Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Ritrovarsi e Corax

9 Settembre 2018 , Scritto da Luca Valentini Con tag #luca valentini, #poesia

 

 

 

Ritrovarsi

 

Portami lontano e ci ritroveremo

indicami un infante e ci ritroveremo

annulla anche il mio respiro e ci ritroveremo.

 

Non la cenere, non una foto

non un albero, non la fonte d'oggi

forse le stelle, solo all'alba:

 

ritrovarti nel bisogno altrui

ritrovarti nell'ingiustizia umana

ritrovarti nell'abbandono della vita.

 

Che gli Dei non ridiano a tuo padre

la normalità prima di te

la serenità sterile prima di te:

 

ciò che brucia di dolore

può ancora essere ardore di nascita

Amore paterno per il mondo

 

….di una voce che non possa urlare

potrei morirne!

 

Corax

 

Fai ciò che devi,

finché il pettirosso verrà a salutarti

all'alba ed al meriggio:

 

presto per te

arriverà la notte

e verrà a salutarti il corvo

ed allora ciò che è diviso

non lo sarà più.

 

Pensieri per Giulio – Stelle, Soli e Lune è un libro pubblicato da Edit@ Casa Libraria in Taranto e rappresenta il cimento letterario collettivo, dedicato alla poesia, alla narrativa e alla fotografia, in memoria del piccolo Giulio Romano Valentini. Tema del concorso è stata una raccolta di pensieri che narrano la bellezza ma anche le problematicità del mondo dell'infanzia e della disabilità.

Questa la pagina Fb dedicata al piccolo Giulio Romano.

 

Ricordiamo che tutto il ricavato sarà devoluto all'ONLUS "Il Porto dei Piccoli", che opera negli ospedali pediatrici e nei reparti di pediatria di molte città italiane, tra cui il Gaslini di Genova. Chi fosse interessato all'acquisto contatti la nostra redazione che provvederà a girare la richiesta agli autori. 

Mostra altro

Mio figlio è un marziano

8 Settembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

 

 

 

 

 

Pensieri per Giulio – Stelle, Soli e Lune è un libro pubblicato da Edit@ Casa Libraria in Taranto e rappresenta il cimento letterario collettivo, dedicato alla poesia, alla narrativa e alla fotografia, in memoria del piccolo Giulio Romano Valentini. Tema del concorso è stata una raccolta di pensieri che narrano la bellezza ma anche le problematicità del mondo dell'infanzia e della disabilità.

 

"In codesto libro" dicono i genitori, "pertanto, è nostra intenzione narrare quella dimensione altra, fatta di vera sofferenza ma anche di reale altruismo, di dolore ma anche di autentica bellezza,  che grazie a nostro figlio e la sua eroica esistenza abbiamo potuto sperimentare...

Ai Mani e al Genio invitto di Giulio Romano, dalla neve di dicembre al sole radiante di marzo!

I genitori Marcella e Luca

 

Questa la pagina Fb dedicata al piccolo Giulio Romano.

 

Ricordiamo che tutto il ricavato sarà devoluto all'ONLUS "Il Porto dei Piccoli", che opera negli ospedali pediatrici e nei reparti di pediatria di molte città italiane, tra cui il Gaslini di Genova. Chi fosse interessato all'acquisto contatti la nostra redazione che provvederà a girare la richiesta agli autori. 

Da questo libro sono tratti alcuni testi che presenteremo a partire da oggi.

 

 

Cominciamo con "Mio figlio è un marziano" di Franca Poli

 

 

Mi sta fissando da oltre un'ora, ha gli occhi tristi e pieni di lacrime. Non riesco a catturare i pensieri che gli attraversano la mente, ma so per certo che mi ama. Mi accompagna ogni giorno ovunque, a fare ginnastica, dalla logopedista, a lezione di pet terapy, tutte attività che a volte salterei volentieri,  ma lo faccio contento, come togliergli quel sorriso dalle labbra quando mi guarda? "

 

Mio figlio è nato, come tutti gli altri bambini, dopo un'attesa piena di aspettative, i sogni, il nome da scegliere, la cameretta da preparare. Il parto fu lungo e difficile, ma lui si affacciò alla vita con grande forza

, con un coraggio che il medico definì da leone e scampò a quello che pareva essere il destino di una morte precoce. Pochi momenti dopo la nascita gli fu diagnostica un'ipotonia muscolare e da lì iniziò il calvario per la ricerca di una diagnosi precisa che ancora oggi non abbiamo. Lo hanno visitato i migliori medici specialisti, abbiamo soggiornato nelle cliniche più all'avanguardia, lo hanno ispezionato, girato, testato come una cavia da laboratorio senza un risultato preciso. Non hanno stabilito che fosse affetto da una malattia specifica identificata: il bambino “ha un ritardo” questa la sentenza dei medici.

Noi volevamo una cura ad ogni costo, non riuscivamo a credere che sarebbe stato “diverso” e ci illudemmo a lungo che si fossero sbagliati, che sicuramente il nostro piccolo eroe avrebbe stupito tutti coi suoi progressi. Ci vuole del tempo per accettare la realtà, per sopportare che sia toccato a te, ci vuole forza, ci vuole amore e spesso non basta. Noi siamo l'equipaggio di una scialuppa di carta che a volte affonda in un mare di lacrime, stringendo fra le mani una valigia di sogni.

Un anno, quando gli altri bambini si alzano in piedi, il nostro piccolo eroe non riusciva ancora a stare seduto, due anni, quando i bambini ridono, motteggiano, lui sbavava soltanto, senza profferire parola. C'era un tale chiasso dentro di me, urla di disperazione, sentimenti inespressi di rifiuto, di angoscia e di rabbia. Poi piano piano imparai a fare silenzio e provai ad ascoltare il suo silenzio, così iniziai ad accettarlo, a comprenderlo.

Si fa fatica a capire il perché, eppure in quello sguardo assente, votato all'infinito, io, avvicinandomi, coglievo sprazzi di luce, lampi di complice intesa. E quando, convinto che fossero  soltanto mie sensazioni, stavo per lasciare la manina inerme, mi sentivo stringere delicatamente il dito. Furono queste piccole, piccolissime, cose a darmi la forza di andare avanti, di guardare al futuro con lui. Non c'era più ambiguità nel nostro silenzio, ma stupore, conoscenza e speranza.

Ho ridimensionato i miei sogni, mio figlio non sarebbe mai diventato un avvocato, un ingegnere informatico e nemmeno uno spazzino comunale, ma vive e mi guarda, di giorno in giorno si rende partecipe, a modo suo, alla vita, una vita in rodaggio. E sorride sempre, ecco questa è la dote di mio figlio che molti genitori mi invidiano: un sorriso semplice, aperto, inatteso, sincero, buono, da sembrare che sia lui a darmi coraggio per  affrontare la giornata,  accompagnandomi per mano verso l'incerto.

Oggi Riccardo cammina, o meglio si muove, un po' storto con le manine che gli penzolano dai polsi,  trascinando i piedini, farfuglia parole incomprensibili, butta gli occhi al cielo quando vuole qualcosa e sbava in continuazione, ma è una gioia continua averlo con noi, ci allieta con piccoli progressi e ci fa ridere. Sì, ridere liberamente, come non avremmo fatto se da lui ci aspettassimo continue conferme.  Lo accompagno ovunque, ogni giorno, a svolgere tutte le attività che i medici consigliano per aiutarne  lo sviluppo psicofisico. Lui mi sorride, paziente, e a volte ho l'impressione che voglia solo compiacermi.

Mio figlio è un marziano, un giorno aprirà lo scafandro che lo avvolge, che gli inibisce di muoversi con agio sulla terra e volerà libero da dove è venuto, da quel posto speciale che lo ha reso unico.

 

“Papà oggi scrive di me, mi guarda e sorride, non posso dirgli che vorrei essere  migliore di così, che vorrei vederlo sempre felice, che lo amo con tutta la forza di cui sono capace, che sento una luce, un calore dentro che mi aiuta a muovermi ogni volta che lui mi guarda ."

 

Mio figlio è un marziano
Mostra altro

Federica De Paolis, "Notturno salentino"

7 Settembre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

Notturno salentino

Federica De Paolis

Mondadori, 2018

pp 264

 

 

 

Questo romanzo rispecchia i canoni e il modo di scrivere moderno, la qual cosa non è necessariamente un bene per la sottoscritta. Tuttavia, in questo specifico caso, lo è. Notturno salentino, di Federica De Paolis, è scritto davvero bene, in “forma visiva” estremamente particolareggiata, con descrizioni mai banali di personaggi che a volte rasentano la macchietta  - come nel caso del maresciallo Gravina -  ma in altri casi sono superlative.

La scena è il Salento odierno, una sorta di Little Aristocracy fatta di parvenu milanesi e romani che si sono comprati la masseria fra gli ulivi secolari a ridosso di santa Maria di Leuca, sfruttando la spinta che ha portato sviluppo e turismo in quel luogo un tempo remoto e dimenticato, ora non più.

Abbiamo Livia, una donna molto benestante, in bilico fra giovinezza e maturità, in crisi col compagno Boris, e madre di due figli. Abbiamo due domestiche che si odiano fra loro, l’una polacca e razzista, l’altra nera e tribale, l’una algido sepolcro imbiancato, l’altra sorta di donai dall’utero fertile e dalle movenze feline e sensuali.

La padrona sta nel mezzo, vorrebbe partecipare di tanta carnalità, si abbandona per un momento anche lei alla trasgressione. Mentre il compagno è via, esce con Brando, bellimbusto più vecchio di lei dal fare accattivante; si lascia trasportare dalla seduzione, ci scappano un paio di baci al chiar di luna.

La mattina dopo viene trovato morto nel pozzo della sua villa l’aitante ma volgare e sfacciato Antonio Locandido, un giovane del posto che se la fa con entrambe le domestiche. Di costui, per antipatia mista ad attrazione, Livia aveva rubato, e poi nascosto, il cellulare (e non si capisce bene questo particolare che rilevanza abbia poi nella trama.)

Non possiamo svelare il finale ma le indagini procederanno, nel mentre che Livia scioglierà nodi irrisolti del suo passato, riuscendo altresì a venire a patti col presente, con l’amore congelato del compagno, con la diffidenza della figliastra.

C’è un personaggio di cui nessuno parla e che mi ha colpito per la bellezza e la verità con cui è descritto: il cane Zinzulusa, fiero pastore tedesco, l’unico a piangere davvero il padrone morto, a nobilitarne addirittura la fine con i suoi latrati strazianti. Poi c’è la figura della nera, che personalmente trovo fastidiosa nel suo essere vittima secolare ma anche carnefice, nel suo abbandonarsi all’irrazionalità di pratiche ancestrali.

Abbiamo un tentativo di critica sociale: il muro compatto dei nuovi ricchi che si tengono mano l’un l’altro, pronti a voltar gabbana e nascondere la polvere sotto il tappeto per mantenere apparenze e vecchi segreti. Forse solo la giovane Miriam, figlia di Boris, emblema d'innocenza, riesce a smascherarli.

E ora apro una parentesi che con questo romanzo c’entra fino a un certo punto. Recensendo libri di autori contemporanei, non faccio che leggere nei “ringraziamenti” finali lodi sperticate agli editor. C’è chi addirittura confessa che il proprio stile muta in funzione dell’editor di turno.  Oddio. Ma non è che l’editor sta soppiantando il romanziere? Non è che il libro diventa un collage, un’opera a più mani costruita a tavolino? Per carità, se il risultato è godibile, niente di male, ma dove è finita la genialità dello scrittore?

  

Mostra altro

Arte al bar: GIOTTO "Approvazione della regola"

6 Settembre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #arte, #arte al bar

"Approvazione della regola " di Giotto e l'omaggio di Walter Fest"Approvazione della regola " di Giotto e l'omaggio di Walter Fest

"Approvazione della regola " di Giotto e l'omaggio di Walter Fest

 

 

Oggi, amici lettori della signoradeifiltri, faremo un salto indietro nel tempo, bentornati alle nostre pagine artistiche. 

Qui al bar la situazione è tranquilla e radiosa, grazie ai cambiamenti climatici l'estate sarà ancora lunga, chissà che un giorno potremo andare a Natale al mare. Scherzi a parte, oggi vi porterò nel 1300, pertanto, per andare così indietro nel tempo, ho deciso di farmi accompagnare da Katia, una giovanissima cassiera del supermercato: pettinatura alla moda, trucco e tatuaggi, bigiotteria varia indossata un po' dappertutto, avrete capito dove. Molto bene, non ci resta che iniziare.
 

- Katia, lo sai chi era Giotto?
 

- No, però a scuola avevo l'astuccio con le sue matite e i pennarelli.
 

- Uelà, tontolona, possibile che non sai chi è Giotto? (E' Giovanna la Milanese dal fondo della sala.)


- Un nuovo rapper?
 

- Walter, lasciamola a cappuccino senza zucchero e cornetti integrali per una settimana!


- Giovanna, dobbiamo essere buoni, non è colpa loro se sono nati in un'altra epoca.
 

- Sarà, ma a me questi giovani sembrano tutti un po' fuori di testa.
 

- Forse per le nuove generazioni l'arte può sembrare qualcosa di antico, qualcosa di difficile da capire, come per noi è difficile capire loro, Katia. Giotto era un artista che ai suoi inizi era molto più giovane di te, il Medioevo è stato un periodo storico alquanto controverso e la vita di tutti i giorni di quell'epoca non era vicina per nulla ad un modo di vivere ragionevole per come possiamo intenderlo noi.

Della vita di Giotto, nato a Colle di Vespignano intorno al 1267, non sappiamo molto ma la scintilla che ha innescato la sua arte è stato l'incontro con Cimabue, il maestro che, nella sua bottega, insegnò il mestiere dell'artista al giovanissimo allievo. Alcune leggende, diremmo metropolitane, narrano che Cimabue si stupì della bravura del ragazzino quando, su un sasso, disegnò le pecore al pascolo, oppure quando il maestro cercò di scacciare una mosca da sopra una tela dipinta da Giotto.
 

- Però, era bella la vita a quell'epoca, niente scuola, aria buona, cibo genuino...


- Katia, eravamo sempre nel medioevo, il mezzo di locomozione era il carretto e il cavallo, non c'era l'illuminazione elettrica, né il telefonino, i talk show, le automobili, il w.c., e mi fermo qui perché la vita di allora non era propriamente bella e comoda, però l'arte era tenuta molto in considerazione, possiamo dire che era la televisione di quei tempi.

Giotto in breve superò il maestro e il suo talento fece rapidamente il giro d'Italia. Come in moderno passaparola, la sua figura assumeva un'importanza enorme e la sua presenza veniva richiesta da più parti, troviamo le sue magnifiche opere nella basilica superiore e inferiore di Assisi, a Roma ai tempi di Papa Bonifacio VIII, a Firenze, a Rimini, a Padova, a Napoli, Bologna, Milano.


- Anche senza l'aeroplano ha girato molto l'artista, eh!


- Sì, Katia, e questo suo spostarsi di città in città è stato fondamentale per la storia dell'arte nazionale perché, con il suo stile innovativo, ha influenzato ed è stato di esempio per tutta l'arte e gli artisti dell'epoca. 

Ora, nell'ammirarla, sembra arte semplice, facile, quasi ingenua, invece Giotto era un artista modernissimo che, grazie al suo lavoro, rinnovò tutti i concetti utilizzati fino a quel momento. Di fatto anticipando il Rinascimento, stravolse la costruzione di un'opera introducendo l'uso della prospettiva. L'immagine non era più piatta ma aveva un effetto tridimensionale, la sua scena non era più solo simbolica ma diventava realistica. In età avanzata, grazie all'enorme esperienza artistica accumulata, divenne anche architetto e la sua opera maggiormente conosciuta è il famoso campanile di Giotto, torre campanaria della cattedrale di S.Maria del fiore a Firenze.

Nel detto anno (1334) (...), si cominciò a fondare il campanile nuovo (...) di costa a la faccia della chiesa in su la piazza di Santo Giovanni (...) e proveditore della detta opera (...) fue fatto per lo Comune maestro Giotto nostro cittadino, il più sovrano maestro stato in dipintura che si trovasse al suo tempo (...)
(Giovanni Villani, Cronica)

- Ma, Walter, in quel periodo non avevano altri divertimenti?
 

- Katia, in un certo senso non sapevano che fosse il tempo libero, però, in ogni caso, si divertivano anche loro in tanti modi. Esistevano varie classi sociali ma il divertimento per tutti era assicurato, furono perfino gli antenati inventori del gioco del calcio, e poi giullari e saltimbanchi animavano le piazze, beh, io magari sarei stato proprio un grande giullare non trovi?

 

- Il principe dei giullari!
 

- Grazie del complimento Gianni. Senti, che ne dici di mettere un po' di musica? Dai, accendi il nostro jukebox.
 

- Ce l'hai l'ultima dei Ramones? 
 

- Dalia, ma allora siamo proprio rimasti al Medioevo! Forza, adesso è meglio che andiamo a descrivere l'opera Approvazione della regola.

Questo lavoro fa parte del ciclo di affreschi realizzati da Giotto ad Assisi nella Basilica superiore. Di formato 230X270, rappresenta S. Francesco con i suoi confratelli nell'atto di ricevere l'autorizzazione al nuovo credo dell'ordine monastico.

I protagonisti sono in primo piano e il pathos è tutto nel momento dell'atto di ricevere di mano in mano il documento, atteso pazientemente dai Francescani, fuori del palazzo Laterano, per circa 90 lunghissimi giorni. A tal memoria, nel 1927 venne eretta una statua bronzea del Santo Francescano con le braccia aperte rivolte verso la facciata della Basilica di S.Giovanni in Laterano a Roma. 
Ma ritorniamo a Giotto, nell'opera pittorica tutti i frati sono ansiosamente statici nel momento cruciale, eppure l'artista ha reso la scena dinamica, con tutte le forme in una danza cromatica. 

Il movimento parte da una linea curva immaginaria, sono curve le volte a botte, la cui prospettiva ispira il senso di profondità, sono una serie di curve le pieghe del tessuto damascato, disposto sulle pareti di fondo dell'architettura che fa da cornice all'evento, è curvo il gruppo di frati inginocchiato a mani giunte in segno di ringraziamento e devozione al Papa Innocenzo III. Altre linee curve, le loro umili teste calve e spoglie, in contrasto con le forme curve ad ogiva dei copricapi del Papa e dei suoi astanti. 

Il marrone sbiadito delle povere tonache dei frati è di un tono scolorito dalle intemperie, dal freddo, dalla pioggia, nell'estenuante attesa per essere accolti dal Papa, arresosi solo in seguito a una visione notturna. Ora eccoli inginocchiati sulla pavimentazione dorata, con lo sguardo speranzoso, di fronte alla ricchezza rosso porpora dei pregiati abiti religiosi, con alla testa la massima autorità del Papa.

Giotto, con una velatura celestiale finale in un alone di spiritualità, rende l'opera emozionante per lo storico momento, le tinte dell'affresco non sono accese, la scena è solenne ma tutto è in armonia, la scelta di professare la fede in povertà non si sarebbe ben intonata con colori accesi e sfarzosi.
 

- Katia, sei rimasta scioccata?
 

- Veramente, vedere quest'opera mi dà un senso di serenità, i colori mi sembrano eleganti, forse mi sbaglio, dovrei dire celebrativi, in effetti la scena rappresenta un momento storico, nel complesso vederla mi fa sentire in pace. Ecco, se fossi stata lì, avrei alla fine applaudito. Certo che questi frati erano un po' cocciuti, eh!


- Era la forza della fede, e la genialità di Giotto è stata averla rappresentata come in una scena teatrale. Adesso che ne pensi dell'arte antica?
 

- Esiste l'arte vintage?
 

- Boh? Mi sembra di no.
 

- Ecco, mi piacerebbe pensare all'arte come un qualcosa vintage: pensa se un supermercato fosse arredato così.
 

- Katia, vedrai che un giorno accadrà, e le divise delle cassiere saranno come le dame del'300, potrebbe essere un bel vedere, no?
 

- Uelà, pure io mi voglio vestire come una dama!!
 

- Giovanna, ti andrebbe bene come la Gioconda di Leonardo?
 

- Sì, ma al collo vorrei un foulard rosso!
 

Carissimi lettori della signoradeifiltri, con l'immagine di Giovanna la milanese vestita come la Gioconda, ma con un foulard rosso al collo, vi ringraziamo, vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo artista, forse a sorpresa potremmo andare a Napoli.

Mostra altro

La marcia di Radetzky di Joseph Roth

5 Settembre 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

1932

 

Parlare di questo libro significa innanzitutto parlare di un bel romanzo, ricco di sensibilità per la storia e gli uomini, grondante di attenzione psicologica per personaggi vittime di drammi che vanno oltre la loro contingente vicenda individuale. Il romanzo copre tre generazioni della famiglia austriaca dei Trotta, gente di modesta origine, nobilitata dopo che un giovane sottotenente salva la vita all’imperatore Francesco Giuseppe a Solferino, nel 1859. Da allora la corte di Vienna regala attenzione e protezione ai Trotta; il figlio del sottotenente diventa un ligio funzionario di stato, mentre il nipote Joseph è destinato alla carriera militare. La vita di quest’ultimo è ossessionata da due ritratti; quello del nonno eroe e quello del vecchio sovrano che da oltre mezzo secolo governa l'Austria-Ungheria. Il passato graffia il presente, lo rallenta, mentre l’avvenire non ha il colore della speranza semplicemente perché non ci può essere avvenire per i protagonisti del libro, vecchi o giovani che siano, in quanto troppo legati a ciò che fu un tempo.

I due ritratti a volte si sovrappongono nella mente del ragazzo, come se fossero la stessa individualità; sono ritratti di personalità forti che mettono in soggezione e impongono al modesto nipote aneliti non alla sua portata. Sente di non poter avere una vita propria; può solo cercare di emulare il coraggio del suo avo, ripetendone gli slanci. La crisi dell’impero si accompagna al tramonto dei Trotta, come se per una legge segreta dovessero seguire lo stesso percorso. Ci si avvicina alla Grande Guerra e Roth sembra descrivere un grande teatro dove i vari attori fingono che ci sia ancora un domani ignorando mille crepe; tensioni sociali, spinte nazionalistiche interne, scarso senso dello stato. A tratti qualche squarcio di consapevolezza si apre; i giovani militari si annoiano in periodo di pace ma pensano che una guerra sarebbe il collasso per la monarchia, il vecchio imperatore si muove carico di troppi anni godendosi cerimonie e parate piene solo di apparenza e in fondo nessuno ha voglia di morire per una cosa vecchia come l’impero.

Joseph, pieno di incertezza e tormentato da troppe contraddizioni, pensa spesso di lasciare l’esercito e di vestire panni borghesi, accontentandosi di una vita senza squilli di tromba ma più libera da concetti come l’onore. Le piccole esigenze individuali scavano tunnel nella coscienza di uomini normali, non all’altezza di sfide poste da un’epoca di grandi trasformazioni. Tutto gronda di passato mentre il futuro appare come una battaglia dove le vecchie armi non servono più a nulla; ciò che è stato costituisce una zavorra, non una risorsa. Il nuovo mondo avrà leggi nuove e terribili.

Si cerca di sopravvivere, mentendo a se stessi, come fa l’imperatore che in fondo non crede di essere così vecchio. Il giovane Joseph, cresciuto all’insegna dei valori tradizionali, sensibile al punto da togliere il ritratto di Francesco Giuseppe da una bettola piena di sporcizia, non ha la stoffa dell’eroe, eppure quello è il suo destino, scritto sul libro di famiglia.

Il fascino del romanzo sta nella descrizione di questo lento crollo. Roth ci appassiona soffermandosi sui mille scricchiolii, osservando come un medico i sintomi di una malattia morale e politica; c’è tutta la bellezza della decadenza di un mondo che aveva una cifra etica di spessore. Infatti, prima della guerra scoppiata nel 1914, i ritmi erano diversi, la vita di ogni singolo godeva di più rispetto,  la morte non era ancora un fatto di massa tale da rendere irrilevante ogni morte individuale. Se qualcuno veniva meno, il suo posto non veniva subito occupato da un altro; gli uomini non erano fungibili come gli oggetti. Roth ci regala un inno alla lentezza, così attuale nella frenesia di oggi:

Così era allora! Tutto ciò che cresceva aveva bisogno di tanto tempo per crescere; e tutto ciò che finiva aveva bisogno di lungo tempo per essere dimenticato. Ma tutto ciò che un giorno era esistito aveva lasciato le sue tracce, e in quell'epoca si viveva di ricordi come oggigiorno si vive della capacità di dimenticare alla svelta e senza esitazione”.

Mostra altro

Il sognatore

4 Settembre 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

Si era svegliato di soprassalto in preda a uno spavento incredibile. Gli mancava il fiato. Il sogno che aveva fatto era stato terrificante. Aveva sognato di trovarsi su un pianeta deserto, solo nell’immensità dello spazio. Lui, che era sempre stato un uomo attento a ogni gesto e tutto ciò che faceva era mirato per distinguersi fra la folla. Un gentiluomo di altri tempi elegante e raffinato, la testimonianza vivente di un’epoca che, purtroppo, stava per finire. Oltre l’orizzonte arrivavano cupi brontolii, lampi di guerra sempre più vicini. Quella che stava per finire era un’epoca dove la parola onore aveva ancora un significato, dove uomini dabbene si sfidavano a duello per un nonnulla, proprio in difesa di quella parola tanto in voga.

Gli uomini si dimostravano sempre disponibili e premurosi verso il gentil sesso, salvo poi soffrire per i loro rifiuti. Frac, tuba e bastone erano l’abbigliamento abituale, non usciva di casa se non era vestito in quel modo impeccabile. Lui, un uomo così distaccato e al di sopra delle cose del mondo, nel sogno, si trovava su un punto imprecisato dell’universo a guardare il mondo ai suoi piedi, una sensazione di potenza ma priva di quell’eleganza alla quale lui era abituato, senza un pubblico ad assistere al suo savoir faire. La sensazione lo pervadeva le prime volte che faceva questo sogno, poi, con il ripetersi quasi ossessivo della visione onirica, la cosa stava diventando una tortura.

L’ultima notte si era ritrovato non più su un pianeta ma su una  semplice scala, una di quelle adibite per salire sugli aerei. Da quel piccolo punto vedeva ancora il mondo davanti a lui e aveva l’impressione di dominare il globo, ma alle sue spalle i rifiuti si accumulavano sui gradini e salivano sempre di più, fino a sommergerlo del tutto.

Si chiedeva, nei pochi momenti di lucidità, quale potesse essere il significato del sogno; quei simbolismi così chiari cosa volevano dirgli? Perché non c’era ombra di dubbio che qualcosa dovevano pur significare.

Quando quella mattina si era svegliato sudato e ansimante, per calmarsi si era messo seduto nel letto a pensare, cercando d'interpretare l’arcano. Forse il riferimento era basato sulla sua vita inutile, fatua, senza valori concreti, quel suo atteggiamento da viveur non aveva senso, lui pensava di essere al di sopra delle parti, di dominare il mondo, mentre la dura  realtà di tutti i giorni lo voleva stringere nelle sue spire, nel suo sudicio iter quotidiano.

Gastone, l’ultimo viveurtomber de femme, era arrivato a capolinea. Il mondo per lui ormai era troppo lontano, non poteva mescolarsi con quella pletora di persone anonime, nessuno era alla sua altezza, dov’erano le gran dame dell’alta società, dov’era il suo mondo di paillettes e champagne? Stava scomparendo nelle nubi nere che si addensavano all’orizzonte. Prima se ne rendeva conto, prima quel sogno poteva scomparire. La prospettiva di un suo coinvolgimento nella vita di tutti i giorni era quanto di più nefasto potesse mai immaginare. Mai poteva accettare una conclusione  simile.

La  sera andò a dormire, come sempre, al ritorno dall’ultimo tabarin rimasto aperto. Poche ore di sonno ed eccolo, il consueto tremendo sogno che lo aspettava come tutte le notti. La mattina al risveglio non cercò di capire, né di opporsi al destino. Si vestì di tutto punto come ogni giorno e lentamente si avviò verso la parte alta della città percorrendo il viale alberato che costeggiava il fiume. Giunse al ponte e lì, finalmente, il sogno andò in frantumi, quel mondo che pensava di dominare si dissolse nelle fredde acque di un fiume sporco e maleodorante che lo accolse. Un uomo fuori dal tempo, che non sarebbe sopravvissuto oltre il suo mondo, negli schemi di una vita che non era e non poteva essere la sua.   

Mostra altro

La struttura de Le Metamorfosi di Ovidio

3 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende

 

 

 

 

Chi legge le Metamorfosi ha l'impressione di trovarsi di fron­te a un'opera molto varia, ma anche profondamente unitaria e armoniosa. Questa unità è dovuta alla presenza di alcuni elementi che si ripetono costantemente:

 

a) Tutti i racconti hanno due temi comuni: la trasformazione di esseri umani in forme sempre nuove, e l'amore, narrato in tutti i suoi aspetti: la fedeltà fra marito e moglie, l'affetto fra genitori e figli, il desiderio di avventura, la passione.

b) La trasformazione avviene sempre attraverso il cambiamento degli stessi elementi fisici: dimensione, posizione, volume, numero degli arti, colore della pelle, voce; inoltre si verifica generalmente di pomeriggio, quando il caldo è più intenso, e vicino a un fiume, a una fonte o in un bosco, dove i protagonisti della storia giungono assetati e in cerca d'ombra.

c) L'amore passa sempre attraverso gli occhi: i vari personaggi si innamorano al primo sguardo, affascinati dalla bellezza di giovani e fanciulle.

Non sempre però l'amore è corrisposto e spesso le fanciulle cercano di sfuggire ai loro innamorati; quindi, un altro elemento costante è l'inseguimento, che spesso si conclude con una trasformazione quando le belle fuggitive stanno per essere raggiunte.

d) Ogni storia è collegata all'altra e i legami che più di frequente le uniscono, sono:

• la somiglianza o la diversità dei temi (alcuni racconti hanno tutti per tema l'amore o la vendetta o l’amicizia, mentre altri contrappongono il rispetto per gli déi all'empietà, la generosità alla cupidigia...);

• il personaggio (i racconti hanno io stesso protagonista);

• la parentela (il protagonista di un racconto è padre o figlio o marito… di quello del racconto successivo);

• il luogo ( le avventure dei vari personaggi si svolgono nello stesso luogo).

In molti casi i racconti sono incastonati gli uni negli altri: mentre si svolge una vicenda, i personaggi narrano altre storie per alleviare la fatica del lavoro, per farsi conoscere meglio, per divertire, per consolare, per dare insegnamenti.

Ogni storia, quindi, richiama l'altra, in modo da tenere viva l'attenzione di chi legge. Infatti ciò che interessa Ovidio è proprio raccontare, all'infinito: questo grande poeta è un «mitologo» nel senso più antico del termine, cioè un «narratore di storie». E sempre per garantire questa curiosità, questa tensione del lettore, Ovidio non fa coincidere la fine di una storia con la fine di un libro, ma la continua nel successivo, dove ha inizio una nuova vicenda.

Inoltre, per intere pagine i verbi sono al presente, allo scopo di rendere il lettore partecipe del racconto: tutto avviene sotto i suoi occhi. Anche le descrizioni che Ovidio fa di luoghi, personaggi, fenomeni naturali, sono ricche di particolari: chi legge, deve anche «vedere» ciò che accade. C’è un legame molto stretto fa le scene descritte dal poeta e antiche statue greche e romane o affreschi ritrovati a Pompei. Probabilmente Ovidio conosceva queste opere e ne fu colpito; certamente le sue storie ispirarono in seguito artisti come Botticelli, Tintoretto, Tiziano, Veronese,Raffaello, Rubens, Bernini.

Anche in questo modo Ovidio, e soprattutto i miti, continuano a vivere e a raccontare le loro eterne, affascinanti storie.

b

Mostra altro

L'ethos "ammazza-mori" della Spagna

2 Settembre 2018 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #saggi, #storia

 

Di Giambattista Tiepolo - www.szepmuveszeti.hu, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4043039

 

 

di Guido Mina di Sospiro

tradotto da Patrizia Poli, originalmente pubblicato in inglese da New English Review con il titolo Spain’s “Moor-slaying” Ethos

 

[In Spagna sono pubblicato con vari libri tradotti dall’inglese, ai quali contribuisco lavorando a fianco del traduttore o dei traduttori; parlo spagnolo (castigliano) fluentemente e sono stato intervistato alla radio e alla televisione nazionali spagnole, così come dai maggiori giornali del paese; mia moglie è di discendenza spagnola (Basca, galiziana e cantabrica) e lo spagnolo è la sua madre lingua; sono un Grande di Spagna, (titolo concesso a un mio antenato da Carlo V); leggo avidamente libri in spagnolo, particolarmente un sottogenere revisionista in espansione che racconta le conquiste militari della Spagna lungo i secoli; e ho viaggiato in lungo e in largo attraverso la Spagna più che in qualsiasi altro paese europeo, Italia inclusa. Detto ciò, nel saggio seguente ho cercato di offrire al lettore un distillato: alcuni aspetti, più o meno famosi, o famigerati, che sono emblematici di un certo spirito spagnolo.]

Due enormi autobus si sono appena fermati e hanno parcheggiato vicino al santuario. Mi volto verso mia moglie e le dico, “Ci sono i cinesi! Svelta, andiamo a porgere i nostri rispetti alla Vergine finché abbiamo il posto tutto per noi.“ E che posto: Nostra Signora di Covadonga è un santuario mariano dedicato alla Vergine Maria, a Covadonga, nelle Asturie, nel nord ovest  della Spagna. Le Asturie sono una regione strana che, per la maggior parte della gente, non richiama alla mente la Spagna stereotipata: un misto fra le Dolomiti e l’Irlanda, molto verde perché molto piovosa, scarsamente popolata, eccetto che per le due città principali, Oviedo e Gijon, e molto bella. È stato qui che, all’inizio del VII secolo, la nobiltà visigota si ritirò dopo essere stata sconfitta dai Mori che stavano conquistando l’intera penisola iberica. Pelagio, o Pelayo, fondò il regno delle Asturie, e quattro anni più tardi guidò ciò che restava dell’esercito visigoto contro i Mori che avanzavano, e li fronteggiò a Covadonga; una statuetta della Vergine Maria era stata segretamente nascosta in una delle grotte sopra la cascata (Cova Donga, dal latino Cova Dominica, cioè Grotta della Signora). Miracolosamente, Re Pelagio e i suoi uomini riuscirono a sconfiggere i Mori, e ogni visigoto credette che fosse stato grazie all’aiuto della Vergine. Era il 722, una data celebrata in tutta la Spagna come l’inizio della Reconquista, la Ri-conquista, che, dopo 800 anni di guerra costante, portò all’espulsione dei Mori dalla Penisola Iberica.

Come poi si è scoperto, gli autobus non erano pieni di turisti cinesi, ma di bambini delle elementari spagnole. Erano là per un pellegrinaggio che unisce il nazionalismo al marianesimo. Abbiamo sentito i loro insegnanti raccontare di Pelagio e della Vergine che lo aiutò, della nascente Spagna contro i Mori che conquistavano tutto; poi hanno spiegato che la Reconquista è nata lì; infine, non senza un certo orgoglio, hanno parlato degli otto gloriosi secoli che seguirono, ricchi di battaglie che si conclusero con l’espulsione dei Mori, con l’unificazione della Spagna, e con l’inizio della Conquista, cioè l’impero spagnolo. Come una capsula di storia e metastoria, (la fine della Reconquista coincide, quasi in modo soprannaturale, con l’inizio della Conquista nell’anno 1492), potrebbe essere risultata pesante per i bambini, ma sembravano assorbire le informazioni con attenzione. Erano silenziosi e ascoltavano. Il luogo stesso, alla fine di una lunga galleria scavata nella roccia a strapiombo, sopra una cascata sull’orlo di un precipizio, è straordinario. E la piccola statua della Vergine di Covadonga, che qualcuno potrebbe ritenere kitsch, sembrava operare la sua magia sui ragazzi (e su mia moglie e me, ma questa è un altro discorso).

Abbiamo domandato a una delle insegnanti se portare i bambini a Covadonga è qualcosa che fanno solo le scuole asturiane; ci ha risposto, “No, portano qui bambini da tutta la Spagna. È un monumento nazionale. Qui sono stati sconfitti i Mori per la prima volta; qui è dove ha avuto inizio la Reconquista.”

L’Estremadura, nell’ovest della Spagna al confine col Portogallo, è una terra di conquistatori che ha prodotto più famosi (o famigerati, a seconda del punto di vista) Conquistadores di qualsiasi altra regione della Spagna. Trujillo oggi è principalmente ricordata per due dei suoi figli: Francisco Pizarro, che conquistò l’impero Inca; e Francisco de Orellana, il primo a navigare l’intero corso del Rio delle Amazzoni, da principio chiamato Rio de Orellana: 4345 miglia verso l’ignoto. Ma ben prima di allora, Trujillo ha contribuito anche alla Reconquista.

Mentre Alfonso VIII iniziò a testare la resistenza dei Mori nell’area, fu Ferdinando III “el Santo” il monarca che, nel 1232, riconquistò Trujillo alla fede cristiana grazie a un intervento sovrannaturale: la Vergine, con in braccio il bambin Gesù, apparve sopra le mura del castello moresco, nel punto più alto della città, e perciò la battaglia fu vinta dai soldati di Alfonso VIII. Da quel momento in poi, l’intero esercito si rivolse alla Vergine col titolo “La Victoria” (la Vittoria), come santa patrona e avvocato della Reconquista. Fu messa sul trono in cima alla porta principale che porta al castello, dove fu creata una cappella per lei.

Ferdinando III “il Santo” (el Santo) – re di Castiglia dal 1217 e re di León dal 1230 come pure re di Galizia dal 1231 – fu uno dei capi militari di maggior successo durante la Reconquista. Era anche un uomo devoto, sempre pronto ad ascrivere le sue vittorie contro gli “infedeli”, sia militari sia diplomatiche, a Dio o, come mostrato, alla Vergine. Secoli dopo la sua morte, papa Clemente X lo canonizzò. La Valle di san Fernando, vicino a Los Angeles, nel sud della California, porta il suo nome.

Le feste patronali in onore di Nostra Signora della Vittoria sono tenute ancora oggi a Trujillo tra la fine di agosto e l’inizio di settembre. Contemporaneamente, ci sono festival di musica, danza e teatro. La cittadina si anima e attrae visitatori da tutta la regione. 786 anni dopo che Nostra Signora della Vittoria aiutò gli spagnoli a sconfiggere i Mori e riconquistare la città, la sua memoria continua a vivere in modo molto tangibile. Un estraneo penserebbe che Pizarro o de Orellana siano stati scelti dalla città per cantare la sua gloria. Certamente molto vien celebrato su di loro e sui Conquistatori, ma il capitolo che riguarda la Reconquista, con l’intervento, niente meno, di Nostra Signora della Vittoria, è ancora quello festeggiato e sentito di più.

Al pari di Trujillo, Zamora, in Castiglia e Leon sulle rive del Duero, è un’altra città che difficilmente sarà visitata da orde di turisti parlanti lingue misteriose. Quando ci siamo stati, abbiamo incontrato solo visitatori spagnoli, e pochissimi dal vicino Portogallo. E tuttavia, Zamora è sia una gemma sia una stranezza molto emblematica. Annovera ventiquattro chiese del XII e XIII secolo, tutte in stile romanico, così come altri edifici non religiosi nello stesso stile. Nessun’altra città al mondo è abbellita da così tante chiese romaniche – sono ovunque. Ce n’è persino una in miniatura (non del tutto) nel centro della plaza mayor .

Durante i secoli della dominazione moresca nella penisola iberica, Zamora, allora alla periferia del regno delle Asturie, divenne una roccaforte strategica per la Reconquista dei Cristiani. Dall’inizio dell’ottavo secolo fino alla fine del decimo, cambiò di mano dai Cristiani ai Mori attraverso feroci contrasti militari; furono costruiti edifici difensivi e ogni sorta di fortificazione. Durante il dodicesimo secolo il combattimento s’intensificò.  La città, in quel momento parte del regno di Leon, fu finalmente riconquistata e tolta agli Almoravidi e Almohadi. Fu allora che si decise di popolare la città di cristiani provenienti da altri centri, e costruire un numero impressionante di chiese, tutte più o meno nello stesso momento e perciò tutte nello stile corrente, il romanico. La straordinaria, grande ed estremamente composita cattedrale fu costruita in soli ventitré anni.

Mentre si viaggia da nord a sud, le chiese in Spagna diventano più “recenti”, poiché quest’ultima regione fu riconquistata più tardi. In nessun altro luogo più che a Zamora è evidente che la costruzione delle chiese era più di una affermazione religiosa; implicava, in modo abbastanza esplicito, il trionfo sugli “infedeli” e la costruzione della nazione. Liberando città dopo città dalla dominazione moresca, la Spagna gradualmente divenne la Spagna. Con l’eccezione di alcune chiese preromaniche nelle Asturie, quasi ogni chiesa in Spagna è una testimonianza della Reconquista. La Spagna visigota era cristiana (all’inizio ariana, poi, dopo che Recaredo, il re visigoto di Toledo, si convertì al cattolicesimo nel 587 d.c., ci fu un tentativo mai riuscito di cattolicizzare l’intera penisola iberica) e produsse alcune chiese. Ma poi i Mori o le trasformarono in moschee o le distrussero, così, una volta riconquistato il territorio, molte chiese dovettero essere costruite  da zero oppure le moschee convertite in chiese.

La Galizia, una vasta e verdeggiante sotto-regione di montagne, colline, rias, (cioè piccole baie, estuari e fiordi), oceano, spagnoli di origine celtica e zampogne, è dove si trova Santiago di Compostela. Nel mio libro La metafisica del ping pong scrivo: “... per festeggiare il mio quarantesimo compleanno in un luogo mitico che avevo sempre desiderato visitare, mi ero imbarcato nel pellegrinaggio alla cattedrale di San Giacomo, a Santiago di Compostela, insieme a mia moglie. Era stato un incredibile pellegrinaggio di cinquanta metri – quanti ne distava l’albergo dalla cattedrale – percorsi tutti a piedi e senza alcuna sosta, malgrado il tempo inclemente: un’acquerugiola.” A dispetto della mia leggerezza, Santiago de Compostela è uno dei più importanti santuari della cristianità, e di gran lunga il più famoso pellegrinaggio del mondo occidentale. Decine di migliaia di pellegrini di tutte le nazionalità e di tutte le fedi (incluso nessuna) percorrono faticosamente ogni anno il cammino di Santiago, dalla Francia, o dal Portogallo, o da qualsiasi altro posto in Spagna, centinaia di chilometri a piedi. Se ce la fanno, alla fine raggiungono la Plaza de Obradoiro [la piazza della (completata) opera d’oro, un appellativo con chiare sfumature alchemiche], dove sorge la grandiosa cattedrale. Molti, se non la maggior parte, dei pellegrini rimangono scioccati quando, una volta entrati nella cattedrale, s’imbattono nella statua di Santiago (San Giacomo) a cavallo di un destriero bianco che brandisce una spada. Non sanno che, dietro il verde provvidenzialmente collocato per decisione della chiesa cattolica, ci sono statue di Mori che si contorcono sul terreno mentre vengono trucidati dal santo. L’iconografia di Santiago, con la quale tutti diventano familiari, è quella di un primigenio hippy vagabondo, barbuto e comprensibilmente arruffato, con un bastone da passeggio, un ampio cappello e la distintiva conchiglia (che i francesi chiamano coquille Saint-Jacques, per la precisione). Sembra uscito da una comune hippy dei tardi anni sessanta. Dentro la cattedrale, d’altro canto, i pellegrini contemporanei s’incontrano con quest’altro Santiago, il Matamoros, letteralmente, san Giacomo ammazza-Mori.

Giacomo era uno dei dodici apostoli di Gesù, ed è considerato il primo apostolo a essere stato martirizzato. È il santo patrono sia degli spagnoli sia dei portoghesi, chiamato rispettivamente Santiago o São Tiago. Il suo mito come guerriero dalla parte dei cristiani contro i musulmani deriva da quella che sembra essere una finta battaglia, presumibilmente combattuta vicino a Clavijo, tra i cristiani, guidati da Ramiro I delle Asturie, e i musulmani, guidati dall’emiro di Cordoba. In essa, Santiago Matamoros (ammazza-Mori) apparve all’improvviso e aiutò un esercito cristiano in minoranza numerica a raggiungere la vittoria. La data assegnata alla battaglia, l’834, fu più tardi cambiata in 844 per adattarsi a dettagli storici più plausibili.

Sebbene nata da un incidente che, nella migliore delle ipotesi, è spurio, la storia del culto di Santiago procede di pari passo con la storia della Reconquista, e incarna una delle più formidabili icone ideologiche dell’identità nazionale spagnola. “iSantiago y cierra, Espana!” e cioè, “Santiago e addosso, Spagna!” o “Santiago e contro di loro, Spagna!” divenne il grido di battaglia degli eserciti spagnoli che combattevano contro i Mori [e continuò a essere usato, più tardi, dai Conquistatori, con Santiago Matamoros opportunamente trasformato in Santiago Mataindios (ammazza-indiani), ma questa è un’altra storia]. L’Orden de Santiago, cioè l’ordine di San Giacomo della spada, fu fondato nel dodicesimo secolo. Il suo scopo era proteggere i pellegrini del Camino de Santiago, difendere la cristianità, ed espellere i mori dalla penisola iberica. Il suo emblema era la cruz espada, la croce di San Giacomo, cioè una croce che somiglia molto a una spada. Infine, Santiago fu un tema importante delle arti, nella pittura come nella scultura, e si trova in un’infinità di chiese, palazzi e musei in tutta la spagna contemporanea. 

Entrando finalmente nell’impressionante cattedrale di Santiago di Compostela, la maggior parte dei pellegrini sono stupiti nel vedere Santiago trasformato dal classico vagabondo in un ammazza-mori che brandisce la spada. Nel 2004, poco dopo l’attentato al treno di Madrid, l’attacco terroristico di Al-Qaeda che sterminò 192  persone e ne ferì circa 2000, la chiesa cattolica decise di rimuovere la statua di Santiago Matamoros dalla cattedrale, per non offendere la sensibilità dei musulmani  (tardivamente?). Ci fu un sollevamento popolare contro tale rimozione, e si trovò un compromesso, coprendo di piante i mori uccisi, cosa che è stata mantenuta fino ad oggi. I pellegrini, siano essi cattolici, agnostici, umanitari o ipertolleranti globalisti politically correct, pensano che niente potrebbe essere più contrario agli insegnamenti di Gesù dell’idea che uno dei suoi discepoli venga glorificato come assassino. Probabilmente nessuno ha detto loro delle lettere di Bernardo di Chiaravalle ai Templari, o Liber ad milites templi de laude novae militiae (Libro dei cavalieri del Tempio, in lode del a nuova milizia), scritte fra il 1120 e il 1136.

San Bernardo scrisse tale lettera/libro per i cavalieri templari demoralizzati, che nutrivano seri dubbi sul ruolo dei guerrieri cristiani, specialmente riguardo all’atto dell’ammazzare, che consideravano non etico. Dimostrando la sua eloquenza, e partendo dalla premessa della teoria della guerra giusta di Agostino di Ippona (jus bellum iustum), San Bernardo, nel suo libro, introdusse il concetto di mali-cidium (l’uccisione del male). I Milites Christi, i guerrieri di Cristo, non potevano commettere homi-cidum (omicidio, alla lettera uccisione dell’uomo), che è proibito dal quinto comandamento. Ma, siccome il bene superiore dello sradicamento del male lo richiedeva, il malicidium del musulmano “infedele” (l’uccisione del male  dentro di lui) era giustificata.

Nel medioevo ogni sorta di divinità cristiana fu reclutata per il bene delle Crociate e, in Spagna, ben prima di allora, anche della Reconquista: Santo Cristos de las Batallas (Santo Cristo delle battaglie, tutt’oggi un culto molto seguito particolarmente a Salamanca, Avila, e Cáceres), portato in forma di statua sui campi di battaglia quando si combattevano i Mori; la Vergine, in varie apparizioni (ho menzionato quella decisivo a Covadonga, e un’altra a Trujillo); così come, ovviamente, Santiago Matamoros.

Mentre la chiesa cattolica era occupata a mantenere la sua cortina di verzura alla base della statua di Santiago Matamoros, è avvenuto l’attacco di Barcellona, che ha ucciso 13 persone e ne ha ferite almeno 130, la cui indiretta responsabilità è stata attribuita allo stato islamico dell’Irak e del Levante (ISIL)

Dato il suo passato, dato il fatto che la Reconquista è vivamente commemorata fino ad oggi in tutto il paese, e il suo fondamentale significato inculcato nelle menti di tutti i cittadini a partire dai bimbi delle elementari, trovate la correttezza politica occidentale, che sfiora la tolleranza ad ogni costo, adatta o non adatta alla Spagna?

 

I am published in Spain with various books in translation from the English, to which I contribute by working alongside the translator(s); I speak Spanish (Castilian) fluently and have been interviewed on Spanish national radio and television, as well as by the country’s major newspapers; my wife is of Spanish descent (Basque, Galician and Cantabrian) and Spanish is her mother tongue; I am a Grandee of Spain (a title bestowed upon an ancestor of mine by Charles the Fifth); I avidly read books in Spanish, particularly in a burgeoning revisionist subgenre that recounts Spain’s military feats down the centuries; and I have traveled across Spain more than across any other country in Europe, Italy included. Having said that, in this essay I have endeavored to offer to the anglophone reader a distillate: a few aspects, more or less famous, or notorious, that are emblematic of a certain Spanish spirit.

Two huge buses have just pulled up and parked near the sanctuary. I turn to my wife and say, “The Chinese are here! Quick, let’s go pay our respects to the Virgin while we’ve got the place ourselves.” And what a place: Our Lady of Covadonga is a Marian shrine devoted to the Virgin Mary at Covadonga, Asturias, in north-west Spain. Asturias is strange region that for most people does not call to mind stereotypical Spain: a mix between the Dolomites and Ireland, it is very green because it is very rainy, sparsely populated except for its two main cities, Oviedo and Gijon, and very beautiful. It was here that, at the outset of the 7th century, the Visigothic nobility retreated after being defeated by the Moors, who were conquering the entire Iberian Peninsula. Pelagius, or Pelayo, founded the Kingdom of Asturias and four years later led what was left of the Visigothic army against the advancing Moors, and met them at Covadonga; a small statue of the Virgin Mary had been secretly hidden in one of the caves above the waterfall (Cova Donga, from the Latin Cova Dominica, i.e., Cave of the Lady). Miraculously, King Pelayo and his men managed to defeat the Moors, and every Visigoth believed it was thanks to the aid of the Virgin. It was 722, a date that is celebrated all over Spain as the beginning of the Reconquista, the Re-conquest, which, after eight hundred centuries of constant fighting, led to the expulsion of the Moors from the Iberian Peninsula.

As it turned out, the buses were not full of Chinese tourists, but of Spanish elementary school children. They were there on a pilgrimage that unites nationalism with Marianism. We overheard their teachers tell them about Pelayo and the Virgin who helped him, and nascent Spain, against the all-conquering Moors; next they explained that the Reconquista was born there; finally, not without pride, they elaborated about the eight glorious centuries that followed, rich in battles, resulting in the expulsion of the Moors, in unified Spain, and in the beginning of the Conquista, and that is, the Spanish Empire. As a capsule of history and metahistory (the end of the Reconquista coincides almost preternaturally with the beginning of the Conquista in the year 1492), one would have thought that it might be overwhelming for the children, but they took the information in stride. They were quiet, and listening. The place itself, at the end of a long tunnel dug into sheer rock, over a waterfall above a precipice, is stunning. And the little statue of the Virgin of Covadonga, which some may qualify as kitsch, seemed to work her magic on the children (and on my wife and me, but that’s beside the point).

 We asked one of the teachers if taking the children to Covadonga was something done only by Asturian schools; she replied, “No, school children are taken here from all over Spain. It’s a national monument. The Moors were defeated here for the first time; this is where the Reconquista began.”

Extremadura, in Western Spain at the border with Portugal, is a land of Conquistadors that produced more famous (or notorious, depending on one’s view) Conquistadores than any other region in Spain. Trujillo is today chiefly remembered for two of its sons: Francisco Pizarro, who conquered the Inca Empire; and Francisco de Orellana, the first to navigate the entire length of the Amazon River, at first named Rio de Orellana: 4,345 miles into the unknown. But well before their time, Trujillo contributed also to the Reconquista.

While Alfonso VIII began to test the resistance of the Moors in the area, it was Fernando III “el Santo” the monarch who, in 1232, re-conquered Trujillo to the Christian faith thanks to a supernatural intervention: the Virgin, holding baby Jesus in her arms, appeared above the walls of the Moorish castle situated at the highest point in town, and thereafter the battle was won by Fernando III’s soldiers. From that moment on, the whole army addressed the Virgin with the title “La Victoria” (The Victory), as the patron saint and advocate of the Reconquista. She was enthroned on top of the main door that leads into the castle, and a chapel in it was created for her.

Ferdinand III “the Saint” (el Santo)—King of Castile from 1217 and King of León from 1230 as well as King of Galicia from 1231—was one of the most effective military leaders in the Reconquista. He was also a pious man, ever willing to ascribe his victories against the “infidels”, be they military or diplomatic, to God or, as illustrated, to the Virgin. Centuries after his death, Pope Clement X canonized him. The San Fernando Valley, near Los Angeles, in Southern California, is named after him.

The patron saint festivities in honor of Our Lady of Victory are held to this day in Trujillo between the end of August and the beginning of September. At the same time, there are festivals of music, dance, and theater. The small town comes alive and attracts visitors from all over the region. 786 year after Our Lady of Victory helped the Spaniards defeat the Moors and re-conquer the city, her memory lives on in a very tangible way. An outsider would think of either Pizarro or de Orellana as being chosen by the town to sing its own glory. To be sure, much is made about them and the Conquistadors, but the chapter pertaining to the Reconquista, with the intervention of Our Lady of Victory, no less, still is the one that is celebrated, and felt, the most.

Like Trujillo, Zamora, in Castilla y León on the banks of the Duero, is another town unlikely to be visited by hordes of tourists speaking mysterious languages. When we were there, we only came across Spanish visitors, and a very few from nearby Portugal. And yet, Zamora is both a gem and a highly emblematic oddity. It numbers twenty-four churches from the 12th and 13th century, all in Romanesque style, as well as some other non-religious buildings in the same style. No other city in the world is graced with as many Romanesque churches—they are everywhere. There is even a diminutive one (not quite) in the center of the plaza mayor.

During the centuries of Moorish rule in the Iberian Peninsula, Zamora, then at the periphery of the Kingdom of Asturias, became a strategic stronghold for the Christians’ Reconquista. From the early 8th century to the late 10th century it was a city changing hands from Christians to Moors through fierce military engagements; defensive buildings and all sorts of fortifications were built. During the 12th century, the fighting intensified. The city, by then part of the Kingdom of León, was finally re-conquered from the Almoravids and the Almohads. It was then that it was decided to populate the city with Christians from other towns, and build an impressive number of churches, all more or less at the same time and therefore all in the then current style, the Romanesque. The stunning, large and extremely composite cathedral was built in only twenty-three years.

As one journeys from north to south, churches in Spain become more “recent”, as the latter region was re-conquered later. Nowhere more than in Zamora is it evident that church-building was more than a religious statement; it implied, quite explicitly, triumph over the “infidels” and nation-building. By liberating city after city from Moorish domination, Spain gradually became Spain. With the exception of a few pre-Romanesque churches in Asturias, almost every church in Spain is a testament to the Reconquista. Visigothic Spain was Christian (at first Arian; then, after Reccared, the Visigothic king in Toledo, converted to Catholicism in 587AD, there was a never completely successful attempt to Catholicize the entire Iberian Peninsula) and did produce some churches. But then the Moors either turned them into mosques or tore them down, so, once the territory was re-conquered, most churches had to be built from scratch, or mosques would be converted into churches.

Galicia, a vast and green sub-region of mountains, hills, rías (i.e., inlets, estuaries, fiords), ocean, Spaniards of Celtic heritage and bagpipes, is where Santiago de Compostela is found. In my book The Metaphysics of Ping-Pong I note: “To celebrate my fortieth birthday and go to a mythical place I’d always wanted to see, I too had embarked on the pilgrimage to St James’s Cathedral, in Santiago de Compostela, with my wife. It’d been an incredible fifty yards, from the hotel straight to the cathedral, nonstop and all on foot despite the inclemency of the weather: a drizzle.” Notwithstanding my levity, Santiago de Compostela is one of the most important shrines in Christendom, and far and away the most celebrated pilgrimage in the western world. Tens of thousands of pilgrims of all nationalities and all faiths (including none) trudge every year along the Camino de Santiago, from France, or Portugal, or elsewhere in Spain, hundreds of kilometres on foot. If they make it, they eventually reach the Praza do Obradoiro (the Square of the [completed] Work of Gold, an appellation with distinct alchemical overtones), where the grandiose Cathedral stands. Many if not most pilgrims are shocked when, once inside the cathedral, they come across a statue of Santiago (St. James) mounted on a white horse and wielding a sword. Little do they know that behind the greenery providentially placed there by decision of the Catholic Church, are the statues of writhing Moors on the ground being slaughtered by the saint. The iconography of Santiago all pilgrims become familiar with along the way is that of the prototypical wandering hippy, bearded and understandably a little dishevelled, with a walking stick, a large hat and the distinctive scallop on it (which the French call coquille Saint-Jacques, precisely). He looks straight out of a hippy commune in the late 1960s. Inside the cathedral, on the other hand, the contemporary pilgrims meet with that other Santiago—Matamoros, literally, St. James the Moor-slayer.

James was one of the twelve apostles of Jesus and is considered the first apostle to be martyred. He is the patron saint of both Spaniards and Portuguese, respectively called Santiago or São Tiago. His myth as a warrior on the side of the Christians against the Muslims derived from what seems to be a fictional battle allegedly fought near Clavijo between the Christians, led by Ramiro I of Asturias, and the Muslims, led by the Emir of Córdoba. In it, Santiago Matamoros (the Moor-slayer) appeared suddenly and helped an outnumbered Christian army to gain victory. The date assigned to the battle, 834, was later changed to 844 to suit more plausible historical details.

Although born out of an incident that is spurious at best, the history of the cult of Santiago goes hand in hand with the history of the Reconquista, and incarnates one of most formidable ideological icons in Spain’s national identity. “¡Santiago y cierra, España!” and that is, “Santiago and close, Spain!” or “Santiago and at them, Spain!” became the battle cry of Spanish armies when fighting against the Moors (and continued to be used, later on, by the Conquistadors, with Santiago Matamorors morphing opportunely into Santiago Mataindios [Indian-slayer], but that’s another story). The Orden de Santiago, i.e., the Order of St. James of the Sword, was founded in the 12th century. Its aim was to protect the pilgrims of the Camino de Santiago, to defend Christendom, and to expel the Moors from the Iberian Peninsula. Its emblem was the cruz espada, the Cross of St. James, and that is, a cross that looks very much like a sword. Lastly, Santiago was a major theme in the arts, in paintings and sculptures alike, and is found in countless churches, palaces and museums all over contemporary Spain.

 Upon entering at long last the overwhelming cathedral of Santiago the Compostela, most pilgrims are astonished to see Santiago transformed from the prototypical wanderer to a sword-wielding Moor-slayer. In 2004, shortly after the Madrid train bombings (or 11-M), the Al-Qaeda terrorist attack that killed 192 people and injured around 2,000, the Catholic Church decided to remove the statue of Santiago Matamoros from the cathedral, not to offend the sensitivity of Muslims (belatedly?). There was a popular uproar against such a removal, and the compromise was found of covering the slain Moors with greenery, which is kept up to this day. Pilgrims, be they Catholics, agnostics, humanitarians or politically correct hypertolerant globalists feel that nothing could be more contrary to the teachings of Jesus than the idea that one of his disciples would be glorified as a murderer. Nobody must have told them about St. Bernard of Clairvaux’s letter to the Templars, or Liber ad milites templi de laude novae militiae (Book to the Knights of the Temple, in Praise of the New Knighthood), written between 1120 and 1136.

 St. Bernard wrote that letter/book for the demoralized Knights Templar, who were having serious doubts about the role of Christian warriors, and especially about the act of killing, which they deemed unethical. Displaying his eloquence, and starting from the premise of Augustine of Hippo’s just war theory (jus bellum iustum), St. Bernard introduced in his book the concept of mali-cidium (the killing of evil). The Milites Christi, the warriors of Christ, could not commit homi-cidum (homicide, literally the killing of man), which is forbidden by the fifth commandment. But since the higher good of the eradication of evil demanded it, the malicidium within the Muslim “infidel” (the killing of evil inside him) was justified.

 In the Middle Ages, all sorts of Christian divinities were recruited for the sake of the Crusades and, in Spain, well before that time, of the Reconquista: Santo Cristo de las Batallas (Holy Christ of the Battles, to this day a very followed cult particularly in Salamanca, Ávila, and Cáceres), carried as a statue in battlefields when fighting against the Moors; the Virgin, in various incidents (I have mentioned the seminal one at Covadonga, and another at Trujillo); as well as, of course, Santiago Matamoros.

While the Catholic Church was busy keeping its curtains of greenery around the base of the statue of Santiago Matamoros, there occurred the Barcelona Attacks, that killed 13 people and injured at least 130 others, whose indirect responsibility was attributed to the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL).

Given its past, given the fact that the Reconquista is vividly commemorated to this day all over the country and its fundamental significance inculcated into the minds of all citizens starting with elementary school children, do you find the western political correctness trespassing into tolerance à outrance well- or ill-suited to Spain?

Mostra altro
<< < 1 2 3