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Fenesta vascia

3 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Fenesta vascia

Erano gli amori dei poveri, amori di altri tempi in una Napoli di altri tempi.

Fenesta vascia narra appunto uno di questi amori, tra un guaglione e una guagliona che abita in una povera casa e che si nasconde dietro una finestra che resta chiusa. Siamo in un vicolo di Napoli e il ragazzo ha il cuore in subbuglio per quest'amore non corrisposto.
La canzone è di autore ignoto, risale al cinque-seicento, (forse al cinquecento, ma non è certo); si pensa che non sia mai giunta a noi così compiutamente come è stata pensata e scritta.
Se ce l'abbiamo, lo dobbiamo solo a un certo Guglielmo Cottrau, che dunque va considerato uno degli autori di essa. Cottrau scriveva, e tra le altre cose anche versi di canzoni in dialetto, oltre ad essere proprietario di una modesta casa editrice.
Era l'anno 1825, e questo signore si era preso l'arduo compito di cercare, studiare, e trascrivere - musicalmente parlando - le canzoni del secolo che lo vedeva vivere, e di quelli precedenti.
Egli dunque rintracciava testi antichi, o raccoglieva quelli che qualcuno gli portava, e li affidava, oltre a lavoraci su egli stesso, a collaboratori perché li rimettessero in sesto.
Questo testo lo passò al suo fido Giulio Genoino, poeta di un certo livello e conosciuto abbastanza all'epoca. Nato a Frattamaggiore, nell'entroterra napoletano, in una terra arsa dal sole e dimenticata da dio e dagli uomini, il poeta ci si mise sopra di buzzo buono, e riuscì in una impresa che gli fece onore: studiò a lungo le parole dialettali ormai dimenticate di quel testo, sorpassate da quelle attuali (ricordo, siamo nell'ottocento e trecento anni non erano passati invano), e le trasformò, le tradusse, possiamo dire, in altre che riscontravano più compitamente la lingua allora parlata.
Diciamo due parole sui due personaggi grazie ai quali oggi possiamo godere della canzone, Gugliemo Cottrau, che scrisse o trascrisse la musica, era nato nel 1797 a Parigi, per morire a Napoli ancora molto giovane, pensate aveva solo cinquant'anni quando avvenne la sua scomparsa, era l'anno 1847. Vi chiederete come mai giunse a Napoli dalla Francia, è presto detto: il Cottrau era di nobile famiglia e venne in Italia con i suoi; il padre era una persona molto appassionata di letteratura. Venne a Napoli al seguito di Giuseppe Bonaparte, fratello maggiore di Napoleone; e di Gioacchino Murat. Napoleone lo fece infatti re di Napoli nel 1806, e Giuseppe governò il Regno di Napoli per soli due anni, prima di essere nominato poi re di Spagna. Era già stato in Italia una decina di anni prima, sempre al seguito del fratello, e fu ambasciatore per conto di questi a Parma prima e a Roma poi. Girò a lungo per l'Europa come rappresentante dell'imperatore, fino a che nel 1841, tornò definitivamente in Italia, stabilendosi a Firenze, dove morì tre anni dopo. Murat, a Napoli, prese il posto di Giuseppe, quando questi ottenne il regno di Spagna, e dobbiamo dire che, grazie alle molte opere di interesse pubblico che realizzò, ma anche alla sua grande personalità - era anche una bella presenza - fu molto amato dalla popolazione.
I Cottrau facevano parte della corte dei due re di Napoli, e amarono molto Murat,che, tra le altre cose, riaprì la famosissima Accademia Pontoniana; ma non solo, fondò una nuova Accademia Reale delle Lettere. Peripezie belliche poi lo portarono in diverse guerre, e in fine a combattere in Calabria, dove fu arrestato e condannato a morte. Morì a Pizzo Calabro sotto i colpi della fucileria nel 1815 del governatore di quella regione. Ma torniamo a Guglielmo Cottrau, il quale proprio al seguito di Gioacchino Murat, grazie alla sua vasta cultura letteraria, assunse incarichi importanti nel campo dell'arte.
Il padre di Gugliemo, voleva fare di lui un politico, che seguisse in qualche modo la sua carriera, ma il giovane, appassionato di musica e di lettere, come il padre del resto, non volle seguire i suoi consigli e si dedicò interamente alla carriera musicale; in particolare, insieme ad altri amici, si dette alla ricerca e alla trascrizione di testi antichi. Il fatto che venisse da un paese straniero, contribuì a far conoscere i suoi lavori musicali sui testi napoletani, anche fuori d'Italia.
Abbiamo detto più sopra che molte sono le trascrizioni di versi non suoi, ma molte anche le musiche su canzoni che scrisse lui. Ma ad oggi non si sa ancora con precisione quali siano quelle e quali queste. Sicuramente gli sono attribuite due canzoni: una più bella dell'altra: questa, di cui parliamo, Fenesta vascia, e l'altra, celeberrima, Fenesta ca lucive, ispirata alla storia triste di origine siciliana, della baronessa di Carini.
Per la cronaca, va detto che tra i vari collaboratori del Cottrau, ci fu anche un certo Gaetano Donizetti.
Giulio Genoino, l'autore dei versi di tutte e due le canzoni sunnominate, come già abbiamo detto, era di Frattamaggiore, dove era nato nell'anno 1773, (morì a Napoli nel 1856.) E come Cottrau, collaborò col Donizetti per il quale scrisse i libretti per alcune sue opere liriche.
Di questi versi antichissimi, curò soprattutto la punteggiatura; e lo fece in maniera egregia, punteggiatura che, nel testo consegnatogli, era pressoché inesistente, e, laddove c'era, forse era stata distribuita a sproposito. I versi di Fenesta vascia sono sistemati in due strofe di otto versi l'una, con rime alternate, metrica propria delle storie di racconti popolari. Va detto che nel testo originale le rime c'erano anche se non erano propriamente giuste, fatte come si deve, ciò che forse era dovuto alla non perfetta preparazione dell'autore del cinquecento.
La musica è lenta, dolce e malinconica, proprio per meglio aderire alla storia raccontata, e meglio delineare la tristezza del ragazzo che implora amore dalla fanciulla, che lui sa nascosta dietro la finestra del basso, chiusa, povera; ragazza che lo vede soffrire ma non lo vuole aiutare.
Vogliamo riportare il testo della canzone qui sotto, perché il lettore possa gustarne tutta la dolcezza pur nella sua immensa malinconia, immaginando per ora la musica, che potrà ascoltare cliccando sul link che sta alla fine di questo saggio.

Fenesta vascia e patrona crudele
quanta sospire m'aje fatto jettare
M'arde sto core comm'a na cannela
bella quanno te sento annommenare
Oje piglia la sperienza de la neve
la neve è fredda e se fa maniare
e tu comme si tant'aspra e crudele?
Muorto mme vide e non mm
e vuò ajutare?

Vorria arreventare no picciotto
co na langella a ghire vennenno acqua
pe mme nne ì da chiste palazzuotte
belle femmene meje, a chi vò acqua?
Se vota na nennela da la 'ncoppa
chi è sto ninno che va vennenno acqua?
e io responno co parole accorte
so lagreme d'ammore, e non è acqua!

Finestra bassa di una padrona crudele/ quanti sospiri mi hai fatto gettare/
Quando ti sento nominare, bella mia/ mi brucia il cuore, come una candela/
Fai come la neve, ti prego / la neve è fredda, è vero, ma si fa accarezzare/
e tu, invece, perché sei così aspra, così dura
, così crudele?

Vorrei tanto farmi un guaglione/ che va a vendere acqua con un orcio/
per girare tra queste case a gridare/ belle femmine, chi vuole acqua?
S'affaccia una "nennella" da lassù/ e dice: chi è sto ragazzo che vende acqua?
e io rispondo con parole "accorte"/ so' lacreme d'ammore e non è
acqua

Il giovane appassionato vorrebbe farsi acquaiolo, così da passare per quelle case gridando, belle signore, c'è l'acquaiolo, chi vuole bere acqua fresca? E sperare che apra la finestra - bassa, chiusa - anche la giovane di cui è innamorato. Risponde - a una ragazza che s'affaccia da un piano superiore di una casa chiedendo chi è quel bel ragazzo che vende acqua, con uno dei più bei versi di tutta la canzone napoletana:

Sono parole dettate dal profondo del cuore, di un cuore "spezzato" per un amore non corrisposto.
Adesso, cliccando sul link qui sotto, potrete ascoltare una bellissima interpretazione della canzone "Fenesta vascia" eseguita dal grandissimo Roberto Murolo, in una esecuzione "matura", di quando cioè l'artista era all'apice della sua incomparabile carriera.

marcello de santis

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Il racconto ritrovato

2 Ottobre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #concorsi

Il racconto ritrovato

L’Associazione IL RACCONTO RITROVATO, costituita 15 anni fa, si occupa di letteratura con un proprio sito www.viaggiandonelleparole.it

Il progetto nasce dalla lunga esperienza in campo letterario della sua fondatrice, Vera Vasques, che per decenni è stata, con la sua libreria, un centro riconosciuto della cultura torinese.

Ogni anno l’Associazione istituisce un premio, dedicato quest’anno al romanzo.

Il primo premio è di 1.000 euro, oltre alla pubblicazione e alla distribuzione nelle librerie del romanzo, da parte della Neos Edizioni, mentre un attestato di merito sarà consegnato agli altri quattro migliori romanzi.

La valutazione da parte della Giuria, composta da Bruno Gambarotta- Presidente e da Fiorenzo Alfieri, Evelina Christillin, Valentino Castellani, Paolo Messina si è appena conclusa.

La premiazione avrà luogo domani sabato 3 Ottobre, alle ore 17 presso la Villa La Tesoriera.

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Sibilla Aleramo

1 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere

Sibilla Aleramo



Sibilla Aleramo
(1876-196
9)





28 dicembre 1959, mattino

Il dottore ha trovato un peggioramento nello stato generale… fuori c'è il sole… Sento che sono vicina alla fine… sono stanca, tanto stanca. Non ho neppure la forza di un sorriso per gli amici che vengono a trovarmi. Però… ho avuto tanto dalla vita… sono contenta… E' dicembre, sento che non vedrò l'anno nuovo… è il mese più dolce per morire. Dicembre, la fine di un anno, come la fine di una vita, della vita… come agosto, che è il tempo più bello per nascere. Io, poi, sono nata di mezz'agosto! Che gioia per chi mi era intorno…ma sono stanca, come sono stanca! Anche il ricordare mi è di peso… i ricordi, poi… Quanti amici! quanti amori! Dino… Dino su tutti. Dino, il mio Dino! E gli altri… tutti amorevoli, tutti cari…
Giovanni Cena, il buon Giova
nni! Quanto tempo abbiamo passato insieme a combattere l'analfabetismo nelle paludi della campagna romana infestate di insetti malefici, zanzare che davano la malaria… tutt'e due a portare un poco d'istruzione a quei poveretti… Eravamo all'inizio del secolo… quanti anni sono passati… io ero là, insieme a Giovanni, due apostoli della cultura, pieni di amore, di entusiasmo. Sì.. d'amore… il nostro amore…… come eravamo giovani… e belli!
E' vero, anch'io ho dato il mio contributo a questa Italia letteraria, cominciando proprio da quell'Italia là! Cominciando dal nulla, dal vuoto; a combattere l'analfabetismo di una terra disastrata, che tanti bravi poeti avrebbe generato di lì a poco. Io. Una donna! Come è semplice pronunciare "una donna"; che poi è il titolo del mio libro, è stata per tutta la mia lunga vita la mia carta d'identità; una novità assoluta e inaspettata per il tempo, una donna che scrive, e che si afferma in mezzo a tanti uomini, o meglio, a so
li uomini.
Quanti complimenti! Alfredo Panzini, la cara Ada Negri, il buon Arturo Graf! E poi Ugo Ojetti! E il burbero Giovanni Papini; e Massimo Bontempelli! Quanti, quanti amici!
E Giovanni Cena, il maestro. Quanto male gli ho fatt
o, a Cena. Ma la mia inquietudine d'amore mi chiudeva gli occhi… e mi spingeva sempre tra le braccia di altri… quanti amori! Quanti grandi, indimenticabili amori miei! Cardarelli, mi scriveva pieno d'ardore: "Io vi amo! quando mi voleva amante!… Io ti amo, come… come.. … poi si confessò ché mi voleva come sorella!
E poi… come posso scordare il "furore" del ragazzo Joe; scacciò come "chiodo scaccia chiodo" la mia violenta passione per Papini; l'ho amato come nessun altro mai, il tempo di una notte stellata! Il fuoco mi ha bruciata e consumata tutta. Aveva 19 anni e i più vividi occhi verderame ch'io abbia mai vedutoIo ne avevo trentasei, di anni, ed ero bella, nella pienezza della mia bellezza fisica, e il desiderio di sesso mi scoppiava nelle vene… il mio corpo era perennemente un fremito d'amore…
Sono stanca… anche di ricordare… perché sonno, non vieni, lungo… e silenzioso… perché non vieni a rapirmi…
Boccioni, il caro Umberto Boccioni! che trovai a perdetti in un giro di sole… io nascevo di mezz'agosto, e lui, povero caro, a mezz'agosto moriva… cadendo banalmente da un cavallo imbizzarritosi al passaggio di un carro militare, mentre faceva una esercitazione… vittima immolata alla guerra. Aveva trentaquattro anni, e tanto amore ancora da offrire…
Resta Umberto, il mio amore di un giorno, nelle sue tele piene di sole e di vita…
E come scordare il poeta per eccellenza, il vate Gabriele… ricordo amaro, invero… forse il solo ricordo veramente amaro per un amplesso mai avvenuto; che roccia sul mio petto, questo lo ricordo! atroce…
E gli altri, ecco, mi scorrono davanti agli occhi socchiusi, uno dietro l'altro, in una passerella che fino alla fine non potrò mai dimenticare: Rebora, Boine, e Cascella, che bel ritratto mi fece in quel tempo fe
lice… Ho amato tutti, e tutti mi hanno amato…
Dino! Dino Campana. Con le sue follie, i suoi scatti d'ira, le sue pazzie, ma anche il suo amore sfrenato… quanto amore gli ho dato! Quanto! La passione e il fuoco ci facevano più giovani di quel che eravamo.

Smarrivamo gli occhi negli stessi cieli,
meravigliati e violenti con stesso ritmo andavamo,
liberi singhiozzando, senza mai vederci,
né mai saperci, con notturni o
cchi.

La sua vicinanza, il suo viso sofferente, gli occhi profondi, i capelli rossi, i dolci versi che rincorreva follemente non raggiungendoli mai… Quei versi mi struggevano… mi struggevano d'amore! E per amore poi l'ho dovuto fuggire, per non impazzire con lui, per non morire d'amore con lui… ero giovane, e volevo vivere, se fossi rimasta vicina a lui ci saremmo uccisi a vicenda. Io volevo vivere… quanto male mi ha fatto! E quanto male gli ho fatto! Anch'io ho le mie colpe…
Se potessi tornare indiet
ro…
E Quasimodo, ed Enrico Emanuelli... e Franco … Franco Matacotta, con la sua spensierata giovinezza… vicina ai miei sessant'anniFranco l'ho tenuto sul mio seno per dieci lunghissimi anni, come una mamma, prima che volasse lontano da me, che lo tenevo in una gabbia d'oro…
Sono stanca.. tanto stanca…
Vieni sonno… por
tami via…

marcello de santis

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Niente di nuovo sotto il sole

30 Settembre 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #il mondo intorno a noi

Niente di nuovo sotto il sole

Se non avete vissuto in una caverna in cima all'Himalaya, potreste aver sentito parlare di immigrazione, di diritti LGBTQ e teoria del gender. La polemica in Italia è stata molto aspra e, come accade sempre in questi casi, la voce più forte è di chi vorrebbe reprimere qualsiasi diversità e mantenere lo status quo. Queste persone si esprimono con termini discriminanti, razzisti e violenti, e rappresentano un fenomeno in forte crescita, generato dall'ignoranza e dal rifiuto di conoscenza. Il diverso è sempre stato oggetto di discriminazione in ogni periodo storico e la retorica che accompagna la discriminazione si appoggia su argomenti consolidati, basati su pregiudizi e su una differenziazione tra un noi positivo e un loro negativo.

Per supportare l'accoglienza sono stati fatti appelli alla solidarietà e a sentimenti umani o umanitari (le due cose non sono sempre correlate), ma questi appelli hanno esaurito la loro forza in poco tempo – come era lecito attendersi – e la foto del cadavere di un bambino ormai non fa più notizia. Giorni di storie strappalacrime sui due fratellini, sul bimbo morto e sul padre disperato, sui sogni della famiglia – notare il lessico, ricalcato dall'articolo ma comune a tutti i giornali, concentrato sui sentimenti del lettore e volto a stimolare empatia. Altri hanno parlato dell'indole migratoria umana, qualcuno ha confrontato il destino dei migranti con quello dei cervelli in fuga, altri hanno portato motivazioni economiche, ciniche ma capaci di dimostrare come l'immigrazione non sia il grande pericolo. Nessuno di questi messaggi è riuscito a superare la barriera noi/loro creata da chi si oppone alla presenza di stranieri sul suolo italiano.

Le ragioni sono semplici: la divisione noi/loro viene definita insormontabile, un'incompatibilità naturale tra culture diverse e si alimenta con la paura, la diffidenza e il razzismo latente. Nel momento in cui l'altro è visto come un pericolo per l'individuo, non esistono ragioni di solidarietà, di storia o di economia capaci di cambiare un'opinione tanto radicata, come dimostrato dai contro-slogan usati dai massimi esponenti della corrente anti-immigrazione (“aiutiamoli a casa loro” o “aiutateli a casa vostra”). Si potrebbe riassumere il concetto citando Lovecraft: “Il sentimento più antico e radicato nel genere umano è la paura, e la paura più antica è quella dell'ignoto”.

Stesso tipo di tensioni, e di divisione noi/loro, avviene tra eterosessuali e omosessuali. Anche qui fatti di sangue si susseguono, persone picchiate perché gay, adolescenti che si suicidano perché si sentono inadeguati. Intanto, gli estremisti fanno leva sulla diffidenza, sul sospetto, sulla discriminazione, mortificando e offendendo persone, proponendo una norma perché è la loro norma, sottomettendo il sentimento alla procreazione e generando altro odio. Sono tutte argomentazioni antiche, le stesse che portavano a bruciare le persone in piazza, o, in tempi più civilizzati, a condannarle ai lavori forzati. L'omosessualità non è più un reato, ma l'omofobia rimane e si esprime con l'emarginazione sociale, con la violenza psicologica e spesso anche fisica.

Uno degli argomenti preferiti degli estremisti è la protezione dei bambini, potenzialmente esposti e influenzati da comportamenti devianti. È lo stesso argomento da decenni, presentato in varie sfumature sia contro gli immigrati sia contro gli omosessuali. Oggi viviamo l'apoteosi della ‘teoria del gender’, una teoria inesistente, come spiegava Chiara Lalli. Se si applicasse questa teoria, i bambini si convincerebbero di poter scegliere quale sarà il loro sesso e il sesso dei loro partner una volta adulti. Il principio fondamentale della famiglia verrebbe distrutto. Non detto, il pericolo di un mondo formato solo da omosessuali e l'inevitabile estinzione della razza umana diventerebbero realtà. Quanto tutto ciò sia ridicolo lo ha capito persino il Ministero dell'Istruzione, con questa circolare, e anche il Papa, nel suo recente intervento al Congresso americano, ha dato la priorità ad altri problemi. In un passaggio del suo discorso papa Francesco dice:

Non posso nascondere la mia preoccupazione per la famiglia, che viene minacciata, come mai prima d'ora, dall'esterno e dall'interno. Vengono messe in dubbio le relazioni fondamentali, così come i fondamenti del matrimonio e della famiglia stessa. Posso solo ricordare l'importanza e, soprattutto, la ricchezza della vita familiare.

In particolare vorrei porre l'attenzione sui membri più deboli delle famiglie, i giovani. Tanti di loro sono attesi da un futuro ricco di possibilità, ma tanti altri sembrano disorientati e privi di uno scopo, intrappolati in un labirinto di violenza, abusi e disperazione.”

La prima parte è anche riferita alle unioni omosessuali, ma persino il Papa sembra ritenere più importanti altre questioni. Il Papa. Il massimo esponente del Cattolicesimo. Forse non sarà mai favorevole alle unioni omosessuali, ma indicando priorità diverse lancia un messaggio molto forte nei confronti di chi si batte con tanto ardore per la causa eterosessuale.

Per superare la divisione noi/loro l'unica via è conoscere l'altro, e in questo la letteratura dovrebbe giocare un ruolo fondamentale. Fuori dall'Italia questo in parte accade. ‘L'estero’ non è un paradiso, è pieno di contraddizioni, per ogni paese pronto ad accogliere migranti o a legalizzare i matrimoni omosessuali ci sono paesi che chiudono le frontiere costruendo muri vecchio stile, in mattoni e filo spinato o che arrestano esponenti dei movimenti omosessuali. Nessun paese si salva dalle tensioni, Stati Uniti in testa, dove non è mai stata davvero affrontata la questione della schiavitù nera, una questione fonte ancora oggi di tensioni fortissime nonostante il presidente abbia la pelle nera. E la popolazione nera negli USA è solo la punta di un iceberg composto dai milioni di “latini” e altre minoranze.

Ma in tutta la comunità letteraria anglofona qualcosa si sta muovendo, c'è una spinta evidente a cercare voci diverse nella narrativa e si è sviluppato un dibattito sulle discriminazioni, grazie ad autori che provengono da tutti i gruppi etnici. Un esempio su tutti, dei finalisti del Man Booker Prize 2015, solo due sono bianchi. E nella letteratura di genere la tensione è evidente, se un gruppo di scrittori, noto come Rabid Puppies, sostenitori di posizioni razziste, misogine e omofobe, ha truccato i voti dell'ultimo Hugo Award, costringendo gli organizzatori a non assegnare il premio in cinque categorie. La non assegnazione è una scelta corretta, ma rappresenta comunque una vittoria per i Puppies, e le reazioni nel mondo della Speculative Fiction non si sono fatte attendere. Il dibattito, tutt'ora in corso, è particolarmente acceso e la maggior parte degli autori, qualsiasi sia la loro origine, sta facendo fronte comune sulla questione.

In Italia questo dibattito è inesistente, gli unici attori sono membri del mondo politico – più attenti al ‘bene superiore’ – o blogger, come chi scrive, che non hanno intenzione di concedere una facile vittoria a posizioni conservatrici. Dove sono gli scrittori che potrebbero raccontare queste storie, suscitare un dibattito sull'argomento? Vanni Santoni, in un'intervista rilasciata in occasione del trentennale della morte di Italo Calvino, faceva questa riflessione:

Esagerando un poco, ma neanche troppo, si potrebbe dire che i lettori di narrativa contemporanea sono arrivati a essere non solo una nicchia ma addirittura una subcultura, e tanto basterebbe.

Non si può però negare che ci siano anche ragioni strutturali per la situazione attuale: gli spazi che hanno gli scrittori sui giornali maggiori, per non parlare degli altri media, sono relativamente ridotti, e anche quando se ne incontrano, la sopravvenuta legge della supremazia del venduto fa sì che vi si vedano autori midcult più spesso di altri ‘letterari’, e se questo si combina col sempre minor spazio che hanno in generale i libri sui media (pensiamo anche alla sostanziale esclusione dei critici di professione dai medesimi), l'effetto di ‘perdita di peso relativo’ degli scrittori è inevitabile.”

Involontariamente, Santoni ha risposto alla mia domanda ma, aggiungo io, se agli scrittori (e ai critici) non viene dato spazio, è anche perché non c'è interesse. Eppure il rinnovamento di una cultura, elemento fondamentale per non cadere in una stasi portatrice di arretratezza, nasce dal cambiamento e dall'ibridazione. Solo in questo modo si possono considerare nuovi punti di vista e sviluppare nuove idee in ogni campo, sociale, artistico, economico, politico etc. Dovrebbe essere argomento di discussione sui giornali e sulla rete, invece il dibattito è inesistente e i sostenitori delle due correnti parlano con appelli alla solidarietà, frasi urlate e l'immancabile ironia derisoria tipica dei social network.

E intanto, qualche sera fa passavo davanti a un elegante albergo vicino Campo dei Fiori a Roma e un distinto signore in giacca e cravatta ironizzava su come sarebbe meglio rimettere quell'ambulante, che cercava di vendere dei fazzoletti, su un gommone.

Stessi argomenti, stesse tensioni, stesso rifiuto di prendere posizione, in Italia come e più che all'estero. Niente di nuovo sotto il sole, quindi. Ma ci sono nuovi soli. E brilleranno presto, non importa quale posiziona si scelga di tenere.

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Giovanni Boine

29 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Giovanni Boine



Giovanni BOINE
(1887-19
17)



Questi ulivi arrampicati al monte, che il vento affatica soffiando dal mare, mi somigliano molto.
Io sono forte, come questi ulivi della mia terra. Ma qualcosa si è rotto dentro, lo so. Non ho scampo. La vita breve che ho vissuto m'è costata cara; e la sto pagando con la sola cosa che ho: la giovinezza.
Non si direbbe a vedermi, vero? Forte, alto, - mi dicono - e con gli occhi dolci, e duri allo stesso tempo. I miei occhi dolci!Mi permettono di esistere ancora, i miei occhi!
Per me, adesso, vivere vuol dire guardare il mio bel mare di Liguria; dall'alto di questa collina; e bagnarmi il viso col vento che spira dalle sua acque chiare. Dolce brezza che mi tiene sveglio e vivente… ancora…
Morire a trent'anni!
Perché?
Che male ho fatto?
O esiste un disegno più grande di noi, cui dobbiamo la fede…o esiste il nulla... il nulla… e nulla più… Morire… e non ho che trent'anni…

La mia fede la getto alle ortiche, come suol dirsi… ma voglio… voglio gridare gridare gridare… gridare ancora, fino a che mi è concesso di farlo… gridare senza stancarmi al cielo infinito… anche se so che è inutile…
Morirò, lo so, e lo sento più forte nelle mie notti insonni… notti di pensieri, a volte di lacrime… quasi sempre notti permeate da un incubo ricorrente: la mia piccola morte.
Di me, lascio poco, molto poco: "i frammenti", i "frantumi, che m'hanno accompagnato passo passo, in questi brevi anni, per le colline della mia terra, che dal mare s'arrampica al cielo.
"Torbido nell'agonia, è il mio corpo, enorme…", scrivevo. E ancora: "… quando ti stringo la mano e tu ripigli sicuro il discorso di ieri, non so qual riverbero giallo di ambigua impostura colori di dentro l'atto di me che t'ascolto. Fingo d'essere con te e non ho cuore a dirti d'un tratto: "Non so chi tu sia !". Amico, in verità, non so chi tu sia. E come tu vuoi ch'io rinsaldi l'oggi all'ieri labbra d'abisso, ferita divaricata dell'infinito?
Sentivo già la fine?
Tento spesso di non pensarci, ma la cosa mi torna martellante.

"… giungono a volte le lente sere della malinconia,
che vado zitto per l'ombre, e tutto è scord
ato…".

Sono attimi di tregua mentale, ché, tosto, ritorna il pensiero della morte…

E per "Plausi e botte", non me ne vogliano quelli delle "botte", quelli che sono stati da me bastonati; ho cercato di colloquiare con loro, perché seguendo i miei consigli, diventassero scrittori veri, poeti veri. Gli altri, quelli dei "plausi", abbiano nella vita, la fortuna che … io non ho.
Per me, vedo solo il buio, davanti.
Le altre modeste opere da "Il peccato" a "la ferita non chiusa" siano solo per un mio ricordo, agli amici.

Scrissi un giorno: "… quando la sera mi corico, è così placida l'ombra e così buono il sonno! Ma ora, com'è ora? Com'è ora? Ne buio un gemito gonfia, con freddi e brividi; non so com'è: nel nulla nero, un gemito!" Lo scrissi un giorno - sembra tanto lontano - ma è oggi, o è già domani, è il destino, che mi precede e mi segue. Come vorrei tornare bambino, quando - ricordo - mi lasciavo baciare dal sole, disteso per terra, lassù, sulle colline dov'era la casa del nonno! Le donne parlavano e correvano per casa, affaccendate, e fuori i fichi bianchi e neri seccavano al sole. Il mare, di sotto, in lontananza, emetteva il richiamo d'amore che m'addolciva il cuore.
Come vorrei tornare bambino… quando ancora la sorte segnata non m'era conosciuta, e godevo la gioia di vivere… e sognare… Oggi non più.
E tu, caro Mario Novaro, ricordati quanto t'ho chiesto e tu m'hai promesso. Lascia per istante la tua "Riviera Ligure". La Riviera Ligure! Che bella rivista letteraria abbiamo fatto e cresciuta, come una figlia comune, io e te, insieme! Io, te e i cento poeti e i cento scrittori e i cento amici! Lasciala dunque per un attimo, e aiutami! Aiutami! E ricorda soprattutto quell'angolo di cimitero che t'ho indicato - dove voglio posare. Stammi vicino e sorridimi.
Ancora per un poco…

marcello de santis

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Carlo Bini

28 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #storia

“Città di pittori, Livorno neanche sospetta di aver avuto tra i suoi figli migliori anche qualche buon poeta. Incuriosa di sé e della sua storia, ferma ai miti del Fattori e del Mascagni (gli unici a suo avviso – che le servono a tener testa alla boria delle consorelle toscane), Livorno si è dimenticata così anche di Carlo Bini.”g>

Così Giorgio Fontanelli esordisce nella prefazione a Il forte della Stella di Carlo Bini, (1806 – 1842) un altro dei personaggi dimenticati e trascurati della storia e della letteratura, non solo livornese ma nazionale.

Democratico e romantico, fu brillante, intelligente, creativo, ma di carattere irrequieto, indocile e ribelle. Nacque da famiglia umile, in Via delle Galere, frequentò il collegio dei barnabiti, dove conobbe il Guerrazzi, ma fu costretto a interrompere gli studi e dedicarsi controvoglia al banco di granaglie e cereali del padre, cosa che lo umiliò e condizionò per tutta l’esistenza, frustrando le sue aspirazioni politiche e intellettuali. Continuò a studiare da autodidatta, imparando da solo greco e latino ma anche tedesco, francese e inglese, traducendo Byron e Sterne

Insieme a un gruppo di giovani di buona volontà, fra i quali Guerrazzi e Mazzini, fondò nel 1829 L’indicatore livornese, giornale politico ma anche letterario, il cui motto era Alere flammam, alimentare la fiamma! Lo diresse con Guerrazzi fino al trenta, poi attirarono l’attenzione del granducato per la loro vicinanza a Mazzini e alla Giovane Italia e per il proselitismo negli ambienti popolari. Bini amava frequentare, infatti, i quartieri più umili della città, mescolandosi a operai e navicellai, restando coinvolto nelle zuffe in bettole e taverne fino a esserne seriamente ferito. Come afferma Mazzini: “La sua gioventù trascorse fra i rozzi e rissosi popolani della Venezia.” C’è chi sostiene che l’arresto fu dovuto anche ad un articolo scritto da Bini contro l’accademia culturale labronica, che, a suo dire, si occupava solo di "cianciafruscole in prosa ed in rima". Gli accademici livornesi fecero giungere l'eco delle loro querele per gli oltraggi del Bini sino all'orecchio del Granduca.

Nel carcere di Portoferraio, in cui rimase da settembre a dicembre del 1933, Bini scrisse le sue due opere principali. La più conosciuta è il Manoscritto di un prigioniero, che è rimasto famoso nella memorialistica risorgimentale come scritto rivoluzionario per l’epoca, perché rivendicava i diritti dei poveri alla stregua del Saint Simon, il fondatore del socialismo.

Una ferma volontà di rigore stilistico, col proposito di alleggerire e sollevare la materia in un romantico arabesco di riflessioni ironiche, di fantasie e di umorismo alla Sterne, si vede […] nel Manoscritto di un prigioniero (1833) del livornese CARLO BINI, ma dietro lo scintillio di quell’arte ancora immatura e apparentemente svagata sta uno spirito serio, pensoso, preoccupato delle ingiustizie sociali” (Natalino Sapegno)

L’altra opera è Il forte della stella, atto unico teatrale di cui furono pubblicati solo pochi esemplari.

Messere, io non ho mai visto la giustizia; però non so dirvi se ella sia cieca, o se abbia vista di lince, o se porti gli occhiali. La vedrei bensì volentieri cotesta matrona; la vedrei volentieri non per altro, badate, che per baciarle le mani. Solamente vi dirò, che a Livorno un contadino una volta affacciandosi a un tribunale a dimandare se stesse lì la Giustizia, gli fu risposto aspramente: - Fuori, fuori; qui non ci sta la Giustizia.” Carlo Bini, “Il forte della Stella” (pag.226)

Anche quando frequentò i salotti, Bini vi trasferì il suo gusto guascone, l’irriverenza labronica, il sarcasmo che mitigava la retorica romantica, la capacità di trasformare in cultura il quotidiano - forse tutte caratteristiche dovute ai suoi trascorsi da venditore - ma seppe arricchirle di uno spirito intellettuale tutt’altro che provinciale, bensì europeo.

Oltre agli scritti politici, produsse anche testi privati, come l’accorata lettera al padre e le settantotto epistole per Adele Perfetti, adultera alto borghese, sua amante per un anno, poi deceduta. La morte di Adele lo gettò nello sconforto e lo allontanò dalla politica, suscitando lo sdegno morale del Guerrazzi.

A rivalutarlo, invece, fu Mazzini, che scrisse una prefazione anonima ai suoi scritti, dopo la sua morte, avvenuta nel 1842.

Riferimenti

Giorgio Fontanelli, prefazione a Carlo Bini, Il forte della Stella, Successori Le Monnier, Firenze, 1869

www.intratext.com/IXT/ITA2438/_P6.HTM

Democratic and romantic, Carlo Bini was brilliant, intelligent, creative, but restless, indocile and rebellious. He was born of a humble family, in Via delle Galere in Livorno, he attended the college of the Barnabites, where he met Guerrazzi, but was forced to interrupt his studies and unwillingly devote himself to the father's grain and cereal stand, which humiliated and conditioned him throughout the existence, frustrating his political and intellectual aspirations. He continued to study as a self-taught, learning Greek and Latin alone but also German, French and English, translating Byron and Sterne

Together with a group of young people of good will, including Guerrazzi and Mazzini, he founded the Indicatore livornese, political but also literary newspaper, whose motto was Alere flammam, to feed the flame! He directed it with Guerrazzi until the thirties, then they attracted the attention of the Grand Duchy for their proximity to Mazzini and for Young Italy and for proselytism in popular circles. In fact, Bini loved to frequent the humblest districts of the city, mixing with workers and shipbuilders, getting involved in the scuffles in taverns until he was seriously injured. As Mazzini states: "His youth was spent among the rough and quarrelsome people of Venice district." There are those who argue that the arrest was also due to an article written by Bini against the Labronic cultural academy, which, according to him, dealt only with "pranks and rhyming jokes". The Livornese academics sent the echo of their lawsuits for Bini's outrages to the ear of the Grand Duke.

In the Portoferraio prison, where he stayed from September to December 1933, Bini wrote his two main works. The best known is the Manuscript of a prisoner, who remained famous in the Risorgimento memorials as a revolutionary writing for the time, because he claimed the rights of the poor in the same way as Saint Simon, the founder of socialism.

 

"A firm will of stylistic rigor, with the aim of lightening and raising the material in a romantic arabesque of ironic reflections, fantasies and humor as the one of Sterne, can be seen [...] in the Manuscript of a prisoner (1833) by CARLO BINI from Livorno, but behind the sparkle of that still immature and apparently absent-minded art lies a serious, pensive spirit, worried about social injustices "(Natalino Sapegno)

 

The other work is Il forte della stella, a single theatrical act of which only a few copies were published.

 

Sir, I have never seen justice; so I can't tell you if she is blind, or if she has a lynx sight, or if she wears glasses. I would rather see this matron willingly; I would gladly see her for nothing else, mind you, to kiss her hands. Only I will tell you, that in Livorno a farmer once looking out to a court to ask for justice, was replied harshly: - Outside, outside; here there is no justice. " Carlo Bini, "The Fort of the Star" (pag.226)

 

Even when he frequented the literary salons, Bini transferred there his Gascon taste, the Labronic irreverence, the sarcasm that mitigated the romantic rhetoric, the ability to transform everyday life into culture - perhaps all characteristics due to his past as a seller - but he was able to enrich them with an intellectual spirit that is anything but provincial, rather European.

In addition to political writings, he also produced private texts, such as the heartfelt letter to his father and the seventy-eight epistles for Adele Perfetti, an adulterer of the bourgeois, his lover for a year, then deceased. Adele's death threw him into despair and turned him away from politics, arousing Guerrazzi's moral indignation.

 

To revalue him, however, was Mazzini, who wrote an anonymous preface to his writings, after his death, which occurred in 1842.

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Dino Campana

27 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Dino Campana



Dino CAMPANA
(1885-1932)



Sono già dieci anni che sono qui, dieci anni che la guerra è finita; dieci anni che anch'io ho perduto la mia guerra. Oggi mi è concesso solamente di guardare laggiù all'orizzonte, dove il sole che scende mi riporta alla mente - non più sana, dicono - la mia vita randagia.
I miei "Canti Orfici…", dolce ricordo della "mia letteratura". Era il mio passaporto per la vita

Sento forte, ora, la nostalgia dei miei versi vestititi di musica europea!

E Binazzi! Bino Binazzi che mi ha riempito il libro di errori, nella sua nuova edizione. Era meglio forse, tenerli per me, i miei versi…non li avessi mai pubblicati!
E mio padre, il mio povero papà maestro di scuola che ha raccolto i soldi tra i colleghi di lavoro tra gli amici e i conoscenti, per farmi contento! Per fare stampare i miei versi. i miei versi incompresi… Nessuno li ca
piva.
Ma come possono capirli! Se sono matto! Quante volte nel mio gironzolare per il mondo, sono stato fermato dagli sbirri; quante volte sono stato preso con la forza, trasportato di peso, riportato a casa, ricoverato! Eh, sì… sono matto! Dicono che sono matto.

Certo, talvolta ho ecceduto, è vero, nei miei comportamenti; lo riconosco. Ma pure gli altri, però!
Mi scansano, mi ridono dietro, mi sberleffano, mi additano come uno spostato… mi fanno i versi…
Sono dispiaciuto. Ma non di morire.
Chiederei scusa - se potessi - a tutti quelli "male capitati" tra le mie mani, quando mi trovavo nei tristi momen
ti di follia.
E i litigi!
I litigi con la mia cara adoprata Sibilla, e gli insulti. Come me ne dispiaccio! … E le percosse… e le follie… più folli!
Ma anche, e sopra ogni cosa, l'amore! Io ti scopersi e ti chiamai Sibilla! Come ti ho amato, cara Sibill
a!! Come ti amo, cara Sibilla!

Mi sono messo in viaggio questa mattina con un tempo magnifico e per tutta la mattina ho pensato a te come per raccoglierti intorno gli ultimi splendori della bella stagione nei prati umidi,
… un verde intenso di velluto.
Non ti dirò le sciocchezze che servivano di pretesto al mio amore,sono di quelle che non mi vuoi perdonare. Cantavo.Figurati che avevo per ritornello “io ti scopersi e ti chiamai Sibilla”… Volevo anzi telegrafartelo senz’altro questo ritornello, come una protesta brutale della sanità vitale del nostro amore, unica ambigua e chiara risposta alle tue possibili ansie.
Mi avvicino al mio fatale paese. Addio amore, ritroverò forza tra le braccia della
mia Sibilla. ..io ti amo. Tuo Dino

Dove sei? Mi pensi ancora? Potrò mai rivederti, riaverti tra le mie braccia… magari lassù, nella nostra casetta… Come vorrei cara Sibilla, non essere mai esistito! (Dove sei, ora? Mi ami ancora? Ami ancora il tuo Dino Dino Dino…).

Soltanto le mani sono ancora dolci. Stanotte, ti daranno il sonno? Nel tuo paese.
E poi addormentarmi — e svegliarmi il mattino di Natale, bimba.
… oh Dino, Dino, che cosa si scioglie nel cuore di Rina?
Silenzio, tienmi le mani.
Nessuno m’ha detto mai, da bimba, una favola bella.
Guardavo le stelle, come te.
Stanotte non ci saranno.
Ci saremo noi, favole, stelle, cose lontane, irraggiungibili.
Nessuno mai più ci coglierà, anche se crederà vederci, sentirci.
Stelle.
Tienmi le mani, prendine tutta la dolcezza, toglimi tutto, sono tanto felice di morire, ma tu ma tu…
Tremo, mi guardo
intorno, non vieni ancora, l’acqua scorreva…

Se esistere voleva dire soffrire e farti soffrire!
Io ti amavo, io ti amo!
E sono qui, in questo ricovero per matti, che gli altri, quelli "per bene" chiamano impropriamente casa di cura; ipocriti che sono!
Questo dove m'hanno rinchiuso è un manicomio; questa è la parola giusta; eh, sì, se sono matto!
Lontano da te da tutto e da tutti, lontano da tutto ciò che amavo.
La nostra casetta, ricordi?
i nostri amplessi, ricordi?
Il nostro breve intenso amore carnale…
… è finita questa specie d'amore, ma io … io ti amo! Io ti amo!

Sul più illustre paesaggio
Ha passeggiato il ricordo
Col vostro passo di pantera
Sul più illustre paesaggio
Il vostro passo di velluto
E il vostro sguardo di vergine violata
Il vostro passo silenzioso come il ricordo
Affacciata al parapetto
Sull’acqua corren
te I vostri occhi forti di luci.

Ho quarantatrè anni. E la mia vita è finita, da dieci anni è finita, definitivamente finita.
Vegeto. E attendo la notte che venga amica ad inghiottirmi nella sua follia. Cerco la notte… disperatamente.

Ecco la notte: ed ecco vigilarmi
E luci e luci: ed io lontano e solo:
Quiete è la messe, verso l'infinito
(Quieto è lo spirto) vanno muti carmi
A la notte: a la notte: intendo: Solo
Ombra che tor
na, ch'era dipartito.

Cerco il sonno… disperatamente. Il sonno… che duri, eterno, a sciogliermi nel sogno dei miei lunghi viaggi per le terre, dove soli amici erano a me il bastimento, e la pampa... e i silenzi degli spiriti, e il russo e Olimpia e le torricelle rosse altissime, e Marradi paese maledetto che m'ha dato una vita amara, che vide nascere all'infelicità un poeta nuovo, un poeta incompreso! Paese cattivo, dove i ragazzi mi deridevano e mi schernivano; dove solo rimedio alla solitudine erano per me le andate per i monti, le fughe, e i ritorni… e i miei versi tormentati…

Oro, farfalla dorata polverosa perché sono spuntati i fiori del cardo? In un tramonto di torricelle rosse perché pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la prima volta che la vidi nella prima gioventù?
Dei fiori bianchi e rossi sul muro sono fioriti.
Perché si rivela un viso, c’è come un peso sconosciuto sull’acqua corrente la cicala che canta.
Se esiste la capanna di Cèzanne pensai quando sui prati verdi tra i tronchi d’alberi una baccante rossa mi chiese un fiore quando a Berna guerriera munita di statue di legno sul ponte che passa l’Aar una signora si innamorò dei miei occhi di fauno e a Berna colando l’acqua, lucente come un secondo cadavere, il bello straniero non poté più sostare?
Fanfara inclinata, rabesco allo spazio dei prati, Berna.
Come la quercia all’ombra i suoi ciuffi per conche verdi l’acqua colando dei fiori bianchi e rossi sul muro sono spuntati come tra i fiori del cardo i vostri occhi blu fiordaliso in un tramonto di torricelle rosse perché io pensavo ad Olimpia che aveva i denti di perla la
prima volta che la vidi nella prima gioventù.

Non mi hanno compreso. Nessuno mi ha capito. "… io facevo un poco di arte…" Poi ho dovuto smettere perché la testa non mi sorreggeva più. Io facevo un poco di arte, ma non la capivano, i signori di Firenze, i signori delle lettere, essi che erano "il putridume della poesia". Giudicavano "nulla" la mia poesia, ma era perché non la capivano, né si sforzavano di capirla…"… la mia poesia nuova europea musicale…"
Se potessi, tornerei tra i tavoli notturni delle Giubbe Rosse, a vendere ancora le copie dei miei Canti orfici. Lo farei ancora. E a Marinetti, a Papini, a Soffici, tornerei a dare - gratis - la sola copertina e uno - al più due fogli - le sole cose che fossero in grado di capire…

marcello de santis

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Giuseppe Iannozzi, "Fiore di passione"

26 Settembre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Giuseppe Iannozzi, "Fiore di passione"

Giuseppe Iannozzi

Fiore di passione

Lulu - Pag. 208

E-Book e. 4

Cartaceo Hardcover e. 22,60

Da tempo sostengo che dovremmo tornare alla poesia, la regina delle nostre lettere, colei che contiene tutta la nostra tradizione. Il problema di un editore è che in questo periodo storico non vende. Per questo al Foglio Letterario (www.ilfoglioletterario.it) facciamo libri di poesia e li regaliamo in e-book, scaricabili gratuitamente su Amazon. Non solo, ci mettiamo a fare lavori poetici di traduzione: Il peso di un'isola di Virgilio Pinera, La patria è un'arancia di Felix Luis Viera... e molti altri, per non guadagnarci niente, solo per fare cultura. A volte proviamo a vendere poesia, ma l'insuccesso è garantito, ché nessuno la compra. Peccato.

Giuseppe Iannozzi ci sorprende perché percorre la nostra stessa strada e lo fa con un e-book autoprodotto intitolato Fiore di passione, 208 pagine telematiche che contengono un florilegio del suo corpus poetico amoroso, il meglio del meglio di quanto è andato componendo in anni di onesto servizio letterario. Conosciamo Iannozzi come sagace critico - animatore culturale di un seguito blog - e abile narratore, autore di romanzi originali come Angeli caduti, L'ultimo segreto di Nietsche, La lebbra, La cattiva strada e persino di racconti di matrice bukowskiana, che poco hanno a che vedere con la lirica amorosa. La poesia erotica di Iannozzi è introdotta da una suggestiva copertina, un olio su tela di Mariarosa Marchini intitolato Fanciulla in amore, ideale per dare il via a una serie di composizioni di matrice classica nelle quali l'autore non disdegna l'utilizzo di licenze ottocentesche come alma (anima) e perigli (pericoli). Prose poetiche (Occhi di zaffiro, Vite parallele...) e liriche composte ricorrendo al verso libero, moderne ma non troppo, ché l'impianto è ottocentesco, decadente, crepuscolare, tanto da ricordare Gozzano e Corazzini, sentimentale senza scadere nel retorico e nel sentimentalismo. Leggiamo qualche verso per rendercene conto con i nostri occhi.

Il più bel bacio me l’hai dato tu

tra l’infinito e il cielo blu

là dove placido scorre il fiume

La bocca tua l’alma mia ha divorato

veloce gettandola

in un dolce panico – affannato –

per subito trarla in salvo

con gli occhi giurandomi

che mai sarebbe finita la magia.

Una raccolta compiuta che rappresenta un unicum nell'opera letteraria di un intellettuale completo, vivace e controcorrente, scritta per indagare il sentimento amoroso in tutte le sue forme e rappresentazioni, in senso leopardiano, come un sentimento assoluto. Iannozzi parla di desiderio, bellezza, gioco erotico, fantasia, passione, sensualità, carnalità, spiritualità. Perché l'amore è amore, come dicono i versi di una canzone, pure lei un po' poesia, in fondo. Leggiamo ancora un significativo estratto.

Piano volteggia sulle pianure

sotto lo stormire degl’alberi

una sì tanto strana creatura

che anche a fissarla bene sfugge

e quasi all’occhio non par vera;

le ali il vento gliele riempie

tra bianche nuvole e azzurro;

con l’indice m’indichi il volo,

e tosto ti dimostro ch’è Chimera

che sugl’Oglio, solitaria a Dio,

ha dell’angelo smesso i panni

per tentare a Isola la fortuna

Non si nasconde dietro i sentimenti, il nostro Iannozzi. E parla d'amore. Perché solo chi non ha mai scritto lettere d'amore fa veramente ridere. E lui, proprio come Pessoa, ha il coraggio di scriverle.

Consigli per gli acquisti:

Il cartaceo (hardcover) - http://www.lulu.com/shop/giuseppe-iannozzi/fiore-di-passione/hardcover/product-22356916.html

L'ebook (pdf): http://www.lulu.com/shop/giuseppe-iannozzi/fiore-di-passione/ebook/product-22358292.html

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Vincenzo Cardarelli

25 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Vincenzo Cardarelli


Vincenzo CARDARELLI
(1887-1959)



Forse il tempo di stare al mondo è finito, e io me ne devo andare… Il mio biglietto è scaduto.
Ho passato i sessanta, ormai, ma da molto più tempo mi sento vecchio, più vecchio di quello che sono, come si dice: un vecchio decrepito. Sono solo, e in effetti sono sempre stato solo; senza parenti e senza amici (colpa del mio caratterino; cercare di stare sempre lontano da tutti, solitario, silenzioso, un po' per timidezza, molto - dicono - per scontrosità.) E sempre senza soldi.
In questa stanza gelida non riesco né a pensare né a scrivere. Il freddo è, ed è stato per tutta la mia vita, il mio peggior nemico. Ho freddo! Non posso quasi più camminare e mi sento rotto in tutto il corpo. Devo stare a letto; sto bene, fisicamente dico, soltanto quando mi alzo verso le sei o le sette di sera; e poi succede che la notte non dormo. Non ho mai dormito, più di una o due ore al massimo, fin da ragazzo, e questo mi ha distrutto, giorno dopo giorno, a nulla sono valse le medicine, le cure. L'anemia cerebrale che mi ha intorpidito fin da quando avevo vent'anni non mi lascia un attimo di quiete. E ancora: ho il fegato a pezzi (non ha mai funzionato come avrebbe dovuto e dovrebbe) e il medico mi ha trovato disturbi circolatori; dovuti alla pressione.
Ecco: questo è il mio ritratto di oggi. Perché un'esistenza così povera, così grama, doveva toccare proprio a me?! A me che non faccio male a nessuno, che non vivo che per le lettere.
Ho passato la vita intera a pensare e a scrivere (non so far altro…).
Quanto tempo è trascorso, da quei miei Viaggi nel tempo che Vallecchi mi pubblicò quasi trent'anni fa! E "Il sole a picco! E poi "Il cielo sulle città" e "Solitario in Arcadia", che da poco ha visto la stampa ad opera di Mondadori.
E adesso? Adesso, i miei mali, mi lasceranno vivere ancora? Ne sarò capace, fisicamente? Ché, di idee e lavori già iniziati, ne ho tanti qui sul tavolo, e nei cassetti! Col materiale che ho, già ne potrebbero venire fuori altri tre o quattro volumi. Ma non ce la faccio, neppure a tenere la penna; ho le dita ghiacciate, anchilosate. Mamma, che freddo! Forse sono giunto al capolinea! "Forse il mio biglietto è scaduto!" Davvero; e nonostante le mie opere!
Sono solo, e senza denaro. Senza soldi in effetti sono sempre stato, fin dalla mia prima fuga da Corneto, la Tarquinia degli etruschi! forse sono anch'io un poco etrusco, ho il sangue di quel popolo nelle vene. Avevo diciassette anni e molti sogni di gloria.
In questo momento (ma quanti momenti simili a questo!) non ho soldi neppure per arrivare alla fine del mese. Miei nemici, oltre i malanni, sono le tasse, la pigione (sono in arretrato di qualche mese), il dentista (quanto soldi gli ho dato! e mi ritrovo ugualmente senza denti…)
Ricordo tutte le mie poesie, e quel caro volumetto, "Poesie nuove"
Ma che freddo!
Il freddo e la mancanza di pecunia!
Povero e abbandonato, da tutti.
Amici e nemici (che poi non è che ne avessi, di nemici…) Gli amici invece, anche questi pochi invero, debbo confessarlo onestamente, mi hanno sempre aiutato; così qualche editore, o direttore di giornale, anticipandomi (quante volte lo hanno fatto!) i compensi per i miei scritti e per le mie corrispondenze; e per i miei articoli e saggi. Tutti - ad eccezione dei romani menefreghisti delle necessità degli altri - tutti sono stati cortesi e gentili con me; talvolta addirittura premurosi.
Ma il denaro, sempre, mi è bastato per sopravvivere appena dignitosamente. E quando ne ho avuto, ho pensato a chi ne aveva più bisogno di me. E adesso sono costretto a tentare di sopravvivere; come del resto ho fatto da sempre. Sopravvivere, sì, è il termine giusto, sopravvivere, parola giusta, ma come è brutta! E sto sopravvivendo… almeno fino alla fine del mese. Eppoi… speriamo… qualche santo provvederà… Avrei bisogno di ristampare le mie opere, per avere qualche soldo per tirare avanti. Ma a chi chiederlo?
Quasi quasi me ne torno al mio paese, tra il profumo degli etruschi!

Io nacqui forestiero in maremma, di padre marchigiano,
e crebbi come un esiliato, assaporando con commozione precoci tristezze
e indefinibili nostalgie.
Non mi ricordo la mia famiglia, né la casa dove son nato, esposta a mare,
nel punto più alto del paese, buttata giù in una notte come dal
l'urto di un ciclone,
quando io avevo due anni appena. (da: Memorie della mia infanzia)

Qui, del resto sto bene. Ho una piccola sovvenzione dal governo, ma non mi basta. Fastidi col partito non ne ho mai avuti se non qualche premio in denaro mancato per avere ritardato a rinnovare la tessera. Quanto entra nel mio misero bilancio, però, non è sufficiente per i miei pur limitatissimi bisogni. Avrei bisogno di un paio di calzoni pesanti, e di un cappotto. Ma come devo fare? Non esco quasi più per il freddo; ho diradato anche le mie visite al caffè Aragno; quanti amici incontravo là, quante discussioni intavolate, tutte costruttive, quante poesie ho abbozzato su quel tavolino della terza saletta, che mi ha visto tante ore a scrivere a pensare, e parlare con gli amici poeti e scrittoi, forse non mi vedrà più…
Ho bisogno di stare a letto, al caldo, per non morire.
Quando viene l'estate?
Ho freddo, tanto freddo!
Questo freddo mi sta uccidendo…

marcello de santis

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L'industria del corallo a Livorno

24 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

L'industria del corallo a Livorno

L'industria del corallo a Livorno copre tre secoli, dal seicento fino alla prima metà del novecent, ed è caratterizzata da alti e bassi, da fioriture e declini, decretati soprattutto dalla concorrenza francese e giapponese.

Nasce con i primi insediamenti di ebrei a Livorno nel 1602/3. Si sviluppa presto in un fiorente commercio internazionale, che porterà poi molte famiglie a emigrare nuovamente in Inghilterra, da dove il corallo parte per l'India. Sappiamo che sia il granduca Leopoldo sia l'imperatore Giuseppe d'Asburgo visitano le fabbriche.

Il settecento è il secolo del trionfo del corallo, viene inventato il sistema della brillantatura con polvere di pomice e segatura, e si svolgono grandiose fiere con compratori provenienti da tutta l'Europa.

Le barche di Torre del Greco pescano il corallo in Corsica e in Sardegna e il prodotto viene venduto a Livorno. Nella fretta di arrivare al porto, e temendo di trovare il prezzo già calato, gli equipaggi rischiano di perdere la barca. Ancora oggi, chi intraprende un'azione azzardata, dice: "A varca'nfunno, a mercanzia a Livorno". Si stabiliscono poi definitivamente da noi alcune famiglie di Torre del Greco, armatori e corallai insieme.

Napoleone affossa il commercio, ponendo una tassa sulla patente di pesca, allo scopo di favorire i corallai marsigliesi. Con l'ottocento, però, l'industria del corallo rinasce.

Per essere alla moda, i corredi di nozze devono comprendere collane, vezzi, croci fatte da orefici livornesi. Le maestranze sono quasi esclusivamente al femminile. Per montare i coralli occorrono mani piccole, svelte, e buoni occhi. Le ragazze lavorano per otto ore d'inverno e dieci d'estate, in stanzoni dalle grandi finestre, per sfruttare la luce naturale. Le livornesi sono pagate più che le colleghe al sud e gli stipendi sono gratificanti. Le fabbriche sponsorizzano opere pie e asili di carità, dove viene insegnato il mestiere alle orfanelle. I corallai sono soliti ritrovarsi al caffè Folletto, nei pressi di piazza Cavour.

Quando la Francia colonizza l'Algeria, da sempre fonte principale del corallo, dopo che quello sardo si è esaurito, a Livorno i profitti calano. Poi la Francia impone ai livornesi che pescano in Algeria di prendere la cittadinanza francese e questo dà il colpo di grazia all'industria del corallo, che si trascinerà sempre più debolmente dagli inizi del novecento fino alla sua prima metà. La concorrenza giapponese si somma a quella spietata francese, le grandi corti europee, da sempre clienti, spariscono, si susseguono guerre devastanti come quella italo turca e le due mondiali, la crisi del 29 deprime l'economia, le leggi razziali mettono in fuga le famiglie ebree.

Gli ultimi a chiudere i battenti sono i Lazzara, ma all'industria del corallo, dal seicento fino al novecento, è legato il nome di molte casate conosciute e facoltose. Solo per citarne qualcuna: i Chayes, gli Attias, i Buttel (proprietari anche di gioiellerie a Parigi), i Franco, i Palomba, i Coen.

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