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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Dieci domande a: Flavia Spadiliero

16 Agosto 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste

 

 

 

 

Amici lettori di Letture da Metropolitana e di signoradeifiltri, oggi abbiamo nostra ospite Flavia Spadiliero, una scrittrice non più giovane ma vi garantisco che, in mezzo a voi giovani di belle speranze, la nostra amica non stonerebbe. Voi direte "E grazie, è più esperta". Sì, senza dubbio con gli anni si acquisiscono tante di quelle informazioni che rendono la vita più facile, ma in ogni caso c'è qualcosa per cui non conta l'età ma quello che si ha dentro e, a quel punto, siamo tutti uguali e può succedere che un giovane sia vecchio e, invece, un anziano sia più giovane e questo si chiama cuore, un motore che muove la mente e che, nel momento che si scrive, azzera tutto.

Flavia, penna alla mano, dimentica i capelli argento, sale su un cavallo chiamato sentimento, e comincia a galoppare con passione fra parole scritte non per fare scena ma per emozionare, e, potete credermi, averla con noi in Letture da Metropolitana è un gran vantaggio, oltre che un vero piacere. In vita sua ha scritto tanto e il materiale non le manca ma non ha mai pubblicato un libro tutto suo. Sono sicuro, siamo tutti sicuri, che un giorno lo farà. Che poi, a dirla tutta, lei non è un'"ambiziosa", non le interessa atteggiarsi, non vorrebbe mostrare alle amiche le sue pubblicazioni gonfiandosi il petto.

Molte volte è inutile scrivere libri che verranno dimenticati mentre altri finiranno tristemente nel cassonetto della differenziata, ma questo è un altro discorso. Flavia, saggiamente, in una risposta spiega anche perché lei scrive le sue cose su Letture da Metropolitana con gioia per tutti noi, per coloro che sul bus e in metro vogliono assaporare qualche minuto di piacevole lettura prima di entrare nella giungla quotidiana. Eppure, un giorno quel libro che si sfoglia con le mani sarà realtà.

Molto bene, ecco le 10 domande per la nostra amica:

 

1) Non posso fare a meno di chiederti... perché scrivi?

Scrivo per passione, senza crederci troppo perché non sono una scrittrice, diciamo che amo quello che scrivo, bello o brutto che sia.

 

2) Invecchiando si impara o si insegna?

Non ho ancora capito se ho imparato, certo è che non so cosa insegnare, tutti sanno molte più cose di me. Imparo.

 

3) A proposito di letteratura, si stava meglio quando si stava peggio?

Negli ultimi anni molti pseudo scrittori hanno pubblicato cose scadenti ma sono molti anche quelli che sanno scrivere bene con umiltà e senza vanterie, leggo cose molto belle di giovani sorprendentemente ben preparati. Non credo si stesse meglio, era indubbiamente diverso, né meglio né peggio di com'è ora.

 

4) Che diresti a chi copia e incolla?

Finitela di fare il gioco del nascondino, se non sapete scrivere lasciate perdere e dedicatevi a cose più alla vostra portata.

 

5) Una sperimentazione letteraria che ti piace?

Mi piacciono molto i racconti a più mani, come il nostro ultimo da cui è nato un libricino molto interessante e divertente Mercurio Solido. Non è una cosa da poco perché è un mix di punti di vista senza gelosie. Davvero molto bello anche Gli Investigautori, dove ci siamo cimentati in un giallo tutto da ridere. Facciamolo ancora.

 

6) La deculturizzazione è colpa di chi?

La deculturizzazione è una delle disgrazie del nostro paese, voluta dai vari ministri della pubblica istruzione, mirata a tirare su una classe di ignoranti manovrabili. Un popolo ignorante si può dominare facilmente, chi legge e si accultura non si può più sottomettere perchè un cervello libero non si fa dominare.

 

7) Il libro antico ma più moderno di tutti.

Questa domanda mi mette in imbarazzo. Come forse non sai, amo gli antichi filosofi che, dopo tutti i millenni, ancora insegnano, a parte Aristotele, arrivato ai vertici del cristianesimo solo perché ha incontrato i favori di Agostino da Tagaste. Sono affascinata da Platone e dai discorsi su Socrate, quindi penso che abbia ancora molte cose da insegnare. Ovviamente è solo il mio modesto parere perché sento già levarsi il coro di proteste.

 

8) Sei in cattedra e davanti a te hai 24 giovani: che gli diresti?

Se avessi 24 giovani davanti, non saprei cosa dire, sono sicura che sanno molte più cose di me. Potrei suggerire di leggere, leggere tutto quello che capita a tiro, anche la pubblicità, non fosse altro che per rimarcare gli errori grammaticali. Ricordate che un uomo/donna che legge mette in moto il cervello e diventa pericoloso per il potere.

 

9) Che cosa renderesti obbligatorio a scuola?

A scuola renderei obbligatoria l'educazione sessuale, per insegnare ai giovani il rispetto per l'altro. E, seconda ma non meno importante, educazione civica, per far sapere ai cocchi di mamma che non ci sono solo loro al mondo e gli altri meritano tutto il rispetto (tipo non parcheggiare al posto dei disabili) e sarebbe un elenco lunghissimo.

 

10) Che cosa vorresti chiedere ai lettori di Letture da Metropolitana e di signora deifiltri?

Ai lettori  vorrei chiedere un po' di partecipazione in più, non dovete aver paura di leggere e commentare gli altri. E' la legge del libero scambio: io leggo e commento te e tu fai altrettanto. Grazie.

 

Flavia grazie a te da parte di tutti. Ti aspettiamo con simpatia al tuo prossimo lavoro.

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Giocagiò

15 Agosto 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione, #educazione

 

 

 

 

Il tempo è smisurato da bambini. In particolare non finivano mai i quindici minuti che intercorrevano dalle 16,45 alle fatidiche 17, quando incominciavano i programmi Rai, inaugurati dall’immagine dell’antenna che saliva lentamente, immersa in una musica solenne.

Come anticipo sulla Tv dei ragazzi - beati tempi in cui nel pomeriggio criminologi dalle labbra gonfiate e direttori di riviste gialle ancora non disquisivano su delitti e donne fatte a pezzi - c’era un programma, andato in onda dal 1966 al ‘69, intitolato Giocagiò.

I conduttori più famosi erano Lucia Scalera e Nino Fuscagni (già, chi affiancare a una “Lucia” se non il mitico "Renzo" de I promessi Sposi, trasmessi nel 1967?)

Io ero una bambina curiosa e solitaria, mi piacevano le cose da ragazzi ma anche quelle per adulti, seguivo tutti gli sceneggiati tv senza perderne una parola, e forse è proprio così, fra fiabe, pupazzi animati e opere letterarie imperiture, che si è formata la mia fantasia. 

Giocagiò era dedicato “ai più piccini” ed era una sorta di Art attack ante litteram. Scopo del programma era insegnare, in modo divertente e leggero, a costruire oggetti e prendersi cura di piante e animali. In quegli anni là non si dimenticavano mai l’intento didattico e l’indirizzo etico del fanciullo.

Certe cose, per la loro semplicità, riuscivano persino a me che sono negata dal punto di vista manuale. Ad esempio mi piaceva costruire un igloo, disegnando col pennarello mattoni di ghiaccio su un guscio d’uovo aperto a metà. Chissà se i bambini di oggi sanno cos’era un igloo? Chissà se lo sanno almeno i bimbi eschimesi? (O devo dire Inuit, ora che le cose si offendono quando vengono chiamate col loro nome?)

La televisione era in bianco e nero, allora, gli sfondi erano pezzi di cartone dipinto, ma bastavano pochi oggetti - un tavolo, una sedia, la gabbietta di un uccellino - per scatenare la fantasia dei più piccoli, ricostruendo la casa immaginaria in cui era ambientato il programma, così come quando, nelle Fiabe sonore dei Fratelli Fabbri, bastava il suono dell’arpa per segnare il passaggio del tempo. Potente è la fantasia dei bambini, e potente quella del lettore se solo lo scrittore sapesse toccare i tasti giusti.

I due presentatori ebbero un gran successo perché erano educati, gentili, giovani e sorridenti. La Scalera era il prototipo della maestra che tutti avremmo voluto avere, bella e materna, dolce e allegra. Ma erano anche sobri, eleganti, formali. Lei aveva un casco scuro di capelli cotonati e lui l'immancabile giacca e cravatta. Erano anni in cui la forma contava ma non si sostituiva, tuttavia, alla sostanza.

Come vorrei che, all’improvviso, dalle mie mani scomparisse il telecomando e vi si materializzasse, invece, una tazza di tè caldo. Le cinque di un pomeriggio d’inverno… Mia madre e mia nonna sedute sul divano che è il mio letto, nel bel salotto nuovo della mia casa di via San Carlo, con le poltrone di sky marrone e le tende a rete gialla. La scrivania di mio padre in un angolo, ché lui lavora di giorno e studia di sera per diplomarsi. Io, accoccolata davanti al basso tavolinetto di marmo che per me rappresenta tutto: comodino, scrittoio, ripiano da gioco. Inzuppo biscotti al Plasmon che si sfanno nel tè, e ho nel naso un odore salato di raffreddore. Una lucina accesa brilla accanto all'apparecchio, perché “se no fa male agli occhi”, i bagliori bianchi e neri illuminano la stanza e, sullo schermo, Nino e Lucia sorridono: belli e giovani come non saranno mai più.

Non so se, fra schiuma party e feste di compleanno settimanali, i nostri bambini inondati di regali, imbambolati davanti al tablet, inchiodati al cellulare di papà, hanno mai provato una gioia del genere?

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Arte al bar: VAN GOGH La camera di Vincent ad Arles

14 Agosto 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura

La camera di Vincent ad Arles di Van Gogh e l'omaggio di Walter FestLa camera di Vincent ad Arles di Van Gogh e l'omaggio di Walter Fest

La camera di Vincent ad Arles di Van Gogh e l'omaggio di Walter Fest


 


 

Non potevamo non parlarvi, amici della signoradeifiltri, di un artista importantissimo, un artista che, solo nominandolo, ti fa immaginare la bellezza dei colori e della natura. Chi di voi, vedendo un campo di girasoli, non penserebbe al grande pittore olandese?
Affezionatissimi lettori, oggi per voi Vincent van Gogh, e l'opera che andremo a descrivere sarà
 La camera di Vincent ad Arles.

Sono in compagnia di Monica la parrucchiera, oggi non lavora e - grazie ad un triplo caffè accompagnato da un bel cornettone alla fragola, vaniglia, pistacchio con panna - l'ho obbligata a sedersi con me di fronte a questo capolavoro. La nostra amica preferisce la tv, il cinema, la dance, ha un caratterino tutto sale e pepe, un vocione che fa a gara con Giovanna. Fortunatamente non ha molto tempo, altrimenti sarebbe la sua ideale compagna di gioco al biliardo. Lo ammetto, l'ho costretta a questo supplizio artistico perché sono sicuro che dopo cambierà opinione sull'arte. 

Descriveremo La camera di Vincent ad Arles di van Gogh immaginando di poterla vedere con la fantasia come se ne fossimo all'interno, per magia possiamo provare a toccarla  con le mani. I colori sono perfettamente intonati, l'atmosfera che si respira nella stanza è calda e rassicurante, il letto giallo appare, per la prospettiva, come su un piano inclinato. Stacca il rosso del lenzuolo, materia intensa fra le coperte e i cuscini gialli, il letto è attaccato di fianco al muro, le pareti della stanza sono celesti, così come le porte e il soffitto. Quadri pendenti, asciugamani verdi, tutto è ordinatamente disposto. Dalla finestra, dai montanti verde scuro, filtra la luce gialla sfumata di verde chiaro, la pennellata è netta e decisa, irradia di luce il tavolino di legno giallo e le sue cose.

Van Gogh ha usato il blu, il giallo che, miscelati insieme, diventano verde, poi il rosso che, insieme al giallo, diventa arancio, il bianco che, impastato lieve con il blu, diventa celeste, forse per sbaglio ha fatto un po' più scura una cornice del quadro vicina alla finestra, ma sì, per sbaglio, perché no? Invece il pavimento è di un marrone molto chiaro, tecnica arguta per aumentare la profondità proprio lì dove c'è l'altra sedia gialla di paglia.
 

- Dai, Monica sediamoci.


- Walter, poi che facciamo?


- Io avrei un idea per il letto.


- Mi dispiace, non si può.


- Ma con la fantasia si può tutto.
 

- Vuoi che ti faccio uno shampo con l'acqua gelata?
 

- Dai, che scherzavo, caso mai ci facciamo un pisolino, sai che questa stanza ti dà una sensazione di tranquillità, di pace interiore fatta di cose semplici, l'utilizzo di questi colori è riposante.
 

- Ma sai che hai ragione? Io adesso non mi alzo più da questa sedia!
 

- Monica, la sua stanza è dipinta con un senso di pace, forse è quella che cercava van Gogh, la rappresentazione di un desiderio inconscio, il pittore era un genio ma con una personalità sensibilissima, probabilmente, se fosse stato caratterialmente diverso, non avrebbe mai realizzato i suoi capolavori. Questa è un'opera dipinta nel 1888, nel formato 70x90 circa, di quest'opera realizzò tre versioni. La camera si trovava nella casa di Arles, dove Vincent van Gogh soggiornò, condividendola per un un breve periodo con Gauguin.
 

-  Mi piace quest'aria luminosa e serena, la nostra vita dovrebbe essere sempre cosi, tranquilla e colorata.
 

- Sì, amica mia, questa sensazione di quiete tutti noi sappiamo che esiste ed è quello che desideriamo di più, eppure i libri di storia sono pieni di guerre, morti ammazzati, gente affamata e impaurita; in tv e sui giornali troppe tristi notizie quotidiane, ma sarebbe bello vivere in santa pace, alzarsi la mattina da un letto arancione come questo, andare a lavorare, studiare, gioire, qualche volta anche piangere per poi sognare. Van Gogh, come tutti noi, era in cerca di questi momenti di pace, si potrebbe dire. Vabbè, ma se stiamo sempre in pace poi ci annoieremo, penseremo che la vita senza drammi sia finta, noi che ci sentiamo come gladiatori nell'arena, vivere o morire. Monica che ne pensi?
 

- Walter, la quotidianità è quasi follia. Io voglio vivere serena, voglio mangiare un gelato in santa pace, voglio correre, ridere, ballare. Posso incazzarmi se buco una ruota e faccio tardi al lavoro, qualcuno svelto mi frega il parcheggio, quando piove la città si allaga, gli automobilisti senza pietà ti fanno il bagno, ho perso un mazzo di chiavi, il moroso mi ha mollato, nel sampietrino un tacco 15 ho infilato, ma così è la vita, questo posso sopportarlo, invece, della guerra, della violenza, non ne posso più, mettete dei fiori nei vostri cannoni e non ne parliamo più. 
 

- Eh, già, peccato che il nostro tempo sia scaduto, Monica, non vorrei uscire dall'opera ma dobbiamo andare e chiudere questo articolo della signoradeifiltri. Allora, ti è piaciuta questa chiacchierata artistica?
 

- Sì, non è male l'arte, mi piace, direi che è molto riposante, forse ci rivediamo il prossimo giorno libero.
 

- E, durante la settimana, non ti interesserebbe un altro incontro con un'altra artista?
 

- Devo lavorare ma avvertimi prima, però ho un idea, vieni tu da me nel mio negozio, chi sarà l'artista?
 

- Marina... Marina Abramovic.
 

- La moglie del calciatore?
 

- No.
 

- Ah, peccato, va bene, fa lo stesso, tanto saremo tutte donne, se vuoi porta con te pure Dalia.
 

Signore e signori lettori del blog che valica le barriere della fantasia, salutiamo Monica la parrucchiera, Van Gogh e la sua stanza da letto, e vi diamo appuntamento per la prossima occasione, probabilmente in trasferta, per parlare dell'artista Marina Abramovic.

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L'età di Augusto

13 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera, #storia

 

 

 

 

 

Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona, nella terra dei Pe­ligni (oggi, l’Abruzzo), da un' antica famiglia di cavalieri, il 20 marzo del 43 a. C.

Alcuni anni dopo, ad Azio (31 a. C.), Ottaviano sconfiggeva Antonio: terminava cosi il lungo e sanguinoso periodo delle guerre civili e iniziava l'eta del principato di Augusto. Il nipote di Cesare, infatti, assumerà prima il titolo di «princeps» (che in latino significa « primo», «il migliore di tutti i cittadi­ni»), poi quello di «Augusto» (cioè «sacro», «venerabile»). Questa nuova forma di governo, il principato, anche se lasciava in piedi le istituzioni repubblicane (senato, comizi, magistrature), di fatto era una monarchia che durò per ben 45 anni, fino alla morte del­l'imperatore Augusto, avvenuta nel 14 d. C.

Durante il principato, Roma, dopo la rovina causata dalle guerre civili, ebbe un periodo di grande prosperità e pace, e ci fu uno straordinario sviluppo della letteratura e dell'arte.

Alcuni fra i più grandi poeti e scrittori latini (Virgilio, Orazio, Livio, Properzio, Tibullo),che a causa delle guerre civili avevano subito gravi danni economici, trovarono in Ottaviano aiuto e protezione: egli restituì loro le proprietà confiscate e promise l'ordine, la fine delle discordie, quella pace tanto desiderata che sembrava perduta per sempre.

In realtà, durante il suo principato, Augusto fece molte guerre, ma esse si svolsero sempre ai confini dell'impero, contro popolazioni straniere, e non fra Romani. Così, dopo la battaglia di Azio, i poeti si rivolsero al «princeps» con gratitudine, come a colui che garantiva loro la pace e una vita tranquilla, nella quale potevano dedicarsi all'«otium», cioè allo studio e all'arte. In cambio, Augusto chiese agli uomini di cultura di celebrare nelle loro opere gli ideali che stavano alla base della sua politica: l'amore per la campagna, il rispetto per la tradizione, il rifiuto del lusso, dei costumi immorali, degli influssi orientali.

Nel frattempo era cresciuta una nuova generazione di uomini, e quindi anche di artisti e di poeti, per i quali gli orrori delle guerre civili rappresentavano solo un vago ricordo: la pace era ormai consolidata, non veniva più vissuta come una preziosa e dolorosa conquista. Questi giovani provavano insofferenza per i progetti di Augusto, che voleva ricreare l'antica repubblica romana, basata sull'amore per gli dèi, sulla famiglia, sulla semplice vita contadina, e desideravano invece un'esistenza agiata, raffinata, di tipo orientale; Roma infatti aveva sottomesso l'Egitto, ma in realtà i costumi, i gusti, le idee, le credenze religiose di quella terra influenzavano profondamente la capitale dell'Impero.

Ovidio, ultimo dei grandi poeti dell'età di Augusto, si fece interprete delle aspirazioni e delle contraddizioni della nuova generazione; forse anche per questo terminò la sua vita in esilio, nelle lontane terre della Scizia.

 

 

 

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Dieci domande a: Lorena Giardino, in arte Scrittrice Imperfetta

12 Agosto 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste

 

 

 

 

Ci siamo già occupati in questa sede del sito Letture da metropolitana (confidenzialmente LdM!), con una audio intervista di Chiara Pugliese a Serena Pisaneschi, uno degli autori del portale in cui trovano spazio racconti brevi e brevissimi, ma anche poesie e riflessioni, che abbiano tempi di lettura non superiori a cinque minuti, giusto l’intervallo tra una fermata della metro e l’altra.

Ma da oggi vogliamo creare una vera e propria sinergia col sito gestito da Cristian Ghezzi.

Il nostro Walter Fest è uno dei promotori più entusiasti di LdM. Si devono a lui iniziative come “il festival della fantascienza”, da cui è nata la raccolta di racconti Mercurio solido,  e anche una serie d’interviste agli autori più attivi sul sito, ai quali ha posto 10 domande.

Oggi comincia presentandovi un’autrice che si fa chiamare Scrittrice Imperfetta.

 

 

Amici lettori di letturedametropolitana.it e di signoradeifiltri.blog, Scrittrice Imperfetta è stata la prima a sottoporsi alle mie 10 domande, domande apparentemente semplici, mai banali, domande varie per conoscere i nostri amici scrittori.

Lorena Giardino, in arte Scrittrice Imperfetta, è torinese. Scrive con allegria cose profonde, poetiche, favole moderne, umane, ama la gente e la musica e, quando scrive, è guidata dalla passione e dalla gioia. Forse è proprio nata per scrivere.
 

1) Perché "scrittrice imperfetta"?
 

Scrittrice imperfetta... fondamentalmente sono imperfetta in tutto quello che faccio... e lo dico con grande orgoglio, eh!! Perché? Perché sono una cultrice dell'imperfezione... perché trovo che la perfezione (ammesso che esista) sia piuttosto noiosa... perché alla fine le nostre imperfezioni sono quel che ci caratterizza... quello che ci rende unici... quello, che alla fine, ci rende "noi"!!!

 

2) Quando hai iniziato a scrivere?
 

Ho iniziato a scrivere alle elementari. Di recente mio padre mi ha fatto un dono preziosissimo!! Lui, che tiene tutto, ha ritrovato in cantina due meravigliosi tesori... un diario con le mie poesie di bimba e il mio primo libro... un romanzo (la mia "bimbitudine" me lo faceva vedere come tale)... cioé un quadernetto con una storia che avevo scritto e illustrato. Non mi ricordo esattamente che età avessi... ma facevo le elementari. Non potete capire l'emozione che ho provato nello sfogliare questi tesori!!!!

 

3) Il tuo mito?
 

Il mio mito. Boh, qui è più difficile rispondere perché ne ho diversi... musicalmente parlando sicuramente Kurt Cobain... tral'altro è ascoltando i Nirvana che molti miei racconti sono nati. Manco a dirlo... lui era l'imperfetto per eccellenza!!!

 

4) Quando cammini per strada ripensi a quello che devi scrivere?
 

Quando cammino per strada cerco più che altro di non inciampare... ah ah, scherzo... mah, che dire... a volte mi viene in mente un'idea e ci sono momenti in cui mi verrebbe da mollare tutto e correre a scrivere... sapete, no, quando a uno "gli scappa da scrivere"...

 

5) Scrivi mai a penna?
 

Quando ho una penna e un foglio mi viene più che altro voglia di disegnare... faccio tanti scarabocchi e ci metto in mezzo pezzi di frasi, parole, ecc.. a volte poi ne esce fuori qualcosa.. altre volte restano lì... ho un quadernetto, degli scarabocchi. Anche quello è una specie di piccolo tesoro x me.

 

6) Da cosa ti lasci ispirare?
 

Cosa mi ispira: mi piace osservare le persone... a volte provo ad immaginare chi sono, che cosa pensano... quale sia la loro vita... diciamo che poi questi pensieri si depositano da qualche parte, sedimentano... magari si spezzettano e si mescolano... e poi, boh, escono fuori quando mi metto a scrivere... i personaggi sono quasi sempre un collage di persone che ho visto e conosciuto. Poi,dal personaggio mi muovo come un ragno quando fa la ragnatela.. .e ci costruisco intorno la storia. Di solito funziona cosi.

 

7) Il tuo ultimo libro pubblicato, puoi parlarcene? Come ti è venuto in mente?
 

Il mio ultimo (e unico x ora) libro pubblicato è nato da una serie di racconti che stavo scrivendo, che avevano tutti un filo conduttore: l'inquietudine. Un tema che mi è molto caro... sono sempre stata una persona profondamente inquieta, un po' in tutte le cose... e ho sempre avuto difficoltà nello "stare ferma"... il cambiamento, la rottura, la continua ricerca... l'insoddisfazione perpetua... questa sono io... così ho iniziato a scrivere questi racconti dove i personaggi erano tutti inquieti... incoerenti.. .imperfetti. 
Sono andata avanti un bel po'. Poi mi sono affezionata a questi personaggi e mi è venuto in mente che potevo provare a farne un romanzo... creando connessioni e legami tra loro... e così, boh, ci ho provato... In effetti la prima parte del libro ha mantenuto  la struttura originaria... solo che poi le varie storie si sono sviluppate e, beh... se mai lo leggerete, vedrete!!

 

8) Stai preparando un altro testo?
 

Ho in mente diversi possibili progetti, ma per ora niente di concreto. Ho una vita parecchio incasinata e poco tempo per scrivere, di sicuro non tutto quello che vorrei. 
Mi piacerebbe fare una raccolta di poesie, un libro di fiabe rock (alcune le ho già scritte) e un libro al contrario sulla storia della mia famiglia. Prima o poi questi progetti proverò a realizzarli. Ma ci vorrà un po'.

 

9) Puoi descriverci il tuo carattere?
 

Vabbè, ci provo. Ho un pessimo carattere. Sono impulsiva, testona e spesso irragionevole. E a volte mi accorgo che le persone faticano non poco a capirmi. Vabbè, a volte fatico anche io a capirm e riesco pure a darmi fastidio da sola. Poi, però, ho pure qualche pregio. Sono molto empatica con le persone... specie con quelle fragili. Forse perché in fondo, nonostante tutto, lo sono pure io. Fragile. Boh.

 

10) Hai la possibilità di parlare con un lettore, che gli diresti?
 

Ad un lettore direi: Fammi sapere se il mio libro ti è piaciuto!!! 
 

Certo che ci sei piaciuta, Scrittrice imperfetta, e, davanti al tuo sorriso più grande del mondo, ti ringraziamo, ti salutiamo e ti aspettiamo insieme a tutti noi fra le pagine quotidiane di letturedametropolitana e, perché no, magari anche in libreria, noi crediamo in te.

 

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Nasce Green Peace

11 Agosto 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                

 

 

 

La radio ufficiale di  Grunland, piccolo regno del lontano nord, aveva annunciato da pochi giorni lo stato di autarchia e la legge marziale che imponeva il coprifuoco serale. Un isolamento della nazione da ogni contatto con il mondo esterno. Le autorità del paese avevano intenzione di scoraggiare ogni rapporto commerciale con altri paesi esterni. Il loro territorio era, per la maggior parte dell’anno, soggetto a congelamento per il perdurare del periodo invernale, trovandosi a latitudini molto a nord.

La vita era già difficile in quelle condizioni, adesso, con le ulteriori restrizioni emesse dal governo centrale, per gli abitanti diventava ancora più dura. Le risorse per l’alimentazione e per il riscaldamento erano, da sempre, legate al mare, e ogni individuo, maschio o femmina, doveva essere in grado di ricavare da quelle acque gelide la scarsa quantità di cibo necessario alla sopravvivenza. Le prede più ambite e ricercate erano le balene, dalle quali ricavano sia cibo, sia provviste di olio combustibile. Le nazioni limitrofe avevano stipulato un accordo per ridurre drasticamente il numero di uccisioni di questi animali in via di estinzione, ma il governo di Grunland aveva disertato la riunione, dicendo che per loro quel trattato era nullo. Loro, senza le balene, non potevano sopravvivere, da qui le misure restrittive emanate poco dopo.

Visto il perdurare di condizioni estreme di vita, un gruppo di giovani, di estrazione ambientalista, decise di opporsi al regime e tentare un’azione sovversiva. Si riunivano tutte le notti su un isolotto ghiacciato, che si era formato al largo di un pezzo di costa particolarmente battuto da venti del nord. A ogni riunione si ribadiva la necessità di organizzare azioni di disturbo nei confronti degli enti governativi preposti alla pesca alle balene e a tutto l’indotto che seguiva. In seguito, se ci fosse stata necessità, organizzare dimostrazioni di piazza in terre non troppo lontane, dove non c’erano tutte quelle leggi nettamente in contrasto con le linee dettate dal buon senso, salvaguardare la stessa esistenza degli ultimi cetacei.

 

"Ragazzi, allora siamo decisi a compiere questo passo, ormai non possiamo più aspettare, se arriva l’inverno non saremo in grado di muoverci fino a primavera, quindi ora o mai più."

 

"Sì, parli, parli, ma di concreto cosa hai fatto tu per realizzare questa impresa? Siamo tutti d’accordo che dobbiamo tentare, ma come facciamo, andiamo a piedi?"

 

"Che vuoi dire?"

 

"Che, se non troviamo una barca, non andiamo da nessuna parte, con il ghiaccio che sta cominciando ad arrivare, la vedo dura muoversi in lungo e in largo per le isole qui intorno."

 

"Hai ragione, Olaf, ci vuole un mezzo, uno qualsiasi che sia in grado di portarci oltre lo stretto che ci divide dallo spazio esterno. Ognuno di voi si dia da fare, cerchi, domandi in giro. Dite che serve per delle battute di pesca alternativa, vogliamo dare il nostro contributo al benessere della nazione in un altro modo, evitando di uccidere balene. Potete dire che vogliamo formare una specie di cooperativa per pescare tutti noi giovani, vedete che qualcosa riusciremo a farci dare."

 

Una settimana dopo, alla consueta riunione nel loro covo, il sito era già in parte coperto da ghiaccio, ma i visi dei ragazzi erano distesi e sorridenti. Greg, quello più intraprendente, era riuscito a trovare un battello. Tutti si precipitarono fuori per andare a vedere questa barca, quando arrivarono al molo e la videro, grande fu la delusione

 

"E questa la chiami barca?" esclamò Hans, quello che faceva funzioni di capo nel gruppo. "Questo è un rottame, e, oltre tutto, lo conosco bene, lo zio di Ingrid,la mia ragazza, lo ha lasciato abbandonato sulla costa che dà sul lato nord, come hai fatto a farlo arrivare fino a qua, me lo dici?"

 

"Come ho fatto? Semplice, gli ho dato una ripulita, ho fatto il pieno e ho messo in moto, ho navigato lungo il canale e sono arrivato qua, nessun problema, ha tossicchiato un po’ ma niente di grave. Sembra vecchia e decrepita, forse lo è, ma, per quello che dobbiamo fare noi, è perfetta, basta lavorarci sopra un po’, siamo tutti bravi in qualcosa: una revisione al motore, che è la cosa più importante, e di questo me ne occupo io, una verniciata, qualche latta di vernice si trova, ne prendiamo una per ogni magazzino dei nostri padri e vedrai uscirà come nuova."

 

"Ma così, corriamo il rischio di avere lattine di colori diversi, ne verrà fuori un casino, saremo riconoscibili anche a chilometri di distanza."

 

"Bravo, sai che non ci avevo pensato? proprio l’idea giusta, vogliamo essere riconosciuti, devono sapere che, quando ci vedono arrivare, sono dolori per loro. Saremo la loro coscienza, li richiameremo a una condotta più adeguata. Ora andate a prendere questa vernice e non vi preoccupate dei colori, prendete tutto, noi intanto faremo quanto serve, se ci sono altre cose da fare sta sicuro che le faremo. Quando si vuole ottenere un risultato non si guarda tanto per il sottile. Al momento sembra che questa barca sia brutta, scrostata e malandata. Va bene così, tieni presente che è come invisibile, nessuno farà caso a lei, così noi, intanto, potremo andare dove vogliamo. Dopo, però, quando sarà visibile, ci faremo vedere e come. La libertà non la si ottiene senza sacrifici e sofferenze, anche se dovessimo spingerla a remi, vedrete che ce la faremo. Adesso basta parlare, venite, saliamo a bordo, staremo più al caldo e possiamo anche cominciare a vedere i lavori che ci sono da fare.

 

 

 

 

 

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Ballando sotto le stelle

10 Agosto 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #televisione, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

Mettete l'atmosfera di una magica serata nella splendida Sardegna, l'ambiente accogliente e confidenziale dell'Hotel Village Fior di Sardegna, a Posada, di Danilo dell'Agnese e Franco Giuliano, e due amici che si rincontrano dopo 30 anni. I due personaggi in questione sono la spumeggiante e splendida Carmen di Pietro, in forma più che mai e l'evergreen, marpione  e simpatico, Stefano Masciarelli e lo spettacolo è servito … 
I due non si vedevano da circa 30 anni ma, rispolverando i vecchi ricordi, parlando dei programmi futuri, si sono lasciati travolgere da una serie di balli e giravolte, scambiandosi divertenti battute e coinvolgendo i fortunati ospiti della struttura che hanno potuto assistere ad uno spettacolo improvvisato ed esilarante. 

L'estate è anche questa … leggerezza, amicizia, voglia di sorridere e far sorridere … 

 

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La giustizia

9 Agosto 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

   

                                         

 

 

 

Il giudice Macaluso uscì di casa nervoso e assonnato, non aveva chiuso occhio per tutta la notte, aveva studiato le carte del processo, un rompicapo che gli avvocati delle due parti non riuscivano a risolvere. Si stava recando in tribunale, con la speranza di chiudere questa faccenda, ma era sicuro di dover rimandare ancora una volta la sessione, non erano emersi elementi nuovi. Lui voleva andarsene a pesca, invece doveva restare a sorbirsi i battibecchi dei due avvocati, ormai era diventato un braccio di ferro fra i due, per loro era importante solo vincere la causa, dell’imputato e del delitto ormai non importava niente a nessuno dei due.  

Arrivato nel parcheggio, lasciò la macchina e salì la grande scalinata che portava alle aule. Nel suo studio si liberò della borsa e indossò la toga, guardò l’orologio e decise di avviarsi verso l’aula.

La sala dell’udienza era gremita come sempre, il caso stava suscitando curiosità nella gente. Un processo in odore di mafia provocava sempre interesse.   

Il giudice entrò, mentre veniva annunciato il suo ingresso.

 

"Signori entra la corte!"

 

Il giudice sedette al suo scranno e, già dal tono della voce, gli avvocati capirono che era di malumore.

 

"Prima di iniziare la seduta vorrei ricordare ai due avvocati di evitare scaramucce verbali,  andiamo avanti così da mesi, se avete delle novità, procediamo, altrimenti rimandiamo a data da destinarsi, posso anche archiviare il caso."

 

"Vostro onore," rispose sollecito il procuratore "abbiamo un altro testimone e spero sia decisivo per concludere presto la questione."

 

"Bene! Chiami il suo testimone e sentiamo."

 

"Chiamo a deporre la signora  Concetta Pelliccia."

 

La teste, un'anziana signora sui settanta anni, venne al banco con lo sguardo acido e altezzoso. Dopo il giuramento di rito, il procuratore iniziò il suo interrogatorio.

 

"Bene! Ci vuole raccontare con esattezza cosa ha visto la sera in cui è stato commesso il delitto?"

 

"Certo avvocato, la sera del 10 ottobre ero alla finestra, sa, soffro d’insonnia, e ho  visto quel delinquente che veniva avanti…"

 

"Obiezione! Vostro onore, si esprime un giudizio non richiesto sull’imputato."

 

"Accolta, avvocato eviti al testimone di fare apprezzamenti, si limiti a esporre i fatti."

 

"Sì vostro onore, allora signora, dica solo quello che ha visto."

 

"Come stavo dicendo, avvocato, quel brutto ceffo, stava camminando…"

 

"Obiezione, irrilevante e non pertinente, la teste insiste, non è possibile!"

 

"Accolta, un’altra obiezione, avvocato, e dovrò annullare la testimonianza."

 

"Signora la prego,  dica cosa ha visto."

 

"Avvocato, se m’interrompono… volevo dire che… quello lì, stava passando sotto casa mia e andava nella direzione del portone della vittima, non c’era anima viva per la strada, deve essere stato per forza lui, ha la faccia dell’assassino!"

 

"Obiezione! Irrilevante, discriminatorio, Vostro onore, la teste non può esprimere opinioni e conclusioni, chiedo che questa testimonianza sia annullata, la teste è prevenuta e pertanto non attendibile. La sua dichiarazione sia stralciata dagli atti."

 

"Accolta, sospendo la seduta per trenta minuti, voi avvocati, nel mio studio subito."

 

Il giudice era esasperato, possibile che il procuratore non capisse! La sua teste era inutile e prevenuta per giunta. Tempo perso, ma la cosa che gli dava maggior fastidio era che quei du, agivano sempre a discapito della legge e della verità.

 

"Bene signori,"esordì il giudice "sapete perché siete qui, non si può andare avanti, nessuno dei due riesce a produrre prove concrete. Dopo mesi di dibattito siamo ancora a zero, a voi, forse, non importa, ma a me sì, vi do un'altra settimana di tempo poi scioglierò il procedimento e archivierò il caso, l’imputato sarà assolto per non aver commesso il fatto. Vi piaccia o no, questa è la linea che seguirò. Trovate prove sufficienti e andremo avanti, altrimenti si fa come dico io, intesi?!"

 

"Come vuole, signor giudice," disse il procuratore, "non credo di riuscire in una settimana a trovare prove utili, peccato! Rimetteremo un assassino in libertà."

 

"Non è vero, giudice," rispose l’avvocato delle difesa, il mio assistito è innocente fino a prova contraria, quindi deve essere assolto. Io non devo dimostrare niente, è il procuratore che deve esibire prove schiaccianti di colpevolezza, vuol dire che aspetteremo una settimana. Signor giudice, se è tutto, io andrei, voglio dare la notizia al mio cliente."

 

Uscito l’avvocato difensore, gli altri due si guardarono per un attimo con un lampo di complicità.

   

"Bel colpo, amico mio, come ti è venuto in mente di far testimoniare quella vecchia rimbambita? Davvero un colpo di genio, ora posso accelerare i tempi, e chiudere questo processo, è durato anche troppo."

 

"Cosa vuoi che dica? Sappiamo entrambi a chi appartiene l’imputato, non potevo fare altrimenti, si doveva trovare un modo legale di affossare il procedimento. Con la testimonianza della vecchia abbiamo fatto centro. Ora potrai chiudere il caso senza che nessuno possa gridare allo scandalo. Tutto in perfetta regola, secondo giustizia."    

"Ben fatto! Aggiungo anche che, al momento, non ci sono pentiti, mio caro procuratore, che possano smentire il nostro operato, specie il tuo, in tutti questi mesi non sei stato capace di trovare un motivo valido di incriminazione. L’avvocato difensore, poverino, è convinto che di aver vinto la causa, si vede che è giovane e inesperto."

 

"Bene! Allora d’accordo, faremo l’ultima sessione e dichiarerò l’imputato innocente per non aver commesso il fatto."

 

"Giudice, noi sappiamo che è colpevole, non credi che la giustizia possa fare una brutta figura?"

 

"Tu dici? A questo punto, cosa vuoi che faccia, tu non sei stato capace di trovare uno straccio di prova, io sono solo il giudice, che decide in base alle prove, se non ce ne sono!  Il caso è chiuso. Al limite tu non ne uscirai proprio bene, una causa persa, ma una barca nuova a mare, o sbaglio!"

 

Entrambi sorrisero a questa battuta.

 

"La giustizia trionfa sempre, anche quando sbaglia, questo dovresti averlo capito da tempo, spero."

 

"Per come la vedo io, la giustizia è imparziale, un assassino in libertà o un innocente condannato, per lei sono la stessa cosa, hanno lo stesso peso sulla sua bilancia."

 

Detto questo il giudice si tolse la toga e prese sottobraccio l’avvocato, quando uscirono dallo studio stavano ancora ridendo.

 

 

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Arte al bar: ROBERT WHITAKER The butcher cover

8 Agosto 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #arte al bar, #fotografia

La foto di Robert Withtaker e l'omaggio di Walter FestLa foto di Robert Withtaker e l'omaggio di Walter Fest

La foto di Robert Withtaker e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

Amici lettori di questo blog che vi accende la luce anche quando fa troppo caldo e non avete voglia di fare niente, sappiate che questo bar non va in ferie, pertanto, su qualsiasi spiaggia vi troviate, in collina, sul cocuzzolo di una montagna, oppure a spasso per una old city, noi vi accompagneremo con le nostre chiacchiere artistiche. 

Eccomi qua, seduto al mio tavolino color fucsia, con in mano il mio Irish coffee alla nutella, di fianco a me c'è Anacleto il salumiere, poi vi spiego il perché della sua presenza. In realtà, visto l'argomento, avrei voluto Carmine il macellaio, ma è andato a pescare e così, non avendo di meglio in pasta, ci dobbiamo accontentare del nostro salumiere.

Molto bene, al momento nel bar c'è troppo silenzio e così Gianni il barista, conoscendo il tema di oggi, ha messo come sottofondo musicale la compilation di Beatlesmania. Avete capito di chi parleremo? Forse sì, forse no, sto per presentarvi l'opera di Robert Whitaker, colui che è stato "Il fotografo" dei Beatles, li ha seguiti in vari tour in giro per il mondo e ha immortalato i Fab 4 in immagini che hanno fatto la storia del gruppo.

L'artista entrò in contatto con i Beatles per una semplice casualità, durante una loro tournée in Australia. Arrivò per lui l'occasione di realizzare alcuni scatti al manager Brian Epstein, dopo i quali gli propose di collaborare insieme. Inizialmente Robert Whitaker rifiutò, per cambiare idea solo alcuni mesi dopo aver visto il grande entusiasmo, al limite dell'isteria, dei fan ai concerti, e ne seguì i destini dal 1964 al 1966. 
L'opera che andremo a descrivere sarà la celeberrima "Butcher cover", la foto della copertina dell'album "Yesterday and today", nella quale i quattro musicisti sorridenti sono in camice bianco da macellai, con in braccio brandelli di carne insanguinata e bambole storpiate. Cosa che destò molto scalpore, poiché ritenuta troppo violenta, e ricevette numerose proteste, tanto da venire ritirata da tutti i negozi dove era stata distribuita.

Whitaker aveva una sintonia con il surrealismo, e la sua filosofia era di andare oltre gli schemi, quindi, al momento di realizzare il servizio fotografico, decise di interrompere, in accordo con i quattro di Liverpool, la consuetudine che voleva i Beatles nelle solite foto pubblicitarie, dove erano raffigurati inattivi, troppo belli, troppo statici da sembrare finti e, inoltre, l'esagerata passione dei fan verso il gruppo, tanto idolatrato da sfiorare l'irragionevolezza. Quindi, nell'immaginario del fotografo australiano, il pensiero che la foga entusiastica dei fan avesse potuto fare a pezzi i quattro musicisti, gli diede lo spunto per ritrarli ironicamente come dei ridenti macellai, simboleggiati dai camici bianchi, dai brandelli di carne e dalla naturalezza umana fatta a pezzi come le bambole fra le braccia di John, Paul, Ringo e George.

Il messaggio oltre gli schemi era che i quattro Beatles non rappresentavano degli idoli soprannaturali da idolatrare ma ragazzi normali, baciati dal talento e dal successo, e che la musica era semplicemente arte da godere, arte per far stare bene la gente a prescindere dalla nazionalità, colore della pelle o religione.

Anche se è un'immagine che, a prima vista, poteva ricordare un film horror, i quattro Beatles ridevano, e il loro sguardo era totalmente ironico; la prima cosa che la gente avrebbe dovuto pensare era che fosse uno scherzo, un gioco, magari provocatorio, senza offesa per nessuno. In tutto il mondo ne potevano ridere, prendendoli per pazzi, in fondo erano artisti.
 

- Anacleto, guarda questa foto e dimmi che ne pensi.
 

- Sono i Beatles? Ma che, hanno cambiato lavoro?
 

- No, questa era una copertina di un disco, dammi la tua prima impressione.
 

-Mi fa ridere, si capisce che è uno scherzo, se la foto la facevo io ci mettevo pure un doppio fiasco di vino e il barbecue, comunque mi piace, è una cosa un po' strana, però è diversa dalle solite.
 

-Bravo Anacleto, invece questa foto creò un sacco di problemi perché si pensava che potesse impressionare il pubblico.
 

- Walter, bastava che il fotografo avesse messo un bancone, un frigorifero, attaccata alla parete la testa finta di un toro con le corna, e sarebbe andata bene, il disco lo avrebbero intitolato "braciole e salsicce rock".
 

- E con l'arte come la mettevamo?
 

- Ma perché, quando si sente la musica non si mangia?
 

- Vedi, Anacleto, questo fotografo era come un visionario, uno sperimentatore, uno che cercava l'immagine originale, con la sua macchinetta a tracolla era un tutt'uno con la propria fantasia e, in quel momento, insieme ai Beatles si stava divertendo a inventare un messaggio artistico nuovo, in contrasto con i soliti. Tu prima hai detto bene: questa foto era diversa dalle normali copertine; in sintesi, attraverso la fantasia, cercava di entrare profondamente in contatto con il pubblico.
 

- Hai ragione, senti, che ne dici se mi faccio pure io una foto dentro la mia salumeria vestito da musicista? Una bella foto mentre taglio a mano il prosciutto, "Anacleto la rock star della salumeria norcina."
 

- Ti conio uno slogan..."Da Anacleto il prosciutto è bono e balla bene."
 

- Sì, mi piace!
 

- Anacleto, vedi l'importanza dell'arte? Allarga gli orizzonti, questo è quello che probabilmente Robert Whitaker ricercava nel suo lavoro e, pure se questa copertina venne tolta di mezzo, nulla poté fermare l'onda d'urto creativa dei quattro ragazzi di Liverpool e così, se ancora possiamo godere di quei fermo immagine storici, lo dobbiamo a un grande artista della fotografia, Robert Whitaker, che non è famoso solo per il lavoro con i Beatles ma anche per aver ritratto, con scatti memorabili, Salvador Dali, Mick Jagger e altre star dello spettacolo.
 

- Walter, adesso che facciamo? Ce lo facciamo un selfie alla Robert Whitaker?
 

Non ve lo avevo detto ma, nel frattempo, attirati dalla musica dei Beatles, altri amici hanno assistito alla nostra chiacchierata; ve li elenco in ordine sparso: Giovanna la Milanese, Dalia la Torinese, Franco il gelataio, Aristide la comparsa di Cinecittà, Monica la parrucchiera e Bice e Alice le due ex maestre in pensione. Forza, mettete tutti il camice bianco da bidello, i bambolotti con le caramelle, i panettoni scaduti del Natale scorso, spappolatevi addosso qualche tramezzino, un po' di salsa di pomodoro, mettetevi in posa, ridete e dite tutti "ce piace la lasagna!"
Amici lettori della signoradeifiltri, con questo selfie vi salutiamo, vi presenterò meglio i miei amici dell'arte al bar la prossima volta. E' stato un piacere essere in vostra compagnia e, quando dalla spiaggia vi tuffate in acqua, fatelo artisticamente pensando a noi.

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Lo stregone

7 Agosto 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

 

Il Re era stato chiaro quando aveva ordinato ai suoi migliori cavalieri di andare nelle terre del mago Oblivius, dovevano cercarlo e, se possibile, ucciderlo. Sapeva bene che era un’impresa ai limiti delle possibilità, il mago era troppo potente e le spade non servivano a molto se non riuscivano ad avvicinarsi a lui. Sei cavalieri erano partiti, pronti a morire pur di portare a termine la missione.

Giunti senza troppi problemi nel regno del mago non trovarono molto. Una campagna brulla e desolata, senza dimore o castelli, solo una terra arsa, come se ci fosse passato sopra un vento di fuoco. Dopo aver percorso molta strada all’interno di quell’inferno, che ancora puzzava di fumo, videro un'enorme costruzione che si stagliava nel deserto. Erano i ruderi di un antico tempio. 

Quando arrivarono nelle vicinanze, tutti convennero che si trattava di una basilica cristiana distrutta. Quello che rimaneva era uno scheletro di pietra, alto e imponente, che dimostrava, con la sua grandezza, un antico splendore. Girarono tutto intorno per cercare il mago, si erano convinti che quei ruderi fossero la sua dimora. Avvertirono intorno a loro un’aria strana, si sentiva un odore molto intenso e forte, che sembrava avvolgere tutta al costruzione. Era un odore indefinito, un insieme fra il tanfo di una cloaca e un campo di fiori di lavanda. I cavalieri sguainarono le spade e si sparsero nell’area, dietro ogni colonna poteva esserci un pericolo. Il mago sapeva usare la magia e non aveva bisogno di avvicinarsi, loro dovevano per forza usare le spade. Dopo più di un’ora di questa ricerca alla fine si arresero e si sdraiarono per terra.

"Credo che non ci sia, abbiamo esplorato tutto il sito e non c’è niente, se avesse voluto ucciderci lo avrebbe fatto senza nemmeno che noi ce ne accorgessimo."

 

"Non credere, quello è un gran furbone, si sarà nascosto da qualche parte, doveva uscire allo scoperto se voleva ammazzare qualcuno, forse ne avrebbe uccisi due o tre di noi, poi penso che alla fine lo avremmo beccato."

Mentre parlavano sdraiati per terra, uno di loro alzò gli occhi  e si accorse di un fenomeno strano, le rovine in alto avevano una forma strana. Di quello che era stato una volta il tetto adesso restavano poche travi, mattoni e larghi squarci. Nel guardare quei vuoti, il soldato individuò due grandi occhi e, al centro, uno spazio molto più grande, come un’enorme bocca aperta per divorare chiunque si trovasse all’interno della costruzione. La vista di quella terrificante maschera gli procurò un brivido lungo la schiena. Quella visione era qualcosa di spaventoso e macabro.

Si alzò piano e, con la mano, invitò i suoi amici a fare altrettanto, ma con la massima cautela. I suoi commilitoni non capivano il senso di quella prudenza, ma, conoscendo le doti intellettive del loro compagno, fecero quanto diceva. Per prima cosa lo videro allontanarsi dal centro dei ruderi e mettersi all’aperto, poi, con colpi decisi della spada, cominciò a battere contro le colonne esterne della costruzione. A questo punto i compagni, incuriositi dalle sue manovre, chiesero spiegazioni.

"Insomma, Laerzius, si può sapere cosa ti è preso? Non vorrai abbattere le colonne con la spada."

 

"Ragazzi, per favore, abbiate fiducia in me, abbiamo corso un tremendo pericolo e, se non mi credete, basta che entrate un attimo dentro le mura e guardate in alto. Fissate bene lo spazio dove si vede il cielo e quello che resta della cupola. In quanto alle colonne, avete ragione, dobbiamo trovare un altro sistema per abbattere quanto è rimasto in piedi."

I compagni si riunirono e entrarono dentro dalla parte più corta, così potevano avere una visuale completa della navata in alto. Dopo essere rimasti un po’ di tempo a osservare, alla fine capirono il motivo e si precipitarono fuori in preda a una vera paura. Quello che avevano visto era davvero spaventoso. Insieme cercarono nei dintorni qualcosa di adatto a demolire le rovine.

Trovarono poco distante un tronco abbandonato bruciato, in parte, dal fuoco, ma ancora solido e robusto, dopo averlo sagomato con le spade, lo presero tre per lato e, come un ariete, presero a martellare le colonne portanti di quelle rovine, al primo colpo poderoso, assestato alla colonna più vicina, si udì chiaramente un cupo lamento. Era il segno che avevano indovinato la strategia per sconfiggere il mago. 

Continuarono senza sosta a martellare tutte le colonne e i muri esistenti, ma sempre dall’esterno verso l’interno. Ad ogni colpo i lamenti aumentavano d’intensità. Lo stregone, per mimetizzarsi era ricorso a quello stratagemma. Aveva  assunto quella forma, ma così non poteva reagire, per farlo doveva trasformarsi di nuovo in umano, ma, a quel punto, i cavalieri lo avrebbero  facilmente  ucciso, cosa che fecero lo stesso, quando delle maestose rovine non restò più nulla.

Quando cadde l’ultima pietra e l’interno delle rovine era, ormai, coperto solo da pietre sbriciolate, il mago si materializzò in un corpo umano, vecchio e rugoso. Era rimasto seppellito dalle stesse pietre in cui si era trasformato. Era moribondo, ma cercò lo stesso di alzare le mani per fare qualche incantesimo. Per non correre rischi, sei spade s’immersero in quella figura. A contatto dell’acciaio lo stregone si dissolse in una nuvola di polvere.

I guerrieri, dopo essersi congratulati a vicenda per la riuscita della loro missione, si accinsero a partire. Si erano allontanati di pochi metri dalle rovine quando nell’aria si udì, sinistra, una voce imperiosa e lugubre.

"Avete vinto una battaglia, poveri illusi, avete ucciso quel corpo ormai vecchio, ma il mio spirito non è morto, tornerò, potete essere sicuri, tornerò per portarvi tutti nelle viscere della terra." 

Dopo che i sei erano rimasti fermi ad ascoltare, atterriti e tremanti,si udì una grossa risata.

"Ah, ah ah ah ah, tornerò, tornerò!"

Mentre i guerrieri si allontanavano di corsa da quelle rovine, la voce dello stregone si faceva sempre più debole, più flebile, fino a svanire nel silenzio.  

 

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