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L'arte di raccontare: gli archetipi culturali della novella

18 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

 

 

 

 

 
La lettura dei racconti contenuti in opere letterarie del mondo classico di più ampia e complessa struttura è il frutto di un lavoro di ricerca attraverso il quale si possono cogliere tipologie narrative identiche, sebbene in contesti letterari diversi tra loro, volte al fine di sbigottire ma anche di comunicare messaggi di verità che riguardano i comportamenti umani o le caratteristiche specifiche di una determinata società.

Attraverso esse è possibile individuare la genesi o il terreno da cui sono provenute le opere di Autori italiani o stranieri particolarmente impegnati nell'arte del racconto, nonché tanta parte dei film d'avventura.

 





Gli educatori antichi sapevano bene che il meraviglioso è un’esca potente per stimolare l’apprendimento: ”È gradevole ciò che è nuovo e che prima non si sapeva… Quando poi vi si aggiungano il meraviglioso e il portentoso, questi accrescono il piacere, che è appunto la formula magica dell’apprendimento…”.

(A.Stramaglia, Res inauditae, incredulae. Storie di fantasmi nel mondo greco-latino, levante editori, 1999, p.87).

Oggi i ragazzi conoscono spettri, fantasmi e simili attraverso il cinema (cfr. Ghostbusters ecc.), il teatro, il romanzo nero, le narrazioni di Poe, le leggende concernenti i castelli scozzesi, inglesi ecc. Ma nell'antica Roma agli spettri e simili si è creduto davvero. E tra le credenze paurose c'erano anche quelle riguardanti i lupi mannari e le streghe. Alcuni uomini, infatti, -si credeva- , avevano il potere di trasformarsi in lupo (versipelles); andavano in giro come veri lupi ad assaltare gli ovili nella notte; poi riprendevano la forma umana. Se in quelle loro azioni bestiali venivano feriti, rimaneva nell'uomo la ferita inferta al corpo del lupo. Ugualmente si credeva che certe vecchie conoscessero l'arte di trasformarsi in uccelli; messe le ali, svolazzavano malefiche nelle tenebre. Probabilmente questi racconti rispetto a certe storie dell'horror moderno fanno sorridere, ma la suggestione che tuttavia producono è notevole grazie all'impiego di un linguaggio pirotecnico in cui c'è una sapiente mescolanza di neologismi, termini onomatopeici, nonché vocaboli che in quanto espressione del sermo plebeius, cioè della lingua in cui si esprimeva l'uomo della strada, della taverna ecc., sono ravvisabili ancora oggi nel dialetto campano (es. vicus angustus nel senso di vicolo stretto attestato con leggera variazione della desinenza nel nostro dialetto).

Lo stesso Apuleio dice ad apertura di libro: ”In stile milesio voglio, per te, lettore, intrecciar varie favole e col dolce mormorio del mio narrare, carezzar le tue benevole orecchie… Avrai da stupirti, ché si tratterà delle persone e delle sorti d’uomini cangiati in altre figure, i quali con alterna vicenda ritorneranno nuovamente nella forma primitiva.” (Metamorfosi I,1 trad. C. Annaratone).



Sicché i lettori sono guidati, attraverso la lettura filologica dei testi scelti, a cogliere la corrispondenza tra lingua e significato, tra registro linguistico e funzione psicagogica della parola scritta, tutto nel piacevole ascolto di avventure mirabolanti che corrono lungo le strade della magia e della stregoneria, che costituiscono l’humus dove affondano le radici tante leggende della nostra terra riguardo a streghe e fattucchiere.

Inoltre attraverso tali racconti è possibile stimolare la curiosità verso una stagione della civiltà umana eccezionale in tutti i campi, una civiltà che è la nostra radice e la struttura profonda del presente.

Il lupo mannaro

Il lupo mannaro

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