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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Elena Torre insignita dall’Accademia Res Aulica di un prestigioso riconoscimento

20 Aprile 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #eventi

 

 

 

 

Sabato sera nell’elegante cornice dell’hotel Calzavecchio di Casalecchio di Reno la scrittrice viareggina Elena Torre, insieme a Lorenzo Beccati, scrittore e autore televisivo, e a Carmelo Nicolosi De Luca, per oltre vent’anni giornalista del Corriere della Sera, è stata premiata in occasione della rassegna Scrittori con gusto per il romanzo Il mistero delle antiche rotte.

L’Accademia Res Aulica per il diciannovesimo anno riconferma “la piena necessità e volontà che il libro non cesserà mai di essere uno strumento insostituibile della nostra vita”.

La presidente Franca Fiocchi ha speso molte parole sul romanzo, sottolineando come Elena Torre abbia “una scrittura che fila diritta e leggera senza paura di cadere nel precipizio delle ripetitività, perché sa esattamente come usare la parola per raccontare ciò che vuole raccontare […] l’autrice coglie i lettori nelle loro fragilità più grandi, nei loro sogni più avventati, e li traghetta sino all’ultima pagina”. E ancora “Elena Torre crea, da grande narratrice, un’atmosfera particolare, un’ondata di calore che stravolge i ritmi della vita, tormento ed estasi, sensazioni e visioni”.

Elena Torre insignita dall’Accademia Res Aulica di un prestigioso riconoscimento
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Maleficus

19 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

                                                   

 

 

 

 

 

Confesso, sono malato. Ho una malattia che mi porto dietro dall’infanzia, quando, con la mano stretta a quella di mio nonno, percorrevamo i lunghi corridoi della monumentale Biblioteca dove lui lavorava. Amo quell’odore d'antico, del sapere tramandato da generazioni. La mia malattia si chiama Bibliofilia. Costretto dal destino a lasciare quella strada, mi sono rifugiato in questo mondo moderno seguendo le mie conoscenze e il fiuto che mi porta sempre in giro per l’Europa sulle tracce di manoscritti, libri antichi che hanno sopportato la mano pesante del tempo. Oggi mi ritrovo a passeggiare sul Pont Neuf a Parigi, dove espongono i bouquinistes, i più esperti e i migliori venditori di libri antichi, potrei dire d’Europa, anche Praga non è male, ma troppo seria, si respira un’aria come dire d’ancien regime, qui lungo la Senna è tutto diverso, è un posto dove si vorrebbe vivere per sempre e per uno come me c’è la possibilità di trovare cose interessanti. Ogni volta che sono venuto non sono mai tornato a mani vuote. Mi sono fermato dal mio fornitore preferito, che, dopo tanti anni, conosce le mie esigenze. Ha una faccia sorridente e furbesca, dice di avere una chicca per me, qualcosa che attirerà la mia attenzione e stimolerà la propensione all’acquisto.    

  • Allora amico mio questa volta  mi sono superato, ho per le mani davvero qualcosa di molto interessante, un pezzo datato 1627, il testo è di difficile comprensione, un misto di latino e spagnolo, per quelle che sono le mie conoscenze non ci ho capito molto, forse lei ne capirà di più

-    Marc, non farla tanto lunga, tira fuori questa rarità e vediamo di che si tratta.

 

Con molta teatralità il mio amico, tirò fuori, trattandolo come una reliquia, un libricino rosso.

  • Ecco! Questo libro vale tanto oro quanto pesa, peccato che è così piccolo, altrimenti avrei fatto davvero tanti soldi.
  • Marc, non credi sia il momento di smetterla e farmi vedere di che si tratta?
  • Certo dottore, – disse porgendomi come un vassoio quel libretto consunto e dalla copertina rigida rosso sbiadito.

Al primo contatto fisico ebbi come una scossa, un brivido mi percorse la schiena facendomi quasi sobbalzare, possibile? mi chiesi. Non vedo nulla di così elettrizzante, mi sembra più un breviario di preghiere. Cominciai a sfogliarlo e la prima cosa che notai furono molte macchie piccole e dai bordi frastagliati, la carta era ingiallita come prevedibile e la scrittura molto piccola,  le parole erano in latino antico frammiste ad alcune in spagnolo. Ora le mie conoscenze del latino non erano tali da poter tradurre tutto, ma l’intestazione era visibile e chiara, l’autore era un certo Guillermo Aloisio Sanchez de Aragona e, se avevo letto bene, doveva essere il priore di un convento, nonché giudice del tribunale della Santa Inquisizione Spagnola, questa sì che fu una notizia molto interessante, un libro del periodo dell’Inquisizione, proprio nel pieno della caccia ai libri che non erano di fede cattolica. Ero preparato su quell’argomento, era il periodo più buio che riguardava sia le persecuzioni sugli uomini e donne sia la caccia ai libri che potevano, secondo le vedute ristrette della chiesa dell’epoca, sviare le menti degli uomini.

Dopo trattative estenuanti, lo comprai. Il giorno seguente ero a casa, cercavo di tradurre il contenuto, ma, vista la difficoltà oggettiva, decisi di rivolgermi a chi il latino doveva saperlo bene. Il parroco della chiesa del quartiere, un amico, al corrente della mia malattia, poteva certamente darmi una mano.

  • Salve don Luigi, sono ancora qui a chiedere un favore, prima o poi mi caccerà e avrà ragione, ma lei sa del mio interesse per i libri.
  •  
  • Non ti preoccupare figliolo, - disse lui con fare bonario – sentiamo cosa hai trovato questa volta, ancora latino immagino.
  •  
  • Sì, padre, latino e anche spagnolo, un misto incomprensibile, ho capito poco siamo nel periodo 1600 più o meno.
  •  
  • Interessante, deve essere per forza qualcosa di……

Non finì nemmeno di parlare, perché alla vista del libro, che avevo cacciato dalla tasca, cominciò ad agitarsi. Lo guardai con stupore, ora si era bloccato con una strana espressione sul viso, quasi spaventato, eppure non aveva ancora visto il contenuto di quel piccolo libro. Si avvicinò guardingo e, appena lo ebbe fra le mani, lo aprì a caso, dopo una brevissima lettura scoppiò quasi in un urlo che rimbombò in tutta navata della chiesa chiudendo subito il libretto.

  • Maleficus!!!! Vade retro!!

Strinse quel libro fra le mani quasi a volerlo schiacciare. Lo vidi e cercai di salvare il mio prezioso reperto, mi era costato cinquecento euro e non intendevo farmelo distruggere dalla smanie del prete.

  • Padre si calmi, quel libretto è prezioso, mi è costato molti soldi…
  •  
  • Taci disgraziato! Questa cosa immonda è opera del demonio, la perdizione dalla retta via messa su carta, per gli empi e gli uomini senza fede. Questo va distrutto non può proseguire il suo cammino nel mondo.
  •  
  • Un momento, padre, mettiamo in chiaro una cosa, il libro è mio e lei non distrugge proprio niente, anzi, me lo dia, così evitiamo dispiaceri, seconda cosa vuole almeno dirmi perché tutta questa manfrina, che libro è, di che parla, avrà capito di che si tratta, vuole mettermi al corrente per favore.

Richiamato alla realtà il prete sembrò calmarsi, ma continuava a gemere come in preda ad una sofferenza interiore. Tentò di tenere stretto il volumetto, ma alla mia pressante richiesta non poté opporsi e a malincuore lo consegnò. Dopo essersi calmato prese a parlare.

  • Quel libro è davvero opera del demonio, è un'onta per noi preti e un oltraggio per tutta la chiesa cattolica. Sappiamo tutti del periodo della Santa Inquisizione e dei danni che ha procurato a migliaia d'esseri umani e delle inique leggi emanate. Chi ha scritto il libro era uno dei giudici del tribunale, che ha pensato di trascrivere  tutte le confessioni estorte alle presunte streghe, tutti gli atti più perversi, le fornicazioni e tutti gli atti sessuali più corrotti, descritti nei minimi particolari e lo usava per usi personali, capisci!!! Per non dare nell’occhio, lo ha scritto e diviso in piccoli libretti da poter usare, di nascosto, nella sua dimora. Il demonio deve essersi impossessato di lui e della sua anima, un uomo di chiesa non può comportarsi in questo modo, devo dire anche, purtroppo, che di questi ce ne sono in giro ancora parecchi, per nostra vergogna.
  • Per cortesia esci subito dalla mia chiesa prima che sia contaminata dal peccato, non portarlo mai più qui, la traduzione mi rifiuto di farla, non puoi chiedermi di leggere quelle oscenità.
  •  
  • Bene padre, è stato molto esauriente, non si preoccupi, il libro sarà conservato, come tutti gli altri, nella mia biblioteca e là resterà, non è mia intenzione leggerlo, l’argomento  non mi interessa più di tanto, mi premeva solo sapere di cosa trattava. Mi scuso per averle procurato tanto disagio.

Mi allontanai sorridendo, stavo mentendo di grosso, sapevo che avrei fatto di tutto per leggere quelle righe peccaminose. Immagino che quel priore, il malefico Guillermo Aloisio, debba essere stato un tipo molto intransigente e perverso nei suoi interrogatori alle streghe.

 

 

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Intervista a Lorena Giardino

18 Aprile 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste, #le interviste pazze di walter fest, #recensioni

 

 

 

 

 

Amici lettori della signora senza filtri, il vostro blog, che non vi lascia mai leggere al buio, oggi per voi incontrerà la brava autrice piemontese Lorena Giardino, insieme a lei parleremo della sua ultima opera, appena pubblicata da Grafiche Stile. L'ultima volta che l'avevo sentita la trovai molto affaticata, la realizzazione del suo ultimo romanzo le aveva dato un bel knockout al cuore, l'autrice, troppo profonda e sensibile nei sentimenti, aveva esaurito la benzina energetica e, ad opera ultimata, soddisfatta e strafelice, era groggy come un pugile suonato, pertanto adesso, per farla rilassare, la porterò con me in sella alla mia Moto Guzzi California rossa Pollock a fare un bel giro, destinazione lago Takatika nel bel mezzo della prateria Indiana.

- Dai, Lorena, infila il casco a scodella che partiamo.

Curve, controcurve e saliscendi, arriviamo a destinazione per la nostra chiacchierata con Lorena Giardino in arte Scrittrice Imperfetta.

- Ciao Walter.

- Lorena, senza inquietudine e autoderminazione non avresti mai scritto L'imperfetta Immensità.

- Sì, è la verità, ho dovuto lottare contro tempeste umane di ogni tipo, mi sono totalmente immersa nelle anime dei personaggi, provando per le vicende delle loro storie una grande sofferenza interiore, adesso vorrei avere il piacere di condividere questa immensità imperfetta con i lettori.

- E il lettore non può che esserne contento, il suo maggior desiderio è di tuffarsi e immedesimarsi nel mare di parole dello scrittore vissute e narrate con passione viscerale.

- Il mio romanzo è come aprire una finestra sul mondo. Ad ogni latitudine ci sono situazioni di squilibrio, un’umanità con rapporti interpersonali in continua agitazione, come se la vita imperfetta ci impedisse di essere semplicemente naturali, in pace con il nostro destino. Tutti siamo perennemente alla ricerca di un qualcosa che sfugge, un qualcosa del tipo polo positivo e polo negativo che si respinge, tensione alle stelle fra persone normali eppure...

- Eppure?

- Eppure un giorno, quando arriverà quel giorno, Giulia e Maria, le due sorelle, insieme alla fredda madre, dovunque esse saranno, troveranno la serenità interiore.

- Potrebbero semplicemente comprendersi?

- Michele, l'anziano, il nonno che nessuno vuole ascoltare, si siederà in poltrona infischiandosene di tutti.

- Io gli consiglierei di ascoltare musica di George Gershwin.

- Mattia, 6 anni, verrà finalmente apprezzato dalla maestra che ritroverà il suo equilibrio.

- La maestra potrebbe provare a preparare delle squisite crostate mentre Mattia riderà spontaneamente e gioiosamente come tutti bambini?

- Il mondo è imperfetto perché è la stonatura delle cose che ci dà l'impulso a correggere i nostri errori, è la bellezza che è dentro ognuno di noi a rendere tale l'immensità dell'umanità, tutto accadrà serenamente come la quiete dopo la tempesta. Finalmente potremo vedere che Guernica di Picasso avrà la meglio sugli amanti della guerra.

- Lorena il tuo è un messaggio di ottimismo.

- Sì, ho lavorato a questa mia opera per lanciare un grande messaggio di ottimismo, è proprio così.

Molto bene amici lettori, se potete, leggete anche voi L'imperfetta immensità della nostra amica autrice Lorena Giardino. Ora io e lei proseguiamo il nostro momento relax di fantasia nel tepee del nostro capo Indiano Brown Sugar, sembra che ci abbia preparato da fumare un calumet della pace a base di erbe aromatiche, liquirizia, panna, cioccolato e zabaione. Salutiamo tutti i cari lettori del blog della signora senza filtro e vi aspettiamo al prossimo incontro culturale.

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Verso sud

17 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto, #luoghi da conoscere

                                                                                 

 

 

 

Sono in viaggio da diverse ore e adesso che sono quasi vicino alla meta, mi trovo intrappolato sulla scorrimento veloce che conduce a Matera. E’ più di un’ora che siamo fermi, una fila ininterrotta di macchine sotto il sole, un vero inferno. In lontananza si vede solo una colonna di fumo denso che il vento porta a invadere la sede stradale, oltre la cortina non si riesce a vedere nulla. Sono esausto, il sole del sud, specie in agosto, picchia forte e restare in macchina sta diventando un incubo. Sulla mia destra, un centinaio di metri più avanti, vedo un cartello che indica una deviazione per una località che non dovrebbe trovarsi lontano da Matera, decido di tentare la sorte e uscire, forse percorrendo le vie poderali potrò raggiungere la città prima di sera. La macchina scotta e la benzina è diminuita in maniera notevole, devo tentare a tutti i costi. Finalmente sono su una stradina campestre, polverosa e stretta che s’insinua fra i campi, come un serpente sdraiato al sole. Ai lati ci sono coltivazioni di grano frammentate da rossi papaveri, all’orizzonte  profili tremolanti di montagne nel riverbero della luce e del caldo. Proseguo ingoiando polvere e maledicendo il mio capo che mi ha mandato in queste lande deserte per un servizio di costume. Matera e il suo hinterland negli ultimi tempi stanno sempre di più attirando l’attenzione dei media e di un turismo di élite. La terra di Lucania dimenticata da tutti si sta prendendo la sua rivincita.

A un tratto vedo un gruppo di alberi, raggruppati intorno a delle rocce, un asino legato ad un ramo se ne sta tranquillo al fresco. Quella visione di frescura sembra invitarmi, decido di fermarmi e parcheggio sotto un grosso albero fronzuto. Dopo tante ore, seduto in macchina e con quel calore, questa sosta è un toccasana. Con mia gran sorpresa, girando lo sguardo intorno, scopro che dietro un masso, leggermente più in basso, nascosto alla vista, c’è una specie di getto d’acqua, sembra una sorgente, il rigagnolo che si forma s’incanala nell’erba alta formando una specie di piccolo laghetto. Mai visione fu più stupefacente, subito mi rimbocco le maniche della camicia e cerco di scendere al livello dell’acqua. L’impresa si presenta più difficile del previsto, il luogo è scivoloso e le rocce appuntite, il leggero gorgoglio mi sprona a far presto, non resisto al richiamo e dopo alcuni scivoloni raggiungo il piccolo getto che  fuoriesce dal terreno, immergo le mani e un brivido percorre il corpo accaldato, l’acqua è fredda, pura, bevo con le mani a coppa e mi bagno la testa, che sollievo! Una sensazione di godimento mai provato. Bagno il fazzoletto e lo metto al collo per godere del fresco, il più a lungo possibile. Dopo queste operazioni, finalmente, scelgo un posto all’ombra e comincio a pensare al da farsi. Guardo l’asino un po’ più su, dove ho parcheggiato la macchina, mi guarda annoiato, con fare svogliato mastica lentamente un ciuffo d’erba. Apparterrà a qualcuno che non deve essere lontano, così decido di tornare alla macchina. Risalgo a malincuore il leggero dislivello e ad aspettarmi trovo una ragazzetta dai capelli neri, un viso grassottello con due occhi lucidi che guardano con interesse la mia macchina.

Appena mi vede si allontana rifugiandosi dietro l’asino che reagisce in malo modo per il disturbo, mentre io cerco di rassicurarla. 

  • Ciao, non aver paura, non ti nascondere, mi sono fermato per rinfrescarmi un po', come vedi la macchina è aperta, se vuoi puoi anche sederti dentro, vieni pure avanti, non aver timore.

 Lei mi guarda titubante, ma non osa muoversi, fissa un punto alle mie spalle, mi volto e vedo avanzare verso di me una donna vestita di nero, a prima vista non sembra anziana, nonostante la sua pelle. Ora che è abbastanza vicina e la posso vedere bene, è cotta dal sole, piena di rughe, i suoi occhi sono appesantiti, hanno una stanchezza che traspare da ogni sua occhiata. Viene avanti dondolando il corpo sugli zoccoli di legno che affondano nella terra, il suo corpo è in sovrappeso, rotonda ma energica, ha i capelli raccolti dietro con una specie di ciambella, fa un cenno col capo alla figlia che subito corre a rifugiarsi fra le sue braccia, mi guarda con uno sguardo fra il cattivo e il minaccioso, ma scorgo più paura che altro.

 

  • Buongiorno signora, mi scusi se ho procurato fastidio o paura alla bambina, non era mia intenzione, mi sono fermato solo per rinfrescarmi, ero troppo stanco e sudato, sulla strada principale non si cammina, c’è una fila infinita, vorrei approfittare della sua presenza per chiederle se può indicarmi la strada per Matera, devo essere lì prima di sera.

 

Il suo sguardo non è cambiato di una virgola, non so se ha capito quello che ho detto, non sembra abbia voglia di rispondermi, si limita a osservarmi e a stringere la bambina, non so che altro dire. Dimentico che la gente del sud è sempre riottosa a esprimersi in presenza di estranei. Scoraggiato, mi dirigo verso la macchina per rimettermi in marcia,  prima di partire vorrei solo prendere una bottiglia d’acqua per il resto del viaggio, la sete è tanta e non so quanto tempo impiegherò per raggiungere la città. Sto cercando qualcosa nel bagagliaio della macchina, quando mi sento interpellare.

  • Signò, la via pe Matera è questa, va sempre diretto e arrivi, ci vorrà meno di un’ora.

Lo stupore ferma i miei movimenti. La voce ha la caratteristica inflessione dialettale del meridione, ma è ferma e sembra non aver nessun timore, mi giro verso di lei e noto che i suoi occhi sono più aperti, meno diffidenti, brillano per l’emozione, per lei è quasi un evento straordinario, la giovane liberata dalla sue braccia si avvicina timorosa e sfiora la macchina con le mani, sembra affascinata, non deve aver visto molte macchine come la mia nella sua breve vita. Ringrazio sorridendo.

  • Grazie per l’informazione signora, correvo il rischio di perdermi fra questi sentieri di campagna, sulla statale è tutto fermo e non so che cosa sia successo.
  • È successo – mi risponde lei mostrando un leggero sorriso che le scopre dei denti bianchi e robusti, che ‘Nduccio, mio marito, dopo raccolto il grano ha dato fuoco al campo, per bruciare le stoppie, prima il vento era favorevole poi ha cambiato e ha portato il fumo sulla strada,  quelli si sono messi paura e si sono fermati perché non si vedeva niente. Voi se dovete andare a Matera, per questa strada ci mettete la metà del tempo, la strada nuova fa nu giro troppo lungo. Lungo la strada ci sta la casa mia, potete fermarvi, vi offrirò un bicchiere di vino, io devo venire co lu ciuccio, voi andate avanti, ci sta mio padre e mio marito, Nunzia la piccerella vorrebbe fare un giro sulla macchina vostra, può accompagnarvi e dirvi dove fermarvi, se non vi da fastidio.
  • Certo che no – rispondo – mi fa piacere e poi un bicchiere di vino non si rifiuta, se risparmio tempo, sarò felice di farmi accompagnare da lei.

Faccio salire la ragazzina. Avrà almeno tredici anni, un’adolescente di campagna attratta da una vettura strana nella sua vita. Il suo imbarazzo è palese, ma la curiosità e la sensazione di gioia nei suoi occhi è tale che dimentica le paure e si siede al mio fianco, con un brivido di piacere. Saluta con la mano la madre e parto, lentamente seguendo il sentiero. Dallo specchietto retrovisore vedo la donna sciogliere l’asino e salire in groppa, si mettono in cammino quasi nello stesso istante in cui io mi allontano dalla zona d’ombra e mi tuffo ancora una volta sotto il sole. Durante il tragitto, la ragazza è silenziosa sfiora con le dita tutto il cruscotto, la pelle dei sedili, non li tocca, si limita sfiorare con la punta delle dita, le sue mani non sono proprio pulite, ma lei capisce, dimostra una sensibilità inaspettata. Ora si è messa rannicchiata, con le gambe sollevate e le ginocchia, quasi all’altezza del mento, le gambe sono robuste, il vestitino a fiori, che a stento contiene l’esuberanza giovanile, si è alzato e si vedono le mutandine di cotone, non c’è malizia in lei, innocente come deve esserlo alla sua età, sono io, uomo di città che riesco a formulare pensieri inopportuni,  mi concentro sulla guida senza guardarla. Poco dopo, lei mi fa segno di fermare vicino a un casolare, appena fermata la macchina, dalla casa escono due uomini, un anziano e un giovane, attirati dal rumore del motore. La ragazza esce dalla vettura e corre verso i due. Comincia a parlare velocemente, non capisco molto di quello che dice, ma il senso è che racconta l’accaduto, gesticola e ammicca dalla mia parte più volte fino a, quando l’uomo anziano si avvicina e mi tende la mano.

  • Grazie signore di aver portato in giro mia figlia, è molto felice, mi ha raccontato del vostro problema, ma come immagino vi abbia già detto mia moglie, in meno di un’ora sarete a Matera. Ora, se volete onorare la mia casa, con la vostra presenza, vi offriremo uno spuntino. Mia moglie sta arrivando e penserà lei a preparare, io vado a prendere il vino in cantina, mio figlio andrà a prendere delle altre cose, voglio scusarmi per aver procurato disagio a tanti automobilisti, ma le stoppie si devono bruciare. La terra ha i suoi tempi e vanno rispettati. Mi spiace, ma il vento è girato all’improvviso e ha invaso la strada, non ho potuto farci niente.
  • Ecco, sta arrivando mia moglie Antonia, vi lascio con lei, scusate se mi allontano.

Se ne va tirandosi su i calzoni tenuti stretti in vita con una cintura sdrucita, porta dei grossi scarponi sporchi di terra, forse di una misura più grande del dovuto. La donna arriva e senza parlare m'indica una sedia sulla quale sedere, poi ci ripensa e ordina alla figlia di accompagnarmi alla pompa dell’acqua per farmi rinfrescare e lavare le mani. Seguo la ragazza nell’aia antistante alla casa, evitando alcune galline e oche che passeggiano libere, aiutato dalla fanciulla mi dedico a qualche pulizia veloce. Torniamo in casa e troviamo il pesante tavolo di legno coperto da una tovaglia pulita apparecchiata per sei persone.  

Dalla porta entra con un'anfora di terracotta il marito, che annuncia l’arrivo del vino, e subito dietro il figlio maggiore che porta con sé due cesti di frutta fresca appena colta.

Madre e figlia, intanto, portano in tavola vassoi pieni di salumi, pezzi di formaggio, una ciotola di olive condite con olio e peperoncino. La vista del cibo mi ricorda che non mangio dalla mattina presto, il mio solito caffè con cornetto riscaldato, mentre aspetto il padrone di casa che riempie i bicchieri, penso a tutte le false notizie, ai luoghi comuni che molti di noi giornalisti, prevenuti, diamo in pasto alla stampa. Il tanto vituperato sud con le sue contraddizioni, il perenne malessere, il capro espiatorio di tutti i mali che infestano la nostra nazione, ancora una volta, invece, sta dando dimostrazione di  grande civiltà. Il fatto è che, ormai, fa comodo a tutti  poter accollare ad altri i propri problemi, di gran lunga più importanti e seri. L’ospitalità che ricevo in questo momento da una sconosciuta famiglia lucana dimostra che il cuore non conosce confini, io per loro sono un perfetto estraneo eppure mi accolgono come uno di casa, senza chiedere nulla, non si pongono domande né ostentano diffidenza, si offrono in tutta la loro spontaneità. Deve essere stato il mio gesto nei confronti della ragazza, facendole toccare la macchina e portandola a fare un giro. Non lo so e poco m’importa, quello che conta è che sono in casa di persone gentili. Dalla porta aperta posso vedere a vista d’occhio un panorama di terre, in parte coltivate, in parte brulle, quasi deserte. La desertificazione della Basilicata è uno dei temi che dovrei affrontare nel mio servizio, ma al momento non ci penso, mi godo  il contatto con queste persone che con la loro schietta amicizia mi stanno ospitando. Mi stanno offrendo, la loro casa, il loro cibo, tutta la loro umanità.  Durante il pasto, complice il vino, crollano le difese, racconto di me e del perché mi trovo da quelle parti, loro accennano alla vita che conducono senza fare drammi, non si lamentano. Sanno bene che lamentarsi non serve a nulla, si limitano a condurre una vita semplice, sono coscienti che altrove si vive meglio di dove stanno loro, ma quella è la loro terra, ci sono nati, cresciuti e sperano di morire fra quelle pietre antiche. Nel chiacchiericcio sereno che si è instaurato, mi danno informazioni utili al mio lavoro. Li osservo e negli sguardi spuntano, fra una risata e l’altra, fra una ruga e un capello bianco, tracce di felicità.  Rimangono i calli alle mani e la pelle bruciata dal sole, ma è il prezzo da pagare, la ragazza la immagino, fra pochi anni, già sposata, la sua infanzia e la giovinezza racchiuse in una sola esperienza, quella legata al lavoro, alla sopravvivenza in questa terra del sud che ha splendidi tesori, che conserva gelosamente gli antichi valori che danno un significato alla vita.

 

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Incontro con l'artista G.M. ZAGO e il progetto "Zago and your friends"

16 Aprile 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste, #arte, #eventi, #le interviste pazze di walterfest, #pittura

 

 

 

 

 

Amici lettori di signoradeifiltri.blog oggi abbiamo il piacere di avere nostro ospite un artista che viene dal Nord, da Verona, dalla città di Romeo e Giulietta è qui con noi G. M. Zago!!
Ve lo dico in confidenza, lui non lo sa ma lo porterò in una spa, un centro benessere particolarmente artistico, mi raccomando non glielo spifferate!
Eccolo arrivare ma non è solo, è seguito da un cane.

 

- Zago hai portato il cane?
 

- Beh, sì, non si fida di te e non voleva lasciarmi solo.
 

- Ah!... Come si chiama?
 

- Homer, aspetta te lo presento... Homer dì qualcosa al Walter.
 

- Uelà, artista da strapazzo, mi raccomando ti mordo le parti basse se non scrivi bene del mio Zago, eh!
 

- G.M., ma Homer è un cane che parla?!
 

- Che vuoi che ti dica, a forza di stare con me, ha cominciato a parlare, pensa che per breve periodo ha pure iniziato a fumare il mio sigaro, ma ci siamo tolti il vizio insieme, per fortuna, è un grande amico, sai.
 

- Capisco, ma gli hai pure insegnato a dipingere?
 

- No, preferisce dormire, però mi fa da manager, tratta lui con i galleristi, invece, con i critici, ci parla solo al telefono perché non li sopporta.
 

- Forse è meglio che entriamo.
 

Apriamo la porta stile Mondrian, l'ambiente è già caldo e profumato, in sottofondo musica Jazz. Sicuramente troveremo qualcosa da mangiare e da bere.
 

-  Zago ti piace questo posto?
 

- Sì, non male
 

- E tu, Homer, che ne dici?
 

- Bello, ma prima possiamo mangiare qualcosa?
 

- Più tardi, prima facciamo il bagno in piscina.
 

- Andate voi che a me l'acqua non piace molto, vado a mangiare qualcosa e poi a fare una partita a flipper.
 

- Homer, mi raccomando, non mettere troppo ketchup sulle patatine
 

- Zago, possiamo stare tranquilli con Homer?
 

- Walter, nessun problema, Homer è un cane che ha un discreto appetito ma non parla con gli sconosciuti.
 

- Ah, molto bene, allora, dai, tuffiamoci nella piscina con l'acqua color grigio perla.
 

Per chi non lo sapesse in questa spa l'acqua delle varie piscine è multicolore.
 

-  Zago, devi toglierti tutto.
 

- Tutto?
 

- Sì, ma tanto non ci vede nessuno.
 

- Ma è tutta roba presa in offerta da Beninox!
 

- Poche storie, Zago, in fondo sono solo parole senza mutande.
 

- Ah, beh, allora, dai, tuffiamoci.
 

Siamo in acqua color grigio perla e stiamo per iniziare a parlare di Zago and your friends.
 

-  Zago, come è iniziata questa avventura?
 

- Era il Marzo del 2010, ero seduto in poltrona a vedere la tv, quando, dal tubo catodico, una di quelle belle signorine "buonasera" mi guarda fisso e mi fa: «Zago, tu devi fare un lavoro a 4 mani con 100 artisti, sarà una mostra per beneficenza, pensaci bene perché non te lo chiederò un’altra volta, mi piacciono le cose che fai ma, se non accetti, grazie e ti saluto».

Tac, la tv si spense da sola e rimasi al buio, ma vidi lo stesso una luce e, così folgorato dall'abbaglio creativo, il giorno dopo parlai con il mio amico Gianluca Cantalupi, responsabile di Emergency UK, presi l'agendina e trovai i 100 artisti per iniziare il lavoro, era un impresa titanica per il numero di opere che ci eravamo prefissati, credetemi serviva anche una bella quantità di materiale da riciclo, le opere dovevano essere impastate di monnezza artistica, ma per fortuna i cassonetti di Verona abbondavano di merce.
 

- E poi che successe?
 

- Fu un grande lavoro faticoso ma entusiasmante che, terminato, partì per l'Inghilterra, da Novembre 2011 al 2013. La mostra era unica al mondo nel suo genere, un evento storico, un lavoro eccezionale che venne esposto in più gallerie, riscuotendo un bel successo; le opere, nel formato 100X70, tutte bellissime, vennero vendute e la nostra arte a favore di Emergency contribuì ad aiutare chi è stato meno fortunato di noi, vorrei aggiungere che Zago and your friends è importante anche per altri motivi, non era mai successo che 100 artisti disparati lavorassero a 4 mani con un solo artista, nessuna rivalità, nessun egoismo, nessuna pre-tattica o preconcetto, c'era da dipingere spinti dall'entusiasmo, e dalla convinzione di fare per bene del bene attraverso l'arte, ne venne fuori una serie di opere estremamente emozionanti!
 

- Poi siamo andati a Roma.
 

- Eh, già, Zago and your friends non poteva rimanere un'esperienza sulla quale il titolo di coda era "The end". Non mi ricordo come, dove, quando, ma, come per magia, io e altri amici abbiamo deciso di ripetere questa iniziativa, vestita di quella passione che guida un artista, la nuova avventura si è svolta Roma nel Marzo del 2017 in una modalità diversa rispetto a Londra 2011. Per una questione di rapidità temporale, gli artisti presenti 50, con relative 50 opere realizzate a 4 mani con me. Queste opere dopo Roma proseguiranno verso future esposizioni per una continua mostra itinerante alla quale si aggiungeranno, via, via, altri artisti con altre opere, invece altre 50 opere, che furono realizzate individualmente dagli stessi 50 artisti, sono state finalizzate a favore di una associazione di volontari che dedicano corpo e anima alla cura e all'assistenza di cani sfortunati, "Una zampa per Birillo". Ci siamo ritrovati Venerdì 3 Marzo 2017 alla galleria TAG di via di S. Passera, 25 per una serata speciale!
 

- È stato un grande evento, un grande allestimento, un grande successo di pubblico e, come dicevo, Zago and your friends continua la sua marcia verso le prossime esposizioni, al momento stiamo lavorando per Verona, sarà il nostro terzo atto, appunto nella città Scaligera, ma il nostro sogno nel cassetto rimane Matera 2019, faremo il possibile di farci un salto.
 

Ma ecco di ritorno Homer.
 

-  Ragazzi, dobbiamo andare via alla svelta!
 

- E perché?
 

- Di là ho mangiato tutto il ben di Dio che ho trovato, un tizio se ne è accorto e mi ha detto: «Ma bravo, e adesso chi paga?». Me lo sono guardato e gli ho detto: «Tranquillo, pagheranno Walter e Zago». Il tizio è svenuto ed è caduto come un sacco di patate, io direi che prima che si risvegli è meglio che ce la battiamo!
 

- Zago, dico che Homer ha ragione, forza filiamo via come il vento!
 

- Ma siamo nudi!
 

- Sì, e senza soldi, dai, sgommiamo...

Amici di signoradeifiltri.blog, vi salutiamo; io, Zago ed Homer vi ringraziamo e vi aspettiamo prossimamente a Verona con tutti gli artisti e le grandi opere di Zago and your friends.
Per chi volesse saperne di più e ammirare foto e video delle precedenti mostre, può visitare la pagina Facebook "Zago and your friends" oppure contattare direttamente l'artista G.M. Zago.

 

Incontro con l'artista G.M. ZAGO e il progetto "Zago and your friends"
Incontro con l'artista G.M. ZAGO e il progetto "Zago and your friends"Incontro con l'artista G.M. ZAGO e il progetto "Zago and your friends"
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Primavera di mare

15 Aprile 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

 

 

 

 

a Dargys con amore

 

 

Una gelida mattina di primavera, tra lecci bagnati e sentori di mimose, cipressi odorosi e palme - mediterranee, ché mica siamo ai tropici -, pini marittimi come tende d'un sipario spalancato sul colle dei Diaccioni, dove cinque torri color mattone squarciano un panorama di vigneti. Assorto nei pensieri, tra case e centri commerciali, mentre bambini corrono a scuola sognando fughe lungo i viali alberati d'un'estate di mare, mentre un volo di gabbiano feconda l'aria del mattino, evitando tamerici salmastre, sfidando la brezza di scirocco che cederà il passo a un caldo sole. Primavera sul lungomare e tra gli sterpi, primavera tra i rovi e nel vallone - dove putride acque stagnanti son riparo di rospi e raganelle -, primavera tra strade in attesa di carezze estive, primavera nei cuori di chi sogna un futuro d'acciaio come il passato. Primavera tra malanni di stagione e piccole follie di fanciulle in fiore. Primavera di mare, tra una barca che prende il largo e il primo sole, timido e tiepido, come il mio cuore che attende una brezza di grecale per lasciarsi andare. Primavera di ricordi, come sempre, primavera di piccole cose, primavera che se non ci fossero i tuoi occhi non sarebbe tale, primavere di sogni e ritorni e vecchi film e sensazioni perdute in un gelato, in un dolce, in un sorriso. Primavera di baci dispersi nel pulviscolo solare, primavera di emozioni antiche, mentre stringo la tua mano e penso di poter volare. Primavera di noi due ancora insieme, come un tempo, nonostante tutto, nonostante la vita, gli anni, il tempo che cambia persone e sentimenti. I tuoi occhi sorridenti son la mia primavera, sapere che non li ho perduti, che non cambiano, quando mi guardi, quando ti guardo, quando ci abbracciamo. 

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Il vento d'inverno

14 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #poesia

 

 

 

 

 

Specie quando

Il vento d’inverno

Mi trafigge i capelli

Cammino sulla riva del mare.

Odo il richiamo del gabbiano

Il fremito delle vele

Sul taciturno molo.

Qui

Ritrovo chiari mattini

E suoni e aspri odori

Non dimenticati e reti.

Grovigli inestricabili

Che mani antiche

Annodano e riannodano.

Specie quando

La solitudine diventa

Un’ombra sottile e lunga

E fredda nel crepuscolo.

Quando

Gli sfaccendati granchi

E il vento

E l’onda monotona del mare

Osservano il mio passo

Affondare nella sabbia

Senza lasciare tracce

Dalle navate oscure e contorte

Di conchiglie abbandonate

Sale un lamento.

Un suono d’organo struggente

Che mi possiede

Percuote la mia anima

Fino a spezzare il cerchio

Di una tristezza antica

Che mi sovrasta come una tempesta

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Piombino: stadio Magona

13 Aprile 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #luoghi da conoscere, #sport

 

 

 

Per quanto ci sarai noi ci saremo, ricordando tempi perduti e folle in festa. Sono stati i nostri tempi il tuo splendore, siamo cresciuti al suon d’una leggenda, barbaglio trepido che riscalda i cuori, tra un rigore calciato in mezzo ai pali e una rincorsa sulla fascia laterale. 

Lo stadio più non sei che apriva cancelli verdeggianti a chi usciva in fretta da siviere, sei solo l’ombra di quando le tue gare cominciavano un quarto d’ora dopo perché arrivassero in tempo gli operai; sei solo la parvenza d’un passato, di altiforni e cadenti cokerie che non abbiamo mai dimenticato. 

Tribuna scomparsa, sedili arrugginiti, speranze di corse da bambini, per quella curva resina e ricordi, sole d’un tempo, occhiali verde scuro, un flebile rimpianto di sorriso. E la tua cadente impalcatura, tra gradoni stretti e bassi a tramontana, confonde l’eco di troppe grida andate, sogni che stemperano flebili sconfitte nel balenare piovoso del presente. 

Una sirena che adesso più non suona, non riprende il suo incedere possente tra quei palazzi color rosso mattone, siepi di pitosforo e cipressi. Il passato è solo tempo andato, non lo ritrovi nel gusto delle cose, il suo sapore è sempre un poco amaro, son solo sogni, son solo i tuoi rimpianti

Una palla gonfia quella rete, un urlo immenso dentro mille cuori, accade che d’un tratto lo ricordi quel vento caldo sollevarsi in cielo. Ma tanto lo sai che non ritorna, è un vento andato, è un vento ormai perduto.

 

Su concessione di Gordiano Lupi

Prima pubblicazione Valdicornia news

 

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Il sogno di Kaddour

12 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto, #il mondo intorno a noi

                                                      

 

 

 

Su un piccolo promontorio che si protende nello stretto di Gibilterra, all’estremo nord del continente africano, c’è un lussuoso ristorante, il Dakhla. Una costruzione compatta, dipinta di bianco e azzurro con una torre circolare composta di finestre in vetro oscurato, un luogo molto spettacolare, con un particolare fascino. Dai suoi terrazzi è ben visibile la costa continentale, due continenti divisi solo da quello stretto braccio di mare che, da sempre, ha significato la fine del mondo conosciuto per i popoli del Mediterraneo. Due mondi diametralmente opposti: da una parte l’Europa con la sua storia, la cultura e il potere. Un insieme di nazioni spesso in guerra fra loro, ma unite nella ricerca di nuovi territori da conquistare e sfruttare, dall’altra le prime propaggini di un continente rimasto a lungo inesplorato, selvaggio e dal territorio ostile, facile preda dei conquistatori dell’altra sponda. Un mondo dove era difficile vivere e dove il giovane Kaddour era nato, circa venti anni prima. Adesso lavorava come sguattero nelle cucine del grande albergo ristorante. La sua esistenza era segnata da orari impossibili e da un duro lavoro che gli impediva di godere delle bellezze, tipiche della sua terra. Entrava nelle cucine alle prime ore del mattino per ripulire ciò che restava della prima colazione degli ospiti e usciva quando già la notte aveva acceso le sue eterne luci nel cielo. Kaddour era stanco di quella vita, sognava ben altro. Dalle storie che gli raccontavano, dalle immagini che vedeva in televisione si stava  formando nella sua testa un sogno che diventava ogni giorno sempre più assillante, ossessivo e impellente. Voleva farla finita con quella vita fatta di piatti sporchi e d'avanzi. Voleva godere di maggiore libertà, ricevere carezze di ragazze giovani come lui. Perché? Si chiedeva! Non poter avere un’esistenza pari ai ragazzi dell’altra sponda! A chi gli rispondeva di trovarsi un altro lavoro, lui obiettava che non era facile trovarne altri soddisfacenti. Le uniche possibilità erano mettersi al servizio degli allevatori di cammelli o andare fra coloro che coltivavano le palme da dattero, una delle prime risorse del paese. Le modeste condizioni della famiglia non gli avevano permesso di continuare gli studi, ma non era il lavoro il suo problema più grande, lui sognava l’Europa e quello che rappresentava. Vedeva intorno a sé un mondo diverso, cose che nel suo paese erano vietate, spesso sconosciute e molte volte desiderate. Il Marocco, per quanto evoluto e teso verso il progresso, restava fedele alle tradizioni, alla religione. Secoli di storia avevano creato un ambiente dove era complicato muoversi senza incorrere nei molteplici divieti che la religione imponeva. Kaddour era fermamente deciso a partire verso quella costa che si vedeva all’orizzonte, stava cercando di risparmiare i soldi necessari per ottenere un passaggio su uno di quei barconi che facevano la spola verso la terra dei sogni.

La madre aveva capito le intenzioni del ragazzo e cercava, in tutti i modi, di dissuaderlo dal compiere un gesto irrazionale.

 

  • Ti rendi conto  - gli diceva – di cosa vuoi fare, non c’è motivo che tu vada laggiù, sarai un estraneo, non parli la loro lingua, sarai emarginato e non ti faranno certo lavorare, starai peggio di qua. Posso capire che il lavoro che fai non ti piace, possiamo trovarne altro, sei a casa, nella tua terra, non c’è niente che ti minacci. Quelli che vedi andare via, scappano da qualcosa di veramente terribile, dalle guerre, dalla fame, per fortuna qui non c’è niente di tutto questo, hai una vita serena e tranquilla.
  • Troppo tranquilla, madre, io sono giovane e vorrei avere una vita che valga la pena vivere, se ci sarà da soffrire sono pronto, il lavoro non potrà essere più duro di quello che faccio adesso. Io voglio essere libero di poter fare quello che desidero, tu li vedi in televisione i giovani dall’altra parte, vanno a scuola, studiano, vivono in case moderne, si riuniscono fra loro, si divertono, frequentano le ragazze e, soprattutto, gli anziani non intervengono sui loro comportamenti, non sono legati alla religione come noi.
  • Cosa dici figlio, non riconosci il nostro credo! Tu sei musulmano e la tua religione è questa, loro sono degli infedeli, non  prendono sul serio niente, nemmeno il loro Dio.
  • Lo so madre, la nostra religione però è troppo rigida, è ferma a secoli fa, non si è mossa di un passo verso l’era moderna. Riesce difficile, quando il lavoro non te lo permette, mettersi a pregare alle ore stabilite e nel modo tradizionale. Gli imam perché non possono apportare un minimo di cambiamento, quel tanto che basta per adeguarsi ai tempi, non siamo più nel periodo che c’era solo il deserto con i cammelli e le palme, anche da noi la modernità è arrivata, e noi ci portiamo dietro ancora il tappetino per la preghiera, se preghiamo in piedi non è lo stesso?
  • Figlio! Non bestemmiare in mia presenza, come osi parlare in questa maniera, se tuo padre lo viene a sapere è capace anche di ucciderti lo sai vero? Non ti è permesso parlare così.
  • Vedi! Cosa ti dicevo, “non ti è permesso” è per questo che voglio andar via, non posso restare a vivere in un mondo che non condivido, che è lontano da me e dalle mie aspettative. Aiutami a raccogliere i soldi necessari, appena possibile partirò.

La madre tacque, non disse altro, capì che il figlio era ormai perso. Se era convinto e con quelle idee era meglio che partiva. Il padre non avrebbe accettato una sola parola di quanto aveva detto, era capace davvero di ucciderlo, non si poteva mettere in discussione la religione.

Aiutato dai risparmi della madre e dalla sua complicità, due settimane dopo il giovane Kaddour era su una spiaggia libica, aspettando il barcone che doveva prendere il largo verso il continente, con lui c’erano  centinaia di altre persone che, nel buio della notte, attendevano trepidanti il momento del distacco dalla propria terra.

Erano tre giorni che erano in navigazione nel Mediterraneo, erano diretti verso le coste italiane.  La barca era sovraccarica, molti soffrivano il mal di mare. La puzza stava diventando insopportabile, vomito ed escrementi riempivano lo scafo. Il quarto giorno qualcuno gridò di aver visto, all’orizzonte, una macchia scura, la terra era vicina! L’eccitazione fece risollevare gli animi dei profughi. Kaddour stava abbastanza bene, era giovane e il mare non gli dava fastidio. L’avvistamento gli aveva tirato su il morale, fra non molto avrebbe messo piede sul quel mondo tanto desiderato. D’improvviso, però, all’orizzonte si profilò la sagoma di un'imbarcazione militare, stavano per essere intercettati e questo, pensò, avrebbe facilitato le cose. Le donne e i bambini presenti sarebbero saliti a  bordo della nave lasciando gli altri più liberi. Non appena la nave militare accostò il barcone, tutti si riversarono su quel lato, per chiedere acqua e per salire a bordo. Fu l’onda di ritorno della scia che fece urtare i due natanti. La barca con i profughi ondeggiò, s’inclinò in modo impressionante, coloro che erano rivolti verso la nave caddero in mare trascinando gli altri nella caduta. Una volta in acqua, nel tentativo di risalire fecero capovolgere del tutto il natante, che si ribaltò cadendo su di loro, sommergendoli e impedendo una qualsiasi risalita. I marinai riuscirono a tirar su qualche decina di persone, ma tutti gli altri ormai erano stati inghiottiti dalle acque del Mediterraneo. Kaddour, mentre il suo corpo svaniva nel buio degli abissi, lanciò un ultimo sguardo verso l’alto con la mano tesa verso il suo sogno, confuso nella luce tremolante della superficie che diventava sempre più debole, sempre più lontana.  

 

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Radioblog: Rosso Botticelli

11 Aprile 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #eva pratesi, #vignette e illustrazioni, #audioletture

 

 

Firenze, Botticelli, passione, delitti e ... rosso. Questi sono alcuni degli ingredienti sapientemente amalgamanti da Stella Stollo per regalarci questo Rosso Botticelli, edito da Graphofeel, un thriller storico che non vi lascerà indifferenti e vi farà tuffare nell'opulento e misterioso Rinascimento fiorentino alla ricerca della chiave che svelerà enigmi e segreti. Iniziate ad ascoltare le prime pagine e... che il mistero abbia inizio!