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"Il diario di Eva" di Mark Twain

14 Settembre 2016 , Scritto da Lidia Santoro Con tag #recensioni

"Il diario di Eva" di Mark Twain

Il più dissacrante e anticonformista fra gli autori americani, Mark Twain, che disegna una storia d’amore umana e divina, la prima storia d’amore, una storia che si svolge nel paradiso terrestre, ma che trascura completamente l’aspetto religioso per scrutare quello umano.

E’ il ritratto di Eva, un ritratto che solo un ammiratore potrebbe eseguire, un ritratto che esalta la natura femminile.

Si deve dedurre allora che l’ironia e il maschilismo di Twain siano solo un altro aspetto del suo trascinante umorismo, perché se è vero che "Se una donna si guarda spesso allo specchio, può darsi che non sia tanto un segno di vanità, quanto di coraggio”, è anche vero che: "Che cosa sarebbe l'umanità, senza la donna ? Sarebbe scarsa, terribilmente scarsa" .

Eva è la voce narrante che con stupore, ma anche con precisione scientifica, registra il mondo intorno: il suo diario è un quaderno di appunti, di annotazioni, di scoperte.

Si pone delle domande a cui cerca di dare delle risposte che la soddisfano tanto che si compiace del suo istinto: ”Per essere giovane come sono, questa frase mi sembra molto intelligente”.

E il mondo che osserva le sembra quasi perfetto, la incuriosisce e la emoziona.

La luna, il cielo stellato... li guarda incantata, vorrebbe raggiungere le stelle, coglierne qualcuna per adornare i suoi capelli: ecco la donna raffinata e senza età, una donna completamente donna.

Dice: ”All’inizio non capivo a cosa ero destinata quando fui creata...”.

E viene da pensare che lei sia stata creata per la procreazione, per abbellire il mondo come un bel fiore, per riempire la solitudine di Adamo, invece no: è stata creata per cercare i segreti del mondo, per imparare, per provare e riprovare, per sperimentare a sua volta, lei che è un esperimento.

Piange, si stanca, ragiona, parla con se stessa per soffocare il silenzio, classifica e colora fiori, il mondo è una tavolozza di colori.

Ma Eva è veramente grande quando incontra Adamo, un animale sconosciuto, che la intimidisce e incuriosisce; lo cerca e lo osserva di nascosto, corre via per paura di essere inseguita, è profondamente delusa quando si accorge di non essere inseguita.

Niente di nuovo insomma: l’eterno gioco del corteggiamento, dell’apparizione e della sparizione.

Adamo l’attira e l’affascina, ma la delude anche, perché poco interessato alle cose che la interessano; non c’è sintonia nella loro visione del mondo.

Luminosa e curiosa lei, cupo, silenzioso e solitario lui.

L’universo di Eva è vasto: dolcezza, tenerezza, intelligenza vitale.

Ha la consapevolezza della sua superiorità senza sentire il bisogno di decretarlo, è materna e paziente nei confronti di Adamo, soffre per i dolori che le infligge, ha il cuore a pezzi per i suoi modi rudi e indifferenti.

Quando è triste sente la mancanza di amici e li cerca nello stagno e lì chiacchiera con la sua immagine, la sua amica, la sua unica amica, il suo rifugio nei momenti difficili, che sono sempre più frequenti da quando ha conosciuto lui.

E’ una storia dei nostri giorni, la storia eterna di una coppia che vive con le proprie diversità, che comunica in modo diverso.

Forse il segreto, almeno all’inizio di un rapporto, sono le differenze che attraggono più delle cose in comune e questo è stato il segreto anche per Adamo e Eva. Ma poi la mela, il frutto proibito, il peccato originale.

Ancora una volta è Eva che lo coglie, per curiosità, per conoscenza, per interesse culturale diremmo oggi.

Come può una creatura così giovane, inesperta e innocente, fragile e incantata, aver commesso il peccato ed essere punita? Sembra che Twain voglia convincerci dell’inesistenza del peccato originale, dell’assurdità della punizione inflitta.

Dopo aver decantato e descritto le capacità di Eva, la sua vivacità, il suo interesse per il nuovo, cogliere la mela sembra rappresentare il naturale epilogo di questo suo comportamento che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare dalle prime pagine.

La mela, allora, dal punto di vista umano potrebbe rappresentare l’inizio della libertà, della condizione di scegliere arbitrariamente e incondizionatamente.

Twain sembra chiedersi se agire ed esistere in libertà, in modo autonomo, significhi agire contro la volontà di Dio, senza scelta.

Lei ama Adamo e continuerà ad amarlo anche dopo la caduta e continuerà a chiedersi il motivo di tanto amore, ma spererà sempre di vivere tutti i suoi giorni con lui, perché senza di lui non sarebbe vita.

Eva muore e Adamo le dedica una delle più belle dichiarazioni d’amore della storia, la più umana e la più divina, la prima:

Ovunque lei sia stata quello era l’Eden”.

Lidia Santoro

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Lumturì, il record

13 Settembre 2016 , Scritto da Sergio Pietra Caprina Con tag #cinema

Lumturì, il record

Una proiezione del film Lumturì, il record, lunedi 26 settembre 2016 alle ore 21 al cinema 4 Mori di Livorno.

Piccola per il risultato, ma grande per chi ha contribuito alla realizzazione - per un film indipendente locale - l'ammissione al festival internazionale "un film per la pace", considerando che essa è avvenuta per scelta fra centinaia di film provenienti da tutto il mondo e con alle spalle produzioni e coproduzioni in compartecipazioni fra nazioni, vedi http://www.unfilmperlapace.it/ammessi2016.html-

Infatti, questo film non ha usufruito di alcuna distribuzione né di marketing milionari.

Il termine "indipendente" sta, infatti, per chi realizza in proprio un progetto cinematografico, senza alcun finanziamento pubblico o privato, dall'ideazione alla distribuzione.

L'intento finale, quindi, è anche di distribuire storie filmiche, magari non di altissima qualità, che altrimenti non potrebbero mai essere raccontate e quindi visionate.

Un film richiederebbe infatti un investimento di milioni di euro, prerogativa solo degli autori più commercialmente vendibili, poiché le società di produzioni, dipendenti dalle emittenti televisive nazionali ed estere e dalle case distributrici più potenti, investono solo su chi rende loro un guadagno certo.

Finanziamenti statali e regionali danno talvolta spazio alle creatività sommerse che non trovano però in seguito una distribuzione necessaria; con sperpero non indifferente di denaro pubblico.

Precisazione doverosa: realizzare un film comporta un lavoro estenuante senza profitto, se non per le individuali soddisfazioni di chi vi partecipa.

In questa occasione, per esempio, si è riusciti ad avere la preziosa collaborazione dello storico cinema 4 Mori, a cui deve andare un meritato plauso, per una proiezione unica di questo film.

La speranza certo è che il pubblico labronico partecipi numeroso soprattutto per rendere giustificabile l'utilizzo di un cinema per un progetto livornese DOC.

E' un lungometraggio di 88 minuti, di genere drammatico, scritto e diretto da Sergio Pietra Caprina, con le musiche originali del maestro Mario Cafarelli, con numerosi partecipanti fra addetti, collaborazioni, protagonisti, coprotagonisti, ruoli grandi e piccoli, figurazioni:

Franco D'andera, Flavia Moldovan, Alessandro Andreini, Dino Chelli, Lina Ciccone, Sonia del Cistia, Massimo Di Lazzaro, Maila Giordano, Daniele Dini, Antonio Pergolese, Marco Pietra Caprina, Mario Traversi, Anna Maria Vannini, Mario Botteghi, Francesco Ceccarini, Giuseppe Ciampagna, Adriana Doros, Pietro Fornaciari, Maurizio Ieri, Assouii Maroua, Riccardo Omodarme, Fabrizia Pardi, Renzo Rossi, Lorenzo Balducci, Nicola Bandecchi, Massimiliano Bardocci, Claudia Bartorelli, Libero cavalieri, Simone Ciurli, Alavaro Dovicchi, Francesco Fusarpoli, Giancarlo Gianni, Donato Granieri, Gerardo La Rotonda, Carla Manzi, Michele Martorano, Roberto Mattioli, Filippo Mini, Paolo Moldovan, Doranna Natali, Andrea Nicpal, Fabrizia Pardi, Valeria Pergolese, Adriano Pierulivo, Carlo Ramos, Marilou Russomanno, Rita Russomanno, Dino Samaritanim Giovanni Schiano, Giuseppe Simeone, Alberto Spagnoli, Daniele Stiaffini, Tommasi Trapani, Rua Ugolini, Stefano Vullo, Corsaro di p.Cavallotti, Carolina Angeli, Monica Allegranti, Maila Banti, Francesco Barontini, Federico Bartorelli,Sergio Biagiotti, Filippo Cantini, Paolo CecionI, Ilaria Chiappini, Simone Chiappini, Graziella Cini, Simone D'andrea, Nicholas Dabal, Sara Damiani, Riccardo Degaetano, Maria Francesca D'esposito, Gaia Dibartolo, Natan Dibartolo, Gianfranco Di Lazzaro, Federico Diodati, Eugenio Discepolo, Vito Donati, Filippo Doveri, Francesco Ferrini, Silvia Frassinetti, Antonella Gasparri, Roberto Gauci, Ornella Gavagnaro, Guglielmo Genchi, Isenia Genchi, Raffaele Gnasso, Rita Gori, Mattia Guidi, Micol Ieri, Majilinda Izvira, Angelica Lo Porto, Cesare Francesco Lo Porto, Alessandra Macchi, Patrizio Magnisi, Romolo Mangone, Juliano Minetti, Massimiliano Pieri, Martina Pierdomenico, Linda Pietra Caprina, Michela Pietra Caprina, Francesca Puca, Chiara Alice Pucini, Christian Ramos Myrea, Ramos, Sara Rastrelli, Caterina Russomanno, Silvia Secenti, Anna Squillante, Alessandro Soriani, Chiara Superina, Paola Toso, Giacomo Vespignani.

Si ringrazia per la collaborazione Assicura Sas di Livorno, Compagnia Portuale di Livorno, Istituto Sacro Cuore di Livorno, Masterlight Services di Livorno, Mini Hotel di Livorno, Peschereggio Idea di Livorno, Unione Canottieri di Livorno.

Chi ha realizzato il tutto spera di poter salutare il pubblico e presentare il cast in questa particolare iniziativa

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Diego Collaveri, "Il segreto del Voltone"

11 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Diego Collaveri, "Il segreto del Voltone"

Il segreto del Voltone

Diego Collaveri

Fratelli Frilli Editori, 2016

pp 259

11,30

Tutti i commissari infelici si somigliano fra loro. Non è l’incipit di un inedito di Tolstoj ma la considerazione che traiamo leggendo gli odierni epigoni di Montalbano. Il poliziotto di Vigata è riproposto in tutte le salse, anche quando non parla siciliano bensì livornese, anche quando non ha una bella fidanzata ligure ma una moglie morta e una figlia che non gli parla più. Mario Botteghi opera a Livorno e si trova a indagare su un caso di omicidio del quale s’interessano persino i servizi segreti americani: un crocierista statunitense, sbarcato nella città labronica, viene trovato ucciso vicino al Voltone, alias piazza della Repubblica, alias piazza Carlo Alberto, una piazza ponte storica e affascinante. La morte del crocierista si collega a fatti del dopoguerra, a segreti nascosti che non possiamo svelare, a qualcosa di prezioso e oscuro celato nelle viscere della città, là dove i Fossi, cioè i canali di acqua salata che la attraversano, vengono a contatto con gli imbocchi di intricate e inesplorate gallerie.

La storia è avvincente ma aggrovigliata, il commissario, le sue scoperte e le scene d’azione finali un po’ scontati. La parte più riuscita dell’opera è la puntuale e veritiera rappresentazione di una città letterariamente poco raccontata. Collaveri dimostra di conoscerla in tutti gli aspetti, belli e meno belli, nel degrado di oggi e nel passato storico, nei particolari della vita quotidiana e nei documenti di archivio, e di saperne ricreare l’atmosfera unica. Dà prova di quell’amore per Livorno che anche noi sentiamo, che invade le nostre ossa, i nostri muscoli, la nostra pelle ghiacciata dal salmastro. Il racconto aggredisce tutti i sensi, ci fa odorare il profumo degli spaghetti al riccio, udire lo strido sgraziato dei gabbiani e lo sciabordio delle onde contro i moli.

Quello che gli rimprovero è – come a molti miei concittadini – l’identificare la parte “nostra” con una parte sola, quella collegata a certi ideali e a certi simboli che, pur preponderanti in città, non sono gli unici.

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Interno verde

10 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #luoghi da conoscere

Interno verde

Sabato 10 e domenica 11 settembre, due giorni dedicati ai curiosi, a quelli che davanti a un portone chiuso iniziano a sognare i giardini che non possono vedere.

Eleganti corti rinascimentali, orti medievali, oasi fiorite di tranquillità e pace domestica, geometrie zen e labirinti di siepi, rari alberi secolari e arboreti insospettabili, celati alla vista dei passanti dalle facciate degli antichi palazzi: Ferrara custodisce gelosamente uno spettacolare patrimonio di giardini privati. Un patrimonio che eccezionalmente, grazie alla manifestazione Interno Verde, si metterà a disposizione della collettività: ferraresi e turisti sabato 10 e domenica 11 settembre potranno esplorare quaranta giardini privati.

Interno Verde intreccia l’anima ecologica a quella indelebilmente culturale del capoluogo estense e svela quanto questi angoli di quiete siano stati fondamentali per raccogliere secoli di fantasia. Le impronte degli artisti che hanno raccontato la città sono rimaste vivide sull’erba.

In primis Ludovico Ariosto, che coltivava le idee migliori nel giardino rigoglioso della sua parva domus. Appena superato l’ingresso, un piccolo melograno e un romantico pozzo incorniciato dall’edera accolgono il visitatore, insieme ai gelsomini e ai rosai rampicanti; gli stessi che gli saranno valsi qualche verso dell’OrlandoFurioso, a cinquecento anni dalla sua prima edizione. I più sognatori si avventureranno alla ricerca de Il giardino dei Finzi Contini: a un secolo dalla nascita di Giorgio Bassani non si è ancora estinto il quesito: esiste o non esiste? Non va tralasciato il pergolato del Tennis Club Marfisa: qui sfidavano gli amici Michelangelo Antonioni e Bassani, che senza dubbio si ispirò alle svariate partite disputate per descrivere i giovani Giorgio e Micol. Alla sua memoria sarà dedicato il gran finale:domenica 11, alle 19, in vicolo del Parchetto la compagnia teatrale Ferrara Off metterà in scena un omaggio alla sua opera letteraria.

Bassani non fu l’unico a immaginare la penombra di un giardino segreto: quello che si incontra in via Palestro nemmeno si riesce a intuire dalla strada. Solo quando si apre il portone del palazzo cinquecentesco, s’illumina la bellezza del fazzoletto verde che racchiude. Nel Settecento la proprietà passò alla famiglia Scacerni, la stessa a cui è dedicata Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli. Il romanziere spesso si rifugiava a scrivere tra la magnolia e il frassino del loro giardino; perciò decise di attribuire ai protagonisti del suo capolavoro il cognome dei suoi ospiti, in segno di riconoscenza.

Il cerchio si chiude nel vasto e curato parco che circonda Villa Zappaterra, noto soprattutto perché ha ospitato, per sei secoli, le tombe di dieci membri degli Estensi, che tuttora si possono vedere nel sottobosco, non lontano dall’abitazione.

L’associazione Ilturco, che ha ideato e curato l’iniziativa, ha raccolto la disponibilità delle famiglie che per un weekend apriranno porte e portoni, permettendo a chi vorrà partecipare all’evento di esplorare il capoluogo estense in modo originale e inedito. Un’occasione unica per scoprire dietro il rosso dei tipici cotti ferraresi un’anima verde tanto ricca quanto capillarmente diffusa.

Interno Verde è patrocinato dal Comune di Ferrara e dall’Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna. È sostenuto inoltre da Emilbanca, Zerbini Garden, Silla, Altraqualità, hotel Santo Stefano, enobar Maracaibo. La sua realizzazione è stata possibile grazie alla partecipazione attiva di numerosi enti, associazioni e imprese: Amici della biblioteca Ariostea, Arci, Centro Idea, Cinema Boldini, Fai Giovani, Garden Club, Geometrica.Botanica, Ibs – Libraccio, Legambiente, Lipu, Listone Mag, Museo archeologico nazionale di Ferrara, Musei civici di arte antica di Ferrara, Nuova Terraviva, Orto Botanico di Unife, Punto 3, Teatro Ferrara Off, Urban Center, youngERcard.

Per conoscere il programma completo dell’iniziativa e restare aggiornati sugli eventi collaterali si può fare riferimento al sito www.ilturco.it/interno-verde oppure seguire la pagina Facebook dell’associazione Ilturco: https://www.facebook.com/ilturco.it/.

Interno verde
Interno verde
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Diego Popoli, "Fotografie"

26 Agosto 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #racconto, #diego popoli

Fotografie

Diego Popoli

Edizioni Leucotea, 2015

pp 95

11,90

"Eravamo in quella fase dell'adolescenza, nella quale ti sembra di aver già vissuto tutto quello che puoi vivere, anche se in realtà, non sei altro che un debuttante, su questo grande palcoscenico che ci hanno dedicato." (pag 38)

Ventuno racconti che sembrano far parte di un unico corpus - quasi opera “di formazione” - molto brevi e molto semplici, dove succede poco ma si riflette tanto, anche in modo filosofico, sulla vita, sull’esperienza, sulla crescita, sull’amicizia. Fulminei episodi più pensati che agiti, flash back.

Amori, delusioni, avventure estive, viaggi ferragostani in stile Il sorpasso, domeniche sonnolente dove a farla da padrone è la noia - una noia che, forse, rimpiangiamo come non luogo nel quale tutto poteva ancora avvenire - fughe notturne nella provincia emiliana che ricordano le canzoni di Lucio Dalla. Quante Anna e quanti Marco hanno calpestato quei palcoscenici che non ci sono più e che sono già intrisi di maledetta nostalgia? Quanti amici, quanti compagni di scuola, quante figure conosciute, o anche solo intraviste, ci siamo lasciati alle spalle, mentre ognuna di loro, passando come una meteora, donava qualcosa: una riflessione, un insegnamento, un esempio?

Più che l’argomento, più che lo stile, colpisce, appunto, la pregnanza dei raccontini - veri e propri scatti fotografici a penna - se rapportata alla loro trama e al loro volume: quel poco o niente che vi accade lascia però un’orma, un’unghiata sul cuore, genera una riflessione, regala un insegnamento.

La narrazione procede per sbalzi, fra presente, passato e passato ancora più passato, fra ricordi e pensieri, fra un qui ed ora molto ordinario, come la fila alla posta, e l’iperuranio dove le memorie diventano perfette idee platoniche.

Si parte dalla metà degli anni ottanta, quando tutto sembrava ancora facile e possibile,

La strada che ci portava via, lunga e sconosciuta, la immaginavamo senza buche e piena solo di cose belle. Non sarebbe stata così. E il viaggio non lo avremmo fatto tutti insieme, come previsto.” (pag 79)

per arrivare lentamente fin quasi ai giorni nostri o, almeno, a quei primi anni duemila dove gli accadimenti mondiali hanno minato la fiducia e sconvolto la realtà come la conoscevamo.

Fotografie, di Diego Popoli, è il secondo libro che leggo delle edizioni Leucotea e trovo che questa casa editrice si caratterizzi per l’ottima e compiuta qualità della scrittura. Le sbavature sono veramente poche e facilmente risolvibili.

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Ganja Fiction (2013 - 2015) di Mirko Virgili

23 Agosto 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #musica

Ganja Fiction (2013 - 2015) di Mirko Virgili

Regia: Mirko Virgili. Soggetto: Mirko Virgili. Sceneggiatura: Guido Ludovici. Fotografia: Samuel Masi. Musiche: Emanuele Bossi. Produzione: Spoilt srl. Produttore: Samuel Masi. Organizzatore Generale: Claudio Caminito. Genere: Commedia thriller. Interpreti: Andrea De Rosa (Becchino), Renato Solpietro (Sasà), Francesco Venditti (Mr. Nice), Eros Barbieri (Mr. Grady), Crisula Stafida (Bianca), Ludmilla Radchenko (Luna), G-Max (Bomba), Claudio Caminito (Spadino), Gianluca Tocci (Conte), Duke Montana (Salvo Rotella), Giorgio Grasselli (Vito Rotella), Francesco Primavera (Bazooka), Marco Mancini (Spettro), Fabrizio Sabatucci (Mago), Francesco Sabino (Geko), Andrea Conte (Ciccio), Gianluca Cortesi (Spillo), Pierfrancesco Botti (Mocio), Gabriele Reale (Baracchetta), Marco Maria Della Vecchia (fidanzato di Mr. Grady), Mario Nicolini (Minkio), Valeria Alessandri (Tania), Flavio Carnevali (Mr. Skunk), Ernesto Maieux (O’ Varano), Remo Remotti (signore anziano), Alfio Sorbello (Chiacchiu), Raffaele Vannoli (Fiato), Edoardo Pesce (ragazzo), Claudio Camilli (ragazzo), Antonio Tallura (capitano), Ciro Petrone (Foglia), Janet De Nardis (moglie baracchetta), Noyz Narcos (nel ruolo di se stesso). Durata: 120’ (Versione YouTube del 2015: 82’).

Visibile in rete: https://youtu.be/pQTxcFKHmSs.

Ganja Fiction è un’opera prima girata in un anno e mezzo, tra scenari che vedono protagoniste Roma e Amsterdam. La scelta della capitale olandese, oltre per i meravigliosi scenari che offre, è dovuta alla sua famosa politica di tolleranza, luogo ideale per gli argomenti trattati. La possibilità di girare in veri coffee shop, con tutto quello che ne concerne, ha permesso di fotografare appieno l’atmosfera che solo posti del genere riescono a trasmettere, cercando in chi lo vede una buona dose di empatia. A veicolare questa empatia c’è la costante compagnia di una voce narrante che sembra voglia far capire come delle scelte sbagliate portino inesorabilmente a compiere sempre altre scelte sbagliate.

Sinossi. Roma. Becchino è alle prese con un amore non corrisposto nei confronti di Bianca, la bella titolare del negozio di pompe funebri dove lavora. Ad approfittare di questa debolezza è il suo collega e amico napoletano Sasà, sempre incline a piccoli furti, con due chiodi fissi: il gioco d’azzardo e la marijuana. Sasà convince Becchino che per far breccia nel freddo cuore di Bianca è necessario possedere una sol cosa: i soldi! In men che non si dica Becchino si ritrova catapultato in un nuova realtà: tanto per cominciare un debito da ben centomila euro con un pericoloso strozzino: O'Varano. Questi soldi non sono altro che la posta per sedere a un tavolo da gioco, una partita a porte chiuse di Texas Holdem. Con la sicurezza che si tratti di una partita truccata, di una vincita sicura, Becchino si lascia trasportare dal suo amico, ignaro che la realtà sia un’altra. Al tavolo da gioco siede una banda di abili imbroglioni che in una mano sola si porta a casa l’intero malloppo. Costretti a dover restituire in brevissimo tempo il grosso debito, Becchino e Sasà scelgono una strada veloce: rubare un enorme quantitativo di marijuana dalla casa di un certo Mr. Nice, famoso per la sua erba al gusto di fragola. Con l’aiuto di Spadino, scaltro scassinatore, mettono in atto il colpo, ma anche qui qualcosa va storto. Anziché trovare la marijuana, si ritrovano una casa svaligiata con Mr. Nice imbavagliato e ammanettato su letto. Qualcuno che ha avuto la loro stessa idea è stato più veloce! Quel qualcuno si chiama Mr. Grady, un gay col vizio dei cavalli e protagonista di una delle storie parallele. Costretto anche lui a compiere quel furto per saldare un violento allibratore. Tutto si complica quando entrano in scena tre giovani prepotenti guardie, poco inclini alla divisa e molto inclini a quella che ormai sembra essere la regina della scacchiera: la marijuana. La scoperta di questa famosa erba al gusto di fragola li porta in quello che è l’obiettivo di tutti, ovvero casa di Mr. Nice. Tutte le storie finiscono per amalgamarsi e fondersi verso un’unica strada, quella che porta ad Amsterdam, dove tra coffee shop e tanti canali della capitale olandese, si concluderanno le disavventure degli ultimi due personaggi rimasti.

Andiamoci a prendere la libertà, così recita Becchino nell’ultima scena. Ganja Fiction vuol dire una ricerca perenne di libertà. Un’incessante fuga da scelte sempre sbagliate, dove le paure diventano realtà e più di qualcuno viene inghiottito. A tener banco sono i vizi che, come nella realtà, esaltano le personalità dei personaggi, facendone uscire il loro lato più nascosto, quello più oscuro. Manie sessuali, debolezze, esaltazioni. Non esistono distinzioni, né buoni né cattivi. Tutte le emozioni, da quelle positive a quelle negative, passano attraverso un’unica testimone, impassibile, silenziosa. Una particolare tipologia di marijuana al gusto di fragola. Il soggetto è di Mirko Virgili, anche regista dell’opera. La sceneggiatura, di proprietà della Spoilt srl, è scritta da Guido Ludovici.

Le riprese iniziano nel marzo 2010, comprendono un anno e mezzo di lavoro tra Roma e Amsterdam, prima di passare alla post audio e video. Il film è stato girato in digitale con Panasonic HPX171 e Canon 5D. Il costo totale dell’opera è di circa 50 mila euro, oltre a una formula di co-produzione con la maggior parte del cast tecnico e artistico. Il titolo stesso rappresenta l’obiettivo principale di questo film. Ganja Fiction è un prodotto giovane che vuole parlare ai giovani. L’ingrediente principale, la marijuana, è in realtà la chiave per riuscire ad aprire una porta resistente e complicata come quella che può essere l’interesse nei giovani. A condire questi ingredienti, una selezione di brani musicali, dal reggae al rap, con una scaletta di nomi di un certo spessore. La Spoilt srl può servirsi come promozione di una larga e diversificata diffusione di gadget promozionali, nonché di una capillare rete di passaparola, concentrata in quello che può essere il target del film. Si avvale peraltro della collaborazione degli artisti che hanno partecipato nella formula della co-produzione, con interventi e promozioni ognuno nel proprio campo, eventi, concerti, interviste in tv e radio. L’apparizione stessa di alcuni personaggi rapper garantisce un certo tipo di promozione in ambienti difficilmente raggiungibili dai media tradizionali: Noyz Narcos: noto rapper conosciuto da gran parte dei giovani di tutta Italia (già nel cortometraggio Ganja Fiction, la sua presenza ha garantito visite tutt'oggi copiose sul sito web del corto. Nel film recita un cameo di se stesso all’interno del coffee shop Greenhouse di Amsterdam); Duke Montana: altro famoso rapper (anche lui nel cortometraggio); G-Max, rapper dei noti Flaminio Maphia, da tempo sulle scene del palcoscenico televisivo. Un ruolo importante in Ganja Fiction ce l’ha la musica: musica giovane. Si passa dal reggae al rap fino ad arrivare alle musiche composte dal maestro Emanuele Bossi, studiate soprattutto per i momenti di maggiore tensione. per non farsi mancare nulla, una cover dei Nirvana nel punto principale dell’opera. Vediamo alcuni gruppi.

Villada Posse: crew di artisti romani che da oltre quindici anni contribuisce significativamente alla storia della scena musicale reggae e raffa muffin italiana. Sempre attivo con serate in tutta Italia e con partecipazioni agli eventi di musica reggae in tutta Europa.

Lion D: altro cantante reggae dell'Emilia Romana e della stessa etichetta dei Villada Posse, nato a Londra e con musiche in lingua inglese giamaicano.

Radici nel cemento: noto gruppo reggae nato in prossimità del litorale romano conosciuto da gran parte dei giovani e divenuto famoso non solo a Roma ma in ambito nazionale.

Pmk: nuovo gruppo reggae proveniente da Pignataro Maggiore, piccolo centro della provincia di Caserta, nel cuore della Gomorra raccontata da Saviano e proprio dalla loro terra traggono ispirazione per le loro musiche.

Rasta Ciccio: unica canzone fatta da questo cantante dal titolo Fumo tanta erba nota a tutti i giovani dei licei dal 1999 a oggi.

Quartiere Coffee: reggae band di Grosseto che nell’ultimo anno ha collezionato importanti risultati in numerose piazze italiana grazie anche al singolo Sweet Aroma e dal suo videoclip, pezzo cantato in lingua inglese.

Noyz Narcos: noto rapper già citato sopra per il suo cameo nel film.

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Erba Celeste (2016) di Valentina Gebbia

20 Agosto 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Erba Celeste (2016)  di Valentina Gebbia

Erba Celeste (2016)

di Valentina Gebbia

Conosciamo Erba Celeste dalle parole della sua autrice (scrittrice, regista, sceneggiatrice e tecnico del montaggio):

Il film è tratto da uno dei miei romanzi. Se hai visto il sito, saprai il miracolo produttivo che rappresenta, realizzato senza budget, con i tempi di una normale produzione, solo grazie a volontà e passione. Saprai anche che siamo stati invitati, finora, in tre Festival e che il film non è ancora uscito nelle sale. Dovrebbe essere una questione di settimane, ovviamente in un circuito di cinema indipendenti. Daniela Giordano è una delle gioie che questo film mi ha dato”.

Leggiamo la sinossi: “Celeste è una musicista che vive in una residenza per artisti nell’assolato entroterra siciliano, il Baglio Acquecalde. È ammalata di cancro e ha scelto di rompere col pensare comune per curarsi con l’alimentazione naturale, la fitoterapia, i libri e la cannabis. Amaranto, proprietario della residenza, è un affascinante architetto deluso dall’amore, con un carattere spigoloso e con grandi difficoltà a leggere nella propria anima. Insieme a loro, vivono il dottor Camillo, medico amante dell’alcol che ha girato il mondo, e artisti che in quel luogo hanno ritrovato una famiglia, immersi nel verde incontaminato e nell’amore di Celeste. Il loro microcosmo è violato da alcuni eventi: Daniela, scrittrice bizzarra e un po’ fuori di testa, è certa che proprio fra quelle mura, le abbiano rubato il suo ultimo manoscritto, mentre nel comportamento di alcuni anziani, c’è qualcosa di strano e inspiegabile. Amaranto cerca di scoprire cosa accada e, nell’indagare, si troverà a diffidare proprio della sua amica Celeste che, nei pomeriggi domenicali, offre agli amici un tè a base di erbe non identificate. L’uomo crede che Celeste droghi la gente e che i mali del posto scaturiscano da lei. Un anziano attore muore per un apparente attacco di cuore e la situazione si fa sempre più tesa perché anche Doriano, il direttore d’orchestra, si sente male nella notte. Il Baglio Acquecalde finirà per diventare una metafora del mondo, un mondo che spaccia per verità atroci bugie e chiama droghe solo alcune sostanze condannate dalla convenienza della storia. Nell’intrecciarsi di sentimenti forti, storie d’amore, colpi di scena e tenerezza, e soprattutto nell’amicizia tra Amaranto e Celeste, nel loro incontro-scontro, c’è tutta la speranza di chi crede ancora nel futuro della vita”.

Erba Celeste è un buon film indipendente dove la Giordano recita qualche posa, dopo trentacinque anni che non calcava le scene, poco utilizzata nel ruolo della degente Adele, quasi sempre ripresa seduta e con un ruolo non molto influente nell’economia della storia. Un tema difficile come l’uso terapeutico della marijuana ha reso complessa la pratica di autorizzazione legislativa. A nostro giudizio le parti peggiori, quelle più didascaliche e ridondanti, narrate come una lezione scolastica, sono da ricercarsi nelle poche sequenze in cui la regista - attrice tenta di giustificare l’uso della cannabis. Il film gode di molti pregi e di una confezione sontuosa a livello di fotografia e di colonna sonora, una messa in scena pregevole e una recitazione - pur non perfetta - più che passabile visto che gli attori non sono degli affermati professionisti. Molto bravo il protagonista Daniele Musso nei panni di Amaranto, credibile voce narrante e importante presenza come deus ex machina della storia che si sviluppa all’interno della residenza assistita e vede come filo conduttore l’amicizia tra il ragazzo e la degente Celeste. Bene Valentina Gebbia, sia come regista che come interprete, buona la sua performance (a parte le sequenze troppo didascaliche) e interessante la direzione degli attori. Ottimi piani sequenza, suggestive panoramiche, rapide dissolvenze, colore intenso nelle riprese diurne ed efficace fotografia notturna giallo ocra, espressivi volti di anziani ripresi in primo piano. Straordinaria la colonna sonora - una delle cose migliori della pellicola - che accompagna immagini fotografate con mirabile intensità poetica. Note di merito per Ugo Flandina (fotografia) e Maurizo Bignone (colonna sonora) che con il loro lavoro conferiscono alla pellicola un valore aggiunto importante. Non condivido una parola del tema portante del film ma questo non inficia il giudizio estetico che resta molto positivo, inoltre, a parte l’uso della cannabis, resta il condivisibile tema dei valori caduti e degli anziani ormai ritenuti inutili e abbandonati a loro stessi. Difetto di fondo una recitazione teatrale, troppo impostata, e una sceneggiatura - soprattutto i dialoghi - che risente di una scrittura lirica, a tratti persino retorica. La storia riesce comunque a decollare, sollevandosi dalle pastoie di un eccesso didascalico, terminando con un finale da film giallo. Restano pesanti come macigni le parole del protagonista: “Non cambierò il mondo ma d’ora in poi voglio cercare di cambiare un po’ il mio mondo”.

Il film vince con merito il Premio del Pubblico all’ottavo Sciaccia Film Festival, inoltre viene presentato alla sessantaduesima edizione del Taormina Film Festival e nella sezione Sguardi Altrove del Womens Film Festival. Erba Celeste è realizzato con passione e volontà, grazie a molti sponsor e a una produzione composta dagli stesi attori. Girato nella zona di Palermo, con suggestive riprese della spiaggia di Mondello, fiumi montani, palazzi storici e spaccati di lungomare della città sicula. Citazione cinefila da A qualcuno piace caldo di Billy Wilder con un brano del film durante una proiezione, il famoso finale dove si recita la battuta: “Nessuno è perfetto!”.

Regia: Valentina Gebbia. Soggetto e Sceneggiatura: Valentina Gebbia (dal suo romanzo omonimo). Fotografia: Ugo Flandina. Assistenti Fotografia: Duilio Scalici, Salvo Cataldo. Montaggio: Valentina Gebbia, Ugo Flandina. Aiuto Regista: Ugo Flandina. Colonna Sonora: Maurizio Bignone. Assistenti Regia: Duilio Scalici, Antonio Forestieri, Francesco Gebbia. Costumi: Manuela Velardo. Trucco: Salvo Bartolone. Operatore alla Macchina: Duilio Scalici, Ugo Flandina, Salvo Cataldo, Marco Di Stefano, Nicola Virgilio. Scenografia: Manuela Velardo, Maurizio Riotta, Andrea Vita. Fonico: Davide Buglisi. Produttore Esecutivo: Micro Film Associazione Culturale. Direttore di Produzione: Anna Li Muli. Fotografo di Scena: Gero Cordaro. Effetti Speciali: Ivan Monterosso. Musiche: Maurizio Bignone. Pezzi Musicali: Il vento e le rose, La giostra delle favole, Melanconia e conforto, Lo scrigno dei piccoli tesori (eseguite dal Trio Siciliano: Fabio Piazza, pianoforte - Silvio Dima, violino - Giorgio Gasbarro, violoncello); Into the dark, The rason of the soul (eseguiti da Luca Pincini, violoncello e Gilda Buttà, pianoforte); Dancing in the clouds, The restaurant, Forever friends (eseguiti da Sicilia String Orchestra). I brani Baglio e Celeste sono di Fabrizio Fortunato. Brano S’iddu moru: musica e voce di Laura Lala, testo da Cavalleria Rusticana e Anonimo Tradizionale, pianoforte di Sade Mangiaracina, basso Diego Tarantino, batteria Claudio Mastracci. Brano L’urtimo ri l’urtimi: testo e voce Laura Lala, musica e pianoforte Sade Mangiaracina. Brano Nonnuzza: testo, musica e voce Laura Lala, pianoforte Sade Mangiaracina, basso Giacomo Buffa. Brano Flowers di Duilio Scalici e Valerio Panzavecchia, eseguito da Manmuswak. Brano Erba Celeste (titoli di coda): testo Valentina Gebbia, musica Rosario Castelluzzo, voce e arrangiamento Giorgio Spica, Alessandro Mirabella. Interpreti: Daniele Musso (Amaranto), Valentina Gebbia (Celeste), Fabio Gagliardi (Camillo), Daniela Lampasona (Daniela), Luigi La Rocca (Luigino), Pippo Montedoro (Doriano), Daniela Giordano (Adele), Giuseppe Battiloro (Mario), Roberta Murgia (Lucrezia Ballotta), Giorgio Spica (Marcello), Roberta Impallomeni (Laura), Giusy Ferrante (Loredana), Angela Iacomeni (Teresa), Giuseppe Santostefano (Demetrio), Francesco Boscia (Nora Li Puma), Margot Pucci (Giuditta Li Puma), Salvo Ficano (Mirelli), Maurizio Juso (Casimiro), Marina Fragale (Gilda), Adriana Dolce (Altera), Gino Bonanno (Rosario), Marilia Chiovaro (Cecilia), Giuseppe Nicastro (Alfredo), Mirko Ingrassia (Alfredo), Piero Gebbia (Direttore Libreria), Renato Magistrato (Paolo), Marco Maria Correnti (Michele), Daniela Vita (Sara), Antonio Valguarnera (Ruggero), Giuseppe Celesia (amico Amaranto), Marina Provenzano (Vittoria), Patrizio Rizzo (barista), Aldo Messina (medico), Valentina Tilotta (segretaria), Stefano Billante (Leonardo Dorini), Francesco Gebbia, Elena Gebbia, Nicoletta Arena, Ludovico Genuardi, Federico Scrima (ragazzi libreria), Livia Arena Schonberger (turista tedesca), Rosanna Pirajno, Gaspare la Grassa, Toni Catania, Giovanna Ribaudo, Giuseppe Visconti, Vincenzo Gianbanco, Piero Russo, Marcella Abbate, Angelina Gertrude Pace, Antonio Pia Alagna, Giuseppe Caiozzo, Francesco Callari (ospiti residenza), Caterina Buscemi, Maria Terzo (cameriere), Manuela Velardo, Gaspare Catania, Francesco Valguarnera (impiegati residenza), Benedetto Modica, Federico Portelli (trasportatori), Rosario Andrea Lio, Alessandra Benigno (figli Demetrio), Davidel Basile (falegname).

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Annibale e Scipione, due grandi condottieri a confronto

19 Agosto 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

La costituzione romana posava sulla più perfetta organizzazione militare della storia: cittadini ed esercito erano una cosa sola. Una legione era una formazione mista di 4200 fanti, 300 cavalieri e vari gruppi ausiliari, ciascuna legione era divisa in centurie, comandate dai centurioni e aveva il suo vexillum. Ma i Cartaginesi erano ancora molto forti e volevano tornare ad essere i padroni del mare.

Dopo qualche anno, Roma e Cartagine erano di nuovo in guerra fra loro. I Cartaginesi misero a capo del loro esercito un grande generale che si chiamava Annibale Barca (247 - 183 a.c.) e odiava Roma con tutto se stesso. I Romani sorvegliavano il mare fra Cartagine e la Sicilia perché pensavano che i Cartaginesi sarebbero passati di lì per muovere contro Roma. Invece Annibale andò in Spagna e poi, attraverso la Francia, arrivò ai piedi delle Alpi per cogliere di sorpresa i Romani. Attraverso le Alpi non c’erano strade, le montagne erano coperte di boschi, di neve e di ghiaccio ed erano abitate da popolazioni selvagge e pericolose. Per valicarle Annibale dovette aprirsi una nuova strada e combattere i montanari. Riuscì comunque ad attraversarle con tutto il suo esercito, con i carri, i cavalli e persino alcuni elefanti.

Mentre i Romani sorvegliavano il mare, l’esercito di Annibale apparve all’improvviso nella pianura padana. L’esercito romano gli si mosse velocemente incontro ma i soldati di Roma arrivarono stanchi e spaventati e combatterono debolmente. Ci furono battaglie sul Ticino, sul Trebbia, sul Trasimeno e a Canne in Puglia. i Romani persero sempre; perdevano, retrocedevano ma non si arrendevano mai. Il giovane romano era educato alla guerra fin dall’infanzia, studiava l’arte militare e trascorreva molto tempo negli accampamenti. La vigliaccheria era considerata peccato senza perdono, punito con la fustigazione fino alla morte. Ai disertori e ai ladri veniva tagliata la mano destra. Il cibo in guerra era semplice: pane, polenta, verdura, vino agro, raramente carne. Morirono così tanti Romani che Annibale pare abbia fatto raccogliere tre cesti degli anelli che i patrizi portavano al dito.

Annibale vinceva e vinceva ma era chiuso in Italia senza rinforzi dalla madrepatria e ad ogni battaglia le sue scorte di uomini e mezzi sia assottigliavano. Intanto i Romani, guidati dal generale Scipione (236 – 183 a.c.) erano sbarcati in Africa e minacciavano la stessa Cartagine, dopo essersi accordati col re numida Massinissa. A seguito della disastrosa battaglia di Canne, i Romani evitarono altri scontri diretti e gradualmente riconquistarono i territori del sud Italia di cui avevano perso il controllo. Annibale fu richiamato a difesa della patria ma a Zama subì la prima sconfitta che segnò la fine della seconda guerra punica. Allo scopo di terrorizzare i Romani, il condottiero cartaginese schierò i pachidermi dinanzi alle proprie linee ma Scipione ordinò all'intera linea di suonare le trombe e i corni. Dallo schieramento romano si levò così un frastuono tremendo che terrorizzò gli elefanti al punto che molti di essi si voltarono e caricarono le loro stesse truppe.

I romani vinsero la guerra e ottennero tutte le navi cartaginesi. Cartagine rimase senza flotta per il commercio e perse importanza. Annibale si nascose prima in Siria e poi in Bitinia, quando i Romani ne chiesero l’estradizione, preferì suicidarsi.

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Segnalazione: ancora un romanzo di Tommaso Carbone

18 Agosto 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #segnalazioni

Segnalazione: ancora un romanzo di Tommaso Carbone

È uscito il 2 agosto in formato ebook il romanzo di Tommaso Carbone Il cadavere del santuario, Libromania-De Agostini, pagine 142, a euro 0,99, fino al 31 agosto.

Il corpo di Giulia Palmieri viene ritrovato in un dirupo alle porte di Grottole, in Basilicata. Nulla nella vita regolare della donna sembra giustificare un omicidio. Le indagini del capitano De Ruggieri si complicano ulteriormente quando un collega della vittima, inizialmente tra i sospettati, viene a sua volta assassinato. La scia di sangue si allunga arrivando a lambire importanti personaggi della politica e dell’imprenditoria locale. Mentre le due morti portano a galla segreti e misteri inconfessabili della piccola comunità, il tempo stringe per il capitano De Ruggeri, perché là fuori c'è qualcuno che ha deciso di farsi giustizia da solo.

Tommaso Carbone è nato nel 1963 a Grassano, in provincia di Matera, si è laureato in Pedagogia e insegna nella scuola primaria. Nel 2012 ha pubblicato Niente è come sembra (Rusconi). Il suo racconto Un angelo vestito di nero è stato incluso nella raccolta Carabinieri in Giallo 3 (Mondadori). Con Libromania ha pubblicato il romanzo Il sole dietro la collina e Non avrete scampo.

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Omaggio a Darwin

17 Agosto 2016 , Scritto da Lidia Santoro Con tag #lidia santoro, #scienza, #filosofia

Omaggio a Darwin

Mi propongo di dare qui un breve compendio del progresso delle idee sull'origine delle specie. Fino a poco tempo fa, la grande maggioranza dei naturalisti credeva che le specie fossero immutabili e che fossero state create l'una indipendentemente dall'altra. Numerosi autori hanno abilmente sostenuto questo punto di vista. Alcuni naturalisti, invece, erano convinti che le specie subissero modificazioni, e che le attuali forme di vita discendessero per generazione regolare da forme preesistenti. (Darwin L'origine delle specie, 1859).

La vita della teoria di Darwin non è mai stata facile: l’evoluzionismo è un’importante teoria scientifica che ci ha permesso di risolvere tanti interrogativi fisici, ma offre anche tante tematiche interessanti su cui meditare e sperimentare per provarne la validità. Scomodiamo Popper e la sua concezione epistemologica della scienza: egli paragona la storia della scienza alla teoria dell’evoluzione di Darwin. Tutte le teorie scientifiche devono riuscire a superare una revisione empirica per poter sopravvivere ed essere accettate. La ricerca quindi non ha mai fine e la teoria sopravvive fino a quando non si possa dimostrare la non validità della teoria stessa.

E una teoria scientifica ha tanti nemici, politici, religiosi, filosofici. Nel pubblicizzare le sue idee Darwin temeva le conseguenze, anche se non prevedeva una tale rivoluzione del pensiero imperante.

Egli individuò il motore dei cambiamenti nella selezione naturale, motore che esprime la differenza esistente tra gli individui di una popolazione e regola la loro possibilità di sopravvivenza e di riproduzione; ma non fu facile poter dimostrare ciò che aveva visto con i propri occhi nei luoghi visitati, né bastarono l’attento e minuzioso diario, né gli schizzi con cui corredava ogni scoperta. La comunità scientifica gli contestava la non trasmissibilità delle variazioni che lui sosteneva di aver scoperto; solo con Mendel e le sue leggi e poi con gli studi sulla genetica, i suoi risultati furono giustamente valutati, ma la teoria sull’evoluzione delle specie continua a non aver vita agevole, né nell’ambiente scientifico, né in quello religioso.
Mettere a tacere definitivamente le controversie che, ancora oggi, periodicamente affiorano e offendono il suo pensiero, è forse l’omaggio che Darwin gradirebbe di più, per i 200 e più anni passati dalla sua nascita.
La negazione della teoria dell’evoluzione deriva in primo luogo dalla mancanza di cultura e di nozioni biologiche: è più comodo credere l’uomo al centro degli esseri viventi, anzi al vertice della piramide, senza porsi problemi sull’evoluzione e le trasformazioni che comunque sono anche sotto i nostri occhi (basta dare uno sguardo ai numerosi reperti fossili, orme del passato che, come le vecchie foto denunciano i cambiamenti dei costumi e delle abitudini così essi evidenziano le trasformazioni degli esseri viventi). E alla opposizione culturale si affianca quella di natura religiosa.
Le religioni si basano su dogmi o miti inoppugnabili: solo la fede e non la ragione rivela la verità. La fede è qualcosa di più che indimostrato, è indimostrabile, è qualcosa di assurdo. Questo atteggiamento raggiunge la massima espressione con Tertulliano e può essere sintetizzato nel concetto che gli viene attribuito “credo quia absurdum “, una verità è tanto più vera, quanto più appare assurda. Nel corso dei secoli la Chiesa, anzi le Chiese, sono rimaste saldamente ferme nei propri steccati, rigidi e inamovibili. L’evoluzione e la scienza in generale sono invece una continua, ininterrotta ricerca.
Quasi sempre i due credo sono in antitesi, e l’uno non accetta il divenire dell’altro. Le regole di comportamento, di ricerca, di insegnamento dovrebbero essere chiaramente secolari e democratiche, indipendenti da lingua, cultura, religione; le eredità scientifiche sono patrimonio dell’umanità e come tali protette e svincolate da qualsiasi forma di integralismo, sia esso religioso, politico o anche culturale.
Le religioni monoteistiche, sempre molto distanti tra loro, e solo recentemente più tolleranti, sembrano invece molto unite, rispetto a questo problema.
Giovanni Paolo II, attraverso l’Accademia Pontificia delle Scienze dice “le scoperte recenti portano a credere che la teoria dell’evoluzione è qualcosa più di una ipotesi”.
Viene da pensare che, da un pensiero stridente, trascendente e mistico, estraneo a un reale contatto con la storia e la realtà, possa derivare appena un piccolo spiraglio che non compromette molto, né prende posizioni nette e indubbie: quale teoria dell’evoluzione? Perché Darwin non viene nominato?
Per la chiesa di Roma insomma l’uomo è opera dell’atto della creazione, così come tutti gli esseri viventi e l’universo intero. Se pure ci fosse l’evoluzione, sarebbe comunque sotto il controllo divino.
La chiesa protestante è, di norma, rigida osservatrice dei testi sacri, inoppugnabili come i fondamenti della cristianità; negli ambienti del liberalismo protestante, invece, si affida a ogni credente la possibilità di scegliere criticamente e responsabilmente le proprie verità, derivanti sempre, però, da una lettura minuziosa e attenta della Bibbia.
Nelle chiese ortodosse, russa e greca, le autorità religiose, molto autonome, non sono vincolate alla chiesa di Roma, ma rimangono comunque legate ai concetti biblici della creazione in sei giorni, anche se, generosamente, i giorni vengono intesi come periodi storici.

Per il giudaismo, l’assenza di un’autorità centrale, che dia indirizzi precisi e univoci, consente, atteggiamenti molteplici ma pur sempre critici.
Per l’Islam, infine, tutto ciò che abita e popola la terra è stato voluto da Allah, negazione della teoria dell’evoluzione. Si possono accettare solo le mutazioni, come errori sfuggiti all’opera perfetta di Dio.
Negare la validità delle teorie darwiniane, è un passo indietro nella storia, nella religione e nella cultura dei popoli. Oggi, paradossalmente, prima ancora che le stesse teorie siano state totalmente e definitivamente accettate, si parla di un traguardo finale a cui sarebbe giunta l’evoluzione: le migliori condizioni di vita, le scoperte scientifiche, i progressi della medicina e della chirurgia avrebbero provocato una battuta di arresto al processo evolutivo Dopo duecento e più anni, Darwin ancora divide e unisce, infiamma e allontana.

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