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OLTRE LE VISIONI di PAOLA DESIDERI

11 Giugno 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #le interviste pazze di walter fest, #fotografia

 

 

 

 

Eccomi amici lettori della signorasenzafiltri, eccomi a presentarvi una giovane artista romana che a breve esordirà nella sua esposizione personale intitolata "Oltre le visioni". Sto parlando della fotografa Paola Desideri.
La incontrerò e insieme parleremo di arte e di questa sua nuova esperienza.
Non può mancare uno dei miei mezzi di locomozione preferito, finora nessun artista se ne è lamentato, oddio, veramente Picasso a momenti mi stacca una maniglia, e Pollock si è scolata tutta la gazosa, comunque adesso, con la mia 500 colorata per l'occasione di rosso pesce rosso, andrò a prendere Paola Desideri.

 

- Ciao, Paola.


- Ciao, Walter, che bella questa 500 rossa pesce rosso!
 

- L'ho fatta per te, l'acqua sarà il nostro argomento protagonista di oggi, giusto? Apri quello sportellino, posso offrirti un gelato?


- Ehi, ma non manca niente qui dentro?
 

- Hai ragione e dopo scoprirai anche un altra sorpresa.
 

- Dove andiamo?
 

- Al laghetto dell'Eur.
 

- Ah, molto bene.
 

- Paola, non è casuale il perché andremo a parlare al laghetto ma sopratutto la scelta del giorno dell'inaugurazione della tua mostra. Il 17 giugno è la giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità.
 

-Sì, Walter, è proprio così, il mio impegno e il mio lavoro sono indirizzati da un alto a mettere in risalto la bellezza dell'acqua, da un altro a focalizzare gli aspetti e l'importanza di un bene così prezioso.
 

- Le tue opere fotografiche sono di mille colori.
 

- Sì, è il mio modo allegro di raffigurare l'acqua, la gioia di un qualcosa di così bello e importante che non ne possiamo fare a meno.
 

- Eh, già, fortunatamente le organizzazioni mondiali, con le giornate come quella del 17 giugno, stanno monitorando il pianeta, non è facile frenare la stupidità umana e l'arte è una di quelle espressioni che hanno il dovere di rappresentare, appunto attraverso l'arte, il bello e lo sbagliato di ogni cosa, un linguaggio universale atto a migliorare la nostra vita e quella del pianeta. Il rischio di desertificazione e di siccità è sotto gli occhi di tutti.
 

- Grazie al tuo talento sei andata "Oltre le visioni".


- Non sono sola, mia compagna di avventura è la fedele macchina fotografica e tutte le persone che collaborano con me a questa idea.
 

- Gioco di squadra.
 

- Sì, è necessario, tutto il mondo deve fare squadra per il bene comune e io do il mio contributo fotografando l'acqua, cercando di far vedere quei colori impercettibili, quello che ci sfugge a causa dello stress quotidiano. I miei scatti sono realtà e fantasia da immaginare ad occhi aperti. Purtroppo siamo troppo attaccati con i piedi a terra e perdiamo di vista la necessità di preoccuparci del destino dell'acqua... Walter, ma dove stiamo andando?
 

- Andiamo con la 500 a fare un giretto sul laghetto.
 

- Ma non è una barca!
 

- Lo so, ma la fantasia non ha limiti, e poi, nel prossimo futuro, fiumi, laghi e mari saranno percorribili anche con un automobile, il progresso farà grossi passi avanti.
 

- Sei ottimista.
 

- Un po', vedrai che, nonostante tutto, l'umanità, anche grazie ad artisti come te, cambierà rotta salvaguardando la natura e questo pianeta resterà sempre il più bello della galassia... Sei pronta? Chiudi il tettino apribile altrimenti ci bagniamo.
 

Amici lettori, io e l'artista Paola Desideri vi salutiamo. Le rivolgiamo un bel in bocca al lupo per la sua mostra; siete tutti invitati, non mancate a "Oltre le visioni" ,domenica 17 giugno, giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità.

Amici fedelissimi del blog che ama regalarvi cultura e colori, vi aspettiamo alla prossima intervista con nuovi artisti.

OLTRE LE VISIONI di PAOLA DESIDERIOLTRE LE VISIONI di PAOLA DESIDERI
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UN ALTRO SUCCESSO PER CINZIA DIDDI: VERONICA SATTI  SPLENDIDA  NELLA FINALE DEL GF 15 VESTE UN ABITO DELLA STILISTA PRATESE

10 Giugno 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #moda, #televisione

                                                                                 

 

 

 

 

Grande Cinzia Diddi! La giovane stilista pratese ha appeso un’altra medaglia al petto: Veronica Satti, la figlia ritrovata di Bobby Solo, ha indossato durante la trasmissione abiti della stilista pratese, per poi esplodere in tutta la sua bellezza con un long dress rosso. Rosso è il colore dell’amore e le ha portato decisamente fortuna visto che il sogno della giovane di ritrovare armonia con il famoso padre sembra stia diventando realtà.

D’altra parte Cinzia Diddi non veste solo l’apparenza, veste l’anima, come più volte ha tenuto a sottolineare. Crea il look cercando di cogliere l’essenza della persona che deve vestire, perché con l’abito si esprime la nostra personalità il nostro “io”.

 Cinzia Diddi è stata interpellata da un grande amico di Veronica, Edoardo Ercole, figlio della mitica Serena Grandi, per rivisitare il look dell’amica del cuore che stava intraprendendo questa  esperienza televisiva con un grande scopo: quello di farsi conoscere dal mitico Bobby Solo, che per lei è “semplicemente” suo padre, un padre con il quale l’amore non si è mai interrotto, si è smarrito, ha solo preso una lunga e tortuosa strada per poi esplodere, nonostante a volte ci possano essere delle incomprensioni che sembrano insuperabili.  

Cinzia Diddi è felice di aver contribuito, anche se in minima parte, a far conoscere questa figlia attraverso il suo modo di essere.

Se è vero che chi lavora dietro le quinte è importante quanto chi lo fa davanti alle telecamere, si può affermare che Cinzia Diddi ha veramente spopolato  in questa stagione  televisiva passando da un Gf all’altro, dall’Isola dei famosi a Sabato Italiano, Tale e quale, per non farsi mancare il teatro, la magia della notte in discoteca.   

                                                                                                                                                                                      

 

Da sempre la femminilità, da noi stilisti, è considerata un valore da esaltare, un qualcosa di prezioso che va messo in risalto non solo con un trucco curato ed un'acconciatura impeccabile, ma anche, nelle occasioni particolari, con abito da sera che esalti le forme e faccia risplendere di eleganza e raffinatezza chi lo indossa.
L’abito lungo da sera è da sempre simbolo di eleganza e sontuosità. Un capo da sogno per tutte, dall'infanzia in poi!

Si indossa per un’occasione speciale... È il pezzo forte che conclude ogni sfilata e l’attesa è sempre trepidante. Anche le FIABE non sono immuni a questo fascino.”

 

                                                                                                                                                                                           CINZIA DIDDI

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L'onore

9 Giugno 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #storia

 

 

                                              

 

 

 

 

Addio mia bella addio

L’armata se ne va

E se non partissi anch’io

Sarebbe una viltà.”

 

Così cantavano migliaia di giovani, spavaldi e sorridenti, affacciati ai finestrini dei treni che li portavano al fronte. Era una viltà non partire, restare a casa, mentre altri andavano inseguendo ideali e utopie in nome dell’onore.

Era ancora il tempo in cui si parlava di onore, di orgoglio, un retaggio che veniva da lontano, ma limitato ai soli aristocratici, all’alta borghesia che si pavoneggiava crogiolandosi in parole più grandi. Chi poteva parlare di onore se non i ricchi e la gente di malaffare, i cosiddetti “uomini d’onore”, i parassiti che, non dovendo spaccarsi la schiena per sopravvivere, pensavano bene di circondarsi di un alone di idealismo dovuto più alla noia e alla prevaricazione, che ad un effettivo pensiero. Il contadino, l’umile, l’oppresso che veniva sfruttato in nome di una superiorità di ceto sociale, di quale onore poteva parlare? Quale onore poteva sfoggiare chi si alzava al sorgere del sole e si ritirava al tramonto? Loro non potevano parlare d’onore, ma erano uomini altrettanto fieri, orgogliosi, anche nella loro miseria, potevano disporre solo della dignità dell’uomo, che è cosa ben diversa dall’onore. Quanti di quelli che si nascondevano dietro le grandi parole avevano un briciolo di dignità? Si prostituivano con il potente di turno, accettavano tutto pur di restare nel cerchio magico degli eletti. I figli degli umili, gli ignoranti, i poveri, chi aveva solo la dignità di essere un uomo integro, onesto e leale, non si tirava certo indietro, erano loro quelli che veramente credevano negli ideali e partivano cantando.  Insieme a loro c’erano anche gli idealisti, gli intellettuali, i sognatori, che vivevano in una specie di terra di mezzo, non erano contadini, non erano nemmeno ricchi, la loro vita si realizzava in una sfilza di pensieri messi insieme sul filo di strani ideali, semplici utopie, dove il mondo doveva essere, ai loro occhi,  un posto irreale, una terra fra le nuvole, dove si nutriva solo il cervello e le idee che conteneva, le altre  attività quotidiane erano solo un fastidio da allontanare con sdegno dalla loro persona.

In queste occasioni il popolo era coinvolto, ad arte, in qualcosa che la vita quotidiana non poteva mai offrire. Sentirsi parte di  un progetto in cui si parlava di onore, di amor di patria, di difesa dall’invasore, faceva sentire i giovani quasi alla pari di quelli che tutti i giorni li sfruttavano e li tenevano nella miseria e nell’analfabetismo.

Era per loro che andavano a morire cantando, andavano incontro al destino  senza nemmeno la speranza di poter cambiare qualcosa. Poco importava al contadino chi era il padrone, o il re che disponeva delle loro vite. Miserevoli erano le condizioni di vita prima della famosa unità d’Italia e ancora più miserevoli erano rimaste più di cinquant’anni dopo.

Avevano combattuto contro il re Borbone e avevano avuto in cambio un re piemontese, che non aveva cambiato il loro stato, anzi, se possibile, la loro vita era peggiorata. Ora venivano chiamati alle armi contro un nemico esterno, un presunto invasore, in nome dell’onore della Patria, ed era tutto quello che dovevano sapere.

Da sempre, da quando sono nati i re e le monarchie, chi è stato al potere ha fatto in modo che il popolo restasse all’oscuro delle decisioni prese in alto loco. Per poterlo manovrare, il popolo non deve capire, deve essere guidato come un gregge, una mandria, il potere di chi comanda è proporzionato alla non conoscenza di chi obbedisce.

“se non partissi anch’io sarebbe una viltà” il potere delle parole si esprime anche attraverso una semplice canzone, quale giovane se la sentirebbe di non obbedire al richiamo dell’onore e dell’orgoglio di essere cittadino italiano?

“una viltà” era quella di mandarli a morire con la testa piena di parole troppo grandi per loro. Partivano felici si essere utili alla Patria, ma affidandoli a vecchi impomatati generali  che di tattiche belliche, sapevano quello che avevano letto sui libri, e per alcuni quello che avevano appreso in accademia in gioventù. Chi comandava era reduce da un periodo storico di benessere, di movimenti culturali e mutamenti epocali che erano raggruppati in una parola, “Belle Epoque”. Che esperienza militare e bellica potevano avere quei signori, quegli uomini d’onore dai baffi canuti ai quali erano affidati i giovani soldati? Solo teorie non sperimentate sul campo di battaglia.

Non si poteva, però, mettere in discussione la rispettabilità, l’onore e la capacità di chi era al comando degli eserciti. Sono andati al macello milioni di giovani vite. Le poche volte che il soldato si rendeva conto della scarsa affidabilità dei suoi capi e osava chiedere spiegazioni, veniva fucilato sul posto. La motivazione era che bisognava dare l’esempio agli altri, o forse era meglio dire per non far capire agli altri la verità sulle strategie obsolete e inefficaci messe in atto. L’onore è un privilegio di gran rilievo e guai a metterlo in discussione, chi osava replicare rischiava un duello, se era di pari grado,  altrimenti c’era la fucilazione.

Partivano i giovani figli, cantavano, chi per incoscienza, chi per nascondere il panico, l’ansia, la paura della morte che si portavano dietro nelle scarpe di cartone e nelle gamelle di alluminio.

Per il benessere di pochi, la morte di molti, la guerra in sé non conclude molto, serve solo alle Nazioni per giustificare le brame di governanti spocchiosi che mirano ad allargare il loro potere su nuovi territori. Una tremenda equazione che si coniuga con i termini di: più terre conquistate, più gente assoggettata, più tasse da far pagare, più benessere personale, più prestigio. Il misero che va alla guerra parte e, se riesce a tornare, si ritrova più misero di prima, con i campi abbandonati, le città distrutte e l’illusione di aver contribuito al benessere della nazione, invece, non ci sono né vincitori né vinti. Alla fine delle guerre, tutti perdono qualcosa, ma ai generali e ai governanti, questo non importa, basta che l’onore sia salvo.    

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Radioblog, le voci di Signora dei Filtri: intervista a Pee Gee Daniel

8 Giugno 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #pee gee daniel, #interviste, #radioblog, #blog collettivo, #eva pratesi, #vignette e illustrazioni

 

 

 

Quante volte vi sarà capitato di dire o pensare “Quello è proprio un invidioso!”, oppure “Che persona egoista!” o, peggio ancora, “ma sei proprio un moralista!”. Capita spesso di definire  i caratteri delle persone con le quali incrociamo le nostre esistenze, ma Pee Gee Daniel ha fatto molto di più: questi caratteri li ha studiati, analizzati e catalogati, riassumendo quelle che a suo dire sono le principali tipologie di personalità e caratteristiche umane.

Ma questi caratteri possiamo cambiarli? O ne rimaniamo prigionieri per sempre? A questa e altre domande cerca di dare una risposta Pee Gee Daniel nel suo Breve compendio sugli umani caratteri edito da Catartica ed oggi su Radioblog faremo due chiacchiere con lui ripercorrendo la sua personale classificazione dei caratteri umani originale ed istruttiva, con richiami a personalità storiche che questi caratteri hanno interpretato in maniera esemplare.

Come sempre il nostro intervistato ci regalerà anche qualche prezioso consiglio di lettura.

Quindi, mettetevi comodi e ... buon ascolto!

 

Per contattarci:radioblog2017@gmail.com

Blog di Eva Pratesi: www.geographicnovel.com

Musica: www.bensound.com

 

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In cerca di pace

7 Giugno 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

 

 

Ci eravamo messi in cammino alle prime luci dell’alba, io e Brian, mio figlio di sei anni. Avevo dovuto porre per forza uno zaino sulle spalle anche a lui, il nostro era un lungo cammino e la meta era incerta. Fuggivamo da una situazione che si stava facendo pericolosa. Vivere a Belfast stava diventando ogni giorno sempre più difficile. Pochi giorni prima mia moglie era rimasta coinvolta in uno dei tanti attentati che l’IRA stava effettuando ormai con frequenza giornaliera. La nostra casa adesso era vuota, devastata dall’esplosione. Io e il bambino ci eravamo salvati perché non eravamo presenti. Lui era a scuola e io in giro per cercare di portare a casa qualche  soldo. Ho dovuto spiegare al piccolo la mancanza della madre adducendo scuse, una dietro l’altra, alla fine, ho deciso di partire. Non potevo restare in quel posto che non mi offriva nulla di più che un pericolo costante e fame per me e per lui. Così quella mattina ci siamo messi in cammino io e lui con gli zaini in spalla. Lo vedevo felice di fare una gita, così pensava, voleva comportarsi da uomo e il suo zaino, anche se non molto pesant, lo portava con orgoglio. Le strade che attraversavamo erano semideserte, la gente era prigioniera della paura, transitavano solo automezzi della polizia e, in alcuni punti, anche dell’esercito. Il mercato era praticamente vuoto, pochi volenterosi si erano messi in piazza per offrire le loro mercanzie provenienti dall’interno, ma erano pronti a scappare in caso di disordini. Brian camminava impettito cercando di portare il mio passo, e io dovevo ogni tanto rallentare per aspettarlo. Siamo usciti dalla città e appena possibile lui si è fermato sedendosi su un marciapiede. Mi osservava con un’aria quasi di sfida, voleva farmi vedere la sua determinazione, ma le gambe non gli reggevano e aspettava ad alzarsi. Mi misi al suo fianco per rincuorarlo.

<Allora giovanotto siamo stanchi? Hai fatto bene a sederti dobbiamo riposarci ogni tanto, il cammino è lungo e non abbiamo poi tanta fretta.>

 

<No papà non sono stanco, è solo che allo zaino si sono allentate le cinture, bisogna sistemarle, mi dai una mano?>

 

<Certo figliolo, vieni qua fammi dare un’occhiata. >

Anche io ero un po’ stanco, stanco di quella vita infame, della guerra, dei continui colpi che il destino si ostinava a darmi. La mia dolce sposa, Esther, falciata dalla rabbia e dalla insensibilità di questa gente che, per rivendicare, a sentir loro, un loro diritto, non badava a chi veniva travolto da questa cieca furia distruttiva. Anche se avessero avuto ragione, non dovrebbe essere stato la popolazione civile il bersaglio della loro guerra. Che andassero a mettere le bombe dove credevano, magari anche al parlamento o nel palazzo della regina, ma prendersela con della gente inerme e ignara non li rendeva migliori dei loro persecutori. A un mio cenno di alzarsi, Brian ubbidì e, sistemato lo zaino, si mise al passo. Seguiva le mie orme sicuro che lo avrei portato in un posto migliore, era piccolo ma non era cieco, aveva visto più volte cosa erano capaci di fare le bombe degli estremisti.

<Papà allora dove siamo diretti? Se andiamo verso il confine, ci troveremo in Inghilterra e non credo che ci faranno passare, non sarebbe meglio andare verso nord, verso la Scozia? Anche loro sembra non gradiscano le manovre inglesi. Io direi di provare verso nord.>

 

<Accidenti ragazzo, che ne sai tu di cosa sta succedendo, eh?! Mi dici che combini.>

 

<Niente papà, a scuola si parla molto di questa faccenda, le maestre ci spiegano le difficoltà che stiamo affrontando. Mi dispiace per la mamma, non doveva restare a casa quel giorno, se andava al mercato magari si salvava.>

Restai di sasso, lui sapeva cosa era accaduto e non aveva fatto una piega, neanche una lacrima, una parola, solo la consapevolezza che la madre era morta durante lo scoppio di una bomba nel supermercato sotto casa nostra. Nello scoppio la palazzina era crollata portandosi via Esther e altre trentacinque persone. Quel piccolo ometto stava dando dimostrazione di una forza d’animo non indifferente, forse era solo il tentativo di relegare quel brutto ricordo nel profondo dell’anima per evitare il dolore della perdita, di fatto mi aveva sconvolto nella sua semplice verità, continuammo a camminare il passo si fece più leggero, più sciolto, anche Brian ormai si era lasciato andare e marciava con impegno. Il suo viso era pervaso da una luce che gli veniva da dentro. La forza di reagire alle avversità lo aveva fatto crescere troppo in fretta, era troppo serio, non accennava a un momento di rilassatezza, andava avanti con gli occhi fissi all’orizzonte, convinto che là avrebbe trovato la sola cosa che poteva calmare quel fuoco che al momento gli bruciava il cuore: la pace.

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INTRODUZIONE ALLA VITA MEDIOCRE di Arturo Stanghellini (1887 – 1948)

6 Giugno 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

 

 

 

 

Prima pubblicazione 1920

 

Si tratta di un memoriale di guerra scritto dall’ufficiale pistoiese Arturo Stanghellini che nella vita civile era un insegnante. È una raccolta di episodi che visse sul Carso e sugli altipiani, narrati con stile curato e atteggiamento riflessivo; non manca nel complesso un tono fortemente elegiaco, improntato a esprimere l’atmosfera luttuosa di una guerra dove molti cari amici dell’autore muoiono. Certi passi possono risultare piuttosto pesanti, anche se proprio la sua prosa dolente fotografa bene l’idea di sconsacrazione del territorio nazionale, invaso dopo il tracollo di Caporetto; a fatica lo stesso Stanghellini evita la cattura, registrando con mestizia la vergogna di uno sbandamento generale, ma anche la fermezza di alcune personalità che arginarono in parte il disastro.

In qualche caso, ma raramente, emerge una triste ironia, come quando il Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata, interviene per ricompensare il reparto distintosi sul Monte Pecinka; a quel nome pronunciato durante la cerimonia, i soldati hanno un sussulto poiché non sapevano come si chiamasse il luogo dove si erano duramente battuti per tanto tempo. Bisogna scrivere il nome a casa, commenta qualcuno. È quindi una guerra anonima, senza luoghi e nomi noti, non si sa dove si combatte e forse nemmeno il perché.

Ma il dato saliente che spiega il titolo, è che per Stanghellini la guerra è tragedia ma è anche “vita vera” cui non può che seguire la “vita mediocre”.

Restiamo comunque lontani da ogni esaltazione vitalistica di tipo dannunziano. Nella trincea nascono amicizie, solidarietà, rapporti chiari, proprio sotto la spada di Damocle della morte: “E si pensa che la vita più forte era vicino a quella calda morte sanguinante”.

Nella pace vigono invece la mediocrità, la meschinità, la doppiezza. Quando nel novembre 1918 si conquista la vittoria, il reparto del giovane ufficiale non può sfilare nei paesi appena liberati dagli austriaci e gli viene preferito uno squadrone di cavalleria, ben più presentabile. Arturo non protesta; è la pace e quindi l’ingiustizia, commenta con rassegnazione. La stessa vittoria viene timidamente festeggiata dai suoi compagni perché il ricordo dei caduti è troppo fresco. Finita la guerra, non restano da vivere che le “ore piccine” della vita. Il lato più alto di essa è già stato speso. Inoltre, i reduci parlano solo a se stessi; come i vecchi garibaldini che sfilavano nelle ricorrenze e non capivano, secondo il memorialista, di essere inutili frammenti del passato, così i reduci non hanno nulla da dire ai più giovani o a chi la guerra non l’ha fatta. Ognuno ha avuto la sua vita, i suoi ricordi, le sue tensioni, ma il tempo invecchia presto tutto e quindi il proprio vissuto resta un patrimonio limitato a una generazione.

È un pessimismo in contrasto con la professione di Stanghellini che fu insegnante e che quindi dovette parlare alle nuove generazioni. L’autore sembra non credere nel valore del racconto di certe grandi esperienze e alla valenza didattica della testimonianza; eppure, l’aver scritto il memoriale va comunque in senso opposto rispetto al suo pessimismo. Può aver influito sulla sua visione il senso del dramma vissuto, quasi incomunicabile ai giovani per l’unicità del tributo di sangue versato. Ma il valore della sua testimonianza scritta rimane e ci parla ancora, anche dopo cento anni da quei fatti.

 

 

 

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Gli elefanti

5 Giugno 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

 

 

Siamo arrivati in India al seguito di mio padre che è una specie di ambasciatore inviato da sua maestà la Regina. Io e mio fratello non siamo contenti di questo trasferimento, abbiamo dovuto lasciare la nostra scuola privilegiata a Londra, tutti gli amici e, devo ammetterlo, una vita abbastanza agiata. Mio padre, con il tipo di incarico che ha, purtroppo, deve sottostare alle esigenze del suo ruolo. Già il viaggio è stato un inferno, arrivare dall’altra parte del mondo con auto, treni, cavalli ci ha tenuti impegnati per giorni e, ora che siamo arrivati finalmente, un sospiro di sollievo. Siamo di cattivo umore. Abbiamo trovato un clima decisamente non gradevole. Un'aria calda e umida che fa appiccicare i vestiti addosso e una puzza orrenda, nelle mia breve vita non ho mai sentito degli odori così sgradevoli. Non so nemmeno identificarli, un insieme di fetori uno peggiore dell’altro, dal letame di animali, a incensi nauseabondi e spezie di ogni tipo.

Io ho quindici anni e mio fratello dieci. Lui, come il solito, prende tutto come una specie di gioco. Non fa caso a queste cose, anche se stanco del viaggio e accaldato, senza problemi si è spogliato e gira per casa in mutande.  Io, ovvio,  non posso. Devo conservare un minimo di dignità e vado vestita come si conviene a una signorina della mia età e del mio rango. Ho notato, fra l’altro, che abbiamo molti servitori in casa e non mi piace farmi vedere in abbigliamento inadeguato, ne va del  mio prestigio di padrona. Ho conosciuto una ragazza, la figlia di un componente delle autorità locali che è venuto a porgere i suoi omaggi a mio padre. Abbiamo fatto amicizia e lei mi ha avvisato che fra non molto il clima cambierà, è in arrivo la stagione dei monsoni e quelli sono sempre un rischio. Portano cattivo tempo, vento forte e alluvioni, specie nella parte meridionale  del paese. Noi ci troviamo a Kochi  e, ora che ho avuto modo di visitarne una parte, devo dire che non è poi così malvagia. Una città che presenta elementi di cultura non indifferenti. C’è sempre quella puzza  per le strade, è un fattore contingente che non credo si possa eliminare. Come in ogni grande città, anche qui il divario fra le classi sociali è notevole anzi, direi che qui la povertà è tangibile e reale, la s’incontra a ogni angolo di strada. Noi siamo stranieri e facciamo parte di quella élite che ha conquistato il paese e cerca di controllarne le risorse sia umane sia economiche. Molti sono gli occhi che ci scrutano con una punta di astio.

Capitò all’improvviso: una mattina io e la mia amica stavamo andando in giro a visitare i monumenti, quando ecco una raffica di vento terribile. Laura, la mia amica, cosciente che stava per succedere qualcosa di pericoloso, mi afferrò per la mano trascinandomi di forza verso la strada di casa. Fu una fortuna quel suo gesto deciso, io avrei continuato a camminare senza preoccuparmi, ma lei sapeva cosa sarebbe successo. Non facemmo in tempo a entrare in casa che dal di fuori si sentì un rumore infernale. La furia del vento che soffiava impetuoso e un rumore sordo e cupo di acqua che sembrava il tuono di una valanga. Il mio sguardo era terreo, non sapevo cosa stesse succedendo, ma la mia amica per fortuna era vicino a me, mi strinse la mano sorridendo e rassicurandomi. In seguito mi disse che era la piena del fiume che, avendo accumulato troppa acqua a monte, adesso si scaricava a valle. Sentimmo la furia dell’acqua passare sotto le nostre finestre con un rumore assordante. Anche le pareti di casa, che in parte erano in legno, vibrarono al passaggio delle acque, poi come d’incanto tutto tacque. Ci fu uno spazio di tempo dove si sentiva solo un leggero fruscio di acqua, quello consueto di sempre. Il fiume passava proprio poco distante dalle nostre finestre. Sembrava che tutto stesse tornando alla normalità quando ancora una volta ci furono dei rumori strani.      

Non pioveva, cosa poteva provocare quello sciabordio d’acqua? Cos’era quel rumore? Laura mi fece affacciare alla finestra e, con mio sommo stupore, vidi  uno spettacolo indescrivibile. Un numero imprecisato di elefanti, come in una processione, stava percorrendo lentamente il fiume che, dopo la piena, era tornato a essere poco più di un ruscello. Che spettacolo! Sapevo della presenza degli elefanti in India e che vengono rispettati quasi come sacri. Immaginare l’India senza elefanti è come dire Londra senza il Big Ben. La  mandria di grossi elefanti silenziosi marciava  nell’acqua verso sud. Dopo il complesso abitativo in cui eravamo noi, c’era la foresta dove sarebbero usciti dall’acqua. Dopo la lunga stagione arsa finalmente potevano dissetarsi, lavarsi e anche giocare con l’acqua. Beati loro, a me toccava solo guardare da lontano, avrei preferito scendere anche io e sguazzare insieme, ma in quelle acque limacciose non era proprio il caso.

 

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Intervista con l'artista Luigi Montanarini

4 Giugno 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #le interviste pazze di walter fest


 

 

Carissimi e fedelissimi lettori della signorasenzafiltri, bentornati al nostro mondo dell'arte, oggi incontrerò per voi l'artista toscano Luigi Montanarini, il nostro appuntamento è su Lungotevere e parleremo di arte facendo un giro sulla mia bici cubo, dite che non sapete che sia? Vi aggiorno subito, si tratta di una bicicletta a 4 ruote, a pedalata elettrificata da un motore dinamitoso a energia solare, derivata dai pannelli solari posti sul tetto della scocca in gomma piuma appunto a forma di cubo, ammetto che è un po' spigolosa, ma, in compenso, se cadremo rimbalzeremo e se ci urtassero non ci faremmo neanche un graffio, inoltre abbiamo a bordo tutti i comfort, musica, video, frigo bar e l'immancabile moka per il caffè... Eccomi arrivato.
 

- Maestro, benvenuto fra di noi.
 

- Ma figurati, grazie a te e alla signorasenzafiltri per avermi invitato.
 

- Maestro le va di pedalare?
 

- Veramente, avrei preferito la 500, comunque facciamo che vada bene lo stesso. Senti, Walter, bypassiamo il cerimoniale, chiamami semplicemente Luigi, dove andiamo?
 

- Vogliamo andare dove ci porta il cuore?
 

- E' fin troppo facile.
 

- Cappella Sistina?
 

- Mi hai letto nel pensiero.
 

Signore e signori, in questo momento io e Luigi Montanarini, pedalando con la nostra bici cubo, ci recheremo a parlare di arte all'interno della Cappella Sistina, sono sicuro che anche voi, amici lettori, ci seguirete... In un battibaleno di fantasia siamo arrivati, parcheggiamo ed entriamo.
 

- Luigi, se non avessi fatto l'artista che avresti fatto?
 

- Il presentatore televisivo.
 

- Ma ai tuoi tempi la televisione ancora non era nata.
 

- Sì, hai ragione, ma avrei potuto inventarla, anche Georges Melies non era mai andato sulla luna, eppure con il cinema è stato il primo a portare la gente sul pianeta degli innamorati.
 

IL LINGUAGGIO DELL'ANIMA E' SCONOSCIUTO FINCHE' NON DIVIENE PITTURA. (Luigi Montanarini)
 

- Neanche ai tempi di Michelangelo c'era la televisione o il cinema, eppure guarda che po' po' di film ha girato il nostro artista.
 

- Luigi, chissà quanti miliardi di linee avrà disegnato Michelangelo Buonarroti come preparazione per la realizzazione di questo capolavoro?
 

- Sicuramente un universo, un infinito universo di segni, e ogni tratto, ogni linea disegnata, era in quel momento lo scorrere della sua anima e, passando dal disegno alla stesura della pittura ad affresco, sulle pareti stava raffigurando il filmato della nostra esistenza, terrena e al di là della conoscenza.
 

- Luigi, che cos'era per te il disegno?
 

- Walter, era semplicemente il filo diretto con me stesso. Con la punta della matita poggiata sulla carta era come attaccare un filo elettrico per ricevere energia dalla mia mente e dal mio cuore e, attraverso di esso, disegnare era un tutt'uno fra la realizzazione grafica e la mia anima. Invece, quando disegnavo utilizzando il pennello intriso di tinta, era come camminare a piedi nudi su un morbido prato di mille colori, disegnare e dipingere era allo stesso tempo modalità comunicativa e passaporto per uno stato di armonia.
 

- Luigi, che ne pensi di internet e della tecnologia in generale?
 

- E' normalmente necessaria, ci sono aspetti interessanti ma...


- Ma?
 

- Ma credo che a Luigi Montanarini piaccia di più tutto quello che è poetico, tutto quello che è legato alla dimensione strettamente umana, per secoli e secoli abbiamo visto la bellezza e l'importanza dell'arte, possiamo anche inoltrarci nei meandri del nostro futuro ma non dovremmo mai perdere di vista chi siamo realmente.
 

- Eh, già, chi siamo?
 

- Una infinita emozione guidata dalla passione, dall'intelletto e dal cuore, l'arte è l'unico linguaggio universale, ora per esempio ci troviamo all'interno di un capolavoro realizzato dal talento e dall'ingegno dell'uomo, in futuro converrà non farsi prevaricare dalla tecnologia.
 

- Quindi vedi ancora roseo il futuro dell'arte?
 

- Se riusciamo a mantenerci appassionati, rimanendo seriamente attaccati alle nostre radici, e a divertirci come bambini, l'arte sarà immortale, anche se andassimo su Marte, con noi porteremmo le nostre opere realizzate tradizionalmente a mano.
 

- Qual era il tuo mantra da insegnante?
 

- Lavora, lavora, lavora, ma fallo ridendo nel tuo animo; con i miei studenti e assistenti sono stato un insegnante serio, metodico, preciso ma quando c'era da ridere e scherzare ero come uno di loro.
 

- Vogliamo parlare di quest'opera che ho portato con me?
 

- Sì, certamente, si tratta di un 50X30 realizzato a tempera su cartoncino. E' dell'84, lo realizzai per il mio amico attore Giorgio Cerioni, lui, scherzando, mi diceva sempre che avevo la faccia da americano e che negli USA mi avrebbero fatto diventare una star dell'arte e così gli realizzai quest'opera estemporanea un po' matta, un astratto allegramente dinamico e musicale, la musica è importante in ogni espressione artistica, serve a dettare il ritmo in ogni forma. Come puoi ben vedere, ho utilizzato solo 5 colori, il giallo, il blu, il rosso, il marrone, il nero, più il bianco del fondo per abbracciare la materia, pochi colori presi a caso, che poi tanto casuali non erano perché la scelta dipendeva dal mio cuore. Le prime spennellate svolazzanti di marrone per la base, dovevo riscaldare la carta, eh! Poi con due rapidi gesti il giallo e il blu, a seguire il dripping con il rosso in omaggio a Pollock, infine il nero come a chiudere il sipario dell'opera, mi ero divertito a realizzare questa piccola opera per il mio amico, avevo 78 anni e mi sentivo ancora un ragazzo... Appunto, ragazzo, adesso che ne dici di andarci a prendere un caffè?


- Sì, Luigi, ce lo siamo meritato... Amici lettori della signorasenzafiltri, io e l'artista Luigi Montanarini con la fantasia usciamo dall'intervista, voi, se volete, rimanete ad ammirare la Cappella Sistina, vi lasciamo in compagnia di un tesoro dell'arte. Ringraziandovi vi aspettiamo al prossimo incontro artistico.

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I Britanni

3 Giugno 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #storia

                                                  

 

 

 

 

 

410 d.C., dopo anni di dominio, finalmente i Britanni si erano liberati del giogo romano. Le  ultime legioni avevano abbandonato il territorio, solo qualche sparuto gruppo di britanni romanizzati, indecisi su cosa dovessero fare, se restare in patria, a rischio perché non erano ben visti dai loro connazionali, o andare a Roma con le truppe, ancora si aggirava nei dintorni del Vallo di Adriano, ridotto a cumuli di pietre disseminate alla rinfusa nelle loro terre. Il lato negativo della partenza di chi assicurava ordine e leggi era, adesso, che tutte le tribù stavano riprendendo  gli antichi odi razziali, le contese accantonate per anni e anni, tutto tornava a riemergere nel vuoto di potere che si era venuto a creare. Ogni tribù si sentiva in diritto di accampare pretese di comando e allora erano battaglie, agguati, violenze da parte di tutti. Non mancavano anche invasioni di popolazioni ostili, gente come i sassoni e gli angli, che abitavano di là del braccio di mare che divide la Britannia dal continente. In quel tempo così buio e difficile da vivere, molte di quelle tribù interne, che abitavano nel cuore del territorio, dove anche i romani avevano faticato non poco A domare le popolazioni, avevano ripreso antichi riti ancestrali. Era uso comune, dopo le vittorie sul campo di battaglia, organizzare delle grosse feste che in prevalenza si riducevano a orge e bevute di birra, la bevanda preferita dai guerrieri. Tutta la notte si brindava al capo che aveva portato gli uomini alla vittoria. Nei grandi fuochi che illuminavano la notte erano arrostiti, non solo animali per sfamare le truppe, ma molto spesso anche parti di organi dei prigionieri più valorosi. Era una prassi in uso in diverse tribù della zona. Anche i Caledoni della confinante Caledonia erano usi a questi cerimoniali. I druidi, che dirigevano le operazioni, erano convinti che il cuore, il fegato e il cervello di uomini valorosi e senza paura potessero trasmettere le stesse doti di coraggio a quelli che li avrebbero mangiati. Questo tipo di superstizione faceva sì che fosserono in molti a cercare di accaparrarsi gli uomini migliori catturati, per potersene cibare. La cerimonia prevedeva un rituale ben definito, gli uomini si vestivano di pelli animali, che a quelle latitudini consistevano per la maggior parte in tori dalle lunghe corna.  Le bestie erano uccise senza rovinare le pelli che erano usate per le cerimonie. Quando tutto era pronto, le donne danzavano fino allo sfinimento al suono di tamburi e flauti di canna, i precursori delle future cornamuse. I capi si limitavano a osservare, i druidi si preoccupavano di soprassedere alla cottura delle carni. Capitava spesso che la materia prima richiesta fosse scarsa, i prigionieri erano solo dei semplici soldati e non valeva la pena interessarsi delle loro carni, allora si poteva assistere a duelli all’ultimo sangue, fra membri della stessa famiglia, fratelli, parenti, tutti si battevano per arrivare a prendere qualche pezzo pregiato del nemico ucciso. Le leggi romane, ovvio, non permettevano questo tipo di barbari rituali e i britanni, costretti a vivere in un modo inusuale per loro, fremevano. Erano stati troppi gli anni passati sotto le dure leggi romane, ora che finalmente erano liberi stavano sfogando tutta la loro forza e ferocia in lotte intestine e le antiche usanze erano state ripristinate. Le guerre più violente erano contro i sassoni che, in quanto a ferocia e violenza, non erano secondi a nessuno.  Loro conoscevano bene le usanze barbare dei britanni e, in ogni scontro, cercavano di portarsi via i cadaveri dei loro morti in battaglia. Gli scontri fra questi due popoli erano sempre molto cruenti, i sassoni non facevano prigionieri, massacravano tutti quelli che incontravano sul loro cammino, lasciandosi dietro scie di sangue, i britanni invece portavano con loro i prigionieri, proprio per usarli nei loro festini. Dopo ogni battaglia la notte s’illuminava dei falò e l’aria si riempiva dell’odore acre delle carni arrostite. Spesso i prigionieri venivano messi al fuoco ancora vivi e le loro urla riempivano il buio della notte. Dopo ogni festino che si teneva nei luoghi più impensati, quello che restava sul campo era di un orrore infinito. Resti di arti, corpi semibruciati, uno scempio che dava fastidio anche solo alla vista. Le anime dei morti, non potendo raggiungere la loro dimora celeste perché i corpi non erano interi, si aggiravano ululando fra gli alberi. A volte si potevano vedere delle croci, quelle celtiche, con l’anello che chiude la croce, ma erano poche, in relazione al numero dei morti. Erano quelle dei collaborazionisti dei romani, vittime designate dalle tribù più intransigenti. I superstiti si accollavano l’impegno, ma erano come gocce nel mare. Le foreste erano disseminate di tanti di quei resti che dopo le battaglie, i druidi fecero in modo da vietarne l’accesso  per molti anni, fino a quando  l’ondata di ferocia non si placò con la pace stretta fra britanni e sassoni.

 

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La resilienza

2 Giugno 2018 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca

 

 

 
 
 
 
"La resilienza è la capacità...di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di riorganizzare la propria vita dinanzi alle difficoltà".
     "Resilienza" mi fa venire in mente, subito: "resistenza" e mi torna, pensando al significato che, qui sopra, ho trovato in Internet.
     "Capacità": mi fa venire in mente il "litro" come unità di misura di "capacità".
     Un litro di acqua è capace di dissetare chiunque abbia sete.
     "Far fronte": si versa dell'acqua in un fazzoletto che si applica alla fronte per "far fronte" alla febbre alta.
     "Far fronte" dev'essere un punto di partenza per arrivare "all'essere fonte" e, qui, si torna al tema dell'acqua.
     "Essere, consapevolmente, fonte" di risorse da porre a servizio di tutti, di ricchezze da condividere con tutti.
     "In maniera positiva": la maniera, per essere positiva, dovrebbe diventare "miniera" (interiore) in cui addentrarsi per estrarvi il positivo da porre a servizio di tutti, da condividere con tutti.
     "Eventi traumatici": ne ho vissuto uno, il 18 Ottobre 2016, ma so, oggi, che da e di codesto "evento traumatico" devo estrarre e trarre il "vento" per soffiarmi nella giusta direzione; "trauma" dovrebbe diventare "trama" di una bella storia, ancora, tutta da tessere.
     "Riorganizzare la propria vita": si riorganizza la propria vita quando questa è stata devastata da un disordine esterno o interno.
     "Dinanzi alle difficoltà": non nascondersi dinanzi alle difficoltà, ma acquisire consapevolezza delle nostre facoltà per impiegarle contro le difficoltà.
     Spero di riuscire a continuare ad essere "resiliente"!!!
 
          Luca Lapi 
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