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C'era una volta...

19 Gennaio 2013 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #racconto

C’era una volta, in una terra di nebbie e folletti, un bambino con i capelli biondi e ricci che nacque in una famiglia di persone tutte con i capelli neri e lisci. I fratelli lo prendevano in giro dicendogli che era un trovatello e lui imparò a nascondersi così bene che neanche lui stesso era capace di ritrovarsi. Si rifugiò in mondo fantastico dove tutto era possibile, dove l’amore era un sentimento naturale, dove si poteva donarlo senza chiedere niente in cambio.

Nella terra dei colori era nata qualche anno prima una bambina con gli occhi come due stelle, amata dai suoi genitori a tal punto che crebbe convinta che il mondo fosse un luogo meraviglioso e l’amore un sentimento naturale da donare senza mai chiedere niente in cambio.

I due bambini divennero grandi entrambi facendo della ricerca il loro scopo principale, l’uno soffrendo ogni istante per non riuscire a portare il sogno nella realtà e l’altra per la convinzione delusa che la realtà potesse essere un sogno.

Un giorno, ormai adulti, sentirono tutti e due una musica che proveniva da un bosco fitto e buio ma colmo di creature meravigliose, farfalle, cervi, orsi e pieno di ruscelli cristallini, arcobaleni giganti. Affascinati e curiosi si addentrarono nel bosco da due estremi opposti, lasciarono le cose di tutti i giorni dietro le loro spalle e, nonostante la paura dell’ignoto, o, forse, proprio per quella, misero un piede davanti all’altro fino a giungere ad una radura formata da un fiume che, scavando nei secoli la terra, aveva creato lì un piccolo lago le cui acque chete riflettevano un cielo di un indaco impudico.

Entrambi sobbalzarono per il colpo violento che quella vista aveva inflitto al loro stomaco, si guardarono a lungo negli occhi ma nessuno osò andare oltre quel semplice contatto. La bambina, ormai donna, per prima si accorse della meraviglia che la circondava, si sdraiò per terra e con gli occhi come due stelle cercò di rubare quello che vedeva per farlo suo. Il bambino, anche lui già grande, invece, pur colpito nello stesso modo, si rifugiò di corsa dietro un cespuglio, il suo cuore non ce la faceva a contenere tutta quella meraviglia.

Rimasero così, mentre il tempo passava inesorabile, e nella radura comparivano a tratti le creature che popolavano il bosco, rendendo tutta la realtà assolutamente irreale e magica. Alla fine lui, in un impeto di curiosità, uscì dal cespuglio e si avvicinò a lei che era così persa nella contemplazione del creato da essersi dimenticata della sua esistenza, della presenza di un essere umano dietro il cespuglio.

Si sedettero entrambi al bordo del lago, coi piedi nudi immersi nell’acqua, e si raccontarono le loro vite, le loro parole, il racconto sofferto di due storie, che non sembravano avere niente in comune, li avvolse in una sottile ampolla di cristallo che rifulgeva di tutti i colori dell’arcobaleno, parlarono senza sosta, dimentichi perfino di dove fossero e del buio freddo che lentamente cadeva nella radura, illuminati e riscaldati com’erano dal loro sentito.

La mano di lui stringeva con forza la mano di lei quando alla fine fu completamente notte e si resero conto che era troppo tardi per tornare indietro. Ci fu un attimo sospeso nel vuoto, di quelli che spesso succedono quando la consapevolezza della realtà che ci circonda ci assale con tutta la sua potenza negativa.

La donna allora tirò fuori dalla tasca un po’ di pane raffermo e l’offerse all’uomo che, pur avendo fame, si rifiutò di mangiarlo perché era convinto che dovesse essere lui a procurare il cibo per la loro fame.

Rimasero così in silenzio, lei con il pane nella mano tesa e lui con gli occhi fissi nella notte ostile, finché l’uomo sfilò la sua mano da quella della donna, si alzò e si allontanò senza dire una parola, scomparendo nel fitto bosco lasciandola sola.

Lei, volendo chiamarlo e non sapendo il suo nome, cominciò a urlare “Amore” con tutto il fiato che aveva in corpo ma, forse, “Amore” non era il nome giusto perché dal folto della selva non giunse nessuna risposta, solo qualche fruscio lontano a significare il passo di lui che si allontanava lento ma ferreo.

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