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AA.VV., "Amori d'Amare"

27 Agosto 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste

AA.VV., "Amori d'Amare"

AA. VV.

Amori d’Amare

Antologia di racconti a cura di Cinzia Demi

2 Volumi – Pag. 440 – Euro 12,90

Minerva Edizioni

Una bella iniziativa legata al mare e all’amore, pensata per aiutare la ricerca contro il cancro, raccoglie un gruppo di scrittori sotto l’egida della Minerva Edizioni che festeggia il traguardo dei 25 anni di attività. Racconti che narrano amori di personaggi famosi, letterati, scrittori, pittori, musicisti, ma anche amori comuni, uniti da uno stile poetico e da un’accurata ricerca linguistica. Gli scrittori che hanno partecipato all’iniziativa: Antonella Antonelli, Alessandra Bertocci, Fabio Canessa, Paolo Carnevali, Maria Gisella Catuogno, Rosalba De Filippis, Cinzia Demi, Silvia Fornasari, Rosa Elisa Giangoia, Gordiano Lupi, Dante Maffia, Chiara Maranzani, Gabriella Mecucci, Alessandra Merico, Gabriella Montanari, Vincenzo Montuori, Ivano Mugnaini, Rita Pacilio, Sabrina Paravicini, Sergio Pasquandrea, Marina Ripa di Meana (Volume 1); Giacomo Battara, Stefano Biondi, Roberta De Santis, Liliana Eritrei, Marco Fornasari, Toni Iavarone, Alessandro Mischi, Giuliano Musi, Valeria Roncuzzi, Mauro Roversi Monaco, Marco Rufini, Adriana Sabbatini, Andrea Samaritani, Francesco Vidotto (Volume 2). Un dipinto a tema realizzato da Maurizio Caruso impreziosisce il volume, dotato d’una suggestiva foto d’epoca che ritrae in copertina la spiaggia di Rimini nel 1952. Abbiamo avvicinato la curatrice, Cinzia Demi, per farle alcune domande.

Come nasce l’idea di un’antologia di racconti legati all'amore, al mare e alle vite di personaggi famosi?

L’editore Roberto Mugavero mi propose di lavorare intorno al tema dell’amore al mare per una raccolta che potesse essere presentata in estate, a Cesenatico, nell’ambito degli eventi che di solito organizza in collaborazione con lo stesso comune. L’occasione era la voglia di festeggiare i 25 anni di attività della Casa Editrice Minerva insieme ai tanti autori che avessero avuto voglia di dare il loro contributo. Pensai così ad una raccolta di racconti ambientati al mare dove il sentimento dell’amore fosse amplificato – soprattutto per l’interesse del grande pubblico - dal fatto di appartenere ad un personaggio famoso, conosciuto, magari partendo anche da qualche fatto realmente avvenuto. Molti autori da me contattati hanno aderito all’iniziativa, altri hanno omesso questa terza opzione, limitandosi a scrivere storie d’amore immaginarie. Per questo alla fine, volendo comunque pubblicarli tutti, si è pensato ad una sorta di cofanetto di due volumi ognuno dei quali contenenti le due tipologie di storie. Il valore aggiunto di questo libro sta nel fatto che i proventi delle vendite sono destinati all’Istituto Romagnolo per la lotta contro i tumori.

Lo stile di molti racconti (penso a Battara) rasenta la prosa poetica. Si tratta di una precisa scelta editoriale, oppure è il tema che ha condotto su tali binari narrativi?

L’amore è da sempre un tema che rasenta, nelle sue modalità espressive, il sentimento più raccontabile attraverso una forma poetica. Trovo normale, quindi, che molti autori si siano cimentati nella modalità della prosa poetica, vicina alla poesia, per raccontare la propria storia. C’è da aggiungere che tra gli scrittori ci sono anche diversi poeti (penso a Maffia, Pacilio, Carnevali, De Filippis, Mugnaini, Montanari, Pasquandrea, Giangoia ad esempio) ed è inevitabile che la contaminazione tra i generi avvenga – specie pensando sempre alla tematica -. Trovo altrettanto belli i lavori che sono stati scritti però da mani abituate a trattare saggistica, narrativa, fatti di cronaca, soggetti teatrali… la raccolta è in questo senso davvero eterogenea, varia nelle voci e nelle forme espressive. Insomma può davvero accontentare tutti i palati.

Una tua poesia d’amore funge da elemento introduttivo. Perché?

Inizialmente si era pensato ad una raccolta poetica che parlasse d’amore ma, in concomitanza, stava uscendo una analoga raccolta “L’amore dalla A alla Z” curata dallo splendido autore Vincenzo Guarracino per Puntoacapo e non si voleva creare un doppione. L’idea dei racconti pareva sostituire degnamente l’originaria versione ma io ho voluto dare comunque un segno di questa volontà, aprendo il libro con questa mia breve lirica – riportata anche in quarta di copertina – che rappresenta la sintesi dello spirito, del cuore pulsante di tutto il lavoro.

Come ti sei trovata nelle vesti di curatrice di una raccolta di racconti?

La scrittura è l’elemento più significativo della mia vita. Da sempre mi accompagna e da sempre ho desiderato scrivere in ogni forma: poesia, racconto, saggio. Curare i lavori di altri è al tempo stesso un impegno e un valore aggiunto di confronto e quindi di crescita. Questo si equivale sia per le collane di poesia che curo che per questa raccolta di racconti: ogni volta è una scommessa nuova, un traguardo da raggiungere con se stessi e con gli altri, con gli autori che ti danno fiducia e con i pubblico che ti giudica.

Quali criteri hai seguito nella scelta degli autori?

Gli autori sono stati scelti sulla base delle conoscenze personali mie e dell’editore. Ho chiesto a chi pensavo potesse avere interesse a scrivere qualcosa di questo genere e a trovarsi coinvolto in un’antologia con tante voci diverse. Qui, devo dire – e me accorgo adesso – che lo zampino poetico ce l’ho messo io: conoscendo molti più poeti che autori di narrativa, ho chiesto a loro di partecipare più che ad altri. Chi ha raccolto il mio invito si è trovato contento e mi ha ringraziato per il bel lavoro fatto insieme.

Quali sono i personaggi famosi protagonisti delle storie?

I personaggi sono tanti e diversi. Tutti contenuti nel primo volume della raccolta. In pratica una ventina. Si va dallo scrittore al cantante, dallo sportivo all’attore, dal poeta al musicista, dal personaggio noto per fatti di cronaca a quello noto per essere scampato ai campi di concentramento. Non vorrei rivelare i nomi anche perché alcuni sono mimetizzati da uno pseudonimo per motivi di privacy – fatto che rende più intrigante la lettura del libro perché induce a ricercare di identificar il personaggio semi nascosto. Posso affermare in tutta sincerità che ogni autore ha voluto solo rendere un omaggio al proprio protagonista, utilizzato per passione o desiderio di veridicità nei suoi confronti.

Come promuoverete l’antologia?

L’antologia verrà promossa soprattutto attraverso le presentazioni: ne sono già state fatte due, una a Cesenatico e una a Portoferraio. Ogni autore, in pratica, oltre all’editore e alla sottoscritta curatrice, si è impegnato volontariamente a organizzarne una nel proprio luogo di residenza. In pratica – essendo gli autori provenienti da varie città italiane, dal nord al sud - il libro verrà raccontato in buona parte dell’Italia.

Un buon libro di brevi - ma intensi - spaccati di letteratura dedicati all’amore, prosa poetica, momenti di vita, incontri fugaci, storie di personaggi famosi come non li abbiamo mai conosciuti sui banchi di scuola. Un libro da leggere come un romanzo a puntate, dove ogni episodio è una nuova lettera d’amore, un nuovo capitolo d’una storia infinita. Quando comprerete la vostra copia pensate che - oltre ad aver nutrito la mente di buona letteratura - avrete aiutato la ricerca scientifica, perché il ricavato sarà destinato all’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

AA.VV., "Amori d'Amare"
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Luciana Fabbroni e Daniela Minici, "La partita della vita"

26 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Luciana Fabbroni e Daniela Minici, "La partita della vita"

La partita della vita

Luciana Fabbroni

Daniela Minici

Luoghi interiori, 2014

pp 175

14,00

Scritto a quattro mani nella forma del romanzo saggio, “La partita della vita” di Luciana Fabbroni e Daniela Minici, contiene dialoghi che sono pretesti per dissertare sulla libertà femminile. Quattro mani che in parte inventano, in parte sognano ad occhi aperti, in parte forse traggono spunto da ricordi, esperienze, brani di diario o percorsi personali, mescolando narrazione, speculazioni sull’emancipazione, teorie di tipo scientifico mutuate dagli studi, dalle professioni e dagli interessi delle due autrici. La vita è paragonata, come nel titolo, a una partita da giocare ma anche alla struttura dell’atomo di carbonio.

“La vita è nata come conseguenza di questa grande reattività del carbonio. La vera indole dell’umanità è quindi questa. Formare più legami possibili, cedere, prendere, mettere in compartecipazione le proprie risorse, creare una rete di relazioni che soddisfino le necessità della propria natura.” (pag 175)

Le protagoniste sono donne quasi sessantenni, ognuna col suo carico di problemi, che suggeriscono l’abbandono dei legami familiari tradizionali in favore di una rete di rapporti amicali.

L’amicizia fra donne è forse l’unica vera conquista, sintomo di una parziale autonomia e indipendenza.” (ivi)

Queste donne, tuttavia, appartengono a una categoria precisa, quella delle signore benestanti e bene abituate, per le quali il massimo dell’avventura è trascorrere una giornata su una spiaggia senza il confort di bar e lettino; signore che frequentano solo “i migliori ristoranti” e non hanno problemi a fare shopping per rinnovare in toto il loro guardaroba. Costoro cercano l’emancipazione dal giogo maschile, in nome di un lecito rispetto di se stesse. Tuttavia, ciò di cui parlano, di cui raccontano, di cui scrivono è proprio l’uomo, ed ogni capitolo prospetta un'avventura galante, un incontro. L’uomo, però, non è inteso come compagno di vita, depositario di sentimenti profondi, bensì come divertimento, conferma di seduttività. Le protagoniste, a ogni pagina, s’imbattono in maschi galanti, i quali, invece di perdere la testa per la segretaria trentenne, s’innamorano di loro a prima vista, scatenando provvidenziali gelosie nei compagni di sempre, ritrasformandoli in fidanzati premurosi. Tutto ciò, dobbiamo ammettere, appare abbastanza improbabile, soprattutto in età così matura.

Più che cercare legami duraturi e coinvolgenti, queste donne sembrano inseguire emozioni superficiali, il piacere di rigenerarsi in modo lieve, con un impegno che contempla solo se stesse, colorando abiti e vestiti, svecchiando la propria anima, riscoprendo il piacere della leggerezza e della libertà, potenziando l’autostima ammaccata dal tempo. A tale proposito, i personaggi maschili sono poco caratterizzati, quasi, con poche eccezioni, intercambiabili fra loro. A mitigare lo slancio, però, subentra il freno inibitore dei principi morali, usato quasi come scudo, come protezione dai colpi di testa.

Il romanzo si fa leggere velocemente, è scorrevole e non annoia. Lo stile è piano, semplice, fluido, piacevole, senza stacchi dovuti alla stesura a quattro mani che si può rilevare impercettibilmente forse solo nel contenuto.

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"ARTE: FARE DEL PARTICOLARE UN FRAMMENTO DI UNIVERSALE RIFLESSIONE DI BELLEZZA E GODIMENTO" di Adriana Pedicini

25 Agosto 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #cultura

 "ARTE: FARE DEL PARTICOLARE UN FRAMMENTO DI UNIVERSALE RIFLESSIONE DI BELLEZZA E GODIMENTO" di Adriana Pedicini

Ho aderito con convinzione al Il Bandolo Manifesto Culturale per le motivazioni espresse che sono anche le linee teoriche di un percorso culturale multiforme il cui approdo dovrebbe essere l'affermazione dell'arte in genere come nuovo elemento dialettico con il reale, sgombro dalle sovrastrutture e dai tanti vincoli che deturpano e avviliscono la creatività favorendo esclusivamente le leggi del marketing. Ovviamente il discorso è complesso, ma è già una buona partenza di intenti ritenere che l'arte debba essere considerata una forma di servizio, ma non stare al servizio di niente e di nessuno, pena la libertà di espressione. Non siamo alla corte di sovrani, non riceviamo commissioni artistiche particolarmente restrittive, non consideriamo l'arte una forma di élite sociale, al contrario una forma di umanesimo che, pur non potendo prescindere dai dati reali, sappia elevarsi a livelli di sensibilità particolare che affondi lo sguardo ampio e attento sulla vita concreta e sulle dinamiche dello spirito per fare del particolare un frammento di universale riflessione bellezza e godimento. Quello che si è perso è proprio la dimensione dell'umano inteso come fragilità, insicurezza, sofferenza, bisogno l'uno dell'altro, che, se da una parte sono causa di dolore, dall'altra temprano e fortificano anche attraverso gli insuccessi e le cadute. "Com'è bello l'uomo quando è uomo" soleva recitare Menandro! Oggi, invece, in nome dell'efficientismo, delle sicurezze sbandierate, del trionfo del marketing, tutto viene pianificato dal danaro, sicchè la creatività, di per sè attitudine che si esplica e opera nella libertà, ne rimane soffocata. Ma che importa: assieme ai prodotti artificialmente costruiti e propinati, dai cibi alle bevande, al vestiario ecc ecc anche il far poesia o letteratura in genere si è adeguato all'artificiosità. Mettere in piedi costruzioni formali di precario equilibrio, dato che manca la robustezza del pensiero, è diventato più ricorrente che fare le parole crociate. L'editoria, in crisi come tutti gli altri settori della società, cerca di porre rimedio come può: si serve di specchietti delle allodole. Ben venga allora l'opera educativa degli artisti che cercano il contatto col pubblico ma non per sfilate di opere personali (un po' lo sono le presentazioni o le mostre!), ma per avere un confronto, per esporre alla sensibilità altrui il frutto della propria sensibilità, della ricerca, dell'indagine che abbia per materia un comune terreno di domande irrisolte, di riflessioni sul vivere quotidiano che sfugge alla grande Storia, ma costituiscono la storia di ciascuno di noi. Occorre tuttavia rigore, serietà, onestà intellettuale che spingano a scrivere (immagino anche a dipingere o altro) solo per "necessità", per ineluttabilità, quando lo scrivere è una spinta interiore a cui non ci si può sottrarre, azione questa che richiede onestà perché se è vero che "ciascuno è poeta da parte di un altro" (Callimaco), l'originalità non va sacrificata, perché risulta essere creatività fresca, viva, capace di volare alto, di ricrearsi in fieri e produrre lo stesso effetto creativo in chi legge e in chi ascolta. Solo così l'arte produce bellezza e utilità. Bisognerebbe però crederci e essere coerenti nei propositi, negli obiettivi, nelle modalità prescelte per realizzare tutto ciò, altrimenti "Quis custodiet ipsos custodes?". Altrimenti sarebbe come giocare alle signore (uno dei giochi preferiti dalle bambine nella mia fanciullezza). Un augurio affettuoso a tutti.

Adriana Pedicini

 "ARTE: FARE DEL PARTICOLARE UN FRAMMENTO DI UNIVERSALE RIFLESSIONE DI BELLEZZA E GODIMENTO" di Adriana Pedicini
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TAPPE DELLA DISFATTA di FRITZ WEBER (1895 – 1972)

24 Agosto 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi

TAPPE DELLA DISFATTA di FRITZ WEBER (1895 – 1972)

Forte Verle, Pasubio, Monte Cimone, Hermada, Piave. In questi luoghi Fritz Weber, tenente d’artiglieria, ha svolto il suo servizio nella Grande Guerra, accumulando un’esperienza ricca e drammatica, riportata in questo diario che ci permette di conoscere anche il punto di vista di un soldato asburgico. Ogni fase del conflitto è descritta nella sua crudezza. Forte Verle subisce il duro bombardamento italiano all’apertura delle ostilità nel maggio del 1915; strutture che crollano, aria irrespirabile, orecchie che sanguinano sono la realtà di una fortezza assediata. I rinforzi permettono di resistere e di passare al contrattacco. Solo poche settimane prima il confronto sembrava nettamente impari e la situazione dei difensori quasi disperata. La fanteria italiana viene massacrata.

Sul Pasubio il pericolo maggiore è rappresentato dalle valanghe, spesso provocate dai due eserciti; sul Monte Cimone il diarista partecipa alla guerra di mine. Il fronte peggiore e più ingordo di sangue è quello dell’Isonzo; il reparto di Weber deve difendere l’Hermada. Attacchi, contrattacchi, lotte selvagge corpo a corpo, uso dei lanciafiamme mettono a dura prova i soldati dei due schieramenti, accomunati dalle medesime sofferenze. Dopo lo sfondamento di Caporetto, il giovane tenente può aggirarsi nelle postazioni italiane come in una nuova Pompei. Sgomento, osserva centinaia di corpi immobilizzati per sempre dal gas impiegato dai tedeschi. L’offensiva aveva richiesto complessi preparativi, dettagliatamente descritti; le operazioni necessarie si erano svolte in un clima di esplicita fiducia, nella convinzione di riuscire a piegare l’Italia. Ma dopo i primi nettissimi successi, l’avanzata viene, come noto, arrestata sul Piave; ricominciano la guerra di logoramento e la vita di trincea. Lo scoramento tra gli uomini è grande, rileva l’ufficiale. Le privazioni mese dopo mese si fanno enormi; quando nel giugno del 1918 viene organizzata una nuova offensiva, Weber nota come il morale dei soldati resti basso. Stavolta non c’è l’aiuto dei tedeschi, il piano non prevede una direzione d’attacco specifica e i mezzi a disposizione sono carenti. L’obiettivo sembra solo quello di strappare un po’ di risorse all’avversario, non quello di metterlo in ginocchio definitivamente. Viste le premesse, il fallimento che ne segue appare inevitabile. La fiducia nei generali cala ancora; si sono persi uomini e materiali inutilmente, mentre il nemico cresce in organizzazione e forza. Weber compie un viaggio nelle retrovie alla ricerca di cibo per il suo reparto e ha modo di vedere come il collasso del grande impero multietnico sia vicino, dato che i soldati delle varie nazionalità sono sul punto di scontrarsi tra loro. Con il successo italiano di Vittorio Veneto, inizia la drammatica ritirata. Lo sbandamento è generale. L’autorità degli ufficiali spesso non viene riconosciuta dai subordinati. Weber tra mille difficoltà conduce il suo reparto a Vienna, compiendo fino all’ultimo il proprio dovere. Lo sfascio della monarchia danubiana è comunque un nuovo inizio per molti soldati dei popoli che la componevano; invece, per la parte austriaca dell’impero, si manifesta in modo drammatico la perdita di certezze e valori che davano significato alla vita di ogni giorno. Militare di grande tempra, severo ma umanamente molto sensibile, l’autore di questo diario ha sempre rispettato l’avversario, elogiandolo apertamente: “Non ho mai veduto un ufficiale italiano che sia venuto meno alla sua dignità. Erano e sono tutti avversari veramente cavallereschi, valorosi, implacabili”.

Proprio un soldato italiano, professore a Bologna, prigioniero subito dopo Caporetto, dirà al diarista parole profetiche sull’andamento del conflitto, alludendo all’intervento americano e al suo decisivo peso economico che infatti favorirà ampiamente la vittoria dell’Intesa.

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Il Bandolo- Manifesto culturale. Adriana Pedicini

23 Agosto 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #cultura, #claudio fiorentini

Il Bandolo- Manifesto culturale.  Adriana Pedicini

MANIFESTO CULTURALE "IL BANDOLO" AL POLMONE PULSANTE

Il 28 maggio scorso, ore 19 e pochi spiccioli, presso il Polmone Pulsante (salita del Grillo 21, Roma), Franco Campegiani, Marco Mastrilli e Claudio Fiorentini, hanno dato vita al Manifesto "IL BANDOLO".
L'intenzione, con questa operazione, è di contrastare la "dispersione" che oggi caratterizza il sistema della promozione artistica.


La cronaca

Si è svolta una serata esplosiva al Polmone Pulsante; critici ed eruditi hanno dato vita a un dibattito folgorante e difficile. Dibattito di un un livello culturale veramente elevato. Si possono dichiarare veramente contenti gli audaci iniziatori di un manifesto artistico di tale portata; e soprattutto Claudio Fiorentini, Marco Mastrilli e Franco Campegiani per essere stati la fiamma che ha acceso la miccia; importante ora dare seguito ad un'opera di così alto profilo novativo che avrà senz'altro voce nella cultura artistica a venire, nella storia letteraria del secolo. I commenti più importanti sono venuti da Angelo Sagnelli, Michele Bianchi, Ettore Giaccaglia e da altri personaggi del panorama culturale attuale. Se da una parte Sagnelli si è soffermato sul fatto che a questo Manifesto manca qualcosa di fattivo, rimanendo quindi una dichiarazione di intenti, dall'altra parte Giaccaglia ha sposato interamente il contenuto, anche perché lui è a capo di una fondazione (Mecenate Italia) che lavora proprio nella direzione descritta. La discussione si è protratta per quasi tre ore. Ma gli argomenti erano di tale interesse che si sarebbe potuta prolungare ben oltre. Questa la confessione schietta di Claudio Fiorentini: "Insomma, credo di essere entrato nella gabbia dei leoni, senza aver studiato da domatore... la prossima volta reagirò con forza, usando il candore, che mi caratterizza". E quella di Franco Campegiani: "Il folto pubblico di addetti ai lavori (artisti, letterati e critici), molti dei quali membri della sezione romana del Circolo Culturale I.P.LA.C (Insieme per la Cultura), diffuso su scala nazionale, che in qualche modo ha costituito l'alveo in cui l'iniziativa è nata, ha incentrato la conversazione intorno al nucleo ideale che il manifesto intende portare avanti: quello dell'arte come "vocazione", idea destinata a creare una ferita profonda nell'odierno tessuto culturale dominato dall'idea diametralmente opposta dell'arte come puro e semplice professionismo. Non per denigrare il professionismo (ci mancherebbe altro!), ma per dire con forza che esso è ininfluente ai fini della creatività".

QUESTO IL DOCUMENTO CON I FIRMATARI

MANIFESTO CULTURALE

IL BANDOLO

L’arte nasce da un dialogo interiore per diventare pensiero in movimento che genera cambiamento. Noi prendiamo parte a questa dinamica diventando i consapevoli tessitori di una tela che sappia restituire dignità e libertà ad una cultura impantanata nel narcisismo, nella consorteria e nell’autocelebrazione.

Nostri valori sono il risveglio creativo, l’autenticità, il coinvolgimento e l’aggregazione, nel desiderio di infrangere le barriere e gli schemi che ingabbiano i circuiti culturali e artistici, ammorbati dall’arrivismo e da un erroneo concetto del professionismo culturale. L’arte è innanzitutto vocazione.

Nostro intento è sostenere e promuovere iniziative che diano nuovo vigore e slancio al lavoro creativo, facendo sviluppare le idee che sgorgano da ogni gesto culturale in una verità che sia lontana da qualsiasi mistificazione. Vogliamo coltivare un pensiero che faccia germogliare valori universali autentici nel fascinoso ma purtroppo arido mondo contemporaneo.

Dove l’arte si aggrega, c’è un messaggio di pace.

Oggi assistiamo al triste spettacolo della dispersione delle manifestazioni culturali e artistiche, a causa del narcisismo dell’artista e della malaugurata mentalità di curare il proprio orticello e di non arricchirsi del lavoro di squadra. Ciò di cui è carente la cultura contemporanea è il senso della Comunità, del vivere insieme, della partecipazione, a dispetto dell'estensione abnorme della comunicazione e dei suoi orizzonti.

Tutto si esplica a livello superficiale e questa dispersione limita la conoscenza. Più che divulgare il pensiero che fermenta tra di noi, si divulga il pensiero contenuto in prodotti commerciali. Raramente si divulga la nuova arte, che esiste, ma è neutralizzata da questo bieco sistema che crea sempre maggiore dispersione e non sostiene l'opera nel suo essere strumento di comunicazione.

E' facile neutralizzare l’arte: basta uno specchio per allodole! I mezzi di diffusione dell’arte difficilmente sono altro che ricettacoli di narcisismo, e troppo spesso gli spazi di diffusione sono riservati a chi paga più che a chi merita. È facile soddisfare l’ego, la voglia di emergere, di far sentire la propria voce. Per questo le opere di qualità nuotano in un pasticcio di mediocrità che le rende invisibili. Pagando si ottiene un servizio atto a soddisfare l'autore, e non un servizio di diffusione dell'opera artistica.

È difficile promuovere prodotti artistici, per farlo ci vuole coraggio. Gli operatori debbono proporre valori: il valore della scoperta, il valore della diffusione, il valore della cura del prodotto, il valore dell’incontro e il valore dell’aggregazione. Che sia un editore, un libraio, un salotto culturale, una galleria d’arte, un teatro, un premio letterario… tutto quello a cui noi artisti ci rivolgiamo deve proporre valore, non deve essere un semplice specchio di Narciso.

Il peggior nemico dell’artista è l’ego, e sarebbe ingenuo pensare che sostituire l'Io con il Noi possa essere sufficiente per raggiungere l'universalità, da non intendersi, questa, in senso meramente globalizzante ed estensivo. Superare l'individualismo è possibile riconoscendo e abbracciando il livello più profondo della soggettività. Un conto è l'Ego, un conto è il Sé.

Il mondo contemporaneo è devastato da un improprio ed arido concetto aggregativo che spinge a vivere con superficialità. L'omologazione è il sintomo dell'assenza di profondità. Bisogna tacitare pertanto quell'erronea propaganda che subdolamente spinge a fraintendere lo scavo interiore, la ricerca di se stessi, l'autoanalisi, etichettandola come intimismo, come esclusione dell'altro, come ripiegamento dell'ego su se stesso.

È fondamentale che l'individuo inizi a pensare a se stesso non più come a una monade, ma come a una comunità. L'arte è comunione, è scambio, è dialogo che avviene nel profondo. E' là che risiedono i valori universali, mentre si tende a confondere l'universale con il pubblico consenso. L'arte non parla a tutti, massificandoli, ma parla al cuore di ognuno. Non è un messaggio politico o pubblicitario, ma una rivelazione del senso, o di un senso, della vita. Essa si rivolge realmente all'altro, nella consapevolezza che l'altro è prima di tutto una dimensione coscienziale di sé.

Se la disgregazione è il risultato di un becero sistema che governa il mondo dell’arte, allora quantomeno bisogna cercare l’aggregazione, cercare la coesione, cercare di unire in uno, o vari bacini, i creativi che vogliono uscire dallo schema solito della divulgazione dell’arte e della cultura contemporanee. Il tutto nel tentativo di orientare i gusti di un pubblico sempre più vasto verso un prodotto culturale di maggiore qualità.

Con l’aggregazione, la condivisione, l’unione e lo scambio di opinioni, potremo dare all’arte la sua giusta dimensione e sopperire alle gravi mancanze di questo sistema. Il potere è come noi lo vogliamo, perché il danaro è al servizio della mente e non è vero il contrario. Sta dunque a noi - individualmente a ciascuno di noi - tentare di cambiare direzione, e gli spiriti creativi hanno in questo una grande responsabilità.

Le arti sono palestre di pensiero, laboratori di creatività, e come tali dobbiamo trattarle.

Art springs from an interior dialog to become thinking in motion that generates

change. We participate in these dynamics by becoming mindful weavers of a
web that will know how to restore dignity and freedom to a culture mired down
in narcissism, cliques and self celebration.
Our values are creative awakening, authenticity, involvement and
aggregation, with the desire to break down the barriers and the patterns
imprisoning culture and art circuits, fouled by social climbing and a mistaken
concept of cultural professionalism. Art is first and foremost vocation.
Our intent is to support and promote initiatives that will give new vigor and
momentum to the creative work, allowing the ideas that spring from every
cultural gesture to develop in a truth that is removed from any mystification.
We want to cultivate a thinking that will make authentic universal values
bloom in the fascinating but regretfully arid contemporary world.
Where art comes together, there’s a message of peace.
Today we witness the sad show of the scattering of cultural and artistic
events, due to the artist’s narcissism and the deplorable mindset of tending
one’s own garden and not enriching oneself by team work. What
contemporary culture lacks is sense of Community, of living together, of
participation, despite the abnormal extension of communication and its
horizons.
It all explicates on a superficial level, and this dispersion restricts knowledge.
Instead of spreading the thinking brewing among us, it’s the thinking
contained in commercial products that is divulged. The new art, which exists
but is neutralized by this grim system, which creates ever more scattering and
does not support the work in its being communication tool, is rarely divulged.
It’s easy to neutralize art: you can do it with a mirror for larks! The means to
propagate art are hardly more than receptacles for egotism, and much too
often the circulation is reserved for those who pay more, rather than to those
who deserve it. It is easy to satisfy the ego, the desire to come out on top, to
make one’s voice be heard. That is why quality artworks is often swimming in a sea of mediocrity that makes them invisible. By paying, can be obtained a
service suited to satisfy the author, not a service that will propagate artwork.
It is hard to promote artistic products: to do it, you need guts. Operators must
offer values: the value of discovery, the value of circulation, the value of the
care for the product, the value of the encounter and the value of coming
together. Whether it is a publisher, a bookseller, a cultural gathering, an art
gallery, a theater, a literary award … whatever us artists turn to must offer
value, it must not merely be a Narcissus mirror.
The artist’s worst enemy is the ego, and it would be gullible to think that
substituting I with Us suffices to reach universality, the latter not to be
understood in a purely globalizing and extensive sense. It is possible to
overcome individualism by recognizing and embracing the deepest level of
subjectivity. One thing is the Ego, another is the Self.
The contemporary world is devastated by an improper and arid grouping
concept that compels to live superficially. Uniformity is the symptom of
absence of depth. That erroneous propaganda which deviously pushes to
misinterpret the inner dig, the search for oneself, the self analysis, labeling it
as intimism, as exclusion of the other, as withdrawing of the ego in itself.
It is essential for the individual to start thinking no more as a monad, but as a
community. Art is communion, is exchange, is dialog that takes place deep
down. It is there, where universal values can be found, whilst we tend to
mistake universal with general consent. Art does not speak to all, turning
them into a mass, but to the heart of each one. It is not a political or
advertising message, but a revelation of the sense, or one of the senses, of
life. It truly addresses the other, with the awareness that the other is first of all
a consciencial dimension of the self.
If dispersion is the result of a boorish system ruling the world of art, then at
least we need to try to find aggregation, to find cohesion, to try and gather
into one or more basins, the creative individuals who want to exit the usual
contemporary art and culture circulation model. All of this in the attempt of
guiding an ever larger public towards a higher quality cultural product.
By coming together, sharing, uniting and exchanging opinions, we will be able
to give art its proper dimension and bridge the huge gaps of this system. The
Power is how we want it, because money is at the service of the mind,
whereas the contrary is not true. Is then up to us – individually, to each one of
us – to try to change direction, and creative souls, in this scenario, have a
huge responsibility.The arts are thinking training grounds, creativity laboratories, and we must
treat them as such.

Claudio Fiorentini
Franco Campegiani
Maria Rizzi
Nazario Pardini
Andrea Mariotti
Marco Mastrilli
Loredana D’Alfonso
Patrizio De Magistris
Valeria Bellobono
Pio Ciuffarella
Massimo Chiacchiararelli
Sandro Angelucci
Laila Scorcelletti
Ninnj Di Stefano Busà
Associazione Culturale Polmone Pulsante
Roberto Guerrini
Deborah Coron
Simona Simoncioli
Sonia Giovannetti
Roberto De Luca
Luca Giordano
Paolo Buzzacconi
Gabriella Di Francesco
Fabrizia Sgarra
Roberto Mestrone
Angiolina Bosco
Pasquale Balestriere
Umberto Cerio
Umberto Vicaretti
Francesco Dettori
Valentina Vinogradova
Claudine Jolliet
Andrea Marchetti
Mauro Montacchiesi
Patrizia Bruggi
Diego Romeo
Camilla Migliori
Alberto CanforaAngelo Sagnelli
Patrizia Stefanelli
Ester Cecere
Orsola Fortunato
Adriana Pedicini
Giovanna Repetto
Alfonso Angrisani
Concezio Salvi
Lorella Crivellaro
Maurizio Navarra
Aurora De Luca
Emilio Anselmi
Mario Prontera
Angelo Mancini
Gianpaolo Berto
Dario Puntuale
Umberto Messia
Roberto Nizzoli
Patrizia Poli
Maria Vittoria Masserotti
Michela Zanarella
Roberto Furcillo

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LA RACCOLTA DI SILENZI DEL DOTTOR MURKE di Heinrich Böll (1917 - 1985)

22 Agosto 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA RACCOLTA DI SILENZI DEL DOTTOR MURKE di Heinrich Böll (1917 - 1985)

Si tratta davvero di un godibilissimo racconto, letto nell’edizione Bompiani; ci permette di riflettere sulla società di oggi e sul mondo della comunicazione. Siamo nel secondo dopoguerra. La ferocia della dittatura nazista e l’orrore del recente conflitto sono alle spalle. Ora c’è una realtà di crescita economica e i cittadini hanno diritti e tutele. Il dottor Murke lavora negli studi della radio. Ha ricevuto l’incarico dal direttore di revisionare il testo di due conferenze incise su nastro dallo scrittore Bur-Malottke, un intellettuale più tronfio che profondo. Perché questa revisione? Semplicemente il conferenziere, risolto un lungo travaglio interiore, ritiene di non poter più usare la parola “Dio” che andrà sostituita dall’espressione “Quell’essere superiore che veneriamo”. Si tratterà di fargli registrare varie volte quella frase, sostituendola all’altra troppo impegnativa parola. Un lavoro piuttosto lungo, dato che ci si muove nella lingua tedesca che ha vari casi a seconda del complemento. Il direttore è in soggezione davanti a Bur-Malottke che addirittura esprime la volontà di rivedere tutti i suoi testi registrati, anche quelli più vecchi. La richiesta sembra frutto di un capriccio intellettuale, ma a quest’uomo presuntuoso non si può opporre un rifiuto. Non c’è più Hitler, ma esistono ancora personaggi pieni di sé cui non si riesce a dire di no. Sono quelli che potremmo chiamare i tiranni del quotidiano; sanno come muoversi, trovano le porte aperte, non hanno bisogno di prendere appuntamento. Con loro ci si scusa se hanno dovuto attendere qualche attimo; bisogna essere quasi onorati di sciupare il proprio tempo con le loro bizze. Il dottor Murke è persona intelligente e arguta, tanto che il direttore lo guarda con diffidenza pur apprezzandolo, dato che a lui affida quell’incarico abbastanza delicato. Murke fa la sua parte, non rinunciando a prendersi gioco del pomposo intellettuale. Il mondo della radio è pieno di programmi e di parole che spesso si configurano al protagonista come una realtà fatua e vuota. La società ora è libera, libera anche di essere stupida o forse non abbastanza libera per riuscire a ridimensionare la vanità di un uomo. Bur-Malottke è infatti un uomo come tutti, ma altezzoso; la convinta centralità dei suoi piccoli pensieri lo rende ridicolo. Gli manca la distanza da sé per concepire in modo più umile il proprio ruolo.

Pensiamo a Joseph Roth e a come ci presenta il Kaiser Francesco Giuseppe in un passo tratto da La marcia di Radetzky. Il vecchio monarca sta passando in rassegna un reparto di militari. Tutta la maestà e il carisma del sovrano che governa da oltre mezzo secolo scompaiono davanti a una gocciolina che capricciosamente penzola dal suo naso imperiale, attirando l’attenzione dei soldati e naturalmente del lettore. Francesco Giuseppe appare semplicemente come un uomo, oltretutto anziano e goffo. Come sopportare i Bur-Malottke e le loro stucchevoli chiacchiere? Murke ha trovato un modo. Dal nastro di ogni programma vengono tagliati dei pezzi che non contengono nulla se non inutili pause. Il protagonista recupera queste parti; non pago di ciò, chiede alla sua ragazza di restare muta mentre lui registra. In questo modo recupera ancora un po’ di silenzio, facendo un nastro sempre più lungo. Poi lo ascolta e questo per lui è estremamente riposante. Il nulla e lo scarto diventano necessari per ristorarsi. La sua reazione al disagio del vivere con gli altri è ben diversa rispetto a quella dello scrivano Bartleby di Herman Melville. Lo scrivano rispondeva con un inatteso “Preferirei di no” a una normale richiesta del suo principale, rifiutando in blocco il mondo del fare, del produrre, del correre, dell’essere competitivi. Una scelta radicale e destinata a portare all’isolamento e alla solitudine. Invece, la via di Murke è più sottile e permette di convivere. La realtà del lavoro e della comunicazione produce vaniloqui a iosa, ma anche piccole e preziose quantità di silenzio. Ci sono il veleno e l’antidoto nello stesso mondo.

Il chiasso e il silenzio si confrontano, si alternano, hanno bisogno l’uno dell’altro, si richiamano reciprocamente. Si tratta di una dialettica che può portare a una non facile sintesi. Trovare un equilibrio tra questi due poli significa trovare quiete e serenità.

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Debutta Meñique, primo cartone animato cubano in 3D

21 Agosto 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #vignette e illustrazioni

Debutta Meñique, primo cartone animato cubano in 3D

Meñique, la favola di un minuscolo giovane contadino che aspira all'amore di una principessa, ha debuttato il 20 luglio nei cinema cubani della capitale, in occasione della Giornata dei Bambini. Il lungometraggio a cartoni animati di produzione cubano - spagnola riveste grande interesse perché segna una tappa importante nello sviluppo della cinematografia cubana. Meñique è il primo cartone animato girato con tecnica 3D prodotto da ICAIC sull'Isola. Autore Ernesto Padrón, regista e sceneggiatore, che definisce la pellicola "una versione sui generis di Pulgarcito". Padrón disegna anche i personaggi e conferisce l'animazione a una storia che rappresenta bene l'animo ispano - cubano, soffusa di sentori che ricordano la saga di Don Chisciotte e Sancho Panza, ma anche di paesaggi che riproducono la suggestiva Valle de Viñales e permeata di ritmi musicali popolari come il guaguancó.
L'idea di realizzare Meñique comincia farsi largo nel 2008, ma non è facile portare a termine un lavoro complesso che necessita di 200 persone tra disegnatori, programmatori e artisti che si prendono l'incarico di ricreare le immagini animate in tre dimensioni. Una conquista tecnologica e un grande successo per il cinema cubano, anche se 34 operatori tecnici sono spagnoli.

Producono l'opera: Instituto Cubano de Arte e Industria Cinematográficos (ICAIC), Universidad de Ciencias Informáticas, Ficción Producciones Films (Spagna), Ibermedia e la Fundación Villa del Cine (Venezuela).
Budget alto per il cinema cubano: tre milioni di euro. Padrón considera i costi "molto economici" se paragonati ai budget internazionali di cui godono simili pellicole.
Meñique è un racconto per ragazzi che ho tradotto in italiano, molto noto a Cuba, una libera interpretazione di Pulgarcito (Mignolino) del francese Edouard Laboulaye, pubblicata da José Martí (1853-1895) nel primo numero de L'età d'oro, il libro più letto e amato dai bambini cubani.
Il film narra le avventure del piccolo Meñique che, per tirare fuori la sua famiglia dalla povertà, si reca in città insieme ai due fratelli, dove conosce il re che ha promesso di concedere il titolo di marchese e di dare sua figlia in sposa a chi riuscirà a liberarlo dalla terribile maledizione della strega Barusa. Meñique è la personificazione della furbizia, mentre la morale della fiaba è che "la sapienza conta molto di più della forza". Alla fine l'amore trionfa, come in ogni fiaba.

Il giovane attore cubano Liéter Ledesma presta la sua voce al protagonista, Yoraisy Gómez alla principessa, mentre altri attori molto noti a Cuba come Carlos Ruiz de la Tejera, Corina Mestre, Aramís Delgado, Enrique Molinae Osvaldo Doimeadiós danno vita agli altri personaggi.
Ruiz de la Tejera, che interpreta il figlio della strega malvagia, afferma che "la voce degli attori è stata registrata come se fosse un'opera di teatro, per sottolineare la provenienza cubana".

Il film dura 80 minuti, la colonna sonora è molto importante, contiene quattro canzoni originali del cantautore Silvio Rodríguez, ma anche la musica di fondo composta dal cubano Edesio Alejandro e dallo spagnolo Manuel Riveiro miscela con arte ritmi cubani ed europei.
Centinaia di bambini cubani accompagnati dai familiari hanno preso d'assalto il cinema Charles Chaplin dell'Avana per assistere al debutto di una pellicola importante che ha divertito grandi e piccini.

La pellicola vuole trasmettere un messaggio di amore, amicizia, solidarietà e perseveranza, in un momento storico così povero di valori e sentimenti. Proprio per questo si rivolge anche a un pubblico adulto.

Gordiano Lupi

Debutta Meñique, primo cartone animato cubano in 3D
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Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"

20 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi, #pittura, #personaggi da conoscere

Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"

La verità di Caravaggio

Giuseppe Fornari

Nomos edizioni, 2014

pp 172

19,90

Docente non di storia dell’Arte, bensì di storia della filosofia, all’Università di Bergamo, Giuseppe Fornari affronta in questo saggio un’interpretazione personale dell’opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Confrontandosi,sia con alcune montature nate dall’enorme e crescente notorietà dell’artista seicentesco, sia con la critica storica prima, e con quella recente poi, egli elabora una teoria non scevra da convinzioni ideologiche personali.

Parte dall’assunto che “Caravaggio va cercato là dove egli voleva essere trovato”, cioè nelle sue opere e, per questo motivo, ne analizza molte in modo dettagliato e tecnico, a partire dai lavori giovanili, definiti “precaravaggeschi”, con la loro trasparenza vetrosa e il non rifiuto del colore, fino agli ultimi capolavori prima della morte.

I miti da sfatare sono due: lo psicologismo e il naturalismo. A Caravaggio non interessa la psicologia dei personaggi, ecco perché i suoi ritratti sono una delusione sotto questo profilo. Egli inserisce la figura umana nel complesso dell’azione, racconta un fatto così come si svolge, nella sua immediata e cruda verità, senza scandagliare l’animo dei protagonisti e senza cercare il contatto estremo con la realtà, bensì, piuttosto, l’allusione al simbolo religioso. (Fornari, infatti, a livello filosofico, riconduce lo sviluppo della cultura a esperienze estatico religiose). Il canestro di frutta, ad esempio, presenta pomi corrotti, in omaggio, sì, alla nuda oggettività di ciò che ci circonda, ma anche come simbolo barocco di caducità, di effimero, di corruzione.

Il segno determinato e determinante è quello della storicità, non dello psicologismo soggettivo, (che non è il segno nemmeno della psicologia di un Tiziano o di un Velazquez, che ci restituiscono il mistero metafisico dell’incarnazione dispiegato nella storia, non introspezioni di sapore otto o novecentesco) (pag 25)

Caravaggio si allontana progressivamente dai colori giovanili, mutuati dall’ambiente lombardo veneto, da Tiziano e da Tintoretto, attraversa l’esperienza plastica e religiosa di Michelangelo, e giunge all’uccisione dei colori, all’oscuramento della luce, del lumen che si abbuia e si condensa in un unico raggio salvifico, rappresentativo di pentimento e grazia (Vocazione di San Matteo).

Secondo Fornari, le opere di Caravaggio facevano discutere, sconcertavano i committenti e piacevano al grande pubblico per la loro profonda religiosità e non per il brutale verismo o per una “indagine galileiana” della materia. Tutto è luce e simbolo, in Caravaggio, anche la pastosità delle forme, anche i gesti che sono plastici ma rarefatti, allusivi. Il suo è un realismo, ci dice Fornari, dionisiaco e cristologico, che si sviluppa dalle prime alle ultime opere con sempre maggiore potenza, con meno manierismo e più drammaticità, grazie anche all’incontro con la cultura romana e la pittura piena di contenuti di Michelangelo Buonarroti. Anche Michelangelo è profondamente religioso, morale, spirituale. Le figure acquistano forza e si collocano in rapporto reciproco, in un tutt’uno che cristallizza l’azione, incarna l’agire divino nella storia (Conversine di San Paolo e Crocifissione di San Pietro), illuminate da una luce tagliente come un raggio laser. Immagini, insomma, a uno stesso tempo allegoriche e naturali.

Anche all’apogeo della fama, Caravaggio non smise mai di fare ricerca, non si accontentò di ingraziarsi i committenti con qualche opera di maniera. “Ambizioso, protervo e orgoglioso, e tuttavia portatore di una luce segreta”, egli era un temperamento rissoso, violento, malinconico, ossessionato dalla morte, com’era nello spirito del secolo, morte che non smette di additarci in ogni suo dipinto, in modo spietato (Morte della Vergine, Seppellimento di santa Lucia). La morte è mancanza, sottrazione, strazio lucido, tomba che ci inghiotte.

Ripreso poi anche da Goya è il tema della verità. La verità intesa non come naturalismo materialista ma come accettazione della dura realtà dei fatti, esclusione del bello, della diplomazia, della mitigazione. E tuttavia, mentre si rivive il fatto nell’azione, se ne scopre tutta la simbologia nascosta, la drammaticità evocativa e cristologica, la forza redentiva. (Resurrezione di Lazzaro).

Michelangelo ha improntato di sé un’epoca, si è proiettato verso di noi anche attraverso Velasquez, Rubens e lo stesso Goya. Concludiamo dicendo che, forse, solo la visione di questi classici intramontabili della pittura mondiale, potrà salvarci dall’abbrutimento e dall’effimero.

In anni stupidi e oscuri come quelli che stiamo vivendo, non dobbiamo mai dimenticarci di queste fantastiche creazioni, perché nel loro retaggio, nella ricchezza spirituale che ci trasmettono, e che le chiacchiere insulse da cui siamo circondati non riescono neanche a sfiorare, c’è forse la sola speranza per il nostro futuro.” (pag 9)

Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"
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La blogtrotter intervista Vargas Llosa

19 Agosto 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #il mondo intorno a noi

La blogtrotter intervista Vargas Llosa

La blogtrotter è sempre più originale. Generacion Y, il blog che le ha dato la fama, è il regno del luogo comune. Al confronto leggere Scurati è come bearsi delle terzine dantesche nella Divina Commedia. Gli ultimi post di luglio si riassumono in poche battute. La sola novità importante è il ritorno dei Russi, commentata con timore dalla blogtrotter per il rischio di una nuova dipendenza economica e di diventare la piattaforma caraibica di una nuova guerra fredda. Intanto i Russi azzerano il debito estero di Cuba e promettono investimenti nel porto di Mariel e non solo. Con buona pace della blogtrotter, noi che speriamo in un futuro migliore per Cuba - almeno da un punto di vista economico - non possiamo che vedere con entusiasmo tali accordi economici. Certo, la blogtrotter viaggia, gira il mondo, riscuote prebende, intervista Vargas Llosa - nella casa di Madrid -, si fa fotografare accanto al Premio Nobel per la Letteratura, lei che potrebbe ambire forse al Premio Strega, se partecipasse di nuovo Scurati e se riuscisse a scrivere un romanzo, ché fino a oggi ha vinto tanti premi, ma che cosa ha scritto? Brani di un blog sopravvalutato. Stop. Intervista Vargas Llosa a Madrid, prende un aereo, volo intercontinentale, nove ore Avana - Madrid. Chi paga? Non sono affari nostri, chiaro. Ma non parlateci di blogger perseguitata e di giornale censurato, ché non è vero. Insomma, tra un lamento e l'altro, Yoani s'è accorta persino che i mondiali sono finiti e che anche a Cuba tutto torna come prima, i problemi non sono cambiati. Brava blogtrotter. Meglio che tu vada un po' a giro, così ti rinfreschi le idee e magari fai scrivere gli articoli a tuo marito che forse riesce a narrare la realtà senza tutte queste badilate di luoghi comuni. Nel frattempo spiegaci come hai fatto ad andare a Madrid per intervistare Vargas Llosa, chi ti ha invitato, come hai pagato il viaggio Cuba - Europa, chi ti ha combinato l'incontro con il Premio Nobel per la Letteratura. Non ti crediamo più Yoani. Sei come il mito della Rivoluzione Cubana. Decaduta e spenta. Inutile e retorica.

Gordiano Lupi

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Qualcosa si muove

18 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Qualcosa si muove

Su un blog ho trovato questa frase:

Mi piace tenere le persone a distanza. Perché sono socialfobica”.

Non l’avevo mai messa in questi termini ma penso che sia la più bella definizione di fs che ho sentito: sta tutta lì, la fobia sociale, nel tenere la gente a distanza. Ci rimanevo male quando le amiche, verso le quali provavo affetto, con le quali mi pareva di essere premurosa, e alle quali m’illudevo di risultare simpatica, mi definivano poi “scostante”. Bene, ora lo sanno tutti che sono scostante: guai a chi si avvicina!

Ricordate il tizio dell’Associazione Tal dei Tali? Eravamo rimasti che dovevo chiamarlo. Trovare una scusa per posporre, come ben sapete, aiuta a rilassarsi e per qualche giorno ho spinto il problema nel retrobottega della mia mente incasinata. Alla fine mi costringo a fissare sull’agenda una data per telefonare.
Dimenticavo di dirvi che, oltre che socialfobica, sono anche ossessivo-complusiva, pianifico tutto, m’impongo doveri e faccio ogni cosa secondo schemi da me stabiliti e regole autoimposte. Questo mi aiuta a essere metodica, a concludere, a portare avanti gli impegni fino allo sfinimento, ma limita molto l’inventiva e rende inattuabile e ansiogena l’improvvisazione.
Giunto il giorno per telefonare, capitolo, vengo sconfitta da me stessa, e delego ad un amico l’impegno, il quale, però, dimentica di farlo. Allora prendo il coraggio a quattro mani e chiamo io. Fissiamo un appuntamento per la settimana dopo nella sede dell’associazione. Altro rinvio, altro momentaneo rasserenamento: chi sa, capisce.
Man mano che il fatidico giorno si avvicina, nondimeno, l’ansia anticipatoria monta. Mi sforzo di pensare a tutto quello che, da mesi, consiglio a voi. Mi dico che è il tizio che vuole vedere me, non io lui, che è lui che deve sentirsi a disagio, non io. La paura del panico, tuttavia - la paura della paura - è sempre in agguato. Il giorno dell’incontro mi sveglio agitata, come se andassi a un esame, con un filo d’emicrania che minaccia di deflagrare, e non vedo l’ora di togliermi il dente. Vorrei farmi accompagnare ma decido che devo affrontare la cosa da sola, che sono adulta e vaccinata, che avere sempre uno chaperon è limitante e non mi fa fare certo bella figura.
Il tizio, compassionevole, ha davvero “allestito un confessionale” per me. Mi riceve in una stanzetta, siamo a tu per tu, e questo per me va bene, interagire con una sola persona non è troppo difficile, non sopporterei, al contrario, che ci fosse qualcun altro a osservare mentre parlo con lui. Nella stanza accanto è in corso una riunione di soci e ho il terrore che voglia portarmi di là e presentarmi, ma ha il buon senso di non farlo.
In breve vi dico che sono soddisfatta di come ho gestito la situazione. Alla sua gentile richiesta di farmi partecipare alle conferenze, rispondo con tutta la decisione che mi concede la mia voce malferma: non è una cosa che rientra nelle mie possibilità o capacità. Lui insiste che la timidezza si supera con l’età. Sto per ribattere che la mia non è timidezza ma fobia sociale, poi scelgo di tacere. Non è un amico, non gli devo spiegazioni, si accontenti di sapere che non mi va e basta. Mi dice che ci sono altri che partecipano solo per scritto e hanno delle remore a presentarsi in pubblico. Le mie non le definirei esattamente “remore” ma sorrido e cambio argomento.
Anche se non sono sciolta, riesco per tutta la mezz’ora a parlar in modo abbastanza chiaro e fermo, tengo in mano io il gioco, stabilisco con risolutezza ciò che voglio e non voglio fare: interverrò alle conferenze più interessanti, gli dico, ma solo come spettatrice e, a casa, scriverò qualcosa in proposito. Leggerò i suoi libri e li recensirò. Non mi paga, penso, perciò se gli va, è così, altrimenti è così lo stesso. Al momento di congedarmi – momento tragico di cui parleremo in un’altra puntata - deve leggermi l’imbarazzo in faccia perché è lui a interrompere bruscamente e salutare. Esco abbastanza soddisfatta: questa volta è andata bene. Altre volte l’ansia aveva superato le aspettative, qui, per fortuna, è stata inferiore.
Ma se non avessi parlato con voi, se non avessi a sostegno questa specie di blog confessione, non avrei saputo affrontare la cosa nel modo giusto e sarei caduta nell’angoscia da prestazione, con la paura di non sapermi rifiutare e il senso di colpa per aver perso, al contempo, una occasione stimolante.
Per finire, vi lascio con una massima: non cercate l’approvazione altrui - l’approvazione di vostra madre o di vostro padre, di vostra sorella, del vostro ragazzo, dei professori, dell’amica. Non l’avrete mai. Ognuno di noi critica ed è, a sua volta, criticato. È una legge di natura, è nell’ordine delle cose. Quindi, nei limiti del consentito, fate ciò che sentite giusto per voi. Non piacere per non piacere, meglio che siate disapprovati perché avete fatto qualcosa che vi gratifica.

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