Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Laura Nuti, "Storia di Melusina"

12 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #laura nuti, #recensioni, #fantasy, #miti e leggende

 

 

 

 

Storia di Melusina

Laura Nuti

Marchetti Editore, 2022

pp 63

10,00

 

 

La leggenda di Melusina, metà donna e metà serpente (o forse sirena), risale ad antichi miti celtici ed è giunta a noi in versioni diverse, tutte volte a esaltare remoti casati europei, soprattutto quello dei Lusignano. La sua figura è presente principalmente nel folklore francese, nella versione scritta da Jean D’Arras e in quella successiva di Coudrette, ma viene poi ripresa da molti autori moderni, fra i quali spicca Goethe.

Melusina ha origini fatate, è bella in modo sovrannaturale, con un corpo flessuoso e occhi cangianti. Incontra Reymund nella foresta e i due si piacciono. Solo lei è in grado di consolarlo dalla sua disperazione. Decidono di sposarsi, lui, però, non dovrà mai cercarla di sabato, pena la fine del loro matrimonio. Accetta perché da subito ne è soggiogato, Melusina si rivela affascinante, competente, splendida. Gli partorisce molti figli, solo due dei quali sono normali, gli altri hanno qualche sembianza animalesca: artigli, zanne, musi pelosi, occhi da ciclope. Ma sono comunque giovani forti, ardimentosi, prestanti. La stranezza della prole non diminuisce l’amore e l’affiatamento della famiglia. Melusina e Reymund si amano, lei, intelligente e saggia, aiuta il marito a condurre in porto imprese brillanti, a governare con giustizia. Insieme allevano i figli nel segno della dedizione e dell’amore.

Nella versione di Laura Nuti, Melusina rappresenta un femminino erotico, fertile e materno insieme, che spaventa l’uomo non in grado di comprenderlo e accettarlo. Melusina è la divinità antica che si fonde col nuovo concetto medievale cristiano, dove la donna è legata alla stregoneria e discende dalla prima peccatrice. E Reymund è combattuto fra questa mentalità medievale e il proprio istinto che gli dice di fidarsi della moglie, di amarla senza riserve, sospetti o timori. Ma gli altri si mettono in mezzo, la coppia deve per forza uscire dalla bolla incantata in cui vive e scontrarsi con la cattiveria e i pregiudizi del mondo esterno.  La bolla scoppia, il matrimonio finisce, sopravvive solo l’istinto materno, l’ultimo a morire, l’unico accettato dalla società. Eppure, siamo consapevoli che il sentimento dei coniugi, così profondo e tenace, sarà comunque capace di sfidare la lontananza e la divisione. Reymund e Melusina continueranno ad amarsi, a distanza, oltre ogni tempo, ogni luogo e ogni diversità.

Con questa bella narrazione, Laura Nuti si conferma esperta studiosa di mitologia e fiabe ma anche e soprattutto brava narratrice. Leggendola, mi vengono in mente le atmosfere di Gianbattista Basile. Ci riracconta la storia con un’affabulazione che scorre come acqua di fonte. Le sue parole scivolano facili e felici e hanno il sapore delle antiche narrazioni, quelle del Cantafiabe ne “Le fiabe sonore” dei fratelli Fabbri, quelle dei libri ingialliti nelle soffitte, appartenuti a chissà quale antico bambino. Questa leggerezza, questa capacità affabulatoria, è frutto di uno sforzo certosino di lima, di un lavoro di riduzione all’osso, a un essenziale mai scevro di romanticismo e arcano mistero.

Mostra altro

“RADICI”,  una mostra d’arte per schiarire il tempo oscuro

11 Marzo 2022 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte

 

 

 
 
 
Un giorno prima della mostra ad Alessia, la curatrice e gallerista, ho espresso una mia riflessione sullo stato attuale delle cose. Non ero dubbioso, impaurito oppure incerto ma, dopo due anni di emergenza sanitaria ancora insoluta, unita al dramma della guerra in corso, non potevo fare a meno di pensare che al momento ogni evento culturale, sportivo, o di semplice intrattenimento, poteva subire un condizionamento. Alessia mi ha risposto, con serena convinzione, che la vita continua e che la gente ha bisogno di vivere le cose che la fanno stare bene. La passione ci fa sorridere anche se ci sarebbe da piangere e l’arte ha il compito di colorare sempre la nostra esistenza nei momenti più bui.
Sabato 5 Marzo 2022 Alessia Ferraro ha aperto la sua Ikigai art gallery per la mostra “Radici”, e devo ammettere che aveva ragione, non ho potuto dirglielo prima e così lo faccio ora. Insieme a lei, e grazie a lei, hanno esposto Antonio, Emanuele, Giovanni, Marcello, Walter. Mi piace non chiamarli per cognome per una sorta di amichevole fratellanza artistica.
Il tema  della mostra è “Radici” e ognuno di loro ha mostrato le proprie. Tutti artisti nati.
Giovanni: un ragazzino di circa ottant'anni che non sa se fa le cornici per dipingere oppure se dipinge per poi fare le cornici, un vero artista a tutto tondo che ha esposto “Scopello e le sue meraviglie”. Una manualità fantasiosa per il piacere di comunicare il bello.
Emanuele: dal ciuffo ribelle e dal sorriso elegante, lavora la stoffa, la tocca, la accarezza, la modella, la rende viva con l’aggiunta di parti in metallo o altro, ispirandosi al suo sogno interiore. Lui sogna le forme, le vede a occhi aperti e poi costruisce l’opera, predilige il nero, che non significa il nulla ma il principio della luce.
Marcello: disegna a matita come se ballasse con il sottofondo di una musica melodica, ma è la potenza del colore pennellato con un energia straordinaria che lo fa tuffare nelle proprie forme. L’osservatore delle sue opere vorrebbe toccare quel colore con le mani e assaporare la materia. Che sia questo il desiderio di Marcello? Glielo chiederò la prossima volta.
Antonio: viene da Torino, il suo amore per l'arte sfiora la perfezione, il suo iperrealismo è poetico, la sua tecnica è pulita, raffinata ed emozionante allo stesso tempo; tutti gli iperrealisti hanno quel dono di natura, quella mano ferma che li rende unici, quella concentrazione che potremmo scambiare per ossessione. Gente apparentemente calma ma con un'energia dirompente.
Walter: è un artista per natura, un artigiano per tradizione. Queste sono le sue radici, il suo background, un percorso mai statico basato su lavoro fatto a mano con passione.
Alessia Ferraro aveva ragione, alla mostra ho visto tanti giovani visitatori che esprimevano gioia e serenità. Con alcuni di loro mi sono piacevolmente intrattenuto, i loro occhi brillavano di curiosità e di bella spontaneità. Il futuro è dalla parte loro, l’arte può rendere il loro percorso di vita armonico e positivo.
La mostra “Radici” alla Ikigai art gallery in Via Sirte, 39 in Roma, si è aperta il 5 e terminerà il 15 marzo ’22.
Gli artisti hanno esposto le proprie radici ed è quello che fanno sempre, per loro è naturale, ma questa volta avevano un motivo in più per colorare questo periodo storico: esprimendo un linguaggio universale confermano che è la bellezza che salverà il mondo.
Amici lettori, ci rivediamo alla prossima iniziativa artistica e sarà sempre un piacere.
“RADICI”,  una mostra d’arte per schiarire il tempo oscuro
Mostra altro

Lucifer

9 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione, #serie tv, #fantasy, #amore

What better modern incarnation of the nineteenth-century Byronic and Satanic hero than the devil himself?
There are products — television, literary, cinematographic — that stand out not for the plot or originality of the idea and setting, but for a single perfect character. This is the case of the urban fantasy and police procedural series Lucifer, developed by Tom Kapinos, produced by anything but rookie Jerry Bruckheimer, based on a comic, aired from 2016 to 2021, and now distributed by Netflix, which impresses in the collective (and erotic) imagination with its protagonist: Lucifer Morningstar, the rejected son of God, the fallen angel Samael who later became Lucifer, that is “bearer of Light”, or of clarity, of knowledge, of truth.
Fed up of administering justice by punishing and torturing the guilty in the bleak hell, the devil Lucifer incarnates, descends to earth and opens the “Lux”, a successful nightclub in Los Angeles, the city “of angels”. Here he becomes a collaborator of an attractive detective, Chloe Decker, a former movie starlet, helping her, with a capacity for psychological penetration that borders on hypnotism, to clarify cases of crime, of which the viewer would not give a damn if it were not that he is the one to solve them.
Handsome, with an innate dandy elegance and feline movements, Lucifer is played by Welsh actor Tom Ellis. To fully appreciate the acting, you need to listen to the original English where Ellis stands out for his marked and sophisticated British accent among the other American actors. Lucifer is intriguing, intelligent, funny, salacious, irreverent, disrespectful, and exudes indisputable manhood from every pore. The actor is exceptional in rendering the devilry of the gaze: his pitch-black eyes become fixed and even slightly cross when he tempts humans, putting them in front of their most hidden desires. No one resists when captured by Lucifer’s magnetic gaze, which searches inside you to grasp the deep core of your ambitions. Lucifer himself is incapable of telling lies. He doesn’t know how to lie, he always tells the truth even when it can hurt.
The story is about love and redemption. Lucifer is never gratuitously evil. Although he is unbelievably self-centered, he is still an angel, and his actions are dictated by justice. “I’m not evil, I’m not a monster” he is keen to repeat. Although he enjoys luring his victims into temptation, even though he drinks like a fish, takes drugs, has wild and orgiastic sex with women and men, as the narrative progresses, his expressions become more and more human. Basically he turns into a good guy — a good devil, if you allow me the pun — honest and nice, that everyone likes, despite his supernatural strength, his power, his subterranean and menacing danger.
Lucifer is in eternal conflict with his father. And who wouldn’t have a problem with God as a parent? The more he humanizes himself, the more emotions overwhelm him. When he kills his brother Uriel to save the people he loves, he experiences pain, guilt, despair. And, with the passing of the episodes, even his body changes: he loses his demonic face — initially hidden under the human one — and his wonderful, feathery, immaculate wings grow back, despite the rebellious angel tries to cut them off every time.
To tempt him and bring him back to the past comes Eve, the first woman, who had already had an affair with him. She is not evil but she is intrinsically sinful, she wants to be free and not just Adam’s rib, she would like Lucifer to go back to incarnate the devil who seduced her in Eden, therefore she pushes him to cultivate the worst part of himself, violence, the pleasure of torturing sinners, Dionysian sex. And so the monstrous face of Lucifer returns to manifest itself again, his wings are no longer white but become similar to those of a demonic bat.
But Lucifer is not doing that, he rebels, eternally divided between the two parts of himself, the dark and the bright, the devil and the angel. He doesn’t love what he was, what he returns to be with Eve, but neither is he comfortable with the sensations that Chloe makes him feel, with that need she has to tame him and make him bourgeois. He ends up hating himself deeply, in a desperation that is both self-harm and the need for redemption. Eventually, however, he regains control of himself, returns for a moment to be the mighty king of the underworld, and drives out the army of darkness unintentionally unleashed on earth by Eve. The final episode of the fourth season, with the victory of the king of the underworld over the demons and the heartfelt farewell from Chloe before Lucifer spreads his wings and flies to sit on his lonely throne, is the most beautiful episode and could have been the worthy conclusion of the whole series.
But Eve is not Lucifer’s true love. Inevitably, he falls in love with the detective Chloe, beautiful in an angelic way, the only one able to resist his charm and not fall into his arms at the first inviting glance. Chloe is good, selfless, serious, professional, empathetic. Lucifer loves her totally, absolutely, spiritually. He who lives immersed in the pleasures of sex has a pure, selfless, disembodied adoration for her. For Chloe he is ready to sacrifice himself, to defend her and protect her, to renounce her in order to see her happy, to oppose anyone who wants to disappoint or hurt her, to close his protective wings around her. Lucifer loves Chloe as any woman would want to be loved: in a complete, supernatural way, even if he can’t tell her because saying the phrase “I love you” would mean admitting that he is not a demon, because his father, that is God, has never said to love his children (read also all of humanity), but, on the contrary, he manipulated and followed them from above with detachment and without apparent empathy.
The love of Lucifer and Chloe is identified with unconditional union and complicity. Chloe is a kindred spirit, she is a gift placed by God on Lucifer’s path to redeem him, she is the only one capable of seeing him for what he really is, not an evil monster but a man in search of moral redemption. Her smug gaze, when Lucifer casts out demons by showing them his monstrous body and, at the same time, his indisputable royalty, indicates acceptance of every part of him, even the most hideous and dark, and the female admiration for the male power used only when needed and against those who really deserve it.
And the two of them, Chloe and Lucifer, are not only lovers, they are also partners — “partners to the end”, “partners for eternity”. They work in pairs to solve cases, they are a perfect team, he magnetic and impulsive, she rational and staid. They are what every couple would like to be, that is, something special, unique, a perfectly fitted mechanism.
With Chloe, Lucifer feels at home. Hell, he explains to us, was never his home and heaven “was hell”. Because his father despised him, because his mother abandoned him, because his brothers were in competition with him. Because hell is gray, boring, gloomy. Los Angeles, on the other hand, is alive, colorful, alluring, full of charming and warm beings, full of naked, inviting bodies. And he, day after day, feels attracted to them, he feels affection and interest, to the point that his innate and “professional” need to punish people turns into a desire for justice, for redemption for the victims of evil. By human beings, for the first time, he is respected, and he understands that he has a role and a family.
Beneath the surface of this funny, ironic, brilliant and glossy series, God and the Devil, good and evil, intertwine, overturn. Some angels are evil, like Uriel and Michael, while demons discover to have a tender heart and even a soul, like Mazekeen. Cain and Abel, in the third series, exchange roles, make peace. And even Lucifer has a twin, the evil angel Michael, blinded by envy. Impersonated by Ellis himself, Michael stands out for his less clear eyes and a slight curve in posture, two imperceptible differences masterfully rendered by the actor.
God’s will remains inscrutable but often his actions appear to everyone, even to his own children, unjust, evil. Why does God allow suffering that even the Devil tries to prevent?
And God himself truly comes, in season five, to settle the conflicts of his highly dysfunctional family. Perhaps this excessive humanization of the divinity, who puts on an apron and cooks the sauté, is criticizable but certainly the scene of the family dinner with God at the table is one of the most hilarious.
Not only that, God is tired of responsibility and thinks of withdrawing, of leaving someone in charge. Lucifer believes he deserves the job, he knows he would be better than his father, because he would eliminate suffering, hunger and war, while his father left the free will to man that created only pain and injustice. He wants to become God, apparently out of ambition, in reality to finally feel worthy and deserving of Chloe, the most important person in the whole universe for him. And for Chloe, he, self-centered, selfish and vain, is willing to sacrifice his own life. “I choose you” he tells her as he risks dying, for having set foot in the paradise from which he was banished, in order to save her from an untimely death.
In the course of this long series, all human feelings are, from time to time, dissected and analyzed, through the discovery that Lucifer and Mazekeen make and through the character of Linda, the psychiatrist who accompanies them. Linda is involved in the diatribes of the celestials, in their divine and human problems. She must mediate conflicts, make Lucifer and others aware of their emotions: jealousy, love, envy, tenderness, loneliness, vulnerability, friendship, mourning. And these feelings are eviscerated and also connected to the investigations in progress, reverberating in the interrogations, on the suspects and on the guilty.
Great space is given, as expected, to the sense of guilt. Eternal damnation is represented as a continuous endless loop in which one relives one’s sins and the worst moments of one’s life. And while many of the characters experience constant evolution, an uninterrupted search for improvement, with frequent relapses into the negative dynamics of the past, it is precisely the sense of guilt for the evil done to damn us to hell. In short, to be forgiven, we must first forgive ourselves.
Much is also based on the acceptance of the shady part of oneself, especially in the character of Ella, on the need to learn to live with the inner darkness. Where there is darkness, God himself affirms in the fifth season, the light is all the more intense. And, if even the devil has redeemed himself, anyone can do it, to the point that, in the end, Lucifer will discover that his mission is not to become God but not even to torment the damned, but to help them find peace as he found it.
I conclude by saying that I have never laughed and cried as much as with this fantastic TV series. I am a writer and if, with one of my novels, I could make the reader feel half of what the “Lucifer” series made me feel, I would have already created something extraordinary.

 
 
 

 

 

 

 

Quale migliore moderna incarnazione dell’ottocentesco eroe byronico e satanico se non il diavolo in persona?

Ci sono prodotti – televisivi, letterari, cinematografici - che spiccano non per trama o originalità dell’idea e dell’ambientazione, bensì per un unico azzeccatissimo personaggio. È questo il caso della serie urban fantasy e police procedural Lucifer, sviluppata da Tom Kapinos, prodotta dal tutt’altro che novellino Jerry Bruckheimer, tratta da un fumetto, andata in onda dal 2016 al 2021, e ora distribuita da Netflix, che s’imprime nell’immaginario collettivo (ed erotico) con il suo protagonista: Lucifer Morningstar, il figlio reietto di Dio, l’angelo caduto Samael poi divenuto Lucifero, cioè “portatore di Luce”, ovvero di chiarezza, di conoscenza, di verità.

Stufo di amministrare la giustizia punendo e torturando i colpevoli nel tetro inferno, il diavolo Lucifero s’incarna, scende sulla terra e apre il “Lux”, un locale notturno di successo a Los Angeles, la città “degli angeli”, appunto. Qui diventa collaboratore di un’avvenente detective, Chloe Decker, ex starlette del cinema, aiutandola, con una capacità di penetrazione psicologica che rasenta l’ipnotismo, a chiarire casi di cronaca nera, di cui allo spettatore non importerebbe un fico secco se non fosse che a risolverli c’è lui.

Bello, aitante, di un’innata eleganza dandy e dalle movenze feline, Lucifer è interpretato dall’attore gallese Tom Ellis. Per apprezzarne a pieno la recitazione bisogna ascoltare l’originale inglese dove Ellis spicca per il suo marcato e sofisticato accento britannico in mezzo agli altri attori americani. Lucifer è intrigante, intelligente, divertente, salace, irriverente, irrispettoso, e trasuda indiscutibile virilità da tutti i pori. L’attore è eccezionale nel rendere la diavoleria dello sguardo: i suoi occhi neri come la pece diventano fissi e persino leggermente strabici quando tenta gli umani, mettendoli di fronte ai loro più reconditi desideri. Nessuno resiste quando viene imprigionato dallo sguardo magnetico di Lucifer, che ti fruga dentro a cogliere il nocciolo profondo delle tue ambizioni. Lucifer stesso è incapace di dire bugie. Non sa mentire, dice sempre la verità anche quando questa può ferire.

La storia parla di amore e redenzione. Lucifer non è mai gratuitamente malvagio. Sebbene sia egocentrico fino all’inverosimile, è pur sempre un angelo, e le sue azioni sono dettate da giustizia. “Non sono malvagio, non sono un mostro” ci tiene a ripetere. Anche se si diverte a indurre le sue vittime in tentazione, anche se beve come una spugna, si droga, fa sesso sfrenato e orgiastico con donne e uomini, man mano che procede la narrazione, le sue espressioni diventano sempre più umane. In pratica si trasforma in un bravo ragazzo – un buon diavolo, se mi concedete il gioco di parole - onesto e simpatico, che piace a tutti, nonostante la sua forza soprannaturale, la sua potenza, la sua sotterranea e minacciosa pericolosità.

Lucifer è in eterno conflitto col padre. E chi non avrebbe problemi con Dio come genitore? Più si umanizza, più le emozioni lo travolgono. Quando uccide il fratello Uriel per salvare le persone che ama, sperimenta dolore, senso di colpa, disperazione. E, col passare degli episodi, persino il suo corpo muta: perde il volto demoniaco – all’inizio celato sotto quello umano - e gli ricrescono delle stupende, piumose, immacolate ali, nonostante l’angelo ribelle cerchi di tagliarsele ogni volta.

A tentarlo e a riportarlo al passato arriva Eve, la prima donna, che aveva già avuto una storia con lui. Non è cattiva ma è intrinsecamente peccaminosa, vuole essere libera e non più solo la costola di Adamo, vorrebbe che Lucifer tornasse a incarnare il diavolo che l’ha sedotta nell’Eden, perciò lo spinge a coltivare la parte peggiore di sé, la violenza, il piacere di torturare i peccatori, il sesso dionisiaco. E così il volto mostruoso di Lucifer torna nuovamente a manifestarsi, le ali non sono più bianche ma diventano simili a quelle di un demoniaco pipistrello.

Lucifer però non ci sta, si ribella, eternamente diviso fra le due parti di sé, quella oscura e quella luminosa, il diavolo e l’angelo. Non ama ciò che era, ciò che torna a essere insieme a Eve, ma nemmeno è suo agio con le sensazioni che gli fa provare Chloe, con quel bisogno che lei ha di addomesticarlo e imborghesirlo. Finisce per odiare se stesso profondamente, in una disperazione che è insieme autolesionismo e bisogno di redenzione. Alla fine, però, torna padrone di sé, torna per un istante a essere il potente re degli inferi, e scaccia l’armata delle tenebre involontariamente scatenata sulla terra da Eve. L’ultima puntata della quarta stagione, con la vittoria del re degli inferi sui demoni e l’accorato commiato da Chloe prima che Lucifer spieghi le ali e voli a sedersi sul suo trono solitario, è la puntata più bella e avrebbe potuto essere la degna conclusione di tutta la serie.   

Ma non è Eve il vero amore di Lucifer. Inevitabilmente, egli s’innamora della detective Chloe, bella in modo angelico, l’unica in grado di resistere al suo fascino e non cadergli fra le braccia alla prima occhiata invitante. Chloe è buona, altruista, seria, professionale, empatica. Lucifer la ama in modo totale, assoluto, spirituale. Lui che vive immerso nei piaceri del sesso ha verso di lei un’adorazione pura, altruista, disincarnata. Per lei è pronto a sacrificarsi, a difenderla e proteggerla da ogni insidia, a rinunciare a lei pur di vederla felice, a opporsi a chiunque voglia deluderla o ferirla, a chiuderla dentro le sue ali protettive. Lucifer ama Chloe come qualunque donna vorrebbe essere amata: in modo completo, sovrannaturale, anche se non riesce a dirglielo perché pronunciare la frase “Io ti amo” vorrebbe dire ammettere di non essere un demonio, perché suo padre, cioè Dio, non ha mai detto di amare i figli (leggi anche tutta l’umanità), ma, anzi, li ha manipolati e seguiti dall’alto con distacco e senza apparente empatia.

L’amore di Lucifer e Chloe s’identifica con l’unione incondizionata e la complicità. Chloe è uno spirito affine, è un dono messo da Dio sulla strada di Lucifer per redimerlo, è l’unica capace di vederlo per quello che realmente è, non un mostro malvagio ma un uomo alla ricerca del riscatto morale. Il suo sguardo compiaciuto, quando Lucifer scaccia i demoni mostrando loro il suo mostruoso corpo e, insieme, la sua indiscutibile regalità, indica l’accettazione di ogni parte di Lucifer, anche la più orrenda e oscura, e l’ammirazione femminile per la maschia potenza usata solo quando serve e contro chi davvero lo merita.

E loro due, Chloe e Lucifer, non sono solo amanti, sono anche partners – “partners fino alla fine”, “partners per l’eternità”. Lavorano in coppia per risolvere i casi, sono una squadra perfetta, lui magnetico e impulsivo, lei razionale e compassata. Sono quello che ogni coppia vorrebbe essere, cioè qualcosa di speciale, di unico, un meccanismo perfettamente incastrato.  

Con Chloe, Lucifer, si sente a casa. L’inferno, ci spiega, non è mai stata casa sua e il paradiso “era l’inferno”. Perché suo padre lo disprezzava, perché sua madre lo ha abbandonato, perché i suoi fratelli erano in competizione con lui. Perché l’inferno è grigio, noioso, cupo. Los Angeles, invece, è viva, colorata, allettante, piena di esseri affascinanti e calorosi, piena di corpi nudi, invitanti. E lui, giorno dopo giorno, si sente attratto da loro, prova affetto e interesse, al punto che il suo bisogno innato e “professionale” di punirli si trasforma in desiderio di giustizia, di riscatto per le vittime del male. Dagli esseri umani, per la prima volta, è rispettato, e capisce di avere un ruolo e una famiglia.

Sotto la superficie di questa serie divertente, ironica, brillante e patinata, Dio e il Diavolo, bene e male, si intrecciano, si ribaltano.  Alcuni angeli sono cattivi, come Uriel e Michael, mentre i demoni scoprono di possedere un cuore tenero e persino un’anima, come Mazekeen. Caino e Abele, nella terza serie, si scambiano di ruolo, si riappacificano. E persino Lucifer ha un gemello, l’angelo cattivo Michael, accecato dall’invidia nei suoi confronti. Impersonato dallo stesso Ellis, Michael si distingue per lo sguardo meno limpido e una leggera curva nella postura, due impercettibili differenze magistralmente rese dall’attore.

La volontà di Dio resta imperscrutabile ma spesso le sue azioni appaiono a tutti, anche ai suoi stessi figli, ingiuste, cattive. Perché Dio permette una sofferenza che persino il Diavolo cerca d’impedire?

E Dio in persona arriva davvero, nella quinta stagione, a dirimere i conflitti della sua famiglia altamente disfunzionale. Scelta forse criticabile degli autori, questa eccessiva umanizzazione della divinità che si mette il grembiule e cucina il soffritto, ma certamente la scena della cena di famiglia con Dio a tavola è una delle più esilaranti.

Non solo, Dio è stanco della responsabilità e pensa di ritirarsi, di lasciare a qualcuno la sua carica. Lucifer crede di meritare il posto, sa che sarebbe migliore di suo padre, perché eliminerebbe la sofferenza, le ingiustizie, la fame e la guerra, mentre il padre ha lasciato all’uomo il libero arbitrio che ha creato solo dolore e ingiustizia. Vuol diventare lui Dio, apparentemente per ambizione, in realtà per sentirsi finalmente degno e meritevole di Chloe, la persona più importante in tutto l’universo per lui. E per Chloe, lui, egocentrico, egoista e vanesio, è disposto a sacrificare la sua stessa vita. “Io scelgo te” le dice mentre rischia di morire, per aver rimesso piede nel paradiso da cui era stato bandito, pur di salvarla da una morte prematura.

Nel corso di questa lunga serie, tutti i sentimenti umani vengono, di volta in volta, sezionati e analizzati, attraverso la scoperta che ne fanno Lucifer, Mazekeen e attraverso il personaggio di Linda, la psichiatra che li accompagna. Linda è suo malgrado coinvolta nelle diatribe dei celesti, nei loro problemi divini e umani insieme. Lei deve mediare i conflitti, rendere consapevoli Lucifer e gli altri delle proprie emozioni: gelosia, amore, invidia, tenerezza, solitudine, vulnerabilità, amicizia, lutto. E questi sentimenti vengono sviscerati e collegati anche alle indagini in corso, riverberandosi negli interrogatori, sugli indiziati e sui colpevoli.

Grande spazio è dato, come prevedibile, al senso di colpa. La dannazione eterna è rappresentata come un continuo loop infinito in cui si rivivono i propri peccati e i momenti peggiori della propria vita. E mentre molti dei personaggi sperimentano una costante evoluzione, una ricerca di perfezionamento ininterrotta, con frequenti ricadute nelle dinamiche negative del passato, è proprio il senso di colpa per il male compiuto a dannarci all’inferno. Per essere perdonati, insomma, bisogna prima perdonare noi stessi.

Molto si basa anche sull’accettazione della parte ombrosa di sé, specialmente nel personaggio di Ella, sulla necessità di imparare a convivere con il buio interiore. Dove c’è oscurità, afferma Dio in persona nella quinta stagione, la luce è tanto più intensa. E, se persino il diavolo si è redento, chiunque può farlo, al punto che, nel finale, Lucifer scoprirà che la sua missione non è diventare Dio ma nemmeno tormentare i dannati, bensì aiutarli a trovare la pace come lui l’ha trovata.

Concludo dicendo che non ho mai riso e pianto tanto come con questa fantastica serie televisiva. Sono una scrittrice e, se riuscissi con uno dei miei romanzi a far provare al lettore la metà di ciò che la serie “Lucifer” ha fatto provare a me, avrei già creato qualcosa di straordinario.

Mostra altro

XXVIII Trofeo Rill

8 Marzo 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #concorsi, #fantasy

 

 

 
 
 
La scadenza per partecipare al 28esimo Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico è prorogata al 5 aprile 2022.
 
Il Trofeo RiLL è un concorso letterario organizzato dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, col supporto del festival internazionale Lucca Comics & Games e della casa editrice Acheron Books.
Possono partecipare al Trofeo RiLL racconti fantasy, horror, di fantascienza e ogni storia sia (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”.
Ogni autore/autrice può inviare una o più opere, purché inedite, originali e in lingua Italiana.
Da alcuni anni racconti partecipanti sono circa 300 a edizione (nel 2021: 522 racconti), scritti da autori/ autrici residenti in Italia e all’estero.
I racconti possono essere spediti, a discrezione di ciascun partecipante, per posta oppure in via telematica. Per i/le partecipanti residenti all’estero, la spedizione in forma elettronica è obbligatoria.
 
I dieci racconti finalisti del 28esimo Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza alcun costo per i rispettivi autori/autrici) in un e-book della collana “Aspettando Mondi Incantati”, curata da RiLL e in uscita a ottobre 2022. Inoltre, i migliori 4-5 racconti fra quelli finalisti saranno pubblicati (sempre gratis) nell’antologia del concorso (collana “Mondi Incantati”, ed. Acheron Books), che sarà presentata al festival internazionale Lucca Comics & Games (novembre 2022).
Infine, il racconto primo classificato sarà tradotto e pubblicato in Spagna (sull’antologia Visiones, curata da Pórtico - Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror) e in Sud Africa (su PROBE, il magazine dell’associazione SFFSA - Science Fiction and Fantasy South Africa).
L’autore/autrice del racconto primo classificato riceverà un premio di 250 euro.
 
La selezione dei racconti finalisti sarà curata da RiLL. I racconti partecipanti saranno giudicati in forma anonima (cioè senza che i lettori-selezionatori conoscano il nome dell’autore/autrice), dando particolare rilievo all’originalità della storia e alla qualità della scrittura.
La giuria del concorso sceglierà poi, fra i racconti finalisti, quelli da premiare e pubblicare nell’antologia “Mondi Incantati” del 2022. Fra i giurati dell’edizione 2021 del Trofeo RiLL: gli scrittori Donato Altomare, Mariangela Cerrino, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Pietroselli, Vanni Santoni, Sergio Valzania; la giornalista e scrittrice Loredana Lipperini; lo sceneggiatore di fumetti e scrittore Roberto Recchioni; gli accademici Luca Giuliano (Università “La Sapienza”, Roma) e Arielle Saiber (Bowdoin College, Maine – USA); la poetessa Alessandra Racca; i giornalisti ed autori di giochi Andrea Angiolino, Renato Genovese e Beniamino Sidoti.
 
Ogni autore/autrice partecipante al 28esimo Trofeo RiLL riceverà copia omaggio dell’antologia “IL BAR SUBITO DOPO e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” (ed. Acheron Books, 2021, collana Mondi Incantati), che prende il nome dal racconto vincitore del 27esimo Trofeo RiLL, scritto dal carpigiano Nicola Catellani.
Il libro propone dodici storie: i migliori racconti del 27esimo Trofeo RiLL e di SFIDA (altro premio curato da RiLL) e i racconti vincitori di tre concorsi letterari per storie fantastiche organizzati all’estero (in Spagna, Australia e Sud Africa) e con cui il Trofeo RiLL collabora.
 
Tutti i volumi della collana “Mondi Incantati” sono disponibili su Amazon, Delos Store, LuccaFan Store e nell’Edicola del Fantastico, oltre che (a prezzo speciale) su RiLL.it
Gli e-book della serie “Aspettando Mondi Incantati” sono invece disponibili su Amazon (in formato kindle) e, in formato epub, su KOBO, LaFeltrinelli e Mondadori Store.
 
La cerimonia di premiazione del 28esimo Trofeo RiLL avrà luogo nel novembre 2022, durante il festival internazionale Lucca Comics & Games.
 
Per maggiori informazioni si rimanda al bando di concorso, all’e-mail e al sito di RiLL (che ospita ampie sezioni sul Trofeo RiLL e le collane di antologie/ e-book connesse al concorso).
 
 
 
 
 
L’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare è attiva dai primi anni ’90.
La principale attività è il Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, un premio letterario curato dal 1994 e che ha riscosso un interesse crescente fra gli/le appassionati e gli/le scrittori esordienti.
Dal Trofeo RiLL sono nate tre collane: “Mondi Incantati” (antologie con i racconti premiati in ogni annata di concorsi RiLLici), “Memorie dal Futuro” (antologie personali dedicate agli autori/ autrici che più si sono distinti/e nei premi organizzati da RiLL) e “Aspettando Mondi Incantati” (e-book che pubblicano i racconti finalisti di ogni edizione del Trofeo RiLL). Le antologie/e-book curati da RiLL sono tutti realizzati senza alcun contributo da parte degli autori/ autrici.
Sul sito di RiLL sono on line molte informazioni sul Trofeo RiLL e le sue diverse edizioni, sugli altri concorsi e iniziative organizzate da RiLL e un vasto archivio di articoli e interviste.
 
Mostra altro

James Hillman, "Il codice dell'anima"

4 Marzo 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Il codice dell'anima

James Hillman

Adelphi, 1996

 

 

 

Credo che la lettura di questo libro rappresenti uno spartiacque. Non perché sia un libro necessario (pochi lo sono, questo certamente non rientra nel novero, anzi) ma perché stravolge qualsiasi punto di vista sulle nostre vite. Hillman, allievo di Jung, psichiatra e creativo innovatore, espone nel Codice i principi della sua rivoluzionaria teoria, non comprovabile attraverso gli strumenti scientifici, secondo cui ognuno di noi nasce per accogliere un'anima, un daimon, una ghianda, come ama chiamarla lui. Questa entità inconoscibile ma presente è la nostra vocazione, lo scopo della nostra vita, ciò che ci consentirebbe di dare il massimo se lo seguissimo. Ma al contempo è anche ciò che la nostra società, la famiglia, le convenzioni spesso combattono, perché non si allineano con le necessità comuni. Judy Garland, Josephine Baker, Ingmar Bergman, sono solo alcuni dei famosi esempi portati da Hillman per giustificare la sua tesi. Dagli episodi dell'infanzia, costellati di precocitá, bugie, ossessioni, alle follie, le dipendenze o la decadenza dell'età adulta, Hillman seziona e analizza le vite di personaggi famosi e controversi con un metodo induttivo che affascina ma razionalmente non tiene. Del resto lui sostiene una visione teleologica dell'esistenza, per cui noi non nasciamo dai nostri genitori che si incontrano, bensì sono loro che si sono trovati in maniera solo apparentemente casuale per dare origine ad un bimbo che accogliesse una certa anima: se un daimon è particolarmente eccezionale, Hillman sottolinea l'implausibilitá della coppia generatrice, come dire che l'universo tutto cospira affinché certe congiunzioni uniche tra un corpo e la sua ghianda avvengano. Con questo non si pensi che Hillman sia un fatalista: assolutamente no e dedica un intero capitolo alla differenza tra questo e il determinismo, che implica il libero arbitrio. L'ultima parte è dedicata a ciò che è un apparente paradosso, ovvero il daimon dei cosiddetti malvagi, e ad esempio porta l'uomo più cattivo della storia, almeno secondo lui, e ne descrive il deterioramento della ghianda, che di per sé non può portare a nulla di negativo, a meno che non ne venga fatto un cattivo uso. Terminato il libro, resta un senso di smarrimento insieme alla fascinazione: ammesso che i criteri scientifici non siano d'aiuto per stabilire la veridicità di questo impianto teorico, questo saggio ci indurrá in ogni caso a scavare nella nostra infanzia, in tutte quelle passioni che abbiamo abbandonato magari perché poco proficue, in tutto il malessere che forse ci opprime per una vita e un lavoro che troviamo insoddisfacenti. L'idea che non siamo qui per una causa nel passato ma per un motivo che deve essere cercato nel futuro è un invito a svegliarsi ogni giorno nel mondo chiedendosi quando conosceremo quella ragione, quale essa possa mai essere, meravigliandoci dei nostri talenti, dei nostri scopi ben al di là di uno stipendio, una casa e una famiglia, delle potenzialità con cui possiamo migliorare il mondo in cui viviamo. Hillman stesso ammette che il male della società è avere perso la capacità di connetterci con il nostro daimon, di reinterpretare le nostre vite attraverso il mito, di  esplorare l'immenso dio che è dentro di noi. Il codice dell'anima e la sua poetica immaginale o si accettano come un dono o si rigettano come ciarlataneria senza esitazione. A noi la scelta. Però ve lo dico: la differenza da fuori si vede.

Mostra altro

Alfredo Alessio Conti, "Sulla soglia dell'infinito"

3 Marzo 2022 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Sulla soglia dell'infinito di Alfredo Alessio Conti (Biblioteca dei Leoni, 2021 pp.96 € 12.00) è una raccolta poetica che contiene la necessità del pensiero umano d'indicare l'essenza dell'infinito, indaga l'inquietudine originaria della vita attraverso le intonazioni elegiache delle parole, trasmesse con il segnale espressivo dell'autonomia sensibile, nell'esplorazione della natura divina e istintiva della compassione. Il sentimento intimo del poeta emerge dalla dimensione spirituale dell'invisibile, dall'ispirazione mistica delle emozioni, trae il suo carattere individuale affermando il suo anelito verso una realtà più autentica, riconosciuta nella comunione solenne con l'assoluto. L'umana esistenza orienta il suo dissidio interiore oltrepassando la materia tangibile del senso della vita, includendo il privilegio del significato speculativo e dell'intuizione, il principio dinamico trascendente del fondamento sovrumano dell'anima. La poesia di Alfredo Alessio Conti custodisce la rivelazione dell'amore, nella sua sfera discorde tra felicità e sofferenza, nelle sue infinite declinazioni esistenziali tra l'armonia e la distensione, la grazia della luminosità e l'inganno dell'oscurità, unisce la sensazione indistinta della contemplazione alla speranza di una redenzione emotiva, sostiene il riscatto ultraterreno, comprende la realizzazione dell'attesa, sospendendo la profetica previsione della nostalgia sfuggente e del desiderio indefinito. Il codice del vissuto quotidiano riflette, nei versi, il tragitto intrapreso dall'uomo, in relazione ai segreti, ai simboli della solitudine, alla metafora dell'intervallo presente, all'incertezza sull'avvento del futuro, procede lungo il cammino dei sogni e il silenzio del destino. Lo stile essenziale, puro, accogliente, permette di apprezzare il contenuto profondo e sconfinato, di sentire il significato immenso della ricerca dell'uomo, di ascoltare l'oscillazione delle riflessioni. L'arricchimento lirico delle immagini propone la densità interpretativa del linguaggio, la relazione con la suggestione dello spazio straordinariamente dilatato della poesia, misura la smarrita astrazione della voragine intimista, guida l'orientamento sacro delle stagioni, consegna il solco delle illusioni al principio devozionale della fiducia. Alfredo Alessio Conti riconosce i limiti dell'esperienza percettiva, prende coscienza delle possibilità di una verità altra, comunica la prospettiva universale del tempo oltre l'apparenza del fenomeno filosofico, trattiene il suo indugio “sulla soglia dell'infinito”, sulla sostanza del conoscibile, sulla volontà inconscia dell'indulgenza, in limine sul confine esistenziale di ogni visione intuitiva dentro il grembo lirico del mondo, avviando l'intenso contrasto tra la lacerazione e la tenerezza, nella tormentata occasione della consapevolezza.

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Svanire

 

Rivedo

assorto

nel sonno eterno

il riflesso sfocato

della mia Anima

svanire nel nulla.

 

-----------------------

 

 

Vorrei vivere in un faro

 

Vorrei vivere

in un faro

illuminare le notti

tempestose e buie

segnalare

il pericolo

che ci attende

all'attracco

della vita.

 

---------------------

 

Sono alla ricerca di nuove parole

 

Sono alla ricerca

di nuove parole

di nuovi significati

al vivere il presente

per il futuro c'è tempo

anche se ormai

adesso

l'ho oltrepassato.

 

------------------------

 

Sono un ramo

 

Sono un ramo

curvo sull'acqua

che si abbevera

e rinfresca

sognando

di rizzarsi in piedi

per accogliere nidi

di cardellini

e sentire il loro canto

per l'ultima volta.

 

 

-----------------

 

Battito di ciglia

 

La nostra vita

è intrisa

d'infiniti punti di domanda

della cui risposta

ultima

sarà solo

un battito

di ciglia.

 

------------------

 

Sulla soglia

 

Ho camminato

a lungo

in questa vita

a volte frettolosamente

a volte piano piano

a volte come gamberi

sulla riva del mare

a volte pieno d'entusiasmo

a volte solitario

ed ora

sulla soglia dell'infinito

non mi resta

che percorrere

l'ultimo tratto.

Mostra altro

Inception

2 Marzo 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

A un anno e mezzo dall'ultima volta, decido di rivedere Inception per la quarta volta, incuriosita da un articolo in cui si faceva notare come uno dei protagonisti, l'allora Ellen Page, nel film si chiama Ariadne, come l'Arianna del labirinto, e non a caso è lei l'architetta dei mondi onirici abitati dalla squadra di Cobb, il vero protagonista. Ricordo che quando tempo fa parlai con entusiasmo del film a una cara amica, lei mi rispose che Inception era molto più di un meccanismo perfetto di scatole cinesi che di aprono in sequenza: era un discorso sull'inconscio e sulla realtà di ciò che viviamo. A quei tempi non avevo strumenti per capire il messaggio che mi veniva dato, per cui archiviai tutto nel mio cassetto "cose che forse un giorno mi saranno chiare". Sempre nello stesso articolo mi incuriosiva la frase "Cobb è un uomo come noi, frammentato e separato dal suo Paese e dalla sua famiglia". Ho provato quindi a leggere il film in senso psicoanalitico/mitologico: Cobb è l'uomo moderno inteso come maschio, privato del suo principio femminile, impersonato dalla moglie, che egli teme e tiene segregata a un livello del suo inconscio assai profondo. Il principio maschile è rappresentato dal sole, dal fare, dalla determinazione, dalla razionalità, da tutto ciò che è prima della soglia (ovvero la vita) mentre il femminile è lunare, oscuro, magico, emotivo, vendicativo, e attratto da tutto ciò è oltre la vita. La coppia, che ha vissuto anni felici insieme, entra in crisi quando i due si separano per la morte di lei, morte causata da lui, che le ha instillato il dubbio che la sua esistenza onirica non fosse reale. Lei sceglie di oltrepassare la soglia vendicandosi di lui, lui resta al di qua, isolato da tutti. Tutto ciò che gli rimane è intrufolarsi negli inconsci altrui come un ladro, in quanto nel suo si annida la sua pericolosa metà che lo vuole trascinare nel mondo ctonio insieme a lei. Alla fine, se Michael Caine non ha mentito e l'ultima scena è reale, Cobb si è riunito alla sua famiglia, ha ritrovato la sua completezza, e c'è riuscito nel momento in cui ha capito che la sua parte femminile era già dentro di sé, ciò che aveva relegato nello scantinato era una sbiadita idea della complessità femminile, che accettare il suo lato buio e lasciare andare quella figura mostruosa gli avrebbero permesso di integrarlo di nuovo. Se invece Caine ha mentito, allora Cobb è rimasto la sotto, ha abbandonato il suo principio maschile  e ha preferito vivere nel sonno degli inferi per non affrontare una realtà dolorosa. Resta un film che rivedrei all'infinito, qualunque interpretazione gli si voglia dare.

Mostra altro
<< < 1 2