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MIRELLA SERRI: UN AMORE PARTIGIANO, STORIA DI GIANNA E NERI, EROI SCOMODI DELLA RESISTENZA

3 Giugno 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni, #storia

MIRELLA SERRI: UN AMORE PARTIGIANO, STORIA DI GIANNA E NERI, EROI SCOMODI DELLA RESISTENZA

Mirella Serri, “Un amore partigiano: storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza”, Longanesi 2014

Mirella Serri, fin qui nota per i suoi apprezzati studi sui rapporti tra intellettuali e politica, affronta un argomento conosciuto, ma ancora, per molti versi, misterioso: l’assassinio dei partigiani Giuseppina Tuissi (“Gianna”) e Luigi Canali (“Neri”), ad opera dei loro compagni di lotta, nelle settimane immediatamente successive alla fine del conflitto.

Lo fa con la sicurezza della studiosa di storia (evitando, però, gli appesantimenti di note, citazioni e riferimenti archivistici), con la capacità di scrittura della ricercatrice di letteratura italiana moderna e contemporanea, ma anche con intuito e sensibilità tutte “femminili”.

Perché, in fondo, di una storia d’amore si tratta, anche se potrà dispiacere a chi preferisce collocare i protagonisti di stagioni irripetibili in un Olimpo nel quale –a differenza di quello greco- i sentimenti sono sconosciuti.

Il “contesto”, come con brutta parola si dice, è quello della Resistenza e della guerra civile italiana: “Gianna” e “Neri” scelgono di schierarsi dal lato “partigiano” e credono di trovare nel mito del comunismo e del PCI un sostituto di quello del fascismo, al quale pure – pare di capire - avevano in qualche modo creduto prima del disastroso esito della guerra.

All’impegno militante si intreccia la loro storia privata, perché i due si innamorano, e non nascondono, benché Neri sia sposato e neo padre di una bambina, la loro storia, sfidando i pregiudizi di un ambiente – quello del PCI “stalinista” dell’epoca - intriso di moralismo laicamente bigotto.

E, poiché, nella realtà, anche gli “eroi” sono fatti di carne, sangue e umane debolezze, succede che, quando vengono arrestati, cedono (“Gianna” certamente, “Neri” probabilmente, e se lo fa, è per salvare la sua donna) alla violenza delle sbirresche torture, rivelando nomi e indirizzi dei compagni di lotta.

La faccenda poi si ingarbuglia: “Neri” riesce ad evadere (forse “aiutato” dai suoi stessi carcerieri), mentre “Gianna” è rilasciata; benchè ambedue siano condannati a morte “per tradimento” dalla giustizia partigiana, nelle convulse giornate che seguono il 25 aprile si trovano sul lago di Como, e in posizione non defilata.

“Neri” verrà addirittura sospettato di essere stato quello che ha dato il colpo di grazia a Mussolini, e “Gianna”, invece, è una delle partigiane incaricate di repertoriare l’ingente quantità di oro e danaro trovato sugli automezzi della colonna fascista in fuga.

Ed è proprio questo incarico che causerà la morte di ambedue (e anche di altri coprotagonisti, che la Serri puntigliosamente elenca): l’uomo, al quale la compagna ha riferito di aver consegnato il “bottino” alla neocostituita Federazione comasca del PCI, prova a chiedere – scontrandosi con bugie e mezze verità - dove sia finito, e dopo violente discussioni, viene fatto “sparire” il 7 maggio, mentre la donna, che si è data alla sua ricerca disperata, ne segue la sorte il 23 giugno, giorno nel quale compie ventidue anni.

Questi, in sintesi estrema, i fatti, che ci richiamano una realtà che oggi appare molto più lontana dei settanta anni trascorsi: la fideistica e totalizzante adesione ad un’ideologia e al Partito che la incarna fa sì che “Gianna” fino all’ultimo si rifiuterà di credere che ad uccidere “Neri” siano stati i suoi stessi compagni di lotta; la commistione tra privato e pubblico – della quale si avrà ancora qualche revival ai tempi della contestazione sessantottina - gioca un ruolo importante nella condanna a morte della donna, accusata di aver “rubato” il marito ad un’altra; le ingenue speranze che il tempo ha cancellato, giustificano la passione di “Neri” per lo studio dell’ “esperanto”, nella convinzione che l’uso di quella nuova lingua comune (della quale oggi non si sa più niente) sia il primo passo verso la pace tra i popoli.

La grande Storia travolge, come un rullo compressore, le piccole vite dei due giovani innamorati; la “ragione di Partito” impedirà che ad essi sia data giustizia, sino all’intervento, nel 2004, del Presidente Ciampi.

Poiché nel libro molto si parla anche delle ultime ore di vita di Mussolini e Claretta, che si intrecciano, come detto, con i destini dei due partigiani, sorge spontanea la riflessione su alcuni parallelismi possibili.

Una moglie tradita e gelosa si muove sullo sfondo in entrambi i casi: mentre, però “donna Rachele” nelle dichiarazioni del dopoguerra manifesterà il suo “perdono” per la rivale di ieri, la vedova di “Neri” ancora nel 2002, quando una “scalinata” sarà intitolata a Como alle due innocenti vittime, pubblicamente dichiarerà la sua “perplessità” sull’accostamento.

Un ruolo non secondario, nelle due vicende, giocano i personaggi secondari che intorno alle due coppie di amanti si muovono: da una parte gli esponenti del PCI condannano la coppia clandestina, e non usano nessun riguardo per evitare a “Gianna”, considerata alla stregua di una poco di buono, la tragica fine; dall’altra i mussoliniani non mancano di imputare, anche in maniera grossolana e volgare, a Claretta, fino all’ultimo, certe indecisioni e incertezze del Capo al tramonto.

Nel sottotitolo, la Serri parla di “eroi scomodi della Resistenza”, ma forse, a ben vedere, gli eroi sono sempre “scomodi” per chi voglia andare oltre la superficie delle cose e le agiografie di maniera.

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Marco Miele e il giallo in vernacolo

2 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste

Marco Miele e il giallo in vernacolo

Marco Miele è uno scrittore di Piombino, terra ricca di tradizioni in provincia di Livorno - quasi Grosseto - un promontorio che si affaccia sull’Isola d’Elba, posto a me caro, ci sono nato e ci ho ambientato l’ultimo romanzo (Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino, Acar). Nato nel 1963, pubblica dal 2011, ha al suo attivo due romanzi: L’umore del caffè (Multistampa srl, 2011 - ristampato da Govane Holden), Un pesce da aprire (Giovane Holden, 2013) e un paio di racconti lunghi usciti in antologie edite dal mio Foglio Letterario: Raccontare Piombino (2013) e Piombino in Giallo (2014).

Marco Miele usa il giallo per raccontare la vita quotidiana della provincia maremmana, impiegando al meglio un personaggio seriale: il commissario Franco Danzi, detto il Nero, che torna da Roma a Piombino dopo un matrimonio fallito, rivede i vecchi amici e riscopre i sapori della vita passata. Nel primo libro il Nero deve risolvere un mistero d’annata, un omicidio sulla spiaggia le cui indagini vengono riaperte e conducono a un’imprevista soluzione. Nel secondo romanzo - più maturo e anche ben realizzato a livello editoriale - deve risolvere un omicidio contemporaneo e scagionare un vecchio amico da un’accusa infamante. I due romanzi sono ambientati in una perfetta scenografia maremmana, scritti ricorrendo al dialogo, dosando pittoresche espressioni vernacolari e inserendo piccanti situazioni erotiche. I due romanzi tecnicamente sono definibili come gialli, perché c’è un mistero da risolvere, tra l’altro appassionante, ben mimetizzato tra indizi contraddittori, ma sono anche racconti ironici, frizzanti e scorrevoli, scritti in modo appassionato e divertente. Il Nero ritrova una banda di amici dei vecchi tempi, ricorda la giovinezza, preti sporcaccioni, amiche disponibili ed esperte nell’arte amatoria, compagni d’avventura dai nomignoli strani (L’Ora, Legno, Zero…); con quel gruppo trascorre serate sul mare davanti a un tramonto e in locali del centro bevendo birra e consumando patatine fitte. Ginepre è una minuscola Piombino, un paese di fantasia localizzabile nei pressi di Populonia Stazione, tra San Vincenzo e Baratti, un luogo popolato da mille anime, ma che possiede la sua Scuola Magistrale, piena zeppa di femmine da tampinare. Molto camilleriana come scelta, anche perché nel racconto convivono location realistiche (Piombino, Cecina, Isola d’Elba…) e il paese fantastico ideato dall’autore. Il Nero, paradossalmente, è il personaggio meno tratteggiato psicologicamente rispetto al gruppo, ma nel secondo volume resta memorabile uno scontro generazionale tra padre e figlio che si conclude con una cena a base di stoccafisso. Abbiamo avvicinato Marco Miele - senza grande difficoltà perché entrambi piombinesi - per avere qualche informazione di prima mano sulla sua attività di giallista.

Perché il giallo?

Il giallo, oltre a essere un appassionato, mi ha dato l’opportunità di raccontare storie che con il genere hanno poco da spartire. L’amicizia e la vita reale, sono temi che mi sono più cari. Il giallo è un pretesto.

Ti trovi bene a gestire un personaggio seriale?

Il protagonista dei due racconti, Franco Danzi detto il Nero, è suo malgrado il carattere descritto meno, viene intuito dai comportamenti, suoi e dei suoi amici, comprimari, coprotagonisti. Il protagonista seriale si muove in diversi spazi temporali, e mi è piaciuto tratteggiarne i cambiamenti nel tempo, suoi, degli amici e del territorio che li circonda.

La scenografia dei luoghi conosciuti (Piombino e Val di Cornia) quanto è importante nei tuoi romanzi?

Ginepre è un luogo di fantasia, ma tutto quello che c’è intorno è reale. Il territorio della Maremma è il protagonista silenzioso. I luoghi dove si ambientano gli eventi salienti di entrambi i racconti, sono verificabili, passo dopo passo, i luoghi veri e reali, e soprattutto indispensabili e insostituibili.

Perché l'uso del vernacolo toscano?

Ho cercato di trasferire la lingua parlata nella realtà, specie in certe fasce d’età, per rendere ancora più realistici i protagonisti. poi diciamo la verità noi toscani in generale, i maremmani in particolare, anche i più ostinati non riusciamo a togliere del tutto il “nostro” vernacolo.

Progetti per il futuro…

Quest’estate, partecipo alla raccolta Piombino in Giallo, spero di pubblicare prima della fine del 2014, dopo i primi due, il terzo e conclusivo episodio di quella trilogia da me definita del Caffè. Poi si vedrà quel che sarà…

Marco Miele è un talento naturale, imbastisce storie avvincenti, le ambienta con naturalezza in location conosciute, rende a dovere la suspense ricorrendo a trucchi del mestiere, racconta lo scorrere del tempo, il cambiamento di luoghi e situazioni. In una parola fa letteratura, con la elle minuscola, certo, ma letteratura…

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Marco Miele e il giallo in vernacolo
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Precisazioni

1 Giugno 2014 , Scritto da Redazione Con tag #cinema

In merito ai due articoli pubblicati su questo blog riguardanti la figura dell'attrice livornese Doris Duranti

L'amore di Doris Duranti e Alessandro Pavolini (Gordiano Lupi)

Doris Duranti (Patrizia Poli)

un gentile lettore ha rilevato un paio di inesattezze, inviandoci alcune interessanti precisazioni, di cui lo ringraziamo.

Quindi riceviamo e pubblichiamo quanto segue:

"Molti potrebbero pensare che si chiamasse Dora. Ma in realtà il suo vero nome è sempre stato Doris! Non appartiene alla schiera delle dive che ha dovuto rendere "esotico" il proprio nome come la moda dell'epoca imponeva. O almeno questo era ciò di cui lei sempre si vantava. Crebbe in un ambiente cattolico, detestò il bigottismo della madre, ma mantenne salda la sua fede cattolica fino alla fine.Tant'è che fu proprio con la scusa di andare in chiesa a prendere la comunione che un giorno uscì di casa, si recò alla stazione di Livorno per prendere il treno per Roma e iniziare col cinema nel 1934 che ancora doveva compiere 17 anni! Suo cugino, Lorenzo Duranti, la attendeva alla stazione di Roma.

Da una lettera di Doris:"E' venuto a prendermi alla stazione con il bambino più piccolo, Francesco, occhi grandi, come i miei, sguardo fiero, un Duranti a soli 10 anni, come del resto anche gli altri! Gli altri che stanno tutti al capezzale della madre morente... Povera donna!"

Fu lui in realtà a procurarle il biglietto per venire nella Capitale e magari farle realizzare questo suo sogno e non rubò da nessuna cassetta di nessuna zia come erroneamente riportano talune biografie. La famiglia di suo padre, infatti, era originaria della Sabina, vicino Roma, appartenente ad una antica famiglia nobiliare del posto. Il loro nonno difatti era barone, appartenne all'XI legislatura del Regno d'Italia e fu presidente della provincia di Roma subito dopo l'unità d'Italia. Il titolo baronale passò però ad un ramo collaterale della famiglia ma non a loro e quindi i due cugini non avevano alcun titolo. Alla feroce contraposizione della sua famiglia di origine faceva da contraltare la benevolenza di suo cugino Lorenzo che la fece ospitare in casa di sua figlia Margherita in un quartiere borghese di Roma.

"Margherita è una donna bellissima -dirà Doris in una sua lettera- è una mamma affettuosa e vive in un appartamento elegante e bello! E' una donna adorabile ed elegante".

Ben presto, già nel 1935, Doris andrà a vivere in un suo appartamento dove le sarà più comodo ricevere visite di amici e colleghi di quel mondo, quello del cinema, che già a partire dal 1935, era per lei avviato. Sono false le affermazioni che la vogliono già amante del gerarca Pavolini a partire da quest'anno. Lei si dedicherà esclusivamente al cinema e andrà molto orgogliosa soprattutto di un suo film "Carmela" per il quale dichiarerà sempre "il mio fu il primo seno nudo ripreso all'impiedi, apparve eretto com'era di natura, orgoglioso, senza trucchi, invece la Calamai si fece riprendere sdraiata, che non è una differenza da poco". La relazione con Pavolini nasce sul set del film "Il re si diverte" del 1941.
Doris amò follemente la sua Livorno della sua infanzia e la sua Roma, tant'è che a Santo Domingo il ristorante che aprì in vecchiaia si chiamava "Vecchia Roma"! Proprio perchè originario della sua Livornò trovò molto piacevole l'incontro con il conte Galeazzo Ciano di cui scriverà "un uomo elegante, raffinato, bello, loquace e soprattutto distrugge la noia che creano tutti questi maggiordomi in nero e vecchi impagliati che ci stanno intorno! Il suo pregio migliore? La moglie Edda! Adorabile! Estroversa! Materna! Moderna! Ma non posso espormi troppo o corro il rischio di passare per ruffiana! Un giorno quando le cose saranno tutte più semplici potrò dire ad Edda quanta stima nutro per lei!"

Soffrì molto per la dura sorte che ebbe Livorno durante la guerra e dopo un furibondo litigio con Pavolini si recò personalmente nella sua città natale per vedere cosa era diventata a seguito della furia del conflitto. Perse fiducia nel partito ma non aveva coraggio a dirlo al suo amato... Sfiduciata dal fascismo seguì Pavolini per amore fino alla frontiera svizzera ma capì che le cose non sarebbero andate nel verso giusto... La comitiva composta dai gerarchi, dal Duce e dalla Petacci avrebbe costeggiato il lago di Como. Lei dopo l'ennesima lite con Pavolini, testarda come quando una livornese si impone contro un fiorentino, scavalca DA SOLA il confine svizzero armata con una Beretta M34 e raggiunge Lugano il 28 aprile 1945! Sapeva che le stavano dando la caccia i partigiani! Gli altri furono tutti fucilati a Dongo, lei la ebbe vinta, la sua amica Luisa Ferida e Osvaldo Valente furono fucilati a Milano 2 giorni dopo con grande dolore di Doris! Luisa era estranea ai fatti, in realtà era Osvaldo che appoggiava la RSI. Doris rimase dunque antifascista dopo aver visto prima Roma e poi la sua Livorno, la sua gente, così ridotti in rovina ma inorridì al vilipendio di cadavere che si fece al corpo del suo compagno a Piazzale Loreto! L'unico suo peccato? Aver amato uomini sbagliati e aver avuto sempre Livorno nel cuore tanto da non riuscire a vederla più dopo le distruzioni della guerra! Roma? Troppo diversa da quella che lei aveva vissuto, troppo invivibile oramai! Di Livorno dopo la guerra dirà "É come vedere i tuoi genitori sfregiati". Morirà a Santo Domingo nel 1995 senza rivedere nemmeno uno dei protagonisti della sua vita lontana dal suo amato mare etrusco di Calafuria.

Autori: Luisa Cantarelli, Francesco Pietrantuono. Testi: collezioni private, raccolte epistolari autografe di Doris Duranti.

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Aldo Dalla Vecchia, "Specchio segreto"

31 Maggio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione

Aldo Dalla Vecchia, "Specchio segreto"

Specchio segreto

Aldo Dalla Vecchia

Sei Editrice, 2014

pp 298

14,00

Educazione è una parola talmente superata, al giorno d’oggi, da apparire rivoluzionaria. Il garbo con cui sono condotte le interviste che Aldo Dalla Vecchia - autore televisivo e teatrale, giornalista e romanziere – raccoglie nel volume “Specchio segreto”, chiamato come il programma (cult diremmo oggi) di Nanny Loy, per celebrare i sessant’anni della televisione, sfocia in uno stile pulito, elegante, da articolista perbene di una volta.

Dopo una poco significativa introduzione di Maurizio Costanzo, sfilano sessanta interviste precedute da un piccolo commento dell’autore, che spaziano dal 1992 al 2013, rilasciate da personaggi televisivi, alcuni immensi, come Mike Bongiorno o Pippo Baudo o Raffaella Carrà, altri minori ma sempre noti al grande pubblico. Il taglio di ogni articolo è angolare, non contempla tutto il personaggio, la sua vita o la sua opera in toto, ma lo ritrae di scorcio, zoomando su qualche mania privata, come la collezione di bambole di Paolo Limiti, gli omogeneizzati serali di Cristiano Malgioglio, l’amore per le pellicce di Sandra Milo, di là da ogni animalismo. Carrellate di volti, di studi televisivi, ma anche appartamenti, divani, cucine, ninnoli, paillettes e lustrini a profusione.

Per l’autore è una specie di compendio di tutto ciò che ha visto e fatto, dietro le quinte dei programmi tv e da collaboratore di testate importanti come “Epoca” e “Sorrisi e Canzoni”. Vive la cosa da addetto ai lavori ma soprattutto da innamorato della televisione.

Per noi che leggiamo, invece, è curiosità, voyeurismo bonario e pudico. Ci lasciano interdetti certi atteggiamenti kitch. Alba Parietti che per il cinquantesimo compleanno dà una festa degna di Sorrentino, rifacendosi al film “Eyes wide shut”, fra maschere veneziane e miniature di se stessa in bilico sulla torta. Marcella Bella che descrive casa sua come se fosse normale avere “la zona relax, con palestra, sauna, bagno turco, ping pong e biliardino”.

Dal lato opposto, la stessa morbosità applichiamo nei confronti di chi, come la Panicucci, ci appare “normale”, nel suo affannoso destreggiarsi fra figli e lavoro. Lo “spezzatino con patate” che prepara per cena ci rassicura, e, tuttavia, diventa l’altra faccia della medaglia, ridimensiona e bilancia i cinquanta cappelli impilati in casa di Malgioglio. Vita da vip che stupisce sia nella sua stravaganza che nel suo opposto, l’ordinarietà.

Ma, più di ogni altra cosa, quella di Dalla Vecchia è un’operazione nostalgia. Si torna indietro, agli albori della tv commerciale, si torna alle piazze in delirio per un ragazzo col codino, di nome Fiorello, che faceva cantare la gente in strada, aiutato da un parente stretto non ancora divenuto il grande attore drammatico di oggi. Si torna a sederci sul divano con Sandra e Raimondo, accorgendoci di quanto mancano, così come mancano il grande Mike, finto ingenuo, finto ignorante ma vero gentiluomo, ed Enzo Tortora, col suo pappagallo, il suo mercatino, i suoi primi tentativi di collegare “in rete” tutto il paese, in una sorta di social network ante litteram. Vorremmo riavvolgere il nastro, avere altro tempo per risarcire il conduttore di Portobello di tutto ciò che gli abbiamo tolto, del male che gli abbiamo fatto, vorremmo risentire quelle voci e rivedere quei visi dal vivo e non solo in vecchi video d’archivio. Particolarmente straziante appare la seconda intervista a Sandra Mondaini, fatta poco prima della sua scomparsa, così piena di decoro, così laconica e gentile.

C’è, secondo lei, la nuova Sandra Mondaini”, domanda Dalla Vecchia.

“No, ma solo perché non sono mai stata niente…”

Solo chi è veramente grande possiede quest’umiltà.

Poi c’imbattiamo in qualche chicca per coloro che sono affascinati dai meccanismi televisivi e dalla guerra dell’audience, come l’intervista a Luca Tiraboschi, direttore di Italia uno. Egli lamenta che Canale 5 tenda a cooptare i programmi di successo sulle altre reti.

Colgono nel segno anche le parole di Lorella Cuccarini:

Viviamo in un momento televisivo in cui non viene richiesta una particolare professionalità. Io stessa, per esempio, tutto quello che so fare nell’ambito dello spettacolo, non lo esprimo più in televisione. Se voglio ballare e cantare, devo farlo in teatro.”

Riflettiamo che è proprio così: oggi, ai conduttori, ai ballerini, agli ospiti dei programmi si chiede solo di esserci, di fare i tronisti e gli opinionisti, un po’ come tutti quanti ormai siamo commentatori sui social network. È semmai dai concorrenti dei talent, dai perfetti sconosciuti, che viene pretesa ogni capacità: i bambini di Antonella Clerici devono stupirci con i loro gorgheggi, i giovani di “La pista” devono volteggiare come professionisti. Vip e sconosciuti, esperti e principianti, s’incrociano e si scambiano di ruolo. Si assiste al fenomeno stravagante per cui, se sei bravo a fare una cosa, ne devi, invece, fare un’altra. I personaggi famosi devono imparare a danzare, a pattinare sul ghiaccio, a morire di fame sull’isola, a imitare. Insomma, la professionalità, la gavetta, lo studio, il mestiere non sono più richiesti, basta una presenza spesso improvvisata e sguaiata, oppure la preparazione certosina ma in un campo che non è quello abituale.

Non poteva mancare, a degna conclusione, l’intervista al mostro sacro Pippo Baudo. Con lui si ripercorrono prima gli albori della tv, poi gli anni settanta, quando ancora la televisione era considerata un mezzo educativo e unificatore per il paese, e i dirigenti erano, a detta di Baudo, “di una cultura pazzesca.” Si passa quindi al mitico decennio anni ottanta, con le due colonne portanti televisive di Domenica in, grande contenitore pomeridiano che mischiava giornalismo e intrattenimento, e Fantastico, show del sabato sera, la cui più bella edizione fu il numero sette, starring Cuccarini e Martinez. Alla fine, ecco gli anni novanta, la droga del lavoro continuo, della costante presenza in video per il conduttore siciliano. Ed è con le parole di Baudo, riferite proprio a questo periodo, che concludiamo il nostro excursus.

Un artista vorrebbe che l’applauso per lui non finisse mai. Il successo è come una droga, e l’insuccesso è lo stesso: entrambi fanno male.”

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Gianluca Conte, "Cani acerbi"

30 Maggio 2014 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #recensioni

Gianluca Conte, "Cani acerbi"

Cani Acerbi

Gianluca Conte

Musicaos edizioni

La prima cosa che colpisce è il linguaggio crudo, sincopato. Un insieme di lingua italiana con sbavature in dialetto che a volte stupisce per la prematura scomparsa del congiuntivo. Il ritmo, però, segue una cadenza armonica e, alla fine, si riesce a leggere con una certa fluidità. La prolificazione di parolacce, il linguaggio crudo appunto, serve a sottolineare situazioni paradossali, almeno apparentemente, perché sappiamo che nella nostra terra sono usuali.

Poi, girando le pagine, ci possiamo rendere conto che, sotto un’apparente patina di semplicità, c’è una certa ricchezza di temi. Temi attuali, che sono insiti nella società in cui siamo immersi, come l’ambiente, la prostituzione o la corruzione politica. Temi che scottano e che forse non sono mai abbastanza trattati.

Il Salento fa da sfondo, quello che chiamiamo il tacco d’Italia, è il teatro di vicende che mettono in luce commistioni e collusioni. Una terra dove è tutto semplicemente normale, anche violare la legge, glissare sulle regole della convivenza civile. Il “tutto”, quello che l’autore racconta, è rigorosamente inventato, ovvio, come dichiara la prima pagina del libro.

I personaggi principali sono due amici, uno giornalista di provincia e l’altro agricoltore “per caso”, ma non troppo perché si evince nato con la vanga in mano. Due persone animate dalla curiosità, anche se poi non affondano mai abbastanza nel loro mondo, conservando quasi sempre un atteggiamento un po’ goliardico.

Al contorno, le anime di questa terra sperduta tra le compagne del Salento, dipinte con alcune pennellate sicure, escono e s’impongono alla nostra attenzione, sempre che si riesca a non scivolare oltre o, meglio, che si riesca ad entrare dentro il racconto, che a tratti è così sincopato da costringerci a cercare il collegamento tra un’azione e l’altra.

Una lettura nel complesso interessante per la prospettiva dalla quale ci obbliga a guardare una realtà così lontana da noi cittadini, un mondo che ancora conserva alcune caratteristiche dell’Italia del dopoguerra.

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L’app su “le mie cose mensili”

29 Maggio 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

L’app su “le mie cose mensili”

Buongiorno care amiche mie, cari amici…

Oggi vi voglio parlare di una grande scoperta che ho fatto ieri sera mentre stavo svaccata sul divano, priva di forze fisiche, svuotata anche di quel minimo di energie necessarie per prendere il mio corpo e metterlo a letto.

Premetto per completezza di informazione che sono ormai del tutto addicted allo smanettamento del cellulare, sono diventata la conferma vivente delle allarmanti statistiche sulla dipendenza da smartphone, sono a pieno titolo nella schiera di coloro che controllano il cellulare 150 volte al giorno alla famelica ricerca di messaggi nei vari Whatsapp, FacebooK, Twitter e chi più ne ha più ne metta.

In uno dei miei trip da sballo, ho scoperto una app che può davvero fare al caso di noi pollastre e rappresentare una vera via d’uscita alla miseranda condizione di dolore e di instabilità che si presenta puntuale, ogni mese, nel “pollaio” (se arriva in ritardo o non arriva affatto allora sì che so cazzi…in tutti i sensi!!!).

Questa app in pratica offre (ai maschietti) indicazioni e suggerimenti per evitare scontri con le partner che si trovano “in quei giorni”, come si diceva in un vecchio spot. Come tutto ciò che viene a esistere, il giochino ha suscitato sorrisi, ma anche critiche perché parrebbe un po’ sessista, con l’intemperante (e insopportabile) femmina “lunare” da dover mettere sotto tutela o almeno da disinnescare…

Io però non sottovaluterei il buon impatto dell’ausilio elettronico che consente a noi eroine del quotidiano di non dover dare le consuete spiegazioni mensili a chi ci circonda, e soprattutto ai nostri uomini, sullo sconvolgimento emotivo-ormonale proprio dello stato in cui ci troviamo durante quei famigerati giorni (per quello che riusciamo noi stesse a razionalizzare… perché ci sono pure mesi in cui il caos è tale che nemmeno noi ci rendiamo conto del fatto che, a bussare fragorosamente alla porta del nostro subcosciente, altri non sia che il mostro Mestruo… forse anche perché intontite dall’urlo che ci martella nella testa: “Non aprite quella porta!”).

Una volta per far capire a mio marito cosa mi succede esattamente in uno di quei giorni, gli ho detto:

-Hai presente quando spegni il decoder e il televisore invece rimane ancora acceso?

Vedi quel marasma di pixel in bianco e nero che friggono sullo schermo?

Ecco, quello è il mio corpo.

Lui si è girato guardandomi con la faccia dell’emoticon perplesso che apre e chiude gli occhi incredulo…

Perché è proprio così, care amiche cari amici, per quanto possiamo sforzarci per essere chiare nell’esprimere i nostri stati d’animo, siamo destinate a restare delle incomprese, a vedere frustrato il nostro stesso sforzo comunicativo, per dirla con gli antichi a rimanere: “Cornute e Mazziate”, perché con tutta le spiegazioni e i dettagli che possiamo dare, gli uomini non arriveranno mai a capire quello che proviamo.

E mi vedo nei panni del replicante di Blade runner, Roy Batty/Rutger Hauer, sentenziare sotto la pioggia: “ho visto cose che voi umani (o maschi???)…non potreste immaginare”…

In effetti noi donne qualcosa di alieno ce l’abbiamo…per risultare così incomprensibili al genere maschile, non credete?

Ma torniamo alla nostra app amica…

Diciamo che questa potrebbe darci la possibilità di avere sempre l’ultima parola anche in quei giorni in cui lo sconclusionamento diventa parte di noi… e il resto del mondo non ci è poi così tanto amico.

Certo, a prima vista, potrebbe sembrare una app amica dei maschi, visto che dovrebbe aiutarli ad affrontare meglio gli sbalzi di umore e l’irritabilità che accompagna noi donne durante i giorni critici. Infatti le “indicazioni e suggerimenti per evitare i litigi e le occasioni di scontro” sono corredate di spiegazioni, giorno per giorno, di sintomi, variazioni d’umore e mal di testa vari.

Quindi non stupitevi se il vostro lui vi porterà il vostro dolce preferito in uno di quei giorni….significa che ha seguito il suggerimento dell’app “di portare cibo alla propria amata che durante il triste periodo ha bisogno di un apporto calorico maggiore…”

Ma, senza pregiudizi di sorta, io non mi affiderei così facilmente all’iniziativa e all’intraprendenza maschile… ciò presupporrebbe da parte dei nostri “lui” una presa di coscienza e uno slancio affettivo non da poco…

e conoscendo i soggetti e l’argomento, ho i miei dubbi su come possa essere gestita la cosa in modo così efficiente.

Mi conforta invece il fatto di non dover dare tante spiegazioni sul mio stato…ogni volta…ogni mese… (una volta si diceva “ho le mie cose”…RABBRIVIDIAMO!!!)

…Di ricorrere a giusto proposito al tanto diffuso quanto incompreso Mal di testa… evvai!!!

…Di calcare la mano per lucrare le attenzioni dovute…

…Di farsi aiutare nelle incombenze quotidiane…

…Di dare libero sfogo alle provocazioni senza incorrere nelle conseguenze del “macchimelohafattofare???

E che app volete di più dalla vita?

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Stefano Simone: il regista che gioca a scacchi con il cinema

28 Maggio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #interviste

Stefano Simone: il regista che gioca a scacchi con il cinema

Stefano Simone (1986) è un giovane regista nativo di Manfredonia (FG), che scrive sceneggiature e gira cortometraggi sin da adolescente (il primo all’età di 13 anni), dopo gli studi liceali si trasferisce a Torino per studiare cinema all’istituto Fellini e ottiene il diploma di Operatore della Comunicazione Visiva. Nel 2009 gira a Manfredonia il suo lungometraggio d’esordio Una vita nel mistero (2010), un film ispirato agli eventi soprannaturali che hanno segnato la vita di un devoto di Padre Pio. Prima c’era stato il promettente corto fantastico - splatter Cappuccetto Rosso, ispirato a una controfiaba di Gianni Rodari e a un racconto contemporaneo, girato nei boschi piemontesi. L’attività del regista prosegue febbrile. Ricordiamo lo sperimentale Unfacebook (2011) - ancora inedito - cinema fantastico sui danni che può produrre un eccesso di comunicazione a base di social-network. Sophia (2012) è un cortometraggio interessante girato in Svizzera per conto della Scuola Media Acquarossa, interpretato da attori giovanissimi. Weekend tra amici (2013) è il suo ultimo lavoro, il più maturo, minimalista ma dal taglio splatter e crudele, finalmente distribuito da un circuito televisivo.

Incontriamo Stefano Simone sul set del nuovo film: Gli scacchi della vita, un dramma fantastico ispirato a Il settimo sigillo e a Il posto delle fragole di Ingmar Bergman. Siamo andati a fargli visita per porre alcune domande.

Stefano Simone è un regista di genere o un autore? Come ti presenteresti a un pubblico che vuole conoscere la tua attività?

Non mi considero né un regista di genere, né tantomeno un autore: credo che molto spesso si usi questa parola in maniera impropria. Diciamo che sono un filmmaker a cui piace raccontare storie che, in qualche modo, parlano sempre della condizione di un essere umano. Non ho un genere di riferimento, cerco sempre di spaziare il più possibile, adattandomi al tipo di film che sto girando.

Qual è il tuo metodo di realizzazione di un film?

Preciso subito che realizzo i miei film nella più totale indipendenza. La troupe è composta da pochissime persone e sono sempre io - tranne rarissimi casi - a occuparmi sia della fotografia che delle riprese. Ho sempre il film in testa e, quando la sceneggiatura definitiva è pronta, scrivo lo shooting script, con tutte le inquadrature, i movimenti di macchina, ecc. Posso affermare che i miei film sono montati ancor prima di girarli. Chiaro che, alcune volte, modifico un po’ la scena in base alla location, senza comunque variare il linguaggio e, di conseguenza, ciò che si vuol comunicare in quel momento.

Come dirigi gli attori?

Non ho un metodo preciso, dipende dal film. In linea di massima, fornisco delle indicazioni base sui rispettivi personaggi e sul relativo cambiamento - se c’è - poi, scena per scena, mi limito a dare istruzioni del tipo “fai una pausa di qualche secondo”, oppure “dì la battuta più veloce”. Insomma, sul set, lavoro sul tono di recitazione.

Uno dei tuoi primi lavori è un horror - splatter fantastico, un corto intitolato Cappuccetto Rosso. Ce ne vuoi parlare?

Si tratta di una favola horror - splatter tratta da un racconto contemporaneo che omaggia il cinema di genere italiano, in particolare il gotico anni Sessanta: Mario Bava, Riccardo Freda, Antonio Margheriti. Ci sono comunque anche contaminazioni di Lucio Fulci e Joe D’Amato.

Il primo lungometraggio, Una vita nel mistero, è un mix di suggestioni autoriali e cinema fantastico.

Si, ma preferisco dire che si tratta semplicemente di un film mistico-religioso che racconta la vera storia di un devoto di Padre Pio a cui sono successi eventi straordinari. Ho comunque cercato di mantenere un certo distacco e di raccontare la storia in maniera neutrale, in modo che ogni spettatore possa interpretare gli eventi in maniera soggettiva.

Il tuo film più riuscito resta Weekend tra amici, un lavoro complesso, minimalista e filosofico, ma ricco di eccessi gore e splatter. Un lavoro che ha ottenuto consensi critici e anche una minima distribuzione.

Si, è il mio miglior lavoro sotto tutti i punti di vista. La critica ne ha parlato generalmente in maniera positiva e il film otterrà una distribuzione in tv, dvd e home video grazie a Running Tv International. Direi che posso ritenermi molto soddisfatto del risultato raggiunto fino a questo momento.

Altri lavori minori sono Sophia e Unfacebok

Sophia è un corto di stampo thriller-fantasy girato in Svizzera per la Scuola Media Acquarossa: è stata una bellissima esperienza lavorare con ragazzi di 13-14 anni pieni di volontà. La storia rievoca certe atmosfere di Howard Phillips Lovecraft, anche se il tono del film è decisamente più soft. Unfacebook è il mio secondo lungo, sicuramente il meno riuscito della breve filmografia.

Stai preparando un progetto interessante, un vero e proprio omaggio al cinema di Ingmar Bergman. Dicci qualcosa di più...

Si tratta di una storia drammatica di formazione. Una partita a scacchi che il protagonista gioca - forse - con se stesso, una competizione interiore per superare cattivi ricordi adolescenziali. Direi che ho detto abbastanza...

Abbiamo l’impressione che sentiremo ancora parlare di questo giovane filmmaker pieno di speranze, talento e grande buona volontà. Se il suo maestro è Ingmar Bergman, può essere il giovane Lars von Trier del cinema italiano.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Quanto "sexting" fate???

27 Maggio 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Quanto "sexting" fate???

Ho letto su un quotidiano una statistica che mi ha dato un po’ da pensare.

Secondo un popolare sito di incontri extraconiugali, gli italiani sarebbero tra i più accaniti praticanti del “sexting” a livello planetario; e comunque sarebbero tra i popoli che hanno decisamente sostituito il sexting al sex vero e proprio!

Forse non tutti sanno esattamente cosa sia ‘sto sexting pur, a quanto pare, praticandolo abitualmente!

Bene, si tratta in sostanza di mandarsi messaggi e selfie, (quelli che una volta si chiamavano autoscatti) hot, ma anche solo tiepidini, per stuzzicare le fantasie sessuali del ricevente e… fermarsi lì.

Secondo quest’indagine, in pratica, oggigiorno noi italiani semplicemente ci accontenteremmo di quel minutino di emozione/eccitazione che scaturisce dalla visione, sullo schermo del nostro smartphone, di una “fotina” a gambe aperte o a tette fuori o dalla lettura di frasette porche spedite dai nostri partner extraconiugali. E addirittura l’88% di noi italiani preferirebbe coltivare questa abitudine invece di impegnarsi in performance ad alto contenuto erotico.

In un primo momento mi sono detta – ma de che stamo a parlà???

Sexting… ma de che??? -

Per un attimo, nella mia mente si è riversato massivamente il flusso dei vari sociologismi moraleggianti “a un tanto al chilo” di cui sono pieni gli spazi dei media contemporanei e quindi: dalli all’involuzione della specie che è diventata incapace di stabilire contatti veri, di cercare l’altro sul serio, che copre il vuoto dell’anima, anche quella sociale, sotto montagne di immagini e parole senza senso, che ha permesso si scavasse una distanza abissale tra la parola (in senso lato) e la vita (in senso stretto), ecc. ecc.

Poi però mi sono ricordata di un’altra statistica secondo la quale oggi le donne sognano il sesso molto più degli uomini e ho fatto due più due.

- Che c’entra questo? – mi direte… e invece vi dico che c’entra.

La parola chiave di tutte queste indagini è sempre la stessa…SOGNARE

Oggi donne e, a quanto pare anche uomini, coinvolti in relazioni extraconiugali, amano avere a che fare solo col Desiderio, quello con la D maiuscola perché evanescente, perché vive nell’etere, perché impalpabile, perché intoccabile e inarrivabile, perché se ci si arriva perde di significato e non è più quello sognato…

È lo stesso desiderio delle nostre beniamine, ricordate? Ed è anche il nostro, quello che vogliamo provare ogni tanto ad occhi aperti immaginando performance megagalattiche con tizio o con caio…

E questa riflessione mi ha portato a un’altra conclusione, completamente “mia” della faccenda in cui non risiede alcuna accezione negativa…anzi

Si potrebbe essere portati a pensare, come ho letto in alcuni articoli di critica all’indagine, che si tratti di un’involuzione della specie che preferisce immagini e parole al contatto fisico vero e proprio ma dimentichiamo un particolare… ovvero che si tratta di relazioni extraconiugali…

E quell’extra secondo me fa una grossa differenza….è quel qualcosa in più che si è perso o che è scomparso dalla relazione abitudinaria…

…perché ci si è già concessi al gioco di sguardi, alla forza dell’incontro, al contatto fisico, allo scoprirsi… ci si è già messi a nudo corpo e anima e quando si prova a rifarlo è perché abbiamo solo voglia di ricordarci di cosa si prova e basta….

semplice no?

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Frequently Asked Questions. Ovvero cronache di straordinaria quotidianità.

26 Maggio 2014 , Scritto da Raffaella Saba Con tag #raffaella saba, #luoghi da conoscere

Frequently Asked Questions. Ovvero cronache di straordinaria quotidianità.

1) Non vi mette a disagio avere sempre persone in casa?

2) Perché avete deciso di privarvi del vostro spazio?

3) Da quanto anni avete il b&b e come è nata l’idea?

L’ordine non è casuale. Chi viene al b&b, sia per lavoro, che per vacanza, per trovare amici o per una visita al parente in ospedale, mi rivolge sempre la stessa domanda: se mi infastidisce avere persone per casa. Mi sembra un controsenso. Non avrei mai dovuto aprire un b&b se non pensassi che il conoscersi è ricchezza, che la condivisione degli spazi non è privazione. Ma capita, è vero! Che non scatti l’alchimia con certe persone. In questi ultimi dieci anni, però, posso citare alcuni episodi su una mano soltanto. Insomma, una goccia nell’oceano.

Mi piacerebbe parlare della nostra avventura partendo dall’ultima domanda. Di quanto siamo stati temerari nell’aprire pur non avendo in mano il mestiere ma solo la voglia di accogliere persone e conoscere storie.

Una cronaca della quotidianità, fatta di luoghi visitati virtualmente, di alcuni sbagli, di persone che ritornano, che consigliano, che ci scrivono, di drastiche decisioni e di incontri entusiasmanti.

Ma quando è iniziato tutto questo?

Sono oramai dieci anni che il b&b è aperto. Ma non è tutto merito nostro. Se non ci fosse stato il suggerimento della signora Angela non so se il b&b… La signora Angela è la pioniera dei b&b di Cagliari. Siamo stati da lei tante volte il primo anno che ho conosciuto il mio compagno. Nel mio cuore è la donna che ci faceva compagnia mentre facevamo colazione, imburrando le mie fette biscottate come una mamma, raccontandoci la sua vita, motivando la scelta del b&b e soprattutto coinvolgendoci con la sua dirompente allegria. Non vi racconto tutta la sua storia, perché magari avrà il piacere lei se andate a trovarla qua.

Lei ci ha consigliato di intraprendere questa avventura. La decisione di trasferirmi a Palermo è stata meno drammatica del previsto con questa soluzione. C’era l’amore, ma senza il lavoro… Così abbiamo aperto il b&b, girando per uffici che non comunicavano tra loro, aspettando per mesi autorizzazioni che si perdevano nei corridoi del potere, fino a quando nel gennaio 2004 abbiamo avuto il primo ospite: un rappresentante di strumenti musicali che ancora oggi sceglie noi per soggiornare a Palermo!

Sfogliando il guestbook ripercorro mentalmente gli incontri fatti. Come una maestra con tutti i suoi vecchi alunni: li ricordo, viso per viso e storia per storia, tutti quanti. Come Nagesh e Judit, due medici che lavorano negli Stati Uniti.

Oppure Elena e Giuseppe, tornati per una seconda volta da noi, stracolmi di vitalità contagiosa.

Ma è divertente anche notare come viene percepita in modo differente la città. Il ragazzo giapponese, tradotto poco dopo da una sua concittadina in viaggio nel Belpaese per perfezionare la lingua, considera Palermo una città tranquilla… mah!

Palermo è una città meravigliosa vivendola con gli occhi del viaggiatore. E così la voglio percepire ogni giorno: sia perché l’ho scoperta come turista sia perché continuo a scoprirla come tale. Imbattersi nella quotidianità è dura. Si possono fare corposi elenchi di ciò che non va. Ma qui voglio parlare degli incontri con turisti di ogni parte del mondo che si entusiasmano per gli scorci che offre la città, per i tramonti sul mare, che talvolta si indignano per i palazzi fatiscenti e le vie stracolme di spazzatura, ma che vanno via con tanta Sicilia nel cuore e qualche chilozzo in più!

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I vantaggi del pomiciare

25 Maggio 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

I vantaggi del pomiciare

Qualche settimana fa, mentre arrancavo sul salitone che mi porta (?) a casa, zavorrata di buste della spesa, con la sola consolazione, o meglio la speranza, di riuscire a buttare giù qualche etto e soprattutto il pungolante senso di colpa per le calorie del gelato mangiato poco prima, ho visto due adolescenti appoggiati a un muretto che pomiciavano di santa ragione.

Con la scusa delle buste pesanti, mi sono fermata ad osservarli (beata gioventù…), ipnotizzata dalla percezione quasi visiva del flusso di ossitocina che inondava i loro cervelli e dalla sensazione quasi tattile (ho detto quasi, eh!) del calore pulsante e dilagante nelle adolescenziali parti basse.

Non ho potuto fare a meno di abbandonarmi al ricordo sensibile del piacevole solletico che provoca la lingua quando accarezza le labbra (pare siano cento volte più sensibili della punta delle dita) e alle insospettabili potenzialità dello scambio di saliva da cui sembra scaturisca lo stesso desiderio sessuale.

Pensandoci bene, il famoso bacio alla francese (che poi in realtà sarebbe “alla fiorentina”, ma questa è un’altra storia…) è per molti un’espressione così intima di reciproco sentimento da non sfigurare rispetto allo stesso atto d’amore. Si tratta, in fin dei conti, della profonda penetrazione di una parte intima altrui, pertanto di una meritoria attività niente affatto da sottovalutare (…) e soprattutto da non dismettere assolutamente, nemmeno dopo svariati anni di vita di coppia.

A questo punto il ragazzo ha aperto gli occhi e mi ha saettato un’occhiataccia che più o meno voleva dire: “‘fanculo tardona guardona! ”.

Ingobbita per la vergogna, ho repentinamente ripreso la marcia del mulo fino al portone di casa. E, certamente per scacciare la sensazione di cocente imbarazzo, mi sono ripassata mentalmente un po’ di statistiche che avevo letto qualche tempo prima.

Dunque, secondo uno studio (e dalli con questi studi!) il 18% delle coppie sposate o comunque delle coppie di lungo corso passa a volte anche una settimana senza baciarsi, mentre il 40%, nella stessa unità di tempo, si bacia soltanto per 5 secondi o ancora meno.

In pratica, è piuttosto comune che dopo un po’ la passione non sia più quella dei primi tempi per cui, se notate che ultimamente voi e il vostro lui non vi baciate quasi più, o lo fate superficialmente e più per abitudine che per reale desiderio, non entrate nel panico e soprattutto non meditate decisioni drastiche perché, secondo l’università di Oxford (quelli che hanno fatto questo studio), è tutto normale.

Comunque, ammesso pure che sia tutto normale, io per parte mia, sbarcando dall’ascensore, mi sono ripromessa di effettuare sessioni di pomiciamento continuato per almeno tre minuti, almeno un paio di volte a settimana. La sera stessa mio marito ha appreso di dover aggiornare la sua agenda…

Naturalmente la mia determinazione era supportata da solide basi teoriche avendo appreso per tempo da studi documentati (??!!) che baciandosi:

1)si abbassano i sintomi delle allergie stagionali (anche se qui ci vuole più impegno, almeno mezz’ora al giorno)

2)si fa bene ai denti, (lo scambio di saliva riduce anche la placca oltre a riscaldare le parti basse)

3)si combatte l’invecchiamento facciale (sembra che esercitando i muscoli facciali si possa sortire un effetto ringiovanimento di almeno 15 anni)

4)si facilita la guarigione delle ferite (?)

5)si rafforza il sistema immunitario

6)si bruciano dalle due alle sei calorie al minuto, in base alla durata dell’esercizio… senza nemmeno caricarsi di buste della spesa!

Dopo qualche settimana di sperimentazione posso dire di non poter documentare nessuno dei prodigi sopra descritti. I risultati empirici di cui posso dar conto sono invece i seguenti:

1)solletico alle labbra e scambio di saliva non godono di una fama usurpata e di ciò può rendere fedele testimonianza la mia lavatrice (vedi post “Ma sti uomini …cosa vogliono?”) costretta a un superlavoro di centrifuga con alimentazione “a energia cinetica”…

2)riscontro di un crollo verticale del fabbisogno di pippe mentali (per noi donne) e fisiche (per voi uomini), quindi addio stress ed effettivo innalzamento qualitativo della vita sessuale di coppia.

Bacini, bacini.

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