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Bambino-arcobaleno (ricordi) - di Ida Verrei

19 Gennaio 2013 , Scritto da ida verrei Con tag #ida verrei, #educazione

 

 

Nveid è seduto tra i banchi dell’istituto; incolla su un foglio piccoli pezzi gialli e azzurri di carta lucida. A guardare, diresti che è un cilindro capovolto da cui escono fiori, cuori, stelle e un volto arricciato in un sorriso strano.

Ma Nveid non sorride, ha un’espressione assente, lontana, di un vecchio che abbia vissuto cent’anni, che perde la sua storia passata ma cerca nella memoria una traccia che lo possa ricondurre alla sua realtà emotiva, che pure è incisa nella mente, nel corpo.

Ed è proprio col corpo che Nveid comunica il suo vissuto e racconta la sua storia, che è poi la storia di tanti bambini “che si perdono nel bosco”.

Ha otto anni, è magro, spalle gracili che s’indovinano attraverso il maglioncino rosso; il viso appuntito e la bocca sottile che, per le finestrelle dei dentini mancanti, accentua l’impressione di un  volto senza età, attenuata solo dal ciuffo di capelli nerissimi, lisci, un po’ dritti sulla testa: ha l’aria buffa di un pagliaccio triste. Gli occhi cerchiati di scuro si perdono nel vuoto; talvolta, ansiosi e mobili, cercano, chiedono, aspettano.

Nveid è un bambino rom. È arrivato in un gelido mattino di febbraio, accompagnato dai servizi sociali. Lo hanno trovato all’estrema periferia della città, non lontano da un campo nomadi mentre si aggirava, solo, tra cumuli di rifiuti che rovistava con un bastone. Aveva lividi, graffi e morsi d’animale sul corpo.

Nveid ha terminato il compito; lo osserva dubbioso, poi me lo mostra, solleva lo sguardo alla ricerca dell’approvazione.

La rassicurazione dipende per lui dall’apprezzamento delle persone che gli sono vicine: insegnanti, compagni, personale dell’Istituto: ogni successo gli dimostra che le sue possibilità costruttive hanno la prevalenza su quelle distruttive. Ed è per questo che mette la massima concentrazione in ogni impegno gli venga richiesto: il “compito” rappresenta un elemento di legame con gli altri ed esprime il desiderio di “donare” qualcosa di gradito; anche le sue modalità di rapporto con i coetanei sono connotate dal desiderio di “dare”. Spesso distribuisce la sua merenda, i pastelli, le matite, le sue piccole cianfrusaglie; forse per “sedurre” e conquistare l’amicizia, la simpatia, o forse per negare la propria aggressività che si rivela, a tratti, in situazioni ludiche, attraverso fantasie di onnipotenza e di forza fisica.

Ora Nveid è in cortile. Non piove più; c’è un vento leggero; l’aria è pungente, ma limpida e serena.

Non corre con gli altri; mi si accuccia accanto, alza il capo verso l’alto, indica qualcosa con una mano. Guardo: c’è l’arcobaleno.

«Le nuvole camminano», dice. E non so se è un’affermazione o una domanda.

«Le spinge il vento», spiego, poi: «non te n’eri mai accorto?» chiedo.

«No, non avevo mai guardato il cielo».

D’improvviso, un aereo rompe la quiete, sfreccia attraverso l’azzurro. Nveid s’alza di scatto, allarga le braccia, prende a correre per il cortile.

 Corre e corre e corre:

«Voglio volare, voglio volare!» grida. Poi si arrampica sul muretto e salta, salta come se volesse slanciarsi verso l’alto.

 

Nveid non c’è più, un destino ignoto lo ha condotto sotto un altro cielo. E non c’è più neanche l’Istituto.

 Ma io lo vedo ancora, lo riconosco in ogni lavavetri, in ogni accattoncello all’angolo delle chiese, in ogni piccola mano bruna che si tende. E non voglio pensare ad un’emotività lacerata, voglio ricordarlo come bambino azzurro e giallo, bambino-arcobaleno, bambino che voleva volare e guardava il cielo sognando nuvole di zucchero filato.

Ida Verrei

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