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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Silvia Avallone, "Un'amicizia"

9 Aprile 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Silvia Avallone
Un’amicizia
Rizzoli – pag. 450 – Euro 19

 

Sono giorni tristi. Purtroppo questi sono i nostri intellettuali. Non più Morante, Pasolini, Merini, Moravia, adesso abbiamo Avallone, Mozzi, Ciabatti, Cazzullo. Questo passa il convento, direte voi. Non vi domandate perché la gente invece di leggere guarda Netflix, rispondo io. Sì, perché tra un romanzo che ha la profondità di un fotoromanzo Lancio anni Settanta e un film stupido, meglio il secondo, almeno non dobbiamo fare la fatica di leggere. Silvia Avallone ci racconta la storia di due amiche - a tratti si perdono, poi si ritrovano, litigano, si rappacificano, si promettono di vivere insieme tutta la vita … -, una brutta e sfigata, l’altra piuttosto figa e destinata al successo. Il libro è scritto in prima persona dall’amica sfigata, che guarda caso - visto che è sfigata - vuol fare la scrittrice (leggere è roba da sfigati, dirà l’autrice in una delle sue micidiali intuizioni), quindi racconta le sue tribolazioni patite in un posto di merda, un promontorio sul mare in provincia di Livorno, che non nomina mai, ma indica con la sola lettera T. Si capisce da troppe cose che il luogo è Piombino, perché l’autrice non cita il nome, ma in molte pagine trovi piazza Bovio, piazza Padella (la piazza più piccola d’Europa), Calamoresca, Salivoli, corso Italia e un liceo classico Pascoli (in realtà Carducci) adesso chiuso per carenza di iscritti. Badilate di bile vomitata su Piombino, definito un non luogo, un posto dove le mogli sono costrette a sfornare figli e a non lavorare mentre i mariti le tradiscono e loro ingrassano e diventano brutte. La protagonista sogna di tornare a Biella - una sorta di Paradiso in terra - dove è consentito sognare, altro che a T, landa desolata che si affaccia sull’Elba, posto invivibile dove non arrivano neppure le canzoni e i vestiti di moda! Insomma, la trama procede a base di avvenimenti da soap-opera, la migliore amica perde la madre, si fidanza, diventa una modella di successo, mentre la sfigata se la fa con un bel ragazzo del posto che la mette pure incinta. Contorno di famiglie disgregate, genitori divorziati, Internet, chat di incontri, un po’ di droga, sesso, musica punk e bullismo scolastico. Tutto quanto fa spettacolo (e fa vendere, secondo i manager Rizzoli). Bella questa storia di amicizia. Bella davvero. Un romanzo che se sei nato a Piombino (come il sottoscritto) ti fa incazzare al punto che vorresti querelare l’autrice, se vivi in un’altra parte del mondo resti indifferente, ti chiedi il motivo di tutto il tempo che hai perso, sfogliando pagine che scorrono e non lasciano niente, a parte un po’ di citazioni di Morante e Pascoli, condite da troppo squallore.  Pubblico di riferimento gli adolescenti, che comunque non leggono, ragion per cui mi è difficile capire a chi potrà interessare questa storia, nonostante l’entusiasmo dei critici in busta paga Rizzoli, che scrivono (come l’autrice) sul Corriere della Sera.

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Valentina Fontan, "Il prezzo della felicità"

8 Aprile 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Il prezzo della felicità

Valentina Fontan

Literary Romance, 2020

 

pp 427

18,90

 

Parte con un attacco dickensiano, Il prezzo della felicità di Valentina Fontan, con Sarah, una ladruncola orfana che si arrangia per sopravvivere nei bassifondi di Londra, ma poi diventa altro. La ragazzina è la figlia perduta di una nobildonna tedesca e di un aristocratico russo, fuggiti insieme per coronare il loro amore contrastato, e poi tragicamente defunti. Lo zio tedesco la ritrova e la fa diventare una nobile, elegante, colta ma dal carattere ribelle e ostinato. La riunione con l’altra famiglia, però, quella russa paterna, è ostacolata dai sovrani, sia russi che tedeschi, che sembrano interferire alquanto nella vita di Sarah, controllando la sua eredità e persino il suo matrimonio con il cugino Alec, il quale altri non è se non una spia tedesca al servizio di Bismarck. Da qui si dipana una vicenda di spionaggio internazionale, che coinvolge Inghilterra, Impero tedesco, Impero russo e persino il Sudafrica. Una storia d’incastri e colpi di scena, di agnizioni, di assassini, safari, ragni velenosi, documenti trafugati, palazzi, balli sontuosi e carrozze in una piacevole ambientazione ottocentesca. Ma anche di amore fra alcune coppie di giovani, in mezzo alle quali spicca quella formata da Alec e Sarah.

Al di là dell’amore, i sentimenti più dibattuti sono l’amicizia e il senso di colpa. Le azioni appaiono serrate, fra fughe rocambolesche, tentativi d’omicidio e attentati. Il ritmo del romanzo è sostenuto, i personaggi sono quelli tipici del genere: la cameriera sotto mentite spoglie, l’amministratore fraudolento, il duca autoritario ma di buon cuore, la bella indomita. Ma anche personaggi storici: Bismarck, il Kaiser Guglielmo, lo Zar Nicola etc.

Sarah è una ragazza volitiva, ha gli occhi grigi della madre e i capelli neri del padre, ma ha un modo di fare bizzoso, infantile. È il punto di fuga da cui parte la prospettiva della storia, colei che unisce imperi e casate attorno a sé. Alec è un carattere tormentato e pieno di sensi di colpa, il suo lavoro lo ha messo in contrasto con il padre, dal quale non si sente capito. Ma l’empatia del lettore con i protagonisti non è immediata, anche perché questi ultimi sono spesso alterati e sopra le righe. La parte migliore, a mio avviso, è quella dove il romance ritrova il suo passo e gli affari di cuore hanno il sopravvento sugli intrighi spionistici, sia internazionali che familiari.

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Paolo Parrini, "Un uomo tra gli uomini"

7 Aprile 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Un uomo tra gli uomini di Paolo Parrini (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è una raccolta poetica incisiva, diffusa dalla breve e sintetica unità dei versi all’esteso respiro delle parole, concentrate nella distensione introspettiva, intorno al sentimento del tempo, nella solitudine di ogni solco dell’anima e nella contemplazione delle occasioni, rapide e profonde ispirazioni. Il poeta è spettatore dell’essenza e della realtà, trascrive visivamente la fugacità intima della speranza e la provvisorietà dei momenti esistenziali. L’analisi profonda dei testi ricambia la convincente considerazione delle reazioni sentimentali, traduce l’immediatezza dei contenuti con la suggestione di un linguaggio motivato, conciso e veloce, delega alla limpidezza delle sensazioni la più autentica esecuzione. La poesia pronuncia l’espressione lucida e disincantata della tenerezza, rivela l’immagine impressionista delle emozioni, ricompone il dissolvimento della malinconia, consola la lacerazione del cuore, rimarginando le ferite nei frammenti di una preghiera pagana. L’autore rende elegiaco il riscatto salvando la riflessione sulla misura complessa e umana delle età, insegna alle inquietudini dello spirito la lezione comprensiva dell’uomo condividendone la disponibilità nella sicurezza dei ricordi, trattenendo lo sgomento degli abbandoni, attardando la benevolenza nella piega della nostalgia. I testi svolgono il loro significato nella trasformazione della sensibilità, liberando la verità originaria dall’inafferrabilità della finitezza esistenziale, diventando il luogo effettivo dell’identità e dell’acuta percezione intuitiva. Paolo Parrini è uomo tra gli uomini, perché espone il principio dell’amore alla solidarietà emotiva delle sue poesie, facendo coincidere il carattere indispensabile degli affetti all’esperienza dell’impegno interiore. La condizione ermeneutica della poesia di Paolo Parrini decifra il nudo spazio dell’abisso, la dimensione del vuoto e il suo possibile annullamento, la simmetria delle contraddizioni umane, difendendo la solidità e la permanenza dell’eterno ritorno nella successione infinita delle rivelazioni. Lo smarrimento emotivo disperde la dimenticanza e la rimozione di ogni vincolo elusivo, il paesaggio scenico della memoria consuma il confine della saggezza, l’orizzonte della pietà. La voce poetica dell’autore spezza la malinconia del silenzio e supera lo scioglimento della sofferenza dissolvendo l’ambiguità delle colpe e la trasparenza dell’innocenza. Il poeta, unito al destino degli uomini, ricompone la frattura e risolve il dissidio dell’assenza. La natura sostanziale di ogni tensione influenza la magia evocativa tra infanzia ed età adulta in ogni incanto compiuto sulla traccia delle presenze lontane e irraggiungibili. I versi accolgono il segno dell’attimo, l’intuizione proiettata nel carattere estetico del tempo. Dispiegano una poesia pura, di stati d’animo, concedendo la delicata empatia della compassione e avvertendo la volontà di lenire il dolore altrui con commossa gentilezza. 

 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

 

 

Non esiste null’altro che amore,

l’orma dei passi accanto ai tuoi.

 

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Di quel che bramavo

è rimasta una pozza d’acqua

che il tempo imbruna

che fa scura la sete.

 

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Questo sole

pare l’ultima frontiera

tu senti scivolare i giorni

e già si fanno d’ombra

i tuoi sorrisi.

 

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In quest’alba che benedice gli occhi

tu osservi da finestre chiuse,

tu indaghi i tetti.

Le tende oscillano,

bisbigliano dei morti le voci.

 

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Tutti gli anni che fosti addormentato

presentano il conto.

Sono strappi laceranti,

ogni ferita un grido sospeso.

Tra la terra e il cielo.

 

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Solca il viso ogni ora

si fa ruga nuova.

Ogni ruga ha il tuo nome,

ha il tuo nome ogni ora.

 

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Il tuo dolore

è questa notte che non passa.

Il ticchettio dell’orologio

che rimbomba

dentro al petto.

 

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La voce che cercavi

l’hai smarrita ieri.

La risposta sta dentro le mani

nelle tue pieghe infinite

estrema tenerezza e macchie

comparse improvvise.

A ricordarti il tempo.

 

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Ci troveremo un giorno

sotto la stessa nube

a dividerci quel che la polvere

non ha saputo sciogliere.

 

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E quando la porta

chiude fuori il mondo

resto solo.

E vedo il grigio dei tuoi occhi

e mento, pensandoti verde

a correre su un verde campo,

nel vento.

 

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Solo il mare ti restituisce la pace

delle parole

il respiro lento

dentro una eternità.

Non il verde forte

della foglia che freme

non la neve candida che sfianca.

Solo il mare

e l’azzurro e l’onda.

Ove mi perdo

senza perdermi mai.

 

 

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La scuola

6 Aprile 2021 , Scritto da Paula Martins Con tag #paula martins, #racconto

 

 

 

 

Nella mia scuola in Mozambico eravamo solo donne. C'erano pochissime scuole miste nella mia città, eppure vivevo nella capitale – Maputo oggi, Lourenço Marques allora -. Erano tempi rigidi, quanto ai comportamenti adatti alle ragazzine. Ma non era così tanto difficile conoscere ragazzi, evidentemente. Molte delle mie amiche avevano fratelli, perfino i miei genitori avevano ospiti ogni tanto, i cui figli maschi erano della mia stessa età. E, soprattutto, conoscevo ragazzi nel mio liceo.

Però, il liceo non era pensato perché i due sessi si conoscessero. Era invece costituito da due parti rigidamente separate, una maschile e l'altra femminile. Tanto rigidamente che è bastato un nulla per fa saltare in aria la separazione!

Nel mio primo anno in quel liceo eravamo molto più donne che uomini. Così, la scuola è dovuta adattarsi: l'intero primo anno (il mio) è stato trasferito a un complesso di stanze cedute dalla zona maschile del liceo. E come noi dovevamo per forza circolare, dovevamo anche per forza mescolarci.

Tanti saluti alla rigidità.

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Game of Thrones, la serie

4 Aprile 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantasy, #televisione

Game of Thrones, la serie

 

Ho letto e recensito qui il primo libro della serie Le cronache del ghiaccio e del fuoco, scritto magistralmente da George R. R. Martin, - ispirato a La guerra delle due rose e a Ivanhoe - e ora, dopo molti anni, mi sono vista otto stagioni della serie televisiva Game of Thrones. Una puntata dopo l’altra, senza potermi staccare.

Una serie fantasy bellissima, realizzata splendidamente, che diventa più spettacolare a ogni puntata, in un crescendo di battaglie e azione, con personaggi indimenticabili e attori fantastici. Niente è lasciato al caso, tutti i tempi narrativi sono giusti e ogni scena è perfetta nei particolari. Forse, se ha una pecca, è quella di divenire, episodio dopo episodio, prevedibile nella sua tragicità.

Una storia dannata, cupa come le immagini quasi sempre notturne, dove non esistono redenzione o speranza. Uno studio sulla cattiveria, sul tradimento e sulla morte. Non c’è mai un bene che trionfi, non c’è un male che non si debba confrontare con un male peggiore, al punto che non si sa neppure più per chi parteggiare. E spesso il bene viene ricompensato con la morte, con un’ingiustizia.

La crudeltà senza limiti di certi personaggi ci porta a desiderare per loro sofferenze, che si verificano poi puntualmente, a opera di qualcuno ancora più crudele di loro. Siamo dalla parte di Theon Greyjoy quando il suo tormentatore Ramsay Snow lo mutila e plagia, e quando Cersei Lannister viene umiliata pubblicamente dall’Alto Passero, desideriamo vendetta per lei. Salvo poi tornare a odiarla negli episodi successivi.

I personaggi non sono solo a tutto tondo, sono proprio reali, “esistono”, quanto esistono quelli di J. K. Rowling, hanno una sottigliezza psicologica incredibile. Ci sono i buoni, pochi, i cattivi, molti, e i cattivissimi, alcuni. I cattivi, come Cersei, come Jamie Lannister, come Theon Greyjoy, hanno una parte ancora sana. In Theon è il pentimento per il male compiuto, in Cersei l’amore materno, in Jamie Lannister l’emergere di un nucleo di bontà occultato.

Essenzialmente, Game of Thrones è uno studio sulla morte. In ogni scena muore qualcuno di morte violenta. Non c’è scorcio che non presenti un lutto, un funerale, o il dolore di un distacco. In particolare il personaggio di Arya Stark è legato all’idea della morte. Da bambina innocente e perseguitata si trasforma in assassina. Imparerà a lavare i cadaveri, vivrà in una casa della morte, la casa del Bianco e del Nero, eliminerà da sé ogni residuo di coscienza, in modo da poter uccidere in modo asettico, come fa la morte stessa, l’unico vero Dio, come afferma Jaqen H’ghar. La morte non è cattiva né buona, Arya dovrà imparare ad ammazzare senza provare emozioni, dimenticando chi era, diventando “nessuno”. Ma non ci riuscirà, la sua identità, l’amore per la patria e la famiglia torneranno a emergere. E sarà proprio la sua confidenza con la morte a far di lei l’eroina capace di distruggere il capo dei non morti. Come dicevo, niente è lasciato al caso, niente nella struttura della trama è puro accumulo, ma tutto trova una sua funzione un significato. Arya conosce la morte per combatterla. Daenerys impara dai Dothraki la sua barbara e implacabile giustizia.

Tyrion Lannister, interpretato dal bravissimo – e pure bello – Peter Dinklage, attore affetto da nanismo, da bevitore e puttaniere si trasforma in uomo coraggioso e saggio. Sansa Stark, da viziata aspirante regina diventa quella che ne ha passate più di tutti e che ha incontrato solo folli e sadici sul suo cammino. Anche lei crescerà, imparerà a difendersi, maturerà proprio per questo.

E poi c’è lei, Daenerys Targaryen, madre dei draghi. Col suo fisico esile, i lunghi capelli d’argento, è bella, audace e sempre più forte, sempre più grande di episodio in episodio. Straordinarie tutte le scene che la riguardano: quando esce dalla pira del marito recando in braccio i tre draghi appena nati, quando fugge dall’arena insanguinata volando sulla groppa del maestoso e temibile Drogon.

Nessuno dei personaggi rimane lo stesso. Il male compiuto, inflitto o subito, lo fa diventare quello che è. Come dice Brandon Stark, il corvo con tre occhi: “tu sei dove dovevi essere”. Ciò che accade serve a farci arrivare dove siamo, a compiere il nostro destino. Samwell Tarly, grasso e goffo, scopre la dignità, Sansa Stark impara la furbizia.

L’amore non è il sentimento più importante, è solo uno dei tanti. “L’amore è la morte del dovere” dice Jon.  L’unico grande amore è quello incestuoso, tormentato e maledetto fra i due gemelli reali, Cersei e Jamie. Sono due parti della stessa persona, la luce e il buio, il male e il tentativo di bene. Jamie, alla fine, tornerà da lei, non può lasciarla morire da sola, dove lei è, anche lui deve essere. Molto più importanti dell’amore sono l’onore, l’amicizia, la lealtà, il senso della famiglia. Ma anche l’odio, il desiderio di vendetta.

Qualcuno ha obiettato che le ultime due serie perdono originalità e diventano mainstream. Sarà anche così, ma sono quelle che ho goduto di più, che più mi hanno commosso e coinvolto emotivamente in un crescendo di pathos. Che dire della “battaglia dei bastardi”, la più bella scena di guerra che abbia mai visto, nella sua estrema crudezza? Da una parte Jon Snow, figlio illegittimo di Ned Stark, comandante dei guardiani della notte, epitome del coraggio, dell’onore, della lealtà. Dall’altra Ramsey Snow, con lo stesso cognome da bastardo, quintessenza del male, moralmente repellente. Solo alla fine della serie si scoprirà che Jon non è un bastardo ma l’unico vero legittimo erede al trono di spade.

Il finale, come quello de Il signore degli anelli, non è un lieto fine – e come potrebbe esserlo dopo tanto dolore? - È piuttosto una eucatastrofe, una svolta positiva ma malinconica, triste, amara. Ho pianto, quando il drago Drogon ha afferrato la salma di Daenerys fra gli artigli ed è volato via con lei, con sua madre, la madre dei draghi, uccisa dall’uomo che amava, uccisa dal più coraggioso, buono, compassionevole degli eroi, Jon Snow. Daenerys muore vittima della sua follia, di un distorto sogno di giustizia che la trasforma in pazza sanguinaria.

Sbaglia chi parla di lieto fine. Il lieto fine sarebbe l’ascesa al trono di Spade di Jon, alias Aegon Targaryen, unico legittimo erede; il lieto fine sarebbe il suo matrimonio con Daenerys. Ma non è così, il drago, creatura intelligente e imparziale, distrugge il trono di spade, simbolo delle lotte per il potere, prima di volare via. Il regno passa a Brandon Stark, il menomato, il ragazzo paralitico e visionario. Non c’è vera giustizia, non c’è lieto fine, solo un ritorno allo status quo, una temporanea pacificazione, esattamente come in Tolkien.

E ora, dopo otto impareggiabili stagioni, mi sento orfana.  

 

 

 

 

 

 

 

I read and reviewed here the first book of the A Song of Ice and Fire series, masterfully written by George RR Martin, - inspired by The War of the Roses and Ivanhoe - and now, after many years, I have seen eight seasons of the series Game of Thrones. One episode after another, without being able to detach myself.

A beautiful, beautifully crafted fantasy series, that gets more spectacular with each episode, in a crescendo of battles and action, with unforgettable characters and fantastic actors. Nothing is left to chance, all narrative times are right and each scene is perfect in detail. Perhaps, if it has a flaw, it is that of becoming, episode after episode, predictable in its tragic nature.

A damned story, dark like the images almost always nocturnal, where there is no redemption or hope. A study on wickedness, betrayal and death. There is never a good that triumphs, there is no evil that should not be confronted with a worse evil, to the point that you no longer even know who to side with. And often the good is rewarded with death, with injustice.

The limitless cruelty of certain characters leads us to desire sufferings for them, which then occur punctually, by someone even more cruel than them. We are on Theon Greyjoy's side when his tormentor Ramsay Snow mutilates and plagiarizes him, and when Cersei Lannister is publicly humiliated by the High Sparrow, we want revenge for her. Except then return to hate her in subsequent episodes.

The characters are not only well-rounded, they are really real, they "exist", as much as those of J. K. Rowling exist, they have an incredible psychological subtlety. There are the good, a few, the bad, many, and the very bad, some. The bad guys, like Cersei, like Jamie Lannister, like Theon Greyjoy, still have a healthy side. In Theon it is repentance for the evil done, in Cersei the maternal love, in Jamie Lannister the emergence of a hidden core of goodness.

Essentially, Game of Thrones is a death study. In each scene someone dies a violent death. There is no glimpse that does not present a mourning, a funeral, or the pain of separation. In particular, the character of Arya Stark is linked to the idea of ​​death. From an innocent and persecuted child she turns into a murderer. She will learn to wash corpses, she will live in a house of death, the house of Black and White,s he will eliminate from herself every residue of conscience, so as to be able to aseptically kill, as does death itself, the only true God, as Jaqen H'ghar states. Death is neither bad nor good, Arya will have to learn to kill without feeling emotions, forgetting who she was, becoming “nobody”. But she will not succeed, her identity, her love for the homeland and the family will emerge again. And it will be her confidence in death that will make her the heroine capable of destroying the leader of the undead. As I said, nothing is left to chance, nothing in the structure of the plot is pure accumulation, but everything has its own function and meaning. Arya knows death to fight it. Daenerys learns from the Dothrakis about her barbaric and relentless justice.

Tyrion Lannister, played by the very good - and also handsome - Peter Dinklage, actor suffering from dwarfism, from a drinker and a manwhore turns into a brave and wise man. Sansa Stark, from a spoiled aspiring queen becomes the one who has been through the most and who has only met madmen and sadists on her path. She too will grow up, she will learn to defend herself, she will mature precisely for this.

And then there is her, Daenerys Targaryen, mother of dragons. With her slim physique, her long silver hair, she is beautiful, bold and stronger and stronger, bigger and bigger from episode to episode. All the scenes that concern her are extraordinary: when she comes out of her husband's pyre carrying the three newborn dragons in her arms, when she escapes from the bloody arena flying on the back of the majestic and fearsome Drogon.

None of the characters remain the same. The evil done, inflicted or suffered, makes him what he is. As Brandon Stark, the three-eyed crow says, "you are where you were meant to be." What happens is to get us where we are, to fulfill our destiny. Samwell Tarly, fat and clumsy, discovers dignity, Sansa Stark learns cunning.

 

Love is not the most important feeling, it is just one of many. "Love is the death of duty" says Jon. The only great love is the incestuous, tormented and cursed love between the two royal twins, Cersei and Jamie. They are two parts of the same person, light and dark, evil and the attempt at good. Jamie will eventually come back to her, he can't let her die alone, where she i, he must be too. Much more important than love are honor, friendship, loyalty, a sense of family. But also hatred, the desire for revenge.

Someone stated that the last two series lose originality and become mainstream. It may be so, but they are the ones I have liked more, which moved me the most and emotionally involved in a crescendo of pathos. What about the "battle of the bastards", the most beautiful war scene I've ever seen, in its extreme rawness? On the one hand, Jon Snow, illegitimate son of Ned Stark, commander of the Night's Watch, epitome of courage, honor, loyalty. On the other hand, Ramsey Snow, with the same bastard surname, the quintessence of evil, morally repellent. Only at the end of the series will it be discovered that Jon is not a bastard but the only true legitimate heir to the Iron Throne.

The ending, like the one in The Lord of the Rings, isn't a happy ending - and how could it be after so much pain? - It is rather a Eucharist, a positive but melancholy, sad, bitter turn. I cried, when the dragon Drogon grabbed Daenerys's body in its claws and flew away with her, with her mother, the mother of dragons, slain by the man she loved, slain by the bravest, best, most compassionate of heroes, Jon Snow. Daenerys dies a victim of her madness, of a distorted dream of justice that turns her into a bloody madwoman.

Those who talk about a happy ending are wrong. The happy ending would be the accession to the Iron Throne of Jon, aka Aegon Targaryen, the only legitimate heir; the happy ending would be his marriage to Daenerys. But this is not the case, the dragon, an intelligent and impartial creature, destroys the Iron Throne, symbol of the struggle for power, before flying away. The kingdom passes to Brandon Stark, the maimed, the paralyzed and visionary boy. There is no true justice, there is no happy ending, only a return to the status quo, a temporary pacification, just like in Tolkien.

And now, after eight matchless seasons, I feel like an orphan.

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Giulia Blasi, "Manuale per ragazze rivoluzionarie"

2 Aprile 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Manuale per ragazze rivoluzionarie

Giulia Blasi

 

Rizzoli

2020

 

 

"No, guarda, per favore, anche basta col femminismo" e "NON MI PARLARE DELLE FEMMINISTE, LE ODIO" e "Ma davvero c'è ancora bisogno di scrivere roba simile?". Questi sono i commenti di 3 donne a cui ho provato a suggerire la lettura/ascolto di questo libro. Provato, perché nemmeno mi hanno lasciato finire. Il femminismo è morto, ridicolo, inutile e fascista. E proprio a chi la pensa così questo libro è dedicato. Giulia Blasi, scrittrice e interprete su Storytel del suo saggio, spiega esattamente come e perché nasce il femminismo, cosa è diventato, perché è tanto osteggiato dalle stesse donne, cosa è il femminismo da giardino, dove sta sbagliando. E fin qui si potrebbe pure accusarla di scrivere sue opinioni personali con cui abbiamo tutto il diritto di non essere d'accordo. Ma fa di più. Ci tira fuori dalla caverna, una delle tante in cui siamo belli comodi sdraiati, e ci mostra come ciò che sappiamo o pensiamo di sapere sia solo un teatrino di ombre, frutto di un marketing preciso e spietato che ha come unico scopo quello di farci fessi e contenti. Lo stesso che ci manipola facendoci beare del fine settimana in cui andremo a fare una gita fuoriporta e distogliendoci dal fatto che come somari abbiamo sprecato 40 ore delle nostre vite davanti a un PC a memorizzare protocolli. I giorni sono tutti uguali, è il valore che il capitalismo dà loro per la sua sopravvivenza che cambia. Le persone sono tutte uguali ma il patriarcato ha tutto l'interesse ha discriminare donne e minoranze di ogni sorta per proliferare meglio. Il saggio insegna a diventare più consapevoli, aiutare chi non lo è, come gestire gli attacchi sul web, la sessualità, come sono nati certo fenomeni al di là di certa propaganda che li ha sviliti. Ma soprattutto fa il punto su un Paese rimasto agli anni '50, dove gli uomini sono ancora più vittime di certa mentalità in quanto, a differenza delle donne che si sono evolute, non capiscono più il mondo che sta loro attorno. In un momento storico cruciale come questo, capire che la rivoluzione di una delle tante masse emarginate dal sistema è uno dei grimaldelli per scardinarlo, è fondamentale. Almeno prima di esprimere un'opinione su un movimento che non conoscete (perché non lo conoscevo manco io prima di leggere il libro) leggetelo. Poi se ne riparla.

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