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La finestra rossa

29 Gennaio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #racconto

La prima cosa che ricordo è una finestra rossa nella notte. E di essermi stupita che in un casolare così grande, perso in mezzo ai campi, ci fosse un'unica finestra illuminata, per di più di una luce calda e intensa, di quelle che provengono da un camino o delle candele, ma più luminosa. Mi sono incamminata in quella direzione.

Non ricordo come sono entrata nel giardino davanti alla casa, né come sono arrivata ad avere la testa appoggiata al portone e lo sguardo fisso sul legno e su un liquido scuro e vischioso che si apriva lentamente una via tortuosa verso il basso. Da lì i miei occhi devono essersi spostati sul gatto. Un persiano dal pelo morbido e gli occhi scintillanti che si strusciava sulle mie gambe.

Tutta la frazione di tempo dal momento in cui ho visto il gatto al mio prossimo ricordo è stata inghiottita da un vuoto oscuro. L'immagine successiva è una stanza sprofondata in una luce intensa, proveniente da tante piccole lampade coi parlaumi di stoffa, sparse in tutti gli angoli e invasa da un odore di mobili vecchi e dalla presenza opprimente di pesanti tende di velluto rosso, ai lati della finestra che devo aver visto dai campi. Sono seduta, ho le braccia pesanti, incollate ai braccioli di una sedia a dondolo e le gambe che penzolano inermi sul pavimento, quasi estranee al mio corpo. Sulla poltrona di fronte a me è seduta una donna anziana, che accarezza la testa di un gatto addormetato sulle sue ginocchia. Non il persiano, che, mi accorgo, continua a girarmi attorno e fare le fusa. La donna sorride.

- Il tè ti ha fatto bene. - dice.

- Non so come sono arrivata. - rispondo, e mi tocco la testa, in un punto dove ho percepito un vago fastidio. Ritraggo la mano e vedo le mie dita macchiate di sangue. Passo il palmo sul viso e mi rendo conto che il sangue è dovunque, sulla mia faccia, sui miei vesiti, sui braccioli della poltrona. Il persiano miagola.

- Non importa. - Dice la donna - l'importante non è che tu sappia da dove vieni, ma dove sei.

Si alza, il gatto salta giù ed esce dalla stanza, lei viene verso di me. Cerco di decifrare la sua espressione, ma ho la vista confusa e noto appena la mano che si avvicina al mio viso. Scosta qualcosa, fra i miei capelli. Sposta una compressa, scioglie e riavvolge delle bende.

- Non è niente.- dice.

- Non so cos'è successo.

- Non importa cosa è successo. - Ha una voce pacata, profonda, che mi fa perdere il filo delle mie ansie.

Torna a sedersi e guardarmi.

- Io posso dirtelo, sai? Ma dovrai rinunciare a molte cose. -

Sposto lo sguardo sulle pareti. Ci sono dei paesaggi a olio stranamente familiari, che gli uni accanto agli altri per quanto insignificanti, sembrano ansiosi di raccontarmi una storia che conosco. I mobili sono tutti di legno massiccio e mostrano i segni di almeno un secolo di usura. Qua e la ci sono dei libri sparsi senza criterio e delle piante da vaso, seminascoste nel caos dell'arredamento. Sul tappeto la fantasia geometrica della lana è andata a confondersi con una distesa di macchie multiformi, alle quali si sono probabilmente aggiunte quelle del mio sangue. Vedo almeno altri tre o quattro gatti seduti e accucciati qua e la per la stanza. Vedo la tazza da cui devo aver bevuto il tè, di una porcellana spessa e una forma barocca che stona con tutte le altre cose attorno a me. La donna sorride. Ha denti e capelli bianchi e gli occhi grigi, circondati da una trama di rughe che scendono in un unico disegno dal viso al collo, fino a sparire in un vestito di stoffa pesante, con una fantasia vistosa di fiori rossi. Dico l'unica cosa che non sto pensando:

- Voglio andare via. -

Mi sono risvegliata nel letto dell'ospedale, accolta dalla luce fredda del neon e dall'odore pungente degli antisettici. Nessuno sa cosa sia successo. Non c'è stato nessun incidente quella sera e nessun evento particolare sul mio tragitto. L'autista non ricorda di avermi visto salire o scendere dall'autobus, ma devo averlo preso come al solito, o non sarei arrivata in campagna. Cosa mi abbia spinto a scendere a metà strada, quando come e perché mi sia procurata la ferita, non lo so. Ho rifiutato la visita dello psicologo.

Da quella sera il mondo è diventato insolitamente freddo e nitido. Le luci, i rumori, gli odori, sono tutti più intensi, definiti e pungenti, ma allo stesso tempo più distanti, come se una barriera invisibile mi separasse dalla realtà. Non importa come sono arrivata al casolare. Ogni giorno dai finestrini dell'autobus scruto il paesaggio alla sua ricerca o di un punto in cui potrebbe plausibilmente trovarsi, ma non trovo nulla. La sera al ritorno non c'è nessuna finestra illuminata di rosso. Mi sono presa le domeniche per cercare a piedi nella campagna. Sono scesa a ogni fermata e ho fatto chilometri e chilometri fra i campi, ma non sono riuscita a ritrovarlo.

Quando mi hanno trovata quella mattina non avevo nessuna medicazione sulla testa, ma l'emorragia si era fermata. Da giorni continuo a vedere l'apprensione negli sguardi dei miei familiari e cerco di sfuggirli. Sono preoccupati, ma non sanno, e non devono sapere, dei peli. I miei vestiti, quando li ho ritirati all'ospedale, erano pieni di peli di gatto, lunghi e grigi.

Non importa se il casolare e la sua proprietaria esistano o meno, sento che sono la chiave verso qualcos'altro e li ritroverò. Non mi importa sapere da dove vengo, ma ho bisogno di capire dove sono finita.

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