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La casina delle rose

2 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

La casina delle rose

Siamo giunti alla fine della serie “i mitici anni 60” presentata da Giovanni D'Ippolito che, con il suo ultimo racconto, vede i giovani liceali di paese approdare nelle grandi città per frequentare i corsi universitari. Sullo sfondo l’Italia del boom economico, le tradizioni vecchie di secoli erano state spazzate nel giro di pochi anni per far posto al progresso e a profondi cambiamenti socio-economici. I vini e i liquori diventavano emblema di una tradizione antica che identifica una terra con i propri prodotti, simboli di una civiltà contadina che andava scomparendo. Si passava dal tempo della società agricola, scandito dalle stagioni, ai ritmi frenetici della città e della vita in fabbrica, e al suono rassicurante delle campane della chiesa di paese si sostituiva la musica ad alto volume del juke-box gettonato in ogni bar.

LA CASINA DELLE ROSE

Fra il 1968 e il 1970, il Liceo Scientifico di Bojano aveva “licenziato” i primi corsi di studenti e, per la maggior parte, i ragazzi si erano iscritti all’Università un po’ per vocazione, un po’ per andar via di casa ed acquisire quella libertà da tanto tempo agognata. Le sedi più gettonate erano le più comode e più vicine, quindi ci eravamo distribuiti fra Napoli, Roma e Firenze. Naturalmente per le vacanze, sia estive che invernali, tornavamo a Bojano dalle nostre famiglie ed era proprio durante il periodo natalizio che tutta la città si trasformava in una bisca. Si giocava nelle case private, nei circoli, nei fondaci, nelle cantine, insomma in qualsiasi posto dove si potessero approntare quattro sedie e un tavolo su cui stendere le carte. I giochi più alla moda erano poker, stoppa, zecchinetta, chemin de fer. Tenuto conto della nostra condizione di studenti, durante quelle maratone di gioco, giravano parecchi soldi, ma appunto “giravano” nel senso che un giorno vincevi e quello dopo perdevi, così che alla fine il bilancio delle vincite e delle perdite spesso risultava in pareggio.

Dopo le feste, ovvero intorno all’8 o 10 di gennaio, ognuno rientrava nella propria sede di studio per riprendere le lezioni, ma venti e più giorni di gioco accanito lasciavano sempre degli strascichi, così spesso si decideva di continuare quell’attività anche all’università. Un anno in particolare ricordo che la “febbre “ del gioco era salita a tal punto che si raggiunse l’accordo che, appena ripartiti, ci saremmo rivisti a Roma, sede centrale rispetto alle altre due, dove si sarebbe svolta una tournée di poker non stop di 48 ore presso l’appartamento che alcune ragazze bojanesi avevano in fitto vicino a piazza Bologna. L’organizzazione era perfetta gli studenti che abitavano a Roma avrebbero ospitato coloro che venivano da fuori e, dato il numero dei partecipanti, furono allestiti ben quattro tavoli da gioco nella sala dell’appartamento delle ragazze.

Dopo la sistemazione di napoletani e fiorentini presso le nostre stanze, io ospitavo Flaviano, un carissimo amico col quale ci sentiamo ancora oggi molto legati, ci recammo tutti verso la “bisca” dove, come detto, cominciò un’attività che ci tenne impegnati e svegli per più di 48 ore. Intorno all’una di notte del terzo giorno cominciò la smobilitazione, il mio amico e io, salutati tutti, ci avviammo verso casa che distava poche centinaia di metri dal “covo”. Entrati, con la massima cautela per non svegliare la padrona, ci infilammo nella stanza e, distrutti, ci gettammo sui letti completamente vestiti. Dopo pochi minuti, un gemito strozzato mi scosse dal mio torpore. “Che c’è Flò? “ chiesi usando il nomignolo che gli riservo da sempre. “Gia’ ”, così mi chiama lui ancora oggi, “il dente, mi fa male forte il dente”.

Sempre fornito di medicinali, gli diedi subito due “nisidine”, ma purtroppo, passata una mezz'oretta, non solo non avevano sortito alcun effetto, al contrario il dolore era in aumento. Avevamo sentito dire che l’unica cosa che poteva dare qualche sollievo in questi casi era mettere dell’alcool sul dente, affinché fungesse da anestetico. Sapevo anche, però, che in casa non poteva esservene, poiché la padrona era astemia e io non avevo scorte personali. Pur di non dover uscire, provai a guardare addirittura nel mio armadio in cerca di un po’ di alcol denaturato che potesse servire allo scopo, ma niente. In bagno trovai solo del dopobarba Mennen che, secondo noi, non conteneva alcool a sufficienza.

Ci decidemmo così a uscire e accompagnai il mio amico a un chiosco bar che sapevo aperto tutta la notte e che si trovava vicino casa, proprio di fronte alla monumentale scalinata dell’ufficio postale di Piazza Bologna. “La casina delle rose” era una struttura costituita da tre blocchi di vetrate, uno centrale, adibito a bar , con il bancone proprio di fronte all’ingresso e a destra e a sinistra due ambienti che ospitavano tavolini e sedie.

Erano passate le due quando entrammo con i baveri dei cappotti alzati fin sopra le orecchie, le facce stravolte, la barba lunga di due giorni, le occhiaie e uno di noi con una smorfia (di dolore) dipinta sul viso. Il locale era deserto, il barista un po’ assonnato ci scrutò guardingo, sembravamo più due gangsters usciti da un film che due studenti.

“Una bottiglia di J&B “ chiese il mio amico e, quando il ragazzo fece il gesto di incartarla, allungò la mano, gli bloccò il braccio e a denti stretti disse e due bicchieri”. Ci sedemmo al primo tavolo a destra e cominciò l’operazione “dentista”. Flaviano buttò giù altre due “nisidine” e teneva sul dente dolorante un po’ di whisky, che per tutto il tempo formava una pallina sulla guancia, poi, invece di sputarlo, lo ingoiava e così, dopo poco tempo, vuoi che l’alcool avesse fatto effetto, vuoi che non sentisse più il dolore perché si era bevuto mezza bottiglia, trovò giovamento e il suo aspetto era nettamente migliorato, anzi, aveva la faccia stranamente raggiante, così anch’io cominciai a sentirmi più tranquillo e, per solidarietà, mi concessi qualche bicchierino.

Avevamo forse inconsapevolmente inventato un forte analgesico unendo quel farmaco all’whisky? Il sonno ci era passato e cominciammo a chiacchierare animatamente di sport, l’effetto combinato aveva avuto su Flò un risultato strepitoso e iniziammo a ridere e a fare commenti ironici nei confronti della “fauna” notturna che entrava e usciva dal bar. Il metronotte con la bicicletta che durante il suo giro si fermava a prendere un caffè bollente; le prostitute con vertiginose minigonne che, fra una prestazione e l’altra, cercavano di scaldarsi con un latte portoghese; Carabinieri e Poliziotti che provavano ad accorciare il loro servizio notturno fra una sosta e una sigaretta, il padrone di un cane, in ciabatte e con il cappotto sul pigiama, che spiegava di esser dovuto scendere di corsa perché l’animale aveva male agli intestini.

Il tempo passò veloce e, erano da poco suonate le cinque, quando improvvisamente il bar si animò. Il ragazzo faceva fatica a servire tanti avventori sbucati all’improvviso: “due cappuccini”, “due cornetti”, “un caffè”, “una brioche”. Tutto quel trambusto cominciò ad infastidirci così decidemmo di uscire e ci andammo a posizionare comodamente seduti di fronte, sulla scalinata dell’Ufficio Postale, per goderci ancora un po’ di tranquillità, ma fuori era ancora peggio: autobus che andavano e venivano, una piccola folla che si accalcava al capolinea, altre persone che attraversavano la piazza di corsa, dov’era finita la pace della notte? Io e il mio amico ci guardammo in faccia increduli e ci chiedemmo all’unisono: “Dove cazzo vanno tutti a quest’ora?”.

Naturalmente era gente che andava a lavorare, prendeva i mezzi per raggiungere fabbriche e botteghe, ma per noi, giovani perditempo con poca attitudine allo studio, era una cosa allora del tutto incomprensibile. Ci avviammo verso casa e, una volta finalmente a letto, dormii profondamente, al risveglio trovai sul tavolo la bottiglia di J&B che, alzandosi dal tavolino del bar, il mio amico si era infilato nella tasca del cappotto, dentro, le ultime due dita di whisky e, sotto, un biglietto “Finiscila alla mia salute. Vado a casa a Bojano a curare il dente. Ciao e grazie di tutto.”

Dopo qualche giorno, la bottiglia era vuota e la riposi insieme ad altre di grappa, di Stock 84, Vecchia Romagna, che conservavo vuote sull’armadio della mia camera in una sorta di strana collezione.

Questo episodio mi tornò in mente, qualche anno dopo, quando in un mercatino trovai una piccolissima spilla con attaccato una minuscola bottiglia verde in plastica con la scritta J&B. La comprai e finì attaccata alla mia feluca universitaria, color bluette, unitamente a tanti altri ninnoli, simbolo di qualche episodio o periodo della mia lunga vita di studente .

La casina delle rose
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LA PAURA DI GABRIEL CHEVALLIER (1895 – 1969)

1 Dicembre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

LA PAURA DI GABRIEL CHEVALLIER (1895 – 1969)

Chevallier, soldato nella Grande Guerra, pubblica La paura nel 1930; il libro verrà ritirato dal commercio nove anni dopo per decisione comune dell’editore e dello scrittore, nel timore che un libro così crudo demoralizzasse i soldati nell’incipiente seconda guerra mondiale.

L'alter-ego dell'autore, Jean Dartemont, si muove nella Parigi dell’estate del 1914; siamo nelle ultime settimane di pace prima dell'esplodere del conflitto. Il giovane non ama il mondo militare e assiste con preoccupazione al montare del furore nazionalista che porta per esempio alcuni fanatici a malmenare un signore che in un caffè si rifiuta di cantare la Marsigliese. Si arruola comunque come volontario per partecipare all'avventura. Tutto il Paese, a digiuno di guerre vere da oltre quarant’anni, è animato da fervore patriottico. Il clima, come nelle altre capitali europee, è raggiante. Si pensa a una facile guerra di conquista.

Nel periodo di addestramento Jean si rende conto che l’esercito si regge sulle fragili gambe dell’improvvisazione e della supponenza. Ne farà le spese al fronte; infatti, ferito seriamente in un attacco cui ha preso parte brandendo bombe a mano che non sapeva usare, ha un lungo periodo di convalescenza. In ospedale, a contatto con le infermiere piene di convinto e ingenuo patriottismo, ha modo di delineare il suo manifesto antieroico, cozzando contro propaganda, retorica, eroismi più o meno strumentalizzati. Spiega che la patria di ogni uomo non si chiama Francia o Germania, ma è la Terra stessa. La paura è pienamente giustificata; il coraggio autentico nasce da essa. Inoltre aggiunge:

Il gesto dell'eroe è un parossismo di cui ignoriamo le cause. Al culmine della paura si vedono uomini diventare coraggiosi, di un coraggio terrificante perché disperato. Gli eroi puri sono rari quanto i geni. E se per avere un eroe bisogna massacrare diecimila uomini, preferisco fare a meno degli eroi”.

Come si fa, d’altronde, a dominare la paura prima di un attacco o sotto un bombardamento? Ci sono anche ufficiali tronfi e sadici che spaventano più del nemico. Le descrizioni della vita di trincea e dei patimenti sotto le granate dei tedeschi ci ricordano la scrittura di Carlo Salsa (il suo Trincee è già stato recensito su questo blog). Qualche esempio:

"Siamo prigionieri di un'Apocalisse. La terra è un edificio in fiamme con le porte murate. Stiamo per arrostire in questo incendio". Oppure: "Siamo dei vermi che si contorcono per sfuggire alla vanga".

La paura e le sue conseguenze dominano, tanto che cameratismo e amicizia brillano principalmente nel periodo della convalescenza in ospedale; poi al fronte si pensa a se stessi, si distoglie lo sguardo dal compagno morente, si invidia chi ha ricevuto un incarico che lo porta nelle retrovie, si giustifica implicitamente l'imboscato di turno perché si vorrebbe essere al suo posto. L'angoscia compromette anche la solidarietà, almeno in parte. Un altro danno della guerra è il prostrarsi della parte spirituale dell'uomo; un giovane colto come Jean è costretto a lavori duri, vivendo appiattito nella miseria della vita di trincea dove la sopravvivenza è l’unico scopo. Gli schiavi, osserva, non si ribellano perché i capi li spossano e tolgono loro anche la forza per immaginare una rivolta. L’autore è severo sia con i popoli sia con i loro dirigenti che hanno permesso il grande massacro, nascondendolo con palate di retorica. Gli uomini, ci dice lo scrittore con frasi decisamente attuali, sono pecoroni e credono a tutto ciò che si sentono raccontare: “Scelgono capi e padroni senza giudicarli, con una funesta inclinazione per la schiavitù".

Ma in ultima analisi, sono i capi ad avere le colpe più grandi. Avrebbero dovuto evitare la catastrofe che portò milioni di uomini ad abbandonare la vita civile per andare ad ammazzare. Forse non sapevano dove si stava andando, si potrebbe rispondere. La replica di Chevallier è dura:

“Se noi non sapevamo dove stavamo andando, almeno i capi avrebbero dovuto sapere dove stavano portando le loro nazioni. Un uomo ha il diritto di essere stupido per proprio conto, ma non per conto degli altri”.

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Bojano città dei motori, parte seconda

30 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

Bojano città dei motori, parte seconda

Con questo spirito di gara continua, che aleggiava nell’aria del paese, due amici che non voglio nominare, si incontrarono nel piazzale della stazione mentre girovagavano senza meta con le auto, come sempre prese a prestito dai genitori. Le due macchine erano: 1) Fiat 850 Special color beige non ben definito, che di special aveva la scritta sul cofano posteriore, i cerchi che erano sempre in acciaio come nel modello base, ma, a decorazione, erano tutti bucherellati, il volante in finta radica con due razze di ferro brunito, bucate anche quelle come i cerchi, tanto è vero che spesso, durante la guida, vi ci si incastravano le dita. 2) Fiat 128 blu scuro, elegantissima, con volante, pomello del cambio e sedili in finta pelle grigio perla.

Partirono i primi sfottò: ”Dove vai girando con quella specie di macchina color cacchetta”, “Ma stai zitto con la tua puoi andare solo a un funerale” e così, come ci si aspettava, fu lanciata una sfida.

Il passeggero della 128 scese dall’auto su cui era ospitato e si improvvisò starter. Si mise con un fazzoletto bianco in mano a bordo strada, pronto a dare il via a quella che sarebbe diventata l’unica gara cittadina eseguita non a cronometro, come al solito, ma in diretta competizione fra due auto. Si era concordato di percorrere la via “di zorro” la strada che andava, cioè, dalla clinica Di Biase al mulino Bernardo, chiamata così perché il percorso disegnava una zeta.

I motori salirono di giri, lo starter diede il via e le macchine partirono sgommando. Le due auto erano pressoché appaiate e non vi fu nemmeno il tempo di ingranare la terza marcia, che già la prima curva era lì, davanti ai piloti. La gara si sarebbe decisa sul sangue freddo di chi avesse frenato più tardi e fu così che entrambi frenarono troppo tardi. La 850 all’interno della curva a sinistra toccò con la ruota posteriore il marciapiede e si sollevò fin quasi a ribaltarsi fermandosi a motore spento subito dopo la curva, la 128, invece, effettuata una brusca frenata all’ultimo istante, prese a scivolare a causa del brecciolino presente sull’asfalto e, ormai fuori controllo, con le ruote bloccate, si abbatté contro l’unico palo della luce presente su tutta la “via di zorro”. Nessuno si fece male ma si accese una interminabile discussione sulle colpe; uno diceva ”mi dovevi cedere strada” e l'altro di rimando “ma quando mai sei tu che dovevi fermarti prima”, insomma l’unico vero vincitore fu il carrozziere che, per rimettere a posto le auto, incassò un cospicuo gruzzolo dai genitori dei contendenti, che non seppero mai la verità sulla causa dei danni subiti dalle loro automobili.

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Luciano Funetta, "Dalle rovine"

29 Novembre 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #recensioni, #erotismo

Luciano Funetta, "Dalle rovine"

Dalle rovine

Luciano Funetta

Tunué

Quando Rivera se ne andò, nessuno lo vide a parte noi. Lo guardammo mentre si allontanava e scompariva tra gli alberi, lo osservammo inoltrarsi nella prigione di rami, dentro la vegetazione dove ad aspettarlo erano in due, in tre o in venti, anche se in realtà lo aspettava una persona sola. Quando Rivera uscì dal suo nascondiglio, noi eravamo pietrificati dalla paura e dalla stanchezza. Rivera invece non tremava. Sapevamo che sarebbe entrato nella foresta che divorava la casa e che qualcuno lo stava aspettando nel buio. Nessuno sa cosa successe dopo a Rivera, tranne noi.

Esistono due modi per affrontare la solitudine. Il primo è combatterla, cercare relazioni, provare a soddisfare la fame di compagnia a costo di trovarsi in situazioni insipide. L'altro è abbracciarla, uscire dal grande mondo per rinchiudersi nel piccolo universo delle proprie passioni e ossessioni. E Rivera appartiene alla seconda categoria, un uomo i cui serpenti sono l'unica ragione di vita, tanto da sceglierli come compagni di vita.

Eppure, nonostante tutto, ogni volta che li guardava, si prendeva cura di loro, ne osservava comportamenti e abitudini, Rivera provava una sensazione di compiutezza, qualcosa di molto simile alla pace. Non li aveva mai temuti e questo, pensava, doveva averli disorientati, come se la sua tranquillità fosse in grado di annullare la loro reputazione e di renderli inoffensivi.

La sua ossessione lo porta a girare un filmato amatoriale di un amplesso e presentarlo al direttore di un cinema a luci rosse. È un filmato sconvolgente, il pubblico del piccolo cinema ne rimane affascinato e terrorizzato allo stesso tempo. Perché girare il filmato? Una decisione improvvisa forse, non vanità né desiderio di fama. Ma il video diventa l'inizio del viaggio di Rivera nel mondo della pornografia d'arte, un mondo dotato di una vitalità propria ma anche una sua solitudine capace di risuonare con Rivera. Come sottolinea uno dei personaggi, “l'erotismo è ciò che non conosciamo e che tentiamo di raggiungere con la fantasia, e a costo di una profonda tristezza. Sa, quello del sesso è un mondo fatto di tristezza, anche se ci teniamo a non darlo a vedere”. Il mondo di Rivera si trasforma, passando da solitudine personale a collettiva, condivisa con le persone che incontra durante il viaggio.

Sarà l'incontro con Alexandre Tapia a spingere la sua nuova vita verso l'abisso della violenza, a smontare gli equilibri appena creati. Tapia è una figura carismatica, misteriosa, un pozzo di segreti e oscurità che si abbatte sul gruppo appena formatosi e lo guiderà verso un sentiero nuovo, un sentiero fino a quel momento inimmaginabile. Non è un burattinaio, non muove i fili di una sceneggiatura già scritta, sembra invece spingere il corso del destino verso uno scopo con la volontà e la sua ossessione per Rivera.

Due domande risuonano all'interno del racconto. In ordine di apparizione, la prima è l'identità del narratore. Chi è il “noi” narrante, che tutto vede e tutto racconta? Chi sono queste figure, questi esseri che seguono, osservano, commentano la vita di Rivera, senza abbandonarlo mai, neanche quando decide di entrare nella foresta e di unirsi al buio? Non è mai rivelato, la loro natura è lasciata all'immaginazione del lettore, ma Rivera può vederli e questo porta a considerarli come personaggi interni al racconto, figure senza nome e volto, ombre che diventano guardoni e spiano il dramma dell'esistenza di un uomo. Sono parte della storia molto più di quanto non lo sia un semplice narratore ma non intervengono mai, sono figure invisibili sullo sfondo, eppure sempre presenti.

La seconda domanda è l'identità di Tapia. Un uomo, un vecchio, residente a Barcellona, una vita di violenze subite alle spalle e ossessionato da un copione per un film pornografico che non è mai stato prodotto. Un uomo solo, senza mai amici, pochissimi sanno della sua esistenza. Nessuno poteva mai recitare quel copione, estremo persino per la pornografia snuff alla quale si ispira, espressione di una vendetta contro la vita e le sue ingiustizie. Nessuno tranne Rivera, con la sua solitudine, la volontà di sperimentare e l'ossessione per i serpenti. Ma il ruolo di Alexandre Tapia in questa storia non sarà mai chiaro fino alla fine. La sua apparizione però accelera gli eventi, la bolla in cui i personaggi si sono ritirati esplode e il mondo intorno a loro inizia a sgretolarsi rapidamente. Chi è davvero Alexandre Tapia?

Dalle rovine è un incubo, un viaggio negli anfratti più profondi del desiderio e delle ossessioni umane, un percorso fatto a testa alta, guardando negli occhi i mostri, abbracciandoli e trasformandoli in una forma di umanità terribile. Ma sarebbe ingiusto nei confronti dell'autore ridurre il romanzo a una semplice esplorazione del lato oscuro dell'uomo, per quanto eseguito in modo magistrale. I suoi personaggi sono fragili, le loro disgrazie fanno provare tenerezza e affetto. Si abbandonano consapevolmente alla discesa nell'oscurità seguendo sentimenti umani, reali; la solitudine e la violenza che li circonda e li pervade è la nostra debolezza, ed è con questo spirito che il lettore affronta il racconto, assorbendo situazioni e sensazioni dolorose come pugni messi a segno da un pugile esperto, o forse da un aguzzino il cui scopo è esaltare l'esperienza del dolore, della perdita, della mancanza, mescolati a sogni, speranze ed episodi di tenerezza e affetto, perché senza questi ultimi non possono esistere i primi.

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Bojano città dei motori, parte prima

28 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

Bojano città dei motori, parte prima

Negli anni sessanta l'economia italiana giungeva al suo massimo livello di espansione, dando luogo al fenomeno conosciuto come il "miracolo economico" e ad altri fenomeni che hanno mutato per sempre il costume dell'intera società, cambiamenti radicali scaturiti principalmente nelle scuole e nelle università. Così anche il più piccolo paese di provincia venne risvegliato dal torpore della sua tranquilla quotidianità dall'arrivo di molte auto sempre più potenti. Il racconto di Giovanni D'ippolito si divide in due parti, una prima generale e una seconda … più privata.

BOJANO CITTA' DEI MOTORI.

Alla fine degli anni ‘60, inizio ‘70, un cospicuo numero di giovani bojanesi viveva il boom della motorizzazione, tutti i ragazzi del paese, da poco patentati, si radunavano con le proprie auto in piazza intorno al bar Manna. Le macchine erano, naturalmente, tranne per qualche rara eccezione, di proprietà dei genitori che continuavano a spostarsi a piedi, mentre i giovani prendevano l’auto anche se la piazza distava da casa, a volte, solo qualche decina di metri. Così, parcheggiate sotto i platani, facevano bella mostra di sé: Fiat 600, 750, 850 e 128, ma anche qualche Mini o addirittura MiniCooper, Afa Romeo Giulietta,o Giulietta SPRINT.

La benzina costava all'incirca 140 lire al litro e con mille lire (500 normale e 500 di super) si riuscivano a fare parecchi chilometri. Una domenica mattina, nel bel mezzo delle discussioni che si creavano su quale fosse l’auto migliore e su chi il miglior pilota, uno dei giovani disse: “Adesso basta, scommetto 5000 lire che faccio Bojano-Spinete in sei minuti!”. Immediatamente alcuni presenti, improvvisandosi bookmakers, iniziarono a raccogliere le scommesse. La sfida fu accettata, invece, da colui che la riteneva un’impresa assolutamente impossibile.

La maggiore difficoltà da superare fu quella della verifica del tempo, poiché ciò comportava che una persona, al di sopra delle parti, munita di cronometr, fosse a bordo dell’auto concorrente. Individuato il temerario cronometrista… si parte!

Quel giorno la gara fu persa e la scommessa pagata da parte del pilota battuto. Però, da quella mattina uno strano meccanismo era scattato nelle menti dei giovani bojanesi sempre alla ricerca di nuove emozioni e questo raduno domenicale divenne un appuntamento fisso, dapprima mensile poi con cadenza sempre più ravvicinata, fino a diventare settimanale. E più persone fallivano il tentativo, più erano quelli che volevano cimentarsi.

A conti fatti si sarebbe dovuta tenere una media di velocità (per fare più o meno 6 km) che non era proibitiva, sulla carta, ma che nella realtà diventava impossibile, tenendo conto che si partiva dal centro di Bojano per arrivare al centro di Spinete, percorrendo un centro abitato prima, poi una strada provinciale che, dopo Monteverde, diventava sconnessa, con numerosi saliscendi, e piena di curve.

Questa storia andò avanti per mesi fino a quando si presentò “al nastro di partenza” una Giulietta sprint tirata a lucido e “truccata”, come si diceva allora riferendosi a un motore un po’ manipolato per renderlo più spinto. Un mormorio di ammirazione si levò dalla piccola folla che, come oramai d’abitudine, si era radunata per assistere alla partenza. Il cronometrista ufficiale si accomodò a bordo e fu lo stesso che successivamente raccontò tutto ciò che era accaduto.

“Fino a metà percorso“ disse, “eravamo quasi in media, solo che si procedeva a una velocità folle, tanto che a 1 km dall’arrivo, assalito da un po’ di paura, mentii dicendo: rallenta tanto mancano ancora due minuti, ma il conducente, per tutta risposta, accelerò ancora di più, imboccò la salita che conduceva alla piazza di Spinete a velocità elevata e, dopo una curva a destra, perse il controllo della vettura e piombò a tutta velocità sulla colonnina del distributore Agip distruggendola...”

La nuova e bellissima auto era molto danneggiata, ma l’unica preoccupazione del pilota, sceso a constatare i danni, fu quella di chiedere il tempo impiegato, la risposta? 6’ e 20’’!!!! Tutto inutile…

(Continua)

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Guglielmo Micheli: allievo di Fattori, maestro di Modì

27 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #pittura, #personaggi da conoscere

Guglielmo Micheli was born in Livorno on October 12, 1866, he will be remembered above all as a pupil of Fattori and teacher of Modigliani.

Son of a typographer, in 1888 he married the granddaughter of the sculptor Giovanni Paganucci but the marriage met the opposition of the young woman's family, given the still uncertain economic position of Micheli.

From 1894 to 1906 he always lived in Livorno, where he founded and directed a drawing school. His studio became a meeting and learning point for many painters of the post-Macchiaiol generation, including Amedeo Modigliani, Gino Romiti, Oscar Chiglia, Llewelyn Lloyd, Manlio Martinelli, Benvenuto Benvenuti, Renato Natali, Raffaello Gambogi.

It is thanks to Lloyd's memories that we know Micheli's teaching methods, which leaves students alone with the model in pose, recommending them to think about shapes and tones. On his return he makes his comments but never intervenes on the paintings.

During the summer it is easy to meet Giovanni Fattori in his studio. Fattori was his teacher, he prefers and favors him. Their correspondence between 1890 and 1908 shows the privileged relationship between the two. Fattori has great respect for the student: "I taught Memo to make horses," he says, "and he taught me to make marines."

Micheli's early studies depicting pairs of oxen, horses and landscapes are in factorian style, both as a trait and as a subject.

Then the student will find his specificity and expressive autonomy. In his maturity, in fact, Micheli dedicates himself to landscapes, in particular he portrays bright seas.

He also dedicates himself to the engraving and illustration of books for the Belforte publishing house in Livorno.

He also dies in Livorno in 1926

 

 

 

Guglielmo Micheli nasce a Livorno il 12 ottobre 1866, sarà ricordato soprattutto come allievo di Fattori e maestro di Modigliani.

Figlio di un tipografo, nel 1888 sposa la nipote dello scultore livornese Giovanni Paganucci ma il matrimonio incontra l’opposizione della famiglia della giovane, vista l’ancora incerta posizione economica di Micheli.

Dal 1894 al 1906 vive sempre a Livorno, dove fonda e dirige una scuola di disegno. Il suo studio diventa un punto d’incontro e di apprendimento per molti pittori della generazione postmacchiaiola, tra cui Amedeo Modigliani, Gino Romiti, Oscar Chiglia, Llewelyn Lloyd, Manlio Martinelli, Benvenuto Benvenuti, Renato Natali, Raffaello Gambogi.

È grazie ai ricordi di Lloyd che conosciamo i metodi d’insegnamento del Micheli, che lascia gli allievi soli con il modello in posa, raccomandando loro di pensare alle forme durante il disegno e ai toni nella pittura. Al ritorno fa i suoi commenti ma non interviene mai sui dipinti.

Durante l’estate è facile incontrare nel suo studio Giovanni Fattori. Il Fattori è stato suo maestro, lo predilige e lo favorisce. Dalla loro corrispondenza, intercorsa fra il 1890 e il 1908, si evince il rapporto privilegiato fra i due. Fattori ha grande stima dell’allievo: “Io ho insegnato a Memo a far cavalli”, dice, “e lui a me a far marine.”

Sono di stile fattoriano, sia come tratto sia come soggetto, i primi studi di Micheli, che ritraggono coppie di buoi, cavalli, paesaggi.

In seguito l’allievo troverà una sua specificità e autonomia espressiva. Nella maturità, infatti, Micheli si dedica ai paesaggi, in particolare ritrae marine luminose.

Si dedica anche all’incisione e all’illustrazione di libri per la casa editrice Belforte di Livorno.

Muore, sempre a Livorno, nel 1926

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La Bianchina

26 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

La Bianchina

Ancora un racconto di Giovanni D'Ippolito e dei suoi “mitici anni 60”, liceali di un piccolo paese di provincia, le prime auto usate per raggiungere la scuola dai paesi vicini erano un vero lusso e motivo di interesse per i ragazzi sempre in cerca di novità che, in questo episodio, diventano il pubblico involontario di un mondo che non c'è più.

LA BIANCHINA

Era una splendida giornata di fine maggio, a Bojano c’era il sole e soffiava una bell’aria, una di quelle giornate che ti avvisano che l’estate è vicina e tutte le finestre delle aule, che ospitavano il Liceo Scientifico posto all’ultimo piano delle scuole di Corso Amatuzio, erano spalancate. Le lezioni non erano ancora iniziate e qualcuno prendeva il sole, qualcuno chiacchierava e altri, la maggioranza, erano intenti a copiare i compiti dai quaderni dei più bravi.

Daniel Procosky quella mattina arrivando a scuola, parcheggiò la sua 850 coupé nuova fiammante, proprio sotto le finestre e, in un attimo, tutti si erano affacciati ad ammirare quel gioiello, di uno stupendo color bianco latte luccicante che aveva ancora la targa di cartone. Improvvisamente all’altezza del “tabacchino” (Armando dammi 3 nazionali semplici e due super con filtro!…55 lire) apparve l nostro compagno di classe Peppe Carano alla guida della sua Bianchina color celeste pallido completamente scappottata e, vedendoci tutti affacciati, cominciò a salutare pensando di essere lui l’attrattiva del giorno. Noi ci rendemmo conto che si approssimava velocemente all’area parcheggio, e distratto com’era, avrebbe potuto causare un incidente, allora cercammo di avvertirlo in ogni modo urlando e sbracciandoci, ma lui, al contrario, continuava a guardare verso l’alto e lasciò addirittura il volante per rispondere a quella che pensava essere una vera e propria ovazione e, troppo tardi per prendere qualsiasi altro tipo di provvedimento, in un attimo……PATATANGHETE... tamponò violentemente l’auto nuova di Daniel Procosky.

Un silenzio irreale era improvvisamente sceso sulla scena, tutti eravamo restati senza parole, impietriti. Il muso della Bianchina era completamente accartocciato e interamente infilato nel motore di quella che fino a pochi attimi prima era una favolosa 850 coupé nuova di fabbrica. Peppe cercò di aprire la portiera, ma era incastrata e, per scendere, scavalcò goffamente lo sportello, ruzzolando quasi al suolo (non era mai stato un atleta).

Non si curò dei danni causati: era il suo giorno, aveva il suo pubblico, guardò ancora una volta verso le finestre erano tutti là, a bocca spalancata e aspettavano un suo gesto, allora unì le mani e alzando le braccia le agitò come fanno i campioni che salutano dopo una vittoria. A quel punto sì che si scatenò l’ovazione accompagnata da uno scrosciante applauso che echeggiò a lungo per le strade del paese.

Giovanni D'Ippolito

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Nasce Atlantide, nuova casa editrice indipendente

25 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #case editrici

Nasce Atlantide, nuova casa editrice indipendente

"Nasce ATLANTIDE Un nuovo modello editoriale e culturale. Fuori dal tempo – Fuori dai format –Fuori dalle convenzioni.

Dieci titoli l’anno. 999 copie per ciascun volume. Esclusivamente nelle migliori librerie indipendenti e su abbonamento. Sono queste le caratteristiche della neonata casa editrice indipendente romana ATLANTIDE che ha come direttore editoriale Simone Caltabellota, già direttore editoriale di Fazi Editore e di Lain con alle spalle milioni di copie vendute.

ATLANTIDE nasce come progetto indipendente e libero portato avanti da tre scrittori (Simone Caltabellota, Gianni Miraglia, Flavia Piccinni) e da un direttore di produzione dalla lunga esperienza nel mondo editoriale (Francesco Pedicini). Nasce dal rifiuto dell’attuale produzione abnorme e dettata dalle mode dell’editoria di oggi per restituire il senso più profondo dei libri, e dell’editoria più visionaria e attenta alla cura artigianale.

Non è in crisi il libro – spiega il direttore editoriale Simone Caltabellota - ma il sistema editoriale che lo veicola. In questi tempi di produzione frenetica e spesso casuale il libro non è più il centro del lavoro editoriale. ATLANTIDE intende invece recuperare la centralità dei testi e delle storie, e il senso più profondo del loro essere fuori dal tempo oltre ogni meccanismo produttivo consolidato”.

Per questo, Atlantide pubblicherà opere di assoluto valore letterario, scientifico, artistico e filosofico, capolavori dimenticati e testi destinati a diventare i classici di domani, in tirature limitate e numerate distribuite attraverso una rete di librerie fiduciarie indipendenti e direttamente da internet.

Vogliamo creare un canale preferenziale con i nostri lettori – continua Caltabellota -. Per questo pubblichiamo solo 999 copie per ogni libro, e ogni copia è numerata. Non andremo né su Amazon né nelle grandi catene. Desideriamo che i lettori ci vengano a cercare, che si confrontino con noi, che partecipino agli incontri che organizziamo nelle nostre librerie fiduciarie, che ci consiglino, che diventino parte di una comunità editoriale aperta che punta solo a fare libri di qualità. A breve lanceremo anche un crowdfunding online, così chi vorrà sostenerci potrà farlo e in cambio riceverà non solo i nostri libri, ma anche tutto ciò che ci ha aiutato a costruirli, dai giri di bozze alle cianografiche”.

I primi libri di ATLANTIDE, già ordinabili presso il sito dell’editore www.edizionidiatlantide.it, saranno in librerie indipendenti e selezionate all’inizio di dicembre. I primi tre libri sono il saggio storico-critico di Adriano Tilgher Filosofi Antichi, uno dei capolavori dimenticati della letteratura americana del Novecento, Ritratto di Jennie di Robert Nathan e una graphic novel ante litteram, Tomaso di Vittorio Accornero, splendido romanzo illustrato degli anni Quaranta. I testi, numerati da 1 a 999, sono tutti caratterizzati dalla grande cura editoriale, e sono stampati su carta Aralda da 100 gr. della cartiera Favini, con copertine stampate su cartoncino Chagall bianco da 260 gr. delle cartiere di Cordenons. Fanno parte di Atlantide: Simone Caltabellota (direttore editoriale), Francesco Pedicini (direttore commerciale), Gianni Miraglia (marketing manager) e Flavia Piccinni (responsabile redazione).

Intervista al Direttore Editoriale Simone Caltabellota che, dopo aver scoperto casi editoriali come Melissa P. e J.T.Leroy e aver venduto milioni di copie, adesso punta a venderne 999. Dodici titoli l’anno. 999 copie per ciascun volume. Esclusivamente in librerie indipendenti e su abbonamento.

Simone Caltabellota, come nasce ATLANTIDE?

Atlantide nasce dall'incontro di alcune persone: Flavia Piccinni, Gianni Miraglia, Francesco Pedicini e il sottoscritto. Il fatto di essere amici è stato un elemento importante per decidere di creare insieme una nuova casa editrice, ma evidentemente il punto di partenza è stata la comune consapevolezza che il modello editoriale, commerciale e distributivo che abbiamo conosciuto e che è esistito dagli anni Sessanta fino a oggi, adesso non esiste più. E, anzi, non ha più ragione di esistere se non per gli agglomerati (come del resto è accaduto già per la discografia). Non credo nemmeno che sia necessariamente un male, semplicemente è così. ATLANTIDE nasce da questa consapevolezza e dal desiderio di immaginare un modello diverso, al cui centro siano di nuovo i libri e i lettori, e non il meccanismo distributivo e di diffusione di massa per il quale ciò che accade è che quanto si pubblica è sempre di più qualcosa che si avvicina molto all’idea di “format” per genere, “personaggio” promuovibile, tendenze di mercato, penso per esempio alla recente moda dei libri nati da canali youtube. ATLANTIDE guarda certamente alla nostra tradizione letteraria ed editoriale degli anni Trenta, ma allo stesso tempo non solo non è “nostalgica”, ma semmai visionaria e fuori dal tempo.

Qual è l’obiettivo di Atlantide?

Vogliamo recuperare il rapporto con i lettori. Non mi vergogno di dire che dopo aver venduto milioni di copie con JT Leroy, Melissa P. e Stephenie Meyer (libri che continuo a considerare vere e proprie avanguardie di sensibilità, che segnalavano e rendevano visibile e tangibile il sentimento del tempo, non lo seguivano sulla scia di altri successi del genere), ora punto a trovare 999 lettori per ogni libro.

Che cosa pubblicherà ATLANTIDE?

Pubblicheremo dieci-dodici titoli all’anno a partire dalla fine di novembre, due o tre nuovi titoli ogni stagione, in edizioni di pregio e tirature limitate e numerate che diffonderemo direttamente in alcune delle migliori librerie indipendenti d’Italia (all’inizio una sessantina) senza passare attraverso la distribuzione tradizionale, e soprattutto senza essere presenti in librerie di catena. Quindi niente Feltrinelli, Mondadori, Giunti né su Amazon. Ad aprile-maggio del 2016 pubblicheremo, in una tiratura maggiore, la nostra prima autrice contemporanea, NADA, che da vera rocker indipendente ci ha scelto per il suo nuovo romanzo.

Visto che non sarete sui network tradizionali, dove sarà possibile comprare i libri di Atlantide?

Abbiamo già iniziato una raccolta abbonamenti, proponendo come crowdfunding il preacquisto di tre, sei o dieci libri: i risultati sono straordinari. Si stanno abbonando moltissime persone, lettori diversissimi tra di loro, ma accomunati dalla medesima difficoltà di trovare in libreria libri davvero interessanti e originali, e anche vari intellettuali, artisti e scrittori.

È possibile ordinare i libri sul nostro sito internet (www.edizionidiatlantide.it) oppure scrivere direttamente a abbonamenti@edizionidiatlantide.it

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Laboratorio di scrittura Il filtro delle parole

24 Novembre 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #corsi di scrittura creativa

Laboratorio di scrittura  Il filtro delle parole

Polmone Pulsante: Il Filtro delle Parole, laboratorio di scrittura

Sono aperte le iscrizioni al laboratorio di scrittura previsto a gennaio presso il Polmone Pulsante:

Centro Promozionale delle Arti e della Ricerca POLMONE PULSANTE

Associazione Amici del Polmone Pulsante Salita del Grillo 21 - 00184 Roma

Cell: 334 1290293 - 388.6798218 - 335.6334388 Tel/Fax: 06.6798218 Web:

www.polmonepulsante.it Fb: Polmone Pulsante I nuovi giovani del polmone pulsante

E-mail: info@polmonepulsante.it

Il laboratorio è strutturato in cinque incontri di due ore ciascuno e si rivolge a scrittori in erba, o semplicemente amanti della scrittura, che vogliano perfezionare il proprio modo di scrivere. Lavoreremo sia la poesia che il racconto breve. Per la prima ci occuperemo di identificare le parole parassita, o le parole inutili che indeboliscono l’opera. Per il secondo ci occuperemo della fluidità, della non linearità e della istantaneità del racconto.

È opportuno che ogni partecipante porti qualche suo elaborato, e soprattutto che venga con entusiasmo e disponibilità, per partecipare a un lavoro di gruppo che trasformeremo in un’allegra palestra letteraria.

Durante la sessione finale leggeremo i nostri lavori e brinderemo alle nuove amicizie, perché anche se il laboratorio finisce dopo cinque sessioni, le relazioni rimangono e sarà possibile continuare a lavorare insieme.

Le iscrizioni si chiuderanno il 15 dicembre.

• Obiettivo: alla fine del laboratorio i partecipanti saranno in grado di rielaborare il testo scritto per renderlo più agile o più efficace, di filtrare i lavori che più corrispondono alla propria ricerca, e infine di lavorare sulla musicalità e sulla fluidità del testo.

• Durata: circa dieci ore in cinque sessioni di due ore ciascuna • Partecipanti: minimo 5, massimo 15

•Descrizione: si tratta di un laboratorio pratico, ogni sessione sarà introdotta da riflessioni e analisi di esempi reali, e da una discussione di gruppo sui temi da trattare. Gli esercizi fatti durante il laboratorio saranno condivisi a beneficio di tutti. L’elaborato scelto dal partecipante sarà letto prima e dopo il laboratorio.

• Occorrente: ogni partecipante porterà un suo lavoro, o un lavoro su cui discutere

• Data: Il laboratorio si terrà di martedì alle 19,30, inizio previsto il 12 gennaio • Quota d’iscrizione 80 euro a partecipante

• Contatti: 335 5496809, claudio_fiorentini@yahoo.it – www.claudiofiorentini.it

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La versione di latino

23 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

La versione di latino

I mitici anni 60” e ancora un'avventura raccontata da Giovanni D'Ippolito. La noia della vita di provincia, l'irrequietezza dell'età e un'irresistibile voglia di divertirsi, di giocare anche quando il bersaglio dello scherzo è il professore di latino, il risultato è deleterio per il profitto scolastico ma tutto da ridere.

LA VERSIONE DI LATINO

Frequentavamo non ricordo bene quale classe dello Scientifico, ma in quell’anno avevamo conosciuto Antonio Ranaudo, il nuovo professore di italiano e latino. Un giovane insegnante, molto simpatico e alla mano, di cui tutte le ragazze del liceo si erano subito innamorate e che usava con noi metodi interessanti e moderni rispetto al resto del corpo docente.

Una sera di inizio primavera, una delle prime in cui il clima permettesse un’uscita dopo cena, mi trovavo in compagnia di Gianni Mainelli e Gianfilippo De Camillis e ci stavamo annoiando a passeggiare per la piazza semi deserta. L’aria di primavera ci ispirava un senso di inquietudine e aumentava i nostri giovanili entusiasmi. Le ragazze non uscivano la sera e, se anche fossero uscite, non avrebbero certo soddisfatto i n nessun modo i nostri “pruriti” adolescenziali. Non ci restava allora che chiacchierare pensando alle donne, anche se in fondo l’argomento preferito finiva sempre per essere la squadra di calcio della scuola che ci vedeva partecipi certamente più delle lezioni. In quel momento di noia mortale vedemmo passare in lontananza il professore Ranaudo che, in compagnia della fidanzata, si avviava per i vicoli deserti in cerca di un po’ di intimità. Bastò uno sguardo d’intesa e non servirono parole per capire che avevamo trovato il modo per concludere quell’insulsa serata divertendoci.

Conoscevamo a memoria il dedalo delle vecchie stradine del centro storico e così, tagliando per una traversa, fingemmo di incontrare per caso il nostro insegnante. “Buonasera professore” e lui, togliendo il braccio dalle spalle della fidanzata: “Buonasera ragazzi”. Appena girato l’angolo, via di corsa per un altro vicolo e all’improvviso, sempre per caso, di nuovo l’incontro: “Buonasera professore” e di nuovo “Buonasera ragazzi”. Fra risate complici e corse trafelate, il gioco continuò per altri tre, quattro incontri fortuiti, fino a che il professore infastidito e, visibilmente indispettito, non rispose più al nostro saluto.

Orgogliosi della nostra bambinesca bravata, ci ritirammo ridendo nelle nostre case. La mattina dopo, alle prime ore di lezione, avevamo italiano. Tutti seduti ai banchi in perfetto silenzio aspettavamo il professore Ranaudo che, quando entrò, poggiò il registro sulla cattedra, lo aprì con calma flemmatica e poi guardandoci uno ad uno disse, chiamamdoci in rigoroso ordine alfabetico: ”De Camillis, D’Ippolito e Mainelli …FUORI! E nelle mie ore non entrerete mai più!”

Dopo due giorni di corridoio, però, il professore volle darci una possibilità di redenzione e ci fece rientrare in classe per eseguire la versione di latino. Alla vista del compito, il cui grado di difficoltà era inaffrontabile, Gianni Mainelli, che aveva immediatamente compreso la vendetta del professore, prese a ridere nervosamente e in modo isterico, tenendo la mano davanti la bocca (ihihihih). Il risultato generale fu che per i migliori della classe piovvero dei 4 e ci odiarono per tutto il resto dell’anno scolastico e io rimediai un 1meno meno.

Giovanni D'Ippolito

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