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Carlo Adorni, "Omaggio a Giosuè Borsi"

17 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Città giovine e forte, che il divino

mare accarezza, il vasto ed alto sole,

a Te che cresci in opulenza, vale!

A Te, per carità di Te, m’inchino!”

(Dal sonetto “Alla città natale” di Giosuè Borsi)

 

Giosuè Borsi (1888 – 1915) nacque a Livorno, nella casa di via degli inglesi. Dovette il suo nome al Carducci, amico del padre. Studiò al liceo classico Niccolini Guerrazzi e si laureò a Pisa. Cominciò a poetare presto, con versi, manco a dirlo, d’ispirazione carducciana. In un periodo di sperimentazione e di avanguardia come quello, la sua posizione si attestò su forme tradizionali, classicheggianti, imitatorie. Scrisse commedie, novelle, racconti per l’infanzia, ma anche pezzi critici e giornalistici. Suo padre fu direttore de “Il Telegrafo”, prima, e del “Nuovo giornale” di Firenze poi. Con lo pseudonimo di Corallina, fu cronista e confezionò pezzi come inviato sul terremoto di Messina e sulla biennale d’arte di Venezia. Era elegante, molto ricercato nei salotti, fece vita dissoluta di cui poi si pentì. Ebbe successo come conoscitore e fine dicitore di Dante. Ma la morte del padre e della sorella Laura lo gettarono nello sconforto, al punto che, quando morì anche l’amatissimo nipotino, figlio di Laura, Giosuè tentò il suicidio. Pur essendo cresciuto in ambiente anticlericale e agnostico, le sventure della vita lo orientarono verso il cristianesimo. Divenne terziario francescano, cioè un laico che s’impegna a vivere nel mondo lo spirito di San Francesco. Fra il 1912 e il 13 scrisse Le confessioni di Giulia, dedicate alla donna amata, intesa in versione angelicata e dantesca. Fu interventista nella prima guerra mondiale perché considerava la morte sul campo come l’espiazione di una vita di peccato. Pochi giorni prima di morire, scrisse una lettera alla madre, considerata il suo più alto momento letterario.

“Tutto dunque mi è propizio”, diceva, “tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita.” “Sono tranquillo, perfettamente sereno e fermamente deciso a fare tutto il mio dovere fino all'ultimo, da forte e buon soldato, incrollabilmente sicuro della nostra vittoria immancabile. Non sono altrettanto certo di vederla da vivo, ma questa incertezza, grazie a Dio, non mi turba affatto, e non basta a farmi tremare. Sono felice di offrire la mia vita alla Patria, sono altero di spenderla così bene, e non so come ringraziare la Provvidenza dell'onore che mi fa. Non piangere per me mamma, se è scritto lassù che io debba morire. Non piangere, perché tu piangeresti sulla mia felicità. Prega molto per me perché ho bisogno. Abbi il coraggio di sopportare la vita fino all'ultimo senza perderti d'animo; continua ad essere forte ed energica, come sei sempre stata in tutte le tempeste della tua vita; e continua ed essere umile, pia, caritatevole, perché la pace di Dio sia sempre con te. Addio, mamma, addio Gino, miei cari, miei amati.”

Riuscirà nel suo intento: morirà in un assalto a Zagora. Nella sua giacca, insieme a medaglie insanguinate, saranno ritrovate una foto della madre e la Divina Commedia.

L’associazione culturale Giosuè Borsi è nata nel 2004 come continuazione del gruppo omonimo, attivo in città dal 1988, in occasione del primo centenario della nascita del poeta. Inizialmente si è occupata di custodire i cimeli del nostro concittadino, prima conservati in un piccolo museo, ora chiuso. Con il riconoscimento del Comune di Livorno, ha la custodia etica del Famedio di Montenero, che raccoglie resti e ricordi dei livornesi illustri. L’associazione, con sede in via delle Medaglie d’Oro 6, mantiene vivo il ricordo di Giosuè Borsi (1888 – 1915) e promuove conferenze e studi sulla storia della città e sui suoi personaggi dimenticati. Pubblica con cadenza semestrale la rivista “La Torre” e ha provveduto a far ristampare numerose opere di borsiane.

Il presidente dell’associazione, Carlo Adorni, ha curato un’antologia intitolata “Omaggio a Giosuè Borsi” con prefazione del compianto professor Loi, di cui abbiamo un ammirato ricordo come nostro insegnante di storia. L’antologia, edita nel 2007 dalla casa editrice “Il Quadrifoglio” e corredata di bellissime foto, contiene versi da varie raccolte - fra le quali Primus Fons - alcune interpretazioni dantesche - di cui Borsi era appassionato e fine dicitore - il famoso Testamento spirituale, esempio elevato di scrittura religiosa, e L’ultima lettera alla madre, il suo momento poetico più alto.

Come evidenza Loi, Arte, Patria e Religione furono i tre motivi ispiratori dell’opera borsiana, seppur egli non sia stato poeta “di grande ala”. Dopo una vita di piaceri, vissuta con senso di colpa, dopo essere cresciuto all’ombra degli ideali carducciani e classicisti paterni, dopo aver bramato per se stesso l’amore della donna e la gloria dell’artista, Borsi ebbe una profonda conversione spirituale che lo avvicinò al cristianesimo. Il testamento spirituale è una conferma di quanto egli abbia sentito, pur nella sua beve esistenza, la vanità e il peso delle cose terrene. Il dolore lo ha colpito, attraversato, prostrato, con colpi ripetuti e brutali: la morte del padre, della sorella Laura e del nipotino nato dalla relazione di questa con il figlio di D’Annunzio.

Ma nella sua morte in battaglia, ricercata, ambita, desiderata, c’è molto di decadente, l’ultima pennellata wildiana o dannunziana data ad una vita artistica, sublimata, però, e illuminata, dalla spiritualità, da una ricerca di purezza francescana. La morte è bella, è fausta, perché consegna alla gloria, rende leggendari, redime dai peccati e, tuttavia, in questa morte intesa come coronamento più che come rinunzia, scompare il terziario francescano, il rinunciante, e riaffiora il superuomo nietzschiano.

Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il triste ed accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene: lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero, lassù nei cieli dove è il padre nostro, lassù dove si fa sempre la sua volontà.”(pag 172)

 

 

Giosuè Borsi (1888 - 1915) was born in Livorno, in the house on Via degli Inglese. It owed its name to Carducci, a friend of his father. He studied at the Niccolini Guerrazzi high school and graduated in Pisa.
He began to poetise early, with verses, needless to say, of Carduccian inspiration. In a period of experimentation and avant-garde like that, his position was established on traditional, classical, imitative forms.
He wrote comedies, short stories, short stories for children, but also critical and journalistic pieces. His father was the editor of "Il Telegrafo" first, and of the "Nuovo newspaper" in Florence then. With the pseudonym of Corallina, he was a reporter and made pieces as sent on the Messina earthquake and on the Venice art biennale.
He was elegant, much sought after in the living rooms, he lived a dissolute life which he later regretted. He was successful as a connoisseur and end speaker of Dante. But the death of his father and sister Laura threw him into despair, to the point that, when his beloved grandson, son of Laura, also died, Joshua attempted suicide.
Despite having grown up in an anticlerical and agnostic environment, the misfortunes of life directed him towards Christianity. He became a Franciscan tertiary, that is, a lay person who is committed to living the spirit of St. Francis in the world.
Between 1912 and 13 he wrote Le confessioni di Giulia, dedicated to the beloved woman, understood in an angelic and Dante's version.
He was an interventionist in the First World War because he considered death on the field as the atonement for a life of sin.
A few days before he died, he wrote a letter to his mother, considered his highest literary moment.

"Everything is therefore favorable to me," he said, "everything smiles at me to make a successful and beautiful death, time, place, season, occasion, age. I couldn't better crown my life. "
“I am calm, perfectly serene and firmly determined to do all my duty to the last, as a strong and good soldier, unshakably sure of our unfailing victory. I'm not quite sure I see it alive, but this uncertainty, thank God, doesn't bother me at all, and it's not enough to make me tremble. I am happy to offer my life to the homeland, I am proud to spend it so well, and I do not know how to thank Providence for the honor it does me.
Don't cry for me mom, if it's written up there that I have to die. Don't cry, because you would cry over my happiness. Pray a lot for me because I need. Have the courage to endure life to the last without losing heart; continue to be strong and energetic, as you have always been in all the storms of your life; and continue and be humble, pious, charitable, so that the peace of God may always be with you. Goodbye, mother, goodbye Gino, my dear, my loved ones. "

He will succeed in his intent: he will die in an assault on Zagora. In his jacket, along with bloody medals, a photo of the mother and the Divine Comedy will be found.

The Giosuè Borsi cultural association was born in 2004 as a continuation of the group of the same name, active in the city since 1988, on the occasion of the first centenary of the birth of the poet. Initially she took care of keeping the relics of our fellow citizen, previously kept in a small museum, now closed. With the recognition of the Municipality of Livorno, it has the ethical custody of the Famedio di Montenero, which collects remains and memories of the illustrious Livornese. The association, based in via delle Medaglie d’Oro 6, keeps the memory of Giosuè Borsi (1888 - 1915) alive and promotes conferences and studies on the history of the city and its forgotten characters. It publishes the magazine "La Torre" every six months and has arranged to reprint numerous works of Borsiane.

The president of the association, Carlo Adorni, edited an anthology entitled "Homage to Giosuè Borsi" with a preface by the late Professor Loi, of whom we have an admired memory as our history teacher. The anthology, published in 2007 by the publishing house "Il Quadrifoglio" and accompanied by beautiful photos, contains verses from various collections - including Primus Fons - some Dante interpretations - of which Borsi was passionate and fine speaker - the famous spiritual Testament, high example of religious writing, and the last letter to the mother, her highest poetic moment.

As Loi points out, Art, Homeland and Religion were the three inspiring motifs of the Borsian work, even though he was not a "great wing" poet. After a life of pleasures, lived with a sense of guilt, after growing up in the shadow of paternal carduccian and classicist ideals, after craving for himself the love of the woman and the glory of the artist, Borsi had a profound spiritual conversion that brought him closer to Christianity. The spiritual testament is a confirmation of how much he has felt, even in his existence, the vanity and weight of earthly things. 

The pain hit him, crossed, prostrated, with repeated and brutal blows: the death of his father, his sister Laura and his grandchild born from her relationship with D’Annunzio's son.

But in his death in battle, sought after, desired, there is a lot of decadentism, the last Wildian or D'Annunzian brushstroke given to an artistic life, sublimated, however, and illuminated, by spirituality, by a search for Franciscan purity. Death is beautiful, it is auspicious, because it tends to glory, makes us legendary, redeemed from sins and, however, in this death, understood as crowning rather than renunciation, the Franciscan tertiary, the renunciate, disappears and the Nietzschean superman resurfaces.

 

"I leave transience, I leave sin, I leave the sad and heartwarming spectacle of the small and momentary triumphs of evil over good: I leave my humiliating body, the heavy weight of all my chains, and fly away, free, free, finally free up there in the skies where our Father is, up there where his will is always done. "

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