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Amiche

21 Giugno 2021 , Scritto da Daniela Lucchesi Con tag #daniela lucchesi, #racconto

 

 

 

 

La sensazione è quella del freddo sulle cosce nude, freddo come un ventre che si ostina a rimanere vuoto.

Irene è seduta sul bordo della vasca da bagno, tra le dita un oggetto inutile.

La stessa sensazione di freddo e inutilità si ripete ogni mese negli ultimi tre anni. Eppure ci sperava anche questa volta, ogni volta il miracolo sembra possibile.

Per le altre è facile, le altre rimangono incinte anche se non vogliono.

Lei no, lei non è fertile. Lascia cadere dalle dita il tester con quell’unica linea sbiadita nel mezzo. Si alza, si infila frettolosamente i jeans e guarda quell’esile striscia rosa pallido che le sembra una bocca dalla linea derisoria e con un gesto deciso lo butta nella pattumiera.

In camera dà un’occhiata al mucchio di vestiti che ingombra le sedie, hanno invaso perfino il ripiano del cassettone, mentre sotto il mobile una decina di scarpe fa bella mostra di sé.

Ci vorrebbe un ripostiglio in questa casa o il lusso di una stanza in più. Cambiare casa, un altro sogno irrealizzabile, almeno per il momento, forse fra qualche anno, quando io guadagnerò di più come illustratrice e magari anche Davide riuscirà ad affermarsi con qualche gallerista.

Apre l’armadio per cercare qualcosa per la serata. Sceglie una gonna grigia aderente e corta, calze colorate a righe viola e un maglione color malva. Passa le dita tra la lana angora, vellutata come il piumaggio tenero di un uccellino, indossa la maglia e si sente al sicuro come in un nido.

Questa sera si festeggia il compleanno di Claudia, la prima tra le amiche dei tempi della scuola a compiere 40 anni.

Irene dedica un’attenzione premurosa al trucco, si passa un secondo strato di rossetto sulle labbra e si osserva allo specchio con aria critica: le gambe snelle fasciate di righe, le braccia lunghe e sottili, il petto esile, ma la maglia voluminosa avvolge la sua magrezza rendendola più morbida. Gli occhi, velati d'inquietudine, galleggiano nelle ombre delle occhiaie che il correttore non è riuscito a nascondere. Con dita nervose riavvia i capelli castano-mogano, una massa di ricci indisciplinati che ricadono disordinati ai lati del viso.

Ci tiene ad apparire bella questa sera, non vuole sfigurare nel confronto.

Sale nella sua Kalos blu elettrico, si dirige verso il quartiere residenziale a sud dove una sfilza di bifamiliari nuove, uniformi per stile e colore, sembrano l’opera di un bambino che ha disposto ogni pezzo delle sue costruzioni in modo ordinato e diligente creando un quartiere perfetto e un po’ surreale in questa piccola città del nord-est.

Accende la radio e nell’auto si diffonde la voce di Loredana Berté: “Non sono una signora/Una con tutte stelle nella vita/Non sono una signora/Ma una per cui la guerra non è mai finita …” Irene alza il volume al massimo e si ricorda quando adolescenti lei e le altre ascoltavano la canzone nella sua vecchia A112 e cantavano a squarciagola il ritornello. Un’ultima occhiata nello specchietto e scende con un sospiro. 

Elena le apre la porta col piccolo Leo attaccato al seno: “Scusami Irene, entra un istante, è sempre un problema staccarlo”, le dice l'amica con un sorriso infastidito che diviene una specie di smorfia.

Irene è ipnotizzata da quella minuscola bocca a ventosa che succhia voracemente un seno florido, traboccante di latte e passa le dita sulla testa del bimbo con una carezza leggera.

Lui si separa con uno schiocco dal seno materno lasciando un capezzolo rosso e umido così grosso che ad Irene ricorda stranamente un proiettile. Per una frazione di secondo gli occhi del bimbo incrociano i suoi, poi si rigira svelto verso la madre, pronto a riacciuffare il suo capezzolo. Elena, veloce, si è tirata su la spallina del vestito e Leo le rivolge uno sguardo sconcertato e furioso prima di scoppiare in un pianto convulso.

“Sembra che senta quando devo uscire, diventa intrattabile e appiccicoso.” e di nuovo ricompare quella leggera smorfia sulle sue labbra scarlatte; decisa e distante deposita il fagotto recalcitrante in un seggiolino, mentre urla al marito: “Scendi che io devo uscire, c'è un biberon di latte pronto in cucina, daglielo fra un'oretta.”

Dalle scale proviene uno scalpiccio di piedini scalzi e frettolosi e compare Mirko che lancia un aereo in direzione della madre, ignorando sfacciatamente il saluto di Irene.

“Tu sì, che sei l’amore della mamma, l’ottava meraviglia del mondo.”

Irene osserva l’amica che guarda con occhi innamorati il suo primo rampollo e una piccola fitta le stringe lo stomaco: “Dai, andiamo che le altre ci stanno aspettando.”

Elena distende le pieghe dell'abito nero sui fianchi, si aggiusta i lunghi capelli biondi raccolti in uno chignon alto sulla nuca. Getta un'occhiata distratta allo specchio che riflette due grandi occhi azzurri e un corpo dalle forme armoniose, anche se ora i seni gonfi premono eccessivi la stoffa che sembra dilatarsi sul petto.

 

Claudia ha scelto un ristorante chic, appena fuori città, per questa cena intima tra vecchie amiche. Ora sta sorseggiando un aperitivo con Samuela, le sue dita lunghe e affusolate accarezzano il calice mentre ondeggia il capo in segno di assenso alle parole dell'amica.

La risata allegra e contagiosa di Samuela accoglie Irene ed Elena.

“Oh, eccovi qua - con un gesto elegante Claudia fa oscillare lievemente il polso della mano sinistra e getta un’occhiata all’orologio - il ritardo è accettabile, cominciavo a preoccuparmi.” Le donne si salutano con un abbraccio.

Dopo un po’ arriva Renata: “Salve ragazze, scusate ma stasera la riunione con l’amministratore delegato non finiva più, ragazze... si fa per dire, ehi Claudia - e le si avvicina, i volti si sfiorano - cos’è la ruga dei quarant’anni quella che vedo in mezzo alla fronte?” e scoppia in una risata.

“Sei sempre la solita sciocca. Vedi di contenerti stasera.” ribatte Claudia.

“A quanto pare stai facendo carriera” afferma Elena gettando un’occhiata all’abito Armani verde militare di Renata, ai capelli ramati tagliati a spazzola e al fisico modellato dall’abitudine quotidiana alla palestra. 

“Già, sono finiti i tempi in cui sgobbavo dietro le quinte, finalmente il capo si è accorto di quanto io sia capace, affidabile e intelligente, modestamente parlando...”

“Ragazze non potrò fermarmi molto - esordisce Samuela - ho la piccola con 38 di febbre, temo si sia presa la scarlattina, l'asilo in questo periodo sembra un lazzaretto. Tengo le dita incrociate perché non se la becchino anche le altre due.”

Irene teme una serata in cui si parlerà solo di poppate, di malattie infantili e di problemi scolastici delle figlie più grandi, ma è decisa a godersi la cena. Si abbandona sulla sedia dallo schienale alto foderato di raso, il vino rosé si diffonde dolcemente nel palato lasciando una lieve nota amara come retrogusto e un leggero frizzantino nelle narici.

Ascolta distrattamente le voci delle amiche che parlano di asili nido.

Il cameriere porge i menu, con un'occhiata esperta passa in rassegna le donne e si attarda su Claudia. Irene segue la traiettoria di quello sguardo e invidia l’eleganza innata dell’amica: slanciata, capelli castani foltissimi che le scendono in morbidi riccioli sulle spalle, occhi a mandorla dalle ciglia lunghe, jeans Moschino aderenti, tacchi alti, maglietta di strass nera attillata.

“Renata ma quanto sei dimagrita.” esclama Samuela.

“Hai notato? La palestra fa miracoli, anche perché il mio personal trainer, per di più strafigo, non mi molla un istante.

“Strafigo? E si è preso una cotta per te?”

“Ma va là Irene, semplicemente lo pago con il mio abbonamento mensile e lo pago profumatamente, mia cara.”

“Ci vorrebbe anche a me la palestra con personal trainer ma, vi giuro che, con il lavoro in ufficio e tre figlie piccole, è un lusso perfino andare in bagno e poi mi piace troppo mangiare” sospira Samuela mentre addenta con soddisfazione un croccante cavolfiore pastellato.

Irene sorride, vedere mangiare Samuela le ha sempre messo buon umore, le piacciono la sua allegria e la sua semplicità raffinata.

“Non vedo l’ora che crescano, così anch’io potrò concedermi la palestra e la carriera.”

“Eh cara mia, non credere sia facile, io ho dovuto vedermela con un dirigente stolto e pure maschilista, pensa che dopo la maternità ha avuto la sfacciataggine di propormi il part-time! Figurati, sono tornata al lavoro quando Chiara aveva tre mesi, le ho tolto il latte e l’ho messa al nido, ma almeno così ho salvato la carriera.” Renata getta uno sguardo poco convinto a Samuela come se dubitasse della sua grinta nel lavoro.

“Menomale che nella scuola pubblica non ti fanno pesare le gravidanze! - dice Claudia- Invece io per mantenermi in forma vado spesso a sciare. Marco quest'anno ha deciso di fare la stagione a Cortina, e devo confessarvi che anche il mio maestro di sci non è affatto male. Sebbenne io non tradirei mai Marco, ovviamente”.

“E se lui tradisse te?”

“Nooo Irene, ma che dici! Sì, le guarda le altre, ma non credo proprio che...” per un istante Claudia rimane a bocca aperta, alla ricerca delle parole che le sfuggono.

Irene la osserva, ha un aspetto impeccabile eppure il volto è contratto, rigido, grigio.

“Ehi Claudia, come stai? Tutto bene?” s’informa Irene.

“Certo che va tutto bene, va tutto a gonfie vele” e nei suoi occhi castani passa un'ombra di malinconia mentre li socchiude, ma quando li riapre sono di nuovo impenetrabili.

Lo sguardo di Irene galleggia sulla maglia di Claudia, ipnotizzato dal luccichio intenso e vibrante delle paillettes nere, ora intensamente illuminate, ora buie come un buco nero, minuscole perline che sembrano liquefarsi sotto i suoi occhi, per un istante le pare che si allontanino aprendo degli squarci nel tessuto.

E’ una sottile breccia ma sono riuscita a entrare nel tessuto che avvolge i nostri  fragili  sogni esistenziali.... se dovessi disegnare Claudia, non avrei dubbi. La vedo mentre cammina spedita su un lago ghiacciato. A tratti il ghiaccio s’incrina appena sotto i suoi passi, si potrebbe spezzare... ma lei scaccia il pensiero inopportuno e affretta il passo. Sorride, gli angoli della bocca sono tesi, lei si sforza di tirarli su e sul suo volto si disegna un sorriso ambiguo come quello di un clown... Ecco l’immagine che mi ci voleva per il libro! Solo che un clown dall’espressione inquietante non è indicato in un libro per l’infanzia. Il mio lavoro è fermo, forse dovrei smetterla di illustrare libri per bambini, non in questo periodo almeno.

“Ah, non vi ho detto che stiamo comprando un attico, 200 metri quadri ristrutturati alla perfezione. E’ stato un affare, Marco mi ha chiamato al lavoro chiedendomi di andare a firmare il contratto. Pensa, non l’ho neppure vista la casa, ma mi sono fidata: una favola, in pieno centro storico, con vista sulla piazza. Marco ha fiuto per gli affari.”

Ma all’improvviso il ghiaccio si spezza…. Vedo il cameriere che deposita un vassoio di crostini, mentre con la coda dell’occhio guarda Claudia, lei  posa il tovagliolo sulla tavola, si alza e si dirige con passo calmo e sicuro ai bagni. Prima di entrare si volta e lo squadra con i suoi occhi felini. Lui la segue nella toilette femminile, chiude la porta e vi appoggia la schiena. Claudia gli afferra il colletto della camicia e avvicina la sua bocca, lo bacia, un bacio famelico, le unghie affondano nella nuca e poi tutto avviene velocemente, lui le slaccia i jeans, lei si gira di schiena, le mani al muro, lui entra mentre un piacere stravagante e sconosciuto la travolge”.

Magari riuscisse a perdere così il controllo Claudia... E forse io ho sbagliato mestiere, avrei dovuto scrivere, avrei guadagnato di più con le storielle hard.

“Ehi Irene dove sei? - la riscuote Samuela - avevi lo sguardo perso.”

Renata si gira appena verso di lei prima di rivolgersi a Claudia: “Ben fatto Claudia! Anch’io sono contenta di abitare in centro, è un ottimo investimento e ci sono tutte le comodità, ti consiglierò io la scuola per Alice.”

“A proposito di scuola, datemi un consiglio, sono indecisa se mandare Mirko all’asilo dalle suore o nel pubblico, forse le suore me lo seguono di più.”

“Ma scusa Elena, cosa stai aspettando? Perché non l’hai ancora iscritto? Ha compiuto 3 anni da un pezzo. Lo stai viziando troppo il tuo adorato primogenito, sempre con la nonna e la sua mammina. Scommetto che non ti farai tanti scrupoli col piccolo Leo” replica Renata con malizia.

“Ehm, infatti l’ho già iscritto alla scuola pubblica, vicino all’ufficio di Andrea, così al mattino lo porterà lui.”

Irene non le segue più, sta pensando con tenerezza alle amiche di un tempo, alle risate tra i banchi di scuola, alle corse sfrenate del sabato sera nella sua prima auto, alle nottate brave in discoteca e agli anni dell’università con una Claudia comunista sfegatata che ora, magari vota pure a destra.

Si sta chiedendo, mentre assapora un ossobuco con riso basmati allo zafferano, come mai non si "afferrino" più e perché, sempre più spesso, negli appuntamenti rituali dei compleanni, nel bel mezzo di una conversazione perfetta nella sua disarmante banalità, abbia voglia di urlare.

Sono le mie amiche di sempre, che ora sono diventate donne, soddisfatte della loro vita, o almeno sembra. Si sono sposate all’età giusta, con l’uomo giusto, hanno trovato il lavoro sicuro, hanno fatto figli, mentre io mi dibattevo nelle mie inquietudini, sempre alla ricerca di qualcosa d’indefinibile e intanto lasciavo un lavoro e un uomo dopo l’altro. Forse loro, più mature e più pragmatiche di me, hanno capito tutto.

Sento una nota stonata questa sera, le parole galleggiano vuote… C’è un velo che nessuno osa sollevare su vite così perfette, neppure io che sono sempre stata l’eccentrica del gruppo.

Perché rovinare la festa con domande inopportune: dove si trova la felicità, in un lavoro socialmente apprezzato, una famiglia, una bella casa? O forse sarebbe meglio vivere sole e indipendenti, libere di esplorare la vita in tutta la sua imprevedibilità? Un figlio ora mi assicurerebbe la felicità... O sono un’ingenua a pensare che con un figlio tutti i tasselli incompleti della mia confusionaria esistenza andrebbero a posto, come per miracolo.

 “Allora cosa dite - propone Renata - lo organizziamo questo viaggetto per i nostri 40 anni a Barcellona?”

“A Barcellona?” fa eco Irene.

Il vino è delizioso, un passito dolce con una nota acida che pizzica il palato.

Forse è meglio partecipare alla conversazione, fingere interesse, cullarsi in un sogno roseo dove la vita di ognuna è perfetta così com'è, perfino la mia.

Un figlio, anzi una figlia, per la precisione, riempirebbe sicuramente quel vuoto, quel buco nero che a tratti mi divora. E non mi basta l'amore di un marito affettuoso, quell’avido buco nero ora si sta risucchiando anche la mia tiepida felicità matrimoniale.

“Ehi, Irene, sei sempre la solita tu, viaggi tra le nuvole” la risveglia Renata.

All’improvviso dalle casse stereo del locale si diffonde la voce della Berté: “Non sono una signora…”

Che curiosa coincidenza... E la voce della loro cantante preferita di un tempo, copre quella delle sue amiche: “È un volo a planare/ Per essere inchiodati qui/ Crocefissi al muro...”

“Ehi ragazze la sentite? Vi ricordate quando la cantavamo tutte insieme nella mia A112?”

Ma nessuno sembra fare caso alla musica, né alle sue parole.

Samuela sta parlando dell’ingresso alla scuola materna di Francesca, la figlia minore:

“Per fortuna ha cominciato la scuola, non ne potevo più. “Io che sono una foglia d'argento/ Nata da un albero abbattuto qua/ E che vorrebbe inseguire il vento/ Ma che non ce la fa/ Oh ma che brutta fatica/ Cadere qualche metro in là/ Dalla mia sventura/ Dalla mia paura...”

“Pensate che ero così stufa di averla a casa che l’altro giorno l’ho mandata a scuola con la febbre.”

Irene mormora fra sé: “Povera piccola” ma Renata le rivolge uno infastidito: “Eh, ha parlato quella che non ha figli. Mi dispiace cara mia ma tu non sai proprio cosa voglia dire stare dietro ad un marmocchio ventiquattro ore su ventiquattro e forse non lo saprai mai!”

Irene sente le sue labbra piegarsi in un sorriso imbarazzato mentre le spalle s’irrigidiscono. Una frase, detta con noncuranza, una stilettata che le arriva dritta allo stomaco con la forza di un coltello dalla lama affilata. Una parola le sale e le rimane strozzata in gola: “Stronza”.

Ma perché pronunciarla a voce alta e rovinare a tutte questa deliziosa serata?

 

 

 

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Un brodo caldo d'estate

20 Giugno 2021 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #recensioni

 

 

 

 

Brodo caldo per l'anima

Jack Canfield, Mark Victor Hansen, Amy Newmark

Armenia, 2012 

 

Non sono io che cerco i libri ma sono i libri che cercano me. Eh già, perché, ancora una volta, un libro significativo mi è capitato casualmente fra le mani senza che io lo volessi. Il libro in questione è Brodo caldo per l’anima di Jack Canfield e Mark Victor Hansen, sotto titolo “storie che scaldano il cuore e confortano lo spirito”.

Sinceramente non mi aveva attirato il titolo; senza occhiali, da vicino, neanche lo avevo letto, ma la copertina aveva una texture delicata, il libro era di piccolo formato ma robusto e corposo, si tuffò da solo nelle mie mani. Inizialmente ero scettico, perché il titolo lasciava poco spazio alla fantasia, sarebbe stato molto più musicale in lingua originale “Chicken soup for the soul”. Non vi sembra che suoni meglio?

Ok, tagliamo corto, il libro è una raccolta di storie ambientate in Usa, tutto parla degli usi, delle abitudini e di un certo modo di vivere di quella bella nazione. Storie e racconti che sembrano troppo belli per essere veri, storie così strappalacrime da sembrare impossibili, tutto raccontato come in un film.

A proposito della settima arte, definiamo “americanata” quei film spettacolari che solo la cinematografia made in Usa sa realizzare. Questo libro, di primo impatto, così mi è sembrato. Vi faccio un esempio a pag. 134: “se non chiedi, non ottieni. Ma se chiedi, sì”. Insomma, una coppia senza disponibilità economica doveva recarsi in un'altra città per una certa cosa, come raggiungere l’obiettivo?  Spiegando il progetto e chiedendo con gentilezza a destra e a manca, biglietti aerei, albergo per il pernotto, un'auto a nolo per raggiungere la città e, infine, ciliegina sulla torta, giunti a destinazione, anche un invito a pranzo. Tutto gratis naturalmente. Provateci voi in Italia a fare una cosa del genere. 

Però (ora divento serio), il libro è sì un'americanata densa di colpi di scena, ma perché non credergli? E poi ogni messaggio è positivo e ti travolge di ottimismo, le pagine emanano speranza, questo libro effettivamente fa bene al cuore. Il titolo è errato, non è un brodo ma una bella spaghettata, una bella pasta al forno, un timballo profumato. E’ un americanata ma leggendolo ti fa stare bene. “Nothing is impossible” suona bene, non è vero? Quindi io questo libro ve lo consiglio e, se volete leggetelo ascoltando Riding with the king di B.B.King e Eric Clapton, sarà un bel viaggio in America.

Amici lettori, ci rivediamo al ritorno.

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L'università 1

19 Giugno 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

 

 

L'università che avrei dovuto frequentare era molto diversa da quella in cui, alla fine, mi sono iscritta. Ho sempre amato imparare lingue. È, da sempre, la mia passione. Avrei dovuto, quindi, iscrivermi a Lettere, dove sarei stata a mio agio.

Ho sempre pensato che una vita da studente nel posto corretto sarebbe stata così diversa, così facile! Perché l'area delle lettere era naturale per me, era la mia inclinazione. Al liceo ero una buona studentessa in  Portoghese, Inglese, Francese... cioè, lettere. Ma sono stata testarda, e, diciamolo, poco intelligente.

Al momento di scegliere sono stata colpita da una terrificante certezza: il cammino davanti a me sarebbe stato quello di una professoressa! E io non volevo, non potevo essere, una professoressa.

Oggi penso, oggi so, che avrei potuto iscrivermi. Non avrei dovuto, per forza, essere insegnante. Ci sono sempre altre ipotesi, altre professioni.

Ma all'epoca, non ho visto più niente: professoressa!

 

 

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George Best

12 Giugno 2021 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #sport, #personaggi da conoscere

 

 

 
 
 
Finalmente sono iniziati i campionati Europei di calcio, che avrebbero dovuto svolgersi lo scorso anno.  Per le note, arcinote, vicende potremo viverli nel corso di questa pazza e stressante estate 2021. Io penso, amici lettori, che anche per chi non segue, o non ha simpatia per una palla rotolante, sia una bella cosa. A proposito di bellezza, aggiungo che poi a seguire avremo le Olimpiadi e io voglio, vorrei, quasi pretenderei vedere entrambi questi eventi sportivi come un fraterno abbraccio planetario per tornare a una normalità di vita.
Lo so che George Best non è lo sportivo più sportivo che ci sia mai stato, l’ho "extra spallonato" da Il ventre di Maradona e in occasione di questi campionati europei appena iniziati, spero non vi dispiacerà se brevemente parlerò di lui.
George Best, pallone d'oro nel 1968, protagonista del calcio europeo e mondiale, tutto il resto è gioia e pazzia di uno dei tanti che ha bruciato la propria vita. Emanuela Audisio l'ha definito “un brasiliano travestito da irlandese”. Minchia! Con questa definizione ha detto tutto, potrei fermarmi qui, sì, lo faccio, non aggiungo altro, vi risparmio quello che ha fatto fuori dal campo, vi risparmio le sue magie con la palla fra i piedi, se volete, sognatele.
Mi dispiace per il lettori, soprattutto quelli più giovani che non sanno chi fosse, compratevi il libro di Emanuela, vale la pena leggere e piangere per questo campione, un pazzo, ma pur sempre un campione con un cuore e un'anima gentile al quale il destino non ha perdonato gli eccessi, un irlandese che sembrava un brasiliano. I campionati di calcio sono appena iniziati e lui, anche solo come un divertente commentatore televisivo, non avrebbe stonato.
E per rimanere in tema pezzo musicale consigliato durante la lettura, “Don’t You Worry ‘Bout  A Thing” Incognito “.
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Perdita di contatto

11 Giugno 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

 

 

Ho perso contatto con tutte le amiche in Mozambico. Ci siamo sparpagliate per vari paesi, varie città, vari continenti. Persino quelle che sono venute a Lisbona, essendo state collocate in altri licei, non le ho più viste. È vero che le amicizie che si fanno quando siamo molto giovani sono molto forti; anni e anni più tardi, se rincontri quella persona, l'amicizia può ricominciare, intonsa.

Però, continuare a essere amici tutti i giorni, è un'altra storia. Per questo è necessaria la permanenza continua nella tua vita. Per me è stato così. E a quest'età è stato tanto facile fare amicizie, stabilire nuovi ponti, nuovi rapporti. Non ho mai sprecato tempo guardando indietro (ero tanto nuova). C'erano sempre, sempre, delle altre amicizie!

Ovviamente ho sofferto quando, all'improvviso, una mia grande amica si è allontanata. Inspiegabilmente. Non ho mai capito perché. E all'epoca, eravamo quasi sorelle.

Ma quel sentimento per l'amicizia perduta, quando siamo molto giovani, è come la pioggia in Mozambico: batte fortissima, e prestissimo se ne va.

Un po' più tardi nella vita ci si rende conto di come l'amicizia vera sia preziosa, di quanto debba essere travagliata.

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Claudio Lagomarsini, "Ai sopravvissuti spareremo ancora"

10 Giugno 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 
 
 
Ai sopravvissuti spareremo ancora
Claudio Lagomarsini
 
Fazi, 2020
 
 
I "trespassers" in inglese sono gli intrusi, ovvero coloro che oltrepassano un confine. Perché in America nelle proprietà private appendono un cartello in cui dicono cortesemente che verranno "sparati". Il seguito della frase è tradotto nel titolo di questo breve romanzo che ha come protagonista la provincia carrarese (immagino, vedono le Apuane ma hanno il mare) con i limiti che Marcello, l'autore del diario personale che diventa poi la storia narrata, vorrebbe oltrepassare. Ma a volte i muri sono alti e privi di appigli, e agilità e astuzia non bastano. Marcello descrive nel suo diario l'estate del 2002 con il Salice, il fratellino, il Tordo, l'amante della nonna e Wayne, lo sbruffone di paese per cui sua madre ha mollato il padre che ora, invece di fregarsene dei figli da vicino, lo fa dal lontano Brasile. E già così, si capisce che tipo è Marcello: uno sfigato bravo sui libri, innamorato della tipa a cui passa le versioni e che la dà ad un balordo, uno come Wayne ma con la moto, uno che usa tutto il suo spirito per mettere soprannomi così azzeccati che poi alla fine ti pare che questi personaggi siano stati davvero battezzati in quel modo. Il fratello va al mare, ha gli amici, scherza. Lui no. Lui vorrebbe evitare l'impietoso spettacolo di quella provincietta intrisa di un patriarcato e un sessismo squallidi, di cui le donne sono prime esponenti con i loro litigi da due soldi per questioni di minchia più che di cuore, raccontini usciti dritti da becere commediole anni '70 italiane, zuffe stile galletti da pollaio per serbatoi di acqua, inutili prove di forza per ribadire stancamente un machismo anacronistico, illusioni di chi non vuole ammettere che il figlio è un ladro o il nipote è gay, con l'aggravante di porre un reato e l'omosessualità sullo stesso piano. Ma questo gli tocca. Deve vederlo ogni giorno. Vorrebbe, cerca di interporsi tra le parti in causa per spezzare queste dinamiche ormai stantíe e prevedibili, ma riceve solo risatine di scherno o strilla di terrore. Non si possono cambiare certe cose. Te ne vai, oppure resti e sopporti. Marcello, personaggio non particolarmente furbo o simpatico, e per questo umanissimo e così vicino, dall'alto dei suoi 17 anni non ci sta. Sceglie la terza soluzione con tutte le conseguenze. Resterà il dubbio se la fine si sarebbe potuta evitare o cambiare, se la catena causale di coincidenze avrebbe inevitabilmente portato alla classica "tragedia in provincia" o se inconsciamente il tormentato adolescente abbia cercato quell'esito. L'unica certezza che resta al termine della storia è che la vera arma non era quella detenuta dal Tordo ma la meschineria soffocante di un ambiente inadatto a un giovane più riflessivo e introverso, a cui basta un nulla per essere innescata.
 
"Da un po’ di tempo, un avvocato che arringa nel mio tribunale notturno ripete la stessa solfa. L’assassino, sostiene lui, non è nessuno di noi. È l’intonaco color pesca, la siepe del pitosforo, il ghiaino bianco delle nostre case. Sono le taccole in umido che abbiamo mangiato, i racconti piccanti che ci siamo scambiati e l’aria che abbiamo respirato. Presi da soli, sono tutti ingredienti innocui, vagamente pittoreschi. Insieme hanno creato una miscela di cui nessuno poteva sospettare il potenziale esplosivo".
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Ohhhh, Valentino Rossi in my mind

8 Giugno 2021 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #sport, #personaggi da conoscere

 

 

 
 
 
 
Omaggio a Emanuela Audisio e al suo libro Il ventre di Maradona
 
 
 
 
 
Oggi inizio, con Valentino Rossi, la descrizione dei corpi prestati allo sport, menzionati da questa brava autrice nella sua opera. Forse non ce la farò a elencare tutti gli atleti da lei inseriti nel volume, ma ci proverò, magari le prossime volte li metterò in coppia o in trio. E, inoltre, sapete che voglio pure provare a fare? Voglio accompagnare ogni personaggio con un brano musicale. Perché lo faccio? Perché con la musica si legge meglio, spero di interpretare bene i vostri gusti, per questo centauro vi va bene (You make me feel like) a natural woman di Aretha Franklin?
 
 
 
Valentino Rossi
 
Il ragazzo è nato in una terra lungomare, dove “il motore” è il pane quotidiano e va mangiato divertendosi. Il ragazzino lo sa bene, a 300 all'ora lui ride, scherza, gioca seriamente, chiude e apre il gas con furbizia e intelligenza. In sella a una moto, sua amica eterna, recita un atto di fede, diventa un tutt'uno con il sacro. Lui, che non ha un fisicaccio, dentro di sé è spirito divino, è il divino che lo ha fatto nascere un campione di pilota. Pare che non beva birra ma aranciata, ami avere tanta gente intorno ma da solo, a motori spenti, come un bambino, sorrida in silenzio. A scuola per obbligo, in pista per natura, con grande piacere. Eh già, che c'è di meglio da fare nella vita se non quello che ti piace di più? E poi? Dopo la corsa si ritorna a Tavullia, mica a Broadway. II suo paese è la sua intima, amata e inestimabile esistenza, il profumo delle sue parti non lo scambierebbe per nulla al mondo. Valentino corre ancora e non invecchia mai ma a me, il giorno che per limiti di età sulla linea di partenza non più si presenterà, mi piace immaginarlo a sgommare e derapare per le stradine di Tavullia con l'Apecar, altro che correre in F1. Sòcc’mel, la vita è bella anche per questo.
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Marco Galvagni, "Le note dell'anima"

7 Giugno 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Le note dell'anima di Marco Galvagni (Transeuropa Edizioni, 2020) riecheggiano in ogni segno virtuoso dei versi tra le annotazioni poetiche sulla vita, interpretano il suono del cuore e affermano con la dedica amorosa in epigrafe, l’insinuante e persistente fiamma della passione. Il poeta si lascia incantare dalla soavità evocativa della memoria, concede alla fantasia la forma visibile delle immagini rappresentative della realtà, per accogliere la premurosa custodia delle riflessioni attraverso la mediazione estetica della bellezza. La determinazione carismatica dell’esistenza descritta da Marco Galvagni, compone la fiducia nell’elemento sensoriale, consegnando alla poesia la misteriosa e provocante corrispondenza della coscienza e muovendo in direzione spontanea le coincidenze significative dell’esperienza. La fluida continuità della sensualità ritrova la sua malia tentatrice tra le pagine, affina l’arte della seduzione inviando segnali colti e raffinati nell’elegia autobiografica, ridesta l’ispirazione, indica il dogma enigmatico del sortilegio emotivo e la ritualità  fatale della conquista. Marco Galvagni afferma il significato dell’eloquenza, adula la strategia della percezione, strumento di comprensione, rende l’irrazionale spinta delle illusioni motivo di sofisticata indagine esistenziale e archetipo universale. Il carattere poietico dell’opera mostra l’origine della centralità charmant dell’amabilità, idealizza l’attività nostalgica del pensiero, i simboli in equilibrio sulle stagioni, esplora la fenditura profonda del soffio vitale, rivestendo la dolcezza arcana della speranza oltre l’abisso dei moti spirituali e istintivi. Il profilo del poema traccia la sensazione sincera delle rivelazioni vissute e amplia la geometria della consapevolezza. I testi affidano alla sacralità del senso il legame con il tutto, interrogano la complicità dell’umanismo, confrontano l’intenso entusiasmo dell’immaginazione con il processo inarrestabile della conoscenza, combinando la meditazione e la sapienza indistinta dell’intelletto. “Le note dell’anima” scorrono nelle vene, misurano la cifra del palpito, congiungono le infinite occasioni, magiche e segrete, del tempo, orientano la certezza e la resistenza dei gesti, riconducono la forza pulsionale dell’amore all’energia primordiale delle intuizioni. La composizione dell’anima colloca la personificazione emblematica del linguaggio nell’incarnazione della donna amata ed evocata come illuminata epifania nella tensione tra aspirazione e utopia. Il poeta adotta uno stile che è sede della propria moralità, identificata nella corporeità dei ricordi, nella consistenza erotica delle espressioni, nello sfuggente e impalpabile dominio della contemplazione, nella maturità degli affetti. Nei testi di Marco Galvagni si comprende che la bellezza diffonde il suo passaggio oltre il momento e attraversa, come possibilità, tutti i corpi. Il poeta vive l’unicità del proprio destino, disponendo alla nobilitazione di ogni ardore il vagheggiamento dell’attrazione e unendo alla libertà del sublime l’intensificazione della assolutezza apollinea della poesia.                        

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

IL SEGRETO D’AMORE

 

Del segreto d’amore

non ancora rivelato

sappi, fata,

che ne indovinerò il mistero

dischiudendo con un chiavistello dorato

l’antico incantesimo.

Libellula volerò oltre il muro di diamante

che separa i nostri occhi,

le bocche, i baci.

Ne varcherò il limite in tre balzi

anche se la tua voce e i tuoi capelli

non hanno parlato

sino ad aprire con foggia reale

tutte le porte del cielo e della mia vita.

 

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VIENI, VIENI DA ME USIGNOLO

 

Nel fitto del mio petto

cadendo goccia a goccia sul cuore

il tuo nome come un sigillo

apre ampie conche d’oro.

 

Come in un sogno bollente estivo

da lontano mi chiami.

Anch’io rispondo a lettere di fuoco

Elisa e sussurro: “vieni, vieni da me

nella tua aura dorata

come un usignolo nel sottobosco

poiché da tempo immemore t’attendo.”

 

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MARE CRISTALLINO

 

Mare cristallino in cui perdermi

fra spume agili

in una corolla d’acqua

giungi a me, la multipla.

Nella distesa oceanica dei tuoi occhi,

fiamma di luci iridescenti

suggellata come uno sciame d’api

si cela sempre un castello incantevole

tale a una farfalla aperta alle virtù del vento

da afferrare con trepidi aneliti di baci.

 

Innamorata in segreto dietro il sorriso

con sibili di parole d’amore

si protende su di me.

Ignaro il suo cuore confida

in quella foglia d’acqua che l’avvolge

sotto le nuvole nocciola delle sue iridi.

 

Ha denti scintillanti come il fuoco,

la bocca fiamma d’ermellino.

 

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LA RINASCITA

 

Il tuo capo stupito, commosso,

visto in primo piano

si può paragonare senza civetteria

alla folgore sferica

d’una perla d’acqua,

ad una corolla blu,

alla potenza degli uragani,

al cielo trapuntato d’astri come un nasturzio luminoso.

Violentemente tenero,

delicato e indifeso

abbandona le zolle ai loro segreti;

questo eremo diseredato

ove prende forma il silenzio delle stelle

che si ferma ad ascoltare e lo persuade.

 

Qual è la rinascita che ha prevalso

ora e sempre nella mia vita?

Solo i tuoi capelli, ponti solari,

che ancora non hanno parlato

ma dapprima la fiamma dei tuoi occhi

hanno smentito per sempre.

le antiche pozzanghere lunari.

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Giovanna Strano, "Lo specchio delle stelle"

6 Giugno 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

Lo specchio delle stelle

Giovanna Strano

 

Nuova Ipsa Editore

pp 213

18,00

 

Giovanna Strano torna al romanzo storico con Lo specchio delle stelle. Qui non si tratta dell’autobiografia di un artista famoso, come Van Gogh o Modigliani, o della modella di Botticelli, ma di un particolare periodo, non molto conosciuto, e di riferimenti alchemici, esoterici e religiosi.

Il luogo è la Sicilia - il romanzo ha il patrocinio della Regione – i personaggi sono i sovrani di Trinacria, Federico III di Svevia ed Eleonora d’Angiò, oltre al templare Ruggero di Flor e al medico alchimista Arnaldo da Villanova.

Fra castelli, segrete, eresie catare, si giunge alla scoperta e decifrazione di un antico misterioso manufatto, sorta di sacro Graal – ma forse è proprio il Graal stesso – un papiro scritto di pugno da Gesù in persona, dove si cela il mistero dell’universo creato. Gli opposti si contrappongono come nel catarismo, la luce e il buio, il bene e il male, Dio e Satana, ma uno solo – scopriremo - è Colui che ha voluto e immaginato tutto, colui nel quale la coniunctio oppositorum si realizzerà.

La corte di Federico III (com’era stata quella del più noto Federico II) è un luogo aperto e tollerante, dove persino l’eresia catara viene accolta e non rinnegata, dove è sempre accesa la fiamma della conoscenza e della cultura. Federico è un uomo di onore e di grande curiosità intellettuale, sua moglie Eleonora una donna illuminata, sostenitrice del progresso e dell’emancipazione femminile. Sposatala per dovere dinastico, Federico s’innamora di lei e con lei ha nove figli, e questo mette in crisi il precedente rapporto con Sibilla Sormella.  

Federico crede nell’amicizia e nella lealtà ma perde i suoi due amici, Ruggero, comandante templare degli Almogavari, megadux dell’imperatore bizantino, e Arnaldo, per colpa di tradimenti.

Arnaldo da Villanova, la cui tomba è stata scoperta nel 1969 nel castello di Montalbano Elicona, - paese crogiolo di religioni diverse e che ospita addirittura due chiese catare - è una singolare figura di medico, una via di mezzo fra un mago e uno scienziato, indagatore dei misteri della natura e dell’alchimia, vicino allo spiritualismo francescano. Viene fatto coincidere con il segreto dell’Argimusco, altopiano siciliano dove si ergono pietre erose dal vento – quasi megaliti naturali, usato come osservatorio astronomico fin dall’antichità.

Personaggio a se stante e onnipresente, la bella terra di Sicilia, il soffio caldo e sensuale dello scirocco, il barbaglio del mare, l’incandescenza del sole e i profumi di piante mediterranee ed erbe medicinali.

Al di là dell’intento filosofico esoterico o della ricostruzione storica, è ben disegnata la psicologia dei personaggi e ben sviscerato il sentimento d’amore, quello che nasce “nonostante”, fra Maria e Ruggero, e soprattutto fra Eleonora e Federico. Amori non scontati, non predestinati, non voluti ma che si sprigionano e crescono fino a travolgere il presente e riscrivere il passato. Maria vedrà morire Ruggero, Federico abbandonerà la madre dei suoi cinque figli per una donna che gli è stata data in moglie solo per convenienza. La Strano è una storica, ma l’amore la affascina, sentimento trascendente, prepotente, quasi religioso e filosofico.

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Nonno sprint

5 Giugno 2021 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

 

 

 

Mio nonno materno. Che personaggio!

Separato da tempo immemore, incallito donnaiolo e grande girovago, con i suoi ottant'anni passati, sprizza “arzillosità” da tutti i pori.

Un dongiovanni, quindi? Eh sì, tant'è vero che in famiglia l'abbiamo da sempre soprannominato Don Giovan"Nuccio", derivante dal diminutivo di Nuccio.

In proposito si lancia con nonchalance all'avventura, nel prendere treni o autobus per raggiungere le sue conquiste, spesso rimorchiate tramite quelle cosiddette rubriche Cuori Solitari, oppure semplicemente per farsi delle belle e spensierate gite.

Bene, arrivati a questo punto è necessario tornare indietro di quasi trent'anni, ovvero a quando il nonno era più giovane e, per i suoi spostamenti, utilizzava un unico e insostituibile mezzo: uno sgangherato ma stranamente funzionale Piaggio Si con il quale aveva girato un po' tutta la Sicilia orientale e occidentale. A quei tempi, io e la mia famiglia abitavamo a Trabia, in provincia di Palermo, lo “sprintoso” ci veniva a trovare due volte l’anno per rimanere ospite da noi per circa una settimana. Talvolta spuntava in maniera inaspettata, vale a dire a sorpresa.

Più ci penso e più mi stupisco per via di quel Si, un mezzo non proprio comodissimo per viaggiare. In breve, provo a descrivere il tragitto. E che tragitto!

Partenza all'alba, dal messinese al palermitano, giungendo in tarda serata, attraversando strade, stradine, paesi, paesini, campagne etc., sfidando persino avverse condizioni meteo, sebbene per ovvi motivi il girandolone scegliesse prevalentemente l’estate o le giornate soleggiate.

Io e mia sorella, se sapevamo del suo arrivo, ci piazzavamo sul balcone ad aspettarlo. Non ci portava mai dei regali, al massimo un vassoio di piparelle.

L'ingresso a casa nostra da parte di nonno Nuccio lo consideravo di tipo trionfale, un mix tra il folle e l’eroe, tra l’altro con gli immancabili risvoltini (per non sporcarsi i pantaloni, o almeno così si giustificava) e con addosso un cascaccio color marrone senza visiera che con la fantasia identificavo da aviatore. 

Una sera, quasi al termine della cena, avvenne un simpatico episodio degno di nota. In sostanza a Don Giovan"Nuccio" domandai da cosa traesse origine quel suo spirito da avventuriero, e il perché prediligesse l’utilizzo di quel catorcio.

«Vedi caro nipote» mi spiegò, «da ragazzino amavo leggere i giornaletti e… sognavo di girare il mondo. Ed eccomi qua!» 

«E qual è il tuo preferito?» gli chiesi nuovamente con slancio, poiché a sette anni ero un avido lettore di fumetti.

«Tex Willer!» esclamò e con le dita fece finta di sistemarsi un immaginario cappello da cowboy.

«Ah ecco, ora tutto si spiega!» intervenne mio padre con sottesa ironia.

Guardammo papà con aria divertita, pronosticavamo che avrebbe aggiunto una postilla umoristica.

«Praticamente tutti e due in sella. Tex, col cavallo andando per dune e per monti, mentre lui... col Si!»

Scoppiamo a ridere.

«E se piove? Come fai?» domandò mia sorella rivolgendosi al nonno.

«Non si pone il problema perché l'Uomo del Vento... non teme la pioggia.»

 

 

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