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Di vecchie ciccione, armadi e passeggiate nel bosco

10 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

Di vecchie ciccione, armadi e passeggiate nel bosco

Autunno, arrivato all’improvviso e per davvero. Non mi dispiace, ogni stagione ha il suo fascino, specialmente se è vissuta a pieno. Tempo di passeggiate nei boschi, di funghi, di castagne, di cambio degli armadi. Ho svuotato e buttato via con decisione tutto quello che non mi piace e non mi sta più bene. Continuo a prendere peso, sono curvy, in realtà qualcuno ha detto pane al pane e mi ha pure chiamato “vecchia cicciona”, perciò ho bisogno di forme fluide, lunghe, avvolgenti.

Certe serate in città da sola, col tramonto che incendia le gru del porto, certi pomeriggi a passeggio con cani e amici, mentre il bosco profuma di erba e pino, riconciliano con la vita, fanno dimenticare i brutti pensieri. Se il mio cane mi corre incontro con gli occhi stellati, se amici e famiglia stanno bene e sono sereni, tutto va a posto anche per me.

Vediamo, dunque, fra acquisti e regali di compleanno, cosa c’è di nuovo nell’armadio.

La camicia trasparente, in una fantasia vagamente hippy, mitigata dal grigio.

La camicetta a piccoli fiori marroni e azzurri. Penso che potrò indossarla comodamente anche sotto i pullover, invece delle solite tristi magliette di cotone.

Il cardigan marrone che sostituisce lo spolverino e nasconde le forme.

La collana che unisce silver, oro rosso (tanto cool), e nero, portabile con tutto.

I jeans sfrangiati alla vita e alle caviglie. Almeno un paio per stagione vanno comprati, magari con qualche piccolo dettaglio a diversificarli da tutti gli altri che già abbiamo. Ormai li prendo solo elasticizzati perché non sopporto di sentirmi costretta.

Il golf beige, lunghissimo, praticamente un vestito, col collo alto morbido e dei piccoli bottoni ai polsi.

Il pull bianco, semplice, luminoso, caratterizzato solo dal fatto di essere più lungo dietro.

La felpa sportiva bianca, essenziale, purissima, che, con un po’ di coraggio, può reinventarsi come giacca.

Il piumino effetto denim. Ebbene sì, sono capitolata anch’io, dopo aver provato quello nero (ricordate?) l’ho trovato talmente comodo e leggero da non poterne più fare a meno.

(Ciao a tutti e perdonate le foto che, lo so, sono terribili.)

Di vecchie ciccione, armadi e passeggiate nel boscoDi vecchie ciccione, armadi e passeggiate nel bosco
Di vecchie ciccione, armadi e passeggiate nel bosco
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Laboratorio di poesia: Minerva del Fiume

7 Ottobre 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #Laboratorio di poesia

Laboratorio di poesia: Minerva del Fiume

Il testo si snoda con riflessioni chiare e fluide, anche se prive di musicalità che sempre dovrebbe attenere alla poesia, anche quella in versi sciolti o liberi. Indubbiamente si coglie un pensiero importante, vale a dire il dissidio tra l'essere e l'apparire. L'interlocutrice silenziosa evidentemente conduce una vita di apparenza, senza profondità, preoccupata solo di far bella figura. La giovane poetessa, con l'entusiasmo che sconfina nella certezza a quell'età, si propone consigliera, suggeritrice di comportamenti altri che hanno bisogno solo di un po' di autenticità per condurre una vita più vera e consapevole. Ed è questa la differenza che apre spazi insondabili di verità e di soddisfazione.

Adriana Pedicini

La signora

Buon serata del sabato signora
Con la tua borsa piena di chiacchiere
mentre cerchi gli sguardi ben disp
osti

sai di saper parlare,

sai che non sbaglierai i tempi.
spingerai la porta aperta
,

e non inciamperai più

con le luci accese
Vorrei sapere un po’ più di te
Vorrei aiutarti ad imparare
Senza peso, senza sforzo,
solo pensie
ri leggeri

senza più vigilie
Stai ridendo sul tuo segreto
sul tuo sogno più leggero della nebbia
E’ solo un piccolo segreto
Stai pensando: avrò nuove verità
Ti stai innamorando del coraggio?
è questione di poco, di niente
Forse se fai un passo più in là
e forse se a
scegliere sei tu

Il tuo segreto lo nascondi
dove nessuno lo trove
rà.

Minerva del Fiume

Inviate le vostre poesie a: adriana.pedicini@virgilio.it

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Le idi di Marzo

6 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

Le idi di Marzo

Caio Giulio Cesare (101/100 a.c. – 44 a.c.) fu uno dei più grandi generali. Ebbe il comando delle truppe che occupavano la Gallia Romana. In soli otto anni conquistò tutta la Francia e parte della Germania.

Quando tornò in trionfo a Roma era ormai tanto influente da essere considerato come un re, uno che piaceva al popolo perché dava pane e divertimenti a tutti. Il primo triumvirato, l'accordo privato per la spartizione del potere con Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso, segnò l'inizio della sua ascesa. Dopo la morte di Crasso si scontrò con Pompeo. Nel 49 a.C., di ritorno dalla Gallia, guidò le sue legioni attraverso il Rubicone, pronunciando le celebri parole «Alea iacta est», e scatenò la guerra civile, con la quale divenne capo indiscusso di Roma, dopo aver sconfitto Pompeo a Farsalo (48 a.C.) Divenne così dittatore perpetuo.

Ma i patrizi non erano contenti, avevano ancora nel sangue l’idea repubblicana, e congiurarono per ucciderlo. Il 15 marzo fu pugnalato in Senato con 23 coltellate.

Ecco il famoso e meraviglioso discorso di Marco Antonio sul corpo di Cesare, scritto da William Shakespeare:

Friends, Romans, countrymen, lend me your ears;

I come to bury Caesar, not to praise him.

The evil that men do lives after them;

The good is oft interred with their bones;

So let it be with Caesar. The noble Brutus

Hath told you Caesar was ambitious:

If it were so, it was a grievous fault,

And grievously hath Caesar answer’d it.

Here, under leave of Brutus and the rest–

For Brutus is an honourable man;

So are they all, all honourable men–

Come I to speak in Caesar’s funeral.

He was my friend, faithful and just to me:

But Brutus says he was ambitious;

And Brutus is an honourable man.

He hath brought many captives home to Rome

Whose ransoms did the general coffers fill:

Did this in Caesar seem ambitious?

When that the poor have cried, Caesar hath wept:

Ambition should be made of sterner stuff:

Yet Brutus says he was ambitious;

And Brutus is an honourable man.

You all did see that on the Lupercal

I thrice presented him a kingly crown,

Which he did thrice refuse: was this ambition?

Yet Brutus says he was ambitious;

And, sure, he is an honourable man.

I speak not to disprove what Brutus spoke,

But here I am to speak what I do know.

You all did love him once, not without cause:

What cause withholds you then, to mourn for him?

O judgment! thou art fled to brutish beasts,

And men have lost their reason. Bear with me;

My heart is in the coffin there with Caesar,

And I must pause till it come back to me. (Julius Caesar III)

E ancora :

If you have tears, prepare to shed them now.

You all do know this mantle: I remember

The first time ever Caesar put it on;

'Twas on a summer's evening, in his tent,

That day he overcame the Nervii:

Look, in this place ran Cassius' dagger through:

See what a rent the envious Casca made:

Through this the well-beloved Brutus stabb'd;

And as he pluck'd his cursed steel away,

Mark how the blood of Caesar follow'd it,

As rushing out of doors, to be resolved

If Brutus so unkindly knock'd, or no;

For Brutus, as you know, was Caesar's angel:

Judge, O you gods, how dearly Caesar loved him!

This was the most unkindest cut of all;

For when the noble Caesar saw him stab,

Ingratitude, more strong than traitors' arms,

Quite vanquish'd him: then burst his mighty heart;

And, in his mantle muffling up his face,

Even at the base of Pompey's statua,

Which all the while ran blood, great Caesar fell.

O, what a fall was there, my countrymen!

Then I, and you, and all of us fell down,

Whilst bloody treason flourish'd over us.

O, now you weep; and, I perceive, you feel

The dint of pity: these are gracious drops.

Kind souls, what, weep you when you but behold

Our Caesar's vesture wounded? Look you here,

Here is himself, marr'd, as you see, with traitors. (Julius Caesar III)

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Aldo Dalla Vecchia, "Piccola mappa della nostalgia"

29 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Aldo Dalla Vecchia, "Piccola mappa della nostalgia"

Piccola mappa della nostalgia

Aldo Dalla Vecchia

Pegasus Edition, 2016

pp 114

12,00

Aldo Dalla Vecchia ci ha abituato al suo stile garbato, alla gentilezza nell’esporre, alla messa a nudo, in modo pudico, di sentimenti romantici e delicati. Con piccola mappa della nostalgia torna alle atmosfere del suo primo libro, Rosa malcontenta, senza velleità romanzesche ma con l’intento di raccontarsi e raccontare un’epoca ormai rintracciabile solo nella memoria.

L’ambiente è la provincia veneta degli anni settanta, il protagonista Aldo bambino, la struttura una serie di piccoli bozzetti, di flash minimali e gozzaniani, come afferma Francesco Lena nella prefazione, nei quali viene rievocato di volta in volta un ricordo, un’icona personalissima ma insieme universale, da Sandokan alla vanillina Paneangeli, dalla spuma ai quiz di Mike Bongiorno, dalle caramelle Rossana alle canzoni di Venditti. Una traccia da seguire, un mosaico, una mappa, appunto, da integrare a piacimento, cui aggiungere, di volta in volta, i nostri personali tasselli di nostalgia.

La nostalgia di Aldo non è straziante come quella di Gordiano Lupi, è, semmai, zuccherina e paga, poiché non si contrappone al presente, bensì lo ingloba, lo preannuncia. Piccoli sapori, odori come quello acre dell’acetone che mi ha ricordato l’ultimo libro di Sergio Costanzo. Anche qui c’è una sensualità timida ma potente, fatta di turbamenti segreti, di scoperte, di emozioni che si provano ma non si possono dire. Viene in mente anche Di giorno in giorno di Ada Negri, con quelle annotazioni istantanee e crepuscolari, o magari pure Pascoli, con la cavalla storna che portava colui che non ritorna, per Aldo una carezza fugace ad uno zaino che nessuno più indosserà. Roba da poco, si potrebbe pensare, meri appunti personali, e invece Aldo Dalla Vecchia è un autore che ha fascino, che riesce a colpirci al cuore pur nell’estrema semplicità e sottigliezza delle immagini da lui evocate: buone cose di pessimo gusto come i cartelloni con la faccia di Moira Orfei.

La figura che emerge è quella di un bambino sensibile e romantico alle prese con i terrori e le rivelarioni, i disgusti e le passioni dell’infanzia ma con un’identità sessuale tutta da scoprire, difficile da accettare e far accettare. Una fanciullezza tenera, terribile e meravigliosa, funestata dalla precoce perdita del padre in un incidente di montagna ma confortata dall’amore di una famiglia protettiva ed avvolgente. Eventi come la morte, enormi, incommensurabili, sono tratteggiati con una reticenza che dice tutto, con un’alternanza magistrale di parole e silenzi.

Il testo è scritto usando la seconda persona, Aldo parla a se stesso ma anche a tutti noi, tu siamo noi, siete voi, è chiunque possa capire perché c’era - ed io c’ero, anche se con sette anni di più.

Un piccolo libro pieno di accadimenti minuscoli e giganteschi, che si divora in una notte, che non puoi posare. Ti comunica qualcosa che neppure capisci bene cos’è ma ha il gusto dolceamaro del ricordo e il soffio tiepido della poesia.

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Gianluca Pirozzi, "Nomi di donna"

28 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #racconto, #gianluca pirozzi

Nomi di donna

Gianluca Pirozzi

L’Erudita, 2016

pp 169

16,00

È così difficile trovare una raccolta di bei racconti e questi, contenuti in Nomi di donna di Gianluca Pirozzi, belli lo sono davvero, anzi di più. Sono originali, raffinati, scritti con maestria, sembra di avere fra le mani già un classico.

Qui nomen omen, ogni racconto un nome di donna, con storie peculiari e diverse fra loro. C’è la vedova che corre all’alba per sentire ancora la presenza del marito a fianco, c’è la femme de chambre che indulge in un piccolo vizio (ci viene in mente La carriola di Pirandello) capace di scompaginarle la vita ordinata, c’è la nera che si chiama Bianca ed è sopravvissuta al naufragio di un barcone, c’è la maestra Fabiana che cambia sesso e diventa il maestro Andrea, c’è la trapezista con la crisi di panico, c’è la prostituta che muore nell’incendio doloso della sua roulotte, c’è la moglie uccisa dal marito in un raptus di violenza. Ci sono tante figure dai nomi a volte comuni, come Nadia o Diana, a volte importanti, come Galatea o Aristea.

“I nomi, Sandro, non sono un dettaglio da poco o una casualità! È vero, non ce li scegliamo, al massimo tentiamo di adattarli storpiandoli con diminutivi o surrogati, ma sta a ciascuno di noi dargli il senso che ogni nome reca in sé e a riempirli dei nostri significati e del nostro modo di essere con la nostra vita.”

E poi, quando sei quasi oltre la metà della lettura, ti viene in mente che forse quel nome l’hai già sentito e ti costringi a tornare indietro per renderti conto che sì, avevi visto giusto, quel personaggio è davvero già comparso a margine di un racconto precedente e ora c’è un reprise del motivo, uno sbalzo temporale in avanti o indietro, un nuovo ramo è germogliato a formare una chioma folta, e capisci che tutti i racconti formano un’unica - a questo punto grandiosa - trama di romanzo simil picaresco ed immaginifico che ricorda un po’ quelli dei sudamericani Marquez e Allende. Gianluca Pirozzi ha vissuto in molte parti del mondo e, se è vero che il batter d'ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas, forse c’è un senso in tutto ciò che accade, una trama invisibile e sottile lega ci lega gli uni agli altri.

Più che di realismo magico o di surrealismo, si tratta di una raffinata rappresentazione della mente umana attraverso varie patologie. Molti dei personaggi, anche se non tutti, sono affetti da manie borderline, curiosamente derivate dalle loro passioni e dal loro lavoro. Diana, etologa, ha l’abitudine di paragonare ogni persona che incontra, anche i compagni di vita, agli animali. Edda, interprete simultanea, continua a tradurre mentalmente ogni parola e situazione. Alcune di queste manie sfociano nel delirio e nell’omicidio, altre in fughe, altre ancora restano confinate nel privato. Ma dietro a codeste fissazioni eccentriche si celano metafore della comune esistenza. Diana che non riconosce più in Ottavio il capriolo cui era solita paragonarlo, è simbolo, per contrasto onirico, della fine dell’amore, di come all’improvviso chi avevamo tanto vicino ci appaia diverso, dissonante, strano, non ci capacitiamo di averlo voluto al nostro fianco e riesca difficile persino rammentare il perché dei sentimenti e degli slanci che provavamo.

Quando capita di recensire testi così interessanti, che, pur nella loro intellettualità e nel loro spessore, sono avvincenti e intriganti, torna davvero la voglia di leggere.

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Alessio Piras, "Omicidio in piazza Sant'Elena"

25 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #alessio piras

Omicidio in piazza Sant’Elena

Alessio Piras

Fratelli Frilli Editori 2016

pp 155

10, 90

Indeciso fra il poliziesco e il romanzo intellettuale, Alessio Piras, in Omicidio in piazza Sant’Elena, mischia i due generi, affiancando al classico, e inflazionatissimo, commissario, un altro protagonista, una spalla che in realtà giganteggia, l’intellettuale Lorenzo Marino, in gran parte, sospettiamo, alter ego dell’autore. I due si trovano a collaborare sul caso di Paco, un ragazzo sudamericano ucciso da un’overdose di droga mal tagliata nei carruggi di Genova. Si scoprirà che dietro ci sono vicende personali e l’ipocrisia di un mondo borghese moralista e marcio.

I veri protagonisti di questa storia, però, sono la città di Genova e i riferimenti letterari.

Per quanto riguarda questi ultimi, si parte subito con il cliché del racconto nel racconto, per passare poi alle numerose citazioni di Sciascia, Saramago, Pessoa.

“Lorenzo, come Ricardo Reis, era tornato in patria dopo una quindicina d’anni. Era solo, come il medico eponimo di Pessoa, ed era affezionato alle vecchie abitudini dell’essere umano, non era uomo del XXI secolo Lorenzo, o ci stava entrando lentamente e con molta fatica.” (pag 20)

Lorenzo è uno che non si riconosce nella massa la quale, come ritiene Josè Ortega, il suo filosofo spagnolo preferito, “è tutto ciò che non valuta se stesso - né in bene né in male - mediante ragioni speciali, ma che si sente "come tutto il mondo", e tuttavia non se ne angustia, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri.” Lui no, lui si annoia con le conversazioni ordinarie. “La banalità di certi discorsi e la mancanza di curiosità intellettuale lo annichilivano”. (pag 29) È uno scholar, un ricercatore universitario che ama il suo lavoro e non solo la posizione occupata, diviso fra curiosità intellettuale e radici, fra un andare che è sempre ritorno e un tornare che contiene già in sé un nuovo allontanamento, fra voglia di novità e nostalgia straziante. È un uomo, Lorenzo/Alessio, che vive ogni cosa con la mente e con l’anima.

Ancora la letteratura , non è possibile, Lorenzo, devi pur trovare delle risposte nella vita reale, non puoi andarle a cercare tutte nei libri, tutte dentro queste pareti di carta, nelle sale di lettura, assetato di lettere, di parole che diano un senso.” (pag 33)

La letteratura, Lorenzo, è nella letteratura che possiamo trovare le risposte. Sembra finzione, ti illude di evadere dal mondo con la fantasia, ma ti ci proietta dentro in profondità. E ne sei così dentro che non te ne accorgi, ti pare di starne fuori, di essere in un altro mondo.” (pag144)

Nella commistione di letteratura e vita sta il senso di questo romanzo particolare, un giallo nel quale gli accadimenti hanno lo stesso spazio delle riflessioni. Il protagonista intellettuale si tuffa nella vita, vi partecipa, solo attraverso un’indagine che lo porta a contatto con i vicoli più sordidi, con la prostituzione, con gli spacciatori, con la carne e il sangue. Ma non dobbiamo dimenticare che si tratta pur sempre di un “racconto nel racconto”, che si parte da una cornice e vi si fa ritorno, che pure il reale alla fine è finzione e letteratura, in un gioco di specchi e rimandi amplificato da sbalzi temporali addirittura all’interno di uno stesso capitolo.

Forse, l’unica cosa vera, tangibile, è Genova, la Genova dei cantautori ma anche dei panifici che sfornano focaccia unta e fragrante, dei vicoli che puzzano e, se non puzzassero, non sarebbero quello che sono, del mare spianato e scurito dalla tramontana, delle prostitute sudamericane, degli spacciatori neri, dei problemi economici, delle occasioni di rinascita perdute. I riferimenti al passato recente, a quegli anni novanta e duemila che pare strano considerare storia ed invece già lo sono - molti e strutturati con consapevolezza e competenza - si mescolano a quella nostalgia di cui parlavamo, a quella ricerca di senso che, dopo tanta letteratura, dopo tanta fuga fisica e libraria, alla fine forse aderisce al ricordo, al passato, a ciò che ci hanno insegnato i nostri nonni, a ciò che rimane di quando eravamo piccoli, e scaturisce, come una madeleine, da un odore, da un sapore, da un soffio di tramontana.

Originale e coinvolgente anche la rappresentazione del mondo universitario, con i soliti baroni di sempre attaccati alla poltrona e i soliti assistenti servili. Ecco, forse, se Piras decidesse che, tutto sommato, nonostante l’indubbia passione per il noir, non vale la pena scrivere l’ennesimo giallo e si concentrasse su personaggi come Lorenzo - con il loro bagaglio d’introspezione collegata al patrimonio di conoscenze regionali e culturali - le sue capacità narrative sarebbero, penso, valorizzate al meglio.

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Carthago delenda est

23 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

Carthago delenda est

Hannibal ad portas! ("Annibale è alle porte!") era diventata la frase spauracchio per i bambini. I romani avevano avuto paura quando Annibale era entrato in Italia e non ritenevano sufficiente aver sconfitto Cartagine per la seconda volta, volevano che fosse distrutta definitivamente. Carthago delenda est. Famoso l'aneddoto del cestino di fichi che Catone mostrò in Senato al suo ritorno da Cartagine: erano ancora tanto freschi da rendere evidente quanto la città nemica fosse vicina.

E così fu fatta una terza guerra (149-146 a.c.). I Cartaginesi si difesero per due anni ma poi dovettero cedere, per tutto un inverno durò l'agonia della città. Senza più viveri e attaccata perfino da una pestilenza, Cartagine soffrì la fame, vi furono casi di cannibalismo. Pur di non consegnare la loro città ai Romani, i Cartaginesi preferirono darla alle fiamme. Scipione emanò un bando che prometteva salva la vita a chi si arrendeva e usciva disarmato dalla cittadella. Cinquantamila accettarono fra cui Asdrubale Boetarca, comandante dell’esercito cartaginese. Dalle mura della cittadella la moglie, fra sanguinose ingiurie e maledizioni al marito, gridò una preghiera a Scipione di punire il codardo indegno di Cartagine, poi salì al tempio incendiato, sgozzò i figli e, come Didone, si lanciò fra le fiamme.

I Romani distrussero Cartagine, la bruciarono sistematicamente, abbatterono le mura, demolirono il porto. Infine ararono il terreno sul quale sorgeva e vi seminarono sale.

Vinta Cartagine, i Romani riuscirono in poco tempo a impadronirsi delle terre che si affacciavano sul Mediterraneo, divennero padroni di tutti i paesi allora considerati più civili. Vennero a contatto con oro e risorse che saccheggiarono a piene mani, conobbero civiltà evolute come quella greca, di cui apprezzarono le magnificenze, l’arte e la filosofia.

Roma divenne una grande città, cui tutto il mondo conosciuto pagava tributi. Dai territori conquistati giungevano migliaia di schiavi che lavoravano la terra per i patrizi e fabbricavano oggetti. Ai popoli vinti Roma dava in cambio strade, ponti, acquedotti, leggi, pace e protezione dalle invasioni esterne.

Vista l’abbondanza di schiavi, i plebei avevano poco da fare e, spesso, per vivere si arruolavano. In cambio di un’armatura, di uno stipendio e di cibo, tenevano lontani i barbari dai confini. Quando venivano congedati ottenevano un pezzo di terra da coltivare. Il latino si espandeva a macchia d’olio e tutti lo conoscevano e capivano.

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I manuali delle ragazze 2.0

22 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #segnalazioni

I manuali delle ragazze 2.0

Nasce il nuovo progetto editoriale De Agostini Libri
dedicato alle preadolescenti,
con la partecipazione della youtuber Eleonora Olivie
ri:
I manuali delle ragazze 2.0

Novara, 22 settembre 2016. Escono oggi in libreria i quattro titoli della nuova iniziativa editoriale De Agostini Libri ‘I manuali delle ragazze 2.0’: pratiche guide in cui le ragazze (11+) possono trovare tutte le risposte alle domande più comuni della preadolescenza, con i preziosi consigli della youtuber Eleonora Olivieri.

I manuali delle ragazze 2.0 sono pensati per affrontare con toni leggeri ed efficaci le problematiche e gli argomenti che stanno più a cuore alle teenager: l’amicizia, l’amore, la scuola e lo specchio.

I libri si compongono di tanti consigli pratici, suggerimenti, brevi racconti a tema narrati in prima persona come fossero un diario da cui sbirciare e si arricchiscono di spazi per annotare i propri pensieri e le proprie avventure. All’inizio di ogni capitolo è presente ilconsiglio di Eleonora Olivieri, la web star contributor che ne I manuali delle ragazze 2.0 condivide la propria esperienza di teenager con le sue lettrici.

I titoli della collana (128 pp – 6,90 €):

Come sopravvivere all’amore La guida con tutto ciò che c’è da sapere sui ragazzi e sull’amore.

Come sopravvivere alle amiche La guida su tutto ciò che c’è da sapere sulle amiche e sull’amicizia. Quella vera.

Come sopravvivere allo specchio La guida con tutto ciò che c’è da sapere per sentirsi belle e felici.

Come sopravvivere alla scuola La guida con tutto ciò che c’è da sapere sullo studio e sulla vita di classe.

I manuali delle ragazze 2.0 sono pratiche guide che aiuteranno le ragazze a sopravvivere a ciò che facilmente appare come una ‘catastrofe’ nella preadolescenza.

I manuali delle ragazze 2.0 è il primo progetto di questo tipo che coinvolge una star del web.

Eleonora Olivieri è nata nel 2000 in provincia di Torino. Già da bambina dimostrava un certo feeling con la videocamera e da allora non ha mai smesso. Davanti al suo computer, spiega in modo ironico e divertente com’è la vita di una sedicenne alle prese con l’amore, l’amicizia, la scuola, raccontando le difficoltà di tutti i giorni in un canale Youtube con più di 200 mila followers:youtube.com/user/piccolaNory.

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La valigia blu

20 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

La valigia blu

Normalmente le “fescionblogghe” che si rispettano scrivono un post sulla valigia che stanno preparando. Io non ho avuto tempo prima di partire e così vi posso solo raccontare, ora che sono tornata, che cosa avevo scelto e come mi sono trovata.

Contrariamente alle mie abitudini, non ho portato abiti interi, anche se sono andata in un luogo molto caldo. Ho puntato su pantaloni leggeri e gonne fresche e mi sono concentrata su un colore, il blu, in tutte le sue sfumature, dal celeste all’indaco, con abbinamenti prevalentemente di bianco. Tessuti che non si stropicciano, camicette che vestono senza ostacolare, un paio di accessori azzeccati in tinta e il gioco è stato fatto. Molto pratica ma femminile. Mi sono trovata bene e senza sprechi, senza oggetti che non sai perché ti sei portata dietro.

Di seguito vi propongo alcuni nuovi acquisti, presi prima, dopo, e persino durante, il viaggio.

La camicetta rossa, che illumina, riveste e non si stira.

La canotta bianca lavorata, un po’ troppo larga, tende a ingrassare: ho risolto annodandola su un fianco.

La borsa da mare con àncora, in stile marinaro.

Il copricostume bianco, chic e di moda.

La maglia rosata, semplice e scivolata, a coprire i chili messi su in vacanza.

La camicia bianca, in tessuto molto easy e con cerniera, un classico rivisitato che può trasformarsi anche in capo importante e risolvere occasioni formali.

E ora vi dico che si torna volentieri anche a casa, che la stagione ha un suo fascino struggente, che ogni mese ha la sua luce da godersi, che mi piace questo periodo di morte e rinascita, i negozi che riaprono, la ripresa delle attività normali - ché non si può vivere di solo mare e divertimenti - il ricordo di quando a scuola si andava per san Remigio, non c’erano zanzare e si portavano impermeabile ed ombrello. L’autunno era autunno, allora. Ma forse tutte le cose erano quello che dovevano essere, ormai è tutto veloce, sovrapposto, globalizzato.

La valigia blu
La valigia blu
La valigia blu
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Pierluigi Curcio, "Artorius"

16 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Pierluigi Curcio, "Artorius"

Artorius

Pierluigi Curcio

Ilmiolibro.it, 2016

Questo romanzo finisce là dove tutto inizia, col piccolo Arthnou, Artù, che estrae la spada dalla roccia. L’Artù altomedievale, quello che tutti conosciamo, compare solo nelle ultime pagine; la storia di questo ponderoso romanzo si svolge trecento anni prima, quando la leggenda comincia, quando due cattivi imperatori, Commodo e Settimio Severo, lottano per tenere insieme un impero che sta morendo e si sta disgregando fisicamente e nei suoi valori.

Artorius sostiene la tesi della storicità di Re Artù che vede in un ufficiale di cavalleria romana l'iniziatore alla leggenda. Lucio Artorius Casto è un comandante ancora imbevuto degli ideali che hanno fatto grande Roma nei secoli e che, ormai, con la decadenza dell’impero, esistono solo di nome, annegati nella corruzione e nella malvagità. Ma Artorius è uomo tutto d’un pezzo, fedele al giuramento fatto. Si trova a combattere in varie parti dell’impero e poi in Britannia accanto ai sarmati, compagni che diverranno leggenda insieme a lui. Lucio lotta dalla loro parte finché Roma gli ordina di farlo, poi li abbandona, per senso del dovere prima, per salvare la propria famiglia poi. Questo gli procurerà un continuo e sordo dolore, un senso di non appartenenza a nessun luogo, un’umanissima lacerazione di affetti e lealtà.

Egli rappresenta, per i Britanni, il Riothamus, l’Alto Re, ma non ha il coraggio di esserlo fino in fondo. A Roma lo legano una moglie e due figli, alla Britannia una donna mai dimenticata e un figlio con cui si scontrerà in una tragica battaglia finale, un rampollo che unisce in sé il sangue romano e quello di Uther Pendragon, la stirpe del drago. Tuttavia l'esempio di Lucio lascerà il segno, produrrà una discendenza che, attraverso il tempo, fluirà fino al piccolo Artù, il nuovo Riothamus.

Per chi, come me, si è sempre nutrita del materiale arturiano, (da La morte d’Arthur di Thomas Malory allo straordinario film di Boorman, Excalibur, a Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley a L’ultimo incantesimo di Mary Stewart a La pietra del cielo di Jack Whyte) la parte più interessante di questo romanzo è proprio vedere come esso sia stato rielaborato dall’autore in modo personale. È intrigante riconoscere i personaggi, da Merlino/Dubricius a Morgana/Morana, a Mordred - qui figura positiva - alla spada Caledfwilch/Excalibur, a Nimue, a Lance ap Lot/Lancillotto, a Gwynewyar/Ginevra. Gli eroi della tavola rotonda non sono raffinati cavalieri impregnati d’ideali cortesi bensì possenti guerrieri Sarmati, Caledoni o Celti, che combattono contro i - o a fianco dei - legionari romani.

Ma è sul campo della conoscenza storica che Curcio ci stupisce. La sua competenza in materia di antichità romana appare sorprendente, con la vita del secondo secolo dopo Cristo ricostruita nei minimi particolari: battaglie, legioni, accampamenti, armi e armature, tanto vive, minuziose e perfette che sembra di essere all’ombra del Vallo di Adriano (o in un documentario di Alberto Angela.)

Non nascondo che il testo, prima uscito con le edizioni Infilaindiana e poi auto pubblicato dall’autore, abbisogna di un’ulteriore rilettura formale, soprattutto per quanto riguarda la punteggiatura. Con uno sforzo tutto sommato non eccessivo ha le potenzialità per diventare un romanzo storico di grande valore, anche se, forse, un po’ troppo per addetti ai lavori.

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