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Federica Cabras, "E non VISSERO FELICI E CONTENTI"

16 Agosto 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #federica cabras

E non VISSERO FELICI E CONTENTI

Federica Cabras

Streetlib

pp 254

12,50

Un romanzo, questo E non VISSERO FELICI E CONTENTI di Federica Cabras, che disorienta sotto tanti punti di vista. Appartiene al genere noir ma sembra voler scavare nell’approfondimento psicologico. Parte da una premessa accattivante (e da un paio di capitoli in medias res che sono i migliori del libro e fanno ben sperare) per poi evolvere in qualcosa di inaspettato e diverso. È scritto con un linguaggio divertente ma che ha anche ambizioni letterarie. Alterna una narrazione fin troppo tradizionale con agili dialoghi (le visioni del protagonista maschile) che sono la parte più riuscita. Vuol dimostrare che da un atto malvagio può scaturire anche il bene ma lo fa mescolando a un’apparente leggerezza un’atmosfera mortuaria.

I protagonisti sono Eddie e Sandie, due coniugi che riportano alla mente certe coppie diaboliche della cronaca recente: Olindo e Rosa, Erica e Omar etc. Amori malati, dipendenza eccessiva e reciproca, una delle due figure che plagia l’altra fino a indurla al male, fino all’omicidio.

I due sposi vivono un rapporto tormentato, si sono allontanati psicologicamente dopo la morte in culla di una figlia, non hanno, però, mai smesso di amarsi di un amore malato che somiglia all’odio e che li terrà uniti fino alla morte e oltre. Lei è bellissima, fredda, egoista, calcolatrice, cattiva. Lui è debole e la subisce. Lei gli è infedele con un uomo che si dimostrerà pericoloso.

Ma la storia, che non posso svelare per intero, sebbene avvincente e scorrevole, non quadra, mostra delle incongruenze. Com’è possibile che una persona che fa di tutto per salvarsi dalla morte decida subito dopo di uccidersi?

Anche lo stile, come abbiamo detto, alterna momenti letterari ad altri comici, dialoghi serrati e moderni ad altri più banali. Le figure secondarie sono sviluppate in un modo che forse è eccessivo per il ruolo che ricoprono, come se si volesse rendere più corale il romanzo, senza però avere il coraggio di farlo fino in fondo.

Credo che l’autrice abbia bisogno di lavorare ancora, non solo di editing (c’è una serie di strani refusi che fa apparire il testo quasi tradotto da una lingua straniera) ma anche per liberarsi dalla zavorra che sembra frenarla. Parlo del fatto di non aver ben deciso quale strada prendere, se quella della storia di sentimenti o del thriller - per mescolare i due generi e farlo davvero bene bisogna essere Stephen King - e neppure quale stile adottare, se una narrazione effervescente che mal si sposa con il cupo e orrifico argomento trattato, oppure un linguaggio più elevato e poetico.

Se la Cabras saprà scegliere una delle due strade, senza mixarle indecisa - errore che riscontro in parecchi esordienti - raggiungerà senz’altro degli ottimi risultati perché le premesse per un buon incremento ci sono tutte.

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2016 che anno di merda!

15 Agosto 2016 , Scritto da Francesca Romana Con tag #racconto

2016 che anno di merda!

“2016 che anno di merda!” È cominciato male, ricordi Stefano? Eravamo insieme, come ogni anno da tredici anni ormai, al veglione di San Silvestro con tutti i colleghi: vino, vestiti eleganti, mutande rosse che portano bene, poi a mezzanotte il brindisi. Io, come sempre, ho alzato il calice e ho guardato verso di te, ma tu eri girato da un'altra parte. Seguendo il tuo sguardo, l'ho vista la biondina tutto pepe, la nuova recluta con dieci anni meno di me, che da quando era arrivata, due mesi prima, faceva strage di cuori. Era fasciata in un tubino nero che le mozzava il respiro e le tette rifatte le schizzavano fuori dalla scollatura. Ho avuto un triste presentimento, poi tu ti sei girato, hai abbassato lo sguardo, eri imbarazzato ed è stato lì che ho pensato per la prima volta “2016 che anno di merda!” e invece ad alta voce ho detto “auguri amore!” tu hai farfugliato qualcosa e poi mi hai portata in pista. Mi tenevi stretta aggrappandoti a me come un naufrago si terrebbe alla zattera, ma la marea ti stava portando lontano e ho iniziato a sentire freddo.

Che freddo di merda ho avuto per due mesi giorno e notte: un brivido che mi percorreva dentro e mi faceva battere i denti, non mi scaldavano maglioni e termosifoni, il gelo era sceso nel mio cuore e aspettavo la primavera , sperando che tu tornassi da me. Furono due mesi di bugie a cui fingevo di credere, sessanta giorni in cui ti inventavi cambi di turno per uscire all'improvviso, straordinari fuori programma per tornare a notte fonda. E io zitta a tremare di freddo nel letto da sola, o era paura? Una folle paura di perderti, di ammettere che il tuo sorriso più dolce non era più solo per me. Abbiamo fatto anche l'amore qualche volta. Oh, sì, ti piaceva farlo con me, io sapevo come farti impazzire e tu sopra di me eri libero, eri te stesso, eri padrone. L'avevamo fatto anche meglio di altre volte, forse perché io cercavo di godermi ogni attimo come fosse l'ultimo e tu pensavi a lei. Avevamo goduto a lungo ed eravamo rimasti fianco a fianco in silenzio, spossati, sudati, senza parole e dopo io avevo sentito di nuovo freddo.

Poi una sera sei tornato e non so come hai trovato il coraggio “Romi, io amo un'altra. Ti lascio, mi dispiace...” e hai iniziato con una serie di scuse interminabili a dire che non volevi farmi soffrire, mentre io tremavo sempre di più, che non avresti mai pensato che potesse succedere e nel mentre mi strappavi il cuore, lo gettavi a terra, lo calpestavi. “2016 che anno di merda!” fu l'unica cosa che riuscii a dire, ma non piansi, non davanti a te. Piansi dopo per ore, per giorni, mentre realizzavo il vuoto della mia vita. Piansi dopo, quando ti dicevo che potevi passare a prendere le tue cose che io sarei stata fuori e invece ti guardavo portare via le valigie nascosta dietro l'angolo di Piazza del Popolo. Dio quanto eri bello e Dio solo sa quanto ti ho amato.

Ho provato a voltare pagina, ti giuro. Cercai di reagire, di non pensarti, uscivo con le amiche, ho anche accettato di farmi accompagnare a casa da Giorgio, ricordi? Mi moriva dietro da sempre, ma una volta seduto sul divano con me ha capito anche lui che non avrei mai potuto lasciare che nemmeno mi sfiorasse con un dito e se ne andato mogio mogio, promettendomi amicizia, affetto incondizionato e poi non si è fatto più vedere. Ma chissenefrega di Giorgio, di Carlo e di chiunque altro, tu non c'eri più e la casa era vuota, la doccia pulita, il letto mai disfatto, e a volte provavo, appena entrata, a restare un attimo in silenzio immaginando di sentirti cantare mentre spadellavi frittate o cuocevi spaghetti. Provai ad odiarti ma ancora non ci riuscivo. Speravo che saresti tornato e volevo essere pronta, non potevo cancellarti dal mio cuore.

Poi un giorno, un collega, sai uno di quelli che si professano amici di tutti ma non sai mai di chi veramente lo sono, si avvicina e mi fa “ senti Occhi di gatto...”, questo era il mio soprannome fra i vecchi dell'ambiente, ” io ti sono amico e non posso tacere, tanto presto o tardi lo scopriresti da sola , sai...”, cercava le parole e io lo fissavo interrogativa, ” la donna di Stefano è incinta” disse e, mentre lui continuava a parlare con tono compassionevole, cercando di farmi coraggio, io non lo ascoltavo più. La testa mi ronzava “2016 che anno di merda!” non sentivo più nulla, solo un ronzio, come se un calabrone mi avesse punto il cervello e si stesse gonfiando, mi sarebbe scoppiato e presto avrebbe fatto schizzare gli occhi e la materia grigia sarebbe uscita dalle orbite, colando a terra goccia a goccia, lasciandomi vuota, ebete, senza più sentimenti né pulsioni, senza gioe né dolori. Presto sarebbe tutto finito.

Feci un sorriso forzato e girai le spalle, uscendo ti incontrai sul cancello, stavi montando in servizio e io smontavo, erano quattro mesi che ci avevano organizzato i turni in modo che non dovessimo mai incontrarci. Incrociai il tuo sguardo. eri contento, stavi pensando a lei e ti si mozzò il sorriso sulle labbra. Finalmente ti odiavo, dai miei occhi uscivano fiamme e mi accorsi che per un attimo avesti paura. Mi fissavi a bocca aperta, io passai oltre e, fatti pochi passi, ti chiamai ad alta voce: “Stefano!”. Ti girasti sorpreso e il cellulare ti colpì in piena fronte. Era stato il tuo ultimo regalo, conteneva tutte le nostre fotografie, i nostri ricordi e non volevo tenerlo con me.

Il giorno dopo mi presi un turno di ferie, tu eri smontato dalla notte e dormivi da lei, venni sotto casa e mi fermai su una panchina. Mi ero portata una bottiglia di vino e iniziai a bere, brindavo a voi, alla vostra salute, al bambino che avrebbe allietato la vostra vita e brindavo al “2016, davvero un anno di merda!” . Bevvi tanto, troppo, non bastò una bottiglia, ne comprai un'altra ed era quasi buio quando, dopo un'intera giornata passata a bere senza mangiare nulla, arrivai di nuovo barcollando davanti casa vostra e iniziai a urlare sotto la finestra “vieni giù uomo di merda! Vieni a dirmi in faccia che farai un figlio con la tua puttana” e in quel preciso momento scoppiai a piangere, caddi in ginocchio e piansi.

Non so come ero tornata sulla panchina e lì mi raccolse un collega con la volante, raggiunto dalla telefonata che avevi fatto tu per segnalare le mie molestie. Ero fradicia di pioggia, ubriaca marcia e avevo freddo “2016 che anno di merda” gli dissi soltanto e mi addormentai in auto mentre mi portava in Questura. O forse fu un dormiveglia in cui rivissi attimo per attimo quel lontano giorno in cui avevo perso la nostra bambina. Ricordi Stefano? Ero incinta di cinque mesi, tutto andava bene poi all'improvviso una fitta lancinante in fondo alla pancia e quel rivolo di sangue che mi scendeva lungo la coscia. Il panico mentre mi portavi in ospedale, il dolore, quando mi dissero che era morta. La vidi sai? Era piccolissima e rosa, credo di essere morta un poco anch'io quel giorno e forse è morto anche il nostro amore con lei. Niente fu più come prima, io che volevo riprovarci a tutti i costi, tu che rifiutavi. Avevi paura per me o chissà forse per te, non ci dicemmo mai niente, ma i sensi di colpa uccisero giorno dopo giorno il nostro rapporto. Ora l'avresti avuta con lei la “nostra” bambina, non si perdonano certe cose.

Arrivata in Questura ero sveglia, piangevo, il trucco sciolto che colava sul viso e tremavo, tremavo di nuovo come una foglia in balia del vento. Il capo mi prese da parte, mi fece la paternale, mi voleva bene, mi ha sempre stimato, aiutato e mi assicurò che non ci sarebbe stata denuncia da parte di Stefano anche se gli avevo sfregiato la macchina con la chiave, anche se aveva un bernoccolo in testa per via del cellulare la sera prima, mi assicurò che non ci sarebbero stati nemmeno provvedimenti disciplinari, ma io dovevo promettere che mai più mi sarei avvicinata a lui e che avrei fatto subito domanda di trasferimento e che avrei accettato di incontrare la psicologa che segue chi ha problemi di stress a causa del servizio. Non ricordavo di averti graffiato la macchina, non ero sicura, allora guardai la chiave di casa nostra e vi trovai tracce di vernice blu, la stessa della tua auto.

Accettai ogni condizione. Incontrai la psicologa e, mentre aspettavo il trasferimento, non uscii mai di casa se non per lavoro, non un uomo, non un sorriso. Rientravo in casa e mi chiudevo in camera mia, davanti al PC. Mi inventai una realtà virtuale, un uomo dolcissimo e meraviglioso che mi amava, che mi copriva di attenzioni e la sera facevo l'amore con lui a distanza, non pensavo più a Stefano, seguivo i colloqui con la psicologa e ricominciai a lavorare con impegno. Stavo guarendo. Appena finito il turno correvo da lui, lui mi aspettava. Non mi avrebbe mai fatto soffrire, poi una sera si è rotto il computer, niente schermo, niente collegamento, niente più uomo dei miei sogni. “2016 che anno di merda”. Fu proprio quella sera che suonasti alla porta, avevi dimenticato qualcosa nell'armadio e mi chiedevi di entrare, ti scusavi per non aver avvertito, ma tanto sapevi che ero sempre in casa, fu così che mentre fingevo di sorriderti, ti presi alle spalle e ti colpii con violenza alla testa con la tua mazza da baseball, proprio quella che eri venuto a cercare e che non trovavi nell'armadio.

Ora sei lì disteso a terra, una pozza di sangue sotto la testa, mi guardi e mi ascolti attentamente con gli occhi spalancati. Sei tutto mio un'altra volta, sei qui e non te ne andrai mai più, aspetteremo insieme che arrivi l'estate.

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Come se fosse l'ultima

11 Agosto 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

Come se fosse l'ultima

Vivo questa estate come se fosse l’ultima. Non pensate a cose eclatanti o a incontri mondani. Niente aperitivi etc. etc. Sto solamente rispolverando tutte le vecchie, personali tradizioni, tutti i riti collegati alla bella stagione che ho accumulato negli anni. Visti da fuori non hanno nessuna attrattiva e, in parte, molti li avevo anche accantonati. Ora li riesumo, come quegli abiti che non hai il coraggio di buttare perché hanno il profumo dei ricordi più cari.

Parlo di un pomeriggio sonnolento in Fortezza, sui pratini sterrati; parlo di camminare la notte per le strade del centro, sentendo l’asfalto che ribolle sotto la gomma delle infradito e i cassonetti che esalano odori forti; parlo di un frate del mercato, gonfio e bollente, che ti lascia tutta la bocca sporca di zucchero; parlo di una pizza da Ughino, quando finisce Effetto Venezia e ci si riappropria dei Fossi.

Poi ci aggiungo altre consuetudini, altri “mi piace” legati ai nuovi spazi, alla nuova vita di adesso, come leggere un libro di ritorno dal mare, con l’usciale del terrazzo aperto e il vento leggero a rinfrescarmi prima di cena.

E, intanto, penso alle vacanze, a che mettere in valigia. Di certo quasi tutti gli ultimi acquisti: c’è chi porta in viaggio le cose più vecchie e consumate, per quello ho già me stessa e allora incigno.

A proposito di questi termini, usciale, incignare, ribollire sono parole che usiamo dalle mie parti dove il sì suona, e suona talmente bene che non sbaglia mai. Andate sul dizionario e vedrete che il toscano, al quale, invecchiando, sempre più mi lego - la bella lingua di mia nonna e della mia prozia - è italiano purissimo e primigenio.

E ora le novità nel guardaroba.

Il top con le maniche scese sulle spalle, sembrava dovesse essere la moda di quest’anno ma in giro, a dire il vero, se ne vedono pochi, quindi l’ho preso più come pezzo originale che di tendenza. A proposito, queste canotte lunghe dovrebbero essere portate, come fanno le giovani, con pantaloncini corti alla stessa altezza: il risultato è una frotta di ragazzine tutte uguali che girano con apparentemente indosso solo la maglia. Io che sono nonna mi sono inventata una maniera per coniugare l’età con la moda: le abbino a pantaloni oppure a gonne sotto il ginocchio delle quali resta visibile solo una striscia.

La canotta celeste semplicissima, appena un poco più corta davanti, che sta bene col denim.

La canotta bianca, in tessuto simile all’organza ma sintetico, un classico che risolve tanti problemi.

E… infine… scarpe scarpe scarpe!!! La mia passione, la passione di tutte noi. Due sandali caratterizzati da un minimo di zeppa, che avrei preferito con meno lustrini ma mi sono dovuta adattare a quello che ho trovato.

Speriamo di non risentirci tanto presto, perché non è proprio il caso che io compri altra roba almeno per ora. Ciao!

Come se fosse l'ultima
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‘TERAPIA INTELLIGENTE’, INTERVISTA ALLO SCIENZIATO SANNITA ANTONIO IAVARONE

8 Agosto 2016 , Scritto da Lidia Santoro Con tag #interviste, #medicina, #lidia santoro

‘TERAPIA INTELLIGENTE’, INTERVISTA ALLO SCIENZIATO SANNITA ANTONIO IAVARONE

Come sappiamo grandi passi avanti sono stati fatti nella ricerca per contrastare il tumore al cervello e l’autore di un’eccellente scoperta è il neuroscienziato beneventano Antonio Iavarone, Professore di Patologia presso la Columbia University di New York, che, con il suo team, ha testato gli effetti positivi ottenuti dalla somministrazione di un farmaco in grado di bersagliare una molecola anomala che rende ancora più aggressivo il tumore al cervello. Gli scienziati ritengono che ‘neutralizzando’ questa proteina si riuscirà a bloccare la crescita del tumore. Un obiettivo cui il team sta lavorando.

Ecco, dunque, di seguito pubblicata l’intervista fatta da Lidia Santoro allo scienziato Iavarone per ‘Hevelius’:

Lidia Santoro: Vorrei poter fare una premessa e credo che anche Lei sia d’accordo, se ricordo bene le Sue risposte ad alcune interviste: non desidero toccare l’argomento della fuga dei cervelli, la sua dolorosa scelta (dolorosa per Lei, ma anche per noi). Parliamo invece delle Sue importanti scoperte, che possono cambiare completamente le prospettive drammatiche che ci terrorizzano quando sentiamo parlare di tumori?

Antonio Iavarone: Circa la mia scelta non dovrei fare altro che ripetermi; sono d’accordo, parliamo di medicina. Prima però vorrei sottolineare come in Italia e soprattutto nel Sud si avverta un certo fatalismo, nel senso che in presenza di un tumore, soprattutto se particolarmente aggressivo, non ci sia niente da fare se non rassegnarsi, fatalismo associato a una situazione disastrosa per la mancanza di nuove possibilità terapeutiche, per cui ci si affida a cure assolutamente non scientifiche o a viaggi che non possiamo neanche definire della speranza, ma della distruzione. Occorrerebbe invece una maggiore disponibilità e sensibilità, per investire risorse e portare la sanità a livelli più competitivi. A tutto ciò si aggiunge l’ignoranza del problema, per cui di fronte a determinate patologie, o si avverte l’irrimediabilità o si ricorre alla “pillola” miracolosa. E vorrei mettere in evidenza come numerose siano le richieste di aiuto che ci provengono dall’Italia, richieste che dobbiamo necessariamente deludere con delle risposte dolorose e difficili. Sarebbe necessario invece che si creassero nuovi centri di ricerca, per poter studiare sul posto con le tecnologie necessarie, le giuste soluzioni terapeutiche, proprio perché i tumori variano a secondo delle aree geografiche e degli agenti cancerogeni e quindi sarebbe auspicabile che i centri di ricerca fossero sul luogo, per migliorare la qualità degli interventi diagnostici e terapeutici e quindi migliorare l’aspettativa di vita dei pazienti oncologici.

LS: Parliamo delle cellule staminali, cioè di quelle cellule ancora indifferenziate, che, se ben “istruite” possono trasformarsi, assumendo capacità e funzioni diverse. Gli scienziati sono entusiasti perché potrebbero aprire la strada alla cura di malattie come l’infarto, il morbo di Parkinson e l’Alzheimer. Intanto, in Italia e pure in Germania è vietata l’estrazione di cellule staminali da un embrione umano. Il cordone ombelicale, ad esempio, non può essere conservato per uso privato, ma donato in banche pubbliche per usi futuri, non personali. Invece in Inghilterra e, credo, in altri vari paesi, l’uso delle staminali estratte dall’embrione umano è perfettamente legale. Cosa pensa sull’argomento?

AI: E’ chiaro che le staminali rappresentano la grande speranza per malattie neurodegenerative quali il Parkinson e l’Alzheimer. Naturalmente non c’è niente di sbagliato o di poco etico nel fare ricerche su questo tipo di cellule, il cui utilizzo è indirizzato solo a risolvere appunto patologie invalidanti. Per altri tipi di applicazioni, quali la clonazione umana, c’è l’assoluta percezione che non sarebbero né utili, né appropriati a livello etico e morale. Le decisioni e le regolamentazioni sull’utilizzo delle staminali non devono essere assunte dai singoli paesi: in questo caso sarebbero assolutamente inutili e direi antistoriche. Penso che sia importante invece stabilire delle regole che siano accettate dalla comunità scientifica internazionale. Se queste ricerche vengono osteggiate e rese illegali, si rischia di frenare la ricerca dimostrando incompetenza e arretratezza.

LS: Una volta fu chiesto a uno scienziato che cosa fosse auspicabile per godere di una buona salute. Egli rispose “Soprattutto avere dei buoni antenati”. Naturalmente credo che le ascendenze non siano risolutive: è ovvio che occorrono anche stile di vita, esercizi fisici e giusta alimentazione. E intanto le nostre terre a vocazione agricola, a vocazione turistica, naturalmente belle, sono avvelenate sistematicamente sotto gli occhi di tutti, da nord a sud, senza distinzioni geografiche. Mentre aspettiamo che sia trovata un’adeguata soluzione per la gestione e la sorveglianza del territorio, noi, inermi, rimaniamo vittime di tali disastri. Ma solo noi contemporanei o anche i nostri discendenti? Come conseguenza lasceremo tragiche eredità? Trasmetteremo alterazioni genetiche e quindi mutazioni?

AI: Per quanto riguarda i tumori concorrono un insieme di fattori: oltre a quello ambientale e genetico interviene la casualità, in un ambiente altamente inquinato saranno attaccati gli organismi più predisposti, quelli più fragili. In una situazione di disastro ambientale, come nel sud e in Campania, in questo momento, c’è un’incidenza molto elevata di tumori, non escludendo naturalmente le altre regioni. La situazione nella “terra dei fuochi” è notevolmente pericolosa, né cambierà nei prossimi anni purtroppo. Siamo di fronte a un disastro irreversibile, per le generazioni di oggi, ma anche per quelle future, una realtà che probabilmente non è riscontrabile in nessun altro paese del mondo.

LS: I suoi studi e le sue ricerche riguardano soprattutto i tumori al cervello, anzi di un sottogruppo molto specifico di tumori, tra i più maligni, conosciuto come glioblastoma multiforme. Voglio sperare che la sua ricerca oggi riguarda questo tumore in particolare, ma che poi gli studi avanzeranno nell’adozione di terapie che riguardino una gamma più vasta di patologie. E’ noto che i tumori cerebrali hanno una suddivisione in primari e metastatici, se si sono originati nel cervello o se hanno avuto origine in altri organi del corpo. Per il patologo e per il ricercatore vi è differenza ai fini della terapia?

AI: Molti tipi di tumori possono diffondersi al cervello, partendo da altri organi e per questo sono detti metastatici e hanno una terapia diversa a secondo del tessuto coinvolto, della sede originaria del tumore e di altri fattori. Il concetto primario per la terapia è rappresentato dal tessuto da cui origina il tumore e anche dall’area geografica interessata. Si parla sempre di personal terapy, di terapia personalizzata, nel senso che la natura dei tumori dipende anche dal tessuto interessato, dall’individuo, dall’area di origine. Ecco perché è assolutamente inutile e anzi dannoso poter pensare di ricorrere a una terapia unica, a un farmaco in assoluto, ma occorrono seri istituti di ricerca che esaminino la patologia e ne indichino il corso terapeutico.

LS: Mi concedo un momento di frivolezza: qualche anno fa il ricercatore giapponese Shinya Yamanaka scoprì una tecnica che gli valse il Nobel e che consisteva nel ricondurre una cellula adulta allo stato embrionale. Una tecnica di ringiovanimento che ha un’importanza notevole nella cura di patologie serie. Ringiovanimento delle cellule. Quindi sorge spontanea la domanda: questa tecnica non può avere impieghi più effimeri, aiutando noi donne (e non solo!) a migliorare il proprio aspetto e di conseguenza il proprio benessere psicologico?

AI: Ci sono possibilità di ringiovanimento probabilmente, derivanti da altri campi di ricerca, ma non dallo studio di Yamamaka. Per quanto riguarda gli studi di Yamamaka essi rappresentano una tappa importante perché una cellula matura può essere riprogrammata in cellula staminale: non cellule pluripotenti, ma cellule pluripotenti indotte (IPS). Una tappa importante dicevo, perché le cellule adulte del paziente stesso possono essere prelevate, quindi senza problemi etici, e fatte specializzare nel tipo di tessuto richiesto, soprattutto nella cura di malattie degenerative. Naturalmente l’utilizzo di queste cellule, salvo alcune patologie, come malattie del sangue e della cornea, è ancora fonte di studio. Nel futuro sicuramente potranno essere utilizzate per riparare qualsiasi tipo di tessuto, dal cardiaco al nervoso, ma oggi non esiste ancora una tecnologia che consenta di usare ordinariamente le cellule staminali.

LS: Mentre preparo le domande per Lei, mi ricordo di un altro scienziato, Renato Dulbecco e di alcune analogie: meridionale, ricerche in America e studi sul cancro. Lei lo ha conosciuto? Ricordo in particolare che nonostante sia stato un protagonista di scoperte di rilevanza mondiale, non aveva mai perso la gioia di vivere e il senso dell’humour e alla notevole età di 95 anni salì sul palco di S. Remo, palcoscenico dell’effimero e del leggero, per presentare alcuni brani, con la sua solita intelligenza, classe e discrezione. Com’è il professore Antonio Iavarone quando è lontano dagli studi e dalla ricerca?

AI: Conoscevo bene Renato Dulbecco e lo frequentai quando venni in America. Intorno agli anni 2000 tornò in Italia, perché aveva desiderio, non della sua terra ma di cambiare qualcosa, di migliorare la situazione sanitaria locale e di raccogliere fondi per la ricerca. Per cinque anni, ha presentato, relazionato, frequentato salotti, insomma si è reso visibile. Alla fine tornò in America in una situazione di assoluta delusione e incapacità di poter ottenere i risultati sperati. Per quanto riguarda me: mi piace molto leggere libri di storia contemporanea, la politica mi attira e mi respinge, ho imparato ad amare l’opera frequentando il Metropolitan. Purtroppo però i miei ritmi lavorativi sono pressanti e mi concedono poco tempo libero.

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Tutte le strade portano a Roma

2 Agosto 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

Tutte le strade portano a Roma

L’antica legge romana era più che altro norma emanata dai sacerdoti, cioè una branca della religione, ed era ad un tempo lex e jus, prescrizione e giustizia, evolvé nel famoso diritto romano nel mentre che Roma conquistò tutta l’Italia, dalle montagne dell’Appennino, alle terre degli Etruschi, fino alla Magna Grecia.

Ci mise duecento anni Roma a crescere. Ai popoli vinti, in cambio di strade, liberi commerci e possibilità di vivere come avevano sempre vissuto, chiedeva di pagare le tasse, di fornire soldati in caso di guerra, di cedere una parte dei terreni coltivati da destinare ai veterani dell’esercito. Volenti o nolenti tutti si sottomisero fino a diventare un popolo solo.

Roma costruì vie lastricate, chiamate strade appunto perché composte da molti strati: grosse pietre sul fondo, ciottoli, ghiaia e, infine, pietre lisce e piatte a formare il lastricato. Tutte le strade portano a Roma, si sa, di sicuro lo facevano L’Aurelia, l’Appia, la Salaria, la Flaminia e l’Emilia.

Quando ebbero conquistato tutta l’Italia, i Romani si trovarono di fronte il mare, infestato da navi di altri popoli, in particolare Cartaginesi di discendenza fenicia. I Cartaginesi pretesero che i Romani chiedessero il permesso per viaggiare e commerciare nel Mediterraneo. I Romani non erano disposti a chiedere il permesso a nessuno, così scoppiò la prima guerra punica (264 – 241 a.c.)

I Cartaginesi erano marinai esperti, avevano costruito molti porti, sapevano navigare bene. I soldati romani, al contrario, in tempo di pace facevano i contadini e non erano in grado di pugnare sull'acqua. Allora i Romani escogitarono un sistema per sentirsi sulla terraferma anche in mare. Misero sulle loro navi delle passerelle, che si agganciavano con degli uncini alle imbarcazioni nemiche durante la battaglia. Sulla passerella i Romani combattevano come se fossero stati sul terreno.

La prima guerra fra Romani e Cartaginesi così fu vinta dai Romani che divennero padroni della Sicilia e della Sardegna

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Tempo d'estate

31 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

Tempo d'estate

Fine luglio, tempo di mare, di piscina, di cene in terrazza, di notti di festa nei quartieri, di ristoranti a picco sugli scogli. La voglia di viaggiare comincia a farsi sentire, sottilmente. Sono logorata dentro da troppi pensieri che vorrei lasciarmi alle spalle per un po’ ma so già che non ci riuscirò. E si compra, sperando (e un po’ anche temendo) di avere occasione di sfoggiare.

La camicetta plissettata, in quel tessuto al quale ormai mi sono affezionata perché non si stira. Queste nuove bluse rivestono molto più delle magliette di cotone, sono pratiche ed eleganti, me le sento bene addosso, non si ritirano né sformano quando le lavi.

Un’altra con le maniche più lunghe, a fiorellini bu, colore che odiavo e, invece, quest’anno prediligo, forse perché è di moda, forse per via di un cambiamento interiore che darà i suoi frutti prima o poi.

I pantaloni ocra, un classico che non si sbaglia mai a indossare.

Due costumi che qui, fra morchia a denti di cane, si consumano facilmente e bisogna comprarne almeno un paio ogni anno. Anche se sono inflazionati, mi piacciono quelli con gli smerli tanto romantici. Ne ho scelto uno a fiori e farfalle e un altro a coda di pavone.

Un paio di shorts comodi. Non mi piace mostrare il ginocchio da elefante vizzo ma mi occorrono dei calzoni corti, specialmente in vista del prossimo viaggio al caldo.

Per finire, gli accessori: un braccialettino azzurro e una collana a grandi fiori rossi, capace da sola di trasformare il più semplice dei top in un abbigliamento glamour.

Buona estate a tutte.

Tempo d'estate
Tempo d'estate
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Tempo d'estate
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Un restauro in mezzo al mare

30 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #luoghi da conoscere

Un restauro in mezzo al mare

Accade a volte anche in Italia che un piccolo tesoro artistico che rischiava di andare perduto sia salvato da un gruppo di privati, spinti in questo caso dall’amore per un angolo di Toscana bellissimo e prezioso.

E’ avvenuto a Capraia, una delle sette isole dell’Arcipelago toscano, dove lo splendore della natura e del mare circonda la chiesa di Sant’Antonio e l’ex convento di San Francesco, uno dei complessi di maggiore rilevanza architettonica e artistica di tutto l’arcipelago.

Capraia è un luogo speciale dove non è sempre facile armonizzare lo sviluppo con la necessità di conservarne la bellezza. Diventa dunque importante evitare che quanto già esiste, e ha un grande valore artistico, vada perduto. Questo vale tanto più per la chiesa di Sant’Antonio, che fa parte della storia di quest’isola. Costruita a metà del ‘600 per iniziativa dei capraiesi che la dedicarono al patrono dei pescatori, e proprio dalla comunità di Capraia mantenuta per i successivi due secoli, non ha subito nel tempo nessun significativo intervento architettonico che ne abbia alterato il rigore e la purezza.

Dal desiderio di salvare questo luogo unico è nata la Fondazione Amici della Chiesa di Sant’Antonio che, in sinergia con il Comune, ha reso possibile il restauro della splendida facciata che richiedeva un intervento urgente. Il progetto dell’arch. Franco Maffeis ha ricevuto l’approvazione della Sovrintendenza ai Beni Architettonici e, grazie ai finanziamenti della Fondazione Livorno, della Regione Toscana, della Camera di Commercio di Livorno e del Comune, è stato possibile iniziare i lavori di restauro che sono stati appena ultimati.

La cerimonia d’inaugurazione avverrà il 6 agosto alle ore 18.30 e sarà accompagnata da un concerto della pianista Bice Costa Horszowski e dalla proiezione di un Live video mapping sulla facciata della Chiesa.

La felice conclusione di questa iniziativa lascia sperare che l’opera di restauro, iniziata con la facciata, possa proseguire con un intervento più ampio che coinvolga tutta la Chiesa di Sant’Antonio.

https://amicidisantoniocapraia.com

Un restauro in mezzo al mare
Un restauro in mezzo al mare
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Pee Gee Daniel, "Lo scommettitore"

26 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #pee gee daniel

Lo scommettitore

Pee Gee Daniel

Edizioni Leucotea, 2014

pp 183

13,90

Fantozzi dei giorni nostri ma con un linguaggio forbito al limite del virtuosismo, ecco cosa pensiamo leggendo l’esilarante Lo scommettitore di Pier Luigi Straneo, in arte Pee Gee Daniel.

L’autore è un giovane del 76 che ha fatto un po’ tutti i mestieri per sopravvivere e qui racconta la sua avventura di precario d’inizio millennio alle prese con un impiego in un’agenzia di scommesse. Di primo acchito surreale, in verità la storia è – vista la situazione in cui versano gli aspiranti lavoratori di oggi, ché, come gli scrittori, ormai ambiscono ed esordiscono in eterno – la storia è, dicevamo, una deformazione grottesca di quanto avviene nel mondo reale.

Dopo aver fatto ogni genere di mestiere umiliante, il protagonista Giulio Sterna (forse nel nome un eco dell’umorismo di Sterne?) trova impiego presso l’agenzia di scommesse in franchising Hermes Play, in quel di Zinza Munfrà, popolata da personaggi squallidi e bizzarri, immigrati rincoglioniti, capo area crudeli, colleghi sfruttati e sottopagati. Il senso della storia è la progressiva disumanizzazione dei protagonisti: il bisogno di portare il pane a casa, e l’insensato attaccamento a un posto che è transitorio per definizione, li trasforma in creature sempre meno capaci di compassione, altruismo ed empatia, fino alla follia conclusiva.

Lo scommettitore è ovvia metafora della condizione lavorativa - e non solo – di oggi, dove i posti non sono mai stabili e i lavoratori diventano numeri da depennare senza rimorsi. Non esiste più la figura del titolare che conosce i subalterni uno per uno e li considera la sua famiglia, non c’è più il capo del personale che si reca alle esequie del dipendente che ha speso tutta la vita per l’azienda. Ormai i rapporti sono improntati alla sfiducia, all’indifferenza, al farsi le scarpe l’un l’altro.

Quello che caratterizza il testo, a parte il fatto di essere molto divertente e strappare qualche sincera risata qua e là, è la padronanza di stile, lo sfoggio di erudizione, l’uso aulico della lingua che contrasta a bella posta con la bassezza e il degrado di certe situazioni.

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Michel Aflaq e il partito Baath

25 Luglio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #il mondo intorno a noi, #personaggi da conoscere

Michel Aflaq e il partito Baath


In questi giorni di attentati islamisti, di falliti golpe, di repressioni e di “depressioni”, ho letto commenti di ogni genere e mi è tornato in mente un personaggio di cui è tanto che non si parla, si tratta di Michel Aflaq, fondatore ideologico di uno dei movimenti più controversi del mondo arabo. Il Medio Oriente, per quello che ne sappia, non è stato sempre “islamista”, al contrario, negli ultimi decenni del Novecento i regimi arabi erano quasi tutti laici. Ad esempio il partito Baath, di cui Saddam Hussein fu il principale esponente in Iraq, è cosa ben diversa dai movimenti islamici ed è stato sempre inviso ai fondamentalisti, per non parlare della Siria dove questo partito è al potere da oltre mezzo secolo.

Il movimento Baath (letteralmente traducibile con rinascita o resurrezione) nacque a Damasco negli anni quaranta ad opera di due insegnanti siriani Michel Aflaq e Salah al Bitar, che si erano frequentati duranti gli studi universitari alla Sorbona di Parigi una decina di anni prima. Michel Aflaq era nato a Damasco nel 1910, in una famiglia di religione cristiana e, durante la sua permanenza a Parigi, fu vorace divoratore delle maggiori opere dei pensatori del secolo precedente, da Mazzini a Lenin, da Marx a Nietzsche. In quegli anni di frequentazione dei circoli studenteschi, degli scontri di piazza che avvenivano nel Quartiere Latino fra studenti socialisti, comunisti e militanti delle Leghe nazionaliste o d'ispirazione fascista, Aflaq maturò la formazione politica più innovativa e originale di tutto il mondo arabo. Nell'ideologia del Fascismo italiano e del Nazionalsocialismo tedesco credette di ravvisare la sola possibilità per la modernizzazione delle società arabe, e per la nascita di un grande movimento di massa composto da militanti laici. Auspicava una forma societaria forte, autonoma, indipendente e militarizzata al punto da poter difendere la patria dalle potenze coloniali, un'economia con un'importante partecipazione statale, per dare lavoro e ricchezza al popolo, soprattutto ai ceti più poveri.
Terminati gli studi e tornato in Siria, Aflaq insegnò in una scuola superiore di Damasco e diede vita a un gruppo di studenti interessati alle sue teorie, con cui si riuniva nei caffè damasceni ogni venerdi per palare di politica e attualità. Aflaq non aveva propriamente le caratteristiche del leader, era piuttosto timido e schivo per natura, ma il fondatore del Baath ebbe una grande influenza sui giovani della capitale che riconebbero in lui il maestro ispiratore e, da un primo movimento quasi in sordina, nel 1947 nacque il vero partito. Lo slogan era “Il socialismo è il corpo, l'unità araba è l'anima”, l'ideologia sinteticamente “unità, libertà, socialismo”
Nell'atto costitutivo si promulgava un principio di unità che, in ottemperanza allo spirito nazionalista, mirava ad unire tutti i popoli arabi in un’unica nazione dal Golfo Persico all’Atlantico e di ottenere il rafforzamento dei legami storici, culturali e linguistici del mondo arabo. In questo grande disegno Aflaq, si badi bene, non attribuiva all'Islam un ruolo guida, ma la stessa funzione identitaria della lingua e della storia comune. Auspicava la liberazione del popolo arabo dall’imperialismo coloniale straniero e per questo reputava di grande importanza l'istruzione dei giovani

«La politica educativa del partito ambisce alla creazione di una nuova generazione di arabi che credono nell’unità della nazione e nell’eternità della sua missione. Questa politica, basata su un ragionamento scientifico, sarà libera dai ceppi della superstizione e delle tradizioni reazionarie, sarà imbevuta dello spirito dell’ottimismo, della lotta e della solidarietà tra tutti i cittadini per portare avanti una rivoluzione araba totale e per il progresso umano»

Vedeva nel Socialismo la via per la vera uguaglianza ma ne progettava una forma morbida, che, pur rifiutando ogni concezione materialistica, mettesse l’individuo al centro del sistema economico, riconoscendo la proprietà privata e i diritti di eredità.
Aflaq promuoveva un vento di positiva innovazione che era paventato e odiato dagli islamisti conservatori, questo portò a lotte interne al partito che si divise in diverse fazioni, nel 1966 egli venne estromesso dalla vita politica siriana e si rifugiò in Iraq dove il partito Baath aveva conquistato il potere.

Deluso dalla mancata realizzazione pratica della sua ideologia, Aflaq si ritirò dalla scena pubblica, conservando il rispetto e la fedele amicizia di Saddam Hussein che lo volle comunque accanto negli ultimi anni della sua vita.
La fine di Nasser in Egitto, le sconfitte arabe contro Israele, gli accordi di Camp David, e bla bla bla avanti fino ai giorni nostri, portarono gli stati arabi ad abbandonare definitivamente le concezioni unitarie di Aflaq. Il sogno di un mondo arabo nazionalista, laico e socialista si spense definitivamente con lui il 10 giugno del 1989. Così come era già morto, nel 1945, il sogno di un' Europa dei popoli, Europa Patria, Europa Nazione, unita contro il capitalismo americano e il comunismo russo e, come avrebbe voluto Drieu La Rochelle, un'Europa anche bianca e ariana.

In una considerazione finale, tornando ad Aflaq, preso atto che gli islamisti detestarono Saddam quanto detestavano l'America, se veramente la preoccupazione di Bush fosse stata la guerra contro il terrore, sarebbe stato meglio, a mio parere, allearsi con lui e non distruggerlo, o magari oggi farci un pensierino prima di provare a distruggere anche il presidente Assad, ma io sono una donna di campagna, che ne posso capire di economia e politica internazionale...

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L'Aventino

23 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

L'Aventino

Roma era diventata una res publica, una cosa di tutti. Si sceglievano due consoli, cioè due capi che per un anno governavano la città e guidavano l’esercito. Ma dopo cento anni di guerre contro gli Etruschi, i plebei erano impoveriti e scontenti. Avevano dovuto abbandonare i campi e le botteghe per combattere, le famiglie si erano indebitate con i patrizi. Alla fine delle guerre i patrizi si dividevano il bottino e ai plebei non toccava nulla, così i patrizi diventavano sempre più ricchi e i plebei sempre più poveri. Allora i plebei decisero di andarsene e si trasferirono su una collina vicino a Roma, L’Aventino (secessio plebis), con l’idea di fondarvi una nuova città. Fu una specie di sciopero di massa. La prima secessione avvenne nel 494 a.C. e l'ultima nel 287 a.C. Roma rimase senza contadini, artigiani e soldati.

I patrizi furono costretti a concedere ai plebei di non pagare i debiti contratti durante la guerra e di essere remunerati se combattevano. Ottennero anche dei rappresentanti legali: i tribuni della plebe. Se una legge non conquistava l’approvazione dei tribuni, non poteva essere accettata. Così i plebei tornarono a Roma e, per sancire la pace fra patrizi e plebei, fu eretto un tempio alla dea Concordia.

Ma come poteva l’aristocrazia serbare il suo ascendente a dispetto dell’impedimento costituito dall’autorità tribunizia? Intanto, limitandola alla città di Roma e al tempo di pace: in guerra i tribuni dovevano obbedire ai consoli. Poi, convincendo i Comitia Tributa a elegger solo plebei ricchi. Infine, aumentando il numero di tribuni in modo che fosse più facile convincerne anche uno solo a dare o negare il suo veto.

In casi di emergenza uno dei consoli poteva nominare un dittatore (come fu per Cincinnato). Costui aveva potere sulle persone e sui beni ma non poteva disporre dei fondi dell’erario senza il consenso del Senato. La durata dei suoi poteri era di sei mesi, al massimo di un anno. Solo Silla e Cesare abusarono di questi poteri e la repubblica tornò monarchia.

Ecco alcuni esempi delle prime leggi romane:

  1. Se uno rompe un braccio a un altro e non fa pace con lui, riceverà lo stesso danno.
  2. Se uno con la mano o con un bastone rompe un osso a un uomo libero, deve pagare 300 assi di multa, se fa lo stesso a uno schiavo, deve pagare 150.
  3. Chi ingiuria a qualcuno deve pagare 25 assi.
  4. Se qualcuno ruba o compie qualche delitto di notte, può essere ucciso
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