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Il periodico di Yoani

24 Maggio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera

Il periodico di Yoani

E' uscito il periodico di Yoani. Un folto gruppo di giornalisti e intellettuali si è affrettato a sottoscrivere un manifesto per appoggiare la nuova pubblicazione, ribattezzata 14ymedio, e per chiedere al governo cubano di "rispettare il diritto a esistere del quotidiano e di permetterne la diffusione". Gli intellettuali si sono premurati di aggiungere: "Chiediamo che la libertà di espressione non venga soffocata e che sia rispettato il diritto all'informazione dei cittadini". Nomi illustri firmano il manifesto: Lech Walesa, Mario Vargas Llosa, Carlos Alberto Montaner, Rosa Montero, Fidel Cano, Pedro Zambrano Lapenta, Arturo Ripstein e Martine Jacot, sono tra i più significativi della cultura ispanica diffusa nel mondo. Tutti sono convinti che "questa iniziativa contribuirà alla transizione pacifica del paese caraibico verso la democrazia". Sembra che nessuno di loro sappia che a Cuba il periodico verrà letto soltanto dalla Sicurezza di Stato (per controllarlo) e da pochi privilegiati, perché il cubano medio non possiede connessione Internet casalinga. Tanta ingenuità da parte di persone così geniali, spaventa e sconcerta.

Tra gli articoli contenuti nel primo numero troviamo la riunione dei vescovi cubani per analizzare il piano pastorale quinquennale, con la notizia che presto l'arcivescovo dell'Avana, Jaime Ortega Alamino, verrà sostituito. Certo non uno scoop, ma tant'è. Questo passa il convento. Nel giornale troviamo anche un reportage sulla violenza nella capitale cubana, inchiesta piuttosto parziale e faziosa, visto che L'Avana resta il paese più sicuro di tutta l'America Latina. Provare per credere! Consigliamo visite in Brasile, Venezuela, Nicaragua, Honduras, Uruguay, Cile... All'Avana mi sono permesso di vagare per le strade più buie a notte fonda senza che mi accadesse niente. Non avrei fatto altrettanto in molti paesi sudamericani. Il piatto forte del periodico sono i blog: Generación Y di Yoani Sánchez (fatevi avanti per tradurlo in italiano, ché il posto è vacante!), A pie y descalzos di Miriam Celaya e Víctor Ariel González e Orígenes (dal nome della rivista e storico gruppo letterario di Lezama Lima, curato da diversi autori). 14ymedio pubblica interviste (ai soliti noti), opinioni (a senso unico, proprio come il Granma), dibattiti (tra persone che la pensano tutte allo stesso modo, proprio come il Granma) e un inserto culturale (molto scarno per il momento). Abbiamo anche una sezione intitolata Fuegos Cruzados, dove si analizzano due punti di vista diversi. Nel primo articolo si parla di sanità. La domanda è: "La nostra sanità soffre per le missioni internazionali?". Le opinioni incrociate (e opposte) sono di Darsi Ferrer, medico cubano in esilio, e del Ministro della Salute Pubblica, Roberto Morales Ojeda. Interessante l'intervista allo scrittore blogger Ángel Santiesteban (Los hijos que nadie quiso), che riferisce: "Mi sento più libero di molti scrittori che sono per strada e che sono iscritti all'UNEAC (Unión de Escritores y Artistas de Cuba), pure se sono in carcere solo per aver scritto il mio pensiero su Cuba e sui suoi dirigenti". Ammesso che tutto questo sia vero, - la sola cosa comprovata è che Santiesteban è in galera dal 28 febbraio 2013 -, viene da chiedersi perché lui è stato imprigionato e Yoani Sanchez no. La blogger non è stata certo tenera con il governo cubano nei suoi viaggi all'estero e - se non vado errato - a Cuba esiste ancora un reato che si chiama propaganda controrivoluzionaria. Perché il codice penale non viene applicato nei confronti di Yoani? Si badi bene, nessuno se lo augura. Ci chiediamo solo il motivo di tale diversità di trattamento tra la blogger e altri dissidenti.

Fin qui il periodico con i suoi contenuti. Passiamo al lancio pubblicitario. Di prima mattina, Yoani Sánchez, non contenta del sostegno mondiale e dei nomi di spicco che appoggiano il giornale, ha denunciato un tentativo di blocco al periodico digitale. Secondo la sua - non comprovata - denuncia (su Twitter, chiaro! Va di moda anche in Italia, adesso...) la Sicurezza di Stato avrebbe bloccato l'accesso al periodico, deviando il traffico ad altro sito denominato Yoanislandia.com, che denuncia le attività controrivoluzionarie della blogger. Di sicuro il governo cubano renderà la vita difficile al periodico di Yoani, che se lo doveva attendere - e se l'aspettava, pure se finge un atteggiamento ingenuo - ma i mezzi ingenti che ci sono alle spalle del progetto 14ymedio comprendono anche le armi per la guerra telematica. Il periodico di Yoani non è assolutamente quel che vogliono contrabbandare i fondatori e certi giornalisti copiatori di veline (in Italia, su tutti, Repubblica!), non viene dalla base, dal popolo, ma da un gruppo elitario che gode di cospicui finanziamenti esteri. Mancava la voce di Jen Psaki - Dipartimento di Stato USA - per chiedere rispetto per la libertà di espressione a Cuba. Cosa che condividiamo. Il solo problema è che 14ymedio è una creatura del Dipartimento di Stato nordamericano e gode di ingenti capitali messi in campo dall'amministrazione statunitense. Mi faccio molte domande, in questo momento storico. Mi chiedo come mai tutti i grandi nomi che scendono in campo al fianco di Yoaninon sono presenti quando si pubblica un libro di uno scrittore cubano che denuncia identiche mancanze della Rivoluzione e quando escono sul mercato altri periodici. Non ci dimentichiamo che nel mondo cubano - scritti da esiliati e residenti sull'Isola - esistono: Café Fuerte, Diario De Cuba, Penultimos Dias, Cuba Debate... molte rivisteon line nate prima di 14ymedio. Non solo, molti scrittori cubani pubblicano nel mondo e in pochi ne parlano. In Italia, in questi giorni, dedicato a chi pensa che le mie idee sono cambiate, è uscita la mia traduzione di Caino contro Fidel - Guillermo Cabrera Infante, uno scrittore tra due isole, ultimo lavoro di Alejandro Torreguitart Ruiz. Perché non riscopriamo il più grande scrittore cubano del Novecento per capire i problemi della Rivoluzione Cubana, invece di rincorrere le gesta del più grande bluff del Duemila, costruito chissà dove e per chissà quali motivi insondabili? Le mie idee critiche sulla Rivoluzione Cubana sono le stesse di sempre, ma vado avanti da solo, perché il carro dove ero salito stava scricchiolando non poco.

Gordiano Lupi

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Le avventure di Richard - episodio 2

23 Maggio 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #racconto

Le avventure di Richard - episodio 2

Mi presento. Sono Richard e conoscendomi so che non posso negare niente a me stesso, perché se lo facessi (e l’ho già fatto, tante di quelle volte) potrei tormentare l’anima fino all’esasperazione. In fondo, oltre l’inquietudine, ho deciso di andare ad abitare sull’isola perché questo mondo dà tanto. Arriva una mattina in cui il mondo ti consegna un baule pieno di oggetti smarriti e tu devi sentirti in dovere di andare a ricollegare le coordinate, come un puzzle. All’inizio sembra tutto facile, ma in realtà, con il trascorrere dei giorni, la tua volontà, le tue passioni, le tue facoltà mentali, perdono linfa vitale. E ti metti a frugare tra quegli oggetti. Vorresti essere uno scopritore, potresti trovare il tesoro che hai dentro, ma in quei momenti è praticamente impossibile, quasi non riesci a respirare, e guardi la fessura di una finestra con tono rosso. Trovi che il tempo debba regalarti gli istanti persi. Diventi silenzioso davanti ad una porta. Ho deciso di abitare in un’utopia quando mi concepirono. Il mondo mi è stretto. Tutta la linfa che è, attorno a me e certamente dentro me, è piccola cosa riguardo la grandezza di questo universo. Ogni flusso di energia inganna la persona. Riprendi a frugare, incessantemente e senza sbadigliare. Poi c’è un premio. Ti dicono che sei bravo, ma la tua felicità non durerà molto e riprenderai a commiserare una statua d’oro. Di tanto in tanto cerchi di porti delle domande, come: Sono giusto? Sono giusto con me stesso? Frugando troverai una non-ricerca. Ogni ricerca parte dallo scoprire uno spazio. Ritornerai a te stesso e fisserai il tuo passato su carta semplice. Una frase non può descrivere un maremoto e ti vorresti illudere che possa incidere quantomeno le iniziali della tua vita. Uno inizia ad “utopizzarsi” quando perdendo il senso e la calma, ne acquista volentieri un’altra, di calma. Ma non trova collocazione di senso ad un ragionamento monotono. Ogni virtù è sbagliata se conclamata. Vincere il senso di colpa sarà una delle maggiori battaglie che potrai constatare su te stesso, il residuo è ovvietà. Accigliarsi per una luce monotona non è apprezzabile in una persona, ricordati che nemmeno la tristezza è bella se è spenta. Quando parlo di grandezza intendo la quantità di un oggetto o di un elemento, poiché questo mondo (e modo) di intendere le cose, ha trasformato il mio assetto cerebrale, rendendomi automa, vittima di concezioni scientifiche che aiutano ad indebolire la fantasia, creare frustrazioni, sviluppare sentimenti poco apprezzabili di onnipotenza e non fanno guardare più il cielo come una volta. Migliaia di anni fa il cielo lo si poteva guardare con più facilità e l’ossigeno era respirabile, annusabile anche con l’orecchio. Adesso l’azzurro che ci sovrasta non è mirabile e si lascia ammirare dalle formiche. Non voglio perdere questo dono. Se non vivo in un’utopia, non esiste il “me stesso”. La mia personalità, la mia esistenza, è vincolata alla conoscenza di una consapevolezza. Il cielo non può tradirmi, gli uomini, le persone, si. L’utopia che vivo è più reale della vostra realtà. Nella mia utopia c’è un punto interrogativo ogni fine verso. Tante volte ho provato (e continuo a farlo) ad ingannare me stesso, ma non ci sono riuscito. Accontentarsi di una morte lenta e dolorosa, con un’agonia da patibolo, questo è il destino di chi non vive un’utopia. È anche vero che la società non è gran cosa se il risultato del mondo come è oggi deriva essenzialmente e paradossalmente da lei, o quantomeno dalla sua condotta e dalle decisioni mancate, forzate o issate dall’alto. Chi invece dovrebbe spaventarsi è il Potere. Le sue innumerevoli forme acquistano consenso in un modo subdolo, non molto chiaro, ma comunque accettato, reso luce della divinità sociale. Matematicamente si dice che quando si arriva a compiere il mezzo secolo di età si son passati all’incirca tredici anni e mezzo stesi su un letto a dormire. Il tempo, quando i giorni passano, trova la sua perfetta deriva. Il tronco del discorso naufraga. Poi, tenti di ritrattare, come fossi in letto di morte, con la tua coscienza ma lei ti accarezza pugnalando la tua sordità infantile. C’è un ricovero. Non dentro te, dentro gli altri. Vorresti abbandonare gli attimi, ritrovare le sedie per tornare a parlare attorno ad un tavolino, ma ogni tentativo è una rincorsa verso la perdita di significato. I gesti traballano, gli occhi stridono, le braccia miagolano. Aspetti che arrivi un temporale.

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Per non spegnere il nostro futuro

22 Maggio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #luoghi da conoscere

Per non spegnere il nostro futuro

Confortati dalle buone notizie e perché la guardia non si abbassi, proponiamo questo pezzo del piombinese Gordiano Lupi sulla situazione della Lucchini.

"Un altoforno che si spegne insieme alle speranze. Un altoforno che ha segnato la nostra storia. Una storia fatta di lacrime e sudore, di antenati scesi dalle montagne o sbarcati da una nave per seguire una speranza di lavoro. Una storia fatta di padri che pranzavano spalle rivolte all'altoforno per non vederlo, ma non potevano fare a meno di sentirne il rumore, mentre assaporavano l'odore acro della polvere di carbone. Una storia fatta di speranze e di parole, racconti di nonni che dispensavano sogni, narrando di famiglie allevate all'ombra del gigante d'acciaio. Un altoforno che si spegne e potrebbe non riaccendersi, segnando definitivamente la nostra storia. E i politici che parlano, vicini e lontani, chi usa il dolore degli operai per fare propaganda, chi lotta e s'infuria perché non ha risposte, chi afferma che non è un suo problema, chi propone passeggiate sulla spiaggia al posto di un altoforno. Altri invocano parole di persone che potrebbero alzare il livello d'attenzione su questa periferia toscana, confidano in un intervento del Papa, invocano il Dio televisione che tutto può, i personaggi di spicco a Mediaset, i registi, i cantanti. Avranno ragione anche loro, mi dico, ma pure questo è un segno dei tempi che cambiano e non entusiasmano. Ognuno ha la sua ricetta, molti a fin di bene, altri meno, perché parlano senza il minimo senso di responsabilità, senza capire, dando in pasto a social-network e giornali parole pesanti come macigni. Osservo l'eutanasia di un altoforno che ha segnato la nostra storia, con un senso d'impotenza, preoccupato per il futuro, immerso nell'odore acre del salmastro frammisto alla polvere di carbone. L'odore di Piombino. L'odore della nostra terra. Non è un romanzo scritto male, neppure un film da dimenticare, purtroppo è il nostro destino, che vorremmo cambiare. Per non spegnere, insieme a un altoforno, anche il nostro futuro."

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Chiara Serafina Campolattano, "Dove cedono le stelle Poesie"

21 Maggio 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Chiara Serafina Campolattano, "Dove cedono le stelle Poesie"

Chiara Serafina Campolattano

Dove cedono le stelle

Poesie

Rosa Anna Pironti Editore

La poesia della giovanissima Autrice Chiara Campolattano si rivela subito poesia di ricerca. Ricerca dell’essenza, del senso: senso ed essenza che non possono prescindere da una vita pienamente vissuta con totale consapevolezza, spesso ricerca travagliata a causa della imperfezione umana, intesa sia come limite imposto agli uomini dalla natura, sia come limite della volontà: poche incisive parole (“non si sa”, in L’Amicizia), che subito si sciolgono in leggiadre similitudini fino a giungere al concettoso, oserei dire sovrumano lemma (Assoluto), meta agognata e temuta da tutti.

Ancora una volta ritroviamo il tema dell’amicizia (Amico), così ambita su questa terra, così utile, ma il desiderio di essa s’invola più facilmente in esseri incorporei (Angeli), che, come gli antichi numi tutelari, nel silenzio e nella immaterialità sono pur sempre presenti accanto a ognuno di noi.

Sì, perché essi non tradiscono mai (custodi affidabili, amici sinceri), come invece può succedere a chi, coltivando valori effimeri, quale la bellezza, rischia di contaminare in suo nome anche l’amicizia. (Bellezza cosa buona e cattiva allo stesso tempo).

Questa ambiguità è presente, secondo l’Autrice, in molti altri comportamenti umani, quelli spinti dalla semplice curiosità, e quelli che delimitano giorni in chiaroscuro, dove luci e ombre si alternano, e sperimentano nei valori essenziali il conforto del calore umano (effetto dell’ amore, amicizia, pace) e dell’aiuto reciproco (Fraternità)(Pace)(Nella vita).

Talvolta invece è estrinsecazione di diversità, termine inclusivo e non esclusivo, così come una tavolozza di colori diversi contiene in sé tutte le sfumature dell’arcobaleno, senza nessuna esclusione (Diversità).

Ma quasi sempre questa anfibolia è sinonimo di lotta interiore tra due stati d’animo opposti che solo la lettura o la musica riescono a placare (Libri “Svago della mente”, Musica:” E’ una medicina per i mali dell’animo”).

A questo punto compaiono come una vera e propria cesura un gruppo di tre poesie che procedono con un ritmo più gradevole e sicuramente stilisticamente più efficace. Esse sono dedicate al Natale, e l’osservazione di un evento rituale nelle sue caratteristiche e tradizioni sembra trasmettere all’Autrice la gioia pura e semplice ma totale della narrazione poetica. Ma già nella terza poesia del gruppo (Presepi) l’aspetto gnomico finisce con l’appesantire e togliere vivacità ai versi.

La terza sezione, per così dire, riguarda pensieri e considerazioni che delineano la sensibilità di un’adolescente gravata da troppi pesi, e appesantita da troppe responsabilità, a cui volentieri si sottopone.

Si tratta di una consapevolezza acquisita sicuramente precocemente che considera la vita come un rischio da correre, come una vittoria da conquistare al gioco (la vita è come un gioco, in cui devi giocare ed usare tutte le tue carte ed accettare qualche piccola sconfitta).

Ciò a cui spesso l’autrice indulge è l’espressione “vita parallela” (la Libertà... è una vita parallela, in La libertà) (i libri..mondo alternativo, vita parallela, in Libri) (Sogno e realtà sono due mondi paralleli, in Sogno e realtà), segno forse questo di desiderio di fuga dalla realtà. Versi che lasciano un po’ di amarezza, a dire il vero. Non così il componimento “Perdersi”, in cui c’è tutta la determinazione di chi è artefice del proprio destino e aspira al Cielo pur rimanendo ancorato alla terra, che insegue cioè sogni ma non rifiuta la realtà e la concretezza dell’azione per la salvaguardia del mondo esterno e di quello interiore.( E ci svegliamo la mattina con l’anima in guerra pronti a cambiare il mondo degli ultimi e pronti a proteggere il nostro mondo).

Si tratta quindi di un’evoluzione graduale nella maturazione di fronte alla vita nei suoi aspetti più complessi, che alla fine viene accettata per quello che è, (la dura eppure magnifica vita,in Va’ dove ti porta il cuore)( La mia rosa, La rosa più importante che splende in un giardino di pungenti spine e dolori).

Solo con tale consapevolezza è possibile costruire dentro di sé una forte struttura capace di affrontare le avversità quotidiane, (…la sicurezza che c’è in noi è un’arma per combattere contro le avversità della società..in Sicurezza), aiutati anche dagli affetti e dai ricordi (Memoria,Ricordi).

Meritano di essere analizzate singolarmente le composizioni più lunghe.

In “C’era una volta…” l’ansimante anafora che si sussegue per parecchi versi produce un climax ascendente che genera grandissima emozione anch’essa galoppante in concomitanza con l’accavallarsi delle immagini poetiche. Sorprende la luce, sinonimo di serenità e di gioia che sembrano possedute per sempre, quasi deposte in cornice; ma è qui che crolla la gioia: “C’era una volta la cornice all’immagine del nostro non so”. Sarà sempre “un ritratto non disegnato”(Foto)

Chiusura dolente…che lascia tuttavia una speranza. Non è il nulla, è il non sapere.

Davvero ermetico il componimento “Il serpente bianco”, anche se s’intravede la lotta (tra il bene e il male? Tra due amici? Tra i componenti di una coppia legata da vincoli coniugali? Tra il “gigante e la bambina”?). L’insidia è avvenuta, il tradimento anche, l’odio contamina quel che resta, i frutti del giardino sono andati perduti. Non c’è possibilità di perdono, non c’è spazio per la commiserazione.

Eppure c’è una dolcezza dolente che si coglie nel ciliegio non più in fiore, che allude alla bellezza passata e prelude all’amarezza presente.

Avrei voluto che il componimento si chiudesse con la speranza dell’oblio, consapevole o inconsapevole, sicuramente di maggior conforto che non la metaforica ombra regalata dalla foglia.

Oblio

Senso di sconfitta, di disfacimento, di impotenza si legge tra i versi di Oblio. Una vita dimenticata, non amata, sperperata. Un volo di farfalla a riportare il tempo all’indietro, uno sguardo stanco al sole per dichiarare l’abbandono alla vita.

Orgoglio

Quando le mani e il cuore si contaminano per azioni riprovevoli, quale il dolore inferto agli innocenti nelle guerre di tutti i tipi e di tutti i tempi, è difficile recedere dalla durezza del cuore. Ma non ci potrà essere alcuna ricompensa che valga a giustificare il male commesso.

Qualcosa che non va

C’è un latente interrogativo in questo componimento poetico. Alla domanda implicita v’è una triplice risposta che in modo graduale porta l’Autrice a staccarsi da una percezione egotistica (“Io sarei stato solo io se non ci fossi stato tu” ) di se stessa per giungere a includere nella sua stessa essenza quell’interlocutore segreto a cui si rivolge quale causa del suo straniamento (“Senza stare in mezzo al cielo come l’aquilone che ha perso il filo”) e alla fine ragione del suo esistere (“io sarei stato solo io un essere pieno senza te, ma probabilmente non mi sarei bastato”). Credo questa una delle più belle poesie insieme a C’era una volta…

L’impressione del lettore, che naturalmente può essere fuorviata anche da una non adeguata empatia con chi scrive, rivela una capacità di scrittura che, se da una parte abbisogna di conoscenze tecniche e di un esercizio stilistico preciso, dall’altra è capace di riflessioni e pensieri complessi che indagano nel mistero della vita con sguardo a volte dolente, a volte deluso. Certamente sono presenti sprazzi di speranza, soprattutto allorché più matura è la consapevolezza del vivere.

Tuttavia il consiglio è di intraprendere a scrivere versi ispirati dalla Bellezza, dal miracolo della Vita, dalle passioni positive, dalla gioia delle piccole cose proprio come recitano gli ultimi versi della poesia dedicata al Natale, e soprattutto di percorrere con leggerezza adolescenziale i passi della vita che, una volta divenuti adulti, diverranno più pesanti, come avviene per tutti.

Che bello il Natale, che mai annoia,

ma ci porta sempre una gran gioia!

Adriana Pedicini

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Routine a letto

20 Maggio 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Routine a letto

In questa settimana, care amiche, ho riflettuto molto sui rapporti di coppia…

Bella novità, direte, praticamente, a giudicare da ciò che scrivi in questo blog, sembra che tu non riesca a fare altro!

Be’, io intanto mi ci impegno, e senza nessuno che mi dia una mano o si scomodi a rispondermi…

(So comunque che più o meno di nascosto mi leggete in tante e per questo vi perdono )

Dunque, dicevo, i rapporti di coppia.

Quale che sia il tipo di legame: convivenza, matrimonio, coppia di fatto, coppia etero, coppia gay, coppia lesbo, coppia scambista, ecc. pare proprio che a un certo punto tutte queste declinazioni dell’amore di coppia si lascino contagiare dal più mortifero dei virus: la routine.

Perché nei romanzi che leggiamo questa piaga non si palesa mai? Perché le protagoniste di cui avidamente seguiamo le vite, non si stancano mai seriamente di quello che fanno tutti i giorni…come se (e non tanto “come se”) tutti i giorni accadesse loro qualcosa di nuovo, che puntualmente sta lì apposta a sorprenderle e a evitare loro di stare a riflettere, come invece capita sempre a noi, sul deprimente tedio di un’altra giornata che è passata senza lasciare traccia nella nostra anima e vitali sconvolgimenti dei nostri sensi…?

Certo anche le nostre eroine dicono talvolta di annoiarsi, però, cavolo, sulla noia loro ci si scrivono i romanzi, la mia, tanto per fare un esempio, non interessa a nessuno e soprattutto a casa mia!

Ok, basta polemiche, sulla noia mi sono un po’ infervorata, facciamo un passo indietro e torniamo alla routine. Il problema maggiore, secondo me, è che noi, la routine, non la sappiamo riconoscere. Non per tempo, almeno. Ci lasciamo “routinare” senza rendercene conto… Certo, la bastarda è un po’ subdola, gioca a fare cumulo, ma siamo anche noi che, per quieto vivere, la lasciamo entrare pervasivamente nelle nostre esistenze, salvo poi addossarle la colpa di tutti i nostri guai quando ormai il danno è fatto e il virus è ormai indistinguibile dall’organismo che ha infettato!!!

Ecco, avete presente, quelle notti afose e umidicce in cui per giunta una zanzara fastidiosa e temeraria ti ronza praticamente dentro un orecchio? Tutte noi sappiamo che faremmo meglio ad alzarci, accendere la luce, fare fuori la stronza succhiasangue e poi tornare a dormire, finalmente sicure e pacificate, ma per qualche motivo preferiamo nascondere la testa sotto il lenzuolo, nonostante il caldo, sperando assurdamente che il problema si risolva da sé.

Legenda della metafora: la notte è il rapporto di coppia (che ha già i suoi casini, ma anche i suoi lati positivi), la zanzara è la routine, noi siamo noi.

Be’, care amiche, è arrivato il momento di tirare la testa fuori dalle lenzuola e ristabilire la sacra dignità del talamo nuziale!

Si perché è proprio lì che colpisce di più la zanzara…a letto!

Farlo sempre allo stesso modo… nella stessa posizione… ma anche la volgare banalità de “lo famo strano” …

E allora che fare?

Come sempre, non esiste un manuale di istruzioni su: “come fare ad abbattere la routine nella coppia”, i vademecum nella vita non funzionano mai ….

Ma tocca assolutamente munirsi di apposito schiacciamosche… e io forse uno l’ho pure trovato… si chiama: ATTENZIONE AI DETTAGLI.

Certo non è il massimo dell’originalità, io stessa, a furia di sentirla ‘sta frase, ormai non riesco nemmeno più a capire dove stanno ‘sti dettagli, però conosco quelli che fanno la differenza nella vita delle nostre beniamine

…come la nostra Bridget Jones, la single più pasticciona della chick lit, drogata di sigarette e chili in eccesso, all’eterna ricerca di una relazione stabile…

…come la nostra Lottie di “Fermate gli sposi” che, dopo tante storie sbagliate, è finalmente arrivata al fatidico sì invertendo le sue priorità: prima l’amore, poi il matrimonio e infine il sesso…

…o come la nostra amatissima Ana, che da fragile preda degli eventi diventa padrona di se stessa e dei sentimenti di Christian…

Dunque, per me il segreto per evitare la routine sta nell’individuare e valorizzare i dettagli della propria vita, amorosa in questo caso.

In fondo, non è proprio questo che ci affascina nelle vite delle nostre eroine di carta?

I piccoli gesti, gli impercettibili, inconsapevoli movimenti, le azioni più leggere, i pensieri più evanescenti… perché non farlo con noi stesse e “romanzare” la realtà che ci circonda?

Guardiamo alla nostra vita come se fosse quella di una delle nostre eroine preferite della chick lit (o del genere erotico se preferite)…e proviamo a scrivere la nostra storia d’amore…dove ognuna di noi può diventare la protagonista assoluta e perché no…romanzare la realtà a tal punto da non aver più il bisogno di sognarla… la viviamo già.

Allora, mi guardo da fuori e “mi” scrivo:

“Sotto le lenzuola le mancava il respiro e gocce di sudore le scendevano dalla fronte e dall’incavo dei seni…

Il calore le saliva dal basso e le inondava i capelli ormai bagnati, una mano si impegnò prima a raccoglierli e poi a tirarglieli bruscamente…

Un piacere forte la pervase, desiderava che si ripetessero, il gesto e il piacere, ma non osava chiedere, le sue labbra erano tenute strette, in silenzio, per non fare rumore, secche, per la mancanza di saliva, avide, di qualcosa che le inumidisse…

Un’altra bocca la esaudì, voracemente, mentre dal basso il desiderio prorompeva a ondate, ad un ritmo sempre più prepotente; il suo corpo sudato si muoveva, attaccato all’altro steso su di lei….

Sollevò appena il capo per ammirare la danza dei due corpi fatti uno, poi la abbandonò nuovamente indietro, sul cuscino. La musica incalzava, la danza si faceva più serrata, protesa. Infine inarcò la schiena e per un attimo avvertì l’effluvio di sensazioni di estranea provenienza riempirla fino al fondo della sua anima… ora sì… poteva ritornare a respirare.”

(da “De profundis per una zanzara” )

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Edith Piaf, l'oiseaux de Paris

19 Maggio 2014 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #personaggi da conoscere, #marcello de santis, #musica

Edith Piaf, l'oiseaux de Paris

di Marcello de Santis

Edith Piaf, Parigi 1915 - Grasse 1963

L'oiseau de Paris, l'uccellino, il passerotto di Parigi quella sera si esibiva in uno dei tanti cabaret che avevano reso caratteristica e famosa la città della Senna, era al Club des Cinq, il Club dei Cinque, a Montmartre. Tra gli avventori, seduto a un tavolo d'angolo, c'era un bel ragazzo, conobbe il suo nome quando ebbero modo di si avvicinarsi: Marcel.

Glielo presentarono, o si presentò lui stesso con la simpatica faccia tosta, non sappiamo bene, e parlarono, là per là la cosa finì lì; almeno per quella sera; in cui lei piccolina ma elegante nel suo solito amatissimo abito nero e lui molto apparente nel suo vestito stretto a mettere in mostra la sua figura di atleta. Quando si rividero in America di lì a qualche tempo, s'innamorarono. Il passerotto di Parigi aveva poco più di trent'anni; era il 1948.

Ma come erano diversi, come lontane le loro personalità, il loro carattere, lei riservata e minuta, Edith Piaf, il cui nome cominciava a risplendere nei cieli della canzone francese; lui un giovane pugile già con una certa fama, Marcel Cerdan. Marcel era sposato, sua moglie Marinette gli aveva dato tre figli; ma al cuore non si comanda; fu un amore grande, ma tragico.

Marcel, campione algerino di pugilato, nato nel 1916, morì giovanissimo nel 1949 alla età di 33 anni in un incidente aereo; campione di Francia, campione d'Europa, Ebbe diversi record di vittorie consecutive sul ring, la più clamorosa fu di ben 47. Lo chiamavano il bombardiere marocchino per la sua esplosiva potenza.

Da campione d'Europa porta a termine 23 vittorie di fila, interrotte non per supremazia dell'avversario, ma per una ingiusta squalifica dell'arbitro. Poi riprese e ne fece altre 37 consecutive, un vero fenomeno del ring. C'è la guerra, parte come tanti giovani, e va a vincere anche il campionato inter-alleato dei pesi medi.

21 settembre 1948: conquista il titolo di campione del mondo, l'anno dopo a giugno viene sconfitto nella difesa del titolo da quel grande che fu Jack la Motta, il toro del Bronx.

E' il suo ultimo incontro, ché il 27 ottobre, muore.

Cerdan aveva preso un aereo della Air France, rotta Parigi-New York, per raggiungere il suo passerotto che si esibiva là. L'aereo si schianta nella notte dal 27 al 28, contro una montagna dell'isola di São Miguel nell'arcipelago delle Azzorre.

L'uccellino di Parigi che pareva tremare nelle ali ad ogni apparizione sulla scena, con quello sguardo smarrito, eternamente sofferente, non aveva ancora finito di soffrire, non era nemmeno alla metà dei dolori che avrebbero costellato la sua vita donna e di artista.

Marcel non sapeva i dolori della sua amata, sapeva solo il suo improvviso amore per quell'esserino fragile e indifeso con una voce meravigliosa ma già piena di destino. Marcel, che era nato ad Algeri e che si portava appresso tutta la sua miseria, ma anche - come si disse di un grande di spagna - Garçia Lorca, "si portava la morte addosso"; con una faccia che già mostrava i pugni che aveva preso, e la rabbia di chi ne avrebbe ancora dati tanti per la conquista della gloria che non arrivò.

In una Parigi dove gli esistenzialisti dovevano ancora arrivare, Edith Piaf fu acclamata come l'antesignana di questi nuovi artisti, come Juliette Greco e Jean Paul Sartre, e in qualche maniera Jacques Prévert. Venne a scompigliare le carte di una Parigi intellettuale o che a tale si atteggiava, dove i parigini impazzivano o quanto meno si lasciavano irretire dal gonnellino di banane della dea nera che scuoteva ancheggiando sul palcoscenico mentre cantava, quella Josephine Baker che, scuotendo voluttuosamente il corpo d'avorio e il seno nudo, cantava J'ai deux amour:

J'ai deux amours

mon pays e Paris

(io ho due amori, il mio paese e Parigi).

Edith fu naturalizzata francese e si esibì alle Folies Bergères alla fine degli anni venti del novecento.

Raggiunge un successo incredibile con la canzoneJ'ai deux amours che compose per lei Vincent Scott.

Questa minutissima giovane cantante dal viso triste, nasce a Parigi in una fredda giornata di dicembre del 1915, nel quartiere popolare di Menilmontand, con il nome di Edith Giovanna Gassion. Era destino che da grande dovesse fare la cantante, era scritto, come si direbbe oggi, nel suo DNA. Infatti già all'età di sette anni cominciò a cantare con la sua voce già forte e decisa, per la strada; dove i suoi genitori si esibivano per tirare avanti la carretta. Il padre Louis Alphonse faceva il contorsionista, l'acrobata anche, pensate, e la mamma Annette - che era italiana di origine, era toscana di Livorno, girava con il marito e tratteneva la gente cantando. Il suo nome d'arte era Line Marsal, era dedita all'alcol, e - racconta la storia - talvolta per arrotondare il misero ricavato della loro povera arte, si prostituisse.

Erano artisti, si fa per dire, artisti di strada, anche perché erano tanto poveri che non avevano neppure una casa fissa; forse un ricovero ce l'avevano, alla via Bellavilla, rue de Belleville; qui nacque Edith, questa la storia, ma c'è anche una leggenda da tenere presente: leggenda che ci racconta che la bimba nacque "davanti al numero 27 di quella via", sul marciapiede, e nell'occasione la mamma fu aiutata da un flic, un poliziotto di quartiere che svolgeva là il suo servizio, anche se il certificato di nascita indica il vicino ospedale. I signori Gassion erano poverissimi; non potevano permettersi di allevare un figlio; il signor Louis Alphonse dovette partire per la guerra, e allora dovettero, per forza di cose, affidare la neonata alla nonna di lei, alla signora Acha, che faceva l'ammaestratrice di pulci; che non si curò minimamente della ragazzetta. Fortunatamente restò da lei solo per poco più di un anno, ché - sempre secondo la leggenda, la nutriva con biberon pieno non di latte ma di vino; "il vino uccide i microbi" si giustificò quando gliela tolsero definitivamente. Ma il padre la tolse dalla padella per calarla sulla brace, come dice un vecchio detto; di ritorno dalla guerra la tolse alla signora Acha e la portò da sua madre Louise, che - udite udite - faceva la tenutaria di un bordello, in una paesino del nord della Normandia; la signora Louise, grazie al cielo, in qualche maniera si prese cura della bambinae la portò con sé e con sua madre ad esibirsi in strada. E - narra la storia - la gente si fermava e donava l'obolo che lei passava a pietire allungando la mano che stringeva un cappello - perché apprezzava più la voce di quella ragazzina, più che le piroette e lo spettacolo dei due artisti; uno scricciolo da niente, e tale sarebbe rimasta anche col passare degli anni.

Adesso Edith è una cantante famosa, la più famosa di Francia; e anche la più amata. Adesso può nutrirsi come si deve, eppure quando sgrana lo sguardo cantando davanti al suo pubblico invisibile seduto in platea all'oscuro, mentre la luce della ribalta è tutta per lei, pare tornare a guardare il film della sua vita, di quand'era bambina... a quando doveva ingoiare - e non le piaceva - il vino di nonna Acha, ma anche il buon latte delle mucche della Normandia di nonna Louise (e allora un breve sorriso le illuminava il viso emaciato).

Allora si chiamava Edith Gassion, oggi il suo nome era Edith Piaf. Piaf... che nel dialetto (argot) parigino voleva dire passerotto. Era piccola piccola, stava in una mano, pensate non raggiungeva il metro e mezzo (per l'esattezza appena 1.47).

Con tanta mestizia si diceva, guardando le foto che le scattavano tutti mentre si esibiva, mentre passeggiava, in ogni momento di questa sua nuova realtà: "io son l'oiseau de Paris", sono il passerotto di Parigi; e il nomignolo se lo portava appresso come la sua ombra, come il suo eterno dolore, come il suo destino. Anche in America dove la chiamavano little sparrow, piccolo passero, ché quello appariva anche agli occhi degli americani, un uccellino dalla voce dolce e amara, piena di ricordo e nostalgia, piena di tutto.

Ma non riusciva ad essere felice, nonostante tutto.

Non lo sappiamo, è vero; ma come non pensare che quando lo spettacolo della sua vita terminava, quando si ritirava per riposare nelle sue camere d'albergo, stremata dalla fatica che la scena comportava, la mente le tornasse eternamente alla sua infanzia!

Quante disavventure, mamma mia! Proviamo ad elencarle, sperando di non dimenticarne nessuna: quando a cinque anni di età stava da nonna Louise fu colpita da una fastidiosa cheratide che la rese cieca per qualche tempo, se ne presero cura le prostitute della casa di appuntamenti. Poi incidenti di macchina vari, l'ultimo insieme a Georges Moustaki le devastò il volto; una malattia al fegato molto grave che la porterà a stare a lungo in coma a rischio della vita; e alcuni interventi chirurgici, ricordiamo quello dell'anno 1960, durante un concerto al Walford Astoria di New York, Edith perde i sensi, cade sul palco perdendo sangue dalla bocca; ha un male allo stomaco, viene nuovamente operata; e nuova operazione, stavolta in Francia, a causa di un altro collasso durante un concerto a Stoccolma. Ultimo ma non ultimo un tentativo di suicidio.

Fu sulla strada insieme alla sorellastra Simone, fino a 15 anni, tra esibizioni nei caffè, nelle strade di Parigi, nei campi di militari; e negli infimi alberghetti dove dormivano. Intanto la voce si era affinata, e cominciava e vedersi quello che poi diverrà nel tempo il suo inimitabile stile canoro.

Un tale Louis Dupont la mette incinta, nasce un figlio che lei abbandona e che morirà di meningite a pochi mesi. Siamo alla fine della sua vita di strada, grazie al cielo.

E grazie a un altro Louis, il signor Leplée, che diventa Edith Piaf. Siamo nell'anno 1935, Edith ha 20 anni.

Leplée gestisce un locale alla moda, e la nota esibirsi in un angolo di strada a Pigalle, quartiere poco raccomandato frequentato dalla malavita parigina, e le fa firmare un contratto per il suo cabaret. Le cambia nome, diventa La Mome Piaf (stesso significato: piccolo uccellino), le dà nuovi rudimenti di canto, di movimenti sulla scena, di abbigliamento (abito nero, che porterà per sempre), Piaf comincia la sua nuova vita.

Con lo sguardo al passato, quando sotto la luce della scena scrutava il vuoto davanti a sé, a cercare i sogni non realizzati, gli incubi ricorrenti, gli amori tempestosi e sfortunati; a mettere insieme ricordi svaniti che si mescolavano a invenzioni della sua fantasia.

La morte di Marcel Cerdan - scandaloso per l'epoca, essendo lui sposato con figli - fu il colpo finale alla sua fragilità; il senso di colpa per averlo chiamato lei a raggiungerla in America dove era per lavoro, e lei a consigliargli quell'aereo che si schiantò addosso a un monte delle isole Azorre, la portò a bere dissolutamente, cade in depressione, si droga ogni volta che ne sente il bisogno, quasi sempre, fa un uso scellerato di morfina.

Ricordiamolo, era il 1949.

Il 28 ottobre, a New York, il giorno dopo l'incidente l'oiseau de Paris, il little sparrow Americano, dedica al suo uomo che non c'è più la più bella e la più triste canzone del suo repertorio; l'Hymne a l'amour; col suo abito nero, curva più che mai sul suo eterno dolore, lo sguardo sempre là nel vuoto dei sogni e dei ricordi.

Non vogliamo qui parlare dello sviluppo della sua carriera, che molto ci sarebbe da dire; degli incontri con artisti famosi accenneremo appena; il primo fu Charles Trenet, poi ancora Maurice Chevalier, e Gilbert Becaud. E che dire dei suoi amori, tutti senza fortuna? Uno breve brevissimo, con l'attore Paul Meurisse, che le aprì la porta del cinema; il giornalista Henry Contet, finito quasi prima di nascere; nel 1944 si lega a Ives Montand, è lei che lo lancia e lo fa diventare famoso, ma poi finisce come doveva finire.

I successi seguono ai successi, è la volta de La vie en rose, che per lei non è mai stata di colore rosa, tutt'altro.

Quand il me prend dans ses bras

Il me parle tout bas

Je vois la vie en rose

Il me dit des mots d’amour

Des mots de tous les jours

Et ça me fait quelque chose

Quando mi prende fra le sue braccia, / egli mi parla sottovoce, / desidero una vita in rosa.... / Mi dice parole d'amore, / parole di tutti i giorni, / e, ciò, mi fa un certo non so che....

Marcel è morto da due anni, l'artista intreccia una relazione con Charles Aznavour, ma sarà una amicizia affettuosa da parte di tutt'e due. Altro incidente d'auto, tutt'e due rischiano la vita. Sposa Jacques Pills, cantante, che la lascerà per i suoi eccessi di alcol e droghe che le procureranno una forma molto accentuata di delirium tremens per la quale malattia viene ricoverata a lungo in Ospedale. Continuano i successi, nascono tra le altre canzoni Les amants d'un jour, Gli amanti di un giorno, Mon Manège À Moi che noi conosciamo meglio con il titolo Tu me fais tourner la tête, Tu mi fai girare la testa; e poi "Milord", scritta dal suo nuovo amore George Moustaki.

Charles Dumont cantautore francese, scrive per lei l'ultima canzone importante della sua vita; "Non, Je Ne Regrette Rien", la canzone che sarà e resterà per sempre il simbolo della sua vita.

Le resterà poco da vivere, Edith Piaf è stanca, malata, fisicamente malmessa, una grave forma di artrite deformante l'ha rattrappita tutta, e che le procura sofferenze indicibili.

Cade in coma, una anomala forma di "pace" cui la cantante ha sempre anelato e che adesso ha - seppure malamente - raggiunto.

Voglio qui postare una breve recente poesia di un mio amico poeta, Franco Conti, che ha voluto ricordare la grande piccola cantante così:

EDITH PIAF

(L'existentialisme dans la musique:

Vivre la vie avec passion)

E via

dispiega ancora al vento

il tuo canto infinito

piccolo uccello

dalla grande anima,

hai vissuto una breve stagione

ai confini dell'esistenza

la somma di mille vite

nell'intenso abbandono alla passione.

Penso a te

come a un bianco gabbiano

che solca i mari d'inverno

riscaldato dal sole dell'anima.

Te ne sei andata

dopo un breve volo

con le ali bruciate

dalle intense emozioni

ma la tua voce

canta ancora nel tempo,

canta ancora di una vita in rosa

sotto il cielo di Parigi

e sotto i cieli

dove vivono uomini

che sanno vivere, amare, soffrire.

Oh oui, la tua voce

chante encore et pour tojours

l'ymne à l'amour...

...NOUVEAU EXISTENTIALISME

Nouveau existentialisme

signifie vivre la vie avec passion:

dans l'amour que c'est l'expression de l'ame,

dans l'espace du temps et du monds possibles,

dans le souffle doux des reves qui font susurrer une chanson d'amour...

Franco Conti

(da 'Metamorfosi del divenire: Poetiche di vita' - Cap. IV - Musica: Il canto del-l'anima - pag.92 - Editrice Montedit, 2011)

***

Due suoi amici Simon Berteaut, e il suo recente marito Théo Satrapo, che aveva la metà dei suoi anni, la portano nella villa di Simone sulla Costa Azzurra; qui soffre per mesi, atrocemente; qui muore l'11 ottobre dell'anno 1963; non aveva ancora cinquant'anni. Muore dopo che per una vita intera erano falliti i suoi tentativi di mentire a se stessa per cambiare - nella fantasia - in belle le cose brutte che avevano costellato la sua ingrata esistenza.

Non! Rien de rien

Non! Je ne regrette rien

Ni le bien qu'on m'a fait ni le mal

Tout ça m'est bien égal!

No! Niente di niente / No! Non rimpiango niente

Né il bene che mi hanno fatto né il male / Mi va tutto bene ugualmente!

marcello de santis

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L'ambiguità della sorte in Silenzio

18 Maggio 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

Poesia inedita

Silenzio

di Adriana Pedicini

A brace spenta

bruciano

le mani del sogno

caldo in cuore.

Neri rami s’alzano

sterile fumo

al plumbeo cielo.

Di pioggia le nuvole

s’ammassano nere

segni fatali di sorte.

Dorme nel bianco ventre

il chicco disfatto

a nuova messe.

Ritornano

il sole l’erbe e i fiori

se sai ricordare.

Pace o segno di

nero silenzio

questa assenza di voce.

L'ambiguità della sorte in Silenzio
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Non si vive di solo vino

17 Maggio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi

Non si vive di solo vino

In un precedente pezzo ho parlato di vino, precisando che l’argomento mi appassiona e che mi piace gustarlo, ora vorrei aggiungere che c’è un altro alimento per il quale sento uguale trasporto e passione. Amo la terra e i suoi prodotti più semplici: pane e vino che sono alla base di tutte le culture antiche. Si sente spesso paragonare una persona buona a un pezzo di pane, questo perché non c’è cibo più importante e fondamentale per una corretta e sana alimentazione. Il profumo del pane appena sfornato mi ispira il ricordo delle bionde spighe mature che a giugno nei campi si piegano sotto il peso dei chicchi, e attiva in me tutti i sensi: mi stimola la vista con il suo colore dorato, l’olfatto col quel profumo unico e inconfondibile, il tatto sfiorandone la crosta ruvida, l’udito quando toccandolo sento il suo “croccante” rumore sotto le dita e, naturalmente, il gusto con il suo sapore che sazia e non stanca. Pane e olio, pane e pomodoro, pane in una bella ciotola di latte fresco, conoscete qualcosa di meglio, di più genuino? Il pane è un cibo antichissimo e la conoscenza casuale di questo alimento risale addirittura al paleolitico, quando si pressavano i chicchi schiacciandoli tra due pietre e la farina così ottenuta veniva mescolata con acqua per formare una poltiglia che si mangiava cruda fino a quando un giorno per caso ne cadde un poco su una pietra rovente e l’uomo, (o forse meglio la donna chissà?) si accorse che il cibo “cotto” cambiava completamente sapore. Gli Egiziani perfezionarono l’alimento con la scoperta della fermentazione e per loro il pane divenne simbolo di ricchezza. Anche i Greci furono bravi panettieri e seppero migliorarlo aggiungendo altri prodotti semplici della terra quali latte, olio, miele, olive e erbe aromatiche, come si fa ancora oggi. Il pane non mancava mai sulla tavola degli antichi Romani. Prima veniva preparato nelle case, mentre in seguito allestirono dei veri e propri forni pubblici, dando inizio alla produzione del pane artigianale. Un’arte sviluppata e promossa perché alla base delle campagne militari dell’antica Roma, in quanto ai legionari veniva data come razione giornaliera pane e formaggio che poteva essere consumata anche durante la marcia. La storia del pane si perde dunque nella notte dei tempi, sempre presente nella corretta alimentazione di tutti i popoli fino ad arrivare ai giorni nostri . Lo conosciamo sotto varie forme, usiamo diversi nomi a seconda delle località in cui viviamo e diventa rosetta nel Lazio o coppia nel ferrarese e ancora piadina in Romagna, pane d’Altamura in Puglia, pane carasau in Sardegna, e si potrebbe continuare l’elenco perché se ne conoscono oltre 200 tipi in tutta Italia.

Concluderò questa amena dissertazione con un breve accenno storico ricordando il famoso agronomo Nazareno Strampelli, marchigiano nato in provincia di Macerata nel 1866 e morto a Roma nel 1942, che fu uno dei più importanti esperti italiani di genetica agricola del suo tempo. I suoi sforzi lo condussero alla realizzazione di decine di varietà differenti di frumento, che egli denominò "Sementi Elette” alcune delle quali ancora coltivate, che consentirono, in Italia e nei paesi che le impiegarono, importanti aumenti nella produzione media per ettaro, con conseguenti benefici sulla disponibilità alimentare delle popolazioni. Contribuì coi suoi studi e le sue sperimentazioni alla riuscita della “battaglia del grano” quando nel 1925 Mussolini decise di promuovere l’autosufficienza nella produzione di tale prezioso cereale e fu nominato membro del Comitato permanente del grano. Mussolini si rivolse a tutti gli accademici per avere un riscontro sulla situazione effettiva nel territorio nazionale, e furono incrementati i finanziamenti per aumentare il numero di addetti alle ”cattedre ambulanti” soprattutto al sud, affidando loro il compito di istituire campi dimostrativi di almeno un ettaro in ogni comune. Lo scopo era quello di aumentare la propaganda e la sperimentazione agraria. Ulteriori finanziamenti vennero poi concessi alle regie stazioni agrarie ed ai vari istituti agrari, e in ogni provincia venne istituita una commissione per la propaganda granaria. Vennero assunti anche importanti provvedimenti per il credito agrario, ai fini di incoraggiare dissodamenti, soprattutto per le aree a coltura estensiva del sud e per quelle appena bonificate delle grandi paludi. Infine un altro decreto introdusse i concorsi a premi tra gli agricoltori per la produzione frumentaria. Soltanto sei anni più tardi, l'Italia riuscì ad eliminare un deficit sulla bilancia commerciale di 5 miliardi di lire e a soddisfare quasi pienamente il suo fabbisogno interno di frumento, inferiore solo di poco alle aspettative perché nel frattempo era aumentata la popolazione. Nello stesso anno l’Italia raggiunse anche un primato internazionale: superò per la produzione di frumento per ettaro gli Stai Uniti che avevano un record fino ad allora considerato ineguagliabile. Nelle scuole per educare i piccoli all’amore verso il grano, si studiava la poesia scritta dallo stesso Mussolini nel 1925: Amate il pane: cuore della casa, profumo della mensa, gioia del focolare. Rispettate il pane: sudore della fronte, orgoglio del lavoro, poema di sacrificio. Onorate il pane: gloria dei campi, fragranza della terra, festa della vita. Non sciupate il pane: ricchezza della Patria, il più soave dono di Dio, il più santo premio alla fatica umana.

Non si vive di solo vino
Non si vive di solo vino
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Quando sei nella merda, tira la catena

16 Maggio 2014 , Scritto da David Di Luca Con tag #david di luca, #psicologia

Quando sei nella merda, tira la catena

Dopotutto, a cosa serve essere ottimisti quando va tutto bene? Non ci vuol nulla ad essere motivati quando stiamo ottenendo dei successi. Il trucco sta nel rimanerlo anche quando le cose non vanno “bene” (cioè come vogliamo noi).

I guru consigliano, quando attraversiamo un periodo difficile, di “essere grati” di qualsiasi cosa abbiamo, anche piccola. Ma che fare quando non c’è neanche questa piccola cosa? Quando proprio sentiamo che non ce n’è più, che stiamo a fine corsa, che non potremo mai più essere felici?

Tutto sta in questa semplice voce verbale: “sentiamo”. Il fatto che sentiamo qualcosa non significa che sia vera. Lo so che a qualcuno questo concetto può sembrare pesante, ma vi assicuro che è proprio così. La sensazione di essere finiti è appunto questo, una sensazione. Fortissima, coinvolgente, ma nonostante questo è un’idea che ci siamo fatti della situazione, niente di più.

La soluzione ai nostri problemi potrebbe essere a un centimetro, a un millimetro dal nostro naso, e noi potremmo non vederla perché siamo immersi, scusate il termine, nella merda. Quante occasioni ci perdiamo per questo atteggiamento?

Allora, propongo una metafora un po’ forte. Se siamo nella merda, immaginiamo di tirare la catena, lasciando che un po’ di quella merda se ne vada, scivoli via, lasciando sgombra una parte della nostra mente.

Non vi sto parlando di astruse teorie psicologiche. Qui si tratta proprio di sgomberare il cervello, rendendo disponibili risorse per soluzioni che escono dal campo delle nostre abitudini. come diceva un genio:

I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero che li ha generati (Albert Einstein)

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Femminilità (in)corporea (2013) di Roger A. Fratter

15 Maggio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Femminilità (in)corporea (2013)  di Roger A. Fratter

Femminilità (in)corporea (2013)

di Roger A. Fratter

Sottotitolo: Preferisco suoni lontani. Regia: Roger A. Fratter. Soggetto e Sceneggiatura: Roger A. Fratter, Lauro Certaldo. Montaggio: Roger A. Fratter. Fotografia: Lorenzo Rogan. Operatori: Stefano Ravanelli, Omar Fratter. Musiche: Massimo Numa, Valerio Ragazzini. Edizioni Musicali: Beat Records (Roma). Brani Musicali: Dammi Tempo, Capitan Coraggio di Michael Vegini; pezzi al piano di Alessandro Fabiani; Touch Me di Malinowska, Puglisi, Toso, interpretrato da Monique. Dipinti: Oliviero Passera. Direttore di Produzione: Lauro Certaldo. Produzione e Distribuzione: Beat Records Company. Durata: 90’. Genere: Introspettivo. Interpreti: Roger A. Fratter (Raffaele), Anna Palko (Paola), Monika Malinowska (Greta), Giulia Marzulli (Gianna), Anthony Paul (Enzo), Valerio Ragazzini (Vanni), Matteo Maffeis (Michele), Rachel Rose Wood, Pietro Mosca (Saggezza).

Roger A. Fratter è un regista indipendente controtendenza. Abbiamo cominciato ad apprezzare la sua opera con Sete da vampira (1998), Anabolyzer (2000), Abraxas (2001), Flesh Evil (2002), Innamorata della morte (2004), quando erano tempi magri per il cinema horror nostrano. Adesso che molti indipendenti sono tornati a fare cinema di genere lui si dedica a pellicole introspettive, commedie erotiche e cinema d’autore. Due film interessanti come Rapporto di un regista su alcune giovani attrici (2008) - una sorta di personale Otto e mezzo - e Tutte le donne di un uomo da nulla (2010) - storia di un nullafacente mantenuto da una moglie ricca - anticipano il sofferto e introspettivo Femminilità incorporea, che presenta il suggestivo sottotitolo Preferisco suoni lontani.

Vediamo la trama. Raffaele, scrittore insoddisfatto della vita materiale e sentimentale che conduce, decide di scappare da moglie, figlia e amante per ricercare il suo mondo interiore, la donna ideale e il senso vero dell’esistenza. Raffaele acquista un quadro che raffigura una figura femminile, sparisce dalla realtà, vive in un mondo onirico dove tutto è possibile e le regole della realtà non esistono. “Quando il nostro microcosmo comincia a diventare incerto è in quel momento che udiamo una voce chiamarci da lontano”, dice il regista nella didascalia iniziale. Il protagonista precipita in un abisso di incomunicabilità, perdendo ogni riferimento con la realtà dopo la rottura di un duplice rapporto con moglie e amante. Scappa dalle sue donne, persino dalla figlia (complice della fuga), si libera da ogni vincolo, anche del suo editore, per intraprendere un viaggio mistico alla ricerca di se stesso e di un donna ideale che è destinato a non trovare.

Il film è girato in una Bergamo luminosa e spettrale, raffigurata da tersi cieli invernali e cupe giornate cosparse di nuvole intrise di pioggia. La pellicola gode di una fotografia solare, lucida, colorata, ed è girata con movimenti di macchina decisi, soggettive intense, piani sequenza introspettivi. Il messaggio subliminale fa capire che l’arte è sempre una via d’uscita, perché trasforma la realtà, contribuisce a far accettare il mondo interiore, riveste una funzione terapeutica, aiuta a capire se stessi. Il regista calca la mano sul cinema surreale per dimostrare la relatività dell’esistenza e il diverso modo di vedere le cose. Un filmino amatoriale (girato con tecnica da Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato) cambia il contenuto alla seconda visione: prima mostra una famiglia felice, subito dopo la cruda realtà dell’incomunicabilità tra uomo e donna. Il ritorno del marito, infine, non sappiamo quanto sia reale o quanto una costruzione fantastica della moglie, mentre il regista ci fa capire che l’uomo si è perduto dentro un quadro, cercando una donna che forse non troverà mai. Femminilità (in)corporea insiste molto sulle sequenze erotiche, mai così audaci, intense e credibili in un film di Fratter. Il discorso più importante del regista segue la tematica pirandelliana de Il fu Mattia Pascal, tra soggettive nervose e lunghi piani sequenza: la fuga di un uomo dalle donne della sua vita, ma soprattutto da se stesso, alla ricerca di qualcosa che non troverà. “Le due metà non si uniranno mai perfettamente”, dice la didascalia finale, subito dopo i titoli di coda. La donna perfetta non esiste, resterà un sogno impalpabile di un uomo in fuga. Roger Fratter gira con eleganza e sapienza tecnica un film difficile, ben recitato da lui stesso (nei panni del protagonista) e dalle tre donne Anna Palko (Paola), Monika Malinowska (Greta) e Giulia Marzulli (Gianna). Da recuperare nei circuiti Home Video, perché non è un prodotto destinato al cinema.

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