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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Kirsten Roupenian, "Cat person"

21 Maggio 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #racconto

 

 

Catperson

Kirsten Roupenian

Einaudi, 2017

 

Cat person è un libro di racconti scritto da Kirsten Roupenian che prende il titolo dal primo della raccolta, diventato famoso in quanto pubblicato sul New Yorker e leggibile in lingua originale gratuitamente qui. Personalmente ho letto solo questo racconto che mi ha suscitato parecchie riflessioni che vado a sviscerare. Non so se avvertire di eventuali “spoiler” in quanto il racconto è breve e si basa più sui dialoghi che sulle azioni, in ogni caso almeno lo scheletro della trama sono costretta a svelarlo.

Margot è una giovanissima studentessa universitaria che incontra Robert, uomo più maturo. Un sorriso, una battuta, ci scambiamo i numeri di telefono? Si, perché no? Messaggini, emoticon, cuoricini, battute, sciocchezze di quando un flirt inizia, come trasferire ciò che potrebbe nascere tra di loro sui loro gatti in una dimensione di invenzione che ha come scopo tastare la realtà dei loro sentimenti. Poi un giorno decidono di mangiare insieme, complice una scusa banale. Nulla di preordinato, solo per rompere il ghiaccio. E alla fine l’appuntamento. Un film, un bar fino alla conclusione totalmente deludente per lei, che decide di non vederlo più. Ma non finirà così. Un’ultima serie di messaggi sempre più sgrammaticati da parte di Robert, che culminano in una parola atroce e squallida, chiude il racconto e verosimilmente la relazione tra i due.

Ora, leggendo in giro commenti da parte di persone certamente più titolate ed esperte della sottoscritta, Catperson rappresenterebbe le modalità con cui oggi si instaurano relazioni di tipo sessuale/affettivo ai tempi dei social e di internet. Ed è questo che non mi ha convinto per nulla dopo averlo letto. Perché il racconto è scritto in maniera incredibilmente realistica, tanto che è facilmente intuibile come la scrittrice si rifaccia a un evento autobiografico, come lei stessa dichiara in una intervista, ma non è questo il punto. A me è parso che il problema principale tra Margot e Robert non sia WhatsApp ma proprio il modo in cui i due si relazionano tra di loro. La narrazione si svolge tutta dal punto di vista di lei, tanto che noi sappiamo su Robert esattamente ciò che conosce la ragazza e, come lei, ci facciamo un’idea che poi cambiamo, eventualmente, durante il racconto. Ciò che principalmente salta all’occhio è come Margot sia vittima di una educazione tipicamente femminile e sbagliata per cui i comportamenti di lui vengono misurati in base alle azioni di lei. Una smorfia bevendo, uno sbadiglio di troppo al cinema, l’ammissione di non essere maggiorenne (negli USA lo si è a 21 anni e lei ne ha uno di meno), un abbigliamento troppo casuale vengono messi immediatamente in relazione di causa-effetto con qualsiasi manifestazione di lui che potrebbe essere un segnale di non apprezzamento: un silenzio troppo prolungato, un sorriso a metà, una battuta infelice. E non solo. Nonostante lei si renda conto che lui è forse un po’ infantile per la sua età, che non sia delicato nelle manifestazioni fisiche e affettive, nonostante oscilli continuamente tra il timore che lui sia carino e affidabile o un potenziale serial killer, decide di far prendere alla serata una certa piega, e solo quando si rende conto che lui è brusco, forse poco esperto e vorrebbe ritirarsi, non lo fa. Perché? Perché non vuole sembrare una bambina forse. O perché non vuole offenderlo. Insomma, perché le hanno insegnato che una donna non può cambiare idea quando lancia il sasso, sennò “che figura ci fa?”. Pazienza se trascorre la durata di un amplesso penoso a ridere o sentirsi idiota per ciò che sta facendo. Lui poi è evidentemente un uomo sentimentalmente educato dalla pornografia: non viene detto esplicitamente ma le parole profferite, i gesti, la goffaggine fisica che provoca fastidio in chi la subisce, francamente ridicoli e inadeguati ad un primo appuntamento, lo svelano. Anche qui: internet può avere avuto un peso quando era un adolescente, ma non certo nella relazione con Margot. Il danno è stato già fatto. La decisione che prende poi Margot di “volatilizzarsi” (nel racconto originale viene usato il termine “ghosting”) non è certamente figlia dei nostri tempi. Dacché mondo è mondo gli amanti delusi se la sono data a gambe levate, fuggendo altrove o staccando telefoni fissi.

Se proprio vogliamo dirla tutta internet, i social, la messaggeria istantanea, hanno amplificato e reso più facile comportamenti tra esseri umani che esistevano prima. Premesso che affettività e sessualità sono ambiti personalissimi che ognuno ha il diritto di vivere come meglio crede, è pur vero che una superficialità nelle relazioni, una certa fretta nell’approfondire il lato intimo in assenza di una vera conoscenza, aumentano la probabilità di restare delusi. Applicare l’algoritmo “Ti provo, mi fai schifo, ti lascio” ha più a che fare con una modalità usa e getta e consumistica delle persone, viste più come un vestito che deve calzarti perfettamente da subito, altrimenti lo riponi nello scaffale, manco l’idea di fare un orlo o una modifica, come si faceva un tempo. No. Si è sostituibili al primo fallimento, punto.

Si ha una visione del sesso legata a modalità di tecniche e fruizioni legati a modelli irreali in cui uomini e donne sono oggetti di carne. Questo è il vero problema tra Margot e Robert e chissà quante coppie di esseri umani che si incontrano e ci provano. Vanno continuamente al fast food e poi ci restano male se non trovano la tartare di fassona. E certo il problema non può essere imputato al fatto che hanno prenotato via internet. Quello era solo un mezzo come tanti altri. Margot e Robert avrebbero pure potuto vedersi frettolosamente un paio di volte alla cassa dove lei vendeva Red Vines, scambiare ogni volta due battute informali e poi decidere di uscire senza veramente conoscersi. Noi stessi lettori non conosciamo veramente Robert ma non possiamo avere un’idea di lui da quegli ultimi farneticanti messaggi, quell’ultima durissima parola che le indirizza, intrisa di anaffettività, rabbia, delusione, cattiveria, perché, per come sono andate le cose, siamo sicuri che noi non avremmo reagito allo stesso modo?

Come sempre accade, dovremmo iniziare a rivedere non il mezzo in sé, ma le modalità con cui ne usufruiamo e riflettere sia sul fatto che le persone possono non essere sempre sincere, (per cui: diamoci tempo per conoscerle, sai che bellezza salire in macchina con uno ed esorcizzare tutto il tempo sul fatto che lui potrebbe essere un sadico stupratore con battutine sceme e risatine isteriche), sia sul fatto che occorre lavorare ancora parecchio sulla consapevolezza da parte di entrambi i sessi sulle modalità di rapportarsi, sulla consapevolezza di se stessi e delle conseguenze delle proprie azioni, che non possono affidarsi a stereotipi o pressioni sociali. Almeno, questo è ciò che io ho letto in questo racconto. 

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Caos e Delirio

20 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #fantascienza, #racconto

 

 

 

 

I Tg, in ogni loro formato e modalità, erano costipati di notizie e allarme. Da una parte ci si compiaceva dei Ribelli arrestati, scovati nel SottoSottoSuolo (e qui apparivano immagini del Comandante dal labbro tremolante), sediziosi anti-imperialisti sedotti dal Lato Non Particolarmente Illuminato della Forza, o così sostenevano i mezzibusti, dall'altra vi era l'emergenza dei Morti dal Sonno Eterno Problematico, o Disturbato, che stavano mettendo a ferro e fuoco le città.

Come se non bastasse, questi Canali Imperiali, nell'insieme denominati TLCP, acronimo di Trasmissioni per il Lavaggio del Cervello Pubblico, cominciavano a insinuare che l'origine e causa di questo fenomeno potesse forse esser attribuita alla NovoVodka e alla sua coalizione di stati marziani – o così leggevano sulla velina mandata dal Palazzo Arancione (senza citare la fonte).

L'Impero avrebbe risposto?

Questi canali comprendevano la NBC, stante per Notificazione Baggianate Clamorose, la CNN, per esteso Comunicazione Notizie Nonvere, la BBC ovvero Bombardamenti di Bufale e Cavolate, mentre in Stivalonia era di base la RAI, forma contratta per Reiterazione di Assurdità Inventate.

Verso sera si udirono in divese città ripetute esplosioni seguite da uno sgorgare massiccio e roboante, accompagnato da un fetore ignominioso e indescrivibile, ma soprattutto irrespirabile.

In breve, erano di nuovo esplose le condutture fognarie dei Residenti di Sopra, le quali stavano dunque tempestando e diluviando sostanze orrorifiche da basso, nel Sottomondo e sui suoi abitanti.

Il Palazzo Arancione diffuse subito la notizia che l'accaduto era opera dei Ribelli, i quali messi alle strette avevano optato per la Strategia del Caos, l'esplodere feci ovunque per passare camaleonticamente inosservati. Ci furono altresì interferenze nelle Connessioni Oculari dei cittadini da parte dei Ribelli stessi, i quali a loro volta sostenevano specularmente che i colpevoli fossero i Governanti, i quali volevano definitivamente affogare la popolazione sottoproletaria nella merda (come se non lo fossero già a sufficienza), risolvere così il problema della disoccupazione e risparmiare sui Sussidi, nonché riappropriarsi di vaste quantità di nuovi cadaveri da cui suggere energia, dato che attualmente i vecchi sembravano proprio non volerne più sapere di rimanere buoni buoni nelle loro tombe succhialinfa. Ad ogni modo, a quanto pare apparentemente entrambi concordavano sul fatto che la faccenda puzzava. E che la versione degli altri fosse puro Delirio.

 

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Avengers endgame

19 Maggio 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #recensioni, #cinema, #fantascienza

 

 

Metti una sera al cinema con Avengers endgame... e...
Alla cassa la cassiera mi fa: "Avengers?", sorridendo aggiunge: "Dura tre ore"... tre ore? Pago e penso che potrei rischiare di dormire.

Una volta in sala, fortunatamente, dopo pochi fotogrammi "Mr. Fantasy" mi entra nella carotide e mi fa pensare al meglio, peccato! The Russo brothers potevano fare uno sforzo in più e inserire nel resto della colonna sonora altra buona musica di quel calibro da farti vibrare il popò sopra la poltrona, invece il film inizialmente è lento come un rap stanco, forse ai Marvel's fan va bene così lo stesso. Bisogna dire che il carisma dei personaggi, insieme alla simpatia di battute ben riuscite, sotto un'atmosfera ovattata di sentimentalismo, rende le scene interessanti ma troppo lente, almeno per i miei gusti, finché, come un lampo nella notte, arriva il colpo di scena, per riguadagnare le gemme perdute e, lo ammetto, con tutto quel bailamme del regno quantico sono andato in confusione, il piano dei super eroi in appeal di speranza era di andare nel passato o nel futuro per cambiare il destino fatale del pianeta.

Alzi la mano, in quel frangente, chi non penserà al prof. Emmett L. "Doc" Brown e a Marty Mc Fly. Io l'ho interpretato come un rendere omaggio a un film che ha fatto la storia del cinema, dopo Ritorno al futuro la fantascienza avrebbe acquistato un amico in più e così, grazie al buco temporale, il ritmo si alza e inizia la danza che diventa hard rock fino alla battaglia finale, dove il povero Thanos, un cattivo che forse nella propria intima essenza troppo non lo è, ci rimetterà le penne, ma quel ruolo da cattivone qualcuno doveva pur farlo.

Altro colpo di scena finale sarà il sacrificio di Iron man, inevitabile e necessario per assicurare la vittoria e la salvezza dell'umanità. Il funerale di questo protagonista sembra sottolineare la più classica fine di una serie, "the end" ma, secondo voi, avete mai visto un personaggio di un fumetto sparire definitivamente? Non capite che la fantasia è immortale? Per ora con Avengers endgame sembra non ci sia più un futuro ma io non ne sarei troppo sicuro e, per me, una prova è nei titoli di coda, un'infinita e chilometrica parata di super professionisti della settima arte che non potranno rimanere inoperosi, viceversa già pronti a lavorare ai nuovi episodi, sicuramente top secret per il pubblico.

In conclusione, questo film, già campione di incassi, è gradevole anche per i non appassionati di questa lunga saga e, a mio avviso, ci sono due preziosi camei che valgono il prezzo del biglietto: Robert Redford e Tilda Swinton, ragazzi, una botta di classe che per lo spettatore è andare in un brodo di giuggiole.

Amici lettori della signoradeiflitri, possono toglierci tutto ma non il piacere della fantasia e una serata al cinema con i super eroi ci fa sentire tutti più felici e sorridenti. Amici lettori del blog che vi tiene sempre svegli e pimpanti, ci rivediamo al prossimo articolo e, mi raccomando, domani rimanete sintonizzati su questo canale per un altro giro nel mondo della cultura.

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Grumpama, nemiciamici

18 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

La faccia di Grump sparì, spinta via dalla faccia di Bombama – sullo stesso collo.

«Ih Ih Ih» ridacchiò con le gengive ben in vista, mentre cercava il suo compare sporgendo le pupille agli angoli degli occhi. «Qualche problemino Ronald?»

«Taci, Bomby. Nessuno ti ha invitato a uscire dalla tua fogna» bofonchiò l'altro, dal lato.

Le facce si spingevano a turno di lato per conquistare il centro della testa e parlare.

I morti traboccavano nelle strade, sembravano quasi tracimare dai monitor all'interno della Sala Operativa del Palazzo Arancione. Li si vedeva digrignare, morsicare lampioni, dare testate agli edifici.

«Che ne dici? Potresti fermarli con un bel bombardamento a tappeto! Io l'ho fatto su sette pianeti. Ho sganciato 213.747 missili solo nel mio ultimo anno di presidenza!» si vantò Bombama con benmostrato orgoglio.

«Pfff, bazzecole – io ero a 213.748 a giugno, figurati quanti altri ne avrò sparati fino ad ora»

«Lo vedi? Sei incoerente. Dicevi che avresti smesso con gli interventi militari»

«Perché, tu durante la campagna elettorale non avevi duramente criticato l'invasione dell'Urak, salvo poi fare sfracelli ovunque?»

«Beh, lo sai anche tu come va. Anzi, lo sai soprattutto tu. In campagna si dice qualsiasi cosa pur di prendere i voti dei gonzittadini

E risero entrambi stupidamente insieme, per poi tornare corrucciati e cagneschi subito dopo.

«Mandate i Rollastrade Spuntonati!» gridò Grump alla Sala Operativa.

Ora gli schermi mostravano morti effettuare telefonate anonime, alcune minatorie altre scherzose, e altri rovesciare vecchie macchine così tanto da farle tornare sulle ruote dopo un giro completo, rendendo l'intero sforzo discutibile. Il caos sembrava fuori controllo. Uno di quelli che prima abbaiavano ai passanti, ora stava abbaiando ad un cane, ricambiato. Sembrava volesse correggergli la dizione.

Le facce di Grump e Bombama furono a loro volta spinte improvvisamente via da quella di Millie Tary Klingon che urlava: “SANGUE SANGUE SANGUEEE!!! Questi morti sono stati liberati dai Novovodki! Stanno interferendo! Voglio la Terza Guerra Interplanetaria, subito! Voglio vedere Vladimir Ilic Putinovic sodomizzato a morte!”.

Grump diede un pugno alla faccia di Millie Tary Klingon che si stagliava sul proprio collo.

 

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Intelligenza vegetale e dintorni

17 Maggio 2019 , Scritto da Anna Olan Con tag #anna olan, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

In un mondo dove la Rete virtuale assicura pseudoperformanza logica grazie a un pantano d'informazioni non ben definite da vettori che ci giungono con forza  propulsiva, abbiamo completamente perso di vista i veri garantisti di una ragione che esplose insieme al big bang, in quell'atto schizofrenico in cui l'universo spinse al largo del Cosmo ciò che noi oggi comunemente, ma impropriamente, chiamiamo vita.

Le piante sono da sempre creature prime, assicurano sistemi che crediamo di riuscire a sovrintendere con l'arroganza di chi pensa che la parola complessità sia la casa produttrice di una lama per sfilettare  pesce.

In realtà dietro ogni stigma, dentro ogni ovario e sui sepali si nasconde un'acume vegetale che conferma una superiorità netta nei confronti delle nascenti intelligenze artificiali.

Ogni elemento vegetale è perfettamente in grado di adempiere funzioni, registrare informazioni ed elaborarle, riprodurre olfattivamente tali relazioni e rimandarle infinite volte.

Recentemente la Neurobiologia si è occupata di definire certe le interazioni neurali vegetali alla stessa maniera di quelle animali, con oscillazioni differenziali minime riferibili solo alla sfera comportamentale che ovviamente negli animali offre una spiccata socialità, ma che anche nelle piante sta iniziando ad essere riconosciuta come fondamento convenzionale, in poche parole esisterebbe una lingua che sfrutterebbe microvibrazioni tali da fornire un vero e proprio vocabolario, di senso logico e consequenziale.

Le piante si riproducono, imparano, cantano, ma più di tutte soffrono e muoiono e questo le fa entrare di diritto nella sfera degli elementi organici senzienti, poiché nel genoma stesso custodiscono soluzioni, se pensiamo che alcune di loro mettono in atto vere e proprie strategie di sopravvivenza attraverso impulsi elettrici cellulari.

L'intelligenza artificiale al contrario propone un bacino di trasmissioni preconfezionate in grado di autogestirsi senza attingere a risorse pregresse, quindi con l'inserimento di dati graduali che si comporranno come in un puzzle durante la vita stessa dell'I.A.

L'intelligenza vegetale è una realtà sconfinata che non pone limiti all'apprendimento e soprattutto nasce e muore e non esiste vita in grado di sostituire vita neppure la più complessa tecnicamente e avveniristicamente sperata.

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L'Abisso del Popolo

16 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza


 

 

 

 

Deia non era passata inosservata. Quel che aveva detto, in quel contesto, si era inserito come il pezzo mancante in un circuito che una parte della popolazione aveva ormai costruito nella propria testa, che metteva in dubbio l'intera organizzazione Imperial-Inoculare: la discutibilità del profitto come fine ultimo della sanità, e l'equivalenza tra profitto e salute. C'era qualcosa che, curiosamente, non li convinceva del tutto. Ma dato che la Scienza era giusta, che gli Espertoni capitanati da Tronfio Pomposi e Boria Tracotanza avevano affermato che le cose stavano proprio così, e lo avevano detto con parecchia parecchia convinzione, chi erano loro per dubitare? Nonostante ciò, una sensazione di indefinito disagio, una vaga inquietudine non ben identificata, continuava a serpeggiare e sibilare, suggerendo scetticismi privi di definizione e forma. Il profitto è salute... perché il profitto ci fa stare bene. Fa andare avanti la società. Quindi la società è in salute. Quindi io sono in salute... perché sono parte della società. Certo, sono in salute. Non ci può essere salute senza profitto, no. O sì?

Si vergognavano di quella domanda che si inseriva subdolamente alla fine, rivelando la loro incertezza, qualcosa di socialmente sconfortante, che ormai bordeggiava con il sacrilego. E la Scienza era giusta, assoluta e immutabile. Quindi non c'era pericolo. Bisognava Inocularsi per ogni cosa. Anche contro gli Inoculi. Prendere pillole per qualsiasi cosa. Anche per smettere di prendere pillole. Erano sane. E salutari. Perché producevano profitto. Ma se lo scopo ultimo era il profitto... non poteva essere che... Come potevan esser sicuri che... Poi tutto si confondeva e non riuscivano a continuare e formare un'ipotesi completa, un concetto compiuto. Del resto, era chiaramente un ragionamento troppo difficile: come si potevano scindere Salute e Profitto? Impossibile! Ridicolo.

Deia fecondò l'ovulo dei loro timorosi dubbi soppressi – ed essi cominciarono a concepire coscientemente ciò che li tormentava nella prigione del loro raziocinio ammanettato, perché colpevole. Il Profitto è Salute... Il Profitto è Salute? Il Profitto è Salute... la Salute di chi fa Profitto. Noi ne profittiamo? No? Quindi significa che il Profitto è più importante della Salute generale. Che la Salute di chi fa Profitto è più importante della Salute generale. Quindi la Scienza, se è al servizio del Profitto, potrebbe non essere al servizio della Salute generale. Potrebbe non essere poi così salutare. Cosa gliene dovrebbe importare, se il fine è profittare?

Eppure quello era il progresso finale a cui si era giunti. Potevano le istituzioni e gli esperti star tutti sbagliando? O, addirittura, mentendo? Si sentivano folli a confessarsi questi pensieri. Se mai avessero osato pronunziare questi dubbi ad alta voce, sarebbero stati emarginati. Forse dovevano nascondere tutto in una botola in fondo al cervello, spostarci un mobile sopra e dimenticare. Un mobile in stile Impero. Sarebbero stati scherniti, derisi, declassati. Spediti nello spazio profondo in una capsula con una limitata scorta di carta igienica. O infilati nel rinomato Strizza Ossa Imperiale. Dovevano assolutamente evitare di pensarci.

Ma appariva loro l'immagine di un tale che si sprimacciava lentamente una lunga, folta barba, bofonchiando pensosamente: «Può essere, può essere – o forse potrebbe essere un pensiero di importanza capitale».

In qualche modo, Karl Mars, il Condivisionista, sorgeva come un archetipo da qualche rovina dimenticata del loro immaginario collettivo. E poi appariva Deia che forniva loro le nozioni mancanti, agghindata e splendente su quel palco. Se la Scienza era in mano al profitto privato delle Multiplanetarie, significa che potevano potenzialmente rendere Scienza qualsiasi cosa esse decidessero vendere, salutare inutile o nocivo, e i passivi adepti della Sacra Scienza avrebbero semplicemente ripetuto, assorbito e digerito. Venduto e comprato. Se la Scienza era in mano alle Multiplanetarie, allora anche la Sanità Imperiale lo era, perché si basava sulla Scienza. Sulla Scienza finanziata dalle Multiplanetarie. Che poi diventava Legge.

E Miss Vaccino non aveva parlato di corruzione?

Si servivano di loro. Proprio come si servivano di loro anche nella tomba, oltre che per tutta la vita. E loro non si sentivano affatto sani. Non si sentivano affatto in salute. Non si sentivano affatto felici. E avevano pure una certa fame. Era del resto l'ora del tè con i biscottini.

Doveva essere per questo che il nuovo Inoculo della CSK era quello contro una vecchia malattia contagiosa chiamata Rivoluzione.

 

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Walter Fest, "Il mio cane parla mentre gli artisti, against blinding"

15 Maggio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #walter fest, #recensioni

Disegno di Walter Fest

Disegno di Walter Fest

 

Il mio cane parla mentre gli artisti, against blinding

Walter Fest

 

 

 

Ci sono blog “letterari”, o piuttosto “blog di libri”, di solito gestiti da ragazze estroverse e romantiche, che vanno avanti a colpi di kilofollowers, soprattutto su Instagram. Hanno una grafica rosa, piena di cuori, fiori e palloncini. Si basano su giveaway e su blogtour. (Alcuni sono anche mal scritti ma questo è un altro discorso). Poi ci sono blog altisonanti, presenti sul mercato da anni, che hanno collaboratori preparati e competenti, vere e proprie riviste letterarie come quelle del 900, ma elitari all’eccesso, nel senso che scartano i libri di editori a pagamento e quelli autoprodotti. 

Noi no. Il mio blog collettivo, signoradeifiltri, è aperto dal 2012 ed è gradevolmente di nicchia, ha voci citate su Wikipedia, viaggia su una media di 6000 visitatori unici al mese e io li ringrazio uno per uno, li considero ognuno un piccolo miracolo. Non parliamo solo di libri ma, se ne parliamo, non facciamo distinzioni fra editori grandi, medi, piccoli, a pagamento, a doppio binario, a crowdfunding. Per noi, per me, un libro è un libro anche quando è autopubblicato, anche quando non c’è ancora, anche quando, come nel caso di Il mio cane parla mentre gli artisti, against blinding, di Walter Fest, è solo un manoscritto. Se un manoscritto non è un libro, allora non lo è nemmeno un ebook, dico io. 

Ho sempre sostenuto che non m’interessa chi stampa ma solo cosa c’è scritto nel testo. E non faccio sconti a nessuno. Molti pensano che a un cattivo editore non vada fatta pubblicità, io, invece, do una possibilità anche a lui, ma poi dico la verità: che i suoi libri sono impresentabili, che non ha fatto un briciolo di editing, che non ha corretto gli errori/orrori, che non è stato selettivo. E condivido sui social la recensione negativa. La voce circola e, se non sei scemo o masochista, a quell’editore non ti rivolgi. Fermo restando che avviso sempre chi ci invia il suo testo che lo leggeremo sicuramente ma altrettanto sicuramente divulgheremo la verità. Che, comunque, rimane sempre la nostra verità soggettiva, non il Vangelo.

Questo lungo preambolo per parlare del regalo prezioso e affettuoso di un amico e collaboratore. Perché non ho nessun problema a dire che recensisco anche i libri degli amici e, se qualcuno vuol chiamarla marchetta, faccia pure, io so di aver perso l’amicizia di molti proprio perché non ho peli sulla lingua.

Walter Festuccia, in arte Walter Fest, mi ha mandato come dono di Pasqua un quadretto dipinto a mano di un simpatico gatto baffuto e un manoscritto con una copertina anch’essa dipinta a mano.  Narra la storia di Eugenio Garibaldi, cento chili di stazza, non bello ma interessante, con i piedi che puzzano un po’. Un allegro pittore romano che gira in moto in compagnia della sua cagnetta Kelly, vivace e … parlante.    

Dal suo incontro pittorico con Kate, nasce l’idea di una collaborazione che porterà i due in giro per l’Europa, insieme con altri motard e artisti.

Questo libro parla di arte come la intende Fest, moderna e senza regole, dettata dall’impulso del momento, ma comunque con un suo innegabile significato. Come moderna e senza regole è la sua scrittura, caratterizzata da periodi con poche virgole e ancor meno punti, ricchi di subordinate, da leggere rigorosamente tutto d’un fiato. Dopo l’iniziale sbigottimento, chi si abitua ai pezzi di Fest vi ritrova un certo non so che di poetico. È il suo stile ed è la sua scelta, che io non condivido ma che è legittima.

Lui ed io ci siamo spesso scontrati sull’esigenza, da me sostenuta, di un maggiore editing ai suoi testi, per eliminare errori che lui dice voluti, fatti apposta per dare pressione alla lingua, come una specie di zampata leonina.

Non nasco scrittore, non sono un focoso lettore, eppure scrivo, scrivo come viene, libero da condizionamenti e, se questo può essere un limite, un limite, intendo dire, riguardante forma e schemi grammaticali, l'essere libero da condizionamenti per me significa scrivere immergendomi nel mio mare sconfinato di fantasia.

Ma io temo che questa volontarietà non venga recepita dal lettore e guasti il godimento dell’insieme.

E qui apro un’altra parentesi. Frequentando gruppi Facebook in cui si discute di libri e letteratura, m’imbatto sempre più in svarioni ortografici e grammaticali da far rizzare i capelli in testa. Poi mi viene in mente il discorso di un’universitaria aspirante scrittrice che, disse, non aveva voglia né tempo da perdere con lo studio della storia della letteratura, voleva passare direttamente all’atto della scrittura creativa. Come si fa a fondare un gruppo letterario se non si sa nemmeno la grammatica della scuola elementare? Come si fa a scrivere un romanzo senza aver letto, compreso e studiato i classici?

Ok, parentesi chiusa. Torniamo a questo manoscritto fatto dentro e fuori di pennellate di colore - lo stesso che chiazza sia la copertina che i jeans dei protagonisti -, fatto di giochi di luce e passi di danza. Il contesto è quello degli artisti pazzi, un po’ bohemienne, che bevono, vanno in moto, ballano, ridono e dipingono in compagnia. Ogni cosa è frutto di fantasia, ed è proprio la fantasia che, come ripete sempre Fest, tutto può e tutto crea. La vicenda si snoda in modo onirico e, a detta dell’autore stesso, demenziale, un po’ alla Jacovitti.  L’insieme è molto italiano, anzi, molto romano, mentre i personaggi si spostano da Parigi a Sabaudia in un’improbabile carrozza trasformata in sidecar.

I temi trattati, oltre all’arte, sono quelli del calcio amatoriale e della diversabilità. Uno dei personaggi, ispirato tra l’altro a Carlo Verdone, è non vedente. Le opere degli artisti del romanzo sono tattili, i non vedenti possono toccarle, anche il manoscritto di Fest, se mai vedrà la luce della pubblicazione, sarà scritto in braille.

“Quindi”, dice l’autore, “la morale di questo libro è raccontare una storia in chiave ironica e demenziale nella quale l'unione fa la forza, affermare che i cani sono i nostri migliori amici e che chiunque abbia un handicap deve essere considerato una persona normale.

E chi può dargli torto?

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Frammenti sincroni

14 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

«I morti stanno tornando?» esclamò la tv ologrammatica, accompagnata dal tintinnare di tazzine e dallo sbriciolarsi di biscottini. Crispin e Deia emersero dalla cantina, e si affacciarono sulla cucina.

Madre stava facendo merenda con nonna.

«Ah... ciao mamma, ciao nonna, questa è una mia amica». La sirenetta sorrise loro.

«Una tua amica? Tu non hai amiche» gli rispose la genitrice, mentre la nonna si levava la dentiera e la puliva dai detriti.

«Beh, allora non è una mia amica – è solo una tizia con cui condivido degli interessi.»

«Interessi? Tu non hai interessi». La nonna sorrideva mostrando le gengive.

«Ma sì, lo sai, gli Inoculi, la rivoluzione, cose così»

«L'unica volta che ti sei preoccupato degli Inoculi è stato quando ti hanno Inoculato. O meglio, eri preoccupato dell'ago, più che altro. La rivoluzione interessava a tuo padre, non a te: ti confondi. Ma forse ti interesserà sapere che c'è un nuovo Inoculo contro la Rivoluzione».

Nonna tentava di rimettersi la dentiera, ma non riusciva a infilarla dalla parte giusta.

«Ad ogni modo, Deia, cara, piacere di conoscerti: non ti consiglio di farti vedere in giro con lui, la gente potrebbe pensare tu sia strana, cominciare a evitarti, cambiare lato della Strada Mobile quando ti avvicini. Lo faccio anch'io quando lo incontro fuori casa. Ma non ti ho già vista da qualche parte?».

Crispin la trascinò via, attraverso il corridoio. Passando di fianco ad una finestra, percepì movimenti  inusuali all'esterno. Guardò fuori. C'erano gruppi di persone sbrindellate, consumate, parzialmente mangiate, che si trascinavano per strada, caracollando innaturalmente.

«Un momento» borbottò volgendosi verso Deia. «Ora che ci penso, mia nonna era morta.»

Tornarono indietro e Crispin entrò in cucina, fermandosi davanti alla strampalata vecchietta.

«Sono tornata» disse lei, prima di riprendere a sorseggiare il tè, osservata dalla figlia.

«Che diamine accade?» esclamò la losca figura avvolta in un mantello entrando a grandi falcate nella Sala di Monitoraggio Globale, costellata da cataste di monitor e fasci di bandiere hamburgerstrisciate. Il Palazzo Arancione, centro dei comandi dell'Impero, era perplesso dai recenti sviluppi. Ronald Grump fissava corrucciato le immagini provenienti da tutta la geosfera terrestre, con un'espressione che lo faceva sembrare una via di mezzo tra un babbuino e un macaco dal vello rigorosamente arancione e posticcio. Gli schermi mostravano morti che uscivano dalle tombe, e si riversavano in strada. Emise qualche suono disarticolato e rabbioso, tra un ringhio e un gargarismo, finché riuscì ad emettere: «Mandate l'esercito! Rimetteteli nelle tombe! Un esercito di becchini! Armate tutte le pompe funebri! Riseppelliteli! Ur-gen-te-men-te! Nessuna pietà per i morti!».

Era molto preoccupato. Lo sfruttamento energetico dei morti manteneva in funzione l'intero Palazzo Arancione e l'apparato imperiale. E lui questa sera aveva intenzione di guardare la partita di Fluffball, detta Pallafuffa. Come avrebbe fatto senza elettricità?

«Donaci un po' di informazioni, Babbo» ghignò sadicamente Fiorello, soprannominato La Guardia, rivolgendosi al vecchietto rubicondeggiante, che sorrideva soavemente.

«O lo sai cosa accadrà» mormorò sinistramente, mentre l'espressione diventava ancor più minacciosa, e l'indice si avvicinava ad un pulsante. Babbo cominciò a sudare.

«Per voi ho solo carbone» rispose audacemente. La faccia del suo aguzzino si serrò rabbiosamente, e l'indice scattò sul pulsante.

All'improvviso l'aria fu tagliata dall'agghiacciante canto di una zitella country che magnificava gli ideali di SuperHamburger, menzionando tutte le sue conquiste più nobili, dallo sterminio delle indigene tribù degli uomini pennuti, che abitavano le lande su cui sorse, ad Enola Gay, una coraggiosa madre di famiglia che decise di sgominare da sola i Giappolesi con alcune bombe pasticcere extranucleari che aveva costruito in cucina con un frustino, una scodella, delle uova, della farina, dello zucchero, una catapulta e un po' di plutonio. E quelli rimasero davvero molto giappolesi, i pochi che sopravvissero, quantomeno. Ad ogni modo, la petulante vecchietta country cantava con stridula passione, e quella stridula passione traforava come ferri da uncinetto le orecchie di Babbo Naziale, e dalle orecchie procedeva diretta al cervello. Egli strizzava e allucinava gli occhi in smorfie psicoisteriche che non mancavano mai di sorridere esageratamente con denti che si stringevano verticalmente sino a scricchiolare come una valanga di rocce in procinto di valangare. Ma riuscì a non fiatare. Imperterrito, Fiorello alzò il volume mentre i perfidi occhi gli affondavano ancor di più nelle orbite scure. Babbo ridacchiò sbarrando lo sguardo e all'improvviso sbottò in ripetuti «JINGLE BELLS, JINGLE BELLS», al ché il mastino gli si parò davanti, a un millimetro dalla faccia, e urlò: «DICCI DOVE SI TROVA PYOTR ARLANOVICH», finché entrambi cominciarono ad urlarsi addosso vocali senza senso, naso contro naso, fronte contro fronte, per un po' di tempo, a piacimento.

 

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COME VOLER SCRIVERE UN LIBRO, RIUSCIRCI E ADESSO VI DIRO' GRAZIE A CHI.

13 Maggio 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #mondo editoriale, #arte, #pittura

 

 

 

SCRIVERE UN LIBRO
 

Non esiste una ricetta vincente per scrivere un libro, o, per meglio dire, per pubblicarlo. La mia opinione è che, fra le tante cose, è un bene avere buoni amici ed è proprio quello che è successo a me scrivendo per il blog "signoradeifiltri", diretto da Patrizia Poli.
A Marzo del 2019 ho autopubblicato con lulu.com il mio libro La scommessa dell'arte e quello che sto per dirvi auguro e spero possa esservi utile sia sotto il profilo umano che tecnico, quindi è dedicato sopratutto a coloro che intendono scrivere e pubblicare un libro con tanta buona volontà ma con pochi mezzi. 
Non è mia natura essere didascalico e così racconterò questa storia alla mia maniera, reggetevi forte, potrebbe essere una lunga storia ma tranquilli, non sono mai stato noiosamente banale.
Tutto iniziò scrivendo di arte. Non nasco scrittore, non sono un focoso lettore, eppure scrivo, scrivo come viene, libero da condizionamenti e, se questo può essere un limite, un limite, intendo dire, riguardante forma e schemi grammaticali, l'essere libero da condizionamenti per me significa scrivere immergendomi nel mio mare sconfinato di fantasia per poter realizzare, magari, un buon lavoro. Eh già, tutto inizia con la passione, poi le cose vanno prese con impegno e costanza, ogni lavoro deve diventare un vero atto di fede attraverso amore e onestà, poi ci si tuffa "anima e còre" in quello in cui si crede e l'avventura inizia a fare il suo corso.

Conobbi per caso Patrizia Poli, al primo impatto uno scontro, a ripensarci mi è sembrato proprio un simpatico gioco del destino perché mio padre, molti anni fa, aveva un amico, Gioacchino Belli (logicamente non lui ma un suo omonimo), con il quale prima litigò e poi ne divenne fedele amico, la stessa cosa avvenne con Patrizia Poli, tra me e lei non c'era una calamita che ci attirava, anzi io ero il + e lei il -, potete anche invertire i poli farebbe lo stesso. Io e lei due personalità diverse, due background diversi, due modi diversi di interpretare la scrittura, due linguaggi espressivi contrastanti, tutto opposto uno all'altro. Eppure, quando c'è stima e rispetto reciproco, la comprensione delle parti, smussando gli angoli, fa diventare tutto più facile, e lo è ancora di più quando a unire è la passione e l'interesse per la cultura. Quest'ultima condizione è la missione che, chiunque abbia ricevuto come dono di natura del talento, piccolo o grande che sia, ha il dovere di manifestarlo e condividerlo con tutti, ed è quello che io e lei attraverso signoradeifiltri abbiamo fatto.
Patrizia Poli mi accolse nel suo blog, uno spazio aperto a tutti i linguaggi con modalità espressive senza filtri, paletti, semafori rossi, senza forzature o stroncature. Nella signoradeifiltri gli autori possono proporre i propri lavori senza nessun problema, basta avere qualcosa da dire seguendo normali regole dettate dal buon senso, ed io idealmente e con la fantasia ambientai le mie storie dedicate all'arte in un bar, uno dei più classici e abituali locali pubblici, poi, via via sarebbe diventata una scommessa, la scommessa dell'arte, idealmente quasi una scommessa con la vita. Inconfutabile, è sotto gli occhi di tutti la negatività del periodo storico attuale e, secondo me, pensiero condiviso fortunatamente anche da molti, l'arte e la cultura in generale possono migliorare la nostra esistenza e scongiurare catastrofi sociali.

Uno dopo l'altro scrissi una serie di articoli descrivendo l'opera di un artista a volte conosciuto a volte meno, perché l'arte è per tutti e sopratutto non nuoce gravemente alla salute. Attraversando le varie stagioni, dopo ventiquattro puntate a colori, la più naturale delle conclusioni era, a questo punto, raccogliere gli articoli pubblicati sulla signoradeifiltri di Patrizia Poli e realizzare un libro e, grazie a lei e al suo blog, ho ricevuto la spinta per farlo.

 

PERCHE' PUBBLICARE UN LIBRO
 

Chiunque scriva deve assolutamente mettere a disposizione di tutti i propri lavori, si può scrivere per passione, per piacere personale, per soddisfazione interiore, chiunque scrive lo fa perché ha qualcosa da dire ed è giusto che lo condivida con altri, in caso contrario la scrittura diventerebbe una sorta di diario destinato a finire in un buio cassetto, certo che tutti possono avere un diario personale dove appuntare qualsiasi cosa ma adesso, per assurdo, se tutti gli scrittori realizzassero dei diari senza portarli in pubblico, secondo voi la nostra vita sarebbe la stessa? Fortunatamente il progresso tecnologico ha tanti difetti ma ha il pregio di aver facilitato anche tante belle cose, pertanto al momento esso ha reso più facile e alla portata di tutti la pubblicazione di un opera.

 

PERCHE' SELF PUBLISHING?
 

Per quel che è la mia esperienza, per pubblicare un libro le possibilità che io conosco sono due: affidarsi a una casa editrice oppure stampare in self. Che dipenda dalle circostanze o da vattelapesca, ogni autore sceglie di optare per la soluzione a lui più congeniale e, nel mio caso, ora vi racconterò com'è andata. 
Ho scelto il self perché economico e veloce, il rovescio della medaglia è che in questa impresa si è soli, quindi chiunque si appresti a voler pubblicare da sé, è meglio che si procuri una squadra di collaboratori che lo assista. Però vi confesso che, anche in assenza di una squadra di fedelissimi, pubblicare da soli, unicamente con le proprie forze, è un'esperienza esaltante, un'esperienza nella quale si barcollerà più volte, più volte si avranno dubbi, paure, si cadrà e bisognerà rialzarsi, affidarsi al destino e alle forze interiori per tirare dritto e arrivare alla meta.

Per arrivare a dama, una volta scritto il testo che pensate sia ok, fatevi aiutare da qualcuno che noti errori e difetti di forma, dopodiché le ultime ciliegine sulla torta saranno inserire dediche e ringraziamenti, un'introduzione personale e magari un'altra chiesta a un fedelissimo/a, una breve bio, l'indice. Scegliete la copertina ante e retro, titolo e sottotitolo ammalianti, a questo punto andate sul sito scelto per il self publishing e, con molta calma, inserite il vostro lavoro, potrete renderlo disponibile cartaceo ed ebook e in pochi minuti avrete il vostro libro in rete.

 

LA FINE E' SOLO L'INIZIO
 

A questo punto non basta pubblicare per aver raggiunto l'obiettivo, certamente avete fatto tanto ma ora dovete far conoscere il vostro lavoro a più persone possibili. Mi correggo, nulla vieta che vi acquistiate da soli la vostra opera, ve la facciate arrivare e poi la teniate solo per voi e per pochi intimi, cosa plausibile anche perché vendere qualche copia sarà molto difficile, ma è proprio questo il bello che vi darà la forza di andare avanti. Perché voi potreste essere in una persona sola scrittore, manager, responsabile del marketing, creativo, addetto stampa e, credetemi, non è per nulla facile, avrete continuamente una forza misteriosa e invisibile che frena ogni vostra velleità, come se fosse un mostro che vi tira per le braccia, vi prende per la gola e per le gambe, possiamo chiamarla paura, che è realmente presente in noi in tante altre occasioni quotidiane. Ma allora non pensate che poi, nel caso riusciste ad avere successo, la vittoria non sia ancora più grande e gratificante? E allora che fare? Torno a bomba, se avete un carattere d'acciaio andate avanti da soli, se invece siete persone normali cercatevi una squadra di fedelissimi che vi segua e, in entrambi i casi, troverete gli strumenti e i modi migliori per farvi conoscere. Nel mio caso io ho potuto contare su Patrizia Poli e il suo blog e su Giuseppe Leonetti di Inquadro, è così che sono riuscito a pubblicare La scommessa dell'arte. 

Sono anch'io all'inizio di questa fantastica avventura, la strada è ancora lunga, per fortuna non sono solo e dopo ogni salita viene sempre una discesa, la stessa cosa auguro accada per tutti voi.
 

Walter Festuccia autore del testo e delle illustrazioni del libro La scommessa dell'arte, pubblicato in self con www.lulu.com

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Una comunicazione dal Comitato di Avvertimento Contro la Devianza

12 Maggio 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Caro lettore,

 

ci rivolgiamo a lei, certi che saprà capire e apprezzare il nostro intervenire nel bel mezzo di questo romanzo (o supposto tale) e perdonarci l'interruzione: giacché questo intervento è dettato dalla nostra funzione istituzionale ufficiale e, conseguentemente, da uno scopo socialmente educativo: quello di preservare l'integrità delle Nozioni di Verità su cui si basa la nostra Civiltà, così come sancite per legge.

Qualsiasi sia il movente della narrazione che stiamo inceppando, puro intrattenimento involontariamente diseducativo o consapevole sfida ai nostri Principi Fondanti, dev'essere chiaro che essi nella realtà reale non possono esser messi in discussione. La Scienza è sacra. Qualsivoglia discorso critico, anche quando apparentemente razionale, deve essere ignorato, osteggiato e, soprattutto, deriso, giacché inevitabilmente specioso: se contraddice ciò che si è stabilito essere Scienza, allora non può essere a sua volta Scienza. La Scienza si libra atarassicamente sopra tutto: chiara, limpida, incontrovertibile, immutabile, imperturbabile, assoluta. In grado di dimostrare con chiarezza la necessità di imporre cure in nome del Profitto: giacché se non c'è Profitto, non c'è Salute. Questa è la funzione della Scienza Medica, finalmente giunta all'odierna concezione dopo secoli di faticoso progresso.

Chi la nega, nega le vite che salva, e con ciò diventa complice dei decessi provocati dalla sua mancata applicazione. La Scienza, caro lettore, la Scienza.

Galileo non ha sofferto invano. Ha sofferto per noi.

Newton non ha preso una mela in testa per nulla: ha sopportato quel bernoccolo per noi.

Chi dubita la sincerità e l'assennatezza dell'attuale politica sanitaria, insulta questi giganti e il loro sacrificio.

Perché Einstein si umiliava producendosi in facce buffe e linguacce?

Per conquistare i bambini alla nostra causa.

E cosa recita il giuramento di Ippocrate, se non: «Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per tutti gli dei e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il giudizio dell'Impero, questa Inoculazione, foss'anche solo per il bene del Profitto».

Quindi, in virtù di ciò, ci troviamo costretti ad invitarLa a procurarsi il prima possibile un cerino, un accendino, una tanica di benzina, una torcia, delle pietre focaie, un lanciafiamme, e appiccare il fuoco al presente libercolo, proprio quello su cui sta correntemente leggendo queste frasi. Nel caso non provvedesse personalmente ad adempiere a questo invito, a eliminare questa fonte di disinformazione diseducativa, questo attentato narrativo al Dogma della Scienza Farmaceutica, in sintesi, questo vomitevole grumo di parole infette, ci troveremmo costretti ad appiccare noi stessi il fuoco a questa pagina dall'interno, inducendo un incendio che si diffonderà al resto dei capitoli, finché il libro dovrà capitolare: ora, si renderà ben conto che se ciò dovesse avvenire, per esempio, mentre il libro è nella sua borsa, o abbandonato in sua assenza sullo scaffale della libreria di casa, le menzionate borsa o libreria prenderebbero a loro volta fuoco, e ciò propagherebbe le fiamme sulla sua persona, se sta portando la borsa, o all'interno dell'abitazione che ospita la libreria - fiamme che procederebbero a incenerire il suo organismo e/o la sua dimora. Converrà con noi che ciò potrebbe causarle qualche disagio. Per evitare queste incresciose (ma non per noi) conseguenze, nonché una sua candidatura ad essere espulso dalla civiltà ed eiettato nello spazio in una capsula con limitata dotazione di carta igienica, è quindi consigliabile risolva quanto prima il problema segnalatole. Ad ogni modo, vorremmo rassicurarla ricordandole che, come soluzione definitiva alternativa in caso di recidività, è altresì contemplato l'utilizzo dello Sminuzza Ossa Imperiale, rinomato per l'intensità e la lentezza dell'agonia in grado di infliggere.

 

Cordialità,

il Comitato di Avvertimento Contro la Devianza

offertovi dalla CSK

(provate anche voi la nuova Inoculazione contro la Rivoluzione!)

 

Continua...

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