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Radioblog: La Signora dei Filtri

10 Novembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #poli patrizia, #Redazione, #blog collettivo, #chiara pugliese, #interviste, #eva pratesi, #vignette e illustrazioni, #radioblog

 

 

 

 

Oggi RadioBlog inaugura la rubrica “Le voci di Signora dei Filtri”.

In questa rubrica cercheremo di fare conoscenza con i collaboratori di questo blog, conoscerne la storia professionale, le passioni, le letture preferite e molto altro ancora.

Non potevamo che iniziare con LA Signora dei Filtri, Patrizia Poli, scrittrice livornese, ideatrice e curatrice di questo blog che esiste e re - siste con un ottimo seguito dal 2012.

Ma “Signora dei filtri”, oltre ad essere l’epiteto che è stato simpaticamente attribuito alla nostra intervistata, oltre ad essere il nome del blog che ospita questa rubrica, è anche, e direi soprattutto, il titolo del romanzo di Patrizia che finalmente questa settimana approda all’editoria tradizionale grazie a Marchetti Editore.

Patrizia Poli sarà presente allo stand di Marchetti questo sabato e domenica in occasione del  Pisa Book Festival, un’occasione in più per conoscere lei e la sua nuova uscita editoriale!

Intanto ascoltatela nell'intervista che vi proponiamo, buon ascolto!

 

Illustrazioni a cura di Eva Pratesi - www.geographicnovel.com

Musica: www.bensound.com

Per contattarci: radioblog2017@gmail.com

 

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Gordiano Lupi, "Pierino contro tutti"

9 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

 

Pierino contro tutti

Gordiano Lupi

 

Edizioni Sensoinverso, 2017

pp 60

12,00

 

Conosciamo tutti il Pierino delle barzellette, che pare avere un ascendente illustre addirittura in Mark Twain e che, risalendo ancora più indietro, deriva dalla farsa atellana, da Plauto e dalla commedia dell’arte. Nei primi anni ottanta è stato portato sugli schermi da Alvaro Vitali – il quale aveva le phisique du rôle per interpretarlo - e da innumerevoli imitatori. Gordiano Lupi, appassionato di cinema di genere, o, meglio, di un certo genere, ha scritto un saggio sulla figura dell’enfant terrible.

Lupi analizza tutti i film dedicati a Pierino: oltre ai tre principali, Pierino contro tutti (1980), Pierino colpisce ancora (1982) e Pierino torna a scuola (1990), il suo saggio fa riferimento anche ad alcuni film secondari, con o senza Alvaro Vitali. Quelli senza sono definiti apocrifi (come i Vangeli!). C’è persino stata una Pierina femmina.

Pierino contro tutti è il primo e di maggior successo di cassetta. Rivitalizza il barzelletta movie, basato sull’irriverenza, sulla volgarità, sulle parolacce, contaminandolo con molta comicità slapstick - ovvero elementare e che sfrutta il linguaggio del corpo - con il fast motion tipico dei cartoni animati e del cinema muto, e con un po’ di malizia desunta dalla commedia sexy. Una comicità pecoreccia e scatologica per appassionati di cinema spazzatura. Ma Lupi dimostra una competenza e un’attenzione che ci portano a rivalutare la materia, almeno come rappresentazione di un particolare tipo di cinema, e almeno per il valore di nostalgica rivisitazione di tempi andati, per il configurarsi come “manifesto di un’epoca” e “icona della comicità trash”.

Non condivido”, dice Lupi, “ il rigore critico con cui si affrontano film come questi, che pure hanno caratterizzato un periodo storico non solo del cinema ma anche del costume italiano”. E io aggiungo che tutto ciò che ci piaceva quando eravamo giovani, pepato dalla nostalgia, diventa di per se stesso prezioso. Lupi afferma che, se cerchiamo la trama in questo genere di film, è perché non abbiamo compreso la funzione liberatoria e catartica dei barzelletta movie. E, forse, aggiungo io, almeno a quei tempi non eravamo inibiti dal politically correct a tutti i costi, si poteva ancora fare una battuta da trivio senza essere arrestati e la forma non aveva ancora preso il posto della sostanza.

Mi piace, fra tutti quelli presi in esame nel saggio, citare  il film Che casino… con Pierino! , uno degli apocrifi che Lupi non esita a definire il film più brutto di tutto il Novecento e, quindi, incuriosisce proprio per quello.

Un capitolo a sé, infine, è riservato alle colonne sonore e alla musica composta per il cinema divertente.

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Franco Forte, "Fuga d'azzardo"

8 Novembre 2017 , Scritto da Simone Giusti Con tag #simone giusti, #recensioni

 

 

 

 

 

Fuga d'azzardo

Franco Forte

 

Centoautori, 2015

173 pagine, 12,50

 

La fuga di Kimberly da un mondo senza scrupoli e senza pietà. Una valigia piena di soldi, un sogno duro da conquistare.

 

Kimberly è una di quelle donne che solo a guardarle ti fanno impazzire, e lei lo sa. È così che ha scalato i vertici dell’Organizzazione fino a diventare la donna di un pezzo grosso. Ma ora Kimberly è in fuga, ed è sola. Chissà se ce la farà.

Fuga d’azzardo non è un romanzo, è un film d’azione stracarico di suspense e traboccante di sensazioni che fanno male. È una martellata che quando finisci di leggerlo senti che ha piantato un chiodo dentro di te.

 

Franco Forte non è uno sprovveduto, lui sa come usare la parola, la piega a suo piacimento per darci immagini forti ed evocative. Immagini che ti rimarrebbero ficcate in gola come spine di pesce immerse nella melassa se non sapesse miscelarle a meraviglia con l’arte che solo in pochi riescono a giostrare, come in punta di dita, per farti rimanere quel malloppo di melassa e spine solo per un attimo, lì in bilico tra l’esofago e la trachea, il tempo giusto perché ti graffi e ti faccia male, per poi fartelo scivolare giù dritto fino allo stomaco e farlo esplodere con uno strabordante effetto psichedelico che ti attanaglia le meningi e ti costringe a pensare, a pensare a quei personaggi che credono di vivere e invece sopravvivono nel terrore di un’esistenza strappata, ma soprattutto a pensare a lei, o meglio, a pensare con lei, Kimberly, che buona non è, che simpatica non è, che non avrebbe niente per attirare la nostra empatia, ha solo la bellezza, e una dose massiccia di disturbante sensualità, eppure non è per quello che facciamo il tifo per lei, lo facciamo perché lei rappresenta un po’ i sogni di tutti noi, o quasi, di tutti noi che siamo in fuga ogni giorno, in fuga verso un sogno, in fuga d’azzardo sperando di farcela anche se la paura è tanta e forse non ce la faremo mai. Ecco cosa Franco Forte riesce a tirar fuori con questo romanzo qui. Tira fuori la verità di una vita dannata in fuga da qualcosa che mai ci lascerà.

 

Memorabile il ricordo del killer, doloroso il risveglio di Kimberly, una staffilata che ti fa dilatare le pupille il finale. Un romanzo da godersi piano piano, se ce la fate. Perché io non ce l’ho fatta a smettere, e ora mi sento come in crisi per la botta d’emozioni che quel romanzo ti dà.

 

Quando il romanzo di genere si fa potente letteratura. Ecco ci qua.

 

Fuga d’azzardo è un romanzo che non scorderete più.

 

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Cinema e malattie rare: festival "Uno sguardo raro"

7 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cinema, #concorsi, #eventi, #medicina


 

 

 

 

Primo festival cinematografico internazionale dedicato alle malattie rare, che si terrà a Roma il 10 e 11 febbraio 2018, con presidente di giuria la regista Cinzia TH Torrini

 

Prorogato al 18 novembre 2017 il bando di concorso per “Uno sguardo raro”, il festival di cinema dedicato alle malattie rare, alla sua terza edizione, che si terrà a Roma, presso la Casa del Cinema, il 10 e 11 febbraio 2018, a ingresso gratuito.

Il bando, a iscrizione gratuita, ha come tema quello del mondo delle malattie rare, descritto da varie angolazioni ed è aperto a professionisti e non professionisti per cortometraggi, cortometraggi Under 30, documentari, spot e cortissimi realizzati con smartphone e tablet, che saranno giudicati e premiati da una giuria di prestigio presieduta dalla regista Cinzia TH Torrini. Tutte le informazioni sul bando e sul festival al link www.unosguardoraro.org mentre per iscrivere la propria opera: https://filmfreeway.com/festival/Unosguardoraro

Il festival, che anticipa la celebrazione della Giornata delle Malattie Rare del 28 febbraio prossimo, vede la direzione artistica dell'attrice e sceneggiatrice Claudia Crisafio, presidente della Nove Produzioni, che produce il festival. Nato da un'idea della stessa Crisafio e di Serena Bartezzati, da tempo attiva nel mondo delle malattie rare, Uno Sguardo Raro è gemellato con lo storico concorso letterario, artistico e musicale “Il Volo di Pegaso”, dedicato a chi soffre di queste patologie, prodotto dal Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità e in scadenza il prossimo 15 novembre (www.iss.it/pega/). Collabora con l'iniziativa la UNIAMO FIMR onlus, Federazione che raccoglie oltre 100 associazioni pazienti di malattia rara in Italia. Raccontare cosa significa vivere in modo diverso, accompagnati da difficoltà e, spesso, dal dolore è sempre difficile. I malati rari e le associazioni pazienti che li affiancano nel loro percorso quotidiano, fatto di piccole e grandi conquiste, hanno raccolto la sfida e negli anni hanno prodotto delle opere in cui aprono il loro complesso universo al pubblico. Il festival internazionale “Uno Sguardo Raro” nasce per dare spazio a queste narrazioni e stimolare una riflessione su come si stia evolvendo il registro di comunicazione di questo particolare tema.

L'obiettivo – sottolinea la direzione artistica è quello di promuovere le migliori opere video sulle malattie rare per creare un punto d'incontro solidale tra il mondo del cinema e questo mondo e dare un impulso alla produzione di nuovi registri di comunicazione visiva sul tema. Un punto di partenza per raccontare come l'esperienza di chi ha già lottato e magari raggiunto qualche vittoria, sia una ricchezza da condividere. La nostra missione diventa quindi trasformare l’invisibilità dei malati rari in visibilità”. 'Uno Sguardo Raro 2018' ha il patrocinio dell'Istituto Superiore di Sanità, di Ferpi, 100 Autori, Anac e Agiscuola e collabora con la Casa del Cinema di Roma e il Perugia Social Photo Fest.

Le malattie rare

In Europa una malattia è definita rara quando colpisce meno 1 persona ogni 5mila, ma il numero delle patologie è di circa 8mila. Si calcola che in Europa gli affetti da una patologia rara siano circa 30 milioni. In Italia sono 670mila le persone ufficialmente registrate come 'malate rare', ma si stima che siano circa un milione e mezzo, un numero che aumenta molto considerando i familiari coinvolti nell'assistenza. Molte sono malattie complesse, gravi, degenerative e invalidanti, fattori che possono portare all'impoverimento della famiglia, al suo isolamento e al suo sfaldamento. Alcune patologie, però, con una diagnosi precoce e adeguati trattamenti, consentono una buona qualità di vita.

Per informazioni, per il bando completo e iscrizioni al festival
www.unosguardoraro.org
info@unosguardoraro.org
www.facebook.com/unosguardoraro/

Cinema e malattie rare: festival "Uno sguardo raro"
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Io dopo di te: Jojo Moyes torna e ci racconta di Louisa dopo la morte di Will

6 Novembre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

Attesissimo sequel di Io prima di te, Jojo Moyes ci ha catapultati di nuovo nel magico mondo di Louisa Clark.

Sono passati diciotto mesi dalla morte di Will. Lui le ha insegnato a vivere a mille, a godere di ogni attimo, di ogni respiro, di ogni singolo evento. Ha cercato di smuoverla, di farle capire il suo valore. L’ha portata nel mondo di fuori, quel mondo che lui, seppur tetraplegico, aveva imparato a conoscere più di lei – paralizzata, invece, nell’anima, E Lou ha imparato, eccome se l’ha fatto.

Ogni singolo fiato di Will lo tiene nel cuore, ricorda alla perfezione ogni  insegnamento.

Però, ancora non si è ripresa dalla sua perdita. Ovunque, aleggia la sua presenza. La sua voce. Il suo modo di guardare. Il suo sorriso, sincero e penetrante. Dopo un breve periodo a Parigi, si è trasferita a Londra. Lavora nel bar di un aeroporto, alle dipendenze di un uomo che, fanatico e rigoroso, impone delle regole assurde. A cominciare dall’uniforme sintetica, da indossare in coordinato con una parrucca.

Ogni sera, senza un minimo di vivacità, si trascina nel suo appartamento spoglio e anonimo. Non vive, non respira, non ama più.

I sei mesi che ha passato con lui sono stati una scossa elettrica, un sogno, un tormento. Una scarica di adrenalina. Una liberazione – da tutto ciò che era stata fino ad allora e da ciò che sarebbe stata se non l’avesse incontrato. Ora lei non trova un motivo per vivere. Sopravvive, semplicemente.

Ma una notte, quando le stelle sembrano aver abbandonato la sua strada, torna un barlume di speranza. Sulla sua porta di casa, una ragazzina impaurita. Desiderosa di risposte. Affamata di passato.

È legata, anche se non in prima persona, a lei. Cosa fare? Si domanda Lou. Portarla dentro il suo salotto e dentro la sua esistenza oppure no? Affrontare la faccenda di petto oppure scappare – come d’altronde ha fatto negli ultimi tempi?

Intanto, c’è anche Sam. È diverso da Will, e questo la frena. Anche lui si porta dietro i suoi problemi. Anche lui è un po’ un’anima in pena.

Riuscirà Louisa a dimenticare? A ripartire da zero? A fare tesoro dei consigli del suo Will?

Sembra in effetti un racconto un po’ a sé. Will torna, sì, ma in modo diverso. È morto, quindi è più Louisa a presentarcelo, a ricordarcelo.

Però la magia è tornata.

Moyes è una certezza.

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Pierluigi Cappello, "Questa Libertà"

5 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Questa libertà

Pierluigi Cappello

Rizzoli, 2013

 

Frammenti di una vita spezzata in due. Al momento del fatto che stravolgerà la sua esistenza terminano, assemblati in una autobiografia parziale in cui Cappello spiega, col suo stile poetico e preciso, il suo amore per la lettura, la necessità della scrittura, una vita trascorsa in un mondo ormai antico in cui la fatica era il legame visibile tra le generazioni e tra gli uomini e la terra. Partendo dalla sua visuale di persona permanentemente seduta, citando di striscio Leopardi, il poeta prestato alla prosa ci conduce nella sua infanzia crollata dopo il terremoto del Friuli e, ricordando personaggi come Silvio, l'anziano che intrecciava gerle o la professoressa Algozer, che insegnava che la matematica era precisa sennò sarebbe diventata poesia, ci immerge nel suo mondo fatto di vocaboli accuratamente scelti, soppesati e intrecciati: come le gerle aiutano a trasportare i pesi da valle alla montagna, così le parole possono aiutare a contenere il dolore, che può arrivare a fermarsi in prossimità del cuore come un proiettile che nessun chirurgo può estrarre, e allora occorre contenerlo, comprenderlo, nel senso di conoscerlo, e affrontare il continente ignoto di una vita spezzata, proprio come la sua colonna, lasciando indietro le navi bruciate, novello Cortez dalla conquista di una nuova vita. 

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Daniele Vacchino e Davide rosso, "Ritualis. Le cerimonie del mostro di Firenze"

4 Novembre 2017 , Scritto da Davide Lupo Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

 

Ritualis

Le cerimonie del Mostro di Firenze

Il Foglio Letterario Edizioni, 2017 – www.edizioniilfoglio.com

Pag. 170 - Euro 15 – ISBN 978887606525

 

 

Ritualis - Le cerimonie del Mostro di Firenze è uno strano romanzo: costruito su due romanzi all’apparenza indipendenti, legati fra loro da una cornice che sa tanto film a episodi della Amicus degli anni Settanta. Il cinema in effetti c’entra parecchio con questo libro, vista l’aria che si respira, direi direttamente collegata con quelle oscure pellicole gialle italiane degli anni Settanta, in particolare quei gialli minori, tipo La polizia brancola nel buio o I vizi morbosi di una governante. A queste derive si uniscono le mode di oggi, in particolare quei post-thriller rurali sul genere di True Detective. Eppure, anche questi riferimenti non bastano a spiegare un romanzo che contiene dentro di sé l’essenza del mostro, più di tutti i libri che sono stati scritti sull’argomento (eccetto i volumi labirintici di Filastò, non a caso citato nell’esergo dai due autori): vedo già le mani alzate dei tanti criminologi dilettanti appassionati del caso, li vedo storcere il naso per come la vicenda originale è stata trasfigurata (ad esempio il tutto è ambientato tra la Lunigiana e la pianura Padana, nel vercellese, una sorta di non-luogo della tarda modernità). È necessario capire una cosa: Ritualis è un romanzo che lavora sulla cronaca fiorentina e la trasfigura, facendola assurgere a un mito oscuro, orfico, della contemporaneità, al pari della vicenda di Jack lo squartatore, mostro mitologico utilizzato all’interno di format narrativi che lo accoppiano con tutto e tutti. Allo stesso modo, Vacchino e Rosso lavorano di fino su questi brandelli d’incubo e scrivono una sorta di requiem su di noi, ciascuno di noi, sulla tristezza e l’alienazione dell’oggi. In definitiva, al di là delle citazioni cinematografiche, e delle tante letterarie (interessante il tentativo di costruire delle equivalenza narrative col thriller che fu, ricorrendo a lunghi prelievi dai testi dei padri fondatori del surrealismo), questo Ritualis mi è parso una sorta di Tenebre argentiana, aggiornata trent’anni dopo, calata all’interno delle macro-strutture totalizzanti, dove l’ideologia della competitività e della prestazione va ormai ben oltre la sfera economica e invade la biologia del corpo, trasformandoci in avatar del consumo eterno, costretti a rincorrere un duro lavoro che può garantirci soltanto una sopravvivenza fittizia, una povertà reale, un’assenza d’identità e una depressione magari curabile in qualche campo di addestramento alla felicità di Amazon. Questo è Ritualis e molto altro ancora!

 

Davide Lupo

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Emilio Ortiz, "Attraverso i miei piccoli occhi"

3 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #animali

 

 

 

 

Attraverso i miei piccoli occhi

Emilio Ortiz

Traduzione di S. Cavarero

Salani, 2017

 

 

Mi spiace. Non ho potuto leggere Attraverso i miei piccoli occhi, dello spagnolo Emilio Ortiz, da recensore, e nemmeno da lettore comune. L’ho letto da cinofila, da proprietaria di un cane, e ho pianto. Ho pianto e mi sono arrabbiata. Quindi scriverò questa recensione solo di pancia.

Non parlerò della struttura del libro, sbilanciata nella parte centrale, troppo esile a confronto dell’inizio e della fine. Non parlerò del personaggio umano principale, Mario, che non è ben caratterizzato, specialmente nel suo essere non vedente, nelle sue sensazioni, nel suo disagio fisico e psichico. Non parlerò nemmeno del positivo coinvolgimento creato dal punto di vista del narratore cane, dell’indubbia conoscenza di alcuni meccanismi cinofili.

Parlerò, invece, di fiducia tradita. D’ingratitudine. Perché di questo si tratta, questa è la trama, inconfutabile, di una storia di amore e di abbandono, di fiducia e tradimento, di sfruttamento e ingratitudine. E pazienza se lo sguardo del cane riesce a mettere in evidenza certe storture del nostro modo di vivere, non è proprio quello il punto, non lo è stato per me che ho letto col magone e il cuore in mano.

Prendete Cross, un golden retriver maschio, bello, spumeggiante, voglioso di slanciarsi e correre, di giocare con altri cani, di nuotare a perdifiato in ogni pozza d’acqua che incontra. Costringetelo a una vita da oggetto, da strumento di un non vedente che, fino a quel giorno, non ha mai avuto simpatia per gli animali e si prende in casa un cane solo perché gli serve. Obbligate questa forza dirompente della natura a vivere per servire, forzatelo a tediose passeggiate al piede del padrone, a interminabili sedute di noia quando egli studia, lavora, o frequenta gli insipidi amici, tenetelo legato persino di notte vicino al giaciglio, o col guinzaglio sotto il sedere del padrone per timore di fughe. Ascoltate i suoi sospiri e i suoi guaiti di uggia, guardate le sue zampe che scalciano mentre sogna la libertà.

Fate tutto questo quando il cane ha già subito due abbandoni, da parte della famiglia che lo ha cresciuto e lo aveva in stallo, e da parte del suo istruttore. Lasciate che il cane svolga con dedizione il suo compito, lasciate che si affezioni al suo padrone e alla di lui famiglia, che diventi tutt’uno con lui, diventi i suoi occhi, il suo piede, il suo cuore, che segua ogni suo passo e ogni suo respiro, che si assuma il compito di proteggere suo figlio.

Poi abbandonatelo in un rifugio per animali perché è diventato troppo vecchio per guidare ancora  il padrone. Lasciate che gli si spezzi il cuore, che si senta solo e abbandonato.

Lasciate che il lettore sia sconfitto insieme a lui.

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It

2 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #cinema

 
 

 

 
 
It
 
Andres Muschietti, 2017
 
 
 
Premessa numero 1: mi è piaciuto 
Premessa numero 2: lessi il libro 24 anni fa e ricordo molto bene che, oltre alla mia solita paura del mostro sotto il letto (sì, a 16 anni come oggi controllo sempre sotto il letto e se dormo in uno di quei letti senza i piedi controllo nell'armadio, ché mica sono fessa, lo so che si va a nascondere lì di ripiego), per un mesetto ebbi la fobia degli scarichi e prima di appoggiare i glutei su una tazza di gabinetto esploravo per interminabili minuti che nulla uscisse per azzannare le mie rosee rotondità. Questo per dire che non potrei fare un confronto col libro nemmeno sotto ipnosi. Me lo sono gustata come un film che speravo mi spaventasse e non sono delusa, i colpi di scena sono pochi ma fatti bene, la tecnologia ha permesso a IT di potersi trasformare fluidamente nelle diverse incarnazioni, anche se il pagliaccio in sé non l'ho trovato così inquietante. Bravi i piccoli attori, Bev pare uscita da un quadro di Rossetti e anche gli altri sono fisicamente azzeccati. Hanno reso bene i bulli e soprattutto quello più squilibrato, non sono mancati i cenni alla storia di Derry con le sue "disgrazie", ma ci sono anche dei difetti, come chi ha giustamente notato che se soffri di asma  ti attacchi al Ventolin anche nel primo tempo e non solo nella seconda metà del film. Forse troppo abbozzata la figura di Mike che si spera acquisti spessore nella seconda parte "adulta". Sì, perch, se non ricordo male, il libro procedeva per flashback, qui invece si è saggiamente deciso di narrare la storia in maniera cronologica: lo scontro da bambini e, immagino, quello da adulti nella seconda parte. Tutto sommato una discreta trasposizione che ovviamente non eguaglierà mai il libro. Una nota infantile: capisco che la stessa frase sia presente nel libro ma a sentire una voce che dalle fogne dice "NOI QUI GALLEGGIAMO TUTTI, VIENI A GALLEGGIARE ANCHE TU?", io mi sono messa a sghignazzare per il doppio senso. Abbiate pietà. Il film invece ha come effetto far (ri)prendere in mano il tomo di King. Buona visione!
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Il Portogallo di Salazar

1 Novembre 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

Salazar non è stato un Capo di Stato carismatico, non possedeva la dialettica fluente di Mussolini, né la carica combattiva di Hitler. Era un uomo mite più adatto forse alla carriera di prete, che pur aveva intrapreso in gioventù, che non a quella di leader politico, ma proprio questa sua mitezza ha fatto di lui un dittatore che fondò il potere esclusivamente sull’amore per il suo Paese e per il suo popolo. Mise in atto riforme per sostituire “la famiglia”, al “cittadino” che, secondo il suo pensiero, è la base portante di una nazione forte e unita e fondò l’intera concezione sociale e statale sul nucleo familiare.

Mi reco spesso in Portogallo e, incuriosita dal personaggio, a me pressoché sconosciuto, ho acquistato alcune biografie fra cui Salazar e o estado novo di Ruy Miguel e Salazar e la rivoluzione in Portogallo di Mircea Eliade, dalle quali ho tratto questo pezzo, che vuole essere una breve ricerca, per trovare spiegazioni e, come piace a me, cercare di capire l’uomo oltre che il politico.

Oggi in Portogallo Salazar è quasi dimenticato, poco conosciuto dalle giovani generazioni, inviso ai più a causa della propaganda di sinistra che ne ha offuscato la memoria anche nei cervelli più svegli, fino a rinnegare ciò che di buono ha fatto per il Paese. “Nunca mais” è la risposta più frequente che ti senti dare se chiedi di lui. Ciononostante il 25 marzo 2007 sugli schermi di Rtp, l’emittente televisiva più importante del Portogallo, è stato reso noto il vincitore del sondaggio televisivo sul più grande personaggio della storia lusitana e il risultato ha lasciato sconcertati molti spettatori: era Salazar, il dittatore che aveva detenuto il potere per 35 anni; ma bisogna parlare coi vecchi, con gli umili, per sentirsi dire che, se è vero che mancavano alcune libertà, è pur vero che c’era più uguaglianza tra i ceti sociali. Il tassista che mi conduceva in aeroporto ha detto “oggi la libertà di stampa ci fa credere che siamo uomini liberi, ma in realtà siamo schiavi di un sistema corrotto che a volte fa rimpiangere gente risoluta ed onesta“ un po' il nostro “si stava meglio quando si stava peggio”. Salazar dunque resta un politico che, per integrità morale e competenza economico-finanziaria, sicuramente la gente comune rispetta.

È difficile parlare di Salazar senza ricordare la sua creatura “o Estado Novo”, è impossibile separare l’opera dall’uomo, lo Stato Nuovo è opera di Salazar ed è la diretta conseguenza del 28 maggio 1926, quando la Rivoluzione gli aprì il cammino e si può dire che fu sicuramente il coronamento del pensiero e dell’azione di Salazar, in un primo momento come Ministro delle Finanze, poi come Capo del Governo.

Prima di essere chiamato a governare il Paese, Salazar aveva già ottenuto una grande notorietà con i suoi discorsi e i suoi scritti, dove indicava la strada per uscire dalla crisi, che le divisioni politiche della prima repubblica avevano accentuato. Una prima repubblica che era stata completamente incapace di promuovere lo sviluppo economico del Paese, di modernizzare la società, di risolvere i problemi della popolazione rurale e che aveva attuato politiche coloniali contraddittorie.

Ma andiamo per gradi, chi era Salazar? Il nome per intero era Antonio de Oliveira Salazar, era nato il 28 aprile 1889 da una modesta famiglia a Santa Comba sulle rive del fiume Dão, in una delle più belle regioni lusitane a circa quaranta chilometri a nord di Coimbra. Un paesino dalle case umili, circondate da giardini e alberi da frutta. Una terra ad economia agricola ricca di uliveti e campi di grano. Ci sono poche informazioni sull’infanzia di Salazar, ma furono senz’altro questo ambiente semplice, di gente onesta che suda e lavora, e il ricordo di una famiglia unita e molto religiosa, a ispirare la sua formazione.

Si sa che era un bambino modello, sempre pronto ad aiutare il prossimo bisognoso, secondo alcuni biografi il piccolo Salazar nascondeva nelle tasche la sua razione di pane per distribuirla ai bambini poveri del paese. Un comportamento sempre irreprensibile, nonostante ciò, a soli undici anni fece i conti con il rigorismo sociale di quei tempi e venne mandato in seminario a Viseu, perché pare che in paese avesse stretto affettuosa amicizia con una ragazzina, figlia di un uomo molto ricco, e i genitori scelsero di allontanarlo, per non far crescere in lui false speranze. Un ritiro che durò oltre otto anni, durante i quali si dimostrò come era sempre stato, uno studente eccellente, serio, riservato e primo della classe. Un ragazzo pallido dal viso leggermente allungato e gli occhi limpidi, con temperamento equilibrato che si dedicava con rigore agli studi e poco ai divertimenti con gli amici. Un suo compagno di seminario lo descrisse dicendo:

non gli usciva mai dalle labbra una frase inutile (…) e nascondeva il suo grande valore intellettuale sotto una modestia così profonda da confondersi con la timidezza”.

Prima di vestire l’abito talare, trascorse un periodo come insegnante al doposcuola del collegio, fu allora che sentì nascere in sé il desiderio, la vocazione, di divenire un educatore per le giovani generazioni e lasciò definitivamente il seminario.

Qualche decennio dopo, asserendo che i portoghesi avevano una formazione culturale inadeguata, scriveva

… poco avrebbe contato il cambio dei governi o dei regimi, se non avessimo cercato, in primo luogo, di cambiare le persone. Avevamo bisogno di persone, dovevamo educarle”

Fu infatti l’educazione dei giovani una delle sue priorità una volta al potere.

Salazar era bravo a scrivere discorsi, una scrittura densa, professorale, ma per nulla a enunciarli, preparava con cura le cose da dire ma non sapeva infiammare le masse. Lui stesso diceva di sé

La natura non mi ha dotato di abilità oratoria”.

Era però un attento osservatore e, fin da giovane, già ai tempi dell’Università, idealizzò le giuste riforme per portare il Portogallo al progresso, vide la salvezza attraverso l’educazione morale del popolo e nelle occupazioni tradizionali, conservatesi ben vive fin dal Medio Evo.

Schivo e dedito allo studio, passava inosservato col suo lungo impermeabile nero che dalle spalle arrivava ai talloni, divisa degli studenti di Coimbra. Trascorse il primo anno di studi senza che nessuno si accorgesse di lui, riservato, tranquillo, sempre seduto all’ultimo banco, non amava mettersi in mostra, finchè un giorno un professore, credendo di scatenare ilarità, gli pose una domanda a cui nessuno degli astanti che gremivano l’aula aveva saputo dare risposta: “potrebbe provarci quel signore là in fondo?” disse con una certa ironia. Salazar si alzò e, senza timore, iniziò a parlare così a lungo, e dimostrando una tale conoscenza della materia, che fu applaudito e in poco tempo divenne famoso in tutta la città universitaria.

Questa la gioventù del dittatore raccontata dai biografi forse di regime, forse obiettivi, non mi è dato saperlo, un personaggio controverso, per valori e modi di essere, di lui scrive il professor Nogueira Pinto.

Bisogna distinguere tra carisma e politica, non c’è nessuno di più lontano da me di Salazar: non aveva una famiglia, non ha mai viaggiato, non leggeva romanzi. Non era certo uno che ispirasse simpatia, per quanto avesse un grande senso dell’humour. Per certi versi siamo proprio agli antipodi. Ma non per questo ignoro la sua grandezza”.

La carriera di stimato professore universitario di Salazar fu brillante, teneva conferenze e, profondamente credente, aveva dalla sua parte la gioventù cattolica portoghese. Nel 1921 si candidò e venne eletto. Entrato per la prima volta in Parlamento, e visto da vicino l’andamento della politica, uomo dedito al dovere, comprese immediatamente l’inutilità di tale istituzione e che in quel luogo, con quelle persone inconcludenti, avrebbe perso tempo, così abbandonò l’incarico dopo due giorni soltanto. Era il 2 settembre e forse Salazar aveva intuito con precisione la precarietà di quel governo, tant’è che la prima delle rivolte, che sfociarono poi nel colpo di stato del 1926, avvenne poco tempo dopo, durante la notte del 19 ottobre (noite sangrenta) in cui vennero uccisi diversi politici sedutisi con lui in quello stesso parlamento. Furono anni di caos, durante i quali il governo “democratico” riuscì a soffocare anche altre rivolte, insurrezioni popolari e colpi di stato militari.

Arriviamo al 16 giugno 1925, quando Salazar durante un discorso tenuto alla Facoltà di Scienze Sociali, forse per la prima volta, lascia scorgere, all’ombra del pensatore, anche l’uomo d’azione, decisamente ispirato al Fascismo di Mussolini in Italia. Egli aveva più volte confessato la sua totale ripugnanza nei confronti delle dottrine marxiste e iniziò ad esprimere il suo progetto politico.

Il perdurare della crisi, l’incapacità di risolvere i problemi, avevano profondamente screditato i partiti democratici nell’opinione pubblica.

Vi era poi, non trascurabile, la questione delle colonie che aspiravano a ottenere gli statuti di autonomia, che i governi repubblicani avevano promesso per contrastare la Monarchia, ma di cui continuavano a rimandare l’attuazione. Dopo i disordini e le sommosse in Angola, il Portogallo aveva concesso speciali regimi alla stessa Angola e al Mozambico, rinunciando al monopolio economico, ma la decisione creò forte scontento fra gli imprenditori portoghesi che avevano interessi in Africa.

Durante i primi mesi dell’anno 1926, l’ondata di dissenso aumentò senza sosta. Nei bar, nelle strade, nelle case, si parlava apertamente di rivoluzione, si sentiva impellente il bisogno di liberarsi di un governo che, anche dalla stampa, veniva definito una “dittatura demagogica”. Il clima si era surriscaldato e, dopo i precedenti colpi di stato, finiti spesso con spargimenti di sangue, il 28 maggio 1926 il generale Gomes da Costa, sostenuto dal popolo, dalla classe media e dalla classe operaia, iniziò la marcia su Lisbona, partendo da Braga. L’operazione non si presentava affatto semplice e di sicura riuscita, ma, mentre alcuni ufficiali tentennavano, ottenne, fin da subito, l’appoggio di molti dipendenti statali come gli addetti ai telegrafi, che sabotarono le misure prese dal governo per contrastare la marcia, diffondendo false informazioni e anticipando in tal modo le adesioni delle guarnigioni ancora indecise. Così mentre da nord Da Costa avanzava verso la capitale, partirono da sud altre truppe rivoluzionarie al comando del generale Oscar Carmona. Nel frattempo il generale Cabeçadas, comandante della piazza di Lisbona, che aveva aderito al movimento rivoluzionario, con operazioni un po’ ambigue cercò di formare un nuovo esecutivo, ma non ebbe successo tanto che raggiunto dai due generali, insieme diedero vita al nuovo governo, una specie di triumvirato ove Cabeçadas era Presidente del consiglio, Da Costa ministro della Guerra e Colonie e Carmona degli Affari Esteri. Il colpo di stato era riuscito.

Ma la sorpresa per la maggior parte dei portoghesi e, soprattutto per i militari fu il nome di Antonio De Oliveira Salazar quale Ministro delle Finanze. Cabaçades era stato avvicinato dal maggiore Pedro de Almeida di Coimbra, che lo aveva convinto a chiamarlo, parlandogli con entusiasmo del valore di Salazar, a suo dire grande esperto di Finanza ed eminente giurista.

Gli ultimi governi erano stati così invisi alla popolazione che l’instaurazione del nuovo regime, conclamata con una marcia trionfale il 6 giugno, venne accolta e applaudita da un tripudio di folla esultante.

Tuttavia la dittatura militare, anti parlamentare, ebbe all’inizio un cammino incerto, difettava di un vero progetto politico, e la mancata libertà di gestione della finanza pubblica indusse Salazar a lasciare l’incarico. Soltanto nel 1928, dopo aver ottenuto dagli altri Ministri carta bianca nella gestione economica dello Stato, riprese le sue funzioni e, in un anno, applicando una rigida politica di contenimento della spesa pubblica, riuscì a portare il bilancio in attivo, risultato che mancava al Paese da oltre un secolo, a stabilizzare la situazione finanziaria e a far ripartire l’economia. Coi risultati, grazie alle sue riforme, arrivarono anche la stima e la fiducia del popolo. Negli anni ’30 l’Europa e l’America erano attanagliate dalla crisi economica, al riguardo lo storico svizzero Gonzague de Reynold scrive:

"Il Portogallo, grazie alla dittatura del grande cristiano Salazar è il solo Stato del globo, il cui bilancio, si chiude, in questi ultimi anni, con un´eccedenza di entrate e con le tasse più leggere d’Europa”.

Consapevole del lavoro che bisognava fare egli aveva da subito iniziato a gettare le fondamenta do Estado Novo basandosi con sacrificio e determinazione sulla sua percezione di ciò che il Paese poteva essere e non era stato. Salazar indirizzava spesso i suoi discorsi agli operai, ai cattolici e, rivolgendosi a loro parlava con la maggioranza del Paese:

Ai cattolici dico che il mio sacrificio mi dà il diritto d’aspettarmi da parte loro questo: essere i primi a fare i sacrifici richiesti e gli ultimi a chiedere favori che non potrò concedere

Allora il Portogallo viveva ancora slanci patriottici esaltanti e quando venne rifiutato senza esitazioni un ingente aiuto economico della Società delle Nazioni, che sarebbe stato concesso solo in funzione dell’invio di alcuni ispettori a verificare e approvare le manovre del Governo, significando di fatto una grave limitazione della sovranità nazionale, il popolo, galvanizzato, accolse trionfalmente anche questo dignitoso rifiuto. La dittatura militare riscosse un clamoroso successo agli occhi dell’opinione pubblica, i portoghesi vivevano un orgoglio di appartenenza sopito da troppo tempo e l’unità della nazione non uscì minimamente compromessa dal mancato invio dei fondi.

Salazar fu uno statista determinato, profondo conoscitore del suo popolo, delle sue molteplici necessità e di tutte le sue potenzialità. Era sempre il primo a dare l’esempio, conduceva un’esistenza umile, una vita ritirata e lavorava molte ore al giorno, in tanti lo criticarono per la sua semplicità “contadina”, quando in realtà questa caratteristica resta uno dei maggiori segreti del suo successo.

Bisognava ridare fiducia e orgoglio alle nuove generazioni e ricordare loro che il Portogallo, al massimo della potenza militare ed economica, nel XVI secolo, si era diviso il mondo con gli spagnoli, in due aree di influenza egemonica, attraverso il trattato di Tordesilhas, esattamente come soltanto dopo la seconda guerra mondiale avrebbero fatto Stati Uniti e Unione Sovietica.

Salazar con l’Atto Coloniale del 1933, secondo cui il Portogallo aveva “la missione storica di possedere, di colonizzare territori d’oltremare e di civilizzarne gli abitanti”, creò una specie di Commonwealth portoghese o meglio un mercato tra madrepatria e colonie, detto zona do escudo. Si può dire dunque che non si limitò a creare un Nuovo Stato, ma che diede vita e impulso a un mondo di cultura e lingua portoghese, idioma che resta a tutt’oggi il più parlato dell’emisfero sud.

Rimessa in equilibrio la Finanza pubblica nei quattro anni durante i quali fu Ministro, nel 1932 Salazar, col pieno consenso popolare, divenne Capo del Governo, ebbe così la possibilità di continuare la sua opera nella ricostruzione nazionale, in tutti i settori. Primo passo fece introdurre, con un referendum (1.292.864 voti favorevoli 6.190 contrari), una nuova Costituzione che gli conferì pieni poteri.

La Costituzione, accettata dai portoghesi, entrò in vigore l’11 aprile del 1933 e regolamentò lo Estado Novo. La formula politica adottata fu una Repubblica unitaria e corporativa, avente come obiettivo primario di stabilire nel Paese: unità morale, coordinare, stimolare e dirigere tutte le attività sociali, cercare di migliorare le condizioni delle classi meno abbienti, considerando la famiglia come cellula sociale la cui formazione e difesa dovevano essere garantite dallo Stato.

Era nato il Fascismo portoghese, analogo nella natura e nei principi corporativi al Fascismo italiano al quale si ispirava apertamente. Il pensiero di Salazar era divenuto azione.

PORTUGAL NÃO DEVE MORRER! Deve vivere per i mondi che ha scoperto, per le nazioni che lo hanno osteggiato a causa della sua grandezza e del suo eroismo!

Non c’è più da scoprire nuovi mondi, né da combattere nazioni straniere, ma c’è un grande lavoro di pace da fare (…) È necessario che i portoghesi di ieri facciano della gioventù, il glorioso Portogallo di domani, un Portogallo forte, un Portogallo istruito, un Portogallo moralizzato, un Portogallo lavoratore e progressista! È necessario per questo amare molto il paese? Oh! dobbiamo sempre amare la Patria e, come amiamo molto le nostre madri, amiamo anche la nostra patria, che è la grande madre di tutti noi! “

A seguire, a grandi linee, le riforme introdotte e i risultati do Estado Novo:

Riforma dell’Amministrazione finanziaria

Salazar instaurò un comportamento irreprensibile nell’utilizzo del pubblico denaro con totale trasparenza, riformò la Corte dei Conti e modificò la struttura del Bilancio dello Stato, rendendolo pubblico ogni anno. Introdusse una importante riforma tributaria riducendo le tasse, portando maggior giustizia sociale nella ripartizione delle imposte e semplificando gli obblighi del contribuente. Fu approvata una revisione generale delle tariffe doganali e, con una profonda riorganizzazione della Cassa Generale Deposito e Prestito e annessa Cassa Nazionale del Credito, facilitò l’accesso delle attività produttive al credito bancario.

Le riforme in breve tempo portarono alla stabilizzazione della moneta e negli anni l’escudo divenne una moneta forte a livello mondiale.

Riforma dell’Istruzione

il Ministero della Istruzione fu riordinato completamente, si chiamò Ministero dell’Educazione Nazionale e la riforma nel suo complesso divenne una missione dello Stato nella formazione delle nuove generazioni. I programmi di istruzione furono integrati con attività propedeutiche alla cura della salute fisica e della salute morale, cercando di dare ai giovani ciò che era considerato una formazione integrale e all’uopo ogni anno furono stanziati sempre un maggior numero di fondi, anche per la costruzione di nuove scuole nei paesi dove non ce n’erano. La preoccupazione di Salazar fu di combattere l’analfabetismo, e per sua volontà la popolazione scolastica passò ad aumentare del 67,5%.

Opere pubbliche

La rete stradale del 1926 era in rovina e pregiudicava tra le altre cose, la necessaria circolazione delle merci aggravandone i costi.

Riparata la quasi totalità della rete stradale nazionale esistente, si passò alla costruzione di nuove strade per un totale di 5.671 km e furono costruiti 392 nuovi ponti. Fra questi una piccola parentesi merita il ponte fatto costruire tra il 1962 e il 1966 a Lisbona che unisce le due rive del Tago. Il giorno dell’inaugurazione, cento milioni di persone in tutta Europa videro in diretta televisiva l’imponente manifestazione. L’inno nazionale portoghese risuonava sulle rive del Tejo finalmente unite, 21 colpi di cannone vennero sparati a salve nel tripudio generale. “Il grande simbolo del futuro”, titolava il giorno successivo il Daily News. Un’opera immensa che colpisce ancora oggi i turisti che giungono a Lisbona: 2300 metri di ponte costruito in soli quattro anni e che prese il nome del fondatore do Estado Novo. Il ponte sul Tago fu ed è la maggiore opera pubblica realizzata in Portogallo, fino ad epoca recente, e restò per molto tempo il ponte più lungo d’Europa. Fu un giorno di grande festa, orgoglio e consapevolezza, di grandi spontanei entusiasmi, tutta la popolazione si era riversata nelle strade si era arrampicata ovunque, aveva raggiunto le colline più alte della città per vedere la sera il ponte illuminarsi, uno spettacolo abbagliante, seguito dai fuochi d’artificio. Le conseguenze della nuova via di comunicazione, furono enormi e tutte indiscutibilmente positive: basti pensare alla crescita urbanistica ed economica della regione negli anni seguenti, e all’impulso dato al turismo. Il traffico fu da subito intenso tanto che il costo del ponte fu interamente recuperato in pochi anni tramite i proventi del casello. La gente dimentica in fretta, ne sappiamo qualcosa noi in Italia, oggi il ponte non si chiama più Salazar, ma è stato ribattezzato “25 aprile” data in cui nel 1974 con la cosiddetta rivoluzione dei garofani cadde il regime.

Furono costruiti nuovi ospedali e investiti molti fondi per la valorizzazione della terra, impianti di irrigazione e ripopolamento forestale. Nel 1948 per celebrare la fornitura regolare di acqua nella zona orientale della città, fu inaugurata a Lisbona  la Fonte Monumental, meglio conosciuta come Fonte Luminosa, una imponente fontana, allora la più grande d’Europa, meta ancora oggi dei turisti che giungono in città. Incastonata nella grande e suggestiva Alameda Dom Afonso Henriques, è arricchita da imponenti sculture, bassorilievi nei pannelli laterali e statue che ricordano la mitologia marittima dei Lusíadas, con Tágides e Nereides, il più grande poema epico portoghese.

Si diede impulso all’ammodernamento della rete ferroviaria e portuale; la rete telefonica passò dai 1060 km del 1926 ai 44451 del 1965 e vennero rinnovati e rinforzati gli equipaggiamenti di Marina ed Esercito. In tutto il Portogallo sorsero case popolari e sulla costa case per pescatori, che contrariamente a quello che sarebbe stato maggiormente economico per la spesa pubblica , non furono realizzate in grandi palazzi con molti appartamenti, ma Salazar optò per la costruzione di piccole dimore indipendenti pensando di rendere alle famiglie un ambiente migliore e più adatto alla crescita dei figli.

Esattamente come in Italia, presero vita i luoghi di “dopolavoro” dove si svolgevano attività e servizi diretti ai dipendenti. Da Salazar i lavoratori si videro garantire anche un periodo di ferie annuali retribuite e le donne la concessione dell’astensione dal lavoro per maternità e fu vietato alle imprese il licenziamento senza preavviso.

In ogni settore si creò un forte sviluppo, Salazar guidò il paese verso un corporativismo statale autoritario, con una linea di azione economica nazionalista. Prese per il Portogallo e le colonie misure di protezionismo e isolamento di natura fiscale, tariffaria e doganale, che ebbero un grande impatto positivo sull’economia del Paese e grande consenso soprattutto fino agli anni ’60, quando il Portogallo cominciò ad aprire all’estero a causa di forti pressioni delle Nazioni Unite, e a causa dei crescenti problemi di gestione delle colonie.

L’opera di cambiamento del Paese fu messa a dura prova nel 1936 con lo scoppio della guerra civile spagnola. Salazar era riuscito a resistere senza difficoltà, agli scarsi tentativi di rovesciamento interno fomentati dai comunisti e, contro questo pericolo fu intransigente:

…non riconosciamo libertà alcuna contro la nazione, contro il bene comune, contro la famiglia, contro la morale… il comunismo raduna insieme tutte le aberrazioni dell’intelligenza e, come sistema, è la sintesi di tutte le rivolte, già viste in passato, della materia contro lo spirito, della barbarie contro la civiltà. Ecco è la grande eresia della nostra epoca. Nella sua furia distruttiva non distingue l’errore dalla verità, il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia...

Salazar intuì immediatamente il pericolo creato dalla vicinissima crisi spagnola, capì che una sconfitta delle truppe nazionaliste iberiche avrebbe provocato eventi a catena anche in Portogallo, con la possibilità di far crollare l’edificio così faticosamente costruito e significando non solo la fine del regime, ma quella di qualsiasi Portogallo indipendente. Fin da subito fu al fianco di Franco nel combattere i rossi.

Pur esibendo una neutralità di facciata, consentiva il passaggio sul territorio portoghese di materiale bellico diretto in Spagna, inviò volontari portoghesi (Viriatos) a combattere sui campi di battaglia iberici, non in corpi separati, ma all’interno dello stesso esercito spagnolo. Al contempo nacque la Legione Portoghese (camicie verdi), organizzazione paramilitare di lotta al comunismo, modellata sull’esempio delle Camicie Nere italiane.

Superata la crisi spagnola, la figura di Salazar ne uscì rafforzata, aveva trasmesso ai portoghesi stile di vita dignitoso e orgoglio oltre che vigore alla moneta. Poco tempo dopo, allo scoppio della seconda guerra mondiale, pur nutrendo profonda stima per Mussolini, ne conservava una fotografia autografata sulla scrivania, e pur essendo idealmente così prossimo al fascismo italiano, Salazar mantenne durante tutto il corso del conflitto l’imperativo della neutralità.

Fu proprio in questo periodo che il cardinale di Lisbona, ritornato da un viaggio in Brasile, fece voto che se il Portogallo non fosse entrato in guerra avrebbe fatto erigere una stata del Cristo Rej identica a quella di Rio de Janeiro. La statua, 75 metri di altezza, fu ultimata nel 1959 e ancora oggi domina la città dalla riva sinistra del Tago.

Salazar firmò un patto di non belligeranza col Regno Unito, ciononostante non fu ostile a Germania e Italia, mantenne le relazioni commerciali, a tutto beneficio dell’industria portoghese, fornendo tungsteno ai tedeschi, mentre in contemporanea consentiva agli Alleati di installare basi militari nelle Azzorre e al Giappone di prendere posizioni in Timor Est e Macao. Diede anche severe istruzioni affinché i propri ambasciatori, nei paesi occupati, non rilasciassero permessi a persone che volevano fuggire. Quando, durante l’estate del 1940 in Francia, il console portoghese di Bordeaux concesse visti a un gran numero di ebrei, Salazar lo rimosse dalle sue funzioni e, anche a conflitto terminato, dopo la rivelazione della Shoah non gli perdonò la sua disobbedienza.

Salazar convinto colonialista continuò a considerare Portogallo anche i territori d’oltremare, ribattezzati “province”, dove i prodotti naturali e del sottosuolo erano infiniti: gomma, cotone, caffè, cacao, zucchero di canna, frutti tropicali, ferro e diamanti. Arrivavano numerosissimi i coloni dalla madrepatria per la coltivazione organizzata della terra, sorgevano città, strade, ferrovie, si costruivano dighe, centrali idroelettriche, raffinerie, fabbriche per la lavorazione del tabacco, industrie alimentari. Lo Stato promuoveva inoltre l’alfabetizzazione degli indigeni e, dopo il Concordato con la Chiesa del 1940, cercò di aumentare la diffusione della religione cattolica. Aveva intravisto il pericolo dell’integralismo islamico:

Il controllo dell’Africa del nord da parte dell’Europa è essenziale per la pace. Senza di esso la sicurezza europea è compromessa (…) Se l’Europa continuerà ad indebolirsi e a perdere il suo coraggio, la sua volontà, quel che le resta d’ideali, il mondo arabo si mostrerà molto minaccioso

Salazar non cedette alle sommosse, ai movimenti indipendentisti, tanto da iniziare nel 1961, contro di essi in Africa, una lunga guerra, (Guerra do Ultramar ) dove gli indipendentisti ricevettero armi e istruttori da Unione Sovietica, Cina e Cuba.

Il regime di Salazar era costantemente stato una spina nel fianco del “sistema russo-americano” e, sempre più isolato e contrastato, il suo successore Marcelo Caetano, destinò più della metà del bilancio statale alle spese crescenti per la guerra. Il popolo portoghese, che viveva il colonialismo come una specie di “relazione sentimentale”, soprattutto dopo il 1968, sentì venir meno questo feeling con “L’Oltremar” a causa degli alti costi pagati (cinquemila morti, trentamila feriti e ventimila mutilati) e la delusione contribuì alla formazione e alla popolarità del movimento anti regime.

La guerra coloniale terminò soltanto nel 1974, quando il Portogallo, con i nuovi leader democratici, riconobbe le rivendicazioni di indipendenza e i contadini, i lavoratori, gli imprenditori portoghesi ivi occupati furono espulsi o fuggirono con propri mezzi abbandonando ogni ricchezza. La decolonizzazione si concluse con numerosi traumi sia in patria, dove, rientrando, i portoghesi si ritrovarono poveri e senza lavoro, sia per le colonie stesse. I paesi africani infatti finirono per lo più sotto l’influenza sovietica e soprattutto Angola e Mozambico vennero sconvolti da sanguinose guerre civili, durate decenni.

António de Oliveira Salazar morì il 27 luglio 1970, anche se la sua fine era iniziata il 3 agosto di due anni prima, presso il Forte di Sao Joao de Estoril, quando una banale caduta da una sedia di tela aveva provocato gravi conseguenze che lo costrinsero ad abbandonare il governo del Paese. Ancora oggi molti storici si domandano se questo episodio sia mai accaduto e ancora oggi si dibatte se il regime salazariano sia stato veramente fascismo. Recentemente con l’autorevole contributo dello storico Luis Reis Torgal in Portogallo si avvalora la tesi che quello di Salazar, pur con le sue naturali incertezze, fu, assieme al fascismo italiano, l’unica forma socio politica corporativa del secolo precedente congruamente realizzata.

I funerali di Salazar si tennero nel Monastero dos Jerominos, che sorge nel quartiere di Beléma Lisbona, gremito, come il piazzale antistante, da una folla commossa. Il Portogallo intero pianse il suo leader, accompagnato al Cemitério Vimieiro, Distretto di Viseu, un corteo sobrio e silenzioso, come era stato lui in vita, si dipanò per le vie del paese fino all’ultima dimora.

Di lui sulle pareti della casa natale, un edificio ormai vuoto e pericolante, rimane una piccola targa che ricorda “l’uomo gentile che ha governato e non ha mai rubato”.

devo à Providencia a graça de ser pobre… Devo alla Provvidenza la grazia di essere povero: senza beni di valore per molto tempo sono stato legato alla ruota della fortuna, né mi sono mancate le occasioni di guadagno di ricchezza o di ostentazione; nella modestia a cui mi abituai e nella quale posso vivere, basta il pane quotidiano, non ho bisogno di coinvolgermi nella rete degli affari o in alleanze compromettenti. Sono un uomo indipendente.” (Salazar)

 

 

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