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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

The Hunger Games

6 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Hunger Games

di Susanne Collins

 

Mondadori, 2008

14,90

 

 

Ciò che crea un fenomeno editoriale è la novità del soggetto. Il discorso vale per i monaci assassini di Eco, per i vampiri “vegetariani” della Meyer, per la stirpe del sangreal di Dan Brown, o per il bondage sadomaso della James. Tutto quello che viene dopo, è nella scia, è imitazione dell’originale.

Con “Hunger Games”, di Susanne Collins, si apre forse una stagione di reality show adolescenziale all’ultimo sangue, ma il suo essere capostipite di un nuovo genere, sta nella crudeltà dell’argomento trattato che t’inchioda dalla prima all’ultima pagina.

Katniss Evergreen è un’adolescente del Distretto 12, nel continente postapocalittico di Panem, un Nord America inselvatichito e imbarbarito, dove coesistono scienza raffinatissima e medioevo. Come punizione per un’antica ribellione verso la ricca e nullafacente capitale, i vari distretti devono offrire annualmente un sacrificio umano. In un reality show, che tutti sono obbligati a seguire, ogni distretto estrae a sorte un ragazzo e una ragazza da offrire, o meglio immolare, in una lotta con un unico vincitore e un unico sopravvissuto. Il nome estratto è quello di Primrose, la sorellina di Katniss, e lei non può accettarlo, si offre volontaria al suo posto.

Inizia così una preparazione che ha tutto lo sgradevole sapore cui ci hanno abituato anni di trasmissioni televisive come l’Isola dei Famosi o Il grande fratello, reso ancor più agro dalla consapevolezza che l’eliminazione del giovane partecipante coinciderà, non con il suo rientro a casa, bensì con la sua morte. I concorrenti sono addestrati, rivestiti, intervistati, abbelliti da stilisti e truccatori, per poi essere gettati nell’arena, un luogo che ricorda la cupola di “The Truman Show”, dove niente è naturale e ogni cosa è manovrata dagli Strateghi, cioè gli autori del programma. I ruscelli scorrono o si seccano a comando, la pioggia scroscia su ordinazione, l’aria si fa rovente o gelida secondo ciò che il programma e l’audience richiedono. Katniss guarda la luna e spera che almeno quella sia vera, sia la luna di casa sua, per sentirsi meno sola, meno vulnerabile, meno alla mercé di una dittatura che uccide, che frusta, che strappa la lingua per il minimo sgarro, per una parola di troppo o un atteggiamento di sfida.

Nell’arena si svolge una lotta mortale con mani, unghie, denti, lame, frecce, che ci riporta a un passato/futuro già visto in film come “Mad Max”. I concorrenti, o meglio, i “tributi”, devono uccidersi l’un l’altro per sopravvivere, altrimenti saranno comunque eliminati. Un colpo di cannone segna l’uscita di scena del contendente e un hovercraft solleva il cadavere e lo porta via. L’unico sentimento è la paura, che si trasforma in furia cieca; l’amicizia è solo un’alleanza momentanea contro i più forti, nessuna debolezza è concessa.

Non è comprensibile come si possa definire “Hunger Games” “un romanzo per ragazzi”, se non, forse, nell’incapacità della protagonista (e dell’autrice) di affrontare e sviluppare a pieno il rapporto con il giovane che la ama, Peeta, e il triangolo con l’amico d’infanzia, Gale. Si può obiettare che il romanzo è incentrato nel microcosmo dell’arena, in una bolla spaziotemporale che pare un videogioco, dove amarsi è secondario al rimanere vivi, al mantenere intatta la possibilità di provare sentimenti umani.

Non so bene come dirlo. Solo non voglio… perdere me stesso. Ha un senso? - chiede. Scuoto la testa. Come potrebbe perdere se stesso? – Non voglio che mi cambino là dentro. Che mi trasformino in una specie di mostro che non sono.?” (pag 143)

L’emblema angoscioso di questa situazione da incubo è il sigillo che ogni notte viene proiettato sullo schermo del cielo, preceduto da un inno. Subito dopo compare l’immagine di chi è morto quel giorno. Lo stomaco si contrae dall’orrore, leggendo.

La notte è appena scesa, quando sento l’inno che precede il riepilogo delle morti. Attraverso i rami vedo il sigillo di Capitol City che sembra fluttuare nel cielo. In realtà, sto guardando un altro schermo, uno schermo enorme trasportato da uno dei loro hovercraft.” (pag 157)

Il senso del romanzo è la rivolta di Katniss e Peeta, il ragazzo che la ama, a tutto questo dolore, all’obbligo di compiere comunque il male, di uccidere o essere uccisi. Anche soffrire, anche provare dispiacere al pensiero di ammazzare un compagno innocente, è considerato insurrezione. Quando muore Rue, la più piccola dei tributi, così simile alla sorellina della protagonista, Katniss la piange e ne cosparge il corpo di fiori, prima che l’hovercraft venga a raccoglierla, e questo è già un atto di ribellione. Lo stesso vale per il gesto finale: Katniss e Peeta scelgono di morire insieme piuttosto che uccidersi l’un l’altro, scelgono di fare ciò che Peeta ha deciso fin dall’inizio, cioè non concedersi al nemico, rimanere umani, rimanere interiormente puri e liberi. Si salveranno in extremis, ma il finale resta aperto per gli altri due libri della serie, “La ragazza di fuoco” e “Il canto della rivolta”.

Questo libro è una mescolanza di generi da cui scaturisce, forse, un genere nuovo, sincretico. Il cosmo di Panem contiene due mondi. Il primo è quello tecnologicamente sofisticato di Capitol City, una sorta di Ghotam City, dove si ritrovano molti cliché della fantascienza - dalla possibilità di risanare completamente ferite mortali, alla manipolazione genetica che crea nuove letali specie e ibridi mostruosi. Il secondo è quello medievale, oscuro, miserevole, dei distretti, dove la fame imperversa, dove ogni cosa è proibita, la corrente elettrica va e viene, e per cacciare si usano arco e frecce, lacci e trappole.

 

Capitol City scintilla come un’enorme distesa di lucciole. Nel distretto 12 l’elettricità va e viene e di solito c’è solo per qualche ora al giorno. Capita spesso che le sere si trascorrano alla luce delle candele. Le rare volte in cui possiamo contare sull’energia elettrica sono quando la tv trasmette gli Hunger Games o qualche importante messaggio governativo che è obbligatorio guardare. Qui, invece, l’elettricità non manca. Mai.” (pag 83)

Katniss, Peeta, Rue, Faccia di Volpe, Gale, somigliano, di volta in volta, ai protagonisti di “Alien” o“Prometheus” e, insieme, ai rampolli della stirpe di Shannara, fra tecnologia e arretratezza, fra passato e futuro remoto. L’unico presente, forse, è quello degli studi televisivi, che ci riporta all’oggi, al nostro essere costantemente sotto le telecamere, sugli schermi, per strada, nei social network.

Lo stile è paratattico, coinvolgente, giovanile, reso incisivo dal presente storico. Ci cala dentro l’azione che prevale su tutto il resto, lasciando che le riflessioni e il sentimento morale scaturiscano per reazione a ciò che accade, al raccapriccio delle immagini, degli eventi, della sofferenza, in un crescendo di angoscia che dà quasi assuefazione.

 

What creates an editorial phenomenon is the novelty of the subject. The same goes for Eco's murderous monks, for Meyer's "vegetarian" vampires, for Dan Brown's sangreal lineage, or for James's sadomasochistic bondage. Everything that comes after, is in the trail, is an imitation of the original.

With Hunger Games by Susanne Collins, perhaps a season of adolescent bloody reality shows opens, but it being the forefather of a new genre, lies in the cruelty of the subject matter that nails you from first to last page.

Katniss Evergreen is a teenager from District 12, in the post-apocalyptic continent of Panem, a wild and barbarous North America, where refined science and the Middle Ages coexist. As punishment for an ancient rebellion against the rich and non-performing capital, the various districts must offer a human sacrifice annually. In a reality show, which everyone is obliged to follow, each district tosses up a boy and a girl to offer, or rather immolate, in a fight with a single winner and a single survivor. The name extracted is that of Primrose, Katniss' little sister, and she cannot accept it, she volunteers in her place.

Thus beins a preparation that has all the unpleasant flavour to which we have been accustomed by years of television broadcasts such as the Island of the Famous or Big Brother, made even more bitter by the awareness that the elimination of the young participant will coincide, not with his/her return to home, but with his/her death. Competitors are trained, dressed, interviewed, embellished by stylists and make-up artists, and then thrown into the arena, a place reminiscent of the dome of "The Truman Show", where nothing is natural and everything is maneuvered by Strategists, i.e. authors of the program. The streams flow or dry out on command, the rain pours down on request, the air becomes hot or freezing according to what the program and the audience require. Katniss looks at the moon and hopes that at least that is true, and the same moon of her house, to feel less alone, less vulnerable, less at the mercy of a dictatorship that kills, that whips, that rips the tongue for the slightest transgression, for a word too much or a defiant attitude.

In the arena a deadly struggle takes place with hands, nails, teeth, blades, arrows, which takes us back to a past / future already seen in films such as Mad Max. Competitors, or rather "tributes", must kill each other to survive, otherwise they will  be eliminated. A cannon shot marks the contender's exit from the scene and a hovercraft lifts the corpse and takes it away. The only feeling is fear, which turns into blind fury; friendship is only a temporary alliance against the strongest, no weakness is granted.

It is not understandable how one can define "Hunger Games" "a novel for children", if not, perhaps, in the inability of the protagonist (and the author) to face and fully develop the relationship with the young person who loves her, Peeta , and the triangle with his childhood friend, Gale. It can be objected that the novel is centered in the microcosm of the arena, in a space-time bubble that looks like a video game, where loving is secondary to staying alive, to keeping intact the possibility of experiencing human feelings.

 

I'm not sure how to say it. I just don't want to ... lose myself. Does it make sense? - he asks. I shake my head. How could he lose himself? - I don't want them to change me in there. That they turn me into a kind of monster that I am not? "

 

The anguished emblem of this nightmare situation is the seal that is projected onto the screen of the sky every night, preceded by a hymn. Immediately after, the image of those who died that day appears. The stomach contracts with horror, reading.

 

"The night has just fallen, when I hear the hymn that precedes the summary of the deaths. Through the branches I see the seal of Capitol City which seems to float in the sky. In fact, I'm looking at another screen, a huge screen carried by one of their hovercraft. " 

 

The meaning of the novel is the revolt of Katniss and Peeta, the boy who loves her, to all this pain, to the obligation to do evil anyway, to kill or be killed. Suffering, even feeling sorry at the thought of killing an innocent companion, is also considered insurrection. When Rue, the smallest of the tributes, so similar to the protagonist's little sister, dies Katniss weeps and sprinkles her body with flowers, before the hovercraft comes to pick her up, and this is already an act of rebellion. The same goes for the final gesture: Katniss and Peeta choose to die together rather than kill each other, They choose to do what Peeta has decided from the beginning, that is, not to concede himself to the enemy, to remain human, to remain internally pure and free. They will be saved in extremis, but the ending remains open for the other two books of the series, Catching fire  and Mockingjay.

This book is a mixture of genres from which, perhaps, a new, syncretic genre arises. Panem's cosmos contains two worlds. The first is the technologically sophisticated one of Capitol City, a sort of Ghotam City, where many science fiction clichés can be found - from the possibility of completely healing mortal wounds, to genetic manipulation that creates new lethal species and monstrous hybrids. The second is the dark, miserable medieval one of the districts, where hunger rages, where everything is prohibited, the electric current comes and goes, and bow and arrows, laces and traps are used to hunt.

 

"Capitol City sparkles like a huge expanse of fireflies. In district 12, electricity comes and goes and is usually only there for a few hours a day. It often happens that evenings are spent in the light of candles. The rare times we can count on electricity are when the TV broadcasts the Hunger Games or some important government message that is mandatory to watch. Here, however, electricity is not lacking. Never."

Katniss, Peeta, Rue, Fox Face, Gale, from time to time, resemble the protagonists of Alien or Prometheus and, at the same time, the offspring of the Shannara lineage, between technology and backwardness, between past and remote future. The only present, perhaps, is that of television studios, which brings us back to today, to our being constantly under the cameras, on the screens, on the street, in social networks.

The style is paratactic, engaging, youthful, made incisive by the historical present. The action prevails over all the rest, letting reflections and moral sentiment arise as a reaction to what happens, to the horror of images, events, suffering, in a crescendo of anguish that is almost addictive.

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