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In giro per l'italia: Bologna dei misfatti

15 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #luoghi da conoscere, #franca poli

In giro per l'italia: Bologna dei misfatti

Bologna, come molte altre città, ha la sua lunga tradizione criminale. Storie vecchie e più recenti di uomini o donne che scelsero di vivere fuori dai canoni della legge e, se lo fecero per personale inclinazione, per fame o per soldi, non ci è dato sapere. Vi parlerò di alcuni personaggi poco noti che, però, rientrano nella storia della mia città e comincerò col raccontare brevemente la vicenda di Girolamo Lucchini, il primo “grande “ fuorilegge che Bologna ricordi.

Siamo verso la fine del Settecento, quando, per sfuggire a una condanna inflittagli dalla repubblica della Serenissima, Girolamo Ridolfi, alias Giovanbattista Rossi, alias Girolamo Lucchini, si trasferì a Bologna. Appartenente al ramo cadetto della famiglia Ridolfi, era entrato a 16 anni nei corazzieri della Repubblica di Venezia. Insofferente alla disciplina, aveva lasciato il corpo militare per condurre una vita di espedienti, che lo portarono a diventare un ottimo falsario. Dotato di un buon sangue freddo, insuperabile maestro con la lima, nonché grande conoscitore delle leggi fisiche e della meccanica, divenne anche un abile ladro. A Bologna, esattamente nel 1772, conobbe Berenice Seracci, vedova Nanetti, una donna di mezza età con una figlia che viveva modestamente, riscuotendo l'affitto per un appartamento lasciatole dal marito in Via dell'Abbadia e facendo lezioni a domicilio ai rampolli dell'aristocrazia bolognese. L' incontro fu fatidico a entrambi: per lei significò l'inizio di una vita da amante clandestina e complice nello smercio di refurtiva e monete false, e per lui significherà invece la morte, perché sarà proprio la sua Berenice a tradirlo. L'occasione fu quella del colpo grosso, quello che avrebbe cambiato per sempre le loro vite. I bolognesi con problemi di liquidità si recavano presso il numero 11 di quella che oggi è Via dell'Indipendenza, al Monte di Pietà per impegnare i loro beni, altri invece nel sicuro caveau facevano custodire averi e ricchezze. Fu così che Lucchni, frequentatore del luogo per lo smercio dei suoi falsi d'autore, pensò e mise a punto un furto da vero maestro, mai tentato prima da nessuno. Dopo mesi di preparazione fra le mura domestiche, aveva forgiato una chiave artigianale molto speciale, munita di tre diverse file di dentature; con una lima e una scala, si mise di fronte a una finestra del Monte di Pietà e segò senza mai fermarsi, le sbarre della finestra per un giorno e mezzo. Lavorò alacremente tra il sabato 24 gennaio 1789 e la domenica 25, finchè riuscì a entrare, a svaligiare la cassaforte e ad avere tra le mani finalmente, lui abile falsario, gioielli e monete vere. Inizialmente venne accusato del furto il direttore del Monte, nonostante il Lucchini, ladro d'onore, avesse lasciato sul posto attrezzi atti allo scasso, proprio allo scopo di evitare addebiti verso gli impiegati. Una volta chiarito ogni malinteso e scagionato l'innocente, il Legato Pontificio bolognese emise un editto di impunità per il colpevole che si fosse consegnato e promise un premio in denaro a chi avesse aiutato le autorità nelle ricerche. Nessuno avrebbe mai scoperto nulla, le indagini erano a un punto morto, ma una soffiata portò la Polizia del Papa nella casa di Lucchini, dove furono arrestati il conte e Berenice. Li condussero nel duro carcere del Torrone, ma, dopo averli pressati con pesanti interrogatori per un'intera settimana, gli inquirenti non erano ancora riusciti a raccogliere nessuna prova confermante la loro colpevolezza e stavano per rilasciarli, senonché Berenice, mai arrestata prima di allora, ebbe un crollo emotivo e, assicuratasi dell'impunità promessa dall'editto del Legato, tradì il suo uomo. Ne confessò l'ardito piano e svelò il luogo dove era nascosta la refurtiva, sotto il pavimento della loro abitazione, presso il Ponte della Carità. Per Lucchini, che invece resisteva a interrogatori e torture, fu l'inizio della fine, vistosi scoperto dal ritrovamento della refurtiva, confessò il furto, ma si ostinava a negare di essere anche un falsario di monete. Quando gli fecero scegliere tra ammettere tutte le sue colpe e vedere Berenice torturata sotto i suoi occhi, crollò anche lui cosi ammise ogni addebito e, come ogni volgare ladro, fu condannato a morte mediante impiccagione. Un'appassionata difesa tenuta dall'avvocato Magnani, riuscì a far commutare la pena, considerata disonorevole per un nobile, con la decapitazione. Sentenza che venne eseguita il 26 febbraio del 1791 presso la piazza del Mercato, attuale Montagnola, e il buon Lucchini così entrò nella leggenda. Il “colpo grosso” aveva suscitato grande scalpore in città e nell'immaginario collettivo, lasciando una traccia che diventò una leggenda nei racconti popolari bolognesi.

Nella foto: busto bronzeo di Lucchini fatto forgiare dall'avvocato Magnani - immagine reperita dal web

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Come può il cielo...

14 Agosto 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #poesia

Come può il cielo...

Come può il cielo non apparire bello, la notte, se è trainato da una flotta di stelle?
Come può il mare sbiadire i pensieri o le persone, se porta con sé la vita?
Come può l’uomo farsi la guerra, uccidere, ergersi a dominatore, stabilire cos’è il bene e cos’è il male?
Di fronte alla bellezza di un cielo adornato da masse stellari, da sguardi umani, da carri che corrono su piste invisibili, c’è la certezza dell’esistenza. Sei di fronte a questo enorme spettacolo e non tieni le parole giuste per vestire le tue emozioni. Sei di fronte alla stessa natura che ti ha partorito, ti ha reso centro del tuo mondo, ti ha dato ossigeno. Sei fermo ad aspettare nuovi segni dall’alto e forse speri. Di fronte alla danza delle stelle, pensi di essere immune al male delle persone, al veleno gettato in faccia, ai castighi che hai dovuto subire. Diventi una fortezza, un castello incantato, un palazzo di nuove idee. Poi il cielo prende le tue sembianze e tu per gentilezza o forse per coscienza ti mischi a lui, ma non puoi prendere le redini fin quando non sei consapevole. La tua biga non è alata e rimane immobile in mezzo ad un sentiero di pietre. Passi dal benedire il silenzio al maledire tutto il cielo, passando dalle stelle fino ad arrivare alle più sparute e lontane galassie. Sei nel tuo limbo e ritrovi una pace, ma deve passare del tempo per iniziare tutto da capo. Dentro noi restano eserciti e poi sopravvengono avventurieri.
Vorremmo capire gli altri, ma noi stessi non ci capiamo.

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Simone Cutri, "E nessuno viene a prendermi"

13 Agosto 2014 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #recensioni

Simone Cutri, "E nessuno viene a prendermi"

E nessuno viene a prendermi

Simone Cutri

MUSICAOS ED SMARTLIT 05

Una prima lettura superficiale potrebbe portare il lettore ad inorridire di fronte a quest’abisso infinito nel quale si rotola un uomo, il protagonista, che scende e sale nella violenza delle emozioni umane, quelle “buone” e quelle “cattive”.

Poi nasce il bisogno di capire.

Quanti volti può avere la disperazione? Come è possibile vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto? E, ancora, che cosa vuol dire nichilista?

Domande su domande che incalzano e si avvitano l’una sull’altra.

Il vero protagonista, però, è il Nulla. Sì, con la enne maiuscola.

Io non sono ateo perché chi è ateo è ateo del Dio cristiano: si immagina che a non esistere sia quel Dio buono con la lunga barba bianca; ha l’idea di un’assenza, in fondo ha paura, nasconde una remota speranza. Io non sono ateo: io ho la certezza del Nulla.

Il Nulla che è peggio della morte, perché è la totale assenza di possibilità. Il protagonista non ha nessuna possibilità di uscire vivo da questo Nulla, che viene spalmato nelle strade di una Torino, bella ed altera, spettatrice inconsapevole di una vita che si sfalda in mille scaglie che rimangono incollate ai suoi angoli, a quella topografia da accampamento militare.

E resto qui, con i miei demoni, e non viene nessuno qui a prendermi.”

Con un linguaggio colto, perfino delicato, ottocentesco, solo con qualche tagliente parola forte, quasi a farlo risaltare ancora di più, l’Autore conduce per mano il suo personaggio e, con lui, il lettore fino all’epilogo scontato ma devastante.

E finalmente oggi smetterò di dipendere dal Tempo, tornerò nel Nulla, dormirò per Sempre.”

La cultura può essere un’ancora di salvataggio, oppure, a volte, un moltiplicatore dei dubbi, così come delle certezza, per quanto effimere possano rivelarsi.

Uno sguardo su un abisso che a molti è ignoto e per questo rispettiamo questa fotografia di un mondo sconosciuto, che, però, ci turba e ci porta a chiederci: perché non è successo a me?

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Pensieri a random (oppure a cazzo, come preferite)

12 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Pensieri a random (oppure a cazzo, come preferite)

Trasformare le debolezze in punti di forza è quello che vi esorto a fare, ed è quello che sto facendo con questi post, o meglio, questi pensieri a caso rifilati come fossero verità scientifiche. Avete presente Mina e il compianto Battisti che non si sono fatti più vedere per motivi loro? Bene, più stavano nascosti, più il loro cachet aumentava. Ora, io non sono Mina né Battisti, sono pure un attimino stonata come una campana, però pensavo che, magari, starmene rintanata, comunicare solo attraverso un blog, potrebbe servire a costruirmi un personaggio “misterioso ed intrigante” capace di folgorare qualche editore. Sì… sì, come no. Intanto io ci provo, perché è l’unica cosa che posso fare. Fatelo anche voi, trasformate la vostra timidezza in riserbo, la vostra paura in pudore, il vostro silenzio in grazia, in sensibilità, in intuito. Fuori ci sono tanti rumori e voi, invece, vi raccogliete al centro di voi stessi ad ascoltare la musica del cuore. (Violini in sottofondo.)

***

Qualunque altra paura è un alibi per non affrontare la paura più grande, quella di uscire, prendere in mano la propria vita e guidarla da qualche parte. Già, guidare. Altro nodo dolente. La maggior parte dei socialfobici (pardon, ansiosi sociali) non ha la patente (come la sottoscritta) oppure ce l’ha ma non guida. Guidare vorrebbe dire farsi carico di se stessi, non dipendere dagli altri, non avere uno chaperon che ti accompagna, dare una direzione alla propria esistenza. Tutte cose che ci fanno rabbrividire. Noi preferiamo la palude Stigia, preferiamo la melma che ci avviluppa, preferiamo l’inferno.

***

Sempre parlando di fobie che si sommano, vi racconto la mia. Avendo avuto una madre dispotica e castrante, un padre severo, rigido e ipercritico, ho sviluppato una totale avversione per l’autorità. Non la definirei proprio fobia, piuttosto incapacità di sottomettermi. Quindi detesto i controlli, le ispezioni, la richiesta di mostrare documenti, le perquisizioni, il metal detector, i posti di blocco. Inutile dire che sono stata denunciata per oltraggio a pubblico ufficiale e che, all’aeroporto di Istanbul, per poco non mi arrestano. Se mi mettete davanti qualcuno in divisa che, con fare anche gentile ma comunque autoritario, pretende qualcosa da me, mi si mette in moto l’amigdala, mi scatta quello che Goleman chiama “sequestro neuronale”. Non ci vedo più, o meglio, vedo rosso come i tori, perdo il lume dagli occhi. Divento come un gatto al quale il veterinario vuole fare la diciottesima iniezione di seguito. Cotanta signorile personcina si trasforma in uno scaricatore di porto capace solo di gridare parolacce all'attonito rappresentante della legge.

È una questione di cervelletto (non nel senso di cervello piccino, anche se può sembrare), di risposte neuronali che arrivano dal profondo dell’ipotalamo. Hai voglia a farti il training autogeno preventivo, hai voglia a dire manomastafacendosoloilsuodoverevedraichestavoltanonreagiscitanto male. La bestia si scatena ogni volta e sono dolori.

Solo l’esposizione ripetuta (chiamatela pure terapia comportamentale autogestita se vi fa sentire più fighi) mi ha permesso di ricominciare a prendere l’aereo e adesso, se non mi toccano, se non mi mettono addosso le loro manacce, almeno il metal detector lo passo senza troppa angoscia. Ma fino a che non sono dall’altra parte, finché non ho raggiunto il salvifico gate, non mi sento libera e tranquilla. Se c’è qualcuno fra voi cui accade la stessa cosa, beh, mi piacerebbe saperlo. Chissà se ciò ha a che fare con la fs, oppure è solo un cacchio di problema in più?

***

Ho notato per esperienza che molti socialfobici di grande intelligenza e capacità sono, però, dei tremendi inconcludenti. Talenti sprecati, gente che cazzeggia e rimugina invece di risolvere. Gli chiedi di fare qualcosa, ti dicono sì perché non sanno dire no, e passano mesi, poi anni. Perché, domando, potendolo evitare, aumentate così i vostri già immensi sensi di colpa?

Io sono l’opposto, ed anche quello non va bene. Io sono talmente ansiosa che, prima ancora che tu mi chieda una cosa, l’ho già fatta e, magari, l’ho fatta di fretta e male pur di liberarmene, pur di non dire il fatidico NO. Ho una totale congenita incapacità di prendere tempo o rimandare. Pare che questo mio non sia attivismo, non sia affidabilità e serietà, bensì pura, autentica, pigrizia. Odio talmente fare fatica che voglio togliermi il pensiero prima possibile e placare l'ansia. Chi se ne accorge, poi tende ad approfittarsene.

Qui sorge un dubbio: quanta della nostra cronica paura, con l’andare degli anni, diventa solo pigrizia? E quanto di quello che non facciamo, finisce per non piacerci nemmeno più? Invecchiando s’impara a rinunciare, e, rinunciando, ci si abitua alle mancanze, ci si rassegna e si soffre di meno. L’età dà sicurezza, certo. Quel cappello che, fobici o non fobici, da giovani non portereste mai e poi mai, a 53 anni ve lo mettete senza nemmeno guardarvi allo specchio. Ma le debolezze che sono accettabili da ragazzini diventano patetiche in menopausa, quando la fobia esplode sulla scala di un supermercato e tu non sai più dove guardare come una pischella di 13 anni.

***

Imparare a capire cosa ci piace e ammettere con noi stessi di meritare alcuni piaceri è un compito difficilissimo. Ma dovete portarlo a termine, per il vostro bene. A furia di sacrificarci per non fare brutte figure, per non apparire egocentrici (badate bene, non parlo di autentico altruismo, solo di voler essere a tutti i costi giusti) finiamo per non comprendere che cosa veramente ci piacerebbe fare. Ecco, allenatevi a scegliere, almeno dentro di voi. Non in generale ma proprio ora, in questo momento. Volete il pesce o la carne, il mare o la montagna, l’autobus o la bicicletta, gli spaghetti o la pizza, il cinema o la televisione? Anche se non otterrete ciò che volete, anche se non lo chiederete nemmeno e terrete i risultati del test per voi, è importante già saperlo, conoscere i vostri desideri. E anche dire qualche no deciso, seppur educato, diventare assertivi: "No, mi dispiace, questa cosa proprio non mi va di farla. Oppure, oggi no, magari un'altra volta, in altre condizioni, ma oggi proprio no." A costo di suscitare stupore e disapprovazione in chi vi ha sempre sentito dire sì, a chi dà per scontato che diciate sì. Questo non vuol dire trasformarvi in odiosi egoisti, solo pretendere rispetto anche delle vostre esigenze, mettere dei paletti oltre i quali gli altri sanno di non dover passare..

E, comunque, se una cosa non danneggia nessuno, perché non farla? Perché non alzarsi e chiudere la finestra se uno spiffero vi sta congelando la cervicale in sala d'aspetto? Perché non prendere un’altra tartina al buffet? Se ce n’è in abbondanza per tutti, perché rimanere in un angolo con la bava alla bocca? Chi vi giudicherà per questo? E, dovessero pure farlo, che male può derivarne? C’è forse la pena di morte per chi prende la seconda tartina?

***

Qual è il limite fra fs e asocialità? Sento molti dire che, se non avessero la fs a bloccarli, sarebbero degli estroversoni. Ed anch’io, vi parrà strano, dal test del Rorschach - quello delle macchie, per capirci - sono risultata tutt’altro che introversa. È che, abituandoci a star soli, pian pianino la paura degli altri diventa fastidio degli altri. Il telefono che suona non crea solo ansia, rompe proprio i coglioni, specialmente se in tv c’è il tuo programma preferito. Anche qui, come per la pigrizia, credo sia un fatto di età. Col tempo la giovinetta desiderosa di stare in compagnia, confidarsi con le amiche ed essere parte del branco, si trasforma in vecchiaccia solitaria, acida e coriacea.

***

E ora, venuto il momento di congedarmi da voi, vi parlo, appunto, del congedo. Non so se è solo un problema mio, ma al momento di staccarmi dalle persone non so mai come fare e risulto brusca e lapidaria. Vorrei andarmene, sto sulle spine, farei qualunque cosa perché il colloquio avesse termine e, invece, l’altro indugia, non la smette mai con i convenevoli e ricomincia il discorso da capo, come in un loop cretino.

Allora sto cercando d’imparare la mimesi: scimmiotto gli altri, come un commensale truzzo che non sa quale forchetta usare. Al momento del terribile saluto, invece di troncare di netto creando imbarazzo, ripeto i balbettii di rito, ovvero l’odioso “cia... cia…ciao…ciao eh…ciao, un bacio, un bacione, ciao, a presto, cia… cia… ciao… cia…” E che cavolo! Ma un ciao solo non basta?

Vabbè, d’ora in poi farò come gli umani, ciacciaerò anch’io allegramente.

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STORIA DI UN BANDITO di Giacinto Reale

11 Agosto 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

STORIA DI UN BANDITO  di Giacinto Reale

Andrea Schiavon

“Il buon ladro: Gino Amleto Meneghetti l’italiano più ricercato del Brasile”

Add editore, Torino 2014

Un autore non molto noto, un editore sconosciuto ai più, una storia della quale nessuno ha parlato prima: gli ingredienti per attrarre la mia attenzione su uno scaffale di Feltrinelli ci sono tutti.

E, in più, come quasi sempre avviene, un qualcosa di personale: la curiosità per i “marginali” di ogni tipo, soprattutto se accompagnati dalla fama di cattivi (“che poi così cattivi non sono mai….” come cantava la Bertè), e l’amore per un Paese, dove sono stato giusto per un mesetto di lavoro e vacanza insieme, ma che ha lasciato una traccia indelebile in me.

Brasile, sì, avete letto bene, perchè questa è la storia di un fuorilegge italiano della prima metà del secolo scorso che se ne va oltre Oceano per trovare la sua strada, e… basta il titolo per capire come va a finire: “Il buon ladro, Gino Amleto Meneghetti, l’italiano più ricercato del Brasile”.

Una storia che sa di vecchio, anzi di antico, a cominciare dal nome del protagonista, che all’anagrafe di Vicopisano, dove nasce il 1° luglio del 1888, risulta così: “Amleto Giotto Foresto Labindo Menichetti”, anche se per tutti sarà, da subito, semplicemente “Gino”, il figlio del barcaiolo Angiolo e della casalinga Laudonia (e anche qui, come nomi, siamo messi bene).

Forse non sarà vero che dimostra da subito un bel caratterino sputando in faccia al prete il sale del battesimo, ma certo è che già a 13 anni Gino fa la conoscenza col carcere, per un classico reato “da fame”: il furto di due galline da mangiare a cena.

Comincia così un tormentato percorso fatto di arresti, fughe dal carcere e provvisorie libertà, in Italia e in Francia, finché il nostro, allettato dalla invitante propaganda del Governo brasiliano che ha bisogno di lavoratori, al punto di pagare loro il biglietto per la traversata in nave, decide di varcare l’Oceano, “in cerca di fortuna e per rifarsi una vita”, come si dice.

Sbarca nel porto di Santos il 25 giugno del 1913, ha 25 anni, è forte, intelligente, e possiede già una buona esperienza di vita, che gli consente di muoversi con una certa disinvoltura in ambienti diversi, dopo il tirocinio fatto tra i Casinò e la varia umanità della Costa Azzurra.

Come tanti di quegli emigrati, Gino ha dei parenti a cui rivolgersi: i primi tempi lo ospitano degli zii, che gestiscono una pensione frequentata soprattutto da toscani, ma dura poco. Presto si trasferisce in albergo e organizza un piccolo traffico d’armi che smercia clandestinamente a chi avverte il bisogno di sentirsi più sicuro con una Colt in tasca.

Naturalmente, va a finire male, con conseguente arresto, evasione e fuga. Non da solo, però, stavolta: con lui c’è Concetta, che lavora nell’albergo dove è andato a stare e deve portar via senza il consenso dei genitori, i quali diffidano di quel tipo senza lavoro, che vive alla giornata.

Con una bella dose di ironia, Gino definirà la sua fuga con quella che poi sarà la donna di tutta la sua vita, fino alla morte, nel 1938, mentre lui è in carcere, “il più bel furto della mia vita”; ne nasceranno due figli, ai quali darà il nome di Spartaco e Luis Lenin, ed è pure inutile spiegare perché.

Quel che segue, da questo punto alla notte del 5 giugno del 1926, è una sequenza di furti quasi giornaliera, arricchiti talora da quel “tocco di artista” che fa di Meneghetti una figura leggendaria in tutto il Brasile, come quando, deluso dallo scarso valore dei gioielli trovati in casa della baronessa De Arary, lascia sullo scrittoio un biglietto indirizzato alla nobildonna consigliandole di trovare un miglior gioielliere per i suoi acquisti.

Sarà proprio questo gusto innato per la sfida e la beffa a perderlo, quando decide, contro i consigli di tutti, di provare un furto a casa di Edoardo Matarazzo, uno degli uomini più ricchi e potenti del Paese.

Tutto riesce alla perfezione: 16 chili di oro a diciotto carati, 4 collezioni di brillanti, 400 orologi (per lo più d’oro), 1 chilo di perle, 2 bauli pieni di statuette di avorio, spille, pietre preziose passano di mano nel giro di poche ore, mentre il padrone di casa è fuori, ad un ricevimento improvvidamente pubblicizzato su tutti i giornali.

È un colpo troppo grosso, e troppo nota è la vittima; questa volta la polizia si gioca la reputazione, e non può sbagliare: si scatena una gigantesca caccia all’uomo, finchè la più classica delle “soffiate” porta gli investigatori alla casa di Meneghetti ed alla scoperta del tesoro.

Gino capisce che, se lo arrestano, non ha scampo, e, grazie alla sua prodigiosa e plurirodata agilità, salta da una finestrella e si dà alla fuga, mentre Concetta finisce in carcere per sospetta complicità.

Fuga che dura poco, però: meno di due mesi dopo, circondato da centinaia di agenti mentre corre sui tetti, in un estremo tentativo di mettersi in salvo, è costretto ad arrendersi.

Lo aspetta il supercarcere di Carandiru (che avrà triste fama nel 1992, per la strage che farà seguito ad un tentativo di rivolta) e una cella di massima sicurezza, che mette al sicuro le Autorità dalla beffa di un’ennesima fuga e lo ospiterà per 18 anni, prima di essere ammesso ad un regime di detenzione “normale”.

La giustizia brasiliana è con lui spietata: gli vengono addebitati 5 furti diversi (e sono sicuramente molto meno di quelli effettivamente compiuti), ma senza il legame della continuazione, per cui la pena complessiva è di 43 anni, 2 mesi e 10 giorni: un’eternità per un uomo che ai giudici risulta avere 48 anni (in effetti, sono 38, ma, al momento dell’ingresso in Brasile c’è stato un errore - che durerà fino alla morte - nella trascrizione dei dati anagrafici).

Solo grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica che, in fondo, ha simpatia per questo furfante il quale non ha mai ucciso nessuno e difende il suo diritto a vivere in una società che gli nega l’essenziale, uscirà a metà gennaio del 1947, per trovarsi in un mondo che non è più il suo, e nel quale fatica a ritrovarsi.

Lo aiuta qualche giornalista che costruisce il “personaggio” Meneghetti e solletica la sua vanità: si fa fotografare in mutande per dimostrare che è un settantenne ancora atletico, rilascia interviste con spiccioli della sua filosofia di vita, ma non sfugge al suo “destino”: all’alba del 3 marzo del 1954 viene riarrestato.

Il suo avvocato riesce a far derubricare il reato da “furto” a “tentato furto”, e così l’originaria pena di oltre 9 anni viene abbassata a 4, con la scarcerazione il 15 ottobre del 1959. Sono stati anni duri in carcere: violenze sbirresche e oltraggi della piccola e giovane delinquenza che non lo riconosce e lo costringe a puntigliose rivendicazioni: “Qui in carcere solo l’avvocato e il direttore possono darmi del tu. Ladruncoli di strada come voi devono darmi del lei e chiamarmi signor Meneghetti”.

Sono atteggiamenti come questo, che presto sono noti anche al di fuori del carcere, ad aumentare la sua popolarità tra la gente: alle elezioni del 1958 300.000 scontenti voteranno per lui –che non è nemmeno candidato- in segno di protesta contro la corruzione dilagante.

Ogni uomo, però, ha sulle spalle la sporta del suo destino: viene riarrestato nel 1961, nel 1964, nel 1965, nel 1968 e, per l’ultima volta, nel 1970, mentre si aggira furtivo, di notte, per le strade, con un martello e uno scalpello in borsa.

La condanna questa volta è mite: un paio di settimane di cella ed è di nuovo fuori. Sui documenti brasiliani, per l’ errore di cui ho detto, ha 92 anni, dieci di più degli 82 effettivi…troppi, comunque per tentare di imitare Arsenio Lupin.

Muore di lì a 6 anni, nel 1976. Sul muro della casa presso la quale fu arrestato per l’ultima volta, è oggi possibile leggere una targa:

In questa casa, la notte del 13 giugno 1970 fu catturato, per l’ultima volta, il grande ladro Amleto Gino Meneghetti, a 92 anni di età. Erano le dieci di sera, e aveva con sé una lanterna, uno scalpello, un martello e un piede di porco. Cominciò a forzare la porta, quando intervennero le forze dell’ordine.

Eminente ladro, Meneghetti divenne famoso come il Gatto dei Tetti, L’Uomo Ragno, L’Uomo dalle Molle ai Piedi, o, semplicemente come il Re dei Ladri. Diciamo che rubava solo ai ricchi, senza mai usare la violenza.

Morì qualche anno dopo, povero e sofferente, a 98 anni.”

Una storia avvincente e un bel libro, insomma…c’è poi una pagina di un’attualità sconcertante, ancora in queste settimane nelle quali la tv ci abitua a strazianti sbarchi di migranti mediterranei: è il racconto che il Console Edoardo Compans de Brichenteu, fa, nel 1893, dell’emigrazione italiana in Brasile:

Famiglie decimate … bimbi che piangono i genitori morti di recente, genitori che piangono i loro bimbi perduti per sempre: mariti che lamentano la perdita delle mogli, mogli che lamentano la perdita dei mariti. Abbiamo assistito noi allo sbarco di un pover uomo padre di cinque figli tutti in tenera età, che scendeva faticosamente la scala mobile del piroscafo, spingendo avanti i figli piangenti con in braccio il cadavere della moglie, morta da poche ore; e, deposto il cadavere, risalire piangendo la scala, per ridiscendere subito, recando in braccio un’altra sua creaturina morta!

E pensare che questi infelici credono che, una volta giunti in colonia, saranno finiti i loro patimenti, quando appunto là cominciano le difficoltà maggiori e la lotta per la vita! Solo domandiamo se il Brasile chiama gli emigranti per popolare la terra o il cimitero?

È proprio vero, e per niente cinico: niente di nuovo sotto il sole…..

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Quello che aspetta (a metà strada)

10 Agosto 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #racconto

Quello che aspetta (a metà strada)

Fa caldo e il sole illumina la lunghissima spiaggia solitaria. A metà, tra la battigia e le dune dell’entroterra, c’è solo il ragazzo, sdraiato su un asciugamano, pancia a terra schiena rivolta verso il cielo; sta lì, appoggiato sui gomiti, con le gambe incrociate e un po’ sollevate dalla sabbia.

Sta lì e aspetta.

Alle sue spalle un oceano piatto e immobile, silenzioso, segna il confine dell’Infinita Tristezza, infinita perché l’enorme mare scavalca anche il lieve orizzonte continuando con un cielo ugualmente immobile, ugualmente pallido, come in un continuo gioco a farsi il verso.

L’Infinita Tristezza scavalca il ragazzo sdraiato sulla spiaggia addentrandosi verso il mondo, come per avvolgerlo, senza volerlo, nella sua calma paralizzante. Ma il ragazzo guarda dall’altra parte, dove un breve cordone di dune coperte da ciuffi di giunchi precede la foresta rigogliosa dell’Infinita Felicità, distesa a perdita d’occhio di alberi sempreverdi interrotta qua e là da esplosioni colorate, macchie di fiori dei quali, ogni tanto, arriva anche il profumo. Profumi dolci dai nomi esotici che è impossibile ricordare.

Il ragazzo, mento tra le mani e gomiti appoggiati a terra, guarda verso l’Infinita Felicità, con occhi pazienti dal loro fondo, e aspetta.

Ma che cosa?

Aspetta una ragazza riccioluta, una ragazza con lunghi capelli ricci; la aspetta per ragioni sue, forse si sono dati appuntamento lì, oppure l’aspetta perché crede che la vita sia un gioco, la aspetta per avere anche solo un pezzettino dell’Infinita Felicità che si estende davanti a lui: qualche granello di polline sulle spalle di lei, o un fiore tra i suoi capelli, o un filo d’erba in bocca...

Fa caldo, dense gocce di sudore si formano nell’incavo del collo e scorrono lentamente verso il petto quasi in continuazione.

La spiaggia è solitaria, a parte il ragazzo sdraiato...o comunque lo sembra, ma la realtà è diversa!

Da dietro un poggetto sabbioso tre bambine sbucano fuori, evidentemente sono anche loro convinte di essere sole perché, appena notato il ragazzo, si bloccano interdette ed incuriosite. Sono tre bambine bionde, una più grande è probabile che sia la sorella maggiore e richiama seccamente una delle piccole che si accingeva ad avvicinarsi al ragazzo...

...finché la Curiosità prevale sulla Prudenza ed è proprio la bambina più grande a parlare con uno strano accento pieno di consonanti aspre:

Zalve!” le due sorelline, come ombre leggere, le stavano attaccate alle gambe e guardavano il ragazzo con occhietti svelti da donnole.

“Ciao bambine”

Zcusa, no hai mika visto pazare di kua un topolino? L’ha perzo mia zorela Ruth, lei perde zempre tutto!”.

Ruth, la bambina attaccata alla gamba destra, rivolse un breve bianchissimo sorriso al ragazzo, che lo ricambiò, prima di far scomparire il viso contro la coscia della sorella maggiore.

“No, mi spiace, non ho visto nessun topolino. A dirla tutta non ho visto niente! Siete voi le prime a passare da qui!”

E’ molto ke zei arrivato?

“Mha?! Quasi non me lo ricordo! Un po’ di tempo sarà passato...”

Kome mai stai kui tutto da solo?

“Sto aspettando...”

Ke palle! Non ti annoi a non fare niente kosì? Ki azpetti?

“Aspetto una ragazza riccioluta.”

E’ la tua fidanzata?

“No bimba, è solo una ragazza riccioluta!”

Ma è bella almeno?

“Oh sì! Certo che è bella!”

Vabbè...allora buon azpetto...se vedi un topolino magari rikiamaci. Cia’!

“Ciao bimbine! Buona Fortuna!”

Le tre sorelline si allontanarono; Ruth, ancora con la faccia premuta contro la coscia della maggiore, fece risuonare una voce squillante:

Kohopriti la skiena karino! Se ti zkotti...ohi ohi! Zo’ dolori!

“Grazie del consiglio...se lo rammento lo farò certamente!”

Il ragazzo rispose agitando la mano mentre le tre piccole figure diventavano sempre più irriconoscibili per la lontananza e la calura.

Poi tornò ad appoggiarsi sui gomiti, lo sguardo dritto di fronte a sé...

Omaaar! Omaaaaaaaaaaaaa.....

Che la spiaggia non fosse proprio solitaria il ragazzo lo capì subito dopo, ascoltando queste strilla, non esattamente umane, per un bel po’...prima che apparisse la loro proprietaria...

..una grassona in due pezzi, tutta rubiconda e accaldata, con un ridicolo cappellino a cuffietta ed una borsa da mare di esime dimensioni. L’ira, o comunque le rumorose attenzioni della donnona, erano rivolte ad un bimbetto secco secco...che forse era...incredibilmente suo figlio!

Questo la precedeva, con corsettine isteriche e repentine frenate, sulla battigia; ogni tanto fermandosi a guardare qualcosa sulla sabbia, animaletti o quant’altro, che, manco a dirlo, finivano puntualmente schiacciati dal simpatico pargolo.

Omaaar! Omaaaaaaaaaaaaa....smettila di stiacciare i paguri! Occosa t’hanno fatto? Povere beschie! Smettila Omar! T’ho detto di finilla! Malidetta la tu’ razzaccia ‘nfame! Tò!.

Il ragazzo fu per forza attirato da quella scena comica:

“Buongiorno signora” disse più per gentilezza che non per farsi notare.

Aihò! Chi è?! Ohi-ohia giovane! Mi scusi! Ull’avevo mi’a vista! Manca po’o mi fa venì ‘n coccolone!”

“In tal caso mi scusi lei signora!”

No no...guardi...è per via di ver bimbo...natodancane! Mi fa ammattì!

Omaaar! Omaaaaaaaaaa....! Vieni vi c’è un sinniore sempati’o! Vieni vi delinguente! ‘R tegame di tu ma’ e ‘r becco di tu pa’ poròmo!

Omar, il natodancane, la guardò con aria ebete per qualche secondo...poi tornò, come se nulla fosse, alla sua occupazione principale. Schiacciare i paguri!

Poi ti rovino...vai!

Dé...ma vardi va! Mi deve di’ un po’ poino lei ‘ome si fa?! Mi fa scorda’ di tutto ver bimbo!....

...Ah...’nfatti...meno male ho trovato lei...no perché ci siemo perzi...si doveva anda’ ar bannio...aspetti...’r Bannio Solleone....Mare e Sole?!Bho! Lei che è der posto ‘un saprebbe mi’a...

“No, mi dispiace, ma non sono della zona, sono qui ad aspettare...e basta!”

Boia dé! Di grazia! O cchi aspetta....’R Papa?!

“Aspetto una ragazza riccioluta.”

Vai...borda! La sua signorina?

“No signora...è solo una ragazza riccioluta.”

Ssì ssì...è bellina m’immagino...

“Oh sì! Certo che è bella!”

Ovvia beato lei! Che le devo di’! Arrivederla e saluti alla bimba!

Omaaar! Omaaaaaaaaaaa....!

‘nna ‘ane! Stramalidetto tu sii ‘n eterno...tu stiantasse...ora ti vergo...

La cicciona si allontanò imprecando contro l’innocente che si era già avviato di corsa sulla lunga spiaggia. Sempre più sudata e accaldata anche la corpulenta forma si perse, dopo un po’...

Il Tempo a volte è un elastico, o una gomma da masticare usata, lo allunghi a tuo piacere e quasi non si rompe, spesso si deforma e non torna più come prima (non torna MAI come prima), però non si rompe!

Così...o all’incirca così...o per niente così...pensava il ragazzo sdraiato sulla pancia sopra un asciugamano; su una lunghissima spiaggia a metà strada tra l’Infinita Tristezza e l’Infinita Felicità.

E stava appoggiato sui gomiti; e aspettava.

Da lontano il verso di un invisibile beccapesci rompeva il silenzio, per il resto l’Infinita Felicità era sempre rigogliosa, l’Infinita Tristezza sempre tenue; il ragazzo sempre a metà, con occhi pazienti dal loro fondo.

Ecco qualcun altro! Il ragazzo lo notò quando era ancora lontano: un uomo, un omino calvo con un ampio torace peloso che trascinava dietro di sé un bastone, tipo un manico di scopa, lasciando un solco ondulante nella sabbia...e un cane, l’uomo era affiancato da un cane, uno di quelli piccoli che abbaiano sempre per nulla.

L’omino e il cane si avvicinarono al ragazzo sdraiato con passo spedito, lungo una linea retta che solo loro vedevano. Quando ormai il ragazzo credeva che i due lo superassero senza degnarlo di un cenno, l’omino si bloccò:

Felice di vederLa giovine!

“Buongiorno a lei buon uomo!”

L’omino e il cane si misero davanti a lui (tra lui e l’Infinita Felicità) come se fossero sull’attenti. L’omino teneva il manico di scopa come un’alabarda da guardia svizzera. Cominciò a parlare:

Splendida giornata nèvvero? Sì, veramente ottima! Un bel sole sfavillante per forgiare le membra! Un bel caldo soffocante per ricordarCi che niente nella vita si ottiene senza sudare e combattere! Una bella sabbia rovente per indurirCi la pianta dei piedi...

Il cane guardava l’omino con la testa inclinata da una parte ed un’espressione tra lo stupito, per le frasi futili che il padrone andava ancora ripetendo, e l’interessato...ma con un interesse sicuramente di convenienza...

Il ragazzo ascoltava e non ascoltava quello sproloquio, ogni tanto intercalava con qualche “...eh sì...ha proprio ragione...perbacco!...ma certo!...”, quasi quasi rimpiangeva l’incontro con quel logorroico ed autoritario vecchietto.

Bravi bravi giovini! Coltivate fisico e mente per il mondo di domani!...comunque anche quello di ieri e di ieri l’altro non era male...è l’oggi che fa schifo!

A proposito, Lei, così solitario, cosa ci fa su questa spiaggia?

“Sto aspettando...”

Ahi ahi! Aspettare non è una bella tattica! Bisogna andare sempre all’attacco! Aggredire il nemico!

Comunque, se mi permette, chi aspetta?

“Aspetto una ragazza riccioluta.”

Bravo! Bisogna essere sempre galanti con le donne e arrivare co-stan-te-men-te in an-ti-ci-po!

Ma, mi scusi ancora, è la Sua ragazza questa Signorina?

“No signore, è solo una ragazza riccioluta.”

Bhè, speriamo che non tardi tanto, questa ragazzina ricciolina! In quegli anni, quando ero giovine, la puntualità era un do-ve-re! Mica un “opscionals”!

Bene! Ma ora La lascio alla compagnia della...bella...si può dire? Sarà di sicuro bella!

“Oh sì! Certo che è bella!”

Bravi! Braaaviiii!

Il cane guardò il ragazzo ed abbaiò, come volevasi dimostrare, per niente.

ArrivederLa giovine!

E se ne andò. Con il cane.

In un batter d’occhio la spiaggia era di nuovo splendidamente solitaria, solo un leggero solco ondulante si perdeva in lontananza. Confine aleatorio.

E ancora il Tempo si allunga e si deforma e sfugge di mano. E gioca per conto proprio come un bambino attaccato a un aquilone...

All’improvviso un’ombra calò sul ragazzo sdraiato e lo fece trasalire. Era lì, in attesa, contemplando alberi e fiori a perdita d’occhio, aspettandone un pezzettino anche per sé (solo un pezzettino...per piacere...), quando un nero in tuta da ginnastica con un borsone di tela gli si parò davanti:

Buongrn capo! Compra qualcosa! Tuto bèlo non è caro! Te lo dice Abdul!

“Ciao Abdul. Sono certo che sei fornitissimo e onestissimo...ma non mi ci vuole nulla! Praticamente non ho niente, ma questo forse mi basta...”

No capo. Tu no hai capito. Il vecchio Abdul è un mercante speciale...

Tirò giù il borsone davanti a lui e, prima che potesse fermarlo con un cenno, lo aprì facendo uscire un oggetto abbastanza strano...se non si è preparati o abituati...

Una pallina di pelo irsuto dalla quale sporgevano due ridicole gambette rachitiche ed un nasone roseo e rivolto verso il basso.

Abdul si passò la palletta pelosa sul palmo della mano ed essa, non senza qualche difficoltà, gli si arrampicò lungo il braccio andando a sedersi sulla spalla; come un pappagallo parlante...ma zitto!

Abdul è mercante di Sogni capo. Merce rara al giorno d’oggi! Abdul ti fa prezzo bòno! Se no ti va questo...io stiaccio!

E dette uno schiaffo al Sogno, che non aveva avuto neanche il tempo di spostarsi e scoppiò nel nulla con un urlettino stridulo...

Abdul ha milliaia e milliaia di sogni da venderti capo. Con un piccolo sforzo tu stare mellio!

Il mercante di Sogni sussurrò quest’ultima frase sotto voce, come rivolgendosi ad un’amante. O meglio, come ci si rivolge all’amante durante il Sogno...

Ma il ragazzo conosceva benissimo la merce di Abdul; quante volte aveva nutrito, coltivato, fatto crescere e poi schiacciato senza rimpianti Sogni simili a quelli che ora gli venivano mostrati! Era diventato un esperto in quel campo!

Ed ora che i Sogni erani venduti, scambiati, barattati. Ed ora che solo la tristezza era gratis...lui era rimasto praticamente senza niente...né gli uni né l’altra. Abbondava solo di attesa.

Il ragazzo abbassò gli occhi sulla sabbia. Quegli occhi così pazienti dal loro fondo...

Ho capito capo, non dire niente”, parlò ancora Abdul il mercante, “Tu no hai bisogno dei miei Sognetti economici, tu ne hai già uno grande come il mare!

“Non ti sbagliare Abdul...”, cominciò a replicare il ragazzo, ma fu interrotto.

Non mi sbaglio capo, questi occhi vecchi vedono lontano...dove tu sei cieco! Non mi resta che andarmene ed augurarti solo tanta Buona Fortuna.

Detto ciò, così come era arrivato il nero se ne andò, sparì. Ed ancora il ragazzo non aveva sollevato lo sguardo dalla sabbia...

Ma, allora, se si può (si deve) ancora sognare... ci sono dei confini? Dov’è la Felicità? Quando arriva? Dov’è la Tristezza? Quand’è che se ne va? Perché non si può scendere dall’auto in corsa? Perché i nostri pezzi di vetro conficcati nei piedi non fanno più neanche male?

E’ passato un po’ di tempo e il ragazzo è ancora sdraiato sul suo asciugamano, sulla spiaggia solitaria, con il mento tra le mani ed i gomiti appoggiati a terra. Davanti a lui l’Infinita Felicità, dietro a lui l’Infinita Tristezza, lui sta in mezzo (nella comoda Terra di Nessuno). Adesso i suoi occhi sono chiusi sul volto rilassato, sembra che stia pensando con serenità a tutto ciò che è stato e non è stato mai.

Ma eccola! Eccola che sta arrivando, sta fermando la sua bicicletta a ridosso di una duna, non ne è ancora scesa che già ha iniziato a parlare con la sua voce nell’aria cristallina:

Ciao! Allora?! Scusami per il ritardo! Devo aver fatto proprio veramente tardi abbestia!...ma ho avuto da fare un sacco di cose: ho lavorato, ho studiato, sono andata in bici (come vedi), ho preso la laurea, ho lavorato dell’altro, ho dato da mangiare al cane, al gatto, al cardellino; ho raccolto pinoli in pineta, sono andata a mangiare una pizza, poi sono andata a ballare e a giocare a biliardo, mi sono sposata, ho divorziato, mi sono risposata, nel frattempo ho anche fatto un bambino e uno l’ho adottato, poi mi hanno licenziata e mi hanno assunta da un’altra parte, e, sai, ho trovato pure una vagonata di planarie! Mi sono comprata la macchina nuova, ho fatto un incidente, ma non mi sono fatta nulla; ho sotterrato cane e gatto, ho ri-divorziato e mi sono detta “il matrimonio non fa per nessuno...avevo ragione quando ero giovane...”...Ma scusami, sto parlando solo io! Oh te?! Qui tutto solo soletto? Cosa hai fatto di bello?

La ragazza riccioluta, che non era più una ragazza, aveva sempre dei lunghi bei capelli, dei lunghi e candidi riccioli che le ricadevano sulle spalle.

Il ragazzo sdraiato aveva pure lui dei lunghi candidi riccioli che ricadevano sulle spalle, sui gomiti appoggiati a terra, sulle mani con cui reggeva il mento colonizzato da una spinosa e folta barba bianca. I suoi occhi erano chiusi e non potevano vedere la ragazza riccioluta, ma non l’avrebbero comunque potuta guardare, così come da tempo non vedevano più l’Infinita Felicità che, rigogliosa, si estendeva ancora a perdita d’occhio.

Lui non l’aveva sentita arrivare, non l’avrebbe sentita andar via.

La ragazza riccioluta si mise a sedere accanto al ragazzo, sull’asciugamano, ora in silenzio insieme a lui; i loro capelli si mescolarono almeno stavolta, come ondeggianti e sottilissimi fili di seta di una stessa maglia.

La ragazza riccioluta guardava il vecchio ragazzo con un’espressione seria sul viso, accarezzandogli piano i capelli di seta; poi si fissò le mani e le vide pallide, con un intreccio di vene bluastre e di macchioline, ma, attraverso il bordo irregolare e tormentato delle unghie, vide anche le mani sottili e leggere di una ragazza che era stata, che si era dimenticata di essere stata e di essere. Una ragazza con folti capelli, con folti riccioli illuminati dalla luce del sole.

La ragazza riccioluta guardò il ragazzo sdraiato sull’asciugamano.

Il Tempo era passato tutto quanto insieme e lei non se ne era neanche accorta.

M. L.

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Siam tre piccoli consiglin

9 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Siam tre piccoli consiglin

Un consiglio per coloro che devono fare un esame. Ovviamente studiate tanto, siate padroni dell’argomento, del testo. Poi, una volta imparato e ripetuto, fate un’ulteriore esposizione a voce e registratela. Risentitela in continuazione, mentre fate la doccia, mentre vi truccate, mentre cucinate o mettete in ordine la vostra camera, se possibile anche mentre andate in macchina, però state attenti alla guida. Le parole vi entreranno dentro, diventeranno vostre, s’incastreranno nella memoria come un motivetto ossessivo e vi usciranno con facilità, oltre la barriera del panico.

Altro consiglio per tutti. Siate comunque gentili. Chi non saluta non è timido, è maleducato. Dite pure buongiorno con la testa bassa, con gli occhi inchiodati alle punte delle scarpe, con le orecchie in fiamme, ma ditelo. E sforzatevi di sorridere, anche se le labbra si stirano in un ghigno e la fronte si aggrotta.

Per finire, vi esorto di nuovo a mettere su carta i vostri guai, magari in un diario o in un blog anonimo. E fatelo con autoironia, senza commiserarvi ma, anzi, ridendo di voi. Vi renderete subito conto di quante paure, in effetti, non avete. Circoscrivere il problema (come vi ho detto già tante volte) ed esternarlo, vi farà stare meglio, alleggerirà il peso, vi farà sembrare le cose meno gravi di quel che sono. Parlare delle brutte esperienze, ridicolizzarle, le esorcizza, ve ne libererete, non continueranno a tormentarvi per anni.

Proprio come ha fatto Duille, una ragazza con i nostri problemi, tenerissima, dolce e fobica in modo positivo, non nichilista ma pronta a riconoscere il bello della vita. Con orgoglio annunciamo che è entrata a far parte della redazione e ad agosto uscirà il suo primo post. Lei ci aiuterà a vedere il lato positivo di ciò che siamo.

Nel frattempo, godetevi il suo dolcissimo blog:

stelid'erba.blogspot

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Le more

8 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

Le more

Ripercorrere i giorni della fanciullezza fa riaffiorare alla labbra il sapore dimenticato, dolce e amaro a un tempo, delle more. Frutto selvatico, gusto antico, vecchi ricordi, Assunta Castellano ci invia una nuova poesia intrisa di sentimenti e passioni. (Franca Poli)

LE MORE

Giorno d'estate

in cui brillava il sole

son ritornata a riveder le more...

quanta gioia e che sapore antico

mi dava il sol vederle

e il rimembrar di quando

da bambina

le mani e la bocca mi sporcavo

di quel nettare dolce e saporito...

mi rivedevo Io giocar felice e spensierata...

coi vestitini laceri e scucitì

per il mio monellar che ancora oggi

mi resta dentro e alla prima occasione

mi bussa sulla spalla e si presenta...

te ne rammenti tu... vecchia signora...

delle tue scorribande

e le argentine risate di bambina??

Si... le rammento e non rinnego nulla di quel tempo

che anche delle miserie io vedo solo

il rifiorir delle mie amate more!!

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“EVA SE VA”

7 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

“EVA SE VA”

Quella che vorrei scrivere non è l'ennesima biografia di Eva Duarte Peron, troppe ce ne sono e tutti, a grandi linee, sappiamo chi fu e come divenne la donna più amata di Argentina. Ciò che vorrei riuscire brevemente a raccontare è, invece, l'essenza di Evita, moglie che amò il suo uomo, madre che amò il suo popolo, che si dedicò alla gente comune, ai diseredati, donna che è rimasta nel cuore dell'Argentina e a cui il tempo e la storia non hanno offuscato il prestigio conquistato, né tolto l'amore di un'intera nazione. Eva scrisse nella sua autobiografia “Razòn de mi vida”: “Ho scoperto nel mio cuore un sentimento fondamentale che mi domina completamente lo spirito e la volontà: questo sentimento è l’indignazione dinanzi all’ingiustizia. Da che io lo ricordi, ogni ingiustizia mi fa dolere l’anima come se mi conficcassero dentro qualcosa. Di ogni età conservo il ricordo di qualche ingiustizia che mi fece indignare, dilaniando il mio intimo”.

Evita si portò dentro gli stenti e la miseria che conobbe fin da bambina, i sacrifici le forgiarono un carattere forte e volitivo e seppe non arrendersi mai, le sue origini illegittime e modeste la portarono ad affrontare i pregiudizi dei paesani prima, dell'alta borghesia argentina poi, e a schierarsi sempre dalla parte delle classi meno abbienti.

Eva era una bambina piccola di statura, una brunetta pallida e magrolina, i capelli castano scuri erano tagliati corti, aveva gli occhi nocciola e le labbra rosse. Di carnagione scura, ma con una venatura pallida e una pelle trasparente del colore e della dolcezza della magnolia, era l'immagine stessa dell'innocenza, soffriva della sua povertà, ma si riteneva fortunata rispetto a qualcuno che era ancora più povero di lei: gli indios ad esempio. Erano pochi quelli rimasti dopo le varie “epurazioni “ susseguitesi nel corso del tempo e qualcuno si era stabilito nella pampa. Facevano i carrettieri per vivere, erano Coliqueo originari del Cile e a scuola lei non aveva mai sentito parlare della loro storia, dei villaggi distrutti, i libri di testo sorvolavano su questi argomenti e liquidavano la partita con poche parole sulle tradizionali decorazioni del loro vasellame. Solo gli occhi di una bambina sensibile come Evita potevano notarli per le strade, ignorati da tutti, e scorgere disegnata sui loro corpi la fame, gli stenti, la stessa miseria che più tardi seppe scorgere nella gente del suo popolo e che cercò in ogni modo di lenire.

Intorno al 1930 l'Argentina era cambiata, dicono i biografi Navarro e Fraser ché, una distesa di terra vasta come il Belgio, la Svizzera e i Paesi Bassi messi insieme, si trovava nelle mani di 1804 proprietari soltanto, terre che avevano ricevuto in eredità dai loro antenati. Arrivate per successione da quei conquistatori che le avevano sottratte agli indios o guadagnate nel corso di guerre civili. Così per diritto di nascita quei 1804 oligarchi vivevano agiatamente fra Argentina e Europa arricchendosi con la vendita della carne. Gli altri argentini, quelli che non possedevano la terra, vagavano in cerca di lavoro, di cibo, transumanti , emigranti nella loro stessa patria ed erano poverissimi e affamati, così per la maggior parte si concentrarono lungo la costa e intorno a Buenos Aires dove si trovavano i primi insediamenti industriali. Eva stessa scriverà, ancora, nella “Razòn de mi vida”: “La ricchezza della nostra terra non è che una vecchia menzogna per i suoi figli. Durante un secolo nelle campagne e nelle città argentine sono state seminate la miseria e la povertà. Il grano argentino non serviva che ad appagare i desideri di pochi privilegiati … ma i peones che seminavano e raccoglievano questo grano non avevano pane per i loro figli”.

Eva crescendo cercò riscatto dalla miseria della sua infanzia nel mondo dello spettacolo e non si arrese alle prime difficoltà, studiò recitazione e dizione e ottenne qualche particina a teatro. Furono anni duri, di sacrifici e ancora privazioni, ma lei resisteva e viveva al ritmo del suo cuore fiero e testardo. I suoi progressi in ambito artistico furono determinati dal suo grande impegno personale e da un orgoglio fuori dal comune e col tempo riuscì a ottenere un po' di successo. Era divenuta la voce della radio, conosciuta e amata dagli ascoltatori che la chiamavano “senorita radio”. Recitava con voce acuta e rotta, dolorosa e candida, senza affettazione, una voce qualunque, simile a quella delle donne che l'ascoltavano rapite. Nella vita tutto è già segnato e predisposto dal destino, tutto è come un'eco che risponde: i suoni, la luce, i profumi, i colori e anche gli amori, fu poco dopo che Eva conobbe l'uomo della sua vita. Quando nel gennaio del 1944 un forte e terribile terremoto distrusse la città di San Juan, causando oltre diecimila vittime, l'Associazione radiofonica argentina promosse un festival per raccogliere fondi a favore dei senzatetto. Gli attori, per organizzare la raccolta delle offerte, si riunirono nell'ufficio del colonnello Juan Domingo Peron, segretario del Lavoro e degli affari sociali, lui stringeva la mano e sorrideva a ognuno di loro. Le spalle larghe, il passo elastico, quando Evita se lo vide venire incontro si sentì colpita dal calore del suo sguardo e sentì scorrere nel palmo della sua mano la vibrazione di un'energia che sembrava essere diretta a lei soltanto. Era alto, massiccio, vitale. Indossava l'uniforme bianca con berretto e stivali neri. Quando si tolse per un attimo il cappello, lei potè scorgere una folta chioma di capelli neri cosparsi di brillantina che li teneva perfettamente in ordine. Il suo sorriso era smagliante, aperto come il suo cuore e illuminava un viso rude e virile. Eva vide da subito in lui l'uomo argentino per eccellenza: muscoloso, dal portamento fiero, un uomo chiaro, onesto, facile da capire. Un uomo vero. Ammaliata dai suoi modi e dal suo discorso rispose alla sua stretta di mano dicendogli “Se è vostro desiderio il bene del popolo io vi starò accanto fino alla morte” profetiche parole. Evita si innamorò dell'affascinante colonnello, vedovo, aveva 48 anni, era dunque molto più grande di lei in età che ne aveva appena compiuti 26, ma da allora si schierò al suo fianco in ogni battaglia, in ogni situazione. Anche Peron aveva notato quella bella ragazza pallida ed emozionata e più tardi ebbe a raccontare nella sua biografia “aveva la pelle bianca, ma quando parlava il volto le si infiammava, le mani diventavano rosse a furia di intrecciarsi le dita. Quella donna aveva del nerbo...non era stato il suo fisico ad attrarmi ma la sua bontà.” La stessa sera, al festival, Evita si trovò seduta vicina a Peron e da quel momento tutti poterono constatare che il colonnello non si interessò minimamente allo spettacolo in scena, sembrava rapito dallo sguardo dalla donna che gli stava accanto e gli parlava. Eva evidentemente parlò al suo cuore e cosa disse per far sì che Peron socchiudesse quella porta cigolante, dai cardini arrugginiti non ci è dato saperlo, però da quella sera non si lasciarono più. Fu amore travolgente dal primo istante, Eva indossava un vestito nero, guanti neri lunghi fino al gomito e un cappello nero con la piuma bianca, Peron ne fu ammaliato, dopo la festa disertò l'invito degli organizzatori del festival e se ne andò con lei verso un destino che non ha ancora finito di far parlare e sognare.

Insieme hanno formato una coppia felice e affiatata. Peron rideva con Eva, si divertiva, è conosciuto l'episodio in cui, quando abitarono al palazzo dei presidenti, Peron e la moglie scesero il maestoso scalone scivolando e ridendo ciascuno sulla sua ringhiera come bambini. Evita lo aveva conquistato col suo carattere irruente e focoso, lo aspettava sotto casa di notte, lo riempiva di sfuriate ed era molto gelosa. Una volta, durante una tournée elettorale, abbandonò impettita la sala gremita di gente, perchè un gruppo musicale cantava davanti a Peron la samba preferita dalla sua povera moglie defunta. Lui non temeva le sue esplosioni di collera, perchè poi nell'intimità Evita ritornava a essere docile e innamorata. L'amò perché al di là delle carezze che sapeva fargli, faceva assegnamento su di lei, Eva possedeva un'esperienza umana che al colonnello, vissuto sempre nel bozzolo dell'esercito, mancava. Eva conosceva la gente, la capiva e sapeva sempre dirgli a chi credere e a chi no. Si fidò di lei, della sua tenerezza, della sua lealtà e del suo fiuto politico. Lei lo amava sopra ogni cosa, in maniera estrema, e Peron ricambiava pienamente l'amore di Evita, per lei affrontò il peggiore degli scandali, quello di portarla in pubblico, di non trattarla come un'amante clandestina e l'esercito, che non era mai riuscito a digerirla, gli si rivoltò contro. L' 8 ottobre 1945, proprio il giorno del suo cinquantesimo compleanno, in una riunione tenutasi al ministero, nel corso di confuse trattative che nascondevano losche manovre, a Peron vennero revocati i mandati e fu praticamente costretto a dimettersi e poco dopo venne arrestato con il progetto di ucciderlo. In quei giorni pioveva, così come pioverà in ogni attimo triste della loro vita. Eva pianse, piangeva singhiozzando, senza curarsi dei presenti e quando glielo portano via gli si aggrappò a un braccio finché un poliziotto non la staccò con la forza. Evita non potè vedere Peron pregare il suo accompagnatore di prendersi cura di lei, non poté nemmeno vedere il marinaio che scorgendolo salire a bordo della cannoniera Independencia pianse a sua volta come un bambino, perché tutti avrebbe voluto sapere imprigionato ma non il leader del popolo. Terminate le lacrime, Eva tirò fuori di nuovo la sua grinta e si dedicò anima e corpo a parlare con il popolo per le strade e la gente l'ascoltava, scendeva nelle piazze a protestare e il coro delle voci acclamanti Peron aumentava: “Oligarcas a otra parte viva el macho de Eva Duarte”. Eva stava diventando lo stendardo della rivolta. In realtà lei scrisse poi nella “Razon de mi vida” come in quei giorni si fosse sentita “ben piccola cosa”, lei voleva con tutto il cuore salvare soltanto la vita del suo uomo e non aveva intenzioni velleitarie. Ciononostante il 17 ottobre fin dal mattino presto attraversò in macchina i quartieri popolari chiamando gli operai allo sciopero e verso mezzogiorno non si contavano più le migliaia di lavoratori che si aggiravano per la città, al porto, alla Casa Rosada, all'ospedale a cercare Peron. Era piena di vita, di forza, trasmetteva coraggio a chi la ascoltava. Non si era mai visto un simile assembramento in tutta la storia dell'Argentina. Un mare umano o meglio un Rio de la Plata che dilagava per le strade: tutti gli operai, ma proprio tutti, erano scesi in strada dalla capitale e dalla periferia, alcuni suonavano dei tamburi dando al corteo un ritmo inquietante. Faceva caldo e i dimostranti si erano tolti le camicie, fu così che il giornale “La Prensa” per descriverli coniò il termine dispregiativo “descamisados” ma che da quel giorno servì a designare in maniera inequivocabile il popolo peronista e in quel mare di corpi Evita nasceva come la venere di Peron e Peron aveva vinto, fu rilasciato e si candidò alle elezioni.

Pochissimo tempo dopo si sposarono e, terminata la campagna elettorale, Peron fu eletto presidente ed Evita divenne la sua ombra. Due passi sempre dietro di lui, discreta ma determinante, iniziò l'opera che la rese la madonna dei poveri. Timida nei gesti e nelle parole ascoltava e, quando aveva capito, all'improvviso suggeriva una soluzione inaspettata, piccola, concreta ed efficace a cui semplicemente nessuno aveva pensato. Eva si rivelò un'ottima intermediaria tra gli operai e il presidente, le richieste dei sindacati arrivavano a lui attraverso lei di cui si fidavano e da cui ottenevano risultati che andavano ben oltre le loro aspettative. Occupò il posto che era stato del marito alla Secretaria del Lavoro e contribuì in modo determinante alla linea politica del marito, gestendone l’immagine e con la sua stessa attività verso la classe operaia e il mondo femminile. Nel 1947, grazie anche alla sua mediazione, in Argentina il voto fu esteso alle donne . Tradizionalmente, alla moglie del presidente era riservata la gestione della “Sociedad de beneficencia”, l’oligarchia borghese si rifiutò di concederle il ruolo di presidentessa con la giustificazione che fosse troppo giovane e inesperta. L'ente fu chiuso con un atto governativo e venne istituita, nel 1948, la “ Fundación María Eva Duarte de Perón”. La Fondazione distribuiva ogni anno enormi quantità di macchine per cucire, per favorire l’occupazione femminile, memore della madre che cuciva i vestiti per la sua famiglia Eva volle rendere ogni donna capace di pensare ai propri figli e all'uopo fece istituire scuole professionali di taglio e cucito. L'attività principale della Fondazione fu quella di sostenere le famiglie più bisognose, trovare e creare alloggi per anziani e donne, ospitare nelle case-scuola moltissimi bambini che venivano tolti dalla strada. Le casse traboccavano di donazioni e i lavoratori stessi si autotassavano volentieri rinunciando a un giorno di paga l'anno ben sapendo che i loro soldi nelle mani di Evita avrebbero portato il bene alla nazione. In meno di due anni furono spesi per opere sociali oltre 50 milioni di dollari. Evita si occupava di tutto in prima persona, riceveva e ascoltava chiunque si rivolgesse a lei, fece costruire scuole, ospedali, asili per l'infanzia, case di riposo, e alloggi per i lavoratori con affitto basso nelle vicinanze dei siti industriali. Nel 1948 nacque Evita city: 4000 abitazioni furono messe a disposizione delle famiglie più povere, persone abituate a vivere in tuguri malsani, incredule, si videro assegnare alloggi nuovi, completamente arredati, tavoli, letti, scarpe, medicine, vestiario e tutto quanto necessitasse loro. Evita non era più soltanto la voce gentile delle trasmissioni radiofoniche, diventò la signora dei miracoli, la “madona de america”. Riceveva in media dodicimila lettere al giorno, venivano lette e classificate dai suoi assistenti che avrebbero potuto anche rispondere, ma lei si interessava personalmente di ogni richiesta e convocava chi le aveva scritto. A volte, addirittura, per compiacere una bambina che le aveva richiesto semplicemente una bambola si recava direttamente a casa, bussava alla porta e consegnando il pacco, contenente il biondo oggetto dei desideri, diceva sorridendo “buongiorno signorina, è questo che mi hai chiesto?” Iniziava a lavorare alle sette del mattino e i primi a essere convocati erano i ministri, i funzionari, per costringerli ad alzarsi e spesso li aveva lasciati solo poche ore prima. Lavorava per giornate intere senza risparmiarsi, non si muoveva dalla sua scrivania, riceveva centinaia, migliaia di persone, venute da lontano che puzzavano per il viaggio, ognuno aveva l'odore della sua terra, odore di bestiame, di vino, di sudore di sporcizia, di malattia. Nella sua stanza c'erano sempre pronti bollitori con biberon pieni di latte per i bambini. Niente cipria, niente trucco per gli occhi che brillavano di emozione o di gioia mentre ascoltava i racconti e le richieste dei suoi poveri. Costretta dentro i suoi semplici tailleurs, Eva attraversava l'ufficio con passo rapido e sicuro, risplendeva di una luce irradiata dai suoi capelli, dal pallore del suo viso ogni giorno più magro, non aveva bisogno di nulla per apparire, perché finalmente era se stessa e si sentiva certa di essere al suo posto, di stare facendo il suo lavoro e ogni gesto le veniva spontaneo. Nelle fotografie non la si vede mai in posa, è sempre con lo sguardo diretto all'interlocutore, ma i bambini no, loro la guardano con occhi spalancati e vedono una donna giovane che alle tre del pomeriggio ancora non ha pranzato che dimentica di bere il bicchiere di latte che le hanno posato sulla scrivania, una donna stanca ma che non una volta si è alzata dalla sedia per andare in bagno, ci dovrà andare più spesso solo quando sarà costretta dalle perdite di sangue abbondanti segno della sua malattia oramai avanzata. E le donne venute dalla pampa la vedevano dimagrire, impallidire e si domandavano perché di tanto in tanto si alzasse dalla sedia, e, poggiandovi un ginocchio sopra, si piegasse in due Si guardavano incredule ”si ammazza di lavoro, si direbbe che soffra” dicevano. Lei non si dava tregua e trascurava la sua salute. Eva rispondeva a ogni richiesta donando sempre di più, sapeva bene che i poveri chiedono meno di ciò che abbisogna loro e non lo faceva semplicemente per farsi amare, ma perché guidata dalla sua profonda sensibilità. Era in grado di cogliere al volo una situazione, una reale necessità e cercava di risolvere una vicenda umana nel suo complesso: se una donna chiedeva un letto, si informava di quanti figli avesse e donava anche per loro, se una moglie chiedeva lavoro per il marito e la vedeva circondata di cinque sei figli, voleva sapere dove abitassero e le prometteva una casa popolare e proprio mentre la donna se ne andava contenta, pensando che finalmente non avrebbero più dormito in una capanna, la fermava e le diceva “ma ce li hai i soldi per l'autobus?” una preoccupazione che solo chi si è trovato senza soldi per tornare a casa può avere e così Evita rivelava la sua antica povertà. Molti bambini malati di scabbia venivano ricoverati nella casa presidenziale ricca di stanze e di bagni per una notte o per qualche giorno, il tempo necessario affinchè il medico potesse provvedere a farli lavare, disinfettare e potesse curarli. Entravano cenciosi e malaticci e uscivano curati e profumati con la certezza che migliorare la propria condizione si può e si deve lottare per questo. La Fondazione continuerà a lavorare e a distribuire aiuti ai poveri anche quando Evita non ci sarà più. Una donna addetta alla liquidazione della fondazione, Adela Caprile, racconterà di aver visto montagne di masserizie accatastate su scaffali alti fino al soffitto, pentole e tegami ma anche pantaloni per bambini, scarpe e medicinali. E dichiarerà ”Mai si è potuto imputare a Eva di essersi intascata un solo peso. Mi piacerebbe poter dire la stessa cosa delle persone che con me hanno collaborato alla liquidazione di quell'organismo.” Hanno provato in tanti a criticare l'opera di Evita, a strumentalizzarla per demonizzare il peronismo, ad additarla negativamente di fare della politica un uso demagogico allo scopo di asservire il popolo. In realtà anche i peggiori detrattori non sono riusciti a distruggere il valore umano e sociale delle opere di Eva Peron. Hanno dovuto ammettere che, se è vero che la Fondazione ha stretto un grande numero di argentini attorno a Evita,e di conseguenza a Peron, è altrettanto vero che innumerevoli furono le famiglie argentine sottratte alla miseria, all'ignoranza, alla fame, alla malvivenza, dalla bionda ragazzina venuta pochi anni prima da un piccolo paese di provincia.

Quando finalmente, nel 1951, Evita avrebbe potuto raccogliere i frutti del suo lavoro, acclamata dal popolo, dalle donne che avevano costituito un partito e candidarsi alla vice presidenza per sedersi a fianco al marito, ben altri furono i problemi reali da affrontare. Evita aveva trascurato molto la sua salute per dedicarsi anima e corpo alla Fondazione, aveva ignorato i dolori sempre più forti di cui soffriva all'addome, segnali che il suo corpo le aveva inviato, oramai occhiaie profonde le cerchiavano gli occhi, era vistosamente dimagrita così quando decise di farsi visitare, la diagnosi fu terribile, aveva un cancro che non le lasciava speranze di vita. Ancora una volta però Eva non si arrese e la malattia, anche se ormai in uno stadio avanzato, non le impedì di essere a fianco al marito durante la campagna elettorale con la stessa passione e l'impegno di sempre fino a crollare esausta fra le sue braccia durante un comizio. Evita votò per il marito dal suo letto di malattia e quando Peron, grazie a un plebiscito popolare, fu proclamato presidente per un secondo mandato riuscì con un ultimo immane sforzo fisico a essergli accanto il giorno della nomina e si sedette per una volta nella poltrona del vice presidente che avrebbe dovuto essere sua come richiesto a furor di popolo. Volle anche partecipare alla sfilata della vittoria: una folla oceanica fece ala al corteo che attraversava le vie di Buenos Aires verso la Casa Rosada, i lavoratori, gli emarginati in festa che l'acclamavano non potevano immaginare che non l'avrebbero mai più rivista viva. Era il suo addio, sorrideva e mandava baci ai suoi descamidsados dalla macchina, la malattia aveva avuto il sopravvento, il 26 luglio 1952 Evita morì, all'età di 33 anni. Chiuse gli occhi per sempre e non potè vedere l'immenso dolore dell'intera Argentina. Un dolore autentico, vera disperazione, per le strade la povera gente sentiva di aver perso la sua madona de america, non si trovava un fiore per tutta Buenos Aires, la camera ardente allestita al Ministero del lavoro dove lei era solita ricevere i suoi poveri, fu inondata e sommersa di mazzi colorati, la folla afflitta e silenziosa in una processione che raggiunse i tre km, per 13 giorni continuò a sfilare sotto una pioggia incessante , quella stessa solita pioggia dei loro giorni più tristi. Davanti alla bara donne, uomini e bambini in lacrime, si straziavano rappresentando la sofferenza di un'intera nazione. L'Argentina era stata colpita al cuore e faticava a riprendersi. La morte di Evita ebbe ripercussioni anche sul potere di Peron che di lì a poco fu costretto da un colpo di stato a lasciare il paese. La salma imbalsamata di Eva venne portata in Italia e, per diverso tempo, riposò sotto falso nome in un cimitero di Milano. Solo dopo vent'anni il suo corpo fece ritorno in Argentina, ma il dolore del popolo era ancora vivo e ora riposa finalmente nella sua terra, fra la sua gente nel cimitero della Recoleta. Il peronismo però non morì con lei, visse ancora per molto tempo, negli anni 70 i militari furono costretti a richiamare Peron e oggi a distanza di tanto tempo, di nuovo una peronista è al governo, per un secondo mandato.

Onesta, diretta, dal cuore ardente, Evita è la donna più importante nella storia del secolo scorso, era stata peronista molto prima dello stesso Peron per una questione di sentimenti, di sensibilità e per il profondo rifiuto verso le ingiustizie sociali. Durante l'ultimo accorato appello fatto dal balcone della Casa Rosada al suo popolo aveva chiesto “prendetevi cura del generale”, così nel suo ultimo colloquio privato col marito aveva chiesto “ non dimenticarti degli umili”e ancora le sue ultime parole furono per la madre” pobre vieja... Eva se va” non un pensiero per se se stessa, pensò sempre agli altri fino all'ultimo dei suoi respiri. “Eva se va” …. Eva ora appartiene alla storia.

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Tangueri o tangheri?

6 Agosto 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Tangueri o tangheri?

Sono sempre stata affascinata dal tango e dalla filosofia che c’è dietro, ma più ancora dai colori e dalle note dalla musica argentina che è spirito di popolo prima che melodia. Oh, tango, suonatore di corde così profondamente nascoste nell’anima nostra che nemmeno sospettavamo ci appartenessero!

Le implicazioni, i rimandi sessuali che pervadono la danza, tutte le danze, nel tango trovano un’espressione voluttuosa, esibita in modo compiaciuto, ma al tempo stesso naturale. Forza, audacia, passionalità, capacità di evocare: al solo guardare una coppia che balla un tango la sensualità che ronfa in fondo ai nostri corpi viene fuori pure se ormai anni di routine familiare ci hanno ridotte con l’appeal di Wilma degli Antenati e da lì … vai col tango delle fantasie erotiche represse.

Poi, recentemente ho letto un articolo che magnificava le virtù taumaturgiche del tango per la vita di coppia. In pratica, si diceva, i nostri maschietti, ormai in crisi cronica nella relazione con le pollastre moderne, avrebbero potuto riscoprire la loro virilità e riappropriarsi del loro ruolo di “maschio” nella coppia attraverso il tango.

Il concetto, più o meno, era che l’uomo, se non sente di guidare la sua donna, va in crisi e questo varrebbe fuori, ma ancor di più dentro al letto.

Ora, la regola nel tango è una sola e bella chiara: lui guida e lei si fa condurre.

Dunque, attraverso il gioco della danza, le coppie avrebbero riscoperto la bellezza e la forza aggregante dell’accettazione dei ruoli tradizionali.

Al tempo stesso il tango riaccenderebbe la passione, attraverso la stimolazione di tutti e cinque i sensi, principalmente del tatto e dell’udito.

Inoltre la milonga sarebbe il luogo dove attizzare profonde gelosie, anch’esse, naturalmente, terapeutiche. Anche il maschietto più freddino, infatti, vedendo la sua lei tra le braccia di un altro tanguero, sicuramente si sentirebbe ribollire il sangue … e a giusta ragione! Fra due tangueri si crea un legame che va oltre la semplice complicità: è un ballo in cui l’amore pulsa e travolge (corpi avvinghiati e abbracci possenti, gambe irretite in copioni di attacchi e di prese, tutta la voluttà di un corteggiamento fisico perpetuo). I ballerini sono praticamente incollati, occhi negli occhi, l’attrazione, anche la più flebile, subisce un’impennata febbrile … per i maschietti non lo so… ma per noi donne sicuramente meglio di un film porno!

La mitologia costruita intorno a questo ballo, il mio pregiudizio positivo, l’articolo … insomma ho deciso di iscrivermi a un corso di tango che, se non ricordo male, nella vita serve sempre.

Inizialmente ho cercato di convincere mio marito a seguirmi, ma lui balla solo ai matrimoni, solo dopo il quarto calice, e solo, ve l’assicuro, per mettermi in imbarazzo: in sintesi mi ha decisamente rimbalzato e io gliela farò pagare, ma questa è un’altra storia.

E qui veniamo all’utilità sociale di questo post che oggi si concretizza in un ammonimento per le pollastre che intendono iscriversi a un corso di tango…. da sole.

Avete presente Richard Gere e Jennifer Lopez in Shall we dance? Ecco scordateveli…

O meglio, voi, se avete proprio deciso che è ora di volervi davvero bene, che ogni posteriore è bello a’ mamma sua e che lo stronzo rimasto a casa dovrà pentirsene amaramente, potete certamente sentirvi bona e tosta come Jennyfromtheblock, ma Richard, anche con tutta la buona volontà e lo sforzo d’immaginazione, quello proprio non lo troverete …

Sì, signore, state sicure che a questi corsi di tango i maschietti, single o meno, che incontrerete, nel 90% dei casi, o sono totalmente impediti nei movimenti o famelici mutanti che stanno sviluppando le caratteristiche della piovra umana…

E dire che io tutte queste aspettative sui miei partner di ballo nemmeno ce le avevo… sì, mi sono iscritta che sembravo Baby di Dirty dancing e non è che non me ne fregasse dello scopo terapeutico all’interno della coppia, ma soprattutto avevo voluto provare perché già mi vedevo con i capelli tirati in un chignon, la gonna attillata al ginocchio e lo stacchetto spinto che mi faceva figa. Era più la mia immagine di donna, ai miei stessi occhi, che voleva trarne beneficio. Se poi fosse stato anche un tipo non male a condurmi nelle trame del tango, tanto di guadagnato per le mie fantasie erotiche… no?

Dunque, durante le prime due lezioni ho ballato con dei tizi che erano mariti meno riottosi del mio ivi trascinati da mogli più imperative di me (all’inizio tutti devono ballare con tutti …). Stavo tra le loro braccia e i miei piedi sotto le suole delle loro scarpe. Unica eccezione un anziano signore, più prossimo ai settanta che ai sessanta, ballerino tecnicamente inappuntabile, ma talmente concentrato su sé stesso e sulla perfezione dei suoi movimenti da rasentare … l’onanismo coreutico!

Poi, la terza sera mi becco lui: questo tizio, piacione, più prossimo ai sessanta che ai cinquanta, ma che doveva sentirsi come uno di quaranta col “vigore” di uno di trenta… lui che forse aveva letto, e liberamente interpretato, la poesia di Borges intitolata “El tango”:

Sebbene la spada ostile, o quell’altra spada
Le ha perdute il tempo nel fango,
Oggi, al di là del tempo e della fatale
morte, questi morti vivon
o nel tango.

Lui … il tànghero che, con la sua “spada” ostile, ha messo fine alla mia breve vita di tanguera.

Eh sì, care pollastre, ho dovuto troppo presto appendere i tacchi al chiodo… e non perché la mia fantasia di femme fatale si fosse esaurita… (quella c’è sempre) ma perché, alla terza lezione, mi sono detta: “e passi per le pestate di piedi sulle scarpine da tango comprate per l’occasione (si possono sempre pulire, ma che mal di piedi…), passi per la mano tenuta un po’ più in basso del fianco (puntualmente tirata su, ma tanto avrei preferito tirare qualche cazzotto a qualcuno), passi per le cadute per mancanza di prese convinte (pure la capoccia ho battuto una volta … che dolore!!!), passi per gli sguardi di sufficienza da parte di tanguere più esperte (‘ste stronze …)”, alla terza lezione, proprio quando l’anatroccolo pensava di poter diventare finalmente un cigno… mi sono detta: “ … e no eh! L’appoggio sulla gamba, incrociata per il passo appena imparato, del “membro”, caldo e barzotto, di un improvvisato John Travolta preso dalla febbre sabato sera … NO!!!”

Quindi, mi sono sorbita la ramanzina dall’insegnante che mi ha imputato di essere troppo rigida (a me!), ho concluso la lezione sforzandomi di pensare al prossimo pranzo di Natale, dopodiché ho raccolto mestamente le mie cose, senza lasciarmi dietro neppure una scarpetta e sono andata via per mai più tornare.

Mio marito mi guarda tra il compiaciuto (stile: “lo sapevo che durava poco”) e il curioso (“come mai non mi racconta niente? Che sarà successo?”).

Per un po’ lo lascio ad arrovellarsi, così impara a mandarmi sola … solo per un po’, però, perché ho bisogno di consolazione. Meglio.… di un certo tipo di consolazione … ho bisogno di sentirmi donna (ruoli o non ruoli chissenefrega …) e di sentirmi felice.

Felice … felice … come faceva quella canzone?

Potremmo essere felici, fare un mucchio di peccati …”

Allora gli racconto l’altra storia (nella mia testa)… quella del bel tenebroso alto e figo che quando ballavamo mi stringeva forte forte forte.

Com’era il discorso della gelosia…?

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