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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

L'etichetta

21 Marzo 2018 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #racconto

 

 

 

 

L’inaugurazione era filata liscia. Molti consensi. Educati battimani all’entrata dell’artista. La giusta quota di selfie scattati vicino alle opere d’arte.

Si potevano già quasi tirare le somme, visto che la galleria era lì lì per chiudere. Era talmente tardi che l’autore delle opere esposte aveva già lasciato la mostra sotto braccio al curatore, diretti a passo spedito verso chissà quale party nel quale, a quell’ora – si bisbigliavano l’un l’altro per spronarsi a vicenda – addirittura già nevicava, nonostante si fosse nel mese di giugno!

Eppure un certo capannello di ritardatari ancora si soffermava intorno all’opera principale dell’intera esposizione. D’altronde erano tutti lì soprattutto per quella (oltre che per l’annunciato buffet, che godeva ogni volta di un innegabile richiamo), specie dopo avere ascoltato la splendida recensione che, dietro adeguato compenso, ne aveva fatto il più grande critico d’arte della nazione (almeno per quanto ne sapevano loro, che non ne conoscevano altri): «Con l’opera intitolata Mondo De Barecedo stavolta ha veramente superato se stesso: nella sua semplicità essa raccoglie tutto un nugolo di interpretazioni pressoché infinito» aveva infatti scritto sul catalogo e intonato per televisione Littorio Barbie, ripetendolo, se non proprio con convinzione perlomeno con un’invidiabile faccia da poker, quello stesso pomeriggio, all’apertura della mostra. Appena in tempo: un attimo prima cioè dell’ennesimo attacco ischemico che lo aveva poi costretto a fare un breve salto al più vicino ambulatorio, prima di recarsi all’altrettanto pregevole (nonché remunerativa) mostra d’artista, tenuta a una trentina di chilometri da lì.

Quello che osservavano aveva tutta l’apparenza di un carrello per le pulizie, con tanto di secchi mezzi pieni di acqua e detersivo e un paio di Mocio Vileda a pendere dalle parti. A proteggerlo un parallelepipedo in plexiglas, sul quale, più o meno a metà, spostata verso destra, c’era appiccicata un’etichetta gommosa con le lettere a rilievo che recitava: “L.De Barecedo, Mondo, 2017”.

I cultori neofiti lì intorno erano ammirati: «Che bel ready-made!» si sbilanciò il trentenne coi baffi che masticava un po’ di inglese.

«L’opera ci riporta al significato originale di mundum, ossia: pulito.» spiegava il signore di mezz’età che ancora rammentava un po’ di latino.

«Per certi versi ricorda il miglior Spoerri» commentava la madamina che si era fatta tenere le dispense d’arte dall’edicolante di fiducia.

Intanto, a breve distanza, la Gina, non vista, li osservava con fastidio, dall’alto in basso, più che per una superiorità morale grazie alla posizione conferitagli dal largo piedistallo su cui poggiava i piedi piatti, mentre finiva di lucidare, con abbondante olio di gomito, la superficie di un vasto boccione a chiusura ermetica contenente una mezza dozzina di pesci morti galleggianti in un paio di litri di acqua putrida.

«Ma quando se ne vanno questi? Che se qua non si sbrigano a chiudere la baracca mi perdo il 12 barrato e devo aspettare quello appresso...» non faceva che borbottare tra sé.

Scalpitava attendendo solo più che quella calca di tiratardi si allontanasse dai suoi attrezzi da lavoro, su cui aveva momentaneamente appoggiato la teca in plexiglas, per poi rimetterla sopra l’opera di De Barecedo che andava testé tirando a lucido.

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Federico T. De Nardi, "Betty suicide"

17 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Betty Suicide

Federico T. De Nardi

Collana Crime Line

Pubmesrl, 2017

pp 216

13,90

 

Mescola thriller, noir e spionaggio, questa spy story incentrata sulla figura stereotipata della spia russa Anastasija Kalashnikova, in arte Betty Suicide, già apparsa in un racconto della collana Segretissimo.

Bellissima e letale - corpo conturbante e viso d’angelo, occhi trasparenti come il cielo, un oscuro passato che l’ha fatta soffrire al punto giusto e trasformata nella spietata killer che è adesso - la ragazza si trova a Chicago, alle prese con un caso di spionaggio industriale mescolato a quello di un serial killer di bionde ragazze americane.

Tutto ruota intorno a un vasetto di crema che rende invisibili. Attraversiamo ventiquattro ore fra sparatorie, coltellate, fughe e travestimenti. Anastasija campeggia su tutto per bravura e implacabilità, il suo fisico esile e perfetto contrasta con la sua forza e il suo addestramento feroce. E poi c’è il desiderio che la sua bellezza stratosferica, e  quasi irreale, suscita in  tutti coloro che vengono in contatto con lei, compresi coloro che la vogliono morta.

La trama e le scene sono quelle tipiche del noir, fatte di azione, violenza, sangue e sesso, l’ambientazione americana, fra Chicago e San Francisco, è credibile. La scrittura è molto buona, anche se risente di  tutti i cliché del genere, e se la commistione di thriller e spionaggio non sembra completamente riuscita.   

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Chiudi il gas e vieni via

16 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Macho, romantico ma sbrigativo, oggi sarebbe considerato maschilista, il bianco pupazzo a forma di cono dei mitici caroselli del caffè Paulista della Lavazza, anni sessanta e settanta. Una storia surreale, d’avanguardia com’erano tutti gli spot di quei tempi, un’ambientazione western e pistolera, come già nello spot della carne Montana.

Frutto della creatività di Armando Testa, i due pupazzi senza braccia né gambe, essenziali e moderni nella loro immagine stilizzata, erano Caballero e Carmencita. Lui è innamorato perso di lei e la cerca ovunque. Un terzo incomodo s’inserisce ma, alla fine, l’amore trionfa.

 

Bambina sei già mia, chiudi il gas e vieni via.

 

 

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LA MORTE DI IVAN IL’IC - LEV NIKOLAEVIC TOLSTOJ

14 Marzo 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #recensioni, #audioletture

 

 

 

 

Lo sappiamo sin dall’inizio: Ivan Il’ic morirà. Lo sappiamo perché il libro si apre parlando della sua morte appena avvenuta e del girotondo di colleghi, parenti più o meno emotivamente coinvolti nel triste evento. Lo sappiamo perché il libro di Tolstoj di cui vi sto parlando si intitola La morte di Ivan Il’ic e la cosa certa è appunto il funesto destino del protagonista. Un destino che accomuna tutto il genere umano, la morte colpisce tutti e nessuno vi si può sottrarre, ma stavolta è il suo turno, è il turno di Ivan Il’ic.

Lo conosciamo con un breve racconto delle sue vicende esistenziali e lo vediamo uomo in carriera dedicarsi al proprio lavoro, ma anche alla costruzione del suo nucleo familiare. Lo scenario è San Pietroburgo, siamo a fine Ottocento e vediamo il nostro personaggio muoversi con sapienza e sicurezza negli uffici del Tribunale. È un uomo “inserito”nella vita e nella società, sa quel che vuole e come ottenerlo: carriera, famiglia, casa. Pian piano però nella sua esistenza si insinua qualcosa, un tarlo, il germe del male che ben presto si identifica come LA MALATTIA FISICA di Ivan Il’ic che giorno dopo giorno lo consuma, fino a trasformarlo nell’ombra dell’uomo che è stato e che ad un certo punto si capisce non sarà più, conducendolo senza pietà verso quel viaggio di sola andata che è la morte.

A questo punto viene da dirsi che in questa storia non c’è niente di originale o di diverso dalla storia che accomuna tutto il genere umano: nascita, vita, morte. Non ci sono storie di amori impossibili, tradimenti, misteri, vite rocambolesche o morti violente ma una vita normale e una morte anch’essa comune alla maggior parte degli esseri umani. Addentrandoci nella lettura ci accorgiamo però che Tolstoj ci fa vivere il deperimento fisico e spirituale di Ivan Il’ic come se lui stesso l’avesse vissuto, come se lo scrittore stesso fosse morto e poi tornato a raccontarcelo. Pagina dopo pagina ci fa vivere con intensità il tormento atroce di un uomo che comprende sempre più chiaramente l’ineluttabilità del proprio destino e ce lo racconta con una lucidità e una precisione che può usare forse solo chi ha attraversato in prima persona un travaglio del genere. Entra nei meandri della mente di un moribondo come in un flusso di coscienza, svelandocene le contraddizioni, i tormenti, le speranze di guarigione che si affievoliscono, il rapporto controverso con gli altri, i “sani”, coloro che stanno dalla parte della vita e che perlopiù non comprendono di cosa lui possa avere bisogno. Minimizzano, fanno finta di niente, pensando probabilmente di alleggerire il peso della malattia mentre invece Ivan Il’ic ha bisogno di onestà e compassione. Non sopporta di vedere gli altri che recitano questo “teatrino” pietoso, mentre lui ben sa dentro di sé che i giorni che lo aspettano sono pochi. Solo il giovane Gherassim lo capisce “Volontà di Dio. Tutti andremo là”​, facendogli intendere di aver compreso la sua situazione e di non voler fingere che sia tutto a posto. Questa sincerità di sentimenti, accompagnata dalle cure che il giovane presta ad Ivan Il’ic, fanno sì che la compagnia di questo sconosciuto sia per lui preferibile a quella dei familiari e degli amici.

Seguiamo il nostro personaggio fino alla fine, fino all’esalazione dell’ultimo respiro, fino alla follia finale preceduta dalla domanda “La mia vita è stata come doveva essere?​” e mentre si fa strada l’incerta risposta la follia finale travolge Ivan Il’ic con la morte che lo risucchia tra le sue braccia impietose e la crescente, dura, consapevolezza di quanto sta succedendo. “Gli accadeva quel che accade quando si va in ferrovia, che si crede di andare avanti e si va indietro e a un tratto si capisce qual è la vera direzione”.

Ciò che colpisce è che nonostante la drammaticità dei temi affrontati con grande introspezione dell’animo umano, il racconto scorre quasi lieve, senza troppa pateticità. Certo, Tolstoj ci fa immedesimare, compiangiamo questo povero Cristo nella sua parabola dalla vita alla morte ma vi è anche a tratti una quieta rassegnazione, una dignità e un’accettazione del destino e di come sono andate le cose, sebbene in ultima analisi tutti si cerchi di tenerci aggrappati alla vita con tutti i mezzi.

Grazie al sito “Ad alta Voce” di Radio Tre ho riscoperto, anzi, nel mio caso ho scoperto per la prima volta, questo racconto letto dalla voce del bravissimo Elia Shilton che ci narra l’epopea della vita e della morte di un uomo normale.

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A GRANDE VOCE DELLE SIGLE ITALIANE PIU’ AMATE DEI CARTONI ANIMATI CRISTINA D’AVENA SPECIAL GUEST DELLA XXIII EDIZIONE DI ROMICS

13 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #televisione, #musica, #vignette e illustrazioni, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

 

La XXIII edizione di Romics vedrà tra i suoi protagonisti Cristina D'Avena, l’amatissima interprete delle sigle di cartoni animati che sono state colonna sonora per generazioni di bambini e ragazzi. La cantante si esibirà a Romics ripercorrendo i suoi successi più famosi. L’evento assume un valore speciale in occasione della presenza a Romics di Tsukasa Hojo, l’autore della celebre serie Occhi di gatto di cui Cristina ha interpretato la sigla italiana.

Nata a Bologna, Cristina esordisce all'età di 3 anni cantando Il valzer del moscerino che si aggiudica il terzo posto alla decima edizione dello Zecchino d'Oro. La sua carriera di cantante inizia quando, ancora adolescente, viene segnalata ad Alessandra Valeri Manera, responsabile della tv dei ragazzi della neonata Canale 5. Dopo essere stata sottoposta ad un provino discografico, Cristina firma un contratto di esclusiva e diviene così l'interprete della canzone Bambino Pinocchio. Da allora non ha mai smesso di incidere e, grazie alla quantità di sigle da lei registrate, è l'unico personaggio dello spettacolo la cui voce è presente sulla tv italiana ininterrottamente dai primi anni '80 almeno una volta al giorno, 7 giorni su 7, 365 giorni l'anno. Nel 1986 raggiunge una nuova popolarità interpretando il ruolo di Licia nella serie di telefilm per ragazzi "Love me Licia”, basata sul cartone animato giapponese Kiss me Licia. È così che quella che fino a quel momento era una voce amatissima dal pubblico diventa un volto famoso della tv.

Nel corso della sua lunga carriera Cristina D’Avena ha tenuto numerosi concerti, che hanno sempre ottenuto un enorme successo di pubblico. A seguirla non sono solo i bambini, amanti dei cartoni animati, ma anche gli adulti affollano da sempre le sue esibizioni live. Nel nuovo millennio la cantante ha continuato e continua a tenere concerti in tutta Italia, sia da sola che accompagnata dal gruppo dei Gem Boy.

All'attività musicale e discografica si aggiunge l'attività di conduttrice e co-conduttrice televisiva (nonché radiofonica) e nel 1998 debutta anche al cinema interpretando se stessa in una scena del film Cucciolo di Neri Parenti accanto a Massimo Boldi.

Nel 2012 D’Avena festeggia 30 anni di carriera. Le celebrazioni di questo importante traguardo si materializzano anche a livello discografico con la nascita di un grande intitolato 30 e poi..., composto da CD che raccolgono sigle originali dei cartoni animati più famosi degli anni '80, '90 e 2000; sigle inedite, una reinterpretazione del classico natalizio O Holy Night, un megamix dei suoi storici successi anni '80, una cover del brano L'anno che verrà di Lucio Dalla, un DVD, e un Libro Fotografico. Nell'estate 2014 nasce la sua personale etichetta discografica, la Crioma Music.

Nel 2016 partecipa in qualità di super ospite al 66° Festival di Sanremo; nel 2017 esce Duets, una raccolta di alcune delle più celebri sigle di cartoni animati reinterpretate da Cristina D’Avena insieme ad alcuni dei più importanti cantanti italiani tra cui Ermal Meta, Noemi, Giusy Ferreri e Loredana Bertè insieme alla quale interpreta il singolo di lancio e ormai sigla cult Occhi di gatto.

Cristina D’Avena sarà presente domenica 8 aprile alle ore 16.00 sul palco del Pala Romics Sala Grandi Eventi e Proiezioni.

 

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Francesco Biamonti, "Vento largo"

10 Marzo 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

Vento Largo

Francesco Biamonti

Einaudi, 1991

 

Vento largo è un libro dello scrittore ligure Francesco Biamonti, edito da Einaudi. È un romanzo delicato, a tratti aspro, con un fondo di malinconia irriducibile. I personaggi sono prigionieri di un mondo duro, stretto da una geografia spietata tra mare e rocce dove l'agricoltura rende sempre meno e i paesini tra Liguria e Francia si spopolano. L'attività che porta qualche reddito è quella del passeur che aiuta i clandestini a raggiungere la Francia passando per i sentieri più impervi. Il protagonista Varì compie questo lavoro, iniziato per amore di una donna, Sabèl, misteriosamente scomparsa senza che ne siano note le cause. Varì la cerca come un innamorato adolescente e intanto la sua vita, come quella degli altri della zona, perde senso e forza; le borgate emanano tristi silenzi, la sera si vaga alla ricerca di svaghi passeggeri che non guariscono le ferite del vivere, mentre il vento schiaffeggia le vecchie case con gli orti abbandonati. Non ci sono luci a riscaldare le giornate; qualcuno parte per il mare cercando una fuga da una vita modesta. Tentativi sfortunati, spesso.

Anche Varì pensa a una evasione o a una fuga. Ma alla fine resta, girando inconcludentemente durante il giorno e di notte facendo il passeur in situazioni sempre più pericolose. Non sempre è facile interpretare i dialoghi minimi tra i laconici personaggi, affamati di vita vera, ma troppo deboli per riuscire a cambiare la loro esistenza. Su tutto domina il paesaggio, inospitale e cupo; forse un tempo c’era una consonanza tra uomini e terra, ma la modernità l’ha indebolita. Varì non ama il suo lavoro. Non ama nemmeno la sua terra, ora che è solo. Eppure non cambia nulla del suo vivere. È uno sconfitto, come la terra improduttiva che la gente non ha più voglia di coltivare. L'unica ragione per restare sta forse nel fascino del paesaggio ligure, selvatico, disarmonico, fonte di sfide, mai domato dall'uomo che con le terrazze ha cercato di sottometterlo.

Si percepisce in particolare che un tempo le cose erano diverse; c'era una moralità anche nell'attività illegale; ora si è rotto qualcosa per sempre, prevale il lucro puro e semplice, le persone sono avide e la violenza può esplodere. Una volta i passeur aiutavano alcune persone in difficoltà a fuggire; ora l'attività è cambiata, è nato un grosso traffico di uomini, c’è più pericolo. Rimane l’eco di questa moralità perduta ad ancorare le persone a luoghi che offrono sempre meno presente.

La scrittura esprime una poesia indimenticabile in cui ogni strada, ogni sentiero, ogni roccia davanti al mare si colora di toni lirici delicati. Il paesaggio parla più degli uomini. È un mondo al tramonto, triste e splendido allo stesso tempo.

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La spada nella roccia

9 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #miti e leggende, #storia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

La vera spada nella roccia non è in Bretagna ma in Toscana, presso la Rotonda di Montesiepi, vicina a una fantastica basilica cistercense di cui rimangono le rovine a cielo aperto. Spettacolo suggestivo sia la chiesa, col suo tetto di stelle e il suo pavimento di prato, sia la spada conficcata nella roccia, a mo’ di croce da adorare, presso Chiusdino.

Galgano Guidotti da Chiusdino (1148-1181), dopo una vita scapestrata, si fece prima cavaliere, a seguito di una visione di San Michele, e poi eremita. Fu lui a conficcare la spada nel terreno in segno di rinuncia. Del suo mito si appropriarono i cistercensi che eressero la basilica adiacente al luogo in cui riposa la spada. La figura di Galgano è collegata a quella di un altro eremita, Guglielmo, padre, fra l’altro, di Eleonora d’Aquitania, che pare fosse un trovatore esperto di materia arturiana. Accanto alla spada è stata rinvenuta agli inizi del secolo una scatola contenente ossa, con sopra scritto “ossa di San Galgano”.

Galgano viveva nei boschi, usava il mantello come saio, si nutriva di erbe selvatiche. La sua figura ha molti punti di contatto sia con San Francesco sia con re Artù. Il nome Galgano ricorda sir Gawain e la sua mitica e mistica cerca del Graal.

La spada, almeno fino al 1924, era semplicemente conficcata nella roccia. Poteva dunque essere facilmente estratta. Don Ciompi, il parroco dell’epoca, decise tuttavia di bloccarne la lama versando nel piombo fuso nella fessura. Negli anni settanta e novanta alcuni balordi danneggiarono la preziosa arma credendosi novelli re Artù, per cui adesso è protetta da una teca di plexiglass.

Gli atti del processo di beatificazione di Galgano risalgono al 1185, cinque anni prima che Chrétien de Troyes scrivesse il suo Perceval, dando origine ai miti della cosiddetta "materia di Bretagna". In ogni caso,  la spada di San Galgano non è l’unica arma medioevale conficcata nella roccia in Europa. Ne esiste una molto simile anche a Rocamadour, nel Perigord, altro posto da fiaba, meraviglioso paesino arroccato, dove si sale tramite ascensore nella roccia.

Le analisi chimiche dicono che la spada di Montesiepi è tutta di ferro purissimo e risale effettivamente al dodicesimo secolo. Il resto rimane sospeso fra storia e leggenda.

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Eh, che maniere

6 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

Calimero pulcino nero. No, per carità… scuro… no, anzi, di colore… cioè, diversamente bianco.

Calimero, strano come il brutto anatroccolo, tenerissimo con quel suo guscio frastagliato a mo di cappellino, compare per la prima volta nella pubblicità della Mira Lanza nel 1963. In realtà si scoprirà che non è nero né diverso ma solo sporco.   

Eh, che maniere! Qui tutti ce l'hanno con me perché io sono piccolo e nero... è un'ingiustizia però.

Bei tempi in cui si poteva ancora dire pane al pane e non si era buonisti bensì buoni. Ci sono già in nuce tanti temi nello spot, come il pregiudizio, l’apparenza in contrasto con la sostanza. Il nome del pulcino deriva dalla basilica di San Calimero. 

Quanta solitudine nel primo episodio, dove il pulcino caduto nella fuliggine cerca la sua mamma e viene rifiutato perché nero. Resterà sempre sfortunato, piccolo, coraggioso e solo.

Ava come lava, e come profuma!

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Fabio Zuffanti, "Storie notturne"

4 Marzo 2018 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #recensioni

 

 

 

 

 

 

Storie notturne

Fabio Zuffanti

 

Ensemble, 2017

 

L’esordio narrativo di Fabio Zuffanti (già celeberrimo musicista progressive, nonché autore della silloge poetica Il giorno sottile, pubblicata da Mora Edizioni) si presenta come un libretto agile ma concettoso.

Si tratta di una raccolta di racconti brevi (quasi mai superano un paio di pagine) intitolata Storie notturne, edita da Ensemble.

L’aggettivo del titolo sta presumibilmente a indicare la suggestione che ci proviene da quegli stati di alterazione propri delle ore notturne, del dormiveglia, dell’esperienza onirica o delle crisi di insonnia, quando la realtà data tende a scolorire e a perdere di consistenza, sostituita nei nostri pensieri da entità più fluide e intangibili, da impressioni incerte e fantasiose.

I racconti non hanno titolo. Si susseguono contrassegnati dalla medesima dicitura: Storia notturna. Secondo una numerazione crescente, che parte però direttamente dalla seconda. La Storia notturna numero 1 manca, come se si fosse persa. Come a insinuare sin dalla partenza che gli episodi non consequenziali che costituiscono la raccolta siano come la prosecuzione di un sogno (o di una lunga e divagante meditazione) che parte altrove, in un’analessi inconoscibile, e che forse sarà destinato a continuare al di là del terminus ad quem dell’ultima pagina.

Ogni racconto è come il progressivo rintocco di un’incalzante incertezza esistenziale: chi siamo davvero? Di cosa siamo fatti noi e ciò che ci circonda? Forse proprio della stessa shakespeariana materia di cui sono fatti i sogni?

È in quel passaggio crepuscolare tra le certezze diurne e gli abbagli o i ripensamenti ontologici che spesso accompagnano la progressiva perdita di punti di riferimento che ci conduce sino al sonno che i contorni di cose, persone, rapporti interpersonali sembrano farsi improvvisamente più rarefatti.

Nel libro di Zuffanti si trovano alcuni argomenti ridondanti: un epistolario notturno più volte ripreso, lungo la successione dei racconti, e destinato a recapiti mai del tutto individuabili, una guerra ancor prima introiettata che realmente combattuta all’esterno («In realtà ero io a essere costantemente in guerra con me stesso» inizia il terzultimo raccontino), l’incomunicabilità e il suo rovescio, rintracciabile in una comunicazione non verbale, eppure neanche per forza fisica (metafisica forse, quasi telepatica) e, per finire, il tema del doppio. È come un bandolo di fil rouge che si snodano lungo l’intero dispiegarsi del libro, riapparendo di tanto in tanto, come cuciture a vista che tengono insieme il tutto.

A sorreggere l’impianto narrativo una precisione e un nitore linguistici davvero rimarchevoli. Metafore calibrate, senza sbavature, quasi impercettibili per la loro eleganza. Accenti di puro lirismo che però presto si mitigano verso toni più meditativi. Accanto a ciò, un efficace dispiego della figura retorica che passa sotto il nome di ipotiposi, la quale sta a indicare la capacità di descrivere in maniera tanto concreta le azioni da riuscire a suscitare nel lettore una vivida immagine mentale: «la lanugine della nebbia comincia a danzare. Si compatta davanti al prigioniero fino a formare un enorme volto i cui contorni si perdono nella foschia.»   

Alcuni racconti sembrano mimare contenuti sapienziali, come la #19: «Non opporre resistenza. Sciogli i legami e lasciati semplicemente andare. Accetta l'abisso. Accetta di non essere.» Racconto in cui in realtà si tenta, come in un testo sacro, l’impossibile descrizione dell’ineffabile: «dovrei definire qualcosa che non possiede definizione.»

O come nell’attacco apodittico e destabilizzante della #29: «Al di sotto di quel portaombrelli si trova il centro della terra. Lo puoi vedere se levi tutti gli ombrelli e metti la testa all'interno del cilindro metallico. Scorgerai dapprima solo buio ma poi qualcosa attirerà la tua attenzione, una nebbiolina e un debole chiarore che via via si farà meno indistinto.»

L’intera raccolta è attraversata da un’irriducibile dialettica tra istanze esistenzialistiche e introspettive da una parte e quell’entropia generale dall’altra che tutto tende a disperdere e disordinare, privando il soggetto di “un centro di gravità permanente” (come ebbe modo di definirlo un collega di Zuffanti, sul quale quest’ultimo ha appena finito di scrivere una monografia). Una realtà caotica in cui diviene anche difficile distinguere senno da dissennatezza: «Ecco quindi una nuova riflessione. Hai mai pensato alla sublime arte della pazzia? Hai mai immaginato di perdere il senno? Di vagare in completa libertà in questo mondo così chiuso entro anguste stanze? Hai mai sognato di rompere queste catene malandate e di andare fuori da ogni binario di normalità? (…) Ecco quindi il paradosso, viviamo da internati per non finire internati. A volte a notte fonda sento che sto per varcare quella soglia.»

La maggiore forza del libro sta però in una piena accettazione degli aspetti più inconciliabili e ingestibili del nostro vivere: «Tutto è esistenza, e siamo fortunati a potere dire “sto male, sto bene”, perché nel nostro stare bene e male c’è il senso esatto di quello che siamo.» E si conclude proprio con un’apertura al flusso vitale e ai suoi infiniti contenuti, rafforzata dalla citazione di un altro famoso collega del nostro autore: «E tutta questa marea di movimenti verso qualcosa sarà la vita, che, come diceva qualcuno, accadrà mentre siamo impegnati a far piani sulla vita stessa. (…) Farai un largo respiro, chiuderai gli occhi e lascerai che il flusso delle cose continui a farti navigare, nei giorni e nelle notti del tuo essere.»

 

 

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Le voci di Signora dei filtri: Adriana Pedicini, Nadia Banaudi, Valentino Appoloni

3 Marzo 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #interviste, #eva pratesi, #vignette e illustrazioni, #adriana pedicini, #nadia banaudi, #valentino appoloni, #redazione, #blog collettivo

 

 

 

Oggi su Radioblog scopriremo 3 voci di Signora dei Filtri: Adriana Pedicini, Nadia Banaudi e Valentino Appoloni.

Questi 3 scrittori e redattori del blog converseranno dei loro libri e delle loro letture interagendo tra di loro come in un vero e proprio salotto letterario virtuale, facendoci conoscere  la loro scrittura e invitandoci a leggere i testi che più li hanno colpiti ed affascinati.
Partiremo da Omero e James Joyce, attraversando Kafka, la Grande Guerra, approdando a temi femminili, di vita quotidiana e  lambendo addirittura il thriller. 
Un'occasione preziosa per conoscere e ascoltare le voci di chi ci allieta e ci interessa con articoli e recensioni e per scoprire meglio le loro passioni e le loro personalità.
Vi auguro come sempre buon ascolto!
 
 
Per contattarci: radioblog2017@gmail.com
Illustrazioni a cura di Eva Pratesi - www.geographicnovel.com
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