontrarsi, di bere un caffè insieme?)

“Ehm… ma per quale motivo, scusi?”

“Noi facciamo delle conferenze.”

(Conferenze???!!! Io?!!!!!) “Sa… io avrei un problema a parlare in pubblico…”

“Che vuole che sia! Ma non si preoccupi, siamo tra amici!”

(Ma io nemmeno tra amici.) “Mi dispiace, sono molto timida.”

Risata: “Eheh, le allestirò un confessionale, va bene?”

(Ha ragione Claire: i babbani non capiscono, non capiranno mai. E ridono. E mi tocca fingere di divertirmi anch'io.) “Ah… ah…”

“Le do il mio numero.”

(‘Cazzo me lo dai a fare? Non ti chiamerò mai!)

“Ci conto, eh, mi chiama?”

“Uuugh…"

“Allora quando ci vediamo?”

(Ma non ti voglio vedere, non ti voglio parlare, non voglio vedere nessuno, sto male anche solo a risponderti al telefono, odio il telefono, datemi una pala che mi scavo un buco e mi ci seppellisco.)

"Ok, va bene, la chiamerò".

***

Con mio marito andiamo a mangiare un panino fuori. All'improvviso, entra un gruppo di colleghi suoi che hanno scelto proprio oggi per festeggiare lì non so cosa. Me li ritrovo tutti schierati che ci fissano immobili e sornioni, sembra il tribunale dell’Inquisizione, l'imbarazzo esplode, non so più dove guardare, mi entra un giramento di coglioni a bestia, dico: "Vado a prendere un po' d'aria" e schizzo fuori a razzo senza salutare nessuno, mangio il panino all'addiaccio, su un tavolino bagnato di pioggia. Mio marito è costretto a lasciare gli amici, a raggiungermi con aria impietosita e compassionevole. All’aperto fa meno venti, la salsa verde si congela, le melanzane mi si fermano sullo stomaco, la mia autostima si sgretola mentre rimugino su cosa staranno pensando di là gli amici di lui.

***

E per concludere, alcuni consigli.

Ricorda che anche gli altri hanno paura, però non ne fanno un dramma.

Muoviti lentamente, fai tutto con più calma del normale. Tanto apparirai comunque schizzato.

Non restare impalato mentre ti fissano, tieni a portata di mano un giornale da sfogliare (alla diritta!) o un cellulare da cui fingere di inviare sms.

Se devi telefonare a qualcuno, preparati su un foglio le domande da fargli.

Se arrossisci e sei una donna, puoi sempre dire di avere le caldane. Sforzandoti, magari riesci a dimostrare più di quarant’anni.

Ogni tanto lascia che siano gli altri a provare imbarazzo per primi. Perché sempre e solo tu?

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IL MESSAGGIO DELL’IMPERATORE

27 Luglio 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL MESSAGGIO DELL’IMPERATORE

“L’imperatore ha mandato a te, a un singolo, a un misero suddito (…) proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte”.

Inizia così questo breve racconto di Kafka, all’insegna di un’eccezionalità; il sovrano, il “sole imperiale”, giunto alla fine dei suoi giorni, intende comunicare con un anonimo suddito, scelto in base a oscuri criteri. Si fa ripetere il testo dettato al messaggero che poi finalmente può partire. Nella reggia sono state abbattute le pareti per permettere a tutti i dignitari di vedere l’illustre morente. Da qui in avanti si insiste sull’impossibilità che il messaggero possa eseguire il suo compito; troppo grande il palazzo, troppi i corridoi e i cortili affollati da superare. Sempre nuovi spazi si frappongono tra il pur determinato inviato e l’uscita dall’immensa reggia. Questa situazione ci ricorda il paradosso di Zenone, usato per negare il movimento in una corrente della filosofia greca preplatonica. L’esempio del paradosso è quello di Achille e della tartaruga: in una ipotetica gara, l’eroe omerico non potrebbe mai raggiungere l’animale, poiché per farlo dovrebbe coprire la metà della distanza che lo separa da esso, ma prima ancora la metà della metà della medesima distanza e così via. In questo modo, si negava il movimento. Anche l’inviato non riesce mai a coprire la distanza necessaria; nemmeno è in grado di uscire dalle stanze gremite di cortigiani. Anche se ci riuscisse, ne troverebbe altre e poi ancora mille cortili. Inoltre, con il messaggio di un morto, nessuno potrebbe mai passare. Il movimento, ma anche la possibilità del comunicare, sono atti impossibili. Il sovrano ha atteso troppo per cercare un rapporto con il “basso”; il vertice, il sole, la città imperiale sono un mondo chiuso e autoreferenziale. Questo è il centro del mondo e sembra non sapere cosa farsene del mondo stesso. Ricordando in generale la poetica di Kafka, viene da pensare che non sia compito del potere parlare con i sudditi. Nemmeno quando il potere cerca una comunicazione con l’esterno, vi riesce. Il tentativo appare velleitario e patetico; forse il sovrano, conscio delle difficoltà estreme, si è deciso solo in punto di morte a compiere questo passo, non avendo ormai nulla da perdere.

Eppure le ultime parole del testo, rivolte al suddito, ci spiazzano: “Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera”. Si tratta di una conclusione distensiva e all’insegna della speranza. Il messaggio non può giungere, ma lo sconosciuto attende sereno e la sua mitezza è in netto contrasto con il caos del palazzo imperiale.

Ma su cosa poggia questa tranquilla attesa? Si tratta, evidentemente, di un atto di fede che non ha bisogno di prove concrete per credere.

Il cristiano Tertulliano ci ha lasciato a riguardo una frase bella ed enigmatica; "credo quia absurdum”. Credo poiché è assurdo. Credere con gli occhi della fede, dato che quelli della razionalità nulla vedono.

Si fa comunque capire che l’uomo attende il messaggio, dopo che si è spiegato che il messaggero aveva un compito ineseguibile. Perciò, stante questa impossibilità, come può il suddito sapere che dal remoto palazzo è in arrivo un testo destinato proprio a lui, “minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale” ?

Non può essere l’ingenuità di un animo semplice; deve esserci qualcosa a giustificare questa attesa. Forse un muto dialogo interiore si è svolto tra l’uomo e il sovrano (o il suo Dio); esiste allora anche un rapporto privo di intermediari, una relazione senza messaggeri, diretta e autentica. Qualcosa che non conosciamo deve essere avvenuto, un evento che si può solo ipotizzare, ma mosso da una forza enorme che va oltre i lacci e lacciuoli che spesso nella realtà imbrigliano ogni volontà positiva e fermano le buone intenzioni

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Elisabetta Calzolari, "Sguardi sull'acqua"

26 Luglio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Elisabetta Calzolari, "Sguardi sull'acqua"

Elisabetta Calzolari

Sguardi sull’acqua

Storie di guerra nella Bologna dei canali

Pendragon – Euro 14 – Pag. 190

Elisabetta Calzolari pubblica il suo primo romanzo con la bolognese Pendragon, dopo aver dato alle stampe una raccolta di racconti (Lungo la strada scritta, 2004) con un buon editore come Fernandel. Un romanzo corale ambientato a Bologna, luogo che conosce bene, composto dai ricordi della Resistenza e dalla vita quotidiana dei protagonisti, distrutta e lacerata dalla guerra civile e da un conflitto ancora lontano da finire. L’autrice si confronta con mostri sacri della narrativa italiana che si sono occupati di Resistenza, da Emilio Lussu a Cesare Pavese, passando per Elio Vittorini, Carlo Cassola e Beppe Fenoglio. E non sfigura per niente. Leggere la sua prosa forbita ed elegante, mai eccessiva, ma sempre misurata e consona alla materia narrata, equivale a veder scorrere sul grande schermo sequenze oniriche di Roma città aperta di Roberto Rossellini. Rivediamo Anna Magnani sconvolta, capelli al vento, rincorrere la camionetta tedesca che porta via il suo uomo per finire falciata dai colpi della mitraglia. verso un triste destino. Neorealismo narrativo che copre gli anni 1943 - 45, corredato da foto d’epoca in un suggestivo bianco e nero, scandito dal leitmotiv dell’acqua, fiumi o canali che bagnano Bologna, e lasciano tracce di vita, disseminano speranze di un futuro migliore. Sì, perché la guerra finirà, come canta la canzone, il sale abbonderà, il pane bianco tornerà in tavola, il popolo potrà ancora sperare. Storie bolognesi d’acqua e canali, racconti di Resistenza e di guerra civile, ricordi comuni alla nostra gente, emozioni per non dimenticare, utili per i ragazzi che non hanno conosciuto e per genitori distratti che non hanno raccontato. Quando la memoria dei nonni non basta, perché ormai affievolita, soccorrono i veri scrittori che cercano di raccontare il nostro passato. Elisabetta Calzolari ci riesce bene, con stile sopraffino, verga con periodare incalzante racconti di partigiani, alleati che avanzano, fascisti che stringono accordi con gli invasori, uomini comuni che soffrono, lottano e sperano. Un romanzo che chiedeva con forza di essere raccontato, una testimonianza per le nuove generazioni. Da leggere a scuola.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Domenico Cosentino, "Midnightwalker"

25 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Domenico Cosentino, "Midnightwalker"

Midnightwalker

Domenico Cosentino

Palladino Editore 2014

pp 156

8,00

Se pensate che la poesia sia esprimere i propri pensieri, la propria visione del mondo con grazia, dolcezza e raffinatezza, quelle di Cosentino non chiamatele poesie.” (citazione dal sito www.domenicocosentino.it)

Infatti, non lo facciamo. Può coesistere il bello e il brutto in un solo volumetto, ci chiediamo piuttosto? Sì, e ve ne porgiamo un esempio diretto, molto più immediato di qualsiasi spiegazione.

Collusion

Mangio il tonno in scatola della

Dicoop

direttamente nella scatoletta

di metallo,

affacciato al balcone

con il vento che mi asciuga il

sudore

osservando il cavalcavia

dove i marocchini vanno a

pisciare di notte

le foglie marciscono e diventano

gialle.

Le finestre dell’asilo comunale

Hanno tutti i vetri rotti

Come gli spazi tra i denti

Di quei vecchi

Che hanno fatto la guerra

E i loro occhi

Sono ancora pieni di stupore.

Gipsy King

Le zingare si lavano la fica

Nei bagni dell’università.

Con il piede poggiato sul

Lavandino

E la gonna lunga a coprire

Le vergogne,

strappano fazzoletti di carta

e se li passano sulla fessa,

velocemente.

Come se stessero facendo

Una sega ai propri uomini.

Alle 8.30 del mattino,

con il sapore del caffè ancora

in bocca

freno un conato di vomito,

giusto in tempo.

Fuori ragazze

Con la “S” pronunciata

Squittiscono,

mentre il sole bacia

le loro tette abbronzate

come provole affumicate.

Ho infranto la mia promessa

Di non venire più

All’ateneo

E ora me ne pento.

Tutto questo

Per una

Maledetta

cacata.

Ok, qual è secondo voi la migliore di queste due poesie che convivono in “Midnightwalker” di Domenico Cosentino? Certamente la prima. Perché? Ma per le mille ragioni subliminali attraverso cui la poesia vera va dritta all’anima tramite scorciatoie intuitive. La seconda, invece, è brutta. Non ci sono altre parole per definirla, brutta e basta.

Ecco, il volume di Cosentino, che egli definisce “raccolta di pessime poesie” è una commistione – tanto di moda oggigiorno – di prosa e poesia, miniracconti senza capo né coda, e versi intervallati da parentesi quadre a segnare gli enjambement, ma anche di pezzi belli e brutti, come se non fosse in grado di distinguere, non volesse rinunciare a nessun appunto preso, a nessuna riflessione sgorgata, oppure, più sottilmente, volesse denudare un’anima fatta di contrasti, di poesia e volgarità, di sublime e repellente.

Le poesie sono discorsive, i racconti vagamente lirici. Alcuni testi in prosa raggiungono una quasi compiutezza da novella, altri sono abbozzi, divagazioni, versi scritti uno di fianco all’altro, semplici enunciazioni, quasi che il protagonista si affacci ad una ipotetica finestra e ci racconti quel che vede e come lo vede, o, meglio, come lo sente, confessando i suoi pensieri segreti, i suoi tormenti, spesso oggettivati in cose concrete o in gesti snervati, senza nemmeno cercare aiuto o soluzione, piuttosto come un dato di fatto, un’esposizione di quadri e stati d’animo precari. Squallide camere d’albergo, cavalcavia, musica in sottofondo, fumo, saracinesche chiuse.

Il tema è la solitudine di un uomo che probabilmente si trova a vivere suo malgrado una vita da immaturo, fra sigarette, onanismo, amori non corrisposti o finiti, lutti e perdite familiari, rimorso, tempo che passa sprecato. Camere d’albergo da pochi euro, domeniche solitarie, il sesso come opposto della comunicazione, gesto non compiuto, voglia di toccare senza poterlo fare che si risolve nell’atto consolatorio di masturbarsi in un lavandino. Gli affetti, i ricordi, i rimpianti, i rimorsi per le parole non dette (e sono i momenti più alti) si condensano in figure di familiari che non ci sono più o che stanno per andarsene, la scoperta della malattia acuisce ancor più una solitudine vissuta come estrema, incolmabile. Chi è vicino non capisce e non capirà mai l’autoemarginazione, il disagio interiore, la tortale estraneità al resto del mondo.

Il ragazzo è diventato anche lui adulto. Porta con sé la solitudine di chi soffre, perché anche lui ora sta soffrendo maledettamente, ogni giorno a ogni ora. Nel reparto dell’ospedale o nel suo letto. Quando finge di sorridere, quando sta con gli altri, ma gli altri non lo possono capire. Ora il ragazzo è un adulto solo. La solitudine di chi soffre.” (pag 94)

Le cose si capiscono sempre dopo. Quando tu devi affrontare le tue disgrazie e le tue battaglie e capisci che sei da solo e che quella solitudine è davvero forza. Ma questo o comprendi dopo. Sul momento pensi solo a lamentarti e compiangerti.” (pag 65)

Cosentino scrive bene, è un dato di fatto. Dovrebbe solo avere il coraggio di fare il salto di

qualità, non accontentarsi di mettere su carta i propri sentimenti, le illuminazioni, ma costruire qualcosa di più. Nel pezzo intitolato “Anche quello era amore” ci è quasi riuscito.

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In giro per l'Italia: Carovilli

24 Luglio 2014 , Scritto da Flaviano Testa Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Carovilli

Fotografie di Flaviano Testa

Le fotografie sono quelle di Flaviano Testa e oramai abbiamo imparato a conoscere i suoi scatti e il fascino che riesce a trasmettere consentendoci di avvicinarci a luoghi dimenticati da Dio e dagli uomini. Ci ha presentato attraverso le sue fotografie alcuni dei paesi più caratteristici del Molise illuminando col suo attento obiettivo angoli e scorci panoramici di grande fascino. Oggi è la volta di Carovilli, un paese dell'alto Molise che sorge sulle pendici del monte Ferrante. Un luogo fresco che profuma di montagna e semplicità. Le specialità del posto sono il tartufo bianco e i formaggi locali, piaceri genuini, gusto della naturalezza come passeggiare per il tratturo montano che lo attraversa. Il paese sorge a oltre 800 metri di altezza sul livello del mare, nel cuore della provincia di Isernia, sprofondato in una distesa vastissima di boschi con una ricca vegetazione di cerri, carpini, noccioli e agrifogli. Minimale, elegante, il fascino di Carovilli è nascosto nella cura per i dettagli: un balcone fiorito, un tetto di tegole rosse che d'inverno si copre di neve, una ragnatela di strade fatte di pietra. Semplici e graziose le facciate delle piccole case, dalle quali arrivano i profumi della cucina di montagna, a base di funghi, formaggi e insaccati, del pregiato tartufo bianco locale e del caciocavallo prodotto ancora artigianalmente. Le origini di Carovilli, come quelle di molti paesi molisani, risalgono al periodo sannita, nel paese si conservano ancora residui delle antiche mura che cingevano la città. La frazione di Castiglione conserva i ruderi della chiesa di San Nicola, caratteristica la piazza principale con la fontana di Bacco giovane, una gemella è ubicata a Camerino e da visitare la chiesa di San Domenico dei Serpari. Un'oasi di verde, una passeggiata rilassante, ringraziamo Flaviano Testa in attesa delle prossime fotografie.

In giro per l'Italia: Carovilli
In giro per l'Italia: Carovilli
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Ali di carta

23 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Ali di carta

Hai voglia, hai voglia a dire “circoscrivere, delimitare, convivere”. Se la tua vita è una merdata per colpa della fobia sociale, pensaci a vent’anni, perché a cinquanta ti ritroverai come me, ospite in casa tua, senza niente che ti sia costruito col sudore della fronte, senza dignità, a dipendere da mamma per la paghetta e a mandarla a fare in culo perché è tutta colpa sua se sei come sei. È vero, è colpa sua e a cinquant’anni, cinquantrè per la precisione, ormai “ce n’hai per tre caate”, come diciamo qui, e la dignità non viene più. Ma tu, fobico ventenne, salvati, pensa che le cose non arrivano da sole, non arriveranno certo quando sarà tardi.
Tua madre ti ha trasmesso la sfiducia, la paura, la disistima, non ti ha dato le ali e ora non voli e non volerai mai più, ti ha fatto capire che tutto è inutile, che non ne vale la pena, che “cosa lo fai a fare, cosa ci vai a fare, tanto non sei adatta, non sei capace, tanto finisce male, tanto non serve a nulla”. E' uguale a te, ha le stesse fobie, le stesse chiusure, la stessa solitudine estrema, ti ha insegnato a non aprire la porta, ti ha fatto sentire in colpa se invitavi un amico a casa, ti considerava brutta, sciatta, inadeguata. Eri sempre troppo grande, troppo frivola, non abbastanza seria, non abbastanza carica di doveri, o pronta a sacrificarti.
Costruisciti due ali di carta, fobico ventenne, attaccatele con lo sputo sulla schiena, sali sul davanzale e lanciati nel vuoto. Se ti sfracelli, almeno sarà stata una scelta tua.

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Vite spezzate

22 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Vite spezzate

Sono appassionata di storia, mi soffermo volentieri sulle notizie riguardanti la seconda guerra mondiale e ascoltavo, fin da piccola, i racconti dei nonni sulle battaglie avvenute nel nostro territorio preferendoli alle fiabe dei fratelli Grimm. E' facile dunque intuire quanto mi sia lasciata prendere dal racconto letto nella raccolta anastatica (2000-2009) del “bafion” un giornalino a tiratura locale, trovata per caso in una sala d'aspetto del mio dentista. Nel cimitero di Conselice, giusto alla sommità della 13a arcata del porticato, c'è una lapide con incisi i nomi di quattro giovani morti durante la guerra in terra di romagna: Carlo Quadrati, Mauro Monopoli, Costante Viviani e Franco Lualdi, tutti appartenenti al Battaglione Lupo della X Mas e morti nel 1945, mentre combattevano lungo l'argine del Senio. Il Battaglione Lupo fu costituito tra il gennaio e l'aprile del 1944 a La Spezia e così chiamato per ricordare le gesta eroiche della torpediniera “Lupo”, che era affondata combattendo al largo della Tunisia nel dicembre 1942 (quando già aveva avuto lo stendardo decorato di medaglia d'argento al V.M per un combattimento navale del maggio 1941) Dopo aver operato sull'appennino ligure-emiliano e in Piemonte, l'unità, nel dicembre del 1944, venne schierata contro gli angloamericani sul fiume Senio, in romagna. Furono tre mesi di scontri durissimi, in prima linea senza avere il cambio, contro forze enormemente superiori, soverchianti e le compagnie subirono un altissimo numero di perdite. Nel marzo del 1945 il reparto venne ricostituito e il 20 aprile tornò in linea, per combattere l'ultima disperata battaglia contro il nemico oramai dilagante. Poi venne la resa il 30 aprile, in Padova e il successivo internamento dei componenti del battaglione “Lupo” nel campo 211P.O.W. di Algeri e quindi a Taranto, dove il 16 aprile1946 il comandante Strippoli sciolse l'unità. Vi ho citato brevemente la storia del Battaglione “Lupo”, poiché le vicende umane dei quattro giovani venuti a morire nella campagna romagnola, sono strettamente legate allo stesso. Infatti nel resoconto del comandante Strippoli sullo schieramento del suo battaglione sul torrente Senio, viene raccontato: “Ai primi di gennaio del 1945 la 1a Compagnia si spostò ad Ovest di Alfonsine, lungo l'argine sinistro del Senio, dove da parte nemica era molto intensa l'attività delle pattuglie” e dove Mauro Monopoli offertosi di individuare uno dei centri di fuoco che controllavano le nostre posizioni, consapevolmente e con coraggio, si avventurò su un campo minato... si abbattè al suolo colpito dallo scoppio di una mina.” Nel resto del racconto si trovano notizie anche su Franco Lualdi. “È nel settore di Fusignano dove operava la 2a Compagnia che nella notte dal 15 al 16gennaio 1945 il guardiamarina Cardillo e il sergente Lualdi uscirono dalle linee per un'azione di pattuglia, ma scoperti e bersagliati dal nemico si abbatterono gravemente feriti. Ritrovati da un'altra pattuglia e trasportati in ospedale successivamente vi decedettero.” I quattro giovani erano stati sepolti in un primo momento nel cimitero di guerra tedesco, costruito provvisoriamente nella zona dell'attuale cimitero, poi furono riesumati nel luglio del 1962 e, quando i caduti germanici vennero trasferiti nel sacrario tedesco del passo della Futa, loro furono tumulati in Conselice, dove oggi però riposano solo solo i resti di Costante Viviane e Franco Lualdi. Infatti dai documenti trovati in municipio è stato possibile verificare che dopo le ricerche fatte sulla provenienza dei soldati per restituire le salme alle famiglie di origine: i resti di Carlo Quadrati erano stati trasferiti nel giugno 1970 al cimitero di Massa Carrara, quelli di Mauro Monopoli nel marzo 1970 a Pisogone. Nei dati riportati, il foglio dell'anagrafe recitava così: classe 1926, deceduto l'8 febbraio 1945 in comune di Conselice, residente a Pisogone di Brescia,operaio, celibe, di anni 19 nato da Natale Monopoli e Mastromauro Anna. Ulteriori ricerche svolte a Pisogone hanno poi permesso di rintracciare ancora in vita Luciano Monopoli fratello di Mauro, nato nel 1940. “Avevo quattro anni” ricorda nel corso di una comunicazione telefonica” quando mio fratello si arruolò nella X MAS- 1a Compagnia, Battaglione Lupo. Dopo l'8 settembre del 1943 molti si erano trovati davanti alla scelta di diventare disertori, oppure arruolarsi nell'esercito della RSI, i miei mi raccontarono che mio fratello fece volontariamente quest'ultima scelta. Finita la guerra mio padre, morto poi nel 1957 e mia madre, deceduta alcuni anni fa, fecero ricerche e solo nel 1970 venimmo a conoscenza che mio fratello era sepolto a Conselice. Mia madre potè così finalmente piangere e pregare sulla tomba di Mauro.” Oggi dopo aver letto questa storia, ho sentito il dovere di recarmi sulla tomba dei due soldati in grigioverde a posare un fiore."

Vite spezzate
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Luileilaltra

21 Luglio 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Luileilaltra

Salve carissime e carissimi,

oggi vi parlerò di tette e amanti, di ciccia lussuriosa e tradimenti che, detto così può sembrare una cosetta piccante e godereccia, in realtà sto per propinarvi un pippardone moraleggiante, rancoroso e vagamente melenso (lo spirito di Lars Von Trier si sta impossessando di me) per cui, nella mia infinita bontà, accorderò a chiunque volesse abbandonare la lettura di questo post alcuni puntini sospensivi di spazio e di tempo per andarsene e dedicarsi ad altre occupazioni:

…………………………………………………………………………………………………….

Bene, per coloro che sono rimasti (e che a questo punto, non più sospensivo, hanno deliberatamente rinunciato a qualsivoglia diritto di critica) entro subito in argomento. Ho appena letto, nella rubrica di un giornale, l’e-mail di una pollastra piuttosto scafata che racconta di essere stata in parecchie occasioni “l’altra” della situazione (ovvero la terza persona del verbo luileilaltra…). Le parole che usa per descriversi e per spiegare il modo in cui ha vissuto queste sue relazioni ve le riporto virgolettate così che possiate rendervi pienamente conto di cosa si tratta:

Sono stata «l’altra», più volte, e non mi flagello sulla pubblica piazza:
quelli impegnati erano loro. Porto la taglia 54 (mormorii delle superbe
cornute: «sgualdrina e cicciona!»), niente scollature mozzafiato né occhiate sed
uttive. Non ne ho avuto bisogno:
sono sempre stati i bastardi fedifraghi a fare il primo passo. Siccome so fare
autocritica, mi sono chiesta: «Ma come mai?». Non mi ero mai ritenuta in grado di attrarre un uomo, figuriamoci
un uomo non mio! Poi ho capito: il mio sorriso. Niente musi lunghi,
rimproveri perché si erano dimenticati di comprare il pane tornando a casa,
lavatrici da riparare, figli asini a scuola, bollette, mutui. Gli uomini in me
cercavano questo: ridere, giocare, fare l’amore in modo leggero con una donna
che non guardava il soffitto, mangiare la pizza a letto senza paura che mi
incazzassi se sporcavamo le lenzuola. Non era sesso: pochi mi hanno
chiesto acrobazie
diverse da quelle del talamo nuziale.”

Ora, la mia reazione a caldo è stata quella che penso sia venuta spontanea a tutte voi, care amiche, che, come me, vi trovate invece ad incarnare la seconda persona del verbo di cui sopra …

Non riporto qui le parole che ho mentalmente rivolto alla tizia perché per leggerle dovreste disabilitare il parental control
tramite una funzione che non è ancora attiva su questo blog; vi dirò invece cosa ho fatto dopo.

Ho preso posizione dinanzi al grande specchio dell’armadio, mi sono tolta la maglietta e, con indosso il mio reggiseno coppa A+, ho apostrofato la scopatrice extraconiugale ed extralarge.

Ok, ok prima che qualcuno si voglia riappropriare del diritto di critica a cui aveva rinunciato dopo i puntini due spiegazioncine ve le do:

1) Il proto strip appena descritto dipende dal fatto che la tizia me la sono subito immaginata sfacciatamente popputa, oltre che paffuta, da qui unabotta di spirito di competizione femminile

2) Il fatto che io abbia inteso rivolgermi a lei sovrapponendo la sua immagine (immaginata) alla mia riflessa nello specchio può evocare un paio di milioni di significati reconditi, ma qui facciamo notte, per cui … andiamo avanti!

Dunque, ho guardato la taglia 54 dritto negli occhi vitrei(!) e le ho detto:

- Mia cara, … bella scoperta hai fatto! Quindi gli uomini preferirebbero una che li fa trombare senza problemi e senza pensieri (“non era sesso” un paio di cocomeri!
Scommetto che se li avessi invitati a giocare a briscola invece che a scopa, non avresti ricevuto lo stesso apprezzamento…) alla moglie/madre che li opprime coi doveri e le responsabilità della vita familiare? Wow! Originale e arguto! Sul serio …-

- Orbene, cara “altra”, sappi, tanto per cominciare, che la mia seconda di reggiseno non mi ha mai impedito di attrarre gli uomini che mi interessavano (e non lo dico per invidia della tue “abbondanze”: ognuna di noi abbonda da qualche parte …), d’altra parte la solfa sull’uomo che fugge le responsabilità, i figli sfaticati, le lavatrici da fare e la moglie tonta è così banale e stantia da farmi pensare che proprio non sai di cosa parli!… mi fanno capire che non hai mai avuto a che fare con una relazione seria, duratura e con annessa, faticosa convivenza, e che non hai fatto la scoperta dell’acqua calda (che, nella sua ovvietà, conserva una sua intrinseca complessità) ma di quella fredda… cara la mia cicci!

- Hai fatto il tuo gioco, hai cercato e trovato autostima e soddisfazione, per conto mio, non sei da biasimare più o meno di quanto non lo sia una moglie immusonita o un marito annoiato. -

- Ma tu, cicci, mi stai sfidando a uno scontro tra pistolere, a chi spara più veloce, e le spari davvero grosse quando pretendi di dare lezioni a noi povere mogli ossessivo-compulsive, cronicamente intente a far lavatrici (in tutta la tua spavalderia, poi, non sembri essere al corrente del fatto che alcune mogli usano la lavatrice in altri modi ….); in realtà le tue affermazioni piuttosto banalotte, raccontano di una scelta, fatta più o meno consapevolmente nel momento in cui la ritenevi giusta, senza peraltro prenderti nemmeno la briga di liberarti dai sensi di colpa che le tue parole trasudano da ogni carattere. Anzi mi pare proprio che tu cerchi un colpevole a ogni costo (inclusa te stessa, altrimenti non ti autodefiniresti, in un modo o nell’altro, cicciona sgualdrina), ma ti sfugge l’aspetto patetico-grottesco della situazione: la zoccola che la dà gratis senza parlare del mutuo, il marito stolto e infantile, la moglie frigida e stremata col pigiama di pile…. ma che siamo in un film di Lino Banfi? -

Ahhhh… è finito lo sfogo, mi rimetto la maglietta e vi ringrazio dell’applauso!!!!

Tornando a noi, in effetti con quel suo spirito fin troppo piccato e sentenzioso, la pienotta banalotta ci prova sul serio a sbatterci in faccia la sua 54 di taglia quasi a rinfacciarci la nostra atavica mancanza di autostima e di fiducia nelle nostre armi di seduzione, come se davvero non avessimo ancora capito che tra le gambe nascondiamo il nostro TTEESSSSORO…

In realtà, sono probabilmente proprio le pollastre come lei, quelle che pensano di non avere il “fisico adatto alla conquista”, a rivelare le più profonde insicurezze, a non comprendere che in determinate circostanze, proprio quando la confusione e l’insicurezza si impossessano di tutto il nostro essere, (e non solo quando ci sentiamo belle e fighissime), partono dal nostro corpo raffiche di ferormoni inconsapevoli che ci trasfigurano in Jessica Rabbit col vestito rosso fuoco, lo spacco inguinale e tutto il resto…

La sua e-mail finisce in questo modo:

Che cosa ci ho guadagnato? Sicurezza,
autosti
ma. Ora è arrivato il mio Amore definitivo, che adoro e che
mi ricam
bia.

Che cosa ho imparato? A prendermi cura di me stessa, e del mio uomo. Mai dare per
scontato nulla, e vivere ogni giorno come fosse il pri
mo.”

A questo punto, vincendo anche il pungente senso di fastidio che sempre mi trasmettono le morali buoniste, hanno preso il sopravvento i miei neuroni specchio (ecco il senso dello specchio …!) che mi hanno subdolamente riportato alla mente la “me” di qualche tempo fa, disorientata come le farfalle che sbattono continuamente la testa contro la luce …

Avete presente quando non sapete decidere cosa è meglio per voi e dopo un po’ questa condizione diventa cronica giù, nel profondo della vostra anima?

Ecco, è questa sensazione di disagio perenne che mi ha avvicinato alla nostra “cicciona sgualdrina”.

Magari la pollastra sarà stata “un cicinin” aggressiva, ma è pur vero che noi donne per crescere e maturare in questa vasca degli squali che è il mondo maschile, ma anche il mondo dell’amore, facciamo una gran fatica e mi rendo conto che ognuna di noi si arrangia come meglio può…

Quello che ignora la nostra pollastra (e che un po’ tutte noi ignoriamo,per la verità) è che è proprio l’insicurezza, questa maledetta biscia strisciante nella nostra testa, che ci fa soffrire, che ci fa apparire inadeguate, che ci dà più anni di quelli che abbiamo, che ci fa vedere più grasse, più magre, più alte, più basse eccetera eccetera, che complica irrimediabilmente la nostra vita, ecco proprio questa stronza è il boa che porta l’uomo nella canoa.

Ma Bridget Jones nulla vi insegnò? (ve l’ho detto alla siciliana perché ho appena visto La ragazza con la pistola … un’altra che ha fatto scuola su questo argomento!)

A spingere gli uomini tra le nostre braccia sono proprio le nostre insicurezze, l’unica esca buona per acchiappare all’amo quei due unici neuroni marcati xy che bighellonano indolenti e solitari nella “testa superiore” del maschio.

Certo, sono materiale da maneggiare con cura, altrimenti rischiamo di fare la fine dell’ape che per puncicare ci lascia la pelle!

Orsù dunque piazziamo, per il maschio, un’altra esca: il sensuale smarrimento femminile per la “testa di sopra”, sapienti dosaggi di TTEESSSSORO per la “testa di sotto” …

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Rudolf Blaumanis, "Sogno"

20 Luglio 2014 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #recensioni

Rudolf Blaumanis, "Sogno"

SOGNO

Rudolfs Blaumanis

Damocle Edizioni

Un libro piccolissimo, come formato e come numero di pagine, con uno stile editoriale veramente curato, delicato come il racconto “Sogno” che contiene.

Rudolf Karl Leonid Blaumanis (1863-1908) è stato uno scrittore lettone ma anche un giornalista e drammaturgo. È considerato come uno dei più grandi scrittori della storia lettone e soprattutto un maestro di realismo. Le sue opere sono state tradotte in molte lingue e la sua più famosa è il racconto “La morte all’ombra del gioco”. In Italia è stato pubblicato anche da Sellerio, La zattera di ghiaccio.

La quasi totale mancanza di traduzioni delle opere lettoni lascia il lettore italiano orbo di una conoscenza che arricchisce la letteratura a tutto campo, dunque l’iniziativa della casa editrice Damocle, che ha creato una collana “Piccola Biblioteca Lettone”, fa pensare ad un vuoto che viene colmato. La traduzione del racconto, poi, ci restituisce in italiano un linguaggio armonioso e semplice.

In un ambiente tipicamente rurale si perpetra la stessa “tragedia”, uguale in tutto il mondo, la tragedia dell’amore tradito, disilluso, calpestato. La ricchezza che compra la bellezza, ma in tutte le poche pagine si sentono profumi, il tiglio insistente, l’erba bagnata dall’umido della notte e un tenace odore di lillà. Delicatamente affondiamo, quasi inconsapevolmente, nella serenità della notte, nei profumi diffusi e nell’inevitabilità della fine di un sogno. Quello che colpisce è la levità con cui l’Autore maneggia una situazione, di per sé drammatica, e la stempera nel silenzio della campagna, illuminata dalla luce della luna che sfuma anche i sentimenti più forti, come se l’impronta del realismo diventasse una sorta di filtro delle emozioni che solo si intuiscono violente.

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LA MAGICA AVVENTURA DELLA LETTURA DI Biagio Osvaldo Severini

19 Luglio 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #biagio osvaldo severini, #recensioni

LA MAGICA AVVENTURA DELLA LETTURA DI Biagio Osvaldo Severini

La magica avventura della lettura

B.O. Severini

Pubblicazione Pensiero Critico

Titolo suggestivo e ambivalente quello del libro di B. O. Severini che, soffermandosi sul piacere della lettura nella virtuale intervista a Giuseppe Pontiggia con cui ha inizio il libro, coglie e ci trasmette il senso più vero dello scrivere e del leggere, che consiste nel modo più alto di far letteratura. Cioè, cogliere il nesso con le cose essenziali che ci riguardano. “Lo scrittore autentico non sia mai distaccato dallo sfondo collettivo e nello stesso tempo cerchi in una terra incognita il punto d’incontro con se stesso e con gli altri”. Con gli altri il punto d’incontro avviene proprio attraverso la lettura. “Leggere nel presente come ascolto dell’interiorità, come dialogo con l’autore e con se stessi”. “Leggere è un viaggio di scoperta, oltre che un piacere, una felicità che è legata a quell’incontro tra conoscenza e linguaggio, che io chiamo stile”.

Dunque già questo aiuta a tracciare un profilo dell’uomo, del professionista, dello scrittore Severini, e del tenore del suo libro.

Immagino di entrare in una sua piccola biblioteca per trovarvi il lettore serio e appassionato ma anche per scoprirvi l’uomo, anzi l’uomo che legge perché io, come tutti voi, possiamo guadagnare le conquiste a cui approdano le sue letture.

Questa piccola biblioteca è formata da ben 12 “affondi” in altrettante opere letterarie che costituiscono la seconda sezione del volume, intitolata Letteratura e società, opere che, come si diceva poco fa, hanno come sfondo la collettività come occasione di analisi di situazioni apparentemente autobiografiche, e hanno come riflesso lo spessore del ricercatore, di colui che compie il viaggio di scoperta attraverso la lettura.

Partiamo con l’analizzare alcune recensioni di Severini.

“Il dolore perfetto” è il titolo del romanzo di Ugo Riccarelli vincitore del Premio Strega 2004.

Perfetto, aggettivo dal lat. perfĕctu(m), part. pass. di perficĕre ‘compiere’, comp. di pĕr, indicante compimento, e facĕre ‘fare’, significa: completo, compiuto in tutte le sue parti: un lavoro p.; totale, assoluto: un silenzio p., che non presenta imperfezioni, che è esente da mancanze, un compito perfetto.

Dolore perfetto è allora un dolore totalizzante che investe tutto l’essere che è presente quando su scenari di guerra e di morte scompare perfino la pietà, la compassione. Così scrive lo scrittore Riccarelli a proposito delle atrocità dei fascisti della repubblica sociale di Salò (1943-45) “se ne stavano chiusi in casa a lasciar morire libertà e compassione che ormai nessuno più conosceva”. Risuonano nell’animo le tremende parole di Ecuba nelle Troiane di Euripide, quando grida ai Greci che stavano per compiere l’eccidio di Troia e l’infanticidio del piccolo nipote Astianatte: “Ma voi, Achei, il cui vanto sono più le armi che il cervello, perché vi siete macchiati di un delitto tanto mostruoso? Per paura di un bambino? Cosa potrebbe scrivere un poeta sulla tua tomba? Qui giace un bambino, ucciso un giorno dagli Achei, per paura. Che vergognoso epitafio per l'Ellade!”

Lo scenario dei focolai attuali di guerra dichiarano proprio questo: perfino le guerre si sono disumanizzate, visto che la furia devastatrice non tiene conto più né della popolazione civile né dei bambini, né delle donne. Tutti sono inorriditi per le atrocità commesse nella ex Yugoslavia, in Iraq, in Afganistan, in Siria, in Palestina. Un destino senza scampo, un mondo senza scampo. Eppure in Riccarelli, sostiene Severini, è presente l’utopia nella metafora del moto perpetuo che egli si trova ad osservare in una macchina ingegnosa tesa a dimostrare che una volta dato l’avvio a una ruota questa poi continua a muoversi autonomamente, senza bisogno di motore. Come a dimostrare che, nonostante tutto, la speranza è che la vita prevalga sempre e comunque. Non dello stesso parere il nostro Severini che -racconta- dinanzi a un marchingegno rudimentale osservato nella sua infanzia, una ruota che vagamente riproduceva il fenomeno del moto perpetuo, rimase semplicemente “sorpreso”. Come a voler sottolineare che la sorpresa non contiene necessariamente la speranza. Secondo me no, la sorpresa può non contenere la consapevolezza di una realtà (difatti si rimane sorpresi), ma non è detto che tale realtà non possa esistere.

“L’ultima estate”. Sinteticamente Severini annota di questo libro: è la narrazione di una vita mentre sta per svanire. Egli ha letto per noi e ci trasmette come in una serie di diapositive la scoperta del male, la SLA, sclerosi laterale amiotrofica, la coscienza della progressione della malattia, l’onda dei ricordi che assale l’autrice, Cesarina Vighy, il tutto sopportato dalla donna con grande equilibrio, garbo, perfino ironia che non riescono tuttavia ad eliminare i sensi di colpa per il non fatto, per gli errori compiuti e infine per non aver saputo resistere alla tentazione di scrivere un “romanzetto” della propria vita. Il nostro autore nota che l’ironia non abbandona mai la protagonista e insieme autrice del romanzo mentre percorre i labirinti delle sue cure “fantasma”. Neppure alla fine, quando tenta di dare risposte plausibili a domande impossibili. Anzi l’autrice conclude proprio con il consiglio di farsi venire o coltivare il senso dell'ironia anche in situazioni estreme, l’unico antidoto alla disperazione. Ma il nostro lettore illustre si chiede se sia possibile ciò e se sia valido per tutti questo rimedio e con una partecipazione emotiva commovente si chiede: che ne sarà in questo momento della narratrice? (morta nel maggio 2010 a Roma)

“I frutti dimenticati” di Cristiano Cavina

Una metafora che utilizza i frutti dimenticati o trascurati nell’orto, frutti spontanei, di forme diverse e colori diversi, dolci o asprigni che si accompagnavano alla fanciullezza dei nostri paesi e delle nostre campagne. Come loro si sente il bambino Cristiano, abbandonato dal padre, mentre cerca di ricostruire la sua identità osservando la somiglianza delle fattezze nei visi di quattro bisnonni di cui ha trovato le fotografie per caso, frugando nel cassetto delle cianfrusaglie. Poi la sua infanzia, la sua giovinezza fino al giorno in cui una misteriosa voce si fa viva, la voce del padre morente in ospedale. Il primo contatto è di rifiuto, di ribellione di accusa: dove sei stato finora? Ma insieme all’odio monta anche la compassione per quell’uomo che sta per abbandonare la vita che si condensa nell’esplosione della parola Papà. Poi l’autore del romanzo traccia quasi un elenco di tutte le pratiche e i sussidi farmacologici a sostegno di un malato terminale di tumore. A questo punto l’autore del nostro libro si chiede se sia utile infliggere a un malato così grave tante afflizioni e umiliazioni in un ambiente estraneo o se invece i frutti dimenticati non siano tutti quei valori che venivano coltivati nelle famiglie di un tempo, innanzitutto il sostegno famigliare, non ancora schiavizzate dalla frenesia moderna e dalle sue tristi conseguenze. Tuttavia il protagonista del romanzo sostiene che rimpiangere il passato non serva e quindi decide di colmare la mancanza della figura paterna con la totale dedizione al figlioletto grazie al quale scopre il dono della paternità. La suggestiva e realistica tesi del bambino padre dell’uomo?, ci chiede Severini. E incalza con altre domande.

Ma è possibile nella società moderna che questo avvenga sempre o basta un’adeguata surrogazione, in contrasto con la tesi di Cavina che ritiene sia indispensabile il padre biologico, con funzioni anche psicologiche, nella formazione del figlio? Con una punta di polemica, Severini fa notare che il nostro narratore è venuto su proprio bene nonostante l’assenza del padre biologico.

Seconda osservazione di Severini: la difesa del paese natio da parte dell’autore sta ad indicare il rifiuto della globalizzazione che depersonalizza e la difesa della diversità come fonte di arricchimento culturale? In ogni caso il romanzo gode di un giudizio più che positivo anche per la prosa controllata e avvincente, a tratti poetica.

Per ragioni di tempo sono costretta a tralasciare gli altri titoli della sezione e a lanciarmi con volo neppure troppo pindarico su un articolo della parte terza Cultura ed educazione dal titolo Difesa del somaro a scuola.

Perchè abbia scelto proprio questo vi chiederete. Ebbene innanzitutto sorpresa dalla gustosa discettazione di Biagio Severini sui motivi che spingono a donare libri in occasioni “festose”, poi per l’importanza rivoluzionaria direi del contenuto.

Una pagella scolastica disastrata appare sulla copertina di Diario di scuola dello scrittore francese Daniel Pennac ricevuto in dono dal nostro amico Severini. La prima curiosità è subito soddisfatta. Si tratta proprio della pagella scolastica dell’autore del saggio in questione. Nato nel 1944 in una famiglia di militari, Pennac passa la sua infanzia in Africa, nel sud-est asiatico, in Europa e nella Francia meridionale. Pessimo allievo, solo verso la fine del liceo ottiene buoni voti, quando un suo insegnante comprende la sua passione per la scrittura e, al posto dei temi tradizionali, gli chiede di scrivere un romanzo a puntate, con cadenza settimanale.

Ottiene la laurea in lettere, all'Università di Nizza, nel 1968 diventando contemporaneamente insegnante e scrittore.

Man mano che Severini procede nella lettura sentimenti dirompenti gli agitano l’animo. Finalmente la liberazione da tante sovrastrutture, finalmente lo sguardo può vagare sui patemi d’animo degli alunni asini, e dei loro insegnanti e genitori. Ma perché questa difesa a oltranza dei somari: vuoi vedere - si chiede - che si tratta di un’autodifesa? E così inizia una conversazione immaginaria tra il giornalista improvvisato e lo scrittore francese che confessa di essere stato come scolaro un somaro perfetto, quello che chiameremmo matricolato, senza via d’uscita, senza rimedio e soprattutto senza motivazioni altre che non fossero quelle proprie della sua somaraggine. Nulla da eccepire invece sul fatto che fosse portatore sano di allegria di socialità di amore per il gioco. Nell’età adolescenziale però la sensazione di estraneità assoluta all’universo scolastico si tramutano in bisogno di vendetta, di ribellione, di disubbidienza che lo conducono a compiere delle simpatiche malefatte nei confronti degli adulti del collegio. Di esse non si pentirà mai, anzi presagisce lo sbocco finale della sua capacità di impiegare per fini altri il complesso delle sue facoltà intellettive: la delinquenza. Affermazione che “piace” a Severini, per la portata eversiva della frase, su cui dovrebbero riflettere molto insegnanti e adulti. Anche perché il protagonista e autore del saggio sostiene che era ben disposto a qualunque compromesso quando ravvisava nell’adulto uno sguardo benevolo o comunque un po’ d’affetto. Ma soprattutto è importante sottolineare che l’affermazione negli studi e poi quella professionale avvenute successivamente stanno ad indicare che il futuro non è una conseguenza automatica del presente, esso è imprevedibile e spesso piacevolmente sorprendente. Ora l’errore di molti insegnanti è bocciare un alunno somaro non in questa o quella disciplina, ma bocciarlo per la vita futura addossandogli il senso di una frustrazione e di un fallimento perenni. Ma, rievocando una frase che soleva dire un nostro illustre concittadino professore di liceo e mio professore: un insegnante che boccia, boccia innanzitutto se stesso, dichiarando involontariamente il suo fallimento nel recuperare allo studio un allievo. Dunque la responsabilità di un insegnante è massima. Ha il potere di creare una personalità positiva o di distruggerla. Per fortuna al protagonista del nostro libro capitò l’avventura di incontrare degli insegnanti, pochi, al di fuori dello standard consueto, capaci di amare e farsi amare e di innescare quel processo di autostima e di sollecitazione degli interessi anche in deroga al consueto trantran scolastico che rappresentò il primo passo verso la crescita personale. Con il bisturi del chirurgo Severini indaga, chiede, sceglie le domande: che avevano di speciale i professori che determinarono la svolta e l’abbandono della somaraggine. La risposta è semplice, lo “stato” è complesso: la passione per la materia di cui erano “impastati”. Insegnando comunicavano il loro stesso desiderio di sapere, insegnando creavano l’avvenimento. E poi la comunicazione, il sapersi mettere in sintonia con qualunque discepolo, in modo che ognuno sviluppasse le proprie potenzialità, grandi o piccole che fossero. Invece spesso accade che gli insegnanti godano nell’umiliare gli alunni con giudizi o voti scarsi, l’unico modo per sentirsi importanti e seri. Questa la provocazione di Severini, e Pennac definisce questo stato una sorta di accomodamento generale per non operare sulle situazioni particolari, - conformismo - lo chiama Severini. Ma veniamo agli alunni. Sono differenti da quelli di ieri, chiede Severini. Per età ovviamente no, per il colore della pelle sì, ma la differenza maggiore sta nel fatto che sono in tutto e per tutto conformati dal marketing in ogni aspetto della loro vita. Mentre invece bisognerebbe svuotare di tutte queste sovrastrutture la testa dei ragazzi e insegnare loro l’amore per lo studio, per il sapere acquisito tramite la riflessione la ricerca, stimolare le capacità e le competenze e favorire la conoscenza, secondo gli insegnamenti di Gramsci e di Don Milani. Compito difficile nei tempi odierni dove la società dei consumi vuole studenti semianalfabeti, perché essi sono più plasmabili dalla pubblicità.

Non è finita, perché il nostro Severini lancia l’ultima provocazione: come invogliare i meno volenterosi ad amare la scuola? Anche qui la risposta è semplice: con l’amore, cosa che scarseggia nella scuola, come sostiene Pennac.

Si tratta della capacità di empatia, di saper entrare nella condizione di chi ignora tutto quello che il docente sa. E di saper donare fiducia, altrimenti un adolescente relegato al ruolo di ultimo e convinto di ciò diventerà facilmente una preda di situazioni borderline o schiavo del potere consumistico.

In conclusione sottolineiamo il trasporto del Prof. Severini verso i temi della pedagogia e della psicologia, che sono il riflesso della responsabilità dell’educatore e dello studioso della difficile e delicata opera della formazione dei giovani, a cui si associa l’influenza delle famiglie e della società intera, nel bene e nel male, che è anche la sintesi di questa intervista immaginaria.

Adriana Pedicini

LA MAGICA AVVENTURA DELLA LETTURA DI Biagio Osvaldo Severini
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