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Il campo di mais

28 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Aguzzando la vista, Henry Main riusciva persino a vedere i polli che beccavano intorno al fienile. Una fattoria isolata, di fango, paglia e pezzi di latta, dopo un’ora di campi sterminati, deserti come la sua vita, dopo una ricerca estenuante fin quasi a consumare tutta la benzina.
La sorvolò per la terza volta, a quota sempre più bassa, il gran sole delle pianure che arroventava la carlinga, mentre la fusoliera si copriva di cipria dorata e i polli laggiù sbattevano le ali allegri.
Gli uomini come lui, erano tutti nei campi di mais, a lavorare chini, le schiene zuppe di sudore, le maniche arrotolate sugli avambracci bruniti. A casa erano rimaste le donne.
Si slacciò il collo della camicia, perché era come starci in mezzo, al sole, grande e giallo al pari di un campo di mais.
Il primo ragazzino sbucò fuori e si fermò sulla porta. Le fessure degli occhi puntarono inquiete l’aereo che ormai da troppo tempo volava sulla sua casa. Gridò qualcosa.
Ecco, pensò Main, adesso usciranno.
E, infatti, uno dopo l’altro, vennero fuori anche gli altri. Due bambini con i piedi nudi, un vecchio col dito alzato, una bambina con le trecce sfatte, una donna con un neonato attaccato al seno. Tutti col naso all’insù, gli occhi sgranati, il palmo candido delle mani tese verso di lui, come se lo chiamassero, come se lo aspettassero per cena.
Scese ancora più giù, quasi a sfiorare il tetto con l’ala, quasi a cogliere le parole sulle loro bocche, gli avambracci che tremavano nello sforzo di reggere la cloche. Ormai riusciva a sentirli.
“Madre de dios!” La donna si fece il segno della croce, il seno scivolò via e il poppante prese a strillare.
Henry Main aveva il sole negli occhi, ma poteva ancora virare, poteva evitarli, poteva risparmiare la casa.
Ma non sarebbe stato giusto. No, per niente.
Tutta la vita aveva atteso, era suo diritto, un suo sacrosanto diritto.
Lo avevano rifiutato, deriso, abbandonato, quando invece una donna come quella, bella a quel modo, avrebbe dovuto allattarlo, cullarlo con amore, oppure stringergli le gambe intorno ai fianchi, partorirgli dei bambini, come succedeva agli altri, a tutti gli altri che arrivavano sempre prima, che avevano sempre una marcia in più. Tranne che con l’aereo, però, l’aereo era il suo riscatto, nessun altro sapeva compiere certi avvitamenti, certe virate, certe picchiate che strappavano grida d’ammirazione alla folla.
Poi, però, ogni volta l’aereo tornava a terra, il tetto si sollevava con quel rumore che era il rumore della sconfitta, e la sua vita ridiventava un’unica, immensa, sterile, distesa di macerie e solitudine.
Henry John Albert Main voleva farla finita, ma non sarebbe morto senza una famiglia, solo come un cane, no, non era giusto.
Ruotò e si capovolse sopra di loro. Li vide spalancare gli occhi, li sentì urlare e provò gioia, soddisfazione. Schiacciò la cloche verso il basso, felice delle grida, felice del sole, dei polli, del fienile, felice di tutto.
Precipitò avvitandosi lentamente su se stesso, puntando quel seno di madre, su cui, finalmente, stava calando, con amore, con infinito amore.

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