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In giro per l'Italia: Genova

3 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Genova

Mi scrive Mattia e ci invita a trascorrere una tre giorni nella sua bella e poco conosciuta città: Genova. La Superba” ha una storia gloriosa alle spalle, grande repubblica marinara è una città intrigante, tutta da scoprire. Con la sua guida sicura ci inoltreremo nel centro centro storico, sul lungomare e seduti in qualche ristorantino scopriremo anche un'ottima cucina ascoltando le note di canzoni che hanno preso vita fra i vicoli del porto ad opera dei numerosi cantautori a cui Genova ha dato i natali.

ZENA... LA MIA CITTA'

Vi aspetto all'arrivo in stazione - Piazza Principe- da qui facilmente vi accompagnerò per raggiungere a piedi il famoso Acquario. L'attesa che potrebbe occorrere prima di entrare sarà ampiamente ricompensata dalla visita del più grande acquario d'Italia, il secondo in Europa (superato solo da quello di Valencia per importanza). In 10000 metri quadri di esposizione, 70 vasche, potrete ammirare acrobatici delfini, placide tartarughe, timide stelle marine, feroci squali, simpatici pinguini, foche giocherellone e coloratissimi pesci pagliaccio. Riemergendo dall'acquario vi ritroverete al centro del Porto Antico, una delle zone più turistiche della città. Sarete colpiti dalla presenza in porto del Neptune un vecchio galeone che da qualche anno è attraccato alla banchina, si tratta di un vero veliero in stile piratesco usato per il film “Pirati” di Polanski. Prima di lasciare il Porto Antico, saliremo sul Bigo, l'ascensore progettato dall'architetto Renzo Piano, ispirandosi a una gru per il carico e scarico merci del porto. Arriveremo a un'altezza di 40 metri e potremo ammirare, con una rotazione di 360 gradi, il suggestivo panorama di Genova coi suoi tetti di ardesia, le grandi chiese, le piazze, le colture a terrazze e spostando lo sguardo giù, il mare profondo e di un blu intenso. Se non ho sbagliato i tempi, potrebbe essere ora di fare uno “spuntino”, ci dirigeremo allora alla vicina piazza Fossatello presso il Forno Genovese dove assaggeremo le specialità della casa: focaccia condita con formaggio crescenza, pesto, olive, pomodorini e origano, una delle nostre delizie per il palato. Da qui passeremo velocemente attraverso i “carruggi” i tradizionali, stretti e ombrosi vicoli del cuore di Genova e non mancherò di portarvi a Via del Campo, cantata e resa famosa dal grande Fabrizio De Andrè. Prima di sera faremo in tempo a visitare la meravigliosa cattedrale di San Lorenzo, il più importante luogo di culto della città e vedremo anche il museo del tesoro, situato negli ambienti sotterranei della cattedrale. A questo punto si sarà fatta l'ora per la vostra prima cena genovese, e voglio offrirvi un'atmosfera intima, caratteristica a pochi passi dalla cattedrale, dove troveremo locande e trattorie che conciliano modernità e tradizione. Dopo cena, raggiungendo Piazza delle Erbe e gli innumerevoli vicoli che da lì si diramano, potremo assistere all'inizio della “movida” locale che ruota attorno al folto numero di enoteche, chupiterie, irish pub dove, durante il fine settimana, sono di rito convivialità e “sballo”. La seconda giornata a Genova sarà all'insegna dello shopping, vi condurrò attraverso la pedonale via San Vincenzo, al Caffè degli Orefici dove gusteremo un caffè prelibato e fantasioso al pistacchio o all'amaretto. Poi seguendo il corso arriveremo in Piazza XX settembre, principale arteria della città, centro dello shopping griffato, tutta negozi, uffici e palazzi imponenti, fino al Ponte Monumentale, altro luogo simbolo da non mancare. Da qui in un soffio potremo ammirare il Teatro Stabile, uno dei più importanti d'Italia, Piazza della Vittoria e il signorile palazzo Ducale. Giunti alla fine di via XX come la chiamano i genovesi, ci troveremo nei pressi di Porta Soprana, di fronte alla casa natia di Cristoforo Colombo. Per un veloce spuntino ci fermeremo presso il Mercato Orientale, un'esplosione di colori e profumi, fra commercianti che cantano in genovese e altri che strillano per decantare i loro prodotti. Quindi, tempo permettendo, vorrei farvi visitare il meraviglioso Parco di Genova-Nervi, ricco di alte palme e abitato da innumerevoli scoiattoli. La sera per finire in bellezza sosta a Boccadasse, un borgo di pescatori circondato da casette in tinta pastello, qui ci potremo accomodare in uno dei tanti ristorantini tipici che offrono meravigliose fragranti cene a base di pesce fresco. Il terzo giorno, lo trascorreremo tra palazzi e paesaggi, partendo da Via Balbi dove ammireremo grandi palazzi signorili. Qui si ergono i famosi “Rolli genovesi”, dimore appartenute a nobili famiglie che fanno oramai parte del patrimonio dell'Unesco e oggi sono sede di alcune facoltà dell'Università. Proseguendo a piedi sfoceremo in Via Cairoli e in Via Garibaldi dove si affacciano palazzi imponenti che raccontano le epopee familiari dei Doria, dei Pallavicini o degli Spinola. A seguire la visita ai Musei di palazzo Bianco, Palazzo Rosso e palazzo Reale e da non perdere assolutamente il museo di palazzo Tursi che conserva il violino di Nicolò Paganini,un altro genovese conosciuto in tutto il mondo. Faremo una sosta breve per rifocillarci presso il Caffè degli Specchi, caratteristico locale “zeniese” in stile Liberty definito dal poeta Dino Campana, “una grotta di porcellana”. Nel pomeriggio arriveremo a piazza Portello, dove con l'ascensore di Castelletto saliremo fino alla famosa “Spianata” da dove potremo godere nell'ideale ora del crepuscolo, di un panorama mozzafiato: Genova sarà ai vostri piedi, coi suoi campanili e i palazzi e il reticolo infinito di vicoli fino a perdere lo sguardo laggiù dove si staglia “La Lanterna” la torre simbolo della potenza marinara di Genova. L'ultima sera di fronte a un piatto di trofie al pesto, vi racconterò dei figli illustri della mia città: non solo Colombo e Paganini, ma anche Garibaldi e Mazzini, Andrea Doria, Renzo Piano per arrivare ai cantautori come Bindi, De Andrè, Lauzi, Tenco, Paoli e Fossati famosi nel mondo. Brindando con un bicchiere di Bianchetta del golfo del Tigullio, un vino DOC genovese, vi racconterò di Nietzsche che confessò a un amico” ogni volta che si va a Genova si riesce a evadere da sè”. Cosa aspettate a raggiungermi?

In giro per l'Italia: Genova
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Il "suo" biancomangiare è ora anche un poco mio

2 Luglio 2014 , Scritto da Raffaella Saba Con tag #raffaella saba, #luoghi da conoscere

Il "suo" biancomangiare è ora anche un poco mio

Evelin è una ragazza timida e riservata, con una spiccata attitudine: l’empatia. Riuscirebbe a trovare il meglio anche nel peggiore dei nemici di ognuno di noi. Ci siamo conosciute per motivi di lavoro: lei e il suo compagno avevano un b&b in una strada parallela alla nostra. Abbiamo iniziato nello stesso periodo, mese più mese meno, trovando da subito un’idea comune: accogliere gli altri condividendo gli spazi della nostra casa era una forza e non una privazione.

Le circonvoluzioni della vita hanno portato lei e il compagno a intraprendere un’altra avventura lontano da Palermo. Ma è una lontananza fisica, non senti/mentale. Ora dipinge (ecco il suo blogartistico), pubblica libri di ricette (davvero squisite) e scrive nel suo blog dedicato a Palermo ricette, curiosità legate ai piatti che prepara, tradizioni e luoghi.

La seguo da tanti anni, sbavando dietro ogni singola foto di manicaretti deliziosi. Questa volta ho deciso di cimentarmi in una ricetta di un dolce siciliano. Ero alla ricerca di qualcosa di nuovo da proporre per la colazione ai miei ospiti. Qualcosa di semplice ma accattivante, magari qualcosa con una storia alle spalle da poter raccontare. Così mi sono imbattuta nel Biancomangiare.

Cos’è? Il piatto è di origine medievale, può essere dolce o salato. Il suo colore bianco richiama la purezza (per la storia del piatto cliccate qui). La versione dolce la preferisco alla salata. Lo sciroppo di pistacchio esalta il connubio di latte di mandorla e cannella e i miei ospiti hanno gradito anche la storia che si racconta attorno a questo dolce.

A Palermo il biancomangiare compare per la prima volta nello scritto di Giuseppe Pitrè in La vita in Palermo cento e più anni fa. Nel Settecento, dunque, il dolce era presente in città e caratterizzava il monastero di Santa Caterina (in piazza Bellini, esattamente di fronte alla Chiesa della Martorana). Si legge nel testo del Pitrè:

Tutti i pasticcieri della città gareggiavano nel comporre d’ogni maniera ghiottornie: ma chi poteva mai raggiungere la squisitezza delle feddi (fette) del Cancelliere, dei frutti di pasta dolce di mandorle della Martorana, del riso dolce del Salvatore? Tutti preparavano conserva di scursunera (scorzanera): ma nessuno attingeva alla perfezione di Montevergine, come nessuno a quella della cucuzzata (zucca condita) e del bianco mangiare (specie di gelatina di crema di pollo) di S.a Caterina. Molti menavan vanto del loro pane di Spagna ma in confronto a quello della Pietà, qualunque dolciere doveva andarsi a riporre, lasciando che questo si contrastasse il primato con lo Stimmate nella bellezza delle sfinci ammilati, che pure nel medesimo monastero assurgevano a squisitezza impareggiabile nella forma delle sfinci fradici, composte di uova e panna.”

Del dolce era ghiotto anche Don Fabrizio, il personaggio del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che durante il ballo, si siede ad un tavolo per parlare e gustare un prelibato dolce:

Mentre degustava la raffinata mescolanza di biancomangiare, pistacchio e cannella racchiusa nei dolci che aveva scelti, don Fabrizio conversava con Pallavicino e…”

Se ho scoperto il biancomangiare lo devo alle curiosità che ha scritto la mia cara amica nel suo blog, dove trovate la ricetta: ora non vi resta che provare.

Grazie Evelin!

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LA CONTESSA NERA, UN POLIZIESCO, MA NON SOLO…..

1 Luglio 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

LA CONTESSA NERA,  UN POLIZIESCO, MA NON SOLO…..

Umberto De Agostino

La contessa nera Lomellina 1921,

Frilli 2014

Nel corso di non infrequenti visite in libreria ho avuto da tempo modo di notare la progressiva avanzata del genere poliziesco (seguito a ruota dal fantasy) per numero di scaffali e banchi da esposizione. La cosa non mi dispiace, essendo anch’io un appassionato lettore del genere, con una spiccata preferenza per gli autori italiani, che ritengo in nulla immeritevoli rispetto ai loro più noti colleghi stranieri.

Varie sono le declinazioni del poliziesco italiano, ma, tra tutte, mi appassiona quella a fondo storico, meglio se non troppo all’indietro nel tempo. Niente quindi ambientazioni in una Roma imperiale, in un Medioevo esoterico o in un Rinascimento carico di misteri, ma piuttosto qualcosa di compreso negli ultimi due secoli.

Il campo, perciò, si restringe, e di molto: mi viene in mente Corrado Augias con la trilogia del commissario Sperelli, fratellastro del personaggio dannunziano, Giorgio Ballario con la serie coloniale del Maggiore Morosini e poca altra roba.

Nei giorni scorsi, una gradita sorpresa, questo “La contessa nera, Lomellina 1921” di Umberto De Agostino, trovato in rete, cercando tra quella editoria “minore” spesso penalizzata dalla grossa distribuzione.

In verità, nel romanzo, la trama gialla – che pure c’è - è piuttosto esile, mentre preciso è il riferimento ad un fatto di cronaca nera reale e, soprattutto la descrizione di personaggi, ambienti e situazioni di una zona d’Italia, la Lomellina appunto, all’inizio del ‘900.

Al centro della storia il misterioso omicidio di Ettore Casiraghi, squadrista fascista, che, rifugiatosi a Semiana nel castello del conte Cesare Carminati di Brambilla, dopo fatti di sangue accaduti a Milano, proprio lì viene trovato morto, il 22 luglio del 1921, colpito da un colpo di pistola e da uno di moschetto.

La vera protagonista è, però, Giulia Mattavelli, compagna del conte, che, di umili origini (e non bellissima, come appare in alcune foto d’epoca) esercita le sue arti da “femme fatale”, oltre che sul suo uomo, anche su una serie di personaggi storici, da Benito Mussolini a Francesco Giunta, da Renato Ricci a Cesare Forni, il “ras” locale.

Donna di forte temperamento, non esita a mettersi alla testa di una sua personale “squadra”, accreditando una leggenda che la farà definire da Pietro Nenni, vedendola sfilare a Roma il 28 ottobre del 1922, a cavallo, con frustino e fucile a tracolla “metà femmina da lupanare, metà amazzone d’avventura”.

Sullo sfondo si muovono una serie di personaggi di contorno (anch’essi, in parte realmente esistiti e citati per nome e cognome, in parte inventati per dare “colore” al racconto) di una realtà provinciale e contadina che oggi – anche se solo a meno di un secolo di distanza- ci riesce perfino difficile immaginare.

Il racconto si snoda così tra monda del riso, coltivazione “domestica” dei bachi da seta per alleviare miseria e fame, lotta dei contadini contro le prime trebbiatrici a vapore viste come un pericolo, perché velocizzano le attività ma tolgono lavoro agli uomini che popolano le cascine sparse nella campagna.

Su uomini, macchine e luoghi, minaccioso, sovrasta il castello del conte Cesare (fin troppo facile il riferimento manzoniano), nel quale, tra uomini “facili di mano e di coltello”, si aggira, languida, la padrona di casa, mentre l’incerto grammofono diffonde le note (insolitamente audaci, per quei tempi) di “Alcova”, scritta da Bixio, Cherubini e Rulli.

Più rusticamente, in piazza, alla domenica, fittavoli, braccianti e mungitori di vacche, per distrarsi e tornare col pensiero a tempi migliori, giocano al bar il “truco”, gioco di carte portato in Lomellina dagli emigrati in Argentina, alternando battute in dialetto ad altre in spagnolo, ricordo dei vecchi tempi nella pampa.

E poi, la passione devastante per la politica: Case del Popolo e sezioni fasciste, violenza fatta e subita, odi e rancori paesani che si trascinano e covano sotto cenere, pronti ad esplodere alla prima occasione.

L’autore è giornalista e appassionato di storia locale, perciò non ci risparmia qualche accenno a strade e piazze ormai sparite, e anche qualche battuta in dialetto che aggiunge, se possibile, maggiore realismo ed efficacia al racconto.

Ben sintetizza, per esempio, la realtà paesana e familiare, facendo ricorso ad un vecchio proverbio: “Quand la dòna la mata su i calson, al so om al vena un cojon” (più o meno: “quando la donna vuole comandare, il suo uomo è ritenuto uno stupido”); questa è la regola di vita nelle cascine segnate dal duro lavoro, dove il ruolo della donna, casalinga e mondariso, si esalta e sovrasta anche quello dell’uomo.

A cercare di mantenere ordine e conservare la legalità, il Maresciallo dei Carabinieri di Mede, Angelo Pesenti, un tutore della legge “vecchio stile”, che si muove a cavallo e in bicicletta sugli incerti sentieri di campagna dove cominciano a sfrecciare le prime Torpedo.

Vita non facile la sua, che di volta in volta – senza usare riguardi per nessuno - lo vede alle prese con “ciclisti rossi” pronti ad imporre lo sciopero anche con la violenza o “arditi neri” che colpo su colpo ribattono.

Nelle indagini sulla morte di Casiraghi, facendo ricorso anche a metodi non sempre ortodossi, Pesenti arriverà alla verità, inimicandosi anche il prudente Pretore che, fiutando l’aria, lo invita ad una maggiore prudenza e, di fatto, vanifica il risultato del suo lavoro.

Nella realtà storica, le cose andarono in maniera diversa, ma in fondo questo poco conta per chi, come me, abbia solo voluto gustarsi un paio d’ore di buona lettura.

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Dall'autocommiserazione a Emily Dickinson

30 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Dall'autocommiserazione a Emily Dickinson

Lamentarsi non serve, più utile analizzare le ragioni degli insuccessi. Secca ammetterlo, ma, alla fine, è sempre tutta una questione di fs. Bisognerebbe andare, salutare, stare in prima fila ai convegni, magari presentare un saggio di persona. Figurati! Io rischierei di rimanerci secca. Lo dicono tutti che ti devi far vedere, telefonare nelle redazioni, stringere amicizie reali con quelli del mestiere. Mi ero illusa che nell’età della litweb si potesse prescindere dal contatto fisico ma non è così. Se non ti vedono, si dimenticano di te e, se scrivi per sollecitare, diventi un fastidio, quindi meglio tacere, sempre e comunque, anche perché, quando poi non rispondono, ti senti umiliata e cretina. La pubblicità martellante, i cartelloni, le grida, il “comprate il mio libro, pagatelo con posta pay”, le foto del libro in tutte le salse e tutte le posizoini, non fanno per me e nemmeno per voi, lo so, vorreste che la gente capisse da sola il valore del vostro lavoro. Un’utopia.
Per farsi leggere, bisogna avere una vita interessante. Puoi farti maltrattare dal marito, ad esempio, puoi prostituirti, assumere droga, diventare alcolizzato, naufragare su un barcone, lasciarti rapire dagli alieni. Ma, dico, almeno moribondi, vorrete essere? Come quella poveretta malata terminale di cancro che ha firmato un contratto con Mondadori prima di andarsene.Invece voi siete solo un attimino social fobici, come me.

Persino sul web mi tengo in disparte, mangio nel mio piatto, come ho fatto per tutta la vita, ballo da sola e la cosa non paga. Non sono popolare in certi gruppi di lettura che contano migliaia d’iscritti ma basi culturali leggere come veli di garza, salottini dove si accumulano e si macinano libri più che competenze e dove, di ciò che si legge, ahimè, rimane ben poco.
Un’amica mi ha detto: “Non parlare di fs, spaventi gli editori”, ma io sono stanca di accampare scuse, di svicolare, di nascondermi, sono evitante e lo dico, metto le mani avanti. Anzi, se ci pensate, dire “sono evitante” fa pure chic, blasé.
Una volta messa la cosa in chiaro, l’atteggiamento che mi aspetterei sarebbe il seguente: “Ok, vai tranquilla, ti chiederemo di fare solo ciò che puoi, per il bene del tuo libro che è anche un nostro progetto. Crediamo nel tuo testo e lo promuoveremo noi al tuo posto, tu potrai farlo comodamente da casa, con il mezzo che sai usare: la parola scritta. Inutile, anzi, controproducente, chiederti quello che non ti riesce e che affosserebbe il lavoro. Sarebbe incoscienza da parte nostra.”
Anche perché, diciamocelo, a chi interessano, ormai, nell’era del digitale, le presentazioni del cazzo nelle librerie del cazzo? Sai quelle con tre gatti annoiati – di cui due sono parenti dell’autore e uno è entrato per caso – che non vedono l’ora che il relatore si distragga per squagliarsela senza aver comprato il libro?
Invece, cari miei, ciò che il vostro legittimo outing susciterà saranno i tre atteggiamenti seguenti.
1. Spavento. La persona alla quale avete esposto lucidamente e consapevolmente il vostro problema vi prende per pazzi, vi crede affetti da qualche patologia contagiosa, si dilegua con un imbarazzato saluto a denti stretti e non ne sentite mai più parlare.
2. Incredulità. La persona con la quale vi confidate, specie se vi è amica, minimizza, ha un approccio scherzoso, da pacca sulla spalla. “Tranquilla, che vuoi che sia, dai, forza, buttati, non è niente, sei fra amici.” Non ha cattive intenzioni ma non ha nemmeno capito un accidente. Oppure, e sono i più insopportabili, si atteggia a guro del “devi lavorarci sopra”. “Un tempo anch’io ero come te”, confida, “ma ci ho lavorato sopra”. Ci hai lavorato sopra? Hai lavorato sopra al timor panico, ai terremoti neurovegetativi, al sudore che ti sfianca, alla tremarella, alla vista che si annebbia, alla lingua che si lega, alle ginocchia che cedono, alla voglia di sprofondare, all’angoscia? Ma vaffanculo, te e il tuo stramaledetto lavoro.
3. Disprezzo. In questa società di vincenti, di ottimisti a tutti i costi, chi esterna le proprie debolezze, i propri difetti, è considerato un fallito, uno che si autocommisera e che va compatito perché fa pena, perché è un povero topo impaurito chiuso nella sua tana. Ed io, invece, vi dico che chi ha il coraggio di delimitarsi, di esternare dubbi e mancanze senza falsa umiltà, è sulla strada della vera autostima e dà una dimostrazione di forza.
Penso che la risposta a questo ultimo punto l’abbia data, ancora una volta, Claire:

Guarda e passa, Patry. Il giudizio degli altri per noi è tutto, ma tu sai che non deve esserlo. Siamo al mondo 3 giorni in croce, dobbiamo passarli a struggerci per ciò che di noi pensano gli altri? Che si fottano. I tuoi contatti fb, la gente vincente, chi fa tutto per bene, chi è sempre convinto di essere dalla parte giusta, chi vive di superficialità e di niente, e anche quelli del pensiero positivo a tutti i costi. Come mi disse la psicologa, prima o poi arriva il momento di fare i conti con se stessi, per tutti. Un bel vaffanculo. E via!

Emily Dickinson aveva venticinque anni quando decise di sprangarsi in camera sua e non uscire più, parlava ai pochi conoscenti attraverso una grata e coltivava la sua solitudine come un fiore prigioniero. Ditemi se questa non è fs.
Emily Dickinson è considerata una delle più grandi poetesse di tutti i tempi. Che sarebbe stato di lei oggi? L’avrebbero invitata ai reading e avrebbe rifiutato, avrebbe visto trionfare al suo posto persone sfacciate che non si vergognavano a declamare ai quattro venti i loro versi volgari. Ah, dimenticavo, delle 1775 poesie che scrisse, solo sette furono pubblicate durante la sua vita.
Anche la vostra sensibilità è tesa come una corda di violino, siete senza pelle, con i nervi scoperti e questo, pur se vi fa soffrire, è un pregio, ricordatevelo sempre, è la pasta di cui sono fatti gli artisti. Con ciò, per carità, non voglio dire che io sono Emily Dickinson ma, forse, fra voi qualcuno lo è.

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Quando gli uomini dicono di no al sesso

29 Giugno 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Quando gli uomini dicono di no al sesso

Questo post è dedicato a tutte voi, care amiche, che, dopo aver trascorso un intero pomeriggio a sguazzare inebriate in fantasie xxx rated, assolutamente persuase di poter mettere in pratica di lì a poco tutto lo sconcio campionario delle vostre immaginazioni hot, vi siete sentite opporre dal vostro uomo, rincasato col peso del mondo sulle spalle, un triste, mortifero “no”!

Ovvio che alle eroine dei nostri romanzi queste cose non capitano, anche perché il banalpatetico (siamo su questo registro, secondo me) promette solitamente scarso successo editoriale…

Comunque, lo spunto l’ho preso da uno di quegli articoletti ipercazzeggianti di cui trabocca il web e che mi somministro spesso come antidoto alla noia e al peso della quotidianità.

Si trattava di una statistica sulle scuse più comuni che gli uomini adducono per sottrarsi alle richieste sessuali delle loro compagne.

Per la cronaca, il podio delle scuse maschili è il seguente:

1) spossatezza dovuta a giornata lavorativa troppo pesante

2) urgenza di dover portare il cane a fare i suoi bisogni (!!!)

3) vitale necessità di concludere una partita ai videogame.

Sempre per la cronaca, nel merito, vi dico anche la mia:

la 1) ha una sua ragion d’essere anche se inversamente proporzionale al numero di volte in cui viene utilizzata,

la 3) è già decisamente meno digeribile, ma almeno corrisponde a una (per quanto discutibile) passione e comunque ben si colloca nella cornice del cronico, invincibile infantilismo maschile,

ma stare in coda dietro l’incontinenza canina è avvilente e brutto, in qualsiasi modo lo si voglia intendere…

Mi immagino la faccia della pollastra che, con indosso solo le scarpe tacco 12 e il trench, nel momento dell’apertura a mo’ di maniaco al parco, si sente dire… un attimo cara porto Bobby a fare la pipì e torno…

Come sempre, in questi casi, gli spunti più interessanti vengono fuori dai commenti dei lettori. Più sfumati e variegati quelli femminili, perlopiù sul “machista” spinto quelli maschili.

Uno dice: “ma da dove vengono ste stronzate? Si dà il caso che all’uomo non gli sembra vero di farsi una scopata quando la donna è disponibile…”

Un altro dice che le occasioni non si devono perdere (gliene capiteranno poche?) per cui lui la voglia fa in modo di farsela venire…

Un altro ancora gli risponde: “eh ma questa si chiama fame… è un discorso diverso…”

E via all’osteria…

Alla fine, comunque, the ultimate commento, la pietra tombale della discussione recitava più o meno così: “Non esistono più gli uomini di una volta…”

Ora, io non so come sono gli uomini di oggi (uno ne ho, e spesso non ho idea di cosa gli passi per la testa), figuriamoci se posso parlare di quelli di una volta…

Mi sembra già difficile calarli nella situazione…

Riuscite a immaginarvela, vostra nonna, in guepiere, fare la lap dance attorno al pilastro di casa per convincere vostro nonno a fare sesso con lei dopo una torrida, spossante (questa sì…) giornata passata a raccogliere pomodori nei campi?

La donna di una volta “aspettava”. Aspettava quando l’uomo ne aveva voglia… e spesso aspettava (figli) dopo che l’uomo la voglia se l’era tolta!

Il tutto non risultava sempre così divertente per cui quando ci si poteva sottrarre (avete presente “quei” mal di testa?)…

Io credo piuttosto che sia più giusto dire: “Non esistono più le donne di una volta…”

L’emancipazione femminile è storia (anche se su questo punto ci sarebbero da precisare due o tre milioni di cose) e l’iniziativa femminile nell’approccio sessuale è un’eventualità ampiamente sdoganata e generalizzata.

Decidiamo noi quando ne abbiamo voglia… non aspettiamo più che sia lui a chiedercelo!

Tuttavia la facoltà di prendere l’iniziativa implica l’onere di accollarsi il rischio di un rifiuto

E qui viene il brutto: per noialtre i “no” alle nostre profferte sessuali sono sempre una delusione cocente che il più delle volte tentiamo peraltro di non lasciar trasparire…

Ma perché non riusciamo a confessare che in tali occasioni, più che rimanerci male, ci girano le palle (anche se non ce le abbiamo) a più non posso?

Il punto è che, nonostante sappiamo di poterci trovare spesso dall’altra parte, cioè di quelle che marcano visita, per così dire, certe reazioni dagli uomini non ce le aspettiamo proprio…

E se, sforzandoci di razionalizzare, pensiamo: “ma sì, capita a me, perchè non può capitare a lui? (ma più cerchi di essere razionale e più le domande e i dubbi ti affollano la testa)

La risposta emotiva che promana dalle scosse profondità del nostro essere è in realtà… una domanda!

La più angosciosa/incazzogena domanda che possa porsi una donna rifiutata dal suo abituale compagno, l’apocalittica: “non mi desidera più?

Ora, io capisco che qui siamo seriamente a un interrogativo sui massimi sistemi (non scherzo), però prima di arrivare a compiere gesti estremi, io direi: facciamo un bel respiro, pensiamo alle cose belle della vita (le crépes alla nutella, lo shopping su internet, ecc.), magari rileggiamo i vecchi post di questo blog che sempre tradiscono la mia inveterata passione per l’happy end, e cerchiamo di pensare positivo.

Fatto?

Ok, ho sempre creduto in voi.

E ora, la grand finale!

Dunque, visto che l’articolo si riferiva a rapporti stabili, e non ad incontri occasionali (lì in effetti sarebbe surreale trovare un maschietto che dopo averci rimorchiato in discoteca ci portasse a casa sua a giocare alla play station!), be’ io credo che un rapporto davvero stabile debba avere la forza di far stare tutto “dentro” di sé, contenere tutto senza collassare: il rifiuto, l’incazzatura, magari la ripicca e infine (si spera) la scopatona sublimante e riconciliatrice.

Beninteso, la “scusa” è e deve rimanere un appannaggio femminile, per cui, va bene la comprensione, va bene la razionalità e la fiducia nella solidità del rapporto, però sia chiaro caro maschietto: se oggi ti sei preso la tua vacanza, mi userai la cortesia di recuperare la “baldanza” dei vent’anni entro domani, quindi preparati (non voglio nemmeno sapere come) e presentati pronto a stupirmi con “effetti speciali”, dopodiché… prega che IO non abbia mal di testa!

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Felice di non esserci

28 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Felice di non esserci

Calvino parte prima

Ho appena letto vari resoconti sulla premiazione del Calvino 2014.
Felice… felice di non esserci stata, felice e sollevata che non mi abbiano premiato, felice di non addentare le tartine tremando.
Solo a pensarci mi si sono intorcinate le budella: venir chiamati sul palco, parlare del proprio libro? Aargh… naaaa….
So già come andrebbe, dimenticherei anche di cosa parla, quel cacchio di romanzo, proprio com’è successo qualche tempo fa da una libraia che, compassionevole, aveva accettato di tenere i miei testi in conto vendita. Mi ha chiesto, l’ingenua babbana, pensando che fosse normale farlo, qualche delucidazione sull’argomento. Io sono avvampata, con le gote che mi bruciavano, il cuore che usciva dal petto, un ronzio nella testa a coprire ogni suono e ogni pensiero. Non sono riuscita a ricordare nulla. Mi ha preso per pazza.
Non potrei mai, no. .. no… no…
Rammento ancora quando, nel lontano 1990, o forse 91, vinsi il premio Guerrazzi. Mi ero seduta in fondo, naturalmente, lontanissima dal palco. Attraversai la sala gremita sentendo che le ginocchia mi si piegavano, feci un sorriso che sembrava quello della moglie di Fantozzi, ascoltai le motivazioni con una faccia che deve essere sembrata ebete a tutti perché qualcuno disse che pareva scoprissi solo in quel momento le virtù del mio scritto. Tornai a casa in autobus reggendo con due mani l’enorme quadro che avevo vinto, la coppa, il tappetino kilim, le medaglie e gli attestati, sembravo un vucumprà.
Ecco, il Calvino sarebbe il Guerrazzi all’ennesima potenza ed io non potrei, non potrei mai…
Sono stata male anche alla presentazione del libro di Ida Verrei a Napoli. E non dovevo fare nulla, non dovevo parlare io. Ma conoscere lei ed altri amici di Fb mi ha mandato in catalessi. Ascelle puzzolenti, maglioncino infeltrito dal sudore, autoflagellazione notturna in albergo partenopeo per la vergogna a suon di “me meschina, me tapina”.
No, no…
La dimensione che più mi si addice è quella dell’anno scorso, quella del semplice segnalato anche se poi non porta a nulla. Ma quest’anno i romanzi in concorso sono troppi e non ci sarà nulla per me, nemmeno ‘sta piccola, inutile, sterile soddisfazione.

Calvino parte seconda.

Infatti. Non c'è trippa per gatti. Mi sento in un vicolo chiuso, senza uscita. Devo smettere di credere in quello che ho fatto finora e non mi riesce, continuo a vivere come se, un giorno, dovessi diventare una scrittrice ricca e famosa, come se dovessi possedere chissà quale talento esplosivo e lampante, e non, invece, una cazzo di fobia che m'impedisce persino di dire agli amici che scrivo. (Cosa perfettamente inutile visto che se ne sbattono altamente, non leggono nulla di mio e, nei rari casi in cui è accaduto, hanno detto apertamente che il testo non gli piaceva per niente. Credo di essere l'unica al mondo ad avere amici sinceri e del tutto non compiacenti. Madonna come sono fortunata.)

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Sazia di luce di Adriana Pedicini. Recensione di Paolo Buzzacconi

27 Giugno 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Sazia di luce

Adriana Pedicini

Immergersi nella lettura di “ Sazia di luce” di Adriana Pedicini equivale a percorrere insieme a lei un tratto fondamentale della sua esistenza esplorando al suo fianco i luoghi più profondi dell’anima. Attraverso le sue liriche, con grande generosità, l’autrice ci concede di vivere tutto il percorso che lei ha faticosamente portato a termine. Dai momenti più bui dell’attesa e della disperazione a quelli della volontà di lottare, di cercare un ragione superiore a cui affidarsi fino ad arrivare ai giorni della rinascita, del ritorno alla vita. La drammatica esperienza della malattia viene affrontata con coraggio e tenacia tipicamente femminili e la paura e lo sgomento, pur affacciandosi nella quotidianità, non riescono ad intaccare la sacralità della vita e a interrompere quella preziosa tessitura di affetti e impegni che le donne - e solo le donne – sono capaci di fare. L’autrice si spinge oltre i confini dell’immediato sublimando il dolore nella volontà di continuare ad essere amore anche dopo la fine proiettandosi oltre il momento dell’addio, che trasforma così in un arrivederci. Il messaggio che traspare nelle sue liriche è chiaro e colmo di speranza: quando si ama, e per amare si intende trasferire il nostro amore a chi ci segue, non si muore mai del tutto, dunque non esistono tenebre in grado di oscurare la luce che è dentro di noi. Nei suoi versi i prati continuano a fiorire, le mani ad intrecciarsi e i nuovi arrivati, “timido cinguettio di passeri dai nidi” vedono soddisfatta la loro richiesta di cibo-affetto al di la del tempo che inesorabilmente tutto consuma, perché in ogni carezza, in ogni bacio, in ogni gesto di incoraggiamento o di rimprovero che ci scambiamo l’amore consente alle nostre piccole storie di raggiungere la dimensione dell’eternità. Capitolo a parte, in tal senso, il meraviglioso rapporto con il proprio compagno, la scoperta di fragilità sconosciute e insieme di energie inaspettate, di potersi concedere l’un l’altro in una pienezza mai raggiunta prima. Ancora immensa, splendida luce. Il tutto, come dolcemente sottolinea l’autrice, “Alle soglie di ultima età”, un tempo in cui l’amore spesso viene considerato solo un bel ricordo, qualcosa che ormai appartiene al passato. E invece no, eccolo riesplodere prepotente nella condivisione della speranza, nel calore delle lacrime, in un tormento che non è per il proprio dolore, ma per quello che prova l’altro. Le liriche “Dammi una carezza” e “ Miracolo vivente” lasciano davvero senza fiato, ma nonostante la drammaticità degli attimi che raccontano sono pagine piene di cielo, di vita.

In questo libro sono comunque tanti gli argomenti trattati e non solo autobiografici e introspettivi. L’autrice descrive con visione altamente poetica ma al contempo straordinariamente lucida il disfacimento di un mondo che ha perso di vista valori e ideali, vittima di un cieco egoismo fine a se stesso. Emblematiche in tal senso le liriche “ Homo homini lupis”, “ Inettitudine”, “Mare monstrum” e “ Ignara felicità”, vere e proprie denunce che scuotono le coscienze puntando i riflettori sui tanti drammi sociali che spesso vengono classificati troppo velocemente come “inevitabili”.

Altro aspetto estremamente interessante è l’uso di piccole citazioni e di alcuni vocaboli molto ricercati con cui l’autrice impreziosisce le sue opere, dei piccoli cammei dal sapore un po’ “retrò” che stupiscono il lettore donando eleganza ad uno stile poetico snello e moderno. Vi cito alcuni momenti di cui mi sono innamorato: “Gocciola nelle vene desiderio di vita al brillio dell’ultimo sole” oppure “ Ammassati nel granaio della memoria - sedula formica - i frustoli di un lungo faticare” o ancora “I piccolo bimbi, con teneri baci molceranno il mio cuore di nonna”. E’ questa una componente in cui l’autrice riesce a coniugare il suo importante bagaglio culturale con la sua capacità espressiva senza perdere in freschezza e spontaneità. Lo stesso dicasi per l’uso di metafore e aggettivi qualificativi, che in alcune liriche – come ad esempio in “Silenzio” - si rincorrono come in una fuga musicale senza tuttavia dare mai un senso di “costruito”, mantenendo una grande leggerezza. Si viaggia in perfetto equilibrio tra ragione e passione e la sensazione è che le parole siano sempre dosate con cura, sia nella quantità che nell’intensità dell’emozione che vanno a evocare.

Lasciatemi infine ringraziare i responsabili del circolo IPLAC per la preziosa opportunità che mi hanno concesso: avere la possibilità di giudicare il lavoro di una professoressa credo sia il sogno proibito di tutti coloro che sono stati studenti. E’ dunque con un pizzico d’emozione – e soprattutto con grande piacere – che mi accingo a prendere un registro virtuale per mettere alla poetessa in questione una bella nota. Una nota di merito, naturalmente…

“Sazia di luce” è un percorso molto coinvolgente, una raccolta di poesie a cui ci si affeziona in fretta; appena si finisce di leggerlo si ha subito voglia di riaprirlo e andare a cercare quel pensiero o quella frase che poco prima ci ha illuminato. Se il vostro cuore è affamato di luce regalategli questo libro. Lui vi ringrazierà.


Paolo Buzzacconi

Sazia di luce di Adriana Pedicini. Recensione di Paolo Buzzacconi
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Autostima

26 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Autostima

Potrei dirvi che parlare di voi in termini di sfiga è sbagliato, che l’atteggiamento da tenere è l’opposto: porsi come vincente anche quanto non ti si fila mai nessuno, vendersi bene, vendere fumo. Ma io credo nella verità, nell’essere se stessi, che non vuol dire non vedere i propri difetti e non cercare di migliorare, ma piuttosto rendersi conto delle proprie debolezze e dei propri punti di forza. Lì starebbe l’autostima, se uno l’avesse. Voi dovete sforzarvi di averla, oltre e nonostante la fs.
Intanto, se ci fate caso, la maggior parte di noi fobici sociali è intelligente e sensibile. Non che queste qualità siano la causa della malattia, ci sono infiniti altri fattori, come la genetica, l’ambiente in cui si è stati allevati, la fondamentale figura materna, i difetti fisici. Ma chi è sensibile e dotato d’intelletto fine, ha più probabilità di essere colpito da questo disagio di chi è coriaceo e scemo. Come per l’emicrania, d’altronde. Se non hai la testa, non può farti male.
Forse proprio perché in tante cose siamo migliori degli altri, una parte di noi lo riconosce e vorrebbe primeggiare, vorrebbe che le qualità emergessero e prova un’ansia infinita da prestazione, sentendosi giudicata e dando un peso enorme a codesto giudizio, come se fossimo a ogni istante sotto esame. Un esame che non finisce mai, un esame al quale il mondo intero ci sottopone.
Innanzi tutto bisogna ridimensionare il senso d’inadeguatezza, quello che ci fa considerare non all’altezza dei nostri compiti. Mettetevi lì, con pazienza e con calma - non scegliete uno dei giorni peggiori, uno di quelli in cui vi sentite incapaci persino di respirare e avete voglia di scomparire dalla faccia della terra, ma nemmeno uno di quelli in cui qualche piccolo successo vi ha esaltato - mettetevi lì, ripeto, in un giorno neutro e scrivete su un foglio tutto ciò che sapete fare e ciò che non sapete fare. Di quello che sapete fare, valutate poi il grado di capacità: livello medio o alto. Tipo: non so fare i conti a mente (accade a molti di noi) ma so analizzare un testo scritto, non ho senso dell’orientamento ma sono portato per le lingue, sono una schiappa nei giochi di squadra ma so sciare etc etc. In questo modo comincerete a fare una cosa di cui parleremo più avanti, che impareremo insieme a fare, ma che è fondamentale: circoscrivere il problema.
Riconoscete poi quali di queste vostre capacità resiste a tutti gli assalti e quale, invece, soccombe a causa dell’ansia e sotto gli sguardi della gente. Ad esempio io non ho problemi a esprimermi, sono portata per l’italiano e per le lingue, le parole mi vengono con facilità ma, quando entro nella spirale dell’attacco di fs, non ricordo nemmeno i termini più semplici, mi si annebbia la vista, mi si oscura il cervello, mi vanno in tilt i neuroni e, con chi mi conosce poco, faccio la figura dell’ignorante.
Se vi guardate intorno, vedete tonnellate di faccia tosta. Incompetenti semi analfabeti che scrivono romanzi, che nel curriculum mettono “scrittore”, che si ergono a critici, che presentano libri, che aprono salotti letterari, che organizzano incontri ed eventi ai quali arrivano senza nemmeno essersi preparati una scaletta di argomenti o di possibili risposte alle domande. Ma, d’altra parte, basta pensare ai nostri parlamentari. Intervistati, non sanno dire cos’è lo spread, cos’è un’agenzia di rating, a quanto ammonta il debito pubblico e fanno le capriole con i congiuntivi. Provate a immaginarvi al posto di quel parlamentare ignorante e strapagato, pensate alla faccia di bronzo con cui risponde a una domanda che non sa davanti a milioni di telespettatori? Che fareste al suo posto? Senza contare quei letterati e critici che, di fronte a una telecamera, fingono di aver letto e giudicato un testo che poi si rivelerà addirittura inesistente? È successo al Salone del Libro di Torino. Non desiderereste che una buca vi si aprisse sotto i piedi per saltarci dentro e sparire per sempre? Non vi crocifiggereste per tutta la vita con l’infame ricordo di quel momento d’incommensurabile vergogna? Eppure, dopo due giorni, eccoli lì sorridenti a ricevere l’ennesimo incarico con prebenda.
Lo so, non vi raccapezzate, il mondo vi sembra alla rovescia, e il magone cresce. El magun, come diceva Albertone. Ma voi dovete essere forti e onesti con voi stessi, dovete avere il coraggio di riconoscervi anche le qualità che possedete, dovete ritagliarvi il vostro posto in questo mondo di sfacciati, di arroganti, di presuntuosi, di palloni gonfiati.
Pian piano, puntata dopo puntata, vedremo insieme come. Servirà a voi, spero, ma soprattutto a me.

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In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia

25 Giugno 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

Flaviano Testa ha pensato di farci conoscere, con le sue fotografie, un luogo fuori dal tempo e anche dalle mete turistiche di massa. In questo nostro mondo pieno di colori e di rumori, troviamo ristoro di fronte a queste belle immagini in bianco e nero che per un attimo ci trasportano nell’antichità.

Ai piedi del Matese, nei pressi di Sepino, sorge un’area archeologica di grande interesse e di particolare bellezza per la sua conservazione: Altilia-Saepinum. Altilia, con le sue rovine, è inserita in uno scenario unico: un paesaggio agrario nel quale sono state conservate le opere di edilizia rurale sei-settecentesca e si presenta oggi ricca di un fascino particolare grazie al restauro effettuato e ancora in corso. Il sito ha ottenuto il prestigioso riconoscimento a livello nazionale di “Meraviglia italiana”. È scudo blu internazionale, titolo concesso, secondo la Convenzione de L’Aja (1954), a protezione dei Beni Culturali, per la difesa dei quali vengono promosse azioni di protezione, prevenzione e sicurezza in tutte le situazioni rischiose, come i conflitti armati e le calamità naturali. Saepinum nacque in epoca remota, ancor prima della civiltà sannita, come luogo di scambi, di commercio e di sosta poiché in posizione strategica all’incrocio di due importanti vie di comunicazione, una giunta ai giorni nostri come “tratturo”, la Pescasseroli –Candela, e l’altra che collegava la pianura alla zona montana del Matese. Divenuta Municipio romano, mantenne l’antico assetto viario del precedente insediamento sannita, risalente a periodo antecedente il IV secolo a.C. Il primo tracciato completo della città fu costruito da Tiberio, negli anni tra il 2 a.C. e il 4 d.C. Il perimetro urbano fu circondato da mura nelle quali si aprivano quattro porte monumentali in corrispondenza degli assi stradali. La cinta muraria era di 1270 metri di lunghezza, provvista di 29 torri erette a difesa delle quali oggi ben 19 sono identificabili. All’interno la città, che ebbe la sua definitiva estensione in età augustea, presentava tutte le caratteristiche dell’insediamento romano con il foro all’incrocio tra cardo e decumano, edifici di culto e di commercio, terme, basilica, case di abitazione e teatro. Edificio questo fra quelli meglio conservati, addossato alla cinta muraria, la struttura era costituita da due parti: l'edificio scenico e la cavea. Del fronte scena oggi rimangono le tre porte di accesso al palco, due delle quali fanno parte di un casolare che ha preso il posto di gran parte dell'edificio scenico. Fra questo e le gradinate trovava posto l'orchestra, lo spazio per i musicisti (oppure per i gladiatori) e la capienza è stimata in circa tremila posti a sedere. Proprio su parte del teatro furono edificate nel XVII secolo le casette rurali che, oggi, conservate e restaurate, contribuiscono ad aumentare il fascino del luogo. Una di queste costruzioni ospita il Museo in cui sono conservati i reperti di maggiore interesse venuti alla luce durante gli scavi. Fuori dalla cinta muraria spicca il Mausoleo di Numisio Ligure: risalente alla prima metà del 1 secolo d. C., è il monumento funerario della famiglia di Publius Numisius Ligus, un importante magistrato della città. L'edificio, interamente ricostruito, è a forma di ara su una base quadrata e modanata. Sul prospetto un'iscrizione riporta la carriera del magistrato e l'episodio della prematura morte del figlio, in occasione della quale venne eretto il monumento. Nel IV secolo d.C. iniziò l’inarrestabile decadenza di Saepinum. Il disastroso terremoto del 346, la caduta dell’impero romano, le invasioni barbariche condussero la città a una grave crisi economica, gli edifici lasciati all’incuria crollarono e gli abitanti l’abbandonarono. In seguito, le scorrerie dei saraceni spinsero i pochi rimasti verso la collina dove sorge l’attuale Sepino. Intorno al XVI secolo i contadini tornarono a stabilirsi nella piana dove ripresero a lavorare le terre, recuperarono pietre e capitelli e si costruirono abitazioni e stalle sul vecchio insediamento oramai coperto da uno spesso strato di terreno. Le strutture della Saepinum romana sono state riportate alla luce per gran parte negli anni 50 e gli scavi sono ancora in corso.

In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
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In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
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SAZIA DI LUCE di Adriana Pedicini recensione di Roberto De Luca

24 Giugno 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Adriana Pedicini

Sazia di luce

Questa silloge intitolata Sazia di luce, di Adriana Pedicini, è costruita tra le pieghe di un dire sincero e una speranza profonda piena di dubbi. L’autrice plana con la sua scrittura sopra a un periodo di vita angustiato da qualcosa, da un’ombra. Leggendo l’opera si viene presi per mano e invitati a seguire un percorso di rinascita che ci lascia stupiti per la forza spirituale che da esso si sprigiona, in un dualismo tra il Bene e il Male vissuto con grande determinazione. Le singole poesie parlano di momenti e di stati d’animo che, descritti uno ad uno con uno stile che riecheggia anche un certo gusto leopardiano soprattutto per i meandri seguiti dalle sensazioni più intime, parlano di una fiducia nel futuro per sé o per le persone amate e vanno man mano a svelare e a costituire una specie di mosaico che dentro se stesso reca l’immagine di quel che conta veramente.

Ogni giorno un guadagno/ ogni giorno un sassolino/ bianco di luce segna i passi/ dell’amore da fare insieme finchè.../ finchè l’ultima ora/ scioglierà la promessa/ di pur breve cammino/ Allora sarò ovunque/ ma sempre a voi vicina/ piccolo lume di fiamma viva/ a scaldarvi il cuore. Da Miracolo vivente.

os’è che cerca il cuore dell’uomo o della donna, dell’essere umano, in simili momenti? Bene, ed è qui che si apre tutto il discorso sulle reazioni dello spirito, su quell’essenza che è in ognuno di noi ed è capace di travalicare i dolori del corpo, perché quest’ultimo, nel caso, diventa un mero strumento in mano alla sofferenza. Lo spirito in qualche modo reagisce e la poesia, come la preghiera, che in fondo possono essere considerate complementari l’una all’altra, diventano un mezzo per addolcire gli abissi in cui si trova l’animo. Mi sento di asserire che l’inclinazione profonda dell’uomo è la poesia e che da essa derivarono la liturgia e i salmi e anche il contenuto delle religioni. Il poeta affrontò i fenomeni della natura e nelle prime età si dette il titolo di sacerdote per preservare la sua vocazione. Il poeta di oggi continua ad essere quello del più antico sacerdozio. Egli prima venne a patti con le tenebre ed ora deve interpretare la luce. La poesia deve altresì recuperare il suo legame col mondo, deve camminare nell’oscurità e incontrarsi col cuore dell’uomo, con gli occhi della donna, con gli sconosciuti per la strada, con quelli che, in piena notte stellata, o a una certa ora del crepuscolo, o nel bel mezzo di un dolore, hanno magari bisogno di un solo verso...

E quindi non dimentichiamo mai di dire che è proprio la Poesia, come forma d’arte, ad essere e a costituire in ogni caso, o perlomeno in molti casi, una specie di panacea per l’animo umano. La poesia, al di là degli stilemi tecnici, ci permette di esternare il mondo interiore, intendendo dire che la scrittura tutta, dal teatro alla prosa, alla poesia appunto, è uno straordinario mezzo di comunicazione col mondo o, addirittura, col divino. Esternare, anche quando non si è afflitti da nessuna malattia, è qualcosa di cui l’uomo ha bisogno, poiché quando ciò avviene si è inevitabilmente rasserenati da una solida coscienza del proprio Io, che, liberandosi e divenendo in qualche modo tangibile, acquista potenza aprendo le porte a nuove speranze... E se c’è una cosa che la poesia cerca in maniera assidua, quella è la luce, che può esser flebile o intensa, ma che fa da lanterna e apre orizzonti, apre finestre alle quali affacciarsi e riflettere, trovando spesso ragioni di vita inaspettate.

Di me diranno i lunghi silenzi/ del cuore i grovigli/ che tremule dita / tentarono ognora di svellere il dolore/ spuntare, nettare le polveri sottili/ della paura/ illuminare con torce d’amore, gli anfratti neri dell’anima. Ma anche bianchi voli di gabbiano/ a dare sostegno/ ai giorni in bilico/ sul ciglio di inaspettate sventure. Dalla poesia dal titolo Di me.

Quella di Adriana Pedicini appare una lunga confessione e in fondo, e non solo in quella che si definisce poesia intimistica, i creatori di versi e di parole, vanno verso quest’intima forma di comunicazione. V’è infatti confessione in tutto, quando l’arte è vera, e non si può essere veri artisti quando manca questa caratteristica, questa colonna portante. Si può essere infatti, diciamo,diplomatici nella vita, ma non troppo nell’arte, ove occorrono necessariamente un sapersi mettere in gioco e una sincerità che può essere più o meno estesa, ma pur sempre presente. ‘Confesso come vedo un fiume, confesso come vedo un’alba o un tramonto, o una spiaggia deserta, confesso come vivo una situazione, confesso cosa mi arriva nell’animo e come mi sento durante un periodo di sofferenza i cui esiti sono ancora ignoti’.

In una poesia come Mare Monstrum, che io ho apprezzato in modo particolare, poesia appartenente alla prima parte della raccolta, la trascendenza del dolore emerge chiara e rara come una perla in mezzo a toni cupi e quasi venefici. Qui la sofferenza e il dubbio si accostano a una visione che viene a trovarsi a metà strada tra il sogno e l’incubo. Sembra, o lo è, una metafora con gli esodi, con i carichi di disperati che dall’Africa approdano a Lampedusa e vengono in mente le tempeste marine e gli scogli a cui le onde tentano di strappare quel coriaceo soffio di vita che non cede ai marosi. L’autrice risolve questo brano senza mettere in mostra, in maniera palese, i propri pensieri razionali, viaggiando su un parallelismo che odora di profonde consapevolezze, guidato a sua volta, sulla carta, come le altre poesie del resto, da una scrittura ben contenuta e omogenea, equilibrata tra forma e contenuto, limpida e creatrice di un valido connubio tra i versi i quali, pur senza rispettare una metrica esatta, contengono un timbro musicale e verbale che rende fluida la lettura e l’introiezione dei dati. Altra poesia che colpisce in questa prima parte è quella dal titolo Superba Signora. Di Lei hanno parlato da sempre i grandi poeti, quasi come omaggiandola, Da Neruda, che in un verso di una poesia tratta dalla prima Residencias, dice: penso che il suo canto abbia il colore delle viole umide. Ai Sepolcri del Foscolo fino ad Hemingway, che nel racconto Morte nel pomeriggio, dove parla delle corride, in un lungo paragrafo a Lei dedicato, la chiama Old Lady: Vecchia Signora... Certo è che la consapevolezza di tale ineluttabile realtà, in fondo, dona equilibrio alla vita ed è quel che accade anche qui, in questi pochi e sinceri versi. Ma, verso la metà della raccolta, troviamo un brano che segna un punto di svolta: una gemma di vita e di speranza/ ha baluginato tra le ombre incerte/ delle ore mattutine/ tra le foglie ascose del tuo amore.... recitano i versi tratti da Profumo di Natale, una poesia che va a far da cesura tra il periodo buio e un periodo più sereno dove la poetessa, usando la Poesia come veicolo, da voce a un canto di ammirazione per il Creato, quasi come fosse per intero un nuovo inno alla vita. Ciò che colpisce di più nella svolta a metà di questo libro è il cambiamento dell’atteggiamento dello spirito che, da contenitore di quelle paure e incertezze che hanno la caratteristica di far volgere lo sguardo verso l’interno, a un certo punto cambia direzione e fa volgere l’ attenzione verso l’esterno.

Se si tocca con mano /il fondo fangoso e il fetore /si annusa/si scopre la forza/che trattiene il declino. /Alla mente/ chiaro diventa/ quello che gli occhi/spesso non vedono./ E sarà suono di violini/ nell’anima/fiori di pesco/sui rami/volo di rondini/ in cielo./Semplicemente sarà/ nuova vita. da Nuova vita

E ancora da Profumo di primavera: Profumo di primavera Sono qui/in attesa/del profumo dei mandorli/in fiore/del volo garrulo/della rondine intorno allo stagno/del battito d’ali/di bianche colombe/sul ramo d’ulivo.

La poesia all’improvviso si accorge dello sbocciare dei mandorli, del pigolio degli uccelli dentro ai nidi, dei voli di rondini e colombe e di cieli azzurri inesistenti nella prima parte della silloge. Ovviamente, di fronte a un cambiamento degli eventi verso il positivo, l’atteggiamento psicologico è diverso e diverso diventa il dipanarsi delle trame poetiche che, dalla primitiva coesistenza di poesia-preghiera si trasformano in odi, in quelle forme poetiche pure che utilizzano gli elementi base come punto di partenza trasformandoli e trasportandoli verso l’alto, spesso verso il sublime. Le composizioni si abbreviano e verso la fine diventano di pochi versi, giacimenti di uno stato di contemplazione che sconfina verso la gioia. Natura , Dolce sentire, Infinito, Alba infinita, Sera, Azzurro, Silenzio, sono tutte poesie che hanno quest’ultima caratteristica, inoltre citerei ancora Cielo di marzo, poesia croccante come un velo di ghiaccio che si rompe e alla fine fissa un attimo nel sorriso di un pesco fiorito e ancora Ritorna il sogno, dove l’autrice ci parla di quei giorni cupi che ora brillano di luce dorata, come per sottolineare il fatto che il dolore non è vano, poiché insegna ad apprezzare ancora di più la vita, che in quest’ultimo tratto di Sazia di luce va assumendo sempre più i contorni di quella che sarà una nuova stagione. Quindi leggere questo libro vale la pena, perché in esso si ritrovano una discesa e un’ascesa, un lento passaggio dalle tenebre alla luce che può aiutarci a comprendere come la forza dello spirito possa intervenire a nostro favore nei momenti più difficili.

Roberto De Luca

SAZIA DI LUCE di Adriana Pedicini recensione di Roberto De Luca
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