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Claire

23 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Claire

Un giorno ormai lontano, un famoso giornalista mi ha detto che avrebbe volentieri parlato con me e mi sarebbe venuto a trovare nella mia città per organizzare qualcosa di letterario insieme.
Un babbano (ricordatevi che per babbano intendo “persona non affetta da fs”) si sarebbe gonfiato come un pallone all’idea, avrebbe fatto la ruota, avrebbe pensato a dove e come accogliere l’ospite e sfruttare al meglio la potenziale amicizia.
Io mi sono sentita paralizzata come un coniglio davanti ai fari di un’auto che sta per investirlo. Non ho detto più nulla, non ho più risposto ai messaggi, casomai costui insistesse. Inutile dire che non se n’è fatto niente, che cotanto personaggio è venuto nella mia città senza che c’incontrassimo e la nostra amicizia non è mai decollata.
Questo è un esempio di come uno scrittore social fobico non possa attuare quelle comuni strategie di autopromozione che comportano l'interazione e la relazione. Ovviamente, insieme al timor panico e alla voglia di fuggire da una situazione sociale che terrorizza, oltre alla frustrazione per l’ennesima occasione non sfruttata, c’è sempre il senso di colpa per la propria inadeguatezza, per la mancanza di coraggio e di forza, per l’incapacità di fare ciò che per gli altri sarebbe semplice. (E questo, ovviamente, nella vita di un social fobico ha conseguenze ancora più nefaste della non pubblicazione dei suoi libri, si veda l’impossibilità di guidare la macchina, o, come nel mio caso, di mantenermi, ma di questo parleremo più avanti.)
Ecco cosa mi scrive, a proposito dell’episodio col giornalista, l’amica di cui vi ho detto che, d’ora in avanti, chiameremo Claire. Penso che non avrei potuto trovare parole migliori per descrivere quello che si prova e le difficoltà del nostro vivere quotidiano.

Patrizia, te lo diranno tutti che devi andare e devi chiamare, perciò io non lo farò… nemmeno io andrei! Sarei felice per te, vorrei che potessi avere le soddisfazioni che meriti; ma se dev’essere solo ansia e malessere, perché sottoporsi a questo stress? Il tuo atteggiamento sarà incomprensibile a molti (come il mio) ma non a me. Io so come ti senti: ansia a mille, che si placa solo quando decidi di dire no. E, subito dopo, senso di colpa per aver rinunciato anche a questo. Come ti ho già detto, assolviamoci; accettiamo di non riuscire a fare la scelta giusta sempre; non possiamo impazzire d’ansia. Se agli altri tutto viene facile, a noi no e non è in nostro potere cambiare atteggiamento, checché ne dicano gli altri (“Perché non vai?” “e dai, buttati, affronta, rilassati, sono solo cose che ti metti in testa tu!”).
Ieri ho avuto un attacco d’ansia; ed ero a casa mia, a tavola, senza niente da fare e in piena vacanza. Non ci mettiamo in testa niente, è la nostra testa che chimicamente funziona così; e anche se stiamo qui ad analizzarci psicologicamente, trovando mille cause del nostro disagio, fatto sta che c’è e ci dobbiamo convive
re. (Claire)

Convivere è la parola magica. Convivere con la fs come si fa con la pressione alta, con l’emicrania, con l’artrite. Convivere con una malattia cronica pronta a riacutizzarsi quando meno te lo aspetti e, soprattutto, quando te lo aspetti eccome! (Vedi crisi di ansia anticipatoria).
Ed è pensando a Claire che ho scritto questo racconto non particolarmente bello e difficile da apprezzare per chi non capisce che l’argomento è la fs. Il racconto è dedicato a Claire e a me, a quanto la fs ci rende gemelle, nonostante la differenza di età e la lontananza.


Io e te

Omozigote gemella mia che hai vent’anni di meno, parli milanese meneghino mentre io sto qua con l’accento de Roma pesante, sei vissuta nell’azoto liquido, ma non sei abituata al freddo, lo odi quanto me. Quando ti hanno scongelata non sono venuti a dirmelo, eppure ti ho sentita, sei una parte di me. Sei me. Tu ed io siamo uguali, ora che ti vedo, che sei qui davanti, lo so. Tocco la tua mano ed è la mia mano di vent’anni fa, piccola, con unghie corte, piccoli peli dorati sul dorso. Oggi le mie unghie sono rigate, mio marito dice che uso troppa candeggina. Tu hai ancora dita rosee da studentessa. I tuoi genitori ti tengono nella bambagia, vivi nell’oro. Si vede dalla borsa fighetta, dagli occhiali firmati. Sei contenta, mi stai dicendo, cresciuta in una camera piena di bambole, di giocattoli che un po’ facevano compagnia e un po’ soffocavano. A te è stato dato quello che a me non era concesso, tu fai tardi la sera, tu spinelli e bevi fino a vomitare.
Due embrioni nati insieme, ci diciamo, uno congelato perché non era il momento opportuno, poi rimandato, quasi dimenticato, infine donato ad una famiglia del nord, mamma e papà dovevano lavorare e desideravano tanto un figlio, sì, ma solo uno.
Io ho sempre saputo di te, perché mamma poi si è pentita. A volte la vedevo che guardava fuori della finestra, come a cercarti sui tetti, gatto perduto che non saresti tornata con un fischio.
Siamo uguali, sorella mia, anche se mia madre e mio padre - nostra madre e nostro padre - erano operai e, a mia volta, ho sposato un metalmeccanico. Siamo uguali anche se tu prenderai la laurea che a me non è toccata.
Lo vedo dal rossore ogni volta che i miei occhi ti fissano, da come volti lo sguardo se ti faccio una domanda e sembra che nelle punte delle tue scarpe stia tutto l’universo. Lo stesso accade a me, se a chiedere sei tu. Genetica o ambiente? Chissà? Certe condanne restano appiccicate anche dopo vent’anni, anche se diventi un’altra persona. Solo io so quello che tu sai, quello che soffri, quando la tua mano trema, come adesso, quando stringi il telefono con dita sbiancate, col palmo sudato, quando ti fai coraggio e provi a raccontare la barzelletta che pareva così facile, così raccontabile, prima che tutti gli occhi ti si appuntassero contro, ti trafiggessero.
Annuisci, ti esce un filo di voce, mi dici: “Sai, l’altro giorno sono passata in mezzo ad un capannello di gente…” poi la voce si strozza, sbatti le palpebre, troppo velocemente come una specie di tic.
“Basta, basta”, mormoro. Non voglio che tu stia male, so cosa si prova, quando sembra di non avere più niente da raccontare e che la tua vita sia una scatola vuota, ma tu insisti, ormai vuoi liberarti, hai capito che ho capito: “Ho perso tutti gli amici così…”
Abbasso gli occhi perché sto arrossendo, ti stringo a me. Se arrossisco non ammazzo nessuno e vorrei dirtelo, anzi vorrei gridartelo, ma non ti conforterebbe. Sei rigida, dura.
“Tu sei ancora in tempo”, dico, “per me è tardi, ma tu non ti arrendere. Mai.”

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A Game of Thrones: violenza virale o educativa?

22 Giugno 2014 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #fantasy

A Game of Thrones: violenza virale o educativa?

17 Aprile 2011. In questa data il primo episodio di una nuova serie televisiva viene mandato in onda dall'emittente americana HBO, la stessa che nel 1999 aveva lanciato il fenomeno mondiale de I Sopranos. Questa volta la serie è stata ispirata dalla saga di narrativa fantastica dell'autore americano George R. R. Martin, A Song of Ice and Fire. La serie televisiva prenderà il titolo di A Game of Thrones, la “prima” avrà oltre due milioni di spettatori nei soli Stati Uniti, trasformandosi in uno dei più grandi successi nella storia della televisione recente. Conseguenza diretta di questa popolarità, la pioggia di critiche abbattutesi sul prodotto e sulla produzione, dovute a contenuti ritenuti inappropriati alla sensibilità pubblica. Nel processo che ha trasformato la serie in un fenomeno virale, attacchi feroci e apprezzamenti incondizionati si sono alternati con regolarità; l'autore e i produttori sono stati spesso chiamati in causa per rispondere a domande sulle scene più scioccanti ma, imbrigliati da logiche di mercato, le loro risposte hanno finito per alimentare polemiche o confondere le idee. Da lettore e appassionato di Fantastico ho apprezzato i libri, ma non mi sono fermato a George Martin. Le Cronache del ghiaccio e del fuoco (nome italiano della serie) appartengono a un sottogenere ben definito, con origini chiare, una storia importante e autori di riferimento precisi. Molti di questi li conoscevo già, e i collegamenti sono sembrati ovvi, altri li ho scoperti strada facendo. Si sono dette molte cose su Il trono di spade (titolo italiano della serie televisiva) non sempre precise o con cognizione di causa. Dopo quattro anni dal suo lancio, vorrei provare a dire qualcosa anche io.

L'elemento più sconvolgente è risultato essere la violenza. Spietata, brutale, esagerata. Chi non conosceva il lavoro di Martin, chi non si è mai interessato al Fantastico, ha avuto problemi ad accettare questo tipo di narrazione. La maggior parte dei sostenitori della serie, anche questi non sempre familiari con il genere, si sono limitati controbattere agli attacchi con un laconico “lo facevano anche Shakespeare e Omero”, come se la questione fosse risolta. Leggevo questa frase e ogni volta mi domandavo se davvero si voleva fare paragoni, se, al netto del valore letterario, era lecito prendere prodotti da altre epoche, frutto di realtà sociali, culturali e politiche agli antipodi con la nostra e paragonarli al lavoro di un signore americano del ventesimo secolo. Non ho grande simpatia per i paragoni fra autori tra loro contemporanei, sono convinto che i veri scrittori, nonostante fonti e modelli, arrivino a parlare con una loro voce unica. Immaginate la mia reazione quando si torna indietro di secoli o millenni.

Poco convinti degli argomenti a loro contrapposti, i critici hanno continuato a sviluppare il loro pensiero su determinate immagini, dimostratesi tanto numerose e cruente da rendere necessaria una loro immediata categorizzazione: alcune, scioccanti ma accettabili, mostravano teste mozzate, pugnalate alle spalle, stragi, sangue. Le altre, inaccettabili, mostravano donne vittime di stupri e abusi fisici, morali e psicologici di vario tipo. Le reazioni in questo secondo caso sono state fortissime perché, qui come nella realtà, lo stupro non è un caso isolato ma la punta di un iceberg.

Una delle tesi più diffuse degli ultimi anni ritiene George Martin colpevole di aver introdotto la violenza nel Fantastico. Sospetto, senza avere prove, che i sostenitori di questa tesi si siano limitati a leggere Il signore degli anelli dopo aver visto i film di Peter Jackson e si definiscano quindi esperti. In realtà già il nome di Shakespeare potrebbe provocatoriamente essere ascritto al Fantastico – streghe, fantasmi, forze e creature soprannaturali di vario tipo non mancano tanto nelle tragedie quanto nelle commedie –, ma quello di Michael Moorcock mi sembra più appropriato alla nostra epoca. Il suo personaggio più conosciuto è Elric, uno dei primi antieroi della letteratura Fantastica, comparso per la prima volta nel 1961 in una novella dal titolo La città dei sogni. A Game of Thrones, esordio della saga, viene pubblicato nel 1996. Per quanto il personaggio di Elric divenga leggenda solo nel 1972 con il romanzo Elric di Melnibooné, la distanza temporale è notevole. E poi, già l'anno precedente, 1971, Moorcock pubblica la Trilogia delle Spade. Nel primo libro, Il cavaliere delle Spade, il protagonista, Corum, viene catturato e i suoi aguzzini si rivolgono a lui in questo modo*:

In effetti, credo che ti daremo una possibilità. Se riuscirai a sopravvivere dopo che ti avremo asportato gli occhi e la lingua, tagliato mani e piedi e rimosso i genitali, allora ti lasceremo andare.”

Non entro nei dettagli del procedimento ma credo l'esempio sia sufficiente. Si può accusare Martin di aver alzato l'asticella, ma meno di quanto si pensi. Se Moorcock nei paragrafi successivi a quello riportato passa dalle parole ai fatti, almeno in parte, Martin si astiene. Per sua stessa ammissione, fiumi di sangue sparsi per il campo di battaglia, arti mozzati e teste rotolanti non sono il suo forte, così come non mostra mai l'atto della tortura in modo diretto. L'inefficacia delle sue scene d'azione è sempre stato un cruccio per Martin, tanto da trasformarlo in un attento lettore di Bernard Cornwell, i cui romanzi storici sono carichi di azione e battaglie campali, e di Joe Abercrombie, autore giunto al successo nel 2006 con La prima legge, saga fantasy d'azione con caratteristiche splatter. Non intendo negare la componente violenta della narrazione, ma è necessario comprenderne il ruolo. Nel caso delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, la violenza è il motore della trama. Considerate come esempio la decapitazione di Eddard Stark: un evento non casuale, in grado di influenzare l’intera narrazione. Di esempi ne esistono molti altri, e tutti presentano delle conseguenze sulla trama, in caso contrario non vengono mostrati.

In numerose interviste Martin sostiene di essersi attenuto a una regola fondamentale della scrittura, ovvero mostrare e non raccontare. Questa affermazione però, dentro e fuori dai vari contesti da cui è estrapolata, non dice cosa viene mostrato, lasciando intendere che il soggetto siano proprio le scene tanto criticate. Al contrario, ne vengono rappresentate le conseguenze. Un esempio sono gli eventi di cui è protagonista Theon Greyjoy. Non lo vediamo uccidere e bruciare i corpi dei due contadini quando dà la caccia ai giovani Stark, non lo vediamo subire il sadismo di Ramsay Bolton. Ne vediamo le conseguenze, vediamo i corpi dei contadini, vediamo un uomo distrutto e mutilato, e lo vediamo da dentro la sua testa, ma la violenza è già avvenuta.

Del resto, l'intento di Martin è chiaro, lo ha spiegato lui stesso: un racconto in grado di sviluppare i temi della guerra e del potere, con l'intento di mostrare che i più grandi orrori della storia dell'umanità nascono dagli uomini stessi. Ridurre la presenza scenografica per ampliare l'effetto psicologico è un lavoro complicato, il rischio di banalizzare o sminuire è enorme. Eppure Martin riesce a farlo perché non è il gesto a sconvolgere, bensì chi lo compie. Ripensate alla morte di Eddard Stark. Durante il processo, gli chiedono di confessare crimini mai commessi con la promessa di avere salva la vita, ma Re Joffrey, un ragazzino appena adolescente, decide di condannarlo a morte. Dopo l'esecuzione, lo stesso Joffrey conduce Sansa Stark, figlia di Eddard, ad ammirare la testa del padre appesa su una lancia lungo i bastioni del castello, la obbliga a guardare, ben sapendo di essere il responsabile della morte dell'uomo e godendo nel rinnovare il dolore della ragazza. È un gesto crudele, sadico e perverso.

Ogni personaggio vuole rappresentare uno dei molteplici aspetti di questi orrori, di cui la violenza è mezzo di espressione. Per ottenerlo, serve dipingere una società crudele e cinica, governata da un'avidità per il potere tale da spingere gli attori sociali a macchiarsi di ogni colpa possibile. Per avere una società con queste caratteristiche, servono personaggi come Re Joffrey, Tywin Lannister, Ramsey Bolton. Servono gli incesti, le stragi a sangue freddo, i tradimenti.

Ancora una volta, Martin non è stato il primo a sviluppare questi temi nel Fantastico. Il sottogenere a cui fa riferimento le Cronache del ghiaccio e del fuoco è stato definito all'estero grimdark fantasy, cupo e oscuro, definizione nata con il già citato Joe Abercrombie, e quindi successiva alla pubblicazione di A Game of Thrones. Ai prodotti di oggi si è arrivati per gradi e gli esempi sono numerosi. Negli anni quaranta Fritz Leiber pubblicava Il complotto delle mogli, da cui è stato tratto il film La notte delle streghe (1962). L’autore immagina la vita in un tranquillo college degli Stati Uniti, popolato da normali insegnanti e studenti. In questo mondo, ogni donna, all’insaputa degli uomini, è una strega e utilizza le proprie conoscenze al meglio per raggiungere i propri obiettivi. La società dipinta da Lieber è a lui contemporanea, e quindi antiquata rispetto alla nostra, ma la corsa per il potere, la malvagità e la perversione dei suoi antagonisti e di ciò che rappresentano è decisamente attuale. Altro esempio è Poul Anderson e il suo La spada spezzata. Pubblicato nel 1954, il romanzo è basato sull’epica degli Edda, il pantheon nordico e le leggende inglesi e irlandesi. Il protagonista, Skafloc, viene rapito ancora in fasce da un conte elfico per essere cresciuto come arma nelle lotte con i troll. Nessuna delle due razze, infatti, sopporta il tocco del ferro, e un bambino umano diventa uno strumento formidabile. Nessun intento caritatevole muove il conte, puro opportunismo e interesse personale. Al posto del neonato il conte lascia una creatura, generata da lui stesso con una femmina troll tenuta prigioniera da secoli nelle segrete del suo castello. L'aspetto di quell'abominio viene modificato con la magia per somigliare a quello di Skafloc. Il suo nome sarà Valgard, e intorno a queste due figure si svolge la storia, entrambi intenti a scoprire le loro origini e a combatterle, Valgard trasformandosi nel nemico degli elfi, Skafloc diventandone il paladino, ma innamorandosi anche di una donna che si rivelerà essere la sorella. La verità sull'identità dei due amanti trasformerà il ragazzo in un mostro non migliore del suo alter ego, portandolo alla rovina.

Sugli stupri è necessario aggiungere qualcosa. Martin ha ragione nel sostenere che “stupro e violenza sessuale sono parte di ogni guerra mai combattuta, dagli antichi Sumeri ai giorni nostri. Ometterli da una narrativa centrata su guerra e potere sarebbe stato fondamentalmente falso e disonesto”. (cfr. Dave Itzkoff, New York Times television)

La differenza sta ancora nella rappresentazione. Nel testo, la maggior parte degli stupri sono impliciti, non avvengono mai davanti al lettore. Al contrario, altri autori hanno deciso di rappresentarli in modo diretto**:

Ed ora, bella, vallo a raccontare,/se la tua lingua può parlare ancora,/chi te l'ha mozza e chi t'ha violentata.”

Tito Andronico, William Shakespeare, Atto II, scena IV

Adesso [nel sogno] Corum vide sua madre. Due Mabden la tenevano ferma mentre un terzo si gettava su di lei, scagliando il proprio bacino sul suo corpo nudo.”

Il cavaliere delle Spade, Michael Moorcock (1971)

Un attimo dopo, l’uomo lasciò cadere tutto il peso sul busto [della ragazza], e il ventre [di lei] fu pugnalato come da un fuoco feroce e famelico che ruppe il suo silenzio e la fece urlare. Ma anche mentre piangeva e gridava, sapeva che per lei era troppo tardi. Qualcosa da sempre ritenuto un dono dalla sua gente le era stato strappato via.”

La conquista dello scettro, Stephen Donaldson (1977)

Quella grassa aveva molto da dire, proprio come suo padre. Strillava come un barbagianni: mi dolevano le orecchie. Preferii di gran lunga la sorella. Era proprio silenziosa. Così silenziosa da doverle dare una strizzata qui e lì per controllare che non fosse morta di paura.

Il principe dei fulmini, Mark Lawrence (2011)

Ognuna di queste scene è pensata per provocare reazioni forti nel lettore, per provocare il disprezzo nei confronti di chi le compie. Martin, al contrario, mostra le reazioni dei personaggi. La differenza è sottile, ma non banale, perché mostrare la violenza può provocare uno shock, ma mostrare la spietatezza con cui viene perpetrata, la perversione nel goderne, l'assoluta disumanità del gesto è un'esperienza molto più profonda. Non è un caso se la maggior parte delle critiche nasce dalla serie televisiva, un medium fatto da immagini prima che da parole. Nei libri, il disprezzo per determinati comportamenti è palpabile, qualsiasi lettore è in grado di riconoscerlo. Nel grimdark fantasy la violenza è il generatore di cambiamento, e quindi di contenuti. Se il linguaggio televisivo è l'immagine, allora l'unico modo per raccontare la storia è mettere i gesti in primo piano, di sbatterli in faccia allo spettatore qualsiasi essi siano. L'importante è farlo senza perdere di vista lo scopo educativo originario. Durante la narrazione, gli stupratori sono esseri viscidi, malvagi, un modello negativo consolidato e lo stupro diventa il loro climax drammatico, nella maggior parte dei casi seguito da una morte spettacolare ed esplicita poco tempo dopo, mentre la vittima viene salvata per mostrare le conseguenze degli abusi subiti. Spiegare la malvagità di uno stupro può essere efficace, far percepire al lettore o spettatore le sue conseguenze, inciderle a fuoco nella sua testa, ha un altro valore.

Un esempio recente a cui sono seguite molte polemiche è la trama sviluppatasi nella Tenuta di Craster. Nel terzo episodio della quarta serie vediamo un gruppo di ex Guardiani della Notte ormai residente nella Tenuta. Karl, ex Guardiano crudele e invidioso dei favori di cui gode Jon Snow, è stato uno dei primi agitatori dell'ammutinamento e si è autoproclamato capo del gruppo. Nel quinto episodio Jon Snow e un gruppo di volontari ripuliscono l'area dai traditori, vendicando le mogli di Craster, prigioniere e vittime di abusi da parte dei fuggitivi. Il capo degli ex Guardiani muore durante lo scontro finale con Snow e l'intero combattimento è costruito in modo retorico, affinché la partenza sia veloce, ma rallenti negli attimi finali per sottolineare il climax drammatico e al tempo stesso educativo. Il pretesto dell'intervento di una delle donne della Tenuta, che salva il “nostro” da un gesto sleale di Karl nel tentativo di vendicarsi da sola, serve a rallentare la sequenza, preparando l'ultimo movimento: il traditore volta le spalle a Snow, pronto a colpire la donna, quando la spada del ragazzo entra nella sua nuca ed esce dalla gola, con Karl fermo immobile, agonizzante, in primo piano davanti alla telecamera. Lo stesso uomo pronto a torturare e violentare una ragazzina adolescente per noia non più di cinque minuti di video prima, un trattamento subito dalle donne della Tenuta per tutta il periodo in cui si è rifugiato in quella casa. Quando Jon Snow offre alle donne di tornare al Muro con lui e i suoi compagni, le donne rifiutano con veemenza, sputando ai piedi del loro salvatore. La repulsione generata dalle immagini, dal mio punto di vista, dimostra che il messaggio è passato nella maniera corretta, colpendo un nervo scoperto.

Il clamore suscitato dalla crudezza delle scene è inevitabile, ma il successo del grimdark fantasy in questi anni non dipende dalla spettacolarizzazione delle morti o dall'asprezza delle battaglie. Sono i personaggi a trascinare il lettore dentro le pagine, e Martin è meraviglioso nel lavoro di caratterizzazione. Scegliere Tyrion come esempio è fin troppo facile: odiato dal padre e dalla sorella per il suo aspetto, odiato da chiunque altro per il suo cognome, sopravvive con l'intelligenza e l'astuzia, doti tipiche del trickster, dell'imbroglione pieno di risorse. Riesce a gestire gli eventi intorno a lui, a tirarsi sempre fuori dai guai, nonostante sia sempre il bersaglio di violenze, più o meno dirette. Altro esempio sono i figli di Eddard Stark e la loro reazione alla morte del padre, ognuna diversa eppure fedele al carattere e alla loro posizione durante lo svolgersi degli eventi. Nessuno dei “malvagi” diventa amato dai lettori/spettatori, almeno non fino a quando rimangono mostri disumani e opportunisti senza scrupoli. Per questo motivo Tyrion è diventato da subito un personaggio amato, come anche John Snow, mentre Jamie Lannister, colpevole di incesto, di tentato omicidio ai danni di Brandon Stark e di vari altri crimini passati, ha dovuto subire numerosi cambiamenti – e perdere una mano – per recuperare in umanità e permettere a chi guarda o legge di identificarsi con lui. Stesso discorso si può fare per diversi altri personaggi della saga, ma anche per i lavori di Anderson, Moorcock, Abercrombie e Lawrence. L'eccezionale abilità nella caratterizzazione dei personaggi è il marchio di questo genere molto più della violenza, banale strumento per generare reazioni.

Definire i contenuti brutali, atroci e disturbanti è corretto da un punto di vista critico e legittimo a livello personale. Alcuni spettatori non sono interessati a una narrativa di questo tipo e la rifiutano in ogni sua forma, ma questo non toglie una validità generale al lavoro degli scrittori qui citati e dei tanti altri non nominati, né al valore educativo della loro proposta. Credo però che questo valore venga perso di vista nel bombardamento di accuse e apprezzamenti, quando invece dovrebbe essere in cima a tutte le conversazioni. Senza di esso infatti, una narrativa mossa dalla violenza perde di significato, non ha più uno scopo educativo ma solo di spettacolarizzazione dei contenuti, trasformandosi in una apologia del cruento di dubbio gusto. Nel suo piccolo, questo articolo vuole riportare al centro della conversazione questo punto che ritengo LA chiave di lettura del grimdark fantasy, la differenza fra un prodotto meritevole di attenzione e uno dannoso.

Note:

* Traduzione mia.

** Escluso la citazione del Tito Andronico, traduzioni mie.

A Game of Thrones: violenza virale o educativa?
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Il mio famoso outing

21 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Il mio famoso outing

Questa sezione è dedicata a quelli che, come me, soffrono di fobia sociale e, come aggravante, scrivono pure.
Avete presente lo scrittore che si lamenta perché l’editore non gli organizza abbastanza presentazioni? Ecco, la mia categoria, la categoria degli scrittori socialfobici, si dispera per il motivo opposto, perché all’idea di sedersi in una libreria, sorridere alla platea e cominciare a parlare di sé e dei suoi libri con tutti gli occhi puntati addosso, le budella gli si intorcinano a tal punto che diventa difficile districarle.
Se siete socialfobici che cos’è la fobia sociale – d’ora innanzi la chiameremo confidenzialmente FS – lo sapete già, se non lo siete, questa sezione non fa per voi.
Comincerò riproponendovi il mio famoso outing, un pezzo che scrissi anni fa, in un momento di disperazione. A suo tempo fece scalpore e suscitò un putiferio di commenti: gente come me che capiva e simpatizzava ma anche tanti bravi dottori che pretendevano di dare consigli.
Ricordate i “babbani” di Harry Potter, i normali che non s’intendono di magia? Ecco, anche per la FS è lo stesso: non illudetevi, i normali non vi capiranno mai.
Dunque scrissi questo

O muoio qui, ora e per sempre o devo comunque vivere ed andare avanti.
L'unica possibilità è venire allo scoperto. Che chi porta alla luce la propria omosessualità, chi l'anoressia, chi la bulimia, chi la droga. Io sono una socialfobica.
Chi non conosce questa malattia, chi non la sperimenta sulla propria pelle, non sa quanto si soffre. In giro non se ne parla, solo io so quanto patisco.
Quelli che per gli altri sono normali gesti della vita quotidiana, gesti inconsapevoli, meccanici, per me sono ostacoli sovrumani: firmare sotto gli occhi degli altri mentre la mia mano trema, lavorare se qualcuno mi osserva, telefonare, parlare con due persone insieme, raccontare una stupida barzelletta, salutare una amica per strada, chiacchierare con qualcuno che viene a trovarmi sul posto di lavoro, passare in mezzo ad un capannello di gente sul marciapiede, si trasforma in un tormento indicibile.
Entro in una spirale d'ansia, mi si scatena un terremoto neurovegetativo, sudo freddo, tremo, mi riempio di chiazze, mi si seccano le fauci, mi si abbaglia la vista, mi monta il mal di testa, non riesco più ad articolare le parole, a pensare con lucidità, a ricordarmi quello che volevo dire. Vedo tutto nero e perdo il filo del discorso. Mi sembra di non aver niente d'interessante da raccontare e che la mia vita sia una scatola vuota. L'unica cosa alla quale riesco ancora a pensare è che non voglio che gli altri se ne accorgano. Non lo voglio con tutta me stessa. Sono disposta a sparire, a sprofondare, a morire all'istante, a perdere per sempre quelle persone. Pazienza se mi sono care, pazienza se le amo, se ne ho bisogno per vivere.
E, più ci penso, più si vede. Arrossisco violentemente, mi muovo goffamente, a scatti. L'impaccio e l'imbarazzo trasudano da tutti i pori, inciampo, faccio cadere gli oggetti intorno a me, appaio rannuvolata e scura in volto. Divento antipatica, sembro arrabbiata mentre sono solo spaventata ed infelice. Do il peggio di me.
Il mio disagio è così palpabile, così evidente, che si comunica agli altri, li mette in ansia, li fa scappare. Perdo tutti gli amici in questo modo. E, più sono amici, più tengo a loro, più mi sento distrutta dal loro giudizio.
Eppure, senza falsa modestia, so di essere una persona intelligente, colta, con una discreta parlantina, ironica e spiritosa. Non sono nemmeno timida. Il fobico sociale non è timido, ma ha terrore del giudizio degli altri, soffre di ansia da prestazione. Se mi rilasso sono allegra, vulcanica, chiacchierona, persino esibizionista. Ma le occasioni per essere rilassata sono sempre di meno. Sto peggiorando.
Per rilassarmi devo essere profondamente immersa e concentrata in ciò che sto facendo, tanto da dimenticarmi chi ho intorno. Oppure devo bere un bicchiere di vino.
Capisco chi non ce la fa più e s'impasticca per non impazzire. Io non m'impasticco e così soffro tanto da ammalarmi, da non riuscire a più lavorare, da non vedere più nessuno.
Non serve a niente dirsi che i veri problemi sono altri, che la gente sopporta con coraggio e dignità lutti, malattie e povertà. Serve solo a stimarsi di meno.
Non serve a niente dirmi che, se arrossisco, non ammazzo nessuno, serve solo a rimpiangere
le occasioni perdute.

Da allora è passato molto tempo e con la FS ho imparato a convivere, grazie anche a un’amica che ha lo stesso problema e con la quale interagisco in rete.
Ma di questo vi parlerò un’altra volta.

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Quando a letto l'egoismo ripaga

20 Giugno 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Quando a letto l'egoismo ripaga

Buongiorno a tutti voi, care amiche, cari amici, oggi parliamo di quanto è importante essere egoisti a letto. Mi è capitato recentemente di leggere un articolo, scritto da una filosofa, intitolato: “Quando in amore è meglio non dare”. Ora, devo dire che di solito evito accuratamente questo tipo di letture che ritengo, forse un po’ pregiudizialmente, “ad alto contenuto di fuffa”. Stavolta comunque, nonostante il mio insopprimibile senso pratico avvertisse un vago sentore di presa per il culo, ho portato a termine la lettura e ne ho tratto qualche spunto di riflessione che spero troverete interessante.

In parole povere e comprensibili a tutti, l’articolo, partendo da un’affermazione di Jacques Lacan (la citazione colta è d’obbligo in questi contesti), per il quale: “Amare è donare quello che non si ha a qualcuno che non lo vuole”, arriva alla scelta conclusiva del “non dare” in amore come via privilegiata alla pace interiore (…)

Il percorso logico(?) che connette l’incipit e la conclusione dell’articolo ve lo riporto subito qua sotto, virgolettato e corsivato, così facciamo prima:

“… quando amiamo, cerchiamo tutti, ma proprio tutti, di dare alla persona amata quello che vorremmo ricevere da lei. Ad esempio quell’attenzione o quella tenerezza che ci manca tanto, che non abbiamo, che non riceviamo. E che però ci incaponiamo a donare all’altra persona. Proprio perché la amiamo.
Peccato che poi l’altro, essendo d’altronde altro rispetto a noi, molto probabilmente non sa che farsene della tenerezza o dell’attenzione che gli diamo. E che ciò che gli manca è, appunto, sempre altro. Terribilmente altro. Proprio mentre, a sua volta, insiste a darci quello che non ha, e che noi non vogliamo. Come volevasi dimostrare! Anche se, dopo un po’, la testa gira. Perché non si capisce più bene di cosa si stia parlando. Facciamo un esempio concreto..”. (ecc. ecc.)

Riflettendo quindi tra me e me ho pensato che in effetti è vero…quante cose ci sono che per amore facciamo per l’altro o subiamo dall’altro senza che realmente lo vogliamo…?!?

Ora sì che mi è chiara la faccia a denti stretti che fa quando gli faccio i grattini che fanno passare il mal di testa (in effetti è a me che lo fanno passare…)

Ora sì che ricordo gli occhi al cielo che alzo (di spalle naturalmente) quando vuole farmi rilassare strimpellando una canzone con la chitarra (è lui che si rilassa…)

Già da questi scarsi esempi è chiaro quanto l’amore pretenda da entrambi sforzi di comprensione e tolleranza che potrebbero essere sicuramente evitati per non pregiudicare stati d’animo pacifici o addirittura già esasperati da tensioni varie.

E in barba ai tanti giri di testa che predica la filosofa, la mia ci ha messo un attimo a fare un volo all’argomento del nostro blog: e nella nostra vita sessuale quante volte mettiamo su queste scenette?

La domanda è d’obbligo pollastre!

Per amore a letto quante e quali sono le cose o le posizioni che ci ostiniamo a propinare al partner ma che ci piacerebbe ricevere e quante e quali per così dire “subiamo” perché non ci piacciono ma che a questo punto abbiamo capito che piacciono a lui?

Meglio non portare il conto… altrimenti ci deprimiamo… Ma un esperimento potremmo farlo, ribaltando la tesi della nostra filosofa: invece di non dare proviamo a stra-dare e a instradare!

Ossia le cose che a letto non ci piace ricevere, facciamole a lui….

E portiamolo così (sperando in un exploit delle sue solitamente ipotrofiche facoltà intuitive) a farci fare quelle che ci ostiniamo a propinare a lui….

Se poi l’audace (ma anche un po’ cervellotico, diciamo la verità) esperimento dovesse rivelarsi fallimentare potremmo ricorrere a uno sconvolgente artifizio escogitato, qualche migliaio di anni fa, dal genere umano a fini comunicativi ossia… PARLARE!

Insomma nello scombinato festival di male assortite autoreferenzialità a cui spesso danno vita i rapporti di coppia, dopo averle provate tutte (ma sarebbe meglio anche prima)… perché non provare a dirsele le cose?

Ecco, cara filosofa, mi sarebbe piaciuto che il tuo articolo l’avessi intitolato: “Quando nel sesso è meglio non dare ma comunicare”!

Certo, qualcuno obietterà, la capacità, la scioltezza nel chiedere ciò che si desidera a letto non è da tutti (gli uomini amano il vedo non vedo, ma noi donne è risaputo che amiamo il detto non detto…), ma, cavolo, qui siamo alla morte della comunicazione! E forse il punto è proprio questo: tutta ‘sta menata di dare/non dare, dire/non dire ha l’imperdonabile difetto di svolgersi nella testa di ciascuno dei due come in una scatola chiusa. Ma l’altro quando lo vogliamo incontrare, DOPO aver risolto tutto per conto nostro? Se è così, be’ allora è chiaro che non lo incontreremo MAI!

Mi pare che non ne usciamo più…allora sapete che vi dico? Viva la comunicazione non verbale! Tra il pensare e il parlare, MEGLIO FARE (senza pensare)! Soprattutto a letto diamo liberamente sfogo ad un sano egoismo “operativo” e liberatorio.

Certo magari questo non servirà a fare chiarezza su tutto il casino del dare e non dare, ma almeno… si scopa!

P.S. Mah… concludo questo post con la fastidiosa sensazione di essermi un po’ incartata. Chi va col filosofo…

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Davide Barilli, "La nascita del Che - Racconti da Cuba"

19 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

Davide Barilli, "La nascita del Che - Racconti da Cuba"

Davide Barilli

La nascita del Che - Racconti da Cuba

Aragno - Pag. 225 - Euro 13

Ho letto quasi tutto di Davide Barilli, giornalista parmigiano in prestito alla letteratura (o viceversa, visto che è molto bravo in entrambi i campi), soprattutto le cose a tema cubano, per le quali continuo ad avere un debole, nonostante tutto. Lui è più fortunato di me, ché a Cuba ci può tornare, non si è fatto revocare il permesso di varcare i confini caraibici per aver seguito una persona che non meritava tanta dedizione. Ma lasciamo da parte il veleno e parliamo della poesia contenuta nei racconti cubani di Barilli, che già ci aveva esaltato nel letterario Le cere di Baracoa (2009) e nel suggestivo Carte d'Avana (2010), realizzato con la collaborazione di Francesco Barilli, regista che amo con tutto me stesso. In questa nuova incursione cubana Barilli scrive: La nascita del Che, Il gallo in bicicletta, Il maggiordomo di Caruso, Il coleottero del Malecon e La baia di Regla. Editore Aragno, che pubblica sempre letteratura di buon livello, ma ha il limite di non personalizzare le copertine, tutte rigorosamente uguali. Cinque storie orgogliosamente fuori moda, lontane mille miglia dal niente che si pubblica adesso, costruite con puntigliose descrizioni del paesaggio, degli ambienti, delle situazioni e con pochi dialoghi. Barilli ama Cuba e non ne fa mistero, sogna di perdersi tra le sue braccia e nelle sue strade, magari all'interno di un taxi collettivo, in una guagua scassata e puzzolente, in un lungomare cittadino al tramonto del sole, sorseggiando rum e mangiando riso con fagioli. Barilli racconta la mia Cuba, leggo le descrizioni dei luoghi che tanto ho amato e che continuano a violentare le mie notti e mi sembra di leggere me stesso o i miei scrittori cubani preferiti. Per questo il racconto che più amo è Il coleottero su Malecon, appunti per un diario di viaggio scritti in terza persona che riflettono momenti di vita vissuta, che sono anche la mia vita. Barilli racconta l'odore di Cuba, quel mix di benzina, frutta marcia e sentori di magia tropicale che ti afferra alla gola appena scendi dal tuo aereo e cominci a percorrere le lunghe direttrici della capitale. Un libro che racchiude i misteri del fascino cubano, le piogge d'ottobre violente e improvvise, il tanfo implacabile che si leva da strade spesso di terra battuta, l'aroma del caffè e delle pastel di guayaba, la scia profumata di orchidea lasciata da una ragazza che passa per strada. Barilli come tutti noi, mezzi pazzi, innamorati di Cuba, scrive in italiano e in spagnolo, cita un sacco di termini cubani, per esorcizzare l'assenza, quel senso di paradiso perduto che dopo un po' di tempo provoca la mancanza da Cuba. Bravo Barilli, continua a scrivere quelle storie che non sono più capace d'inventare perché da troppi anni manco dal Caribe. Leggerti mi fa bene, lenisce il dolore della lontananza.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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"Un corpo" di Camillo Boito

18 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

"Un corpo" di Camillo Boito

Camillo Boito (1836 – 1914), fratello del più noto Arrigo, fu architetto e scrittore italiano.

In questo racconto (presente nella raccolta Racconti Scapigliati, editore BUR) il protagonista è il corpo della bellissima Carlotta, legata a un giovane pittore. I due innamorati si muovono in una Vienna vivace, colorata, ricca di giardini sempre affollati. Una gioia incontenibile li guida nella città; eppure la giovane ha dei momenti di repentino turbamento in cui si rabbuia e rifugge ogni compagnia. Il pittore sa che lei non vuole mai passare accanto a un ospedale e nemmeno parlare con dei medici, ma non ne conosce le ragioni.

L’artista, nel momento più alto del loro rapporto, le fa un ritratto che verrà esposto in una mostra e venduto pochi giorni dopo a un misterioso acquirente. Dovrebbe essere il primo di una lunga serie, capace di sublimare il loro amore e di far affermare pubblicamente l’autore.

Capita però che Carlotta improvvisamene scompaia, confessando in una lettera le ragioni della sua umoralità. Una volta, in un locale pubblico, venne infatti notata dall’anatomista Gulz che disse ad alta voce: “Giuro, amici miei, giuro (…) che il corpo della bella Carlotta riposerà sul marmo della mia tavola, per rivelare al mio coltello il segreto della sua bellezza”. Da allora lei non si è mai data pace. Il suo fidanzato inizia a cercarla, allarmato da un articolo di giornale che parla di una donna annegata nel Danubio.

Allora comincia una febbrile ricerca nell’ospedale cittadino. Si tratta di una discesa nell’inferno della sofferenza. Malati di tisi, anziani, morti. C’è una grottesca mescolanza di vita e morte nei vari reparti, come un vecchio che sembrava “contento di non essere più vivo” e il corpo di un giovane dalla fronte alta e aperta, che pareva tuttavia “irta di pensieri”. La ragazza non si trova, finché il pittore non nota una scritta inquietante: “Laboratorium vom Karl Gulz”. L’anatomista ha alcune stanze nell’ospedale dove studia e disseziona i cadaveri. In effetti su un tavolo c’è il corpo di Carlotta e poco lontano anche il suo ritratto. Qui, in un’atmosfera di grande tensione, avviene il secondo dialogo tra il pittore e il medico (si erano già incontrati in un caffè). Gulz ama la scienza e vive per essa. Manifesta un misto di materialismo e di progressismo. Non esiste per lui nulla di spirituale: tutto è materiale e ogni segreto degli organismi si può scoprire con lo studio. L’anima non è che un fascio di nervi. Come nasce una foglia, come si forma un sorriso, come si sviluppa un’idea in un genio; nulla è potenzialmente escluso dalla conoscenza. L’analisi del corpo può alla lunga schiudere ogni segreto. In fondo, sostiene lo scienziato, egli non fa che omaggiare la bellezza aprendo i corpi per illuminarne le meraviglie. Le ossa e le viscere spiegano la vita e anche la bellezza. Egli aveva comprato il ritratto di Carlotta perché nella sua avvenenza vedeva un modello da studiare. Ora, come si era augurato, ha il corpo a sua disposizione. La scienza è l’unica cosa reale perché procede razionalmente, con prove e dimostrazioni. Il pittore che all’inizio era molto combattivo, non riesce a replicare. Semplicemente ricompra il suo stesso ritratto e se ne va, quasi convinto di aver amato solo “una manifestazione fuggevole della materia”.

La scienza sembra aver prevalso in nome dei suoi superiori fini che Gulz esalta, assumendo a tratti le pose solenni di un sacerdote. In fondo per lui lo studio dell’anatomia è una religione. Mentre il dialogo si spegne e si compie nel cupo studio l’acquisto del ritratto, ecco che Carlotta come persona esce idealmente dalla scena. Resta il corpo, ma senza meritare le cure che i vivi riservano ai morti. Esso non interessa più al fidanzato che gli preferisce un dipinto. Ora che è senza vita appartiene alla scienza e in un certo senso all’umanità; la dimensione romantica del culto dei morti qui tace, in favore di un criterio di secco pragmatismo.

C’è in questo racconto l’irriducibile contraddizione tra le due anime degli Scapigliati, feconda di opere poetiche; l’interesse verso il positivismo e l’amore per la poesia. La vita sentita romanticamente nel contrasto tra l’artista e la società portò molti esponenti di questa composita corrente a vivere sregolatamente, nonostante la rispettabilità borghese delle loro professioni. L’arte e la bellezza, in altri momenti poetici del movimento, sono ancora sentite come delicati tesori da difendere dal bisturi della scienza, come in una lirica di Arrigo Boito intitolata Lezione di anatomia: “Scienza vattene,/ coi tuoi conforti/ Ridammi i mondi/ del sogno e dell’anima!/ Sia pace ai morti / e ai moribondi.

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"Così facciam tutte"

17 Giugno 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

"Così facciam tutte"

Il post dell’inglesina che c’aveva “tutto ma proprio tutto” mi ha fatto pensare al perché ci interessiamo a un certo tipo di letteratura.

Perché per esempio noi donne amiamo tanto leggere 50 sfumature di grigio/nero/rosso…. al posto, per dire, de Il giro del mondo in 80 giorni.

Perché ci intriga la vita di queste pollastrelle che niente hanno a che vedere con noi e la nostra quotidianità, le vere noi (non DONNE vere purtroppo), quelle che sperano di sedurre anche col pigiama di pile nei calzettoni, che usano la lavatrice solo per lavare i panni e che soprattutto hanno una prole più marito a cui badare.

La risposta è facile, mi direte voi: quei romanzi ci attraggono proprio perché vorremmo essere noi le protagoniste della storia…

Vorremmo noi scopare a palla co’ coso… Christian, vorremmo noi fare la vita da single senza pensare a cosa cucinare la sera, andare tutte le sere per locali cool, fare shopping tutti i giorni della nostra vita senza pensare ai conti a fine mese, vorremmo essere noi quelle in carriera e viaggiare una settimana sì e una no, e in quella no andare in una spa perché ci dobbiamo riposare…

Ma la domanda che mi viene dopo è …ma quelle che ce l’hanno una vita così cosa provano, cosa vogliono?

Io, qualche amica che ha una vita così ce l’ho, qualche amica che, proprio come le pollastrelle dei nostri romanzi, perde la testa per il playboy di turno e puntualmente ci soffre da “polla” perché… vuole convincerlo a tutti i costi ad avere una vita come la nostra!

Sì, avete capito bene: una vita con marito, figli e tutto quello che ne consegue….

Ma allora rifacciamo un po’ i conti perché c’è qualcosa che non mi torna…

Che apparteniamo all’una o all’altra categoria sono giunta alla conclusione che a noi piace sognare quello che non abbiamo, soprattutto quello che ci manca (perché a noi donne manca sempre qualcosa)…e che ad un certo punto il sogno diventa il nostro pane quotidiano e chissenefrega se non s’avvera, l’importante è che c’è, l’importante è che ci fa provare le sensazioni che vogliamo. Questi romanzetti per vere polle ci servono per sognare, ci servono per immaginare di scopare con qualcuno che non è nostro marito, ci servono per movimentare la nostra vita fatta di routine e cose noiose.

Allora diventa eccitante passare quei dieci minuti sul cesso a pensare in quale locale potremmo andare la sera, con la ceretta alla brasiliana fatta in centro, il perizoma di Victoria’s Secrets e le autoreggenti (in realtà mai messe), sentire il mondo intero ai nostri piedi e non perché ci siamo tolte le scarpe dopo una giornata di lavoro…

Allora diventa eccitante pensare di incontrare finalmente il Christian Grey de no’antri e travolgerlo con un’orda di ferormoni che gridano SCOPAMI SCOPAMI, e perderci nel piacere assoluto di farsi fare le cose che non abbiamo mai pensato di farci fare …e guardarsi come in un film e chiedersi “ma sono proprio io quella che lo sta prendendo in quel posto”?

Perché …svegliandoci dal sogno, sì mie care, ci accorgiamo che l’abbiamo preso proprio in quel posto, che la realtà è un’altra, che la nostra vita sta bussando alla porta del cesso e che reclama puntualmente il nostro aiuto nel cercare i calzini (che sono sempre al solito posto) o nel cercare un semplice bicchier d’acqua (basta aprire il rubinetto).

Ma ciò che è più sorprendente è che il nostro risveglio non è affatto brusco, le nostre risorse sono immense e come per magia, perse in un bizzarro trip tra coscienza e incoscienza, così facciam tutte: usciamo dal cesso contente come non mai… pensando alla prossima volta in cui potremo ritornare a sognare per almeno dieci minuti indisturbate.

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Francesco Gungui, "Inferno"

16 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Francesco Gungui, "Inferno"

Canti delle terre divise:

Inferno

Francesco Gungui

Fabbri editori, 2013

pp 430

Non c’è via per la felicita, la felicità è la via.”

Possono gli “Hunger Games” di Susanne Collins confluire nella prima Cantica della Divina Commedia? Sì, nel caso di “Inferno” di Francesco Gungui.

Lo scenario ucronico e distopico di questo romanzo, edito da Fabbri, è un’Europa futura, unita al punto di non distinguere più le varie nazionalità fra loro, basata sulla netta separazione delle classi sociali e guidata da un’Oligarchia totalitaria. Ci sono i lavoranti, che vivono arrangiandosi nei bassifondi o nelle città grattacielo e coloro che, al contrario, stanno in Paradiso, in colonie mediterranee molto somiglianti ai villaggi turistici del nostro Mar Rosso, fra laghetti, piscine e feste di compleanno. Il Paradiso è un luogo in cui si può avere una vita alla Beverly Hills 90210, dove tutto è bello e falso come nel film “La donna perfetta” di Frank Oz, dove non manca nulla se non la libertà e la consapevolezza della verità. E poi, in fondo alla scala sociale, ci sono i con - dannati, coloro che marciscono all’Inferno a causa di un reato o di un’infrazione alle regole, anche solo l’aver familiarizzato con appartenenti ad una classe sociale diversa o essersi posti delle domande su cosa c’è al di fuori, oltre la muraglia e le guardie armate. Insomma, un po’ come se il protagonista di The Truman show fosse internato ad Alcatraz perché ha scoperto che di là dai confini del suo mondo c’è la realtà.

Gungui aveva già citato Dante nel romanzo “Mi piaci così” del 2008 e qui ne fa il cardine del suo macrocosmo. L'Inferno è un’isola vulcanica progettata come colonia penale e modellata a immagine e somiglianza della prima cantica dantesca. La montagna infernale contempla la Selva Oscura, il fiume Acheronte, la Palude Stigia, la città di Dite, i cerberi, le arpie, i minotauri e i centauri frutto di manipolazione genetica, le guardie vestite di rosso in guisa di diavoli. Tutto rispecchia l’opera di Alighieri, dai gironi al contrappasso, dalle scritte sui muri che richiamano le terzine, ai tormenti inflitti ai dannati. Interessante la rielaborazione del primo canto, con la selva oscura infestata dalle tre fiere che altro non sono se non allucinazioni venefiche prodotto del vulcanesimo (come accadeva anticamente nell’antro della Pizia). E il “mi ritrovai per una selva oscura” si materializza in “s’immaginò il buio che scivolava come un liquido scuro dentro la sua bocca, tingendo di nero la gola, lo stomaco, poi tutti gli organi vitali fino a raggiungere la superficie del suo corpo, che era come un vaso di coccio che improvvisamente si sbriciolava e scompariva.” (pag 175)

Anche qui, come negli Hunger Games – ma, possiamo dire pure nel probabile sviluppo del nostro futuro di sempre connessi e social ad ogni costo – tutto è ripreso dalle telecamere. I dannati sono continuamente visibili su maxischermi montati nelle cattedrali d’Europa, dove non si pratica più il culto ma si assiste raggelati alla punizione dei colpevoli come deterrente al crimine.

Alec e Maj sono i due giovani protagonisti. Figlio inconsapevole del costruttore dell’Inferno lui, figlia di un Oligarca lei, in questo’universo orrido e violento combatteranno per rimanere in vita, per non perdere la ragione e per mantenere la loro umanità. Pur vividi, avrebbero beneficiato, a nostro avviso, di una maggiore sottigliezza psicologica. Anche il cambiamento di Maj, da ragazza del Paradiso ad amazzone battagliera, è più un trapasso che un’evoluzione, e poteva essere maggiormente approfondito.

In quei giorni trascorsi all’interno della rete Maj aveva costruito la sua nuova pelle, un intreccio di dolore e adrenalina. Quella pelle era diventata una spessa corteccia che aveva imprigionato dentro la ragazza del paradiso che era stata.” (pag 342)

Non è sufficientemente sviscerata, ad esempio, la sua paura al risveglio sulla nave che la porta verso la condanna definitiva. Sembra quasi una spettatrice asettica di se stessa.

In “Game of Thrones”, di George Martin - per rimanere nell’ambito di un paradigma contemporaneo e non andare a toccare Tolkien o altri mostri sacri - ogni personaggio, anche il peggiore, è talmente contraddistinto da suscitare comunque empatia e partecipazione, ogni personaggio è dato una volta per tutte e rimane nel cuore dei lettori.

Se da una parte il tessuto narrativo può far rientrare il testo di Gungui in un ben preciso filone di genere, l’italianizzazione magnifica il tutto tramite l’azzeccato riferimento a Dante e alla sua Commedia, considerata “il principio di ogni cosa”. Lasciandoci trasportare dalle libere associazioni (esercizio forse criticamente sterile ma emotivamente appagante), ci viene in mente un libercolo letto e riletto negli anni sessanta, di cui Gungui, nato nel 1980, non può avere contezza: “La Divina Commedia spiegata ai ragazzi”. Ecco, questa è, invece, la Divina Commedia spiegata agli young adults del terzo millennio, ai nativi digitali, alla generazione social. L’universo dell’immortale Alighieri si trasforma in un videogioco, dove giovani di bella presenza (con attitudini romantiche) sfidano la morte in un’atmosfera postatomica alla Mad Max.

Ma, oltre all’azione, c’è anche un sottile intento filosofico, il sospetto - tutto adolescenziale ma non solo - che, comunque, la vita abbia poco senso, persino con la libertà conquistata e con la verità rivelata. Il tema della morte è insistito e doloroso.

“Ma che senso ha allora? Sopravviviamo per cosa?”“Per uscire di qui, per tornare libere.” “E poi? Cosa ci aspetta dopo? L’Inferno è anche lì fuori, impieghi più tempo a morire, ma è tutto uguale! (pag 298)

“Avevo paura di morire, ma l’ho capito solo adesso. La morte mi faceva paura, non esserci più, prima ci sei e poi non ci sei, e con te scompare tutto, l’universo finisce.” (pag 319)

“Ho paura che tutto potrebbe finire da un momento all’altro e se fosse così la nostra vita sarebbe veramente niente. A me va bene morire, non mi importa di vivere, solo vorrei tenere gli occhi aperti sul mondo anche quando non ci sarò più, vorrei essere certa che qualcosa continui ad accadere, perché altrimenti che senso avrebbe tutto?” (pag 332)

Sono le domande che ci poniamo tutti, la sottile, pervasiva paura (termine ripetuto) che la nostra vita possa interrompersi da un momento all’altro, senza preavviso e senza che le abbiamo saputo dare un orientamento e uno scopo, senza concludere nulla, insomma.

La trama comprende un grande viaggio alla ricerca dell’amore, della salvezza, della via di uscita. Ma è anche, sottilmente, simbolo di vita, bisogno di sopravvivere che non si esaurisce in se stesso ma è investigazione, vertigine dell’effimero, necessità di riaffermare il proprio peso nel ciclo della natura. E c’è quel gesto di “togliersi l’anima”, sfilarsi il microchip dal petto, che indica perdita di identità, caduta dei punti di riferimento e, non a caso, è una lacerazione dolorosa, uno strappo che, però, innesca anche il rinnovamento, l’apertura delle possibilità, la fuga dalla menzogna verso una realtà più autentica, verso la libertà di pensiero. Il viaggio all’inferno è, come in Dante stesso, anche discesa nell’inconscio, recupero del proprio io più vero, ritorno a casa. E, se c’è un messaggio, è che “non possiamo stare al mondo solo per sopravvivere. Dobbiamo vivere”, forse perché, direbbe Dante, fatti non fummo a viver come bruti.

È presente anche, in modo delicato, il tema dell’omosessualità femminile, nella figura di Cloe e nel gruppo delle libere amazzoni che ci ricordano tanto le eroine di Marion Zimmer Bradley.

Lo stile di Inferno è funzionale al genere e al target giovanile, standard nel senso positivo del termine, cioè non particolarmente originale ma pulito, corretto, garbato, scorrevole.

E ora, aspettiamo il seguito, aspettiamo il Purgatorio, consapevoli che “bisogna morire per poter rinascere.”

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IL NANO E LA BAMBOLA di Heinrich Böll (1917 - 1985)

15 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL NANO E LA BAMBOLA di Heinrich Böll (1917 - 1985)

Il racconto dà il nome a una collana di racconti scritti tra il 1950 e il 1970, edita da Einaudi. L’autore fu Premio Nobel per la letteratura nel 1972.

Un uomo deve intervistare dei cittadini per conto di un ente che si chiama pomposamente Istituto Intelligenza; arriva in treno nella cittadina di Opladen di buon mattino e sa già che tram prendere per svolgere le sue mansioni e arrivare nelle case dove vivono le persone da interrogare. Deve chiedere se credono in Dio e come se lo immaginano. Siamo nella Germania dell’immediato dopoguerra; la cittadina è laboriosa, ma cupa. Si sente la durezza di quegli anni. Dopo Opladen è previsto che raggiunga altre città. Ma nella casa della famiglia Meixner, non trova nessuno. Si tratta di un’abitazione dove su un davanzale c’è un nano di porcellana. Il campanello viene suonato inutilmente. Una vicina che cammina a stento, si ferma e riferisce che di quella famiglia non è rimasto quasi nessuno. In quel caso bisogna solo tirare una riga sul taccuino e ripartire. L’intervistatore esita, poi si avvia verso la stazione per raggiungere altre città, come già definito nel suo programma di lavoro.

L’attività prosegue. Le persone rispondono, lui diligentemente annota e riparte. Tutto è abbastanza rapido, anche se le risposte e gli sguardi degli interrogati non sono per niente banali e meriterebbero qualche attenzione in più. Non è peraltro previsto che ci sia un dialogo o un approfondimento. La casa dove non ha trovato risposte resta nei suoi pensieri. Quella discontinuità sembra lasciarlo insoddisfatto. Alla fine, a sera, un po’ casualmente torna a Opladen. Raggiunge di nuovo l’abitazione con il nano di porcellana. Manca il nome Meixner sul campanello che al mattino invece c’era ancora. Dietro il vetro sporco di una finestra, appare una bambina che guarda l’uomo e stringe una bambola. L’intervistatore la saluta, ma la ragazzina si spaventa e urta il nano che cade. Ne segue all’interno della casa una sgridata. L’uomo, dispiaciuto, lentamente se ne va.

Il racconto termina qui. Solo in un posto, come detto, non trova nessuno. Gli dicono che sono quasi tutti morti, o comunque fanno riferimento a qualche dramma. L’uomo dovrebbe girare i tacchi e andarsene. Eppure esita e poi sente in qualche modo la necessità di tornare. Il suo turno lavorativo è terminato e quindi non avrebbe senso fare un’altra intervista. Ma lui vuole andarci di nuovo, evidentemente non per motivi di servizio. Ha una sollecitudine verso questa casa e chi la abita che sorprende. Verrebbe da pensare che se qualcuno mostra un genuino interesse verso degli sconosciuti, allora davvero Dio esiste ed è giusto crederci.

Un altro aspetto interessante è quello strettamente lavorativo. L’intervistatore si muove in una dimensione organizzativa in cui tutto è già deciso da altri: la città dove andare, le persone da intervistare, le domande da fare. Gli viene indicato perfino il mezzo pubblico da prendere. C’è anche il progetto di munire il personale di registratori in modo da avere le risposte precise, senza trascrizioni che potrebbero essere poco fedeli. Il protagonista stesso si sforza di porre le domande con tono distaccato: “Ho l’abitudine di recitare a pappagallo il preambolo e di rivolgere meccanicamente anche le domande (…) Per di più non guardo in faccia le persone”.

La personalità e la cultura dell’intervistatore non devono palesarsi; non sono previsti dialoghi o richieste di ulteriori spiegazioni. Serve solo una risposta da riportare con cura sull’apposito foglio.

Quindi si tratta di un lavoro piuttosto alienante; la persona non viene valorizzata, è un mero strumento atto ad eseguire disposizioni date dall’alto. Si deve eseguire e basta, come capita spesso al giorno d’oggi. Perciò quando il protagonista torna in quella casa, compie un gesto di libertà. Esce da questi rigidi schemi; è qualcuno che vuole incontrare altre persone e accertarsi della loro situazione senza secondi fini. Homo sum, nihil umanum esse me alienum puto, diceva Terenzio. Quando saluta la bambina, compie un atto istintivo e semplice, squarciando una coltre di ordini spersonalizzanti. Al suo gesto, risponde con la stessa istintività la ragazzina. C’è forse il ritorno, per qualche momento, a una libertà perduta e a un tempo sentito come proprio possesso, ravvisabili solo nell’infanzia, prima che le gabbie della società e del lavoro cadano pesantemente sull’individuo. Certamente, finché vi sarà almeno la nostalgia della libertà, essa non sarà del tutto compromessa.

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Nasce inCONTROPIEDE, editore sportivo

14 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Nasce inCONTROPIEDE, editore sportivo

Sono usciti i primi due libri di una Casa Editrice giovane dedicata allo sport, attiva su Internet e sui social network, dotata di una pagina Facebook molto seguita. Si tratta di Campo per destinazione - 70 storie dell’altro calcio di Carlo Martinelli (prefazione di Stefano Bizzotto) e Il Romanzo di Julio Libonatti di Alberto Facchinetti (con una nota di Gian Paolo Ormezzano).

Il progetto Edizioni inContropiede nasce in Riviera del Brenta (Venezia) nei primi giorni del 2014. Tre amici appassionati di libri e di sport (Nicola Brillo, Alberto Facchinetti e Federico Lovato) decidono di creare una piccola realtà editoriale per pubblicare una decina di volumi l’anno di letteratura sportiva (romanzi, saggi, biografie, antologie di articoli, raccolte di racconti). Lo sport (soprattutto il calcio) deve essere protagonista, ma basta anche che sia lo sfondo dove è ambientata la storia. La giovane realtà editoriale non farà salti nel buio, la vendita dei libri avverrà esclusivamente online, attraverso Amazon.it, IBS e il sito www.incontropiede.it.

La scelta del nome è un omaggio a Gianni Brera, uno dei più grandi cantori dello sport, un giornalista colto e raffinato che citava i classici greci e latini mentre parlava di calcio. Al tempo stesso è anche un omaggio alla scelta controcorrente di scommettere in un momento di crisi economica generale in un settore (editoriale) in grande difficoltà. La casa editrice guarderà al passato, ripescando dal baule dei ricordi storie dimenticate, ma non mancherà uno sguardo attento nei confronti degli scrittori del presente. inContropiede editerà solo libri di formato tradizionale, non elettronico, non avrà alcun distributore e nessuna libreria di riferimento. Punta ad avere tanti lettori, grazie a Internet.

Il romanzo di Julio Libonatti è l’unica biografia al mondo dedicata al calciatore argentino, il primo sudamericano a decidere di andare a giocare in un club europeo. Libonatti è stato un indimenticato attaccante del Torino (il secondo marcatore di tutti i tempi della storia granata) e ha giocato pure in Nazionale, dopo essere stato naturalizzato. Come dice il titolo, il libro non è una semplice biografia, ma si tratta di una fiction condita da molti elementi di verità. Alberto Facchinetti è il giovane autore (classe 1982), laureato in giornalismo sportivo e già noto al pubblico per Doriani d’Argentina (2011) e La Battaglia di Santiago. Coordina il gruppo di scrittori Sport in punta di penna.

Campo per destinazione – 70 storie dell’altro calcio è un’interessante raccolta di piccole storie che riguardano personaggi molto noti del mondo sportivo e dello spettacolo. Si va da Italo Allodi a Gianni Brera, passando per Helenio Herrera a Sandro Ciotti, toccando Eusebio, Gigi Meroni, Pier Paolo Pasolini, Marylin Monroe. Piccole riflessioni, appunti, storie poco note, vergate dalla penna esperta del giornalista trentino Carlo Martinelli (1957), già autore di Storie di pallone e bicicletta.

Per informazioni potete contattare EDIZIONI inCONTROPIEDE alla mail incontropiede@gmail.com.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Nasce inCONTROPIEDE, editore sportivo
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