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Joe Lansdale, "La sottile linea scura"

5 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

La sottile linea scura di Joe R. Lansdale

 

Einaudi, 2004 pp.300

Edizione di riferimento “La biblioteca di Repubblica l’Espresso”

 

C’è chi, parlando de “La sottile linea scura” di Joe R. Lansdale, cita subito il Bildungsroman, il romanzo di formazione alla Stand by me, con la classica perdita dell’innocenza. Stanley Mitchell, il protagonista tredicenne, in una lunga estate calda texana, scopre che il mondo non è come lo credeva, che le persone fanno sesso fra loro, uccidono, si ubriacano, picchiano la moglie, brutalizzano i figli. Soprattutto scopre che i neri non sono uguali ai bianchi, non è loro concesso lo stesso posto nell’ordine delle cose.

Quella è gente che non ha di meglio da fare che smuovere le lapidi della gente di colore o ridurle in mille pezzi buttandole nel torrente. Che poi sono pure codardi, figliolo, perché lo sanno che i neri non reagiranno mai, così davanti a tutti, col rischio di vedersi arrivare quelli del Klan, altra gente di quella fatta.” (pag 131)

Scopre che i diritti non sono per tutti, che le donne, specie se di colore, sono sempre vittime; che i pregiudizi avvelenano i rapporti sociali, le amicizie, il vicinato; che c’è chi lucra sulla pelle degli altri; che non tutto è come appare. Noi, però, non ci soffermeremo su quest’aspetto scontato, ma toccheremo il principale pregio di un romanzo che, se non segna, non sconvolge, non penetra, comunque avvince almeno per il tempo limitato della lettura: non è la crescita interiore del protagonista, come abbiamo detto, né l’intreccio, improbabile e pure irrisolto, quanto piuttosto l’atmosfera riuscitissima dell’America fine anni cinquanta. Non seguiamo, quindi, l’investigazione di Stanley sulle due ragazze morte in circostanze oscure molti anni prima, il ritrovamento delle lettere, il cofanetto sepolto, la paurosa casa sulla collina. Alla fine, le scoperte fatte da Stanley ci lasciano indifferenti, il protagonista sembra non avvertire nemmeno orrore mentre disseppellisce cadaveri che dovrebbero agghiacciarlo. Non ci interessa dipanare il mistero del fantasma senza testa che si aggira lungo la ferrovia, quanto piuttosto tallonare Stanley nei suoi spostamenti, pedalare con lui su per la collina mentre l’aria rinfresca prima del temporale, infilarci nel gabbiotto del proiezionista negro sempre ubriaco.

D’estate ce ne voleva prima che facesse buio, e il sole – che ancora non trovava ostacolo in grattacieli né in casermoni popolari – si tuffava tra gli alberi del Texas orientale come una stella cadente. Via via che tramontava, dava l’impressione di mettere a ferro e fuoco interi boschi.” (pag 20)

Stanley gestisce con la famiglia un drive in, in una cittadina del Texas magistralmente ricreata dall’autore e che ci pare aver visto tante volte nei film, fatta di case di legno, di prati, di ragazzini in bicicletta, di giovani con il ciuffo e il risvolto sui pantaloni, di tavole calde capaci di farci tornare alla mente quelle evocate negli anni trenta da Mc Cain ne Il postino suona sempre due volte.

Alla radio passava il rockabilly, o il rock and roll, come finì poi per essere chiamato, ma di queste atmosfere rock and roll l’aria delle nostre parti non era certo satura. Eravamo solo un branco di ragazzini che il pomeriggio e la sera si radunavano di fronte al Dairy Queen, in particolare il venerdì e il sabato sera. Alcuni di noi, come Chester White, portavano i capelli a coda di papero e giravano su macchine super truccate. Quasi tutti avevano i capelli corti, e una cospicua banana sul davanti, tenuta ferma da un bel po’ di brillantina. Indossavano calzoni ben stirati, camicie bianche inamidate, e scarpe marroni belle lucide e guidavano la macchina di famiglia le volte che riuscivano a metterci le mani sopra.” Pag 20)

Sembra una scena di Grease o del telefilm Happy Days, ma qui i protagonisti hanno varcato la sottile linea scura che “separa i misteri delle tenebre dalla realtà”, porta alla luce i cadaveri, il marcio, il putrefatto, il celato, e dove un ragazzo che ha appena smesso di credere a Babbo Natale scopre la bestialità degli uomini. Durante la sua indagine, Stanley si scontra con la rabbia covata dai negri per la loro condizione subalterna, rabbia che, a loro volta, i maschi (non solo neri) sfogano sui figli e sulle donne per riaffermare la propria esistenza, il proprio posto nel mondo. Stanley però si salva, la sua luce interiore rimane intatta grazie all’esempio familiare, alla rettitudine del padre, all’amore della madre, alla complicità della sorella maggiore, alla dignità del suo cane, all’amicizia del proiezionista Buster e del coetaneo Richard. Qualcosa però si è incrinato, la vita non sarà mai più spensierata come una volta, una sorta di malinconia diffusa accompagna tutto il romanzo dalla prima all’ultima pagina.

Non sempre la vita dà soddisfazione e, al tirar delle somme, carne e polvere finiscono per rivelarsi la stessa cosa.” (pag 315)

Many, speaking of Joe R. Lansdale's A Fine Dark Line, immediately cite the Bildungsroman, the training novel such as Stand by me, with the classic loss of innocence.

Stanley Mitchell, the thirteen-year-old protagonist, in a long hot Texan summer, discovers that the world is not as he believed it, that people have sex with each other, kill, get drunk, beat their wives, brutalize their children. Above all, he discovers that blacks are not the same as whites, they are not given the same place in the order of things.

 

Those are people who have nothing better to do than to move the gravestones of black people or to cut them into a thousand pieces by throwing them into the stream. Who are cowards too, son, because they know that black people will never react, like this in front of everyone, with the risk of seeing those of the Klan arrive, other people like that ". 

 

He discovers that rights are not for everyone, that women, especially if they are coloured, are always victims; that prejudices poison social relationships, friendships, the neighbourhood; that there are those who make money on the skin of others; that not everything is as it appears.

We, however, will not dwell on this obvious aspect, but we will touch the main merit of a novel that, if it does not mark, does not upset, does not penetrate, however enthuses, at least for the limited time of reading: it is not the inner growth of the protagonist as we have said, neither the improbable and yet unresolved plot, but rather the very successful atmosphere of America in the late fifties.

Therefore, we do not follow Stanley's investigation about the two girls who died in obscure circumstances many years before, the discovery of the letters, the buried casket, the scary house on the hill. In the end, the discoveries made by Stanley leave us indifferent, the protagonist seems seems even not to feel horror as he unearths corpses that should freeze him. We are not interested in unraveling the mystery of the headless ghost that wanders along the railway, but rather in following Stanley in his movements, pedaling with him up the hill while the air cools before the storm, slipping into the cage of the always drunk negro projectionist.

 

"In the summer it took a long time before itgot dark, and the sun - which still had no obstacle in skyscrapers or popular barracks - plunged into the trees of eastern Texas like a shooting star. As it set, it gave the impression of putting entire woods on fire. "

 

Stanley manages a drive in with his family, in a town in Texas masterfully recreated by the author and which we seem to have seen many times in  films, made of wooden houses, meadows, kids on bicycles, young people with tufts and the lapel on the trousers, of cafeterias capable of bringing to mind those evoked in the thirties by Mc Cain in The postman always rings twice.

 

"Rockabilly, or rock and roll, passed on the radio, as it ended up being called, but the air of our parts was certainly not saturated with these rock and roll atmospheres. We were just a bunch of kids who gathered in the afternoon and evening in front of the Dairy Queen, especially on Friday and Saturday nights. Some of us, like Chester White, wore duck hair and turned on super lowriders. Most of them had short hair, and a conspicuous banana on the front, held in place by a good deal of glitter. They wore well-ironed breeches, starched white shirts, beautiful shiny brown shoes and drove the family car the times they could get their hands on it. ” 

 

It looks like a scene from Grease or Happy Days, but here the protagonists have crossed the thin dark line that "separates the mysteries of darkness from reality", brings to light the corpses, the rotten, the putrefied, the hidden, and where a boy who has just stopped believing in Santa Claus discovers the bestiality of men. During his investigation, Stanley collides with the anger hatched by the Negroes for their subordinate condition, anger which, in turn, the males (not only blacks) vent on their children and women to reassert their existence, their place in the world.

Stanley, however, is saved, his inner light remains intact thanks to the family example, the righteousness of the father, the love of the mother, the complicity of the older sister, the dignity of his dog, the friendship of the projectionist Buster and the friend Richard. But something has cracked, life will never be as carefree as it once was, a sort of widespread melancholy accompanies the whole novel from the first to the last page

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