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Fotogrammi: NEVILLE GABIE "Posts"

21 Marzo 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #fotogrammi, #fotografia

Alcune porte di Neville Gabie e uno degli omaggi di Walter FestAlcune porte di Neville Gabie e uno degli omaggi di Walter Fest

Alcune porte di Neville Gabie e uno degli omaggi di Walter Fest


Signoradeifiltri, il vostro blog di riferimento culturale e anche di più, oggi per voi amici lettori apre la finestra di un fotogramma speciale, lo fa attraverso la porta, una porta senza maniglia, o meglio, una maniglia c'è ed è quella della fantasia, siete pronti ad entrare?
 

- Ciao, Walter.
 

- Ciao Mario.

 

- Che facciamo di bello oggi?


- Che ne dici di farci una partita?
 

- Ma se neanche sai giocare a carte.
 

- Non intendevo una partita a carte.
 

- E allora a che cosa?
 

- A calcio.
 

- Adesso mi sento meglio, ma alla tua età non pensi di essere troppo vecchio per giocare?
 

- Si può giocare al calcio in tanti modi anche da vecchietti... Comunque, prima di entrare in campo, ti racconterò una vecchia storia con due protagonisti più una.
 

- Sentiamo.
 

- Qualche anno fa, per una casualità, mi capitò fra le mani un magazine sportivo, l'inserto settimanale di un quotidiano, lo aprii e la mia attenzione venne attirata da un certo articolo, un servizio fotografico dedicato a un artista, Neville Gabie, che aveva realizzato un libro, Posts, nel quale il protagonista era una porta da calcio, hai presente due pali e una traversa su un terreno di gioco?
 

- Sì.


- Molto bene, ma, nel caso di quest'opera, l'artista aveva girato il mondo fotografando una serie di porte nei luoghi più disparati, campi di gioco improvvisati, dove non c'erano tribune, un settore stampa, un prato verde perfetto, le linee, le due porte con la rete e sopratutto nessuna superstar del football, ma solo passione per lo sport più famoso e amato del mondo, vissuto semplicemente attraverso la fantasia. Neville Gabie, attraverso la sua fotocamera, ne era stato il cronista, per testimoniare ad arte tutto questo amore nascosto, lasciato fuori dagli stadi di tutto il pianeta, una porta, un'autentica finestra dalla quale osservare un orizzonte fatto d'immaginazione.
 

- La porta e il fotografo sono due protagonisti, il terzo chi è?
 

- Quando vidi quelle foto, subito esclamai "A'nvedi questi 'n do' giòcàno!!" (dal romanesco "ma guarda questi dove giocano a calcio") e così immediatamente mi frullò per la testa un'idea, se Neville Gabie aveva rappresentato quei luoghi attraverso la fotografia, io pensai di rendergli omaggio riproducendo e interpretando con la pittura quelle porte così piene di passione.
 

- Il gioco del calcio è bello, però anche pieno di contraddizioni.
 

- Mario, purtroppo è vero, il panorama calcistico, anche se è solo di un gioco, muove interessi colossali, e milioni di persone vivono e lavorano per una palla che rotola, inseguita da 22 atleti, pertanto in esso possiamo trovare positività e negatività, la speranza che alla fine prevalga sempre la passione e la gioia.
 

- Tu sai bene che non sempre è così, e allora che si fa?


- Neville Gabie, fotografando quelle porte, ci ha dato una soluzione, e cioè che bisogna vivere questo sport con passione genuina, solo per il piacere di appassionarsi senza troppe ansie e frenesie che portano collettivamente, in più casi, a violenza e quant'altro, come nelle cronache sotto gli occhi di tutti. Prima di tutto bisogna ricordarsi di quando eravamo bambini e giocavamo in quegli stessi campetti all'uscita di scuola, e poi con la fantasia si entrava in campo attraverso quella porta in un mondo fatto di sogno e divertimento, e poi magari la domenica allo stadio godersi lo spettacolo, che volere di più?
 

- Una porta che dà accesso a un vero ideale di vita.
 

- Sì, quelle porte sbilenche, pitturate sui muri, arrangiate alla meno meglio, sono l'antidoto alla brutalità umana.
 

- Non esagerare.
 

- Il fatto è che abbiamo la memoria corta e cerchiamo di allontanare i ricordi dei brutti episodi accaduti, per fortuna l'arte, come nel caso di Neville Gabie, corre in soccorso e ci offre i lati migliori degli esseri umani. A proposito di umanità, che ne dici di andare a tirare due calci ad un pallone?
 

- Dico di non aver paura di sbagliare un calcio di rigore non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, eh!
 

Carissimi amici lettori noi andiamo a giocare, ma prima, con il pennello e la vernice bianca, dipingeremo su un vecchio muro una porta e un omino che farà da portiere. Possiamo fare due squadre, chi di voi vuole entrare?
 

- Senti, io mi prendo CR7
 

- Mario, con la fantasia puoi prendere chi vuoi, io mi prendo Pelè e voi?

 

"Nel 2002, per rendere omaggio all'opera di Neville Gabie, e ispirato al suo libro Posts, ho realizzato 12 opere pittoriche con una tecnica mista su carta e senza l'uso dei tradizionali pennelli, ma solo con la punta di un cacciavite a mo' di spatola, seduto su una latta di lubrificante e lavorando su una tavola poggiata a sua volta su un bidone della spazzatura. Tutto il resto è stata passione e entusiasmo, anch'io, grazie all'artista sudafricano, attraverso quelle porte ero entrato nel mio mondo. Successivamente ho proseguito quel progetto con altre porte dislocate in altri luoghi, spero in futuro di farle diventare una mostra". (Walter Fest.)

Potete vederle tutte qui.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Neville Gabie è nato a Johannesburg in Sudafrica nel 1959 e ha conseguito un MA in Scultura al Royal College of Art di Londra. 
La sua arte è fatta di lavoro all'aperto, in luoghi dove la gente si muove, dove gli animi sono a contatto con la natura, la sua opera di artista è mettere in armonia l'ambiente con le persone,in una fusione naturale. La scultura e la fotografia sono le tecniche con le quali esprime il suo linguaggio.
Ha pubblicato numerosi libri, lavorato ed esposto opere in tutto il mondo.

"Gabie è un interventista esperto, abile nel fondere informazioni fattuali e materie prime e impiegare una leggerezza di tocco per trarre il significato dal quotidiano" (Aldo Rinaldi, Senior Public Arts Officer, Bristol City Council).

"La personalità di un artista emerge sempre nel suo lavoro e per Neville Gabie è un interesse per le persone e per la sua innata umanità che emerge". (Tessa Jackson, Chief Exectutive, INIVA Institute of International Visual Arts).

"Neville Gabie ama passare attraverso luoghi [anche se ciò può richiedere tre anni] e il suo impegno con questi luoghi è tale che si pensi a ogni nuovo posto in cui è appartenuto. Ma allora cos'è l'appartenenza? E bisogna considerare il suo interesse per le persone che, per un motivo o per l'altro, si sentono dislocate."  (David Lillington, scrittore e critico).

"Il precario di Gabie nel paesaggio riflette la situazione del viaggiatore, dell'estraneo la cui presenza transitoria ... non ha la sicurezza del possesso e il conforto della familiarità. Eppure è proprio questa mancanza di radici che apre opportunità per un dialogo con quelle persone che abitano la terra e crea le condizioni per un impegno partecipativo con il sito " (Marco Marcon, Direttore IASKA Australia).

"Coinvolgendo gli operai edili sin dall'inizio, Neville ha dimostrato ancora una volta l'incrollabile generosità, la curiosità per le persone e lo spirito democratico feroce che scorre come una cucitura attraverso tutto il suo lavoro" (Peter Jenkinson, Independent Cultural Advisor).

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Miss Inoculo

20 Marzo 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

Deia si chiuse in camerino e sedette davanti allo specchio. Si tolse il diadema e lo ripose, mentre il clamore e i lustrini cominciavano a sfumare dietro di lei, come nuvole sfilacciate nella sera. Guardò il proprio riflesso. Sfilò la fascia di Miss Inoculo e la gettò sul sofà. Vide la scritta CSK afflosciarsi, ondularsi, distorcersi – fino a rendere irriconoscibile l'acronimo. Le labbra le si incresparono lievemente, ma non si trasformarono in un sorriso. Il tempo passava, e lei non era soddisfatta. Era caduta dal cielo. Arrivata dai mari di Nettuno, passata attraverso le frontiere di Marte: con i suoi genitori si era imbarcata in una navicella clandestina irta di altri profughi della galassia, diretti verso il centro dell'Impero, la Terra, dove speravano in un'esistenza migliore, dove gli era stata promessa. Queste bagnarole dello spazio, però, non erano molto affidabili. E di certo non lo erano gli astroscafisti. Furono abbandonati nei cieli terrestri, su quella carcassa metallica levitante. Che prese fuoco. I passeggeri cominciarono a lanciarsi. Alcuni erano ormai in fiamme. Molti si schiantarono da altezze immani nell'oceano e affondarono. Molti non sapevano nuotare. Per altri l'acqua salata era corrosiva e letale. Per esempio per i Lumaconi di Fobos. La sua era una famiglia semi-ittica. Lei si salvò. Sua madre si gettò con lei in braccio, proteggendola con il corpo dall'immane tonfo. Ma poi sparì, priva di sensi. Suo padre bruciò in cielo, dopo averle portate fuori dalla stiva.

Lei fu presa in consegna da un orfanotrofio per extraterrestrocomunitari.

Pensò ai piccoli amici che aveva lasciato su Nettuno. Pensò a quelli morti durante la grande epidemia.

Ora, in quanto Miss Inoculo, avrebbe dovuto collaborare all'opera di diffusione, informazione e sensibilizzazione, per convincere i recalcitranti che ancora criticavano la legge di profilassi di massa obbligatoria, decisa dal centro dell'Impero. Proprio in quel momento, si udì echeggiare attraverso i corridoi, l'inno mondiale dell'Impero stesso, il Tema di Guerre Astrali – segno che le trasmissioni della rete globale per quella notte stavano finendo. Lei presto sarebbe partita per un tour nelle basi militari imperiali sparse per il globo e la galassia tutta. Erano state costruite dopo la sconfitta di Dark Vader, Adolf per gli amici, nella Seconda Guerra Intragalattica. Era stato Nuke Skywalker a fermarlo, insieme al suo drappello di audaci, il pilota del Millennium Bacon, lo scimmione, la principessa, il robot, il leone e lo spaventapasseri. Le loro imprese erano state poi celebrate in una serie di film di grande successo, solo fantasiosamente basate sui fatti. La sua figura adorata ovunque. Fu da allora che l'Impero del Male Assoluto di Adolf Vader fu pian piano sostituito da un nuovo Impero, quello del Bene.

Ma molti sostenevano che era diventato come il precedente. Ch'era stato compenetrato dal Lato Non Particolarmente Illuminato. E ora era ovunque.

 

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XXV Trofeo RiLL, il miglior racconto fantastico

19 Marzo 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #concorsi, #racconto, #fantasy, #fantascienza, #gordiano lupi


 

 

 

 

Le iscrizioni al XXV Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico resteranno aperte sino al prossimo 15 aprile: visto l’alto numero di richieste ricevute, la scadenza originaria del concorso è stata prorogata.
C’è ancora tempo, quindi, per partecipare al concorso letterario organizzato dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare e che quest’anno giunge al prestigioso traguardo della venticinquesima edizione.
Il Trofeo RiLL è patrocinato dal festival internazionale Lucca Comics & Games.
Possono partecipare al concorso storie fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, ogni racconto sia (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”.
Ogni autore/autrice può inviare una o più opere, purché inedite, originali ed in lingua Italiana.
Da oltre un decennio i racconti partecipanti al Trofeo RiLL sono oltre 250 a edizione, scritti da autori residenti in Italia e all’estero (Australia, Brasile, Cina, Giappone, Svizzera, USA, oltre che paesi membri dell’Unione Europea). Nel 2018 i racconti ricevuti sono stati 348.
I migliori racconti del XXV Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza alcun costo per i rispettivi autori) nella prossima antologia del concorso (collana Mondi Incantati).
Inoltre, il racconto primo classificato sarà tradotto e pubblicato, sempre gratuitamente:
- in Irlanda, sulla rivista di letteratura fantastica Albedo One;
- in Spagna, su Visiones, l’antologia dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror);
- in Sud Africa, su PROBE, il magazine dell’associazione SFFSA (Science Fiction and Fantasy South Africa).
All’autore del racconto vincitore andrà, infine, un premio di 250 euro.
La selezione dei racconti finalisti sarà curata da RiLL. Ciascun racconto partecipante sarà valutato in forma anonima (cioè senza che i lettori-selezionatori conoscano il nome dell’autore), considerando in particolare l’originalità della storia e la qualità della scrittura.
La giuria del Trofeo RiLL sceglierà poi, fra i racconti finalisti, quelli da premiare e pubblicare nell’antologia “Mondi Incantati” del 2019.
Sono giurati del Trofeo RiLL, fra gli altri, gli scrittori Donato Altomare, Pierdomenico Baccalario, Mariangela Cerrino, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Pietroselli, Vanni Santoni, Sergio Valzania; il sociologo Luca Giuliano (Università “La Sapienza”, Roma); la poetessa Alessandra Racca; i giornalisti ed autori di giochi Andrea Angiolino, Renato Genovese e Beniamino Sidoti.
Ogni partecipante al XXV Trofeo RiLL riceverà in omaggio una copia dell’antologia “ANA NEL CAMPO DEI MORTI e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” (ed. Wild Boar, 2018; collana Mondi Incantati), che prende il nome dal racconto vincitore del XXIV Trofeo RiLL, scritto dal vercellese Maurizio Ferrero.
Il volume contiene tredici storie: i migliori racconti del XXIV Trofeo RiLL e di SFIDA (altro concorso bandito da RiLL nel 2018) e i racconti vincitori di quattro premi letterari per storie fantastiche organizzati all’estero (in Inghilterra, Irlanda, Spagna e Sud Africa) e con cui il Trofeo RiLL è gemellato.
Tutte le antologie “Mondi Incantati” sono disponibili su Amazon e Delos Store, oltre che presso RiLL.
Nel Kindle Store di Amazon sono inoltre disponibili gli e-book della collana “Aspettando Mondi Incantati”, sempre curata da RiLL e dedicata ai racconti finalisti del Trofeo RiLL.
La cerimonia di premiazione del XXV Trofeo RiLL si svolgerà nel novembre 2019, nell’ambito del festival internazionale Lucca Comics & Games.
Per maggiori informazioni sul XXV Trofeo RiLL si rimanda al bando di concorso (in attach) e al sito di RiLL, che ospita ampie sezioni sul Trofeo RiLL e la collana Mondi Incantati.

Per contattare lo staff di RiLL:

www.rill.it
trofeo@rill.it

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Naufragi Galattici

18 Marzo 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Svoltò in vicolo Solo e confluì nella piazza, al centro della quale sorgeva una statua di Nuke Skywalker in posizione indomita, con la spada laser sguainata verso il cielo. Poggiava su un piedestallo a forma di fungo atomico. Alcuni giovani, ai margini, stavano tentando di dar fuoco a un cumulo di immigrati venusiani, marziani e nettuniani, mentre il poliziotto di ronda vigilava, pronto ad intervenire in caso di problemi. «Ragazzi, attenti a non scottarvi» lì ammonì severamente. Appena si girò, uno dei nettuniani, incastrato nell'intrico dei corpi, spacciò della Eccitatina allungandola con la proboscide ad un passante, un attimo prima di avvampare.

Le politiche sull'immigrazione dell'esecutivo di sinistra erano recentemente cambiate, con contentezza e confusione delle destre, le quali segretamente si chiedevano cosa dovevano fare ora che gli veniva scippato il cavallo di battaglia xenofobo – e proprio da coloro che usualmente essi criticavano per l'inclinazione alla tolleranza e all'accoglienza. Che fine aveva fatto il gioco delle parti? Era un po' come se a teatro Arlecchino avesse iniziato ad interpretare anche Pulcinella, pronunciando le sue battute oltre alle proprie. Il governo aveva infatti deciso che l'ingente flusso di profughi aveva raggiunto una quota annuale non più sostenibile, e le frontiere erano state chiuse, disinteressatamente consigliato dalla Confederazione Generale degli Sfruttatori (Confsfruttatori), che aveva stabilito che un milione e mezzo all'anno per dieci anni era un numero soddisfacente, oltre che caldeggiabile. Accordi eran quindi stati raggiunti con il governo mercuriano, e la questione era stata sistemata con la chiara vittoria dei diritti alieni: non sarebbero più piovuti corpi variopinti e variformi dalle nuvole, abbandonati dagli spazioscafisti su navicelle pericolanti, dotate di poco carburante, privi di bevande e cibo. E la Guardia Celeste Nazionale, e le Organizzazioni Non Governative di Salvataggio Spaziale – nel frattempo messe sotto processo - non avrebbero quindi dovuto salvarli. Ora, finalmente, una volta catturati presso le rampe di decollo attorno a cui si accalcavano, potevano morire di stenti e torture nelle gabbie radioattive mercuriane, in cui si desquamavano inesorabilmente fino a consumarsi. Almeno finché non ci sarebbe stato bisogno di altra potenziale manodopera da accumulare per rendere il mercato del lavoro ulteriormente flessibile: a cui conseguiva l'abbassamento dei salari, ma l'aumento della competitività sul mercato galattico – per il bene del pianeta tutto. Salariati esclusi, ovviamente.

Ciò offriva un ulteriore vantaggio: le classi subalterne se la sarebbero ulteriormente presa con gli extraterrestri invece che con chi sfruttava entrambi. La facilità con cui si poteva manovrare la torpida mente delle masse era stupefacente.

Entrò in un bar, e ordinò una bottiglia di ossigeno all'arancia. Un'orchestrina jazz di Saturno suonava utilizzando i propri nasi a trombetta come strumento a fiato. In un angolo, un tizio in gilet con uno scimmione litigava con degli alieni su un debito non pagato. Sovrastata dal brusio e dalle narici musicali, una tv ologrammatica trasmetteva le notizie, tra cui uno spezzone dell'incoronazione di Miss Inoculo. Una ragazza bionda a forma di pesce dalla cintola in giù. Quel volto cominciava ad essergli familiare. Dicevano che era stata pescata sulla costa di Manhattan, prima che New York divenisse una grande prigione intorno al 1997. Poteva mutare la propria metà inferiore da ittica a bipodale a piacimento, e stava intrattenendo la platea con qualche dimostrazione. Gli sembrava si annidasse della malinconia in quel sorriso. O stava solo proiettando la propria.

Ciò lo fece pensare a suo padre, Pyotr, e a com'era sparito. A come la propria generazione, e lui stesso in particolare, non fossero semplicemente all'altezza delle precedenti. A com'era inetto e inutile. A come Pyotr avrebbe chirurgicamente sezionato e dimostrato la realtà, come sapeva fare. A come gli avrebbe chiarito la questione extra-immigratoria. Ma un giorno, dopo pranzo, aveva annunciato una passeggiata digestiva, si era quindi teletrasportato in Canguronia via modem: il contratto flat per le chiamate internazionali lo rendeva conveniente. Aveva cominciato a salire il picco di Hanging Rock e all'improvviso, come i testimoni affermarono, svanì.

Uscì dal bar. Il viluppo di immigrati stava bruciacchiando pigramente. I ragazzi non avevano portato a termine l'operazione con efficacia, distratti sul loro browser oculare da un nuovo video su quanto fossero sporchi gli alieni, tanto da dimenticarsi di quelli davanti a loro. Altri erano corsi al negozio Fapple, dove era appena uscito un nuovo modello di DumbPhone, con una connessione diretta a tutte le nuove foto intime rubate alle celebrità. Prese svogliatamente un secchio, lo riempì alla fontana e lo buttò sugli alieni, slegandoli, per quanto con una vaga quanto inconsapevole aria di accondiscendente superiorità. Loro si sparpagliarono ovunque correndo, gettandosi nei cespugli o entrando nei tombini, come animaletti alti due metri – inseguiti dal poliziotto, che cambiava direzione ogni due o tre falcate, come se volesse prenderli tutti contemporaneamente.

Poi se ne tornò a casa.

A casa trovò la tazza rotta nel secchiaio. Si era sfregata così forte, con quello spazzolino, da incrinarsi e spezzarsi. La solita obsolescenza programmata, che del resto era gli era stato insegnato di apprezzare: occorreva comprare costantemente altra merce, per solidarietà al mercato. “Adotta anche tu un prodotto!” esclamava una delle pubblicità progresso governative. Ne ricordava un'altra ancora che cinguettava: “Il consumismo è cultura!”.

Il progresso aveva il suo prezzo, e bisognava pagarlo.

 

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Il logorio della vita moderna

17 Marzo 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Ricordate Ernesto Calindri seduto al tavolo in mezzo al traffico caotico a bere un Cynar, noto liquore a base di carciofo?

Erano gli anni 60/70 e già si parlava di “logorio della vita moderna”. Cominciavano i primi segnali d’inquinamento, i primi ingorghi nel traffico cittadino. Non si sapeva a cosa avrebbe portato tutto questo.

Oggi, a distanza di mezzo secolo, l’inquinamento non è più solo quello atmosferico o dei fiumi, c’è ben altro oltre la schiuma marrone dei corsi d’acqua o il puzzo di smog in città. C’è un cambiamento climatico in atto che sembra stia per portare all’estinzione del pianeta. A tal proposito, mi confesso una negazionista dubbiosa. Penso che i mutamenti climatici ci sono sempre stati, che abbiamo attraversato periodi in cui gli esseri viventi respiravano anidride carbonica e si avvelenavano con l’ossigeno, che le immani eruzioni vulcaniche della preistoria hanno oscurato i cieli e raffreddato il suolo per secoli, che la tettonica a placche e la deriva dei continenti non sono fantasie.

Non è vero che il pianeta morirà. Il pianeta si salverà come ha sempre fatto, saremo noi a estinguerci o a vivere in condizioni tremende, ma questo alla Terra non importa, come non le importa delle altre 99% di specie che si sono estinte. La vita sopravvivrà sempre, magari su un altro pianeta, su un'altra galassia.

Siamo noi a volere che tutto resti com’è. Che cosa importa al nostro globo se il livello del mare s'innalza di un metro? È a noi che interessa se Venezia sparisce sott’acqua. Perché l’uomo ha sempre pensato egoisticamente a se stesso, alla sua sopravvivenza, al suo benessere, alla sua arte e cultura.

Ma se tutti gli scienziati dicono che il cambiamento è in atto ed è catastrofico, chi sono io per negarlo? In effetti, da quando ero giovane a oggi, specialmente negli ultimi venti anni, le condizioni meteorologiche sono diventate estreme, il vento non è più vento ma tromba d’aria, la pioggia è inondazione, le stagioni umide sono diventate asciutte, gli incendi ci divorano.  Sono aumentati persino i terremoti.

Inoltre, affoghiamo nell’amianto che fino a poco tempo fa era considerato innocuo e usato per costruire qualsiasi cosa, anche le scuole. Ci sono tonnellate di rifiuti tossici interrate ovunque che hanno portato a un tasso di mortalità per cancro altissima. Uno su due, se non addirittura uno su uno, deve fare i conti con questa malattia, prima o poi e, se le cure hanno prolungato la speranza di vita, o magari addirittura di remissione, sono sempre troppi quelli che ci lasciano le penne con grandi sofferenze. E sono sempre più giovani.

E l’incidente di Chernobyl ha fatto sì che tutti noi che quell’aprile/maggio del 1986 andammo al mare a goderci la tintarella adesso abbiamo i noduli alla tiroide.

Ai tempi di Calindri c’era già la droga ma i drogati erano pochi, era un’enclave di emarginati o di figli di papà che potevano permettersela. Ora la droga costa pochissimo ed è ovunque, diffusa in tutti i ceti sociali, in tutte le età, anche precocissime, e in tutti i mestieri. Chi guida il tuo autobus o il tuo aereo, che ti toglie l’appendice, chi ti estrae un dente può avere la mano che trema. E la droga fa sì che la gente sia stupida e distratta, che le inibizioni spariscano e si uccida per un nonnulla, che si ammazzi di botte la moglie perché ha cucinato male, che si fracassi la testa a un figlio per un brutto voto, che si dia fuoco a una fidanzata che ci ha lasciato.

Calindri non sapeva niente ancora dell’esodo dei popoli, dell’immigrazione, del degrado, dello spaccio, della schiavitù, dello sfruttamento, della sudditanza psicologica a culture diverse e retrograde che ci portano all’esasperazione e al razzismo. Non sapeva che non avremmo più potuto chiamare le cose col loro nome per tema di offendere qualcuno, fino ad arrivare alla paralisi culturale e al rifiuto della nostra identità e delle nostre tradizioni.

Calindri non immaginava che il telefono servisse a qualcosa che non fosse chiamare la moglie per dirle di buttare la pasta. Non sapeva niente dei cellulari e dei computer. Non immaginava torme di ragazzi, uomini, donne e vecchi camminare in assoluto silenzio con gli occhi incollati a un piccolo schermo e l’aria triste e disconnessa, sì, ma da tutto ciò che li circonda, dalla bellezza di un cielo, dal rosso di un tramonto. Non immaginava di essere attraversato da onde elettromagnetiche che ci stanno friggendo vivi tutti quanti, aumentando l’incidenza di tumori al cervello. Io, ad esempio, vi sto parlando da una casa dove il wifi è acceso giorno e notte, dove il cellulare è sempre a portata di mano sul comodino o sulla spalliera del divano.

Non si può tornare indietro, sarebbe impossibile, ormai la nostra vita è fatta di trasmissione veloce di dati e questo è il futuro. Temo però che, come per il fumo, si stiano sottovalutando i rischi. E se smetter di fumare è faticoso ma fattibile, smettere di  vivere connessi,  ahimè, temo sia impossibile.

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Il Prezzo del Progresso è Giusto

16 Marzo 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

Finalmente si rialzò. Si apprestò alla colazione. Versò il tè nella tazza autoriscaldante e lo mescolò con il cucchiaino laser. Le posate laser avevano un manico tradizionale dotato di pulsantini che ne variavano l'estremità a seconda della necessità, facendo apparire una forchetta, o un coltello o un cucchiaio. Alcuni modelli avanzati erano in grado di proiettare anche uno stuzzicadenti o uno spazzolino. Erano molto pratici, ma occorreva stare attenti a non lasciarli troppo a contatto con labbra, gengive o lingua, o si rischiava di danneggiarle. Inoltre, c'erano stati casi di malfunzionamento che, già in fase di sfregamento, avevano mutato il laser da spazzolino in coltello, causando conseguenze non particolarmente gradevoli. Ma era il prezzo che si doveva pagare per il progresso. La casa produttrice si chiamava Spoonwalker.

Con un battito di ciglia accese il notiziario tridimensionale oculare. A Washington stavano incoronando Miss Inoculo. Un nastro le si tendeva tra la spalla destra il fianco sinistro, in cui apparivano le lettere CSK, mentre il diadema postole sul capo vantava diverse piccole siringhe puntate verso l'alto.

Finì il tè e depose la tazza nel secchiaio. Il rubinetto spillò acqua e la tazza cominciò a lavarsi da sola, estraendo uno spazzolino e strofinandoselo. Uscì di casa, e salì su un marciapiede mobile, dotato di tre corsie di velocità, dove, benché spostandosi, stazionavano altri cittadini indaffarati a farsi portare da qualche parte, o impegnati in una salutare passeggiata in cui non facevano un passo.

Molti si raccoglievano presso dei lampioni, di cui osservavano il fascio di luce discendente, assorti. Attraverso il fascio ricevevano informazioni, assumevano visioni, si inoculavano sensazioni. Le assorbivano. Erano, del resto, alcune delle poche fonti di luce. Ve n'era solo di artificiale.

Da anni, ormai, il cielo era uno straccio infuligginito e scuro, che gravava su di loro, strizzandosi a volte di gocce nere.

Scese presso il centro.

 

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Spirali di Ameba - il letto sabbiamobile.

14 Marzo 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Si trovava a letto. Avvolto come in un bozzolo. Si sentiva indolenzito, sfinito, inerme. Inerme come un verme. Ogni tanto accadeva. Come un insetto nella tela del ragno, in attesa di essere mangiato. In attesa che il ragno venisse a mangiarlo. Potenziali obiettivi nell'alzarsi erano nebulosi, indecisi. L'obiettivo più potente era rimanere sotto le coperte, possibilmente perdere coscienza, scienza e conoscenza. E in effetti alla prova dei fatti non resistette, e, dopo un poco convinto deambulare tra alcune stanze indifferenti, si rifugiò con un gemito nella sua tana di stoffa. Non aveva alcuna particolare voglia di vivere. Forse nemmeno di morire. Ma dormire, dormire ancora sarebbe stato un ben lieto e ben accolto sollievo. Sognare cose sconclusionate e bislacche. Qualcosa senza discernibile senso, che riconfigurasse l'ordine delle cose in modo più interessante, e meno triste. Riformulasse le regole, fino ad annullarle. O annullasse le regole fino a riformularle.

Non c'era tristezza nel nonsenso. Farsi inghiottire.

A volte si faceva inghiottire dal letto. Alle elementari, quando sentiva che non era in grado d'andare a scuola, si faceva cadere pian piano nello spazio tra il giaciglio e il muro, sul pavimento nascosto. Quando chi era ancora in casa apriva la porta, e dava un'occhiata, per sincerarsi che fosse effettivamente uscito a fare il suo dovere, trovava un materasso vuoto, con coperte tirate verso lo spazio tra il letto e la parete. Ma nessuna traccia di lui. Era un tale sollievo sottrarsi al mondo. Era una tale angoscia sapere che durante la giornata sarebbe emerso l'inganno.

Il chino capo afflitto dalla colpa, le penombra dell'autoesilio nella stanza.

Un'ulteriore tecnica era quella di mimetizzarsi nelle pieghe delle coperte, fondersi con le forme dell'apparenza di un letto disfatto. A volte l'aveva anche attuato per scherzo, nel matrimoniale, spaventando la madre. Se rimaneva a casa, attorno alle 9:30 si sintonizzava sul canale 10, dove vi era una ricezione approssimativa della tv Hamburgheriana fruita dalle basi militari burgerstrisciate dei dintorni, per vedere il cartone di La tana del drago, e ascoltarne il fruscio crepitante in luogo dell'audio mancante, sulle immagini declinate in variazioni di grigio.

Gli era capitato una volta di prendersi in ritardo, correre verso la scuola, cadere per terra, sporcandosi i pantaloni, facendo cadere le chiavi – e nel rintracciarle, rientrare in casa e cambiarsi – aveva deciso che ormai s'era fatto troppo tardi. Accadde una seconda volta, e non sapeva nemmeno  se si trattasse di qualcosa di genuino, o di organizzato, da lui stesso, a sua insaputa.

 

Alcuni animaletti uscirono da un buco nel  muro e vennero ad annusarlo.

Quando alzò il capo, corsero via.

 

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La conchiglia del sole

12 Marzo 2019 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

Si ricordò dell'abbonamento. Si rese conto che aveva azionato la richiesta alla centrale fornitrice del servizio, il quale avrebbe potuto attivarsi da un momento all'altro. Guardò con ansia il prato, oltre la staccionata, preoccupato che qualcuno potesse rimanerne fuori – quando d'improvviso accadde, senza che avesse modo di verificare con accuratezza: la sua casa, il prato attorno ad essa, la staccionata, con lui su di essa, si chiusero in una sorta di campana di vetro e schizzarono vertiginosamente verso l'alto, sottraendogli per un momento il respiro, premendolo verso il suolo. Poi tutto si stabilizzò nuovamente, lasciandolo con un lieve ansimare.

Guardò l'orizzonte.

Stelle luccicanti, pianeti. Profondità abissali.

Roba del genere, insomma.

La casa stava galleggiando nello spazio, dentro ad una cupola trasparente da cui si poteva ammirare il cosmo, da dentro al quale lo si navigava.

Sua madre uscì di casa sorpresa:

«Cos'è successo?»

«Mi spiace, l'ho fatto partire. Non me n'ero accorto»

«Santo cielo, io dovrei andare a fare la spesa!” protestò contrariata – ma poi andò a prendere una sedia o una sdraio e si mise a prendere il sole. Cagnolo scodinzolò fuori dalla sua cuccia tutto contento. Gli piaceva lo spazio. Era probabilmente un lontano discendente di Laika - pensava lui – mentre l'erba verdeggiava, contrastando con il sobrio mantello di velluto spaziale bucherellato di stelle.

Laika suona alla balalajka un pezzo sulla perestrojka, mormorò mentalmente a sé stesso.

Sua nonna uscì di casa e stese un plaid. Stava organizzando un pic nic.

Non si può negare fosse un buon modo per staccarsi da tutto. C'era una tranquillità sovrannaturale.

 

La terra, il suo trambusto, il suo clamore, erano quietati, tacitati, silenziati.

Sibilavano lontani, diventati quasi immaginari – deprivati di consistenza urtante.

Ma laggiù la gente si stava certamente ancora dimenando e stava indubbiamente ancora urlando.

 

Stavano inoculando chiunque, per qualsiasi cosa. C'era chi protestava che gli Inoculi potevano aver effetti collaterali, dare reazioni avverse, non esser stati ben sperimentati. Nessun problema. Le grandi case farmaceutiche, commissionate dallo stato e da esso finanziate, avevan subito trovato la soluzione: un Inoculo contro gli Inoculi. Un Inoculo per prevenire reazioni da Inoculo.

Tutto sistemato. O forse no.

Una percentuale della popolazione ancora non era soddisfatta. Voleva vedere i dati, le carte, le sperimentazioni, i documenti. Gli eran stati forniti. Non eran sufficienti. Chi assicurava loro che non fossero stati alterati? Si era quindi mosso l'esimio professor Tronfio Pomposi, accompagnato dal luminare Boria Tracotanza (detto Tornaconto) – i quali, con grande tatto e capacità comunicativa, avevan fatto sapere al pubblico che il pubblico era composto da idioti ignoranti, mentalmente mentecatti, scientificamente subnormali, nonché etologicamente ovini, suini e bovini – e dovean quindi semplicemente tacere e dare retta a loro, alla comunità di esperti, ai Prestigiosi, ai Magnifici.

Da quel momento in poi, chiunque osasse insinuare un qualche dubbio, foss'anche solo sulle modalità di somministrazione, chiunque avesse ardito sollevare un solo sopracciglio alla parola “inoculazione”, sarebbe stato dichiarato Nemico della Salute Pubblica Numero Uno, e infilato in una poco agognata gogna.

Non voleva nemmeno tentare di immaginare cosa sarebbe successo a chi avesse sollevato DUE sopracciglia. Rifletteva sulla fortuna di chi era dotato di monociglio, ne sarebbe certo stato avvantaggiato – ammesso contassero queste obiezioni tecnicistiche.

Alcuni dottori eran stati radiati, e ad alcune radio era stato dato un dottorato, si eran laureate in medicina e ora, forti della  nuova qualifica, non facevano che ripetere, ribadire, insistere un costante: “inoculatevi, inoculatevi, inoculatevi”.

Gli Illuminati e Convinti consideravano i reticenti con massimo sprezzo. Li additavano come criminali, assassini ed oscurantisti - lebbrosi eredi culturali del Medio Evo.

Dicevano che eran stati troppo ben abituati, viziati, dall'efficacia degli Inoculi, che aveva risparmiato loro di assistere a morti atroci – e ora, con la loro riluttanza, mettevano in pericolo queste conquiste esponendo i bambini a contagi, focolai, epidemie. Quegli altri ribattevano che dati i cospicui interessi pecuniari inerenti gli Inoculi e la comprovate corruzioni farmaceutiche adiacenti, non era possibile sapere con sicurezza, giacché i dati e gli studi potevan esser stati modificati ad hoc – e i danni sottomenzionati. Susy Testapiatta e Aldo Faccianatiche bruciavano lauree di medicina in strada. Il dibattito degenerò in scontri armati, raggi laser, sciabolate elettriche e parolacce sui social network. Lamiere contorte fumanti.

 

Si staccò da questi pensieri, ansiogeni e tristi. S'immerse nuovamente nello spazio profondo, perdendosi in una nebulosa.

 

Continua...

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Il segno del comando

11 Marzo 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #televisione, #come eravamo

 

Se penso alla paura, penso a Il segno del comando. Sceneggiato televisivo del 1971, in bianco e nero, con Ugo Pagliai, allora giovane e bellissimo, e Carla Gravina, (ma anche Rossella Falk e Massimo Girotti), per la regia di Daniele D’Anza.

Ambientato a Roma, in vicoli bui e misteriosi, in particolare via Margutta, in taverne che scompaiono, palazzi fatiscenti, chiese inquietanti. In bilico fra gotico, giallo e fantastico, disseminato di apparizioni, fantasmi, ritratti misteriosi, medaglioni, manoscritti appartenuti a Lord Byron.

Era tensione allo stato puro e ricorderò sempre il terrore con cui, bambina, assistetti alla mitica puntata della seduta spiritica. Il tutto era amplificato dalla musica e, soprattutto, dall’indimenticabile sigla, Cento campane, nota soprattutto nella versione cantata da Lando Fiorini.

 

Din don din don, amore,

pure le streghe m’hanno detto no

 

I temi, innovativi per l’epoca - occultismo, spiritismo, reincarnazione - avvinsero e stregarono l’Italia per cinque domeniche. Allora si coronava il giorno del Signore, quello dedicato alla famiglia e alla buona tavola sostanziosa, con la visione collettiva (oggi diremmo “gruppo di ascolto”) di un grande teleromanzo a puntate.

Come afferma il sito Fantasticinema: “Si possono restaurare le immagini e riesumare puntate perdute dagli archivi, tuttavia è difficile riproporre le emozioni che circondavano gli sceneggiati tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’80.”

 

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"Dodici metri d'amore" e altro ancora

9 Marzo 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #cinema

 

Dell’umorismo si è detto tutto, ne ha parlato Bergson, Pirandello lo ha definito “il sentimento del contrario”, ma, forse, non si è sottolineato abbastanza il fatto che il riso cambia coi tempi.  Ciò che ci faceva sbellicare anni fa non ci diverte più adesso. Ricordo, solo un paio di decenni fa, le grasse risate che facevamo con gli show di Panariello e di Fiorello. Sembra ieri, invece sono già quasi vent’anni. Ricordo certi tormentoni che, probabilmente, sul pubblico di oggi non farebbero presa mentre allora ridevamo tutti, io, mio marito, gli amici.  

E, se vado indietro nel tempo, rammento alcuni capisaldi della comicità sempre rievocati in famiglia, che fecero sganasciare dalle risate me, mio padre, mia madre e mia nonna. Uno era un film con Alberto Sordi, di cui non so il titolo, dove lui si ritrovava catapultato in un comico intrigo di spionaggio.  L’altro è Quattro bassotti per un danese, film della Disney del 66 diretto da Norman Tokar. Andammo tutti a vedere al cinema le peripezie del povero alano combina guai convinto di essere un bassotto, e ridemmo a crepapelle.

Ma, soprattutto, mito imperituro della comicità di casa fu Dodici metri d’amore, film del 54 diretto da Vincent Minnelli, con l’irresistibile scena della novella sposa che cerca di cucinare per il suo maritino, mentre il bestione roulotte è in movimento.

Era tutta un’epoca ad avere gusti e soglia dell’umorismo diversi, più ingenui. Ciò che faceva sganasciare allora, adesso fa sorridere. Tuttavia, i film di quei tempi là (cinquanta/sessanta), possedevano comunque un allure, un fascino sofisticato che li rende tuttora immortali. Grandi registi come, appunto, Minnelli, o come Victor Fleming, con un primo piano, con una dissolvenza, con un semplice suono in sottofondo trasmettevano pathos, emozione, tragedia, eros, molto meglio delle scene esplicite, articolate e spesso inutilmente crudeli, di oggi.

 

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