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Oltre la fiaba, parte prima

22 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #fantasy

Oltre la fiaba, parte prima

Tolkien recupera il modello fiabesco rendendolo adatto a un pubblico adulto e moderno. Usa la fiaba perché essa è capace di creare “credenza secondaria”, di cattivare l’interesse del lettore, di affascinarlo e di rendere più ricca e fantastica la sua vita. Una volta catturato il lettore dentro la fiaba, fa di essa uno strumento di ricerca etica oltre che di evasione. Con questo non vogliamo sminuire il valore che la fiaba ha di per sé per Tolkien, come fonte di evasione e godimento fantastico, tuttavia egli si accorge anche che la struttura fiabesca può diventare un potente mezzo per rappresentare problemi e valori significativi.

Ciò non vuol dire fare della fiaba un’allegoria. Tolkien ha sempre detestato l’allegoria, che riteneva fredda e sterile. Le preferiva il concetto di applicabilità (“applicability”) per mezzo del quale alcuni elementi di un’opera narrativa, e non, vengono “applicati” naturalmente dai lettori a situazioni della loro vita - quasi allegorie di essa - senza che questa fosse l’intenzione primaria dell’autore.

“I cordially dislike allegory in all its manifestations. (…) I much prefer history true or feigned, with its varied applicability to the thought and experience of readers. I think that many confuse “applicability” with “allegory”; but the one resides in the freedom of the reader, the other in the purposed domination of the author.”

Fra uno scoppiettio di avventure e personaggi fantastici che divertono il lettore e ne monopolizzano l’attenzione, la “fiaba” The Lord of the Rings riesce a svolgere temi profondi e universali che fanno del libro un’opera ricca di significato. In questo modo essa si trasforma, attraverso un’evoluzione interna, in un genere che risulta una sintesi di fiaba e romanzo moderno.

Tolkien ha parlato per la fiaba di “tre specchi”.

La fiaba ha uno specchio mistico volto al soprannaturale, uno specchio magico rivolto alla natura e uno specchio di “scorno e di pietà” rivolto verso l’uomo. Questo terzo specchio è la lente che ci permette di scoprire di che pasta siamo veramente fatti. Nella “fiaba” The Lord of the Rings questa componente psicologica è notevolmente sviluppata.

Sembra essere una caratteristica della letteratura “fantasy” quella di fondere il materiale di natura avventurosa e fantastica con elementi psicologici. La fantasy - pur muovendosi in un mondo di stampo medievaleggiante - è un genere moderno che affonda le sue radici nella cultura novecentesca. Non siamo d’accordo con chi fa risalire la fantasy ad una tradizione di letteratura fantastica comprendente Carrol o Kipling. La fantasy costituisce un filone a parte della letteratura fantastica.

La fantasy è nata nel mondo anglosassone, soprattutto grazie a Tolkien e agli Inklings, un gruppo di filologi e studiosi di letteratura medievale. Essi hanno cercato di riprodurre quel mondo medievale di natura mitica e fiabesca in cui trovavano diletto. La loro narrativa è ambientata in eterocosmi soprannaturali, di stampo medievaleggiante. Essa ha come argomento quests perigliose, intraprese da eroi quotidiani, dal cui successo dipende la salvezza del mondo intero (vedi Le Cronache di Narnia di C.S. Lewis) e il cui fallimento equivarrebbe alla vittoria definitiva del mondo demoniaco.

Grazie al successo di Tolkien, in Inghilterra e negli Stati Uniti la sua opera è stata imitata da numerosi epigoni che hanno dato inizio a una tradizione fantasy.

La fantasy non può che tener conto dell’influenza esercitata in tutti i campi da Jung e da Freud, e degli ultimi sviluppi della narrativa, con l’enorme impulso dato al romanzo psicologico.

In The Sword of Shannara, del popolare scrittore americano di fantasy Terry Brooks, l’unico talismano in grado di sconfiggere il terribile Signore degli Inganni, chiaramente un calco del Signore degli Anelli di Tolkien, è una spada, la cui proprietà è di far conoscere a chi la tocchi la verità su se stesso. Venire in contatto con la spada di Shannara significa iniziare un processo d’introspezione che per alcuni risulta fatale. Non sempre, infatti, siamo in grado di accettare la verità su noi stessi, cioè la piena coscienza della nostra fragilità, del nostro egoismo, della nostra viltà. Per mezzo della spada di Shannara, vengono a cadere tutte le maschere pirandelliane che ci siamo costruiti e che ci permettevano di crederci degni di rispetto e fiducia.

L’Unico Anello di The Lord of the Rings, come la spada di Shannara, è un oggetto magico di natura psicologica che ci dimostra come Tolkien si sia servito degli elementi fiabeschi per introdurre una problematica che tiene conto delle inquietudini dell’uomo moderno.

L’Anello può essere considerato un simbolo psicanalitico di ambivalenza. Esso costituisce un centro di attrazione fatale, produce una assuefazione molto simile a quella data dall’eroina, suscita contemporaneamente odio e amore intenso. Con questa sua doppia natura - malvagia e affascinante insieme - fa sì che la personalità dei suoi possessori si dissoci in senso schizofrenico.

L’Anello agisce - come Iago nell’Othello shakesperiano - facendo leva sulle debolezze dei personaggi. Esso fa emergere la parte oscura di ognuno di noi: la possessività di Bilbo, l’orgoglio di Boromir, la debolezza di Gandalf, la paura di Frodo.

Solo Gandalf ha piena coscienza del modo in cui l’Anello manovra le menti dei suoi possessori e, pur avendo un gran bisogno dell’aiuto che esso può dargli, si rifiuta di adoperarlo per evitare che la sua volontà e il suo cuore vengano corrotti.

“Do not tempt me!”

Si noti quante volte nel romanzo ricorre la parola “tentazione”.

“For I do not wish to become like the Dark Lord himself. Yet the way of the Ring to my heart is by pity, pity for weakness and the desire of strength to do good. Do not tempt me I dare not take it, not even to keep it safe, unused. The wish to wield it would be too great for my strength. I shall have such need of it”.

Un altro termine al quale far attenzione è “pity” pietà, misericordia. Vedremo presto perché.

L’Anello agisce anche distorcendo i sentimenti positivi delle persone che vengono in contatto con esso, volgendo in male le loro intenzioni buone.

Non si sa mai se è veramente l’anello che è riluttante a lasciare il possessore, o se è il possessore che, temendo di perderlo, vi proietta la sua possessività e non lo lascia andare.

“Two possible views of the Ring are kept up throughout the three volumes: sentient creature, or psychic amplifier.” (T.S.Shippey)

L’anello è un invito continuo a cadere nella tentazione. Esso è inoltre è anche un simbolo dell’Io.

L’Unico anello è anche “l’Anello dell’Unicità”, dell’individualità sfrenata. Mettersi l’anello significa divenire invisibili, cioè asociali, separati dal resto del mondo, monadi chiuse nel proprio egoismo. Arrogarsi definitivamente l’Anello, poi, indica potere assoluto e quindi massimo sviluppo dell’Io.

Rose A. Zimbardo fa notare che l’appellativo di Sauron “Lord of the Eye” può essere anche letto come “Lord of the I”, cioè signore dell’Io sfrenato.

“We are each of us “Ring-bearers”, for the smallest but most important of the Rings” that the great Lord of rings holds is each creature’s idea of self.”

Se l’Anello rappresenta la propria individualità, nessuno può avere la forza di gettarlo via di propria iniziativa. Ecco perché Frodo, proprio sull’orlo della voragine di Sammath Naur, dove è giunto dopo aver lottato per un anno intero, decide di non fare ciò per cui vi si è recato e di tenersi l’Anello. La caduta di Frodo è un momento fondamentale nell’economia del romanzo. Nessuno avrebbe potuto fare più di Frodo e Tolkien lo sa. È per questo che, sulla cima di Monte Fato, quando tutto ciò che era umanamente possibile fare è stato fatto, la provvidenza interviene sotto forma di Gollum.

Frodo rappresenta l’uomo comune attaccato alla propria individualità. Egli non può gettare via spontaneamente l’Anello dell’io. Anche per il più fervente dei cattolici, infatti

“the self is our only known life.” (R.A.Zimbardo)

Perché mai dovrebbe un uomo rinunciare alla propria individualità quando non sa se, di là da essa, vi sia veramente qualcosa per cui valga la pena lottare e sacrificarsi?

Perfino Gandalf il Bianco, l’inviato dei Valar, non conosce l’esito della battaglia contro Sauron, non sa, cioè, se effettivamente esiste un piano provvidenziale che ci riguarda.

L’Anello diventa anche un simbolo della continua tentazione alla sfiducia, al pessimismo, a rinchiudersi in se stesso, cui è sottoposto il cristiano.

Tolkien, pur presentando la provvidenza in atto, non ci offre, con la figura di Frodo, l’immagine di una fede incrollabile, bensì di un impegno morale costante ma privo di speranze.

“All right, Sam”, said Frodo. “Lead me! As long as you’ve got any hope left. Mine is gone.”

Frodo è un ”cristiano” che, pur non mancando di “carità”, ha perso ogni “fede ” e “speranza”. Il cattolicissimo Tolkien vive in realtà un cattolicesimo problematico e sofferto.

Ciò traspare anche dal modo in cui affronta il problema della morte nel Silmarillion e nelle appendici di The Lord of the Rings. Risulta chiaro, infatti, che egli non ha ancora accettato l’idea della morte che, nel Silmarillion, diventa lo sgradito “dono” concesso da Ilùvatar soltanto alla razza umana.

La tradizionale ambiguità degli elfi delle fiabe, che li vede ora benevoli ora maligni verso gli umani, viene sfruttata da Tolkien ancora una volta in senso psicologico.

La loro terra, il Bosco d’Oro di Lorien, è una perigliosa contrada di cui si racconta che pochi di coloro che vi mettono piede ne escano, ma, come dice Sam, “la gente porta con sé il proprio pericolo e poi lo ritrova a Lorien perché se l’è portato dietro.”

La regina di quella terra, Galaldriel, diventa lo specchio dell’anima dei suoi interlocutori, “pericolosa” nella misura in cui incontrarla vuol dire scoprire se stessi.

“If you want to know, I felt as if I hadn’t got nothing on, and I didn’t like it” dice Sam esprimendo ciò che ha provato sotto lo sguardo di Galadriel.

“She seemed to be looking inside me and asking me what I would do if she gave me the chance of flying back home”.

Lo specchio di Galadriel terrorizza Frodo solo perché gli mostra l’occhio di Sauron, l’occhio penetrante, vigile, che fruga nei recessi dell’anima sconvolgendola, forse, in realtà, soltanto l’occhio della coscienza.

The Lord of the Rings, pur portando alle estreme conseguenze la polarizzazione fiabesca in buoni e cattivi, presenta anche delle ambiguità che rispecchiano le ambivalenze e i conflitti del mondo moderno.

In questo modo, accanto ai tipici personaggi fiabeschi, nel romanzo convivono altri tipi di personaggi creando un’impressione di sincretismo. Siamo di fronte ad una mescolanza di tecniche antiche e moderne.

In primo luogo, in The Lord of the Rings si ritrovano dei personaggi che risultano in realtà delle “maschere”. Vi sono poi dei “tipi” o caratteri fissi ben definiti. A questi si mescolano dei “personaggi” veri e propri, che possiedono un certo spessore psicologico e possono cambiare col mutare delle circostanze.

Abbiamo, infine, uno specifico personaggio ambivalente che incarna le conflittualità a cui è abituato il lettore di romanzi di oggi.

Le maschere sono costituite da tutte quelle creature del male che non rientrano come gli Orchi nell’ambito delle tradizionali figure malvage delle fiabe. Le maschere del male tolkieniane rispecchiano in pieno la polarizzazione fiabesca e la esasperano addirittura in funzione etica.

I Nazgul, le terribili creature alate che, sorvolando i territori dei Popoli Liberi, i incutono un terrore che gela il sangue e paralizza i movimenti; i Ringwraiths, spettri informi e sibilanti; il mostro del lago, di cui si intravedono solo i lunghi e vischiosi tentacoli; Sauron, il Signore degli Anelli, tutto concentrato nel suo unico, spaventoso, vigile occhio senza palpebra; e, soprattutto, l’indimenticabile Shelob, sono tutte incarnazioni potenti del male assoluto.

Per il suo nuovo libro che parla di una lotta di natura eminentemente etica, lo studioso di Beowulf, l’inventore di Smaug, Glaurung, Chrisophilax, questa volta non usa il drago, ma sfodera tutta una casistica di nuove, orripilanti, creature del male, le quali trasudano odio e malvagità gratuita.

Ciò che ci terrorizza nei mostri tolkieniani, infatti, non è tanto il loro aspetto mostruoso, quanto l’odio e la malvagità inspiegabile che da esso emana.

Shelob è un enorme ragno cupido che vive preoccupandosi solo di saziare l’ingordigia del suo ventre. Shelob ha grandi corna, un tozzo e corto collo dietro il quale ondeggia un immenso corpo gonfio, un tumido sacco straripante fra le sue gambe, una massa nera macchiata di segni lividi emanante un orrendo fetore, con zampe curve, giunture nodose, peli irsuti come spine d’acciaio e un artiglio all’estremità di ogni membro.

La descrizione di questo essere è perciò piuttosto impressionante, eppure, più terribile ancora della piena visione del suo corpo, è la prima immagine che il lettore ha di esso: un ciuffo d’occhi affioranti dall’oscurità, pieni d’incontenibile cattiveria.

“Even as Frodo spoke he felt a great malice bent upon him, and a deadly regard considering him. Not far down the tunnel, between them and the opening where they had reeled and stumbled, he was aware of eyes growing visible, two great clusters of many-windowed eyes - the coming menace was unmasked at last. The radiance of the star-glass was broken and thrown back from their thousand facets, but behind the glitter a pale deadly fire began steadily to grow within, a flame kindled in some deep pit of evil thought. Monstrous and abominable eyes they were, bestial and yet filled with purpose and with hideous delight, gloating over their prey trapped beyond all hope of escape.”

Gli elementi “orridi” in Tolkien, oltre che mirare alla “sensazione”, hanno valore etico: incontrare i suoi mostri malvagi, i suoi alberi dal cuore marcio, le sue montagne crudeli, le sue “cose innominate”, è come trovarsi improvvisamente al cospetto di Satana.

Negli “Unfinished Tales” Tolkien cerca di riportare tutte le creature malvage a un’unica fonte: Morgoth, il demonio. Fortunatamente, questi racconti incompiuti non sono stati inseriti in The Lord of the Rings, che rimane così tanto più conturbante in quanto gran parte della natura in esso contenuta è ostile e cattiva senza una ragione. Il male rimane gratuito e incomprensibile.

“There are many evil and unfriendly things in the world that have little love for those that go on two legs, and yet are not in league with Sauron.”

Le creature del male tolkiniane sono personificazioni della malvagità che pervade il mondo, tuttavia esse non sono fredde allegorie. I mostri della Middle Earth sono esseri fantastici che arricchiscono il mondo che abitano e suscitano nel lettore meraviglia, emozione, curiosità.

Riferendosi alle proprie impressioni infantili riguardo ai mostri della mitologia, così Tolkien si esprime in On Fairy-stories:

“the world that contained even the imagination of Fafnir, was richer and more beautiful, at whatever cost of peril.”

Alla categoria dei tipi appartengono i grandi eroi: Aragorn, Boromir, Faramir, Eowyn, Theoden, Denethor, Eomer, Imhrail etc.

“Tra i “tipi” o caratteri rientrano essenzialmente gli uomini, che hanno, a differenza delle allegorie, una certa dinamica interna, sono soggetti a mutamento, compiono delle scelte, combattono con un preciso scopo finale, ma sia le loro certezze che i loro dubbi, ricalcano moduli ben definiti, così che, ad esempio, la “tentazione” a cui Boromir cede (quando cerca di strappare l’Anello a Frodo) è già tutta dentro il discorso iniziale pronunciato nel Concilio di Elrond che individua un “tipo” di guerriero attraverso una serie di attributi.” (O. Palusci)

In genere, questi eroi hanno caratteristiche tipiche degli eroi del mito celtico e germanico. Essi costituiscono dei “tipi” fissi in quanto ricalcano tipologie mitiche tradizionali.

I personaggi veri e propri sono gli Hobbits. Gli Hobbits sono una totale invenzione di Tolkien, non essendo riscontrabili in nessuna tradizione fiabesca, come avviene invece per elfi, nani, trolls, maghi.

Frodo, Sam, Merry, Pippin sono personaggi di un certo spessore che durante il corso della narrazione cambiano e maturano. Pippin e Merry, da ragazzini spensierati, si trasformano in hobbits maturi, in grado di porsi a capo della Contea. Sam, già fedele e affettuoso, impara sempre più il valore della lealtà e mette alla prova la sua dedizione nei confronti di Frodo. Egli comprende qual è il proprio ruolo nella storia: fare da gregario al padrone. A volte maturare significa anche rendersi conto della portata limitata delle proprie azioni:

“I can’t help it. My place is by Mr Frodo. They must understand that - Elrond and the Council, and the great lords and ladies with all their wisdom. Their planes have gone wrong. I can’t be their Ring-bearer. Not without Mr Frodo.”

Insieme a Frodo, Sam scopre il valore della pietà.

Tolkien ha affermato che quello di pietà è un concetto estraneo alla mente infantile. I bambini vogliono la giustizia, vogliono veder punite le sorellastre di Cenerentola e la matrigna di Biancaneve. La compassione fine a se stessa è un sentimento che solo gli adulti possono concepire. The Lord of the Rings è anche uno studio sulla pietà. In questa fiaba è proprio un atto di pietà a determinare tutto il corso degli eventi.

Nella prima versione di The Hobbit, al momento dell’acquisto dell’Anello da parte di Bilbo, egli si limitava a fuggire col suo tesoro. Nella seconda versione, questa scena importante viene modificata per accordarla maggiormente allo spirito di The Lord of the Rings: Bilbo, sul punto di uccidere Gollum che lo insegue per riprendersi l’Anello, colto da compassione, lo risparmia. Nel racconto che Gandalf fa a Frodo di questa scena, viene introdotto per la prima volta il concetto di pietà.

Dopo aver perso l’anello, sottrattogli da Bilbo, Gollum è partito alla sua ricerca ed è finito nelle grinfie di Sauron. Grazie a lui, adesso il Signore degli Anelli sa che un Baggins possiede l’Unico. Quando Frodo - nel primo libro - viene a sapere questo, sbotta:

“What a pity that Bilbo did not stab that vile creature, when he had a chance!”

Ma Gandalf lo interrompe:

“Pity? It was pity that stayed his hand. Pity and Mercy: not to strike without need. And he has been well rewarded, Frodo. Be sure that he took so little hurt from the evil, and escaped in the end, because he began his ownership of the Ring so. With pity ”. “I am sorry” said Frodo. “But I am frightened; and I do not feel any pity for Gollum”. “You have not seen him” Gandalf broke in. “No, and I don’t want to”, said Frodo “I can’t understand you. Do you mean to say that you and the elves, have let him live on after all those horrible deeds? Now at any rate he is as bad as an orc, and just an enemy. He deserves death.”

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