Overblog
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

di Ida Verrei: Integrazione o inclusione?

23 Febbraio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

 

"Prendi quello che vuoi, ma lasciami la mia pelle nera"

di Cheikh Tidiane Gaye

Edit. Jaca Book – collana Terra Terra

pp. 121

10,00

Recensione

di Ida Verrei

Scrittore e poeta italo-senegalese, Cheikh Tidiane Gaye ci regala una narrazione che è insieme letteratura e poesia, analisi sociologica e storia, testimonianza del presente e incursione nella memoria. Un libro intenso, colmo di moniti per le coscienze individuali e collettive.

È un romanzo epistolare insolito; una lunga lettera senza risposta all’amico-fratello Silmakha, una sorta di diario, dove si alternano riflessioni profonde e amare, ricordi dolci, storie nella storia. È uno spietato atto di accusa alla civiltà occidentale, e alla città di Milano in particolare:

“I miei primi mesi in Italia sono stati difficili (pag. 18) … Mi sono perso e non mi sono ritrovato…

Ho anche paura di uscire da casa mia e girare in città. Milano, che tanti cantano come una città integrata, è il luogo delle disuguaglianze… (pag.22)

Ma è anche un’ accorata dichiarazione d’amore al paese che lo ospita e che vorrebbe sentire suo, senza però perdere la propria identità:

“quando un cuore batte per una nazione, non può essere che la conferma di una reale integrazione” (pag.      

Integrazione, però, non è omologazione, rinuncia alle proprie radici, negazione della propria cultura;  integrazione è inclusione, afferma Gaye, è riconoscimento dell’altro, è rispecchiamento nei sentimenti, nelle pulsioni, nei diritti di ciascun essere umano: è empatia.

E attorno a questo tema si dipana una storia di disagi, angosce, rifiuti, offese brucianti, vissute sempre con coraggio e dignità, con l’orgoglio di non aver mai “steso la mano, perché un vero  gor (onesto) mangia col sudore della propria fronte”(pag.36); l’orgoglio della sua “pelle nera, il colore dell’ebano, non delle tenebre…” ( pag.82).

 

Cheikh Tidiane Gaye dai suoi compatrioti è considerato “uno che ce l’ha fatta”; e forse è così: ha un buon impiego in banca, un posto riconosciuto nel mondo letterario italiano. Ma continua a subire molestie razziali per il colore della pelle, non si sente libero, percepisce la diffidenza dell’altro. E non si tratta solo di chiusura mentale di derivazione xenofoba, non è soltanto ignoranza, non-conoscenza. Altre storie diverse eppure simili alla sua, lo dimostrano. E allora ci racconta di Michel, laureato in scienze bancarie, uno dei tanti extracomunitari di seconda generazione, che si considera “un marciapiede inondato dai passanti con rifiuti” (pag.25); o quella dell’anziano Salifu, della Costa D’Avorio, amato e rispettato nella propria comunità, ma diventato dopo vent’anni apolide, perché il suo paese spaccato da una politica scissionista lo rifiuta e il nostro lo respinge; o ancora, quella di Ibraim, il giovane professore che ha abbandonato i propri alunni in patria e ora vende merce su un telo steso sui marciapiedi di Genova, e porta in tasca il dizionario Italiano-Francese, per imparare la lingua di Dante.

La grandezza di un popolo si misura dal suo modo di trattare gli ospiti.

 Nelle nostre tradizioni il bene più prezioso è l’estraneo… Mi diceva mio nonno: all’ospite veniva offerto il latte appena munto della mucca più grassa; la capra era immolata in segno di buon augurio e accoglienza. Prima, all’ospite veniva data una sedia o la stuoia e tutta la famiglia era lieta di avere una nuova persona con sé. Era considerata come la rugiada “ (pag.31)

 

Cheikh Tidiane Gaye attibuisce un significato sociologico e politico al proprio concetto di integrazione, noi potremmo aggiungere che è riconducibile anche a un concetto teologico di ispirazione pasoliniana: “ Noi possiamo conoscervi solo attraverso Dio perché i nostri occhi sono troppo abituati alla nostra vita e non sanno più riconoscere quella che voi vivete nel deserto e nella selva, ricchi solo di prole. Noi dobbiamo sapervi riconcepire e siete voi a testimoniare Dio ai fedeli inariditi, con la vostra allegrezza, con la vostra pura forza che è fede”  (S.Francesco-  dal film Uccellacci e Uccellini di P.P.Pasolini)

E a questo si riferisce Gaye quando parla di “inclusione”: si tratta di “riconcepire”  la presenza dell’immigrato extracomunitario come fatto organico, parte della nostra vita, un altro sapere, non addomesticato, che ci stimoli a un confronto con culture altre, che possono soltanto accrescere e valorizzare la nostra, perché “ la somiglianza è monotona, la diversità è ricchezza” (pag.33)

 

Le argomentazioni di Gaye non sono solo cronaca, letteratura, fredda osservazione di eventi, sono vita,  legate al filo rosso della storia: “il nostro passato è l’unico in grado di testimoniare il nostro presente e il nostro futuro. (pag.70) E del passato ci parla l’autore, attraverso il racconto di un viaggio nella terra d’origine, richiamato da eventi tristi e luttuosi. Ci racconta incontri, emozioni, ricordi che lo travolgono; ma con onestà ci parla anche di realtà che non sente di condividere: la bigamia, il maschilismo, i rituali esasperati. Per un attimo il suo cuore vacilla, da qualcuno viene anche accusato di essere diventato un vero tubab (uomo bianco), ma un pellegrinaggio all’isola magica di Gorée, lo riconduce alle sue più autentiche radici.

Un tempo l’isola serviva ai colonizzatori in Africa come punto di vendita degli schiavi africani ai mercanti europei in partenza per il nuovo continente americano. Prima di essere venduti, gli schiavi venivano rinchiusi nella Maison des Esclaves; lì, le famiglie venivano divise, gli individui perdevano la propria identità, prigionieri dei negrieri, in attesa di oltrepassare la “porta del non-ritorno”, verso le coste americane, o, se non ritenuti idonei, buttati in un mare invaso dagli squali. Un commercio durato tre secoli; milioni di africani strappati alle loro terre;  una storia dimenticata, occultata. Gaye si chiede perché l’Occidente cancelli le proprie colpe, come possa  non sentire il peso di crimini contro l’umanità che gridano vendetta al cospetto di Dio:

Cara Europa, ascolta il battito del mio cuore, leggi nei miei occhi, apri il tuo cuore e abbracciami. Cara Europa, amo i tuoi figli e amerò la tua terra, ma non so come dire al mondo dei danni che hai causato al mondo…(pag.80)

Insegna ai tuoi figli la storia,  la verità …ad accogliere, non a respingere

Non ti chiederò il risarcimento, ma il rispetto. (83)

 

Il libro di Cheikh Tidiane Gaye è una denuncia dura, ferocemente lucida, un j’accuse senza appello, che sgomenta e scuote, ma è anche poesia.

 Le pagine più belle, struggenti sono quelle che dedica alla propria terra. Lì, il linguaggio si fa lirismo puro. Io non so se l’essere poeta in quel modo sia qualcosa che gli appartiene, proprio in quanto poeta, o se gli venga  dal suo sangue africano, dalla sua pelle nera: “Sono nato poeta, ho il verso sulle mie labbra, la rima nelle mie mani, la strofa nei miei occhi…(pag.82), quello che è certo, però, è che emoziona e commuove come il canto antico degli Aedi greci:

“…rivivrò con le mie danze da negro, racconterò le fiabe, le favole indigene e raccoglierò i passi di tuoi valorosi lottatori.

… Prenderò un cavallo tutto bianco e percorrerò da imperatore il mondo e inviterò l’umanità a cantare il tuo illustre nome. Nel braciere d’incenso purificherò non solo i passi dei tuoi degni figli e, all’ombra dei tuoi griot, affileremo le corde delle Kora e percuoteremo i balafon…

…Chiederò a Dante, Hugo, Leopardi e Rousseau, e al resto dei grandi cantori del verbo, di diventare il tuo poeta.” (pag 87)

 

In chiusura, una tenerissima lettera al figlio mulatto. È un padre che racconta, insegna, ammonisce, indica: “tu, oggi non seguirai il percorso di tuo padre, ma, credimi, sei l’ombelico del mondo, sei il linguaggio della creazione umana. Non pensare troppo alla tua ibridità. Non pensare di non esistere: tu sei la linfa della vita, partorita tra due culture e civiltà. Il mondo appartiene a te.”(pag.120)

 

È una speranza che, come dice Giuliano Pisapia nella sua bella prefazione, deve tradursi in realtà.  È un augurio, al quale mi piace aggiungere il mio:

Che la tua vita nel nostro mondo, che è anche il tuo, sia sempre colma di miele!

Ida Verrei.

 

 

 

 

 

 

di Ida Verrei: Integrazione o inclusione?
Condividi post
Repost0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post