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Umiltà, disinteresse e beatitudine

30 Aprile 2018 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca


 

 

    

 

UMILTA' mi piace anche se mi è difficile metterla in pratica, forse. 
     Mi piace l'accento sulla vocale finale di questo vocabolo. 
     Mi piace perché penso che, se sulla vocale finale di questo vocabolo è stato posto l'accento, significa che l'inventore della lingua italiana debba avere considerato l'UMILTA' molto importante. 
     DISINTERESSE mi pare una conseguenza naturale dell'UMILTA'. 
     Un gesto compiuto con UMILTA' lo è anche con DISINTERESSE. 
     Ci sarebbe INTERESSE a lasciarlo incompiuto, altrimenti. 
     BEATITUDINE: c'è BEATITUDINE in ogni gesto compiuto con UMILTA' e con DISINTERESSE. 
     Il vocabolo italiano BEATITUDINE mi fa pensare a quello straniero BEAT, curiosamente. 
     BEAT significa STANCO, ABBATTUTO, ma anche OTTIMISTA, BEATO. 
     Si prova STANCHEZZA dopo avere compiuto il proprio dovere, con UMILTA' e con DISINTERESSE. 
     Si prova ABBATTIMENTO, dopo, nel constatare che si sarebbe potuto fare di più. 
     Ma si provano anche OTTIMISMO nel pensare, prima, che ciò che si sente il dovere di fare possa servire a qualcuno, a qualcosa e BEATITUDINE nel constatare, poi, che ciò che si è sentito il dovere di fare e che si è fatto sia servito a qualcuno, a qualcosa. 

          Luca Lapi 
     

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Ritrovarsi

29 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

                               

 

 

 

 

 

La grande terrazza dell’ hotel Vesuvio sul lungomare di Napoli era addobbata con migliaia di fiori e un lunghissimo tavolo addossato alla parete interna, adibito a buffet. Divani erano situati tutt’intorno, rivolti verso il mare. Il party era  organizzato dal mio giornale che, come tutti gli anni, intendeva premiare i suoi migliori dipendenti. Io ero tra gli invitati, ma non fra i premiati. Non ero mai stato uno che amava primeggiare. Mi aggiravo per la terrazza con l’immancabile Martini, unica mia debolezza. Il buffet era ricco, ma non gradivo molto. Io ero più ruspante, preferivo pasta, carne e pesce in particolar modo. Con un leggero ritardo il direttore si avvicinò al microfono e salutò i presenti. Le sue parole si persero nell’aria profumata di mare. Il Castel dell’Ovo illuminato spiccava come un faro nel buio. Me ne stavo da solo a bere il mio ennesimo Martini. Odiavo fare da tappezzeria a quei quattro lecchini dei miei colleghi che sprizzavano adrenalina da ogni poro. All’improvviso, guardando verso le persone accalcate vicino al palco, con la coda dell’occhio vidi una donna con la schiena nuda. Ora, le spalle di una donna per quanto belle e interessanti non suscitavano certo un interesse particolare.  Non era più tanto giovane, aveva i suoi anni, ma quello che mi colpì non fu certo la sua schiena o la sua età,  bensì uno strano disegno che aveva sulla scapola sinistra. Un tatuaggio formato da due cerchi uniti, sui quali era posata una colomba. Conoscevo quel disegno e, se non mi sbagliavo, anche la donna che lo esibiva con tanta naturalezza. Dubitavo potessi sbagliarmi, non potevo pensare che un altro avesse avuto la stessa mia idea.  Quel disegno lo avevo scelto io, molti anni prima e, quando lei si era fatta fare il tatuaggio, io c’ero. Lentamente, mi avvicinai, volevo, però, prima assicurarmi che non fosse in compagnia, avrei fatto una magra figura e magari le avrei procurato una situazione  imbarazzante.   

Restai al suo fianco, ma, distanziato da un paio di persone e leggermente più arretrato, potevo vederla di profilo.  Difficilmente lei poteva vedere me. Finalmente il discorso del capo finì e udii più di un sospiro si sollievo. La massa si  precipitò al buffet. Lei invece se la prese comoda. Senza fretta andò a sedersi a un divano decentrato, rivolto dove sapeva esserci Capri.

Io ero rimasto in piedi con il mio Martini ormai caldo. Andai al bar a prenderne un altro e mi feci dare anche un Negroni, sapevo che era il suo preferito. Mi avviai e senza dire nulla mi sedetti al suo fianco. Quando si volse verso di me per rimproverare la mia sfacciataggine non feci altro che offrirle il Negroni. Lei rimase fra l’incredulità e la sorpresa, ci mise un attimo prima di riconoscermi. Poi, sorridendo e senza parlare, accettò il bicchiere e fece un gesto di brindisi verso di me. Alzammo i bicchieri e sorseggiammo.

  • Ciao, mi disse con una voce calda e  leggermente tremante – ti sei ricordato il mio Negroni, grazie! Ti trovo bene!
  • Le gioie della vita, - risposi - sono talmente poche che non si possono dimenticare. Che ci fai in questa bolgia, non sapevo che eri nel ramo anche tu. A me tocca, ma tu!
  • Sono anche io invischiata in questa pantomima, sono la corrispondente per l’estero, ramo politico. Sono stata chiamata a far parte della squadra da pochi mesi. Tu invece che fai?
  • Io mi occupo di cronaca locale. Mi mandano sempre nei posti più infami e desolati che esistono in Italia, paesi sperduti fra le campagne, in montagna, nelle isole, dovunque ci sia qualcosa che loro ritengono interessante per i lettori.
  • Ti ricordi i nostri sogni giovanili, quando studiavamo all’Università, facevamo tanti di quei sogni! Qualcuno si è avverato, altri purtroppo no, che vuoi farci.
  • Io mi ricordo tutto, di quello che abbiamo fatto, che abbiamo visto. I momenti di gioia, di spensieratezza e anche di sconforto che abbiamo vissuto nel breve tempo della nostra gioventù. Poi le nostre strade si sono divise e da allora è rimasto solo il ricordo, anzi il rimpianto di qualcosa che avrei voluto fare allora e non ho avuto mai il coraggio di fare.

Lei mi guardò con uno sguardo incuriosito, mi fissò a lungo e lesse nei miei occhi una risposta che evidentemente conosceva già, ma che volle sentire dalla mia voce.

  • Perché non lo hai fatto, allora! Ho atteso a lungo quel tuo gesto, anche io volevo farlo, ma dovevi essere tu a fare il primo passo.
  • Eravamo amici, ma tu eri lontana per me, irraggiungibile, eri il sogno che mi accompagnava e non volevo rompere quell’incantesimo.
  • Stupido, dopo tutto quello che abbiamo condiviso e sofferto insieme ti sei fatto prendere da scrupoli assurdi. Cosa credi, che io non abbia rimpianto la tua decisione, sono andata via proprio per quello. Il mio cammino è stato arduo, come donna farsi apprezzare, in questo campo, è molto difficile, dovresti saperlo. Oggi posso dire che sono realizzata, ma non sono felice.
  • Sei single o … hai un compagno?
  • Cosa posso rispondere alla tua domanda, cosa ti aspetti che dica? Speri di riprendere i discorso interrotto? Con quel tatuaggio che ho sulla spalla cosa pensi, la colomba non è mai volata via è lì che aspetta e i due cerchi sono sempre uniti.

Non le lasciai il tempo di continuare, buttai il mio Martini in una delle piante che ornavano il giardino pensile e mi avvicinai a lei. La presi per le spalle e la fissai negli occhi. Le nostre bocche si avvicinarono e, in quel momento, dagli spalti del Castel dell’Ovo s’innalzarono nel cielo i primi fuochi artificiali. La festa era finita, ma la vita stava per ricominciare.

 

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"Tramonto" di EMANUELE GABELLINI

28 Aprile 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #le recensioni pazze di walter fest

 

 

Bentornati amici del blog che illumina la vita, oggi saremo in compagnia dell'artista Emanuele Gabellini, un giovane grafico, un valido illustratore.

Ancora un esempio attraverso il quale Emanuele dimostra che con un disegno a mano libera si possa realizzare della buona arte, una buona arte che non ripaga il nostro amico artista poiché sta tentando in tutti i modi di vendere le sue opere senza purtroppo riuscirci, le ha provate tutte, ha tentato la telefono vendita imitando attori famosi, ha cercato di spacciarsi per cugino di quarto grado di Van Gogh, ha fallito anche come nipote acquisito del prozio del portiere di casa Mondrian, ha provato ad abbinare ad una sua opera della cioccolata scaduta ma buona, perfino mettendosi agli angoli delle strade, fingendosi cieco, tenendo in braccio da un lato le sue opere dall'altro un finto cane di peluche, ha rimediato pochi spiccioli e nulla più e così per sbarcare il lunario e dare un senso alla sua arte, adesso Emanuele lavora al mercato di via 17 giugno 2001, ove alla sua bancarella vende frutta già pelata, verdure scatolate in pasticca, prosciutti, salami e formaggi finti, stock assortiti di calzini bucati ottimi per la Primavera/Estate, quindi amici della signora senza filtri, oggi eccomi qua nel tentativo di aiutare a vendere le opere del nostro amico artista Emanuele Gabellini.

Per attirare l'attenzione dei visitatori del mercato ci siamo vestiti, io tutto di giallo, Emanuele tutto di rosso, e ora incrociamo le dita, apriremo un'asta estemporanea dove tenteremo di vendere le sue opere.

-Venghino, signori e signore, venghino da questa parte, oggi abbiamo robba bella e colorata, questa è arte originale di un grande artista, arte giusta per tutti i gusti a tutti i costi, avvicinatevi con fiducia, non vendiamo le solite padelle ma arte bella.

Vi presento l'artista Emanuele Gabellini e la prima opera che andrò a mostrarvi sarà Tramonto realizzata su carta con ecoline e pennino nel formato 18X24. Con quest'opera Emanuele ha scelto la via più difficile, ma sì, rappresentando un tramonto con i suoi colori rosso, giallo, arancio a sfumare nel nero della sera avrebbe fatto la cosa più normale e, ad effetto, avrebbe attirato maggiormente l'attenzione e invece lui no, lui è un vero artista e ha scelto l'idea più originale, un sole con i suoi raggi tiepidi sotto un cielo verde ma di un verde nettamente verde, e in primo piano la collina con le case abbarbicate fra stretti vicoli, sopra la collina tre grandi alberi spogli.

Il tramonto autunnale su un enorme prato: tutto è di colore beige, avana, fra chiaro, scuro; questa è poesia, non è facile ruffianeria fatta ad arte ma sentimento espresso con talento, e il verde luce del cielo ti illumina la mente...

La gente intorno è rimasta estasiata dal racconto ma, nonostante tutto, si allontana dal banco, accipicchia ma sembra che l'arte sia passata di moda, tutti preferiscono oggettistica virtuale e di facciata, tutta finta esteriorità usa e getta, perbacco, siamo demoralizzati ma succede l'imponderabile, tutti vanno via meno che uno, un tizio indistinto che rimane a guardare le opere di Emanuele Gabellini. A un certo punto ci fa dei gesti eloquenti, come a voler vedere più da vicino le opere, è una figura che mi sembra di conoscere ma non ricordo dove abbia già visto questo personaggio, insomma, sta di fatto che mostra interesse per acquistare tutte le opere, noi logicamente gliele porgiamo, il tizio non chiede sconti, non la tira per le lunghe, ci porge un sacchetto, agguanta le opere del Gabellini e va via. Noi logicamente prendiamo al volo il malloppo, non è mica il caso di fare gli schizzinosi.

Vedete? Bisogna essere ottimisti, c'è ancora qualcuno che apprezza le arti, la cultura, quel qualcosa che arricchisce le menti e colora la vita. Chissà chi sarà stato il misterioso mecenate?

- Eta Beta!.. Ecco dove lo avevo visto!... Era Eta Beta!

- Hai ragione, proprio lui, abbiamo venduto le opere ad un fumetto!

- Ho il terribile sospetto di sapere con che cosa ci avrà pagato!

Svuotammo il sacchetto e trovammo un mucchio di palline di naftalina.

- Naftalina?... Palline di naftalina!!!

E vabbé, sempre meglio di un assegno cabriolet e poi, dai, vediamo il lato positivo della storia, magari regalerà le tue opere a Topolino! Emanuele hai altre opere da vendere?

- Sì

- Dai riproviamo domani, magari saremo più fortunati.

Signore e signori della signora senza filtri, il blog per menti aperte, dal mercato di Via 17 Giugno 2001 è tutto, io e Emanuele Gabellini vi salutiamo, vi ringraziamo e vi aspettiamo al prossimo artista... A qualcuno serve della naftalina?

 

Emanuele Gabellini nasce nel 1972 a Roma, dove vive e lavora.

Ha frequentato il prestigioso ma disastrato Istituto d’Arte “Silvio D’Amico” ,conseguendo il diploma di Maestro d’Arte e successivamente di Grafico Pubblicitario.

Ex bassista dei Santarita Sakkascia, artista poliedrico, espone le sue opere di pittura, collage, foto e video in tutta Italia dal 1997. È stato l’ideatore dell’inno musicale del “Partito del Tubo”, del web-magazine Fantasma e de Il Giornale del Giorno Dopo

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Strane presenze

27 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                               

 

 

 

 

 

La dimora avita della famiglia Strafford si ergeva imponente su una piccola collina ai margini di una vasta pianura, attraversata da un ruscello che scendeva ripido dalle non lontane montagne. Come in tutti i castelli l’ingresso era il ponte levatoio che sovrastava un fossato. Il retro confinava con l’inizio di una folta boscaglia che proseguiva fino ai piedi dei monti.

Teatro di scontri e d'assedi aveva vissuto la sua stagione d’oro fra la fine del XVII e il XVIII secolo. Passato il momento storico, le varie generazioni, che si erano succedute nella conduzione della dimora, avevano portato il maniero verso un degrado inesorabile.

Oggi il castello è meta di visite da parte di turisti frettolosi e di scolaresche distratte, l’intero complesso è passato in proprietà allo Stato che ha pensato bene di sfruttare la situazione aprendolo al pubblico, l’unico inconveniente per l’amministrazione, una clausola inserita nel contratto d'acquisizione che prevedeva la presenza  sine die, dell’ultima discendente della famiglia, la contessa Clara, che non aveva voluto lasciare la sua casa, riservandosi l’usufrutto di una piccola parte degli appartamenti nell’ala destra, quella che dava sul retro, con la vista del bosco poco distante e le montagne dietro a fare da scenografia. La donna, ormai quasi novantenne, voleva morire fra le mura amiche, aiutata dal suo fedele maggiordomo Arthur, anche lui molto avanti con gli anni.

La loro vita si svolgeva a ritmi lenti e riservati, un incaricato del comune si preoccupava di  rifornire del necessario la loro cucina, e il servitore si incaricava di preparare il necessario alla sopravvivenza. Lui, in pratica, viveva in cucina e dormiva in una camera attigua, mentre la padrona aveva due camere al piano alto e l’intera torre a disposizione. Isolati dal mondo i due vivevano in simbiosi l’uno dell’altra, non potevano immaginare una vita diversa da quella che conducevano.

Come tutti i pomeriggi, Arthur era seduto in cucina con il bricco dell’acqua sul fornello, il vassoio con le sei tazze pronte allineate, la zuccheriera e il piattino con i pasticcini. Aspettava il gracchiare del cicalino che l’avvisava di poter servire il tè. Puntuale come un cronometro, lo sportellino con il numero 22 si attivò ed emise quel suono sgraziato che lo richiamava al dovere. La sua faccia impassibile non si mosse mentre versava l’acqua in una delle tazze per preparare il tè, le altre restarono vuote, sul vassoio d’argento Sheffield. Terminata l’operazione, il maggiordomo prese il vassoio e, ondeggiando sulle gambe malferme, si avviò verso le scale tenendo in bilico il vassoio con tutto il suo contenuto.

  • Buon pomeriggio milady, disse, entrando nella stanza e posando il vassoio su un piccolo tavolino davanti il grande divano, sul quale era seduta la nobildonna
  •  
  • Grazie Arthur, servi pure, i miei ospiti sono impazienti di assaggiare la tua specialità, ho detto loro che questo tè viene direttamente dai nostri possedimenti in India, è una qualità rara e si coltiva solo in quella zona che è di proprietà della nostra famiglia. Avrai portato anche gli squisiti pasticcini che sai fare solo tu, vero?
  •  
  • Certo, madame, non avrei potuto fare altrimenti, sono a conoscenza dei gusti dei suoi ospiti e mi sono sforzato di essere all’altezza della situazione.
  •  
  • Sei troppo modesto, caro Arthur, conosciamo tutti il tuo senso del dovere e il tuo attaccamento alla famiglia, senza di te sarei persa. Bene, allora, se hai servito tutti, puoi servire anche me, oggi le mie ossa fanno i capricci e una buona tazza di tè sarà un vero toccasana.

Arthur versò il tè nella tazza della signora e fece finta di versarlo anche nelle altre. Porse la tazza piena e rimase in piedi, in attesa che la sua padrone finisse di sorbire la bevanda. Sentiva sempre di più dolore alle gambe, fare quelle scale infinite volte al giorno stava diventando una vera tortura per lui, ma sapeva bene che non c’erano alternative, il suo destino era legato alle stramberie di quella povera donna, sull’orlo della demenza senile. La signora immaginava che nel suo salotto venissero a trovarla a turno i parenti ormai defunti da tempo e gli amici di sempre, defunti anche loro. La cerimonia del tè non era la sola a cui si sottoponeva per compiacere l’anziana donna. Molte volte doveva approntare un pranzo, o una cena, all’improvviso milady chiamava e ordinava il pranzo per dodici persone, toccava a lui apparecchiare in pompa magna la tavola con tutti i servizi di piatti, bicchieri e posate per dodici, fortunatamente il cibo poteva evitarlo e preparava il menù solo per la donna e per lui. Lui, però, il suo pasto lo consumava nella cucina, come si conviene ad un maggiordomo.

Era ancora in piedi, mentre la signora aveva iniziato una fitta conversazione con alcuni dei suoi ospiti, si era immersa nel dialogo dimenticandosi del tutto del povero maggiordomo, che adesso sul serio cominciava a tentennare sulle gambe malferme.

  • Come le dicev, caro duca, lei ha ragione, sua maestà è davvero troppo indulgente con le popolazioni locali, laggiù in India il popolo è davvero ingrato, con tutto quello che stiamo facendo per loro, gli stiamo portando la civiltà, il progresso e quelli per riconoscenza si ribellano, inaudito.
  •  
  • Madame Janet, non verrà al ballo di corte? Non mi dica. È una vera jattura, se non viene lei non vado nemmeno io, mia cara, lei è la sola che vale la pena di vedere in quei balli noiosi.

Arthur, al limite delle forze, tossicchiò per richiamare l’attenzione della milady che come d’incanto si accorse di lui.

  • Scusa Arthur, hai ragione, sono proprio una sbadata, puoi sparecchiare e ritirarti, io intratterrò ancora un po’ gli ospiti. Dopo che saranno andati via farò un riposino fino ad ora di cena, forse non mangerò questa sera, questo tè e i tuoi fantastici pasticcini sono stati sufficienti, nel caso ti chiamerò per una cena frugale. Addio caro!

Arthur si affrettò a liberare il tavolo, prese il vassoio , allungando il passo strascicato, si allontanò. Era sicuro che la serata fosse finita, poteva finalmente riposarsi. Dopo la cerimonia del tè, tutte le volte la dama si addormentava e non la risentiva fino al mattino successivo. Tornato in cucina rimise in ordine le tazze. Lavò l'unica che era stata usata, ripose i biscotti nella scatola di latta per non farli deperire e, tolte le scarpe, si allungò sul divano che aveva fatto mettere nell’enorme cucina.

Era stanco, disperava di poter continuare ancora per molto quella pantomima, la donna era fuori di senno e lui, se continuava a starle dietro, correva lo stesso rischio.

Non voleva certo la morte della vecchia aristocratica, era stata una buona padrona, anche se un po’ sopra le righe per la sua eccentricità, non si poteva lamentare, aveva avuto anche lui i suoi giorni buoni. Ora la vecchiaia doveva dividerla con le bizze della donna e dei suoi immaginari compagni. Prima di addormentarsi nella sua mente prendevano forma le strane presenze che alimentavano la fantasia della sua padrona; fantasmi di personaggi che lui aveva conosciuto e servito per molti anni. 

Doveva convenire con la padrona, però, che madame Janet era sempre una bella donna, l’aveva vista prima in salotto ed era davvero in splendida forma.

 

 

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Il coltello all'inverso e l’uso dell’analitica

26 Aprile 2018 , Scritto da Niccolò Mencucci Con tag #niccolò mencucci, #racconto

 

 

 

 

Quando uno comincia a soffrire di una noia composita e avvolgente, il solo porre lo sguardo sul primo dettaglio possibile porterà a scoprire difetti non prevedibili e abbastanza inusuali.

Tipo tenere nella propria mano sinistra il coltello colla lama in direzione opposta a quella tipica.

Il soggetto in questione (l'autore dell'articolo non è tenuto a rilevarne l’identità) mantiene per tutta la cena questa andatura digitale, tagliuzzando geometricamente i filetti di carne sull’anonimo piatto plastificato, con velocità e forza quasi ipertrofica.

Nel Galateo l’imposizione del coltello dovrebbe essere “a destra del piatto, […] e che la lama va posta verso l’interno e non verso l’esterno” (Accademia Italiana del Galateo); oggi c’è molta confusione riguardante il suo uso: “alcuni pensano che debba essere tenuta come una penna stilografica […] altri pensano che si debba tenere con tutta la mano come un pugnale”.

Si potrebbe supporre che la persona tenga tale postura perché incolta di galateo o sofferente di difficoltà manuali. Questa credenza generica, ingenua e popolaresca, fortunatamente non ha nulla a che vedere con questi.

Nel caso del soggetto in questione è altamente probabile che la scelta sia relativa ad una personale frettolosità, davanti al rischio di incorrere in una qualche forma di asimmetria temporale, avendo davanti un gruppo di commensali coi piatti vuoti e interessati alla chiacchiera serale.

Oltre a questa ipotesi si può avvalorare l’idea che:

-              questi nutra un certo gusto totalmente individuale nel taglio atipico delle carni, forse nell’interesse di seguire una composizione geometrica, un suo frutto mentale;

-              questi si sia concentrato nella stessa attività motoria, intesa in senso quanti-tativo (direzionalità, spinta vettoriale, profondità…);

-              questi prediliga il conseguimento di un personalissimo galateo per comodità e sostegno psicologico atto alla distensione nervosa dopolavoro.

-              questi voglia impressionare visivamente con tale performance il pubblico attorno, forse per saziare una normalissima piega narcisistica e protagonistica.

Da un punto di vista interpretativo le possibilità analitiche possono spingersi in più direzioni, e navigare anche su più fronti. Tuttavia, come ogni ricerca che si rispetti, l’interpretazione prevede un obiettivo funzionale, cioè il perché di una simile analisi, grottescamente profonda e interessata.

A essere sinceri oltre alla noia citata a inizio testo il movente di ricerca è facilmente individuabile nella semplice congettura che generalmente, pur di risollevarsi l’umore, ci si fa tranquillamente i cazzi degli altri.

E questi cazzi degli altri non hanno uno scopo risolutivo o conoscitivo, o costruttivo o esemplificativo. Tutt’altro, essi vertono nel voler far volar via tale noia da se stessi, utilizzando la sempre ambigua e aleatoria arte della comica: se il riso, come sostiene Bergson ne “Il riso”, ha la capacità di rimettere a posto le pieghe dei costumi sociali, è altresì vero che può diventare arma per criticare distruttivamente la persona altrui, negando altre forme di identità se non quella prefigurata dal comico-buffone di turno.

Perché spingersi a descrivere minuziosamente la innocua e tranquilla maniera di un soggetto a caso, se è ovvia la rotta sciocca e pressapochista di un simile studio.

È perciò lampante come un discorso del genere sia del tutto inutile, nonché patetico, e come l’autore in questione ancora non capisca perché si sia sbattuto per una stronzata del genere.

 

 

Niccolò Mencucci

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Il leone

25 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto, #animali

                                                      

 

 

 

La radio del campo base stava trasmettendo le notizie relative lo spaventoso incidente aereo avvenuto nella prima mattinata. L’aereo leggero con a bordo il professor Smith Larson, sua moglie Eveline e la piccola Emma di sette anni, era in volo diretto a Città del Capo, quando una perturbazione improvvisa ha fatto entrare il velivolo in stallo. Il pilota non ha potuto evitare che lo stesso si avvitasse in cielo fino a precipitare al centro di vasta zona di savana. La colonna di fumo che si è alzata non dava molte speranze ai soccorritori che, partiti subito dal campo, si erano diretti verso il luogo dell’incidente. Ora al campo non era rimasto nessuno, erano tutti in marcia con le jeep verso la colonna di fumo che si stagliava nel pomeriggio assolato.

Intorno alle tende era silenzio, due portatori neri si erano addormentati, stanchi dopo il  lungo viaggio per arrivare sul posto e dopo aver montato le tende. Il ronzio delle mosche era persistente e continuo, loro trovavano sempre di che sfamarsi, intorno alle tende  c’erano i luoghi preposti per i bisogni corporali della spedizione e quelle, affamate, si erano lanciate in nugoli su quelle posizioni. Mentre il meriggio proseguiva nel silenzio, in lontananza, si udì un ruggito di leoni che stavano facendo la siesta. Quel riposo  non sarebbe durato a lungo, appena passata l’ora meridiana, si sarebbero messi in caccia come loro abitudine. Dopo due ore circa i soccorritori tornarono dal loro triste viaggio, recavano con loro due casse con i corpi del professore e della moglie, della bambina nessuna traccia. Delusi e scoraggiati per l’esito del loro intervento si misero al riparo delle tende per riposare. Nessuno aveva voglia di parlare. Non sapere che fine aveva fatto la bambina era terribile, solo a immaginarla, da sola, smarrita nella savana, dove i leoni stazionavano di norma, stringeva loro il cuore. Il ruggito tornò a farsi sentire, questa volta più vicino e più intenso, come un tuono nel cielo in tempesta. Quel verso fece accapponare la pelle anche ai più incalliti, uomini abituati ai disagi della jungla. Il loro capo si alzò con fare deciso e spronò gli altri a fare altrettanto, poi li apostrofò:

  • Ragazzi, dobbiamo darci da fare, lo so che forse non servirà a nulla, ma non possiamo starcene qua  a dormire sapendo che là fuori una bambina impaurita, forse ferita, si aggira fra i leoni. Se la scoprono sapete bene che fine farà. Forza, andiamo a perlustrare  la zona da dove arrivano questi ruggiti e che Dio ce la mandi buona.

Si avviarono in sette, cinque uomini armati di fucili e i due portatori che erano stati allertati. Percorsero un tratto di cammino riparati da baobab solitari, dove videro, sotto la loro ombra, alcune leonesse riposare tranquille. Proseguirono ancora più avanti e  fu là, al centro della savana, in una zona aperta in pieno sole, fra l’erba alta e frusciante che i loro occhi increduli assistettero a uno spettacolo che aveva del miracoloso. Un enorme esemplare di leone, maestoso e fiero, se ne stava beato a farsi abbracciare, come un semplice gatto domestico,  da una  bambina che a prima vista sembrava illesa. Lei, forse, ignara del pericolo che stava correndo, abbracciava con le sue braccine delicate quella bestia che era tre volte più grande di lei. Affondava il viso in quella massa di peli della criniera. La belva per niente ostile lasciava fare alla bambina quello che voleva, se ne stava immobile a farsi abbracciare. Il gruppo di uomini per loro fortuna era sottovento,  rimase a guardare senza saper bene cosa fare. Se l’animale avesse avvertito la loro presenza poteva accadere l’irreparabile. Considerato che la bambina sembrava non correre particolari pericoli immediati, decisero di tornare indietro e andarono a stuzzicare alcune femmine, che, infastidite dalla presenza umana, si avviarono lentamente in direzione del maschio. Poco dopo il leone fiutò la presenza delle femmine e mise fine agli abbracci della bimba. La lasciò da sola nell’erba e si allontanò insieme alle sue donne. Spesso è la paura degli uomini a trasformare gli animali in belve, la natura sa riconoscere l’innocenza e chi non rappresenta un pericolo per la propria vita.

 

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Cinzia Diddi: per la giovane stilista pratese un successo tira l'altro!

24 Aprile 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #interviste, #moda, #televisione

 

 

 

 

 

Dal Grande Fratello Vip all'Isola dei famosi, un nuovo successo, ci racconta questa avventura?

 

La sera del 17 aprile si è concluso un bellissimo viaggio, iniziato il 22 gennaio, un programma televisivo che ha intrattenuto, stupito, è stato spesso al centro di varie polemiche e che ho trovato interessante per i messaggi che ha voluto trasmettere...  l’unità fra i partecipanti, il sostegno, l’amore per la natura. Sto parlando dell'Isola dei famosi, programma al quale ho partecipato in maniera indiretta poiché ho curato lo stile e l'immagine di un grandissimo personaggio, una bellissima persona, delicata, nobile d'animo, gentile... Giucas Casella.

In un primo momento si è trattato di fare abiti quasi di 'scena', i parametri da seguire erano  la comodità,  che fossero adatti al clima dell' Honduras.

 In un secondo momento ho fatto quello che è il mio lavoro vero e proprio, cioè fare abiti dietro consulenza di immagine.

Curare lo stile del personaggio valorizzandone le caratteristiche.

Sono tante le cose di quest'esperienza che ricordo con piacere, dall'enorme soddisfazione provata nel vestire e rendere “stiloso” Giucas, senza ovviamente snaturarlo, all'amicizia nata con questo favoloso personaggio del mondo dello spettacolo, sia con lui che con il suo assistente Giuseppe, al divertimento e soprattutto alla scoperta di me, poiché anche questa esperienza è servita ad arricchirmi professionalmente.

E' stato l'imparare qualcosa di nuovo su me stessa, il prendere più coscienza  e riconfermare le mie capacità professionali che ha contribuito a rendere quest'esperienza davvero speciale: fare abiti e curare lo stile di un personaggio, infatti, non è solo esercitare un' arte è qualcosa di più, qualcosa che ti permette, nell'analizzare il personaggio per valorizzarlo, di capire un po' meglio chi sei. Come mi è capitato al Grande Fratello Vip e poi ancora all'isola dei famosi e in molte altre trasmissioni televisive, red carpet o tour teatrali, l'esperienza in un modo o nell'altro è unica e irripetibile e finisce per lasciare sicuramente

Qualcosa di positivo, che sia una nuova amicizia, un pezzettino sconosciuto di te stesso o addirittura un nuovo sogno... anche questa volta posso esclamare con soddisfazione ... ne è valsa la pena!

 

Quale stile ha scelto per Giucas Casella?

 

Mi sono focalizzata su un aspetto estremamente evidente di questo personaggio in questo preciso momento della sua vita e, analizzandolo per creare il suo personale look, l'ho trovato UN UOMO SPIRITUALMENTE IN RINASCITA: il suo essere gioioso e allegro, frizzante e rinnovato, mi ha fatto protendere verso abiti importanti ed eleganti ma dal taglio giovane, con l'utilizzo di colori chiari, dal grigio chiaro al blu elettrico, dal beige  al giallo. Ho voluto che l'abito svelasse il suo stato d'animo di questo momento.

Sono una fautrice del fatto che l'abito debba SVELARE e non mascherare, debba in qualche modo raccontare qualcosa di Te.

Figure professionali come la mia hanno l'obbligo di valorizzare, tenendo ben presente questo concetto, poiché ogni abito creato che nasce da una consulenza di immagine debba essere una "seconda pelle", in modo che indossarlo faccia sentire FELICE E A PROPRIO AGIO.

 

Crede di aver raggiunto lo scopo?

 

Una cosa la so con certezza!

Ho lavorato con il cuore e la passione, con il grande desiderio di accontentare Giucas.

Cinzia  Diddi: per la giovane stilista pratese un successo tira l'altro!
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Madri di guerra

23 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #poesia, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

Contateli

Contateli i vostri figli

O madri dolenti!

Guardate i vostri figli morti

Immobili e freddi

Allineati uno dopo l’altro

Come i grani del rosario

Che stringete fra le mani.

Cosa rimane

Dei vostri e dei loro sogni!

Labbra mute che vorrebbero gridare

Ancora canzoni d’amore.

Occhi chiusi su un passato

Troppo breve per essere ricordato.

Oh! Madri dolorose

Guardate quelle mani inermi

Senza più spade o rami d’olivo

O sogni, o lacrime, o attimi di vita

Che vorrebbero inseguire

In un cielo oscuro e lontano

Troppo lontano per le vostre preghiere.

 

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Buena Suerte

22 Aprile 2018 , Scritto da Niccolò Mencucci Con tag #racconto

 

 

 

 

 

 

Racconto interno al “romanzo” BARTOLOMEO METTIMAL (o le farlocche e barocche e ampollose avventure di un matto toscano nel capoluogo fiorentino, tra realtà e sogno, tra ricordo e cronaca, tra sesso e amore).

  

 

Le palme stavano svolazzando per l’aria tropicale al vento aliseo, e il rumore delle macchine dell’autostrada interferiva con le comunicazioni di servizio della capitaneria di porto, la quale stava informando i possessori delle barche del porto Buena Suerte di una possibile perturbazione sul fare della sera. Il porto era costellato di navi di ogni forma, da quella dei pescatori locali, fino ai borghesi meno facoltosi, fino a quelli dei grandi magnati dell’industria e dell’imprenditoria. All’orizzonte, vicino all’entrata del porto, si intravide una piccola nave, della lunghezza di venti metri, che si stava avvicinando al pontile adibito per le navi di dimensioni più abbondanti. Appena venne avvistata, uno stuolo di marinai velocemente si avvicinò alla zona e aspettò l’arrivo. La nave rallentò la sua corsa verso la terraferma e si fermò vicino ai marinai.

"Comandante, oh, Comandante Che Guevara…”, cantavano alcuni marinai stanchi, mentre stavano facendo attraccare una piccola nave privata alle darsene e ai pontili della zona adibita agli yacht. Intanto dalla cabina apparvero diversi ragazzi, di età differente e dal vestiario diverso: c’era chi era vestito in maniera elegante e alla moda, e chi trasandato e addirittura con tracce di sporco, e chi fortunatamente vestito normalmente. Si diressero verso il pontile, facendo attenzione a non interferire col lavoro di attracco dei marinai; passarono per il ponticello, e alcuni di loro, per via delle onde, si tennero stretti alla balaustra, per evitare di cadere in acqua e di rovinarsi il vestito, anche se era sporco e logoro.

Le onde del mare erano alquanto agitate quella mattina, e probabilmente era segno di quella perturbazione che a breve avrebbe colpito la costa e il porto, ma non erano comunque così mosse da impedire la navigazione alla barca di Amerigo. Costui era il rampollo di un politicante di Montalto, e si trovava, con alcuni suoi amici, in vacanza nei Caraibi. Aveva viaggiato per tutto il suo paese d’origine e solcato ogni mare, ogni promontorio, ogni costa ed insenatura e grotta, e per quell’estate aveva deciso di cambiare rotta e di dirigersi in un’altra località. Era partito da Miami due giorni prima, dopo essere stato alloggiato in un resort a quattro stelle, con tutta la sua brigata di amici, per la maggiore suoi precedenti compagni di studi e di svaghi alternativi, e aver passato le serate a divertirsi nei locali più cari e in della città. Precedentemente era stato a New Orleans e a Orlando, sempre finendo per passare le serate in qualche locale alla moda a ubriacarsi in maniera talmente violenta da arrivare a dimenticarsi il giorno dopo di aver passato la notte con qualche ragazza, gratis o a pagamento.

“Questa è una tipica canzone divenuta nel tempo molto famosa tra gli abitanti di Cuba”, disse uno degli amici di Amerigo, dopo essere riuscito a passare indenne il pontile.

“Ma di quale stai parlando?” chiese Amerigo, un poco disinteressato alla sua questione.

 “Ma sì, quella che stanno cantando i marinai in questo momento. Senti!” e lui cominciò a sentire la canzone, che continuavano a cantare nonostante il caldo in aumento proporzionale alla loro fatica. Non fece alcuna smorfia, né corrugò la fronte davanti a loro, ma continuò a camminare assieme agli altri.

 “Non ti pare particolare il fatto che continuino a cantare nonostante il caldo?”;

 “E con ciò? Cosa ti sorprende?” domandò sarcastico Amerigo;

 “Che sia particolare la loro voglia di cantare. Tutto qui…”, rispose a tono basso l’amico;

“Buon per loro che han voglia di cantare. Io non trovo per niente la voglia…”, ma Amerigo preferì interrompersi lì, e pensare ad altro. Stavano passeggiando per la banchina quando uno dei ragazzi improvvisò una richiesta. “Dove siamo diretti? E, in quel momento, Amerigo, come rinsavito da quel passo: “Siamo diretti in un ristornate qua in centro, dove pasteggeremo e berremo come negli altri posti dove eravamo!”, e s’impuntò euforicamente nell’ultima parte della frase. Al suo accenno anche gli altri esultarono, e con maggior vigore lo seguirono verso il ristorante, ovvero una piccola trattoria ittica dedita anche alla produzione artigianale di rum e whisky, come generalmente facevano in tutta Havana. Fecero un pasto molto abbondante, a base di fritture di mare, gamberi allo spiedo e aragoste alla griglia, il tutto servite con un abbondante dose di alcol locale, tale da far saltare il cervello a quasi tutti i commensali. Solo Amerigo era rimasto a bocca asciutta: stranamente si era limitato all’antipasto a base di frutti di mare al vapore, ma non aveva toccato nemmeno l’ombra di tutto quel banchetto luculliano, e tanto meno l’alcol; nessuno si era accorto che era la prima volta che Amerigo non toccava l’alcol da quando avevano iniziato la vacanza. Ma un amico, in un barlume di lucidità, gli chiese:

 “Oh, Amerigo, o cos’è sta roba che tu non hai toccato un goccio di vino?”

 “Ma che ne so, non ne ho punta voglia…”

 “E nemmeno un po’ di rum? O che t’è successo?”

 “Boh, sarà stato il viaggio, non so…”

 “Ma quale viaggio!?! Che nelle prime zone eri arrivato a berti un litro di tequila puro tutto d’un fiato e ad andare a fare sesso con quella in fondo al locale! Ma cosa stai dicendo?”

“Boh, guarda, anch’io ne so davvero poco…”;

All’uscita del ristorante, verso il tardo pomeriggio, dopo aver importunato nel mentre alcune cameriere per via della loro abbondante scollatura e dell’assenza dei loro compagni, si accorsero che non erano abbastanza ubriachi per coronare il loro approdo ad Havana, e così decisero di dirigersi verso il litorale del porto per provare altri liquori e alcolici che potessero rinfrescarli dal caldo e dalla sbornia imminente.

Nel frattempo Amerigo li guidava, sobrio sia nel tragitto sia nell’itinerario degli alcolici: prima andarono in una taverna, e li vide gustarsi a fondo una grande varietà di liquori ad alta gradazione; poi passarono in un bar, dove provarono ber tre specialità di rum, e uno di loro, da quanto era cotto da tutto l’alcol che aveva trangugiato, arrivò a rigurgitare tutto il pasto ben prima di poterlo fare dentro il water; ripresosi e riunitosi al gruppo, tentarono l’ultimo locale, sul mare, e all’ora di cena presero quasi tutti il cocktail preferito dello scrittore Ernest Hemingway, il Papa Doble, e in men che non si dica si sentivano tutti pronti per un safari al femminile. Amerigo, come al solito, rimase sobrio per tutta la serata, e la passò a guardare in silenzio i suoi amici divertirsi con le ragazze del luogo, nel tentativo sia di ballare con loro sia di abbordarle a discapito dei loro fidanzati. Accadde però che uno dei fidanzati, un marinaio del ponte, li riconobbe e chiese spiegazioni per questo gesto avventato: uno dei ragazzi, ormai fuori di senno, sputò in faccia al nerboruto marinaio e fece partire un’infame rissa tre contro uno, che portò alla cacciata del gruppo dal locale e al ferimento di tutti e tre, poco consci dell’erculea forza del marinaio.

Fuori dal locale, uno degli amici di Amerigo riebbe un momento di lucidità e gli chiese:

 “O te? Ancora non hai bevuto nulla? Sei rimasto sobrio per tutta la serata?”

 “Così sembra…”, gli rispose mestamente Amerigo, mentre continuava a fissare i suoi amici che tentavano di riprendersi dalle botte inflitte dal marinaio;

 “O che fine ha fatto l’Amerigo delle altre sere, quello che, in un momento del genere, prima di far scoppiare una rissa, preventivamente, avrebbe preso una bottiglia vuota di rum e l’avrebbe spaccata in testa ad un energumeno del genere?”

“Ma che ne so… non ne so davvero niente…” e cominciò a spegnere la sua voce;

“O che fine ha fatto il nostro capitano? Quello che ci guida sui mari d’alcol?” ma a questa domanda non rispose e si eclissò, dirigendosi con tutti gli altri verso il porto. Non avevano ben chiaro cosa volesse fare in mare aperto Amerigo, ma l’idea di andare in mare a sera tarda non era sgradita, e lo seguirono senza scrupoli. Senza chiamare la capitaneria di porto fecero partire la nave e si diressero in mare aperto. Nel frattempo il mare aveva cominciato ad ingrossare sempre di più, e il vento ad aumentare intensità.

La città era ormai distante miglia da dove si trovavano loro e ormai avevano di fronte solo l’immensità del mare. Amerigo, dalla sua postazione di comando, spense il motore, mentre i suoi amici si erano affrettati per svaligiare, nell’impeto simposiale, la dispensa da ogni cosa che contenesse alcol. Amerigo si avvicinò ai suoi amici, sempre sbronzi; aveva gli occhi vitrei: “Voi come vi sentite?”, e a quella domanda nessuno seppe rispondere in maniera corretta, senza biascicare qualche sillaba di troppo, “No, davvero, mi piacerebbe sapere come voi vi sentite. Perché io ci sto pensando da stamattina, da quando siamo attraccati. Lui, sì, lui, m’aveva fatto sentire le canzoni dei marinai, che parlano del Comandante Che Guevara…Comandante… lui era diventato Comandante, e lo è stato fino alla morte. Comandante, non solo dell’esercito, ma anche della sua vita. E tutti che con le sue parole diventavano felici perché era Comandante. E io? Sono Comandante? Sono il vostro Capitano?”, e i ragazzi, cominciarono ad annuire, con poca serietà, “No, voi dite sì, ma non è così. Non sono capitano. Non lo sono nemmeno di questa nave, Cristo! Sono sempre stato un marinaio. Un maledetto marinaio. E io che mi sono creduto un capitano, quando non sono nemmeno un marinaio. Non sono niente. Niente!”, e in preda alle lacrime uscì dalla cabina e camminò nella prua della nave, e si appoggiò alla balaustra. Si sporse leggermente, guardando l’orizzonte rannuvolato, quando all’improvviso un’onda sbatté contro la nave e lo fece scivolare dalla balaustra, facendolo finire in acqua. Nessuno si era accorto che era la prima volta che Amerigo era finito in acqua, e nessuno si era accorto se era risalito o meno.

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Angeli

21 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                             

 

 

 

Ragazzi, ormai siete con noi da abbastanza tempo per conoscere quali sono le nostre finalità. Stando insieme abbiamo imparato il valore della solidarietà, del prodigarsi verso i più deboli. Aiutare gli altri rende l’animo più leggero e vedere spuntare il sorriso sul volto dei diseredati, di quelli che soffrono o hanno bisogno di aiuto, ripaga di tutte gli sforzi che andiamo a compiere. Voi siete ancora piccoli, ma con noi ci sono anche ragazzi più grandi che hanno fatto tesoro degli insegnamenti su come ci si deve comportare. Il nostro intento è cercare di infondere in voi tutti il seme della solidarietà. La storia che andrò a raccontarvi parla proprio di questo, di uno dei nostri ragazzi che ha lasciato il gruppo perché ormai grande e troppo impegnato con la famiglia. Loro hanno bisogno di lui e lui è felice di stare con i suoi e aiutarli, ma nello stesso tempo si prodiga anche verso gli altri. Questa è la sua storia e spero vi sia d’esempio morale e pratico. Quello che si fa non deve essere sbandierato come un trofeo, l’amore verso il prossimo non deve essere motivo di gloria per chi lo offre, ma deve essere donato in silenzio.  

 

Marco era un ragazzo di montagna, taciturno, scontroso e abituato ai grandi silenzi delle alte vette. La sua vita quotidiana era improntata alla massima semplicità, la coltivazione di un appezzamento di terra, proprietà della famiglia, che richiedeva solo tanta fatica e scarsi  ricavati e le interminabili giornate sugli alpeggi al seguito della mandria. Era un giovanotto alto un metro e novanta e pesava più di un quintale.  Era un vero gigante, robusto e allenato alla fatica. Come tutte le persone della sua stazza, aveva un carattere gioviale e bonario, sempre disponibile con tutti. Il suo sorriso e una innata bontà lo rendevano ben accetto da tutti. Non c’era abitante in tutta la valle che non conosceva la sua mole e la consueta generosità verso il prossimo.

Ringraziava il Signore che gli aveva dato quella corporatura da gigante, diceva che, così, poteva essere più facilmente d'aiuto ai più deboli. Non contento di quanto già faceva, decise di creare una sorta di associazione laica. Da buon friulano non desiderava aggregarsi a nessuna bandiera, a nessuna parrocchia. Non amava le chiacchiere, la pubblicità fine a se stessa. Se c’era bisogno, lui era presente, senza dare nell’occhio, lavorava lontano dai riflettori.

Dopo vari tentativi, alla fine, riuscì a mettere insieme una squadra, formata da lui, due suoi cugini e una coppia di fidanzati, giovani che facevano parte di un altro gruppo di volontari, ma che ne erano usciti perché non soddisfatti del comportamento dei colleghi nei momenti di crisi.

I cugini, valenti meccanici, riuscirono, dopo mesi di lavoro, a modificare un vecchio pulmino scolastico che il comune aveva mandato in rottamazione. Gli rifecero il motore. Chiusero tutti i finestrini lasciandone solo uno per lato, per arieggiare in caso di necessità. Due persone davanti, il guidatore e uno al fianco, altri tre subito dietro.  Tutto il resto dello spazio fu utilizzato per una sorta di magazzino, con tutto il materiale che poteva servire. Una specie d'unità di crisi che si attivava laddove ce ne fosse bisogno. Nel recente autunno appena trascorso, Genova era stata la località più flagellata dal cattivo tempo e il gruppo di Marco fu uno dei primi ad intervenire. Scelsero di proposito luoghi lontano dal centro, dove c’era più bisogno, ma nessuno ci andava perché scomodo arrivarci e poi erano poco visibili dai media. Il logo che avevano scelto da mettere sul furgone, completamente bianco erano due mani che si stringevano come in un saluto e sotto la scritta “Angeli". Dormivano sempre all’interno del furgone, non erano d’impiccio a nessuno. Arrivavano, lavoravano e ripartivano, in silenzio, a loro bastavano gli sguardi di gratitudine della gente che riuscivano a trarre d’impaccio. Marco era infaticabile, quando gli amici prendevano una pausa, lui continuava da solo, si giustificava dicendo che quel lavoro per lui non era niente di faticoso, era abituato a ben altro lassù sui suoi monti.

Rimasero a Genova una settimana, spalando fango, svuotando locali dall’acqua fetida, l'odore della morte aveva impregnato la vita di molte persone. Ripartirono con ancora nelle orecchie il grazie di quanti avevano aiutato. Furono anche i primi ad accorrere dopo il terremoto in Abruzzo, là rimasero molto tempo e lavorare fino all’esaurimento. Ci furono diverse calamità che richiesero la loro presenza e in tutte queste occasioni molti furono quelli che videro il furgone bianco degli Angeli. Il loro nome cominciò a circolare e se ne parlava anche in televisione. Quattro ragazzi autonomi che senza dare nell’occhio si rimboccavano le maniche e si davano da fare.

Ritornarono ancora una volta a Genova per l’ennesimo allagamento. Erano intenti al lavoro, quando arrivò un furgoncino con le antenne, dal quale scesero due persone, una ragazza e un uomo fornito di telecamera

  • Buongiorno ragazzi, finalmente vi ho trovati! Siete irraggiungibili, non state mai fermi! Abbiamo ricevuto molte segnalazioni su di voi, sul vostro lodevole impegno, potete fermarvi un attimo, vorrei farvi delle domande

Marco fu il primo a rispondere, mettendosi davanti alla telecamera, ma di spalle e continuando a spalare.

  • Avete sbagliato strada e anche persone, qui stiamo lavorando, se vi levate davanti forse faremo prima, senza voi che intralciate
  •  
  • Scusa, - rispose indispettita la ragazza -  io devo fare il mio lavoro, la gente vuole sapere chi sono questi angeli che stanno facendo un ottimo servizio per la popolazione. 
  •  
  • Senti, rispose Marco, prima mi devi illustrare per bene quale sarebbe questo tuo lavoro, poi, se vuoi fare un servizio alla comunità, posa quel microfono e mettiti a spalare, tu e il tuo amico, più siamo, più presto faremo, ora cerca di andar via che ci fai perdere tempo. Andate nel centro là ci sono tanti altri gruppi di volontari, vai da loro.
  •  
  • Lo sai che sei uno scorbutico scostumato, io devo intervistarvi, è il mio lavoro, non puoi impedirmi di farlo.
  •  
  • Di grazia, quale sarebbe questo lavoro, quello di importunare la gente che lavora sul serio?  Il tuo cosiddetto lavoro non serve a nessuno. Non è utile! Dire in televisione un nome, non cambia niente, come mi chiamo io, a chi importa? Quello che stiamo facendo si vede, che tipo di domanda cretina vuoi fare? Tu, piuttosto, se ti riesce, cerca di cambiarlo questo lavoro, fai qualcosa di utile per te e per gli altri, non perdere tempo in cose futili. Chi ha perso la casa, il suo lavoro, le tracce della sua vita, non ha né interesse, né voglia di stare lì a guardare una come te che parla di cose che non capisce, se proprio non lo trovi un altro impiego, vieni a trovarmi su in montagna, qualcosa da fare per i tipi come te c’è sempre. Ora scusa, ma devo proprio andare avanti. Tu non vuoi che io impedisca il tuo lavoro, però vuoi ostacolare il mio.

Così dicendo, avanzò di qualche passo davanti all’interdetta ragazza. Nello spalare Marco si girò per buttare il fango di lato, ma buona parte del contenuto della pala finì addosso al cameraman e alla donna con il microfono in mano. Li lasciò lì ad imprecare e avanzò ancora verso l’uscio di un’abitazione, dal quale una donna anziana, che aveva assistito alla scena, stava applaudendo ai giovani e a quel gigante dal sorriso buono.

A fine di giornata, quando si ritirarono nel furgone per la solita frugale cena, pane, caciotta e soppressata, annaffiata da un fiasco di vino, si divertirono a riparlare della scena di quei due imbrattati di fango dalla testa ai piedi.

 

- Sei stato grande, Marco, dissero gli amici – ci voleva proprio. Quei due damerini pensavano di fare i galletti sulle fatiche degli altri, vengono, fanno quattro domande cretine, fanno vedere qualche immagine ed è tutto lì, il loro cosiddetto lavoro.  

Noi facciamo quello che riteniamo giusto, perché vogliamo farlo, non certo perché vogliamo andare in televisione. Ognuno si comporta secondo la propria coscienza, quella gente lì è schiava della pubblicità, dell’ignoranza, dei finti valori, sono figli di una carità pelosa, che deve essere vista, spiattellata in piazza, dibattuta da altri parassiti che, pagati più dei loro meriti, se ne stanno seduti comodamente nelle poltrone e parlano, sparlano e sentenziano a sproposito, su argomenti di cui, non sanno niente. Qualcuno lo sa, ma si guarda bene dal mettersi in gioco   

Noi, fortunatamente, siamo diversi, aiutiamo il prossimo, siamo “ Angeli”.

Sì rispose ridendo Marco:  angeli senza ali!

 

 

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